Archive for the 'Psicoterapia' Category

Lug 22 2021

MIMETIZZARSI E APPARIRE

La capacità di sparire e apparire fa parte della dotazione naturale della magia.

Tutti i maghi possono apparire e sparire.

Anche se non tutti sono capaci di gestire questa abilità.

Infatti occorre una buona consapevolezza interiore per cavalcare i doni miracolosi che la vita ci regala.

Le altre specie animali mantengono viva una conoscenza che gli esseri umani hanno perduto e nel rapporto con l’ecosistema imparano spontaneamente a rendersi evidenti o mimetici in base alle necessità.

Gli animali selvatici sono capaci di sparire e apparire, esibendosi o rendendosi invisibili a seconda delle situazioni.

La specie umana, invece, snobba le competenze interiori e preferisce sostituirle con tante protesi tecnologiche, sicuramente raffinate e potenti ma inutili nella relazione con la natura.

Apparire e sparire sono modi di essere legati ai cambiamenti del mondo interno e manifestano la volontà di protagonismo o l’esigenza di assistere indisturbati agli eventi.

Tutti gli animali selvatici e liberi conoscono queste possibilità e le utilizzano per gestire la vita.

Gli esseri umani, invece, difficilmente ne riconoscono la presenza in se stessi e il più delle volte ne subiscono gli effetti senza averne il controllo.  

Sentirsi invisibili è un vissuto doloroso nel mondo degli uomini mentre è un vantaggio per tante specie animali.

E per i maghi.

Proprio come gli animali, infatti, i maghi possiedono una conoscenza innata dei mondi interiori.

E per loro apparire e sparire sono strumenti indispensabili per muoversi con agilità nella vita.

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Ma come si fa ad apparire e a sparire?

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Per manifestare o occultare la propria presenza bisogna avere una buona padronanza dei propri vissuti e richiamare potentemente in sé la volontà di mostrarsi o di mimetizzarsi.

Si tratta di una maestria che non può prescindere dal rispetto per l’ecosistema e basata sulla conoscenza delle emozioni.

La realtà si modella in funzione degli stati d’animo che ci attraversano.

E la presenza e l’assenza non sfuggono a queste leggi.

Passare inosservati o mettersi al centro dell’attenzione sono modi di essere, vissuti che modificano la nostra essenza rendendoci più o meno evidenti agli occhi degli altri.

Esiste un magnetismo interiore che condiziona le relazioni.

Possiamo chiamarla leadership o mimetismo, esibizionismo o riservatezza, ostentazione o discrezione.

Le parole cambiano ma il contenuto emotivo è lo stesso e manifesta il bisogno di emergere o di nascondersi.

In natura queste capacità sono fondamentali per la sopravvivenza e tutte le altre specie imparano a farne uso spontaneamente.

Ma nella società babbana conta solo il guadagno e l’abilità di apparire o sparire non è contemplata.

Tuttavia, chi porta in se stesso le stigmate della magia prima o poi ne scopre l’esistenza e usufruisce del potere che ne deriva.

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STORIE DI APPARIZIONI E SPARIZIONI

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Franca detesta mettersi in mostra e preferisce osservare gli altri per scegliere con calma le persone con cui fare relazione.

Da piccola ha imparato a scomparire giocando a nascondino con i suoi fratelli più grandi.

E oggi ripropone quella competenza ogni volta che sente il bisogno di eclissarsi.

Di solito le succede nelle situazioni in cui c’è molta gente sconosciuta.

In quei momenti evoca dentro di sé la sensazione di non esistere come persona mentre si identifica potentemente con un oggetto statico dell’ambiente in cui si trova (le tende, il muro, un tavolino…).

La donna non sa perché, ma ha verificato nel tempo che questa sorta di meditazione la rende poco appariscente agli occhi degli altri.

In questo modo contempla ciò che le succede intorno senza essere tirata in ballo.

E appare soltanto quando decide di uscire da quel suo particolare stato di trance.

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Mauro viaggia spesso per lavoro e usa la sparizione mentre guida la macchina, per non perdere tempo quando incontra un posto di blocco.

Appena scorge in lontananza la pattuglia delle forze dell’ordine concentra il focus dei pensieri sulla frase: “Quest’auto è invisibile” e lascia che ogni cosa dentro di lui perda importanza, mentre quelle parole catturano totalmente la sua attenzione.

L’uomo non sa dire cosa succede realmente, sa soltanto che nella mente tutto scompare e quel niente diventa una realtà intima e pervasiva.

Dura pochi minuti.

Perché, superato il posto di blocco, Mauro riporta l’attenzione su di sé e sulla strada, affermando con sicurezza: “Adesso la macchina è visibile”.

In questo modo ripristina la quotidianità ed evita gli infortuni.

Un’auto che non si vede, infatti, potrebbe causare spiacevoli incidenti.

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Elena ha frequentato una Scuola di Illuminazione e spesso si allena a sparire e apparire.

Entrare e uscire senza farsi vedere da un luogo dove non è stata invitata è uno dei suoi esercizi.

Un altro è fare in modo che qualcuno le rivolga la parola senza che lei debba compiere alcun gesto, soltanto richiamandone l’attenzione con la forza della volontà.

Alla Scuola di Illuminazione le hanno spiegato che la maestria della vita è contenuta nella capacità di muoversi assecondando l’ordine delle cose e osservando ciò che succede con attenzione, pronti a porgere aiuto se è necessario ma anche a farsi da parte rispettando l’ecosistema.

Proprio come fanno gli animali quando curano i loro piccoli o si nascondono dai predatori.

Carla Sale Musio

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Lug 15 2021

ALLATTAMENTO E PREGIUDIZI

“Quanti anni ha il tuo bambino? Lo allatti ancora?”

Questa è una delle tante frasi che spesso, le mamme che allattano, si sentono dire, talvolta accompagnata da un mix di stupore, incredulità e sdegno.

Ma com’è che un atto relazionale unicamente chiamato a coinvolgere principalmente la diade (e poi la triade) diventa oggetto di approvazione o disapprovazione sociale?

In parole povere, perché alle persone da fastidio una mamma che allatta un bimbo che non è più un neonato?

Sono diversi i pregiudizi e le pressioni sociali che ruotano attorno alle tematiche dell’allattamento, e spesso essi provengono da contesti talmente vicini alla mamma o si compiono in maniera così pressante che la mettono in crisi nel filtrare e proteggere se stessa e le scelte fatte con il suo bambino dagli attacchi esterni.

I pregiudizi rivolti alle mamme sono molteplici: la donna che allatta oltre il divezzamento (introduzione di altri cibi dopo il sesto mese di vita) viene spesso vista come una madre che non è in grado di ritagliarsi i suoi spazi personali, una madre totalizzante che non riesce a staccarsi dalla simbiosi con il suo bambino, una madre che non investe nella relazione con il partner e una donna che opta per tutta una serie di rinunce lavorative e sociali annullandosi nella sua individualità.

Ancora una volta il ruolo della donna viene visto in maniera passiva e succube.

Questo stereotipo arriva come contro-reazione alla cultura arcaica e maschilista in cui la donna viene concepita tale unicamente nei suoi ruoli di madre e moglie.

Per far fronte a questo pregiudizio quindi, si è creato il pregiudizio opposto: la donna è tale solo quando non è moglie e madre, di conseguenza si ricade comunque nello stesso errore di considerare una mamma come un essere passivo e non dotato di una propria autonomia decisionale.

Perché bisogna cadere per forza dentro questi schemi stereotipati e privi di flessibilità?

Perché una donna che allatta non può, allo stesso tempo, avere una relazione soddisfacente con il proprio partner ed essere libera di gestire la propria attività lavorativa e la sua vita sociale tenendo anche conto dei suoi bisogni e della responsabilità che ha deciso di assumersi come genitore?

Restituiamo alle donne la giusta immagine di persone libere e autonome nelle scelte che le riguardano poiché rimandando ad esse tale visione stiamo davvero mettendo fine ai pregiudizi che ruotano attorno a qualsiasi scelta ed andiamo verso la consapevolezza che ogni persona sia unica nella propria complessità.

Martina Mastinu

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Lug 09 2021

GENITORI BABBANI E BAMBINI MAGHI: un’evenienza molto frequente

Nascere in una famiglia di babbani per un mago significa spesso vivere in mezzo alle difficoltà, soprattutto durante l’infanzia.

Infatti i babbani ignorano la magia e considerano importante solo ciò che si può toccare, misurare, pesare e, soprattutto, monetizzare.

Al contrario, essere maghi comporta una percezione attenta ai richiami del mondo interiore e in contatto con la natura e i suoi poteri.

I piccoli maghi seguono le proprie intuizioni con la stessa attenzione con cui ascoltano le parole dei grandi e questo può generare confusione quando gli adulti deridono i saperi magici.

Lo stigma della diversità (o, peggio, dell’anormalità) incombe sull’identità dei giovani che, per paura dell’emarginazione, non sempre riescono a mantenere vive in se stessi le capacità creative.

Capita spesso che i bambini, sentendosi derisi e criticati a causa della loro sensitività, finiscano col cancellare le tracce di quella conoscenza ancestrale per conformarsi ai dettami della concretezza, della produttività e dell’omologazione.

Ma la magia non può essere eliminata dalla psiche con un atto di volontà e questo fa sì che, nonostante i tentativi camaleontici di trasformare se stessi, i maghi finiscano per sentirsi fuori posto in un mondo che ignora l’esistenza dell’invisibile e la profondità della vita.

Ecco quindi che spesso si rivolgono agli psicologi per ritrovare le chiavi delle loro potenzialità creative.

L’amore è la magia più grande che esista.

Tuttavia, proprio per amore, i piccoli possono arrivare ad annullarne le tracce in se stessi nel tentativo di sentirsi apprezzati da chi si prende cura di loro.

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ANNIENTARE L’AMORE NON È POSSIBILE

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Neanche quando lo si fa per amore.

E la sofferenza che consegue a questi sforzi rende insicuri, fragili e spaventati.

I maghi nati da famiglie insensibili alla magia sono costretti a scoprire il potere creativo senza ricevere nessun aiuto e devono fare costantemente i conti con la propria inesperienza.

I fenomeni naturali accadono sempre e comunque, ma la mancata conoscenza delle risorse interiori rende inquieti e inquietanti agli occhi di chi ha ottuso la propria intuizione e per principio non vuole comprenderli.

Per fortuna la natura dona spontaneamente suo aiuto.

E la crescita di questi bambini è costellata da eventi misteriosi (e provvidenziali) che, come fiammelle nel buio, insegnano la presenza della magia.

Sono manifestazioni naturali venute a ricordare all’umanità l’esistenza di un potere più grande della ragione (e del bisogno di controllo), fenomeni che sovvertono le leggi della fisica per fare spazio ai codici del cuore.

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STORIE DI AMORE E DI MAGIA

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Martina ha dodici anni ed è in viaggio con la scuola.

Una mattina si sveglia presto e… l’assale la nostalgia.

Non è mai stata tanti giorni lontana da casa.

Le mancano le chiacchiere con la mamma e le sorelle.

Vorrebbe sentirle al telefono, ma si vergogna di quella dipendenza.

Teme di sembrare ancora una bambina agli occhi delle sue compagne di stanza.

Per rincuorarsi scorre le foto archiviate sul cellulare.

“Chiamatemi voi…” pensa tra sé.

Passano pochi minuti.

E lo schermo si illumina.

È la mamma!

“Tesoro, come stai? So che sarai di fretta ma volevo sentirti solo un momento…”  

***

Quando ha bisogno di qualcosa Rebecca chiude gli occhi e lascia che la sua intuizione le mostri dove può trovarlo.

È un metodo infallibile.

Nella sua mente compaiono immagini o consapevolezze che indicano i luoghi in cui può recuperare o acquistare proprio ciò che sta cercando.

In genere usa questa capacità per scoprire velocemente i capi di abbigliamento che le piacciono a un prezzo conveniente.

La paghetta settimanale non è alta e per stare nelle spese Rebecca deve fare appello alle sue risorse… magiche.

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Da qualche tempo un cane randagio gironzola intorno alla scuola.

Manuela ha sette anni e osservandolo dalla finestra della sua classe nota l’espressione triste dell’animale.

Al termine delle lezioni, mentre aspetta che la vengano a prendere, si ferma ad accarezzarlo.

È un bastardino giovane che le scodinzola e subito la segue convinto di essere il suo cane.

La bambina vede arrivare l’auto dei genitori e gli regala gli avanzi della merenda, allontanandosi velocemente per evitare che lui la segua.

“Non crederai davvero che mi venda per un po’ di cibo?! Volevo solo essere tuo amico…”

La piccola si volta.

Il cane è fermo davanti ai biscotti sparsi per terra.

Anche se non se lo spiega, Manuela è certa che a parlare nella sua testa sia stato lui.

D’impulso torna indietro e lo prende in braccio.

“Mamma ho trovato un cane, ti prego… possiamo tenerlo con noi?”

E farà l’impossibile per riuscire a portarlo a casa.

Da quel momento il cane la seguirà ovunque, dialogando in quel modo silenzioso che solo lei capisce senza poterlo raccontare a nessuno.

Carla Sale Musio

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Lug 03 2021

ALIENATI DALLA RESPONSABILITÀ GENITORIALE

Quando si parla di alienazione parentale ci si riferisce all’esercizio da parte di un genitore di pressioni psicologiche sui figli, che sono pregiudizievoli nei confronti dell’altro genitore.

Chi agisce questo meccanismo, consapevolmente o meno, viene definito genitore alienante mentre chi lo subisce viene definito genitore alienato.

Questo atteggiamento avviene, o comunque viene segnalato, nei casi di separazioni coniugali.

Ma cosa succede nella dinamica di coppia?

Perché un genitore arriva ad escludere l’altro e come mai un genitore si sente escluso?

Cerchiamo di vedere la dinamica senza cercare colpevoli iniziali, senza cercare vittime e carnefici ma attribuendo una responsabilità adulta ad entrambe le parti.

Quando avvengono meccanismi di alienazione partiamo dal presupposto che ci sia una elevata conflittualità di coppia, gli ex partner si “dichiarano guerra” per il fallimento della loro relazione, spostando il conflitto sulla genitorialità e quindi usando come scudo di protezione/attacco i figli che diventano, di conseguenza, coloro che accusano maggiormente il colpo poiché usati strumentalmente (e spesso non consapevolmente) per colpire l’altro genitore.

Sia chi aliena che chi viene alienato sostiene di non agire alcuna guerra nei confronti dell’ex partner ma spesso non si esime da:

  • critiche e giudizi sul suo comportamento davanti ai figli,

  • denigrazioni esplicite mentre parla del “fallimento” della relazione coniugale,

  • attribuzioni causali unicamente al partner che diventa il colpevole o il responsabile della maggior parte dei tracolli,

  • non rispettare gli accordi stabiliti perché esiste sempre una scusa “per il bene dei bambini”,

  • raccontare ai figli la propria versione dei fatti senza filtrare argomenti delicati che per loro risultano pesanti e ingestibili.

Cosa succede psicologicamente nei figli?

I figli tirati in ballo dentro queste questioni vivono un senso di divisione fortissimo.

L’amore che provano nei confronti di entrambe i genitori è costantemente messo alla prova davanti ai continui rimandi, da parte dell’altro genitore, di inadeguatezza incapacità, menefreghismo e cattiveria.

Il tentativo di crearsi una immagine sufficientemente adeguata e in linea con il sentimento che provano è continuamente minato e il procrastinarsi di questi tentativi è fondamentale per un figlio che necessita di integrare a sé un’immagine positiva degli adulti di riferimento poiché necessaria per la propria crescita.

Immaginate però quanta fatica se da un lato c’è un figlio che crea e dall’altro ci sono genitori che distruggono.

Il più delle volte accade che i figli, per salvaguardare la loro integrità mentale, sono costretti a scegliere, e tale costrizione non proviene da una richiesta esplicita di un genitore ma è inevitabile in relazione alle circostanze e alla forte pressione psicologica che vivono; come se fosse il tentativo di sottrarsi al conflitto.

Avviene generalmente che i figli si alleano con il genitore alienante che in genere è colui con il quale essi vivono principalmente, e quindi, mettono da parte tutte le emozioni positive che nutrono nei confronti dell’altro genitore, negandosele, in modo da accettare un’unica versione dei fatti, nella propria mente, che è quella del genitore con cui si alleano.

La triste realtà è che molti genitori si convincono che il figlio “sia stato in grado di capire veramente chi era l’altro genitore” senza minimamente pensare al danno che gli si è arrecato nel portarlo davanti ad un bivio inevitabile e portandolo a sopprimere i sentimenti verso l’altro genitore.

Ma non è finita qui…

Spesso questi figli iniziano ad avere manifestazioni di rabbia o crisi d’ansia e attacchi di panico.

Da dove hanno origine questi sentimenti?

Essi sono l’esatta negazione dei sentimenti nutriti nei confronti dell’altro genitore e negati.

Dal momento che il figlio non si sente libero di esprimere ciò che prova per il genitore distante, il suo inconscio lo spinge a tirar fuori questi sentimenti attraverso sintomi creativi o modalità relazionali disfunzionali e dolorose.

Il genitore che “aliena” deve essere quindi ben consapevole del fatto che sta usando i propri figli come valvola di sfogo e che arreca un grave danno in termini di sviluppo psicologico e relazionale sui propri figli.

Tale danno non si esprime solo nella relazione con il genitore ma spesso con le relazioni amorose che il figlio avrà (o che non riuscirà ad avere).

Avere consapevolezza di ciò è una importante responsabilità adulta e genitoriale poiché come genitori si è chiamati a tutelare e a salvaguardare il benessere dei propri figli, non solo fisico ma anche psicologico e sociale.

Non demonizziamo però solo il genitore che aliena.

Nelle dinamiche relazionali, come già detto, non cerchiamo una linearità e una logica causa effetto ma le vediamo da un punto di vista sistemico.

Smascheriamo così il genitore alienato ponendolo davanti alle sue responsabilità.

Anche egli, non da meno dell’altro, agisce una guerra silente ponendosi come vittima e spesso usando questa come “scusa” per non agire correttamente.

Anche il genitore alienato, nelle ridotte possibilità di relazione con i propri figli, non perde occasione per denigrare l’altro genitore, per sottoporre i figli a interrogatori, per deresponsabilizzarsi delle proprie azioni o comportarsi con i figli in maniera totalmente differente rispetto all’altro genitore, senza tener conto dei bisogni reali e oggettivi dei propri ragazzi e, di conseguenza, entrando in conflitto esplicito con l’altro genitore.

In molti casi avviene che essi non si preoccupano della quotidianità dei figli e lasciano che sia l’altro genitore a farsi carico degli oneri perché “tanto se ne occupa lui” o fanno delle scelte senza tener conto del proprio ruolo genitoriale.

In questi casi i figli, non sentendo un clima sereno nemmeno nella relazione con il genitore alienato, decidono di prenderne le distanze, semplicemente sposando totalmente la versione dell’altro genitore ma dando anche il via a al generarsi di tutto ciò sopra descritto.

Quale sarebbe allora una soluzione?

Cercare di fermare il più possibile questa dinamica iniziando con una importante assunzione di responsabilità a partire da ciò che ha portato alla fine della relazione coniugale, fino all’accettazione e consapevolezza che il ruolo genitoriale, non solo va differenziato da quello coniugale, ma deve continuare in maniera ragionevole e considerante del benessere dei figli.

In questi casi è fondamentale farsi aiutare, riuscire a tirare le somme e a mettere un punto emotivamente alla relazione di coppia e a guardarla in termini evolutivi.

Ciò consente di focalizzarsi unicamente sulla genitorialità e di trovare modalità comunicative efficaci.

I figli che hanno due genitori hanno diritto ad avere una buona relazione con entrambi, hanno diritto ad esprimere le emozioni che provano nei confronti di entrambi ed entrambi i genitori hanno il dovere di tutelare tutto questo.

Martina Mastinu

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Giu 26 2021

I MAGHI, LA MAGIA E… LA MODA

Per i maghi è spesso difficile nascondere le tracce di una creatività miracolosa e imponente.

L’uso delle forme e del colore appartiene a una conoscenza ancestrale capace di utilizzare i poteri delle frequenze energetiche e luminose.

Per questo chi è in contatto con la magia fatica a seguire le mode.

E, a volte, può avere un look  poco comprensibile per i babbani.

I maghi sanno che il corpo è un’antenna e possiede una risonanza plastica proprio grazie alle forme, ai colori e agli oggetti con cui entra in risonanza.

Questa consapevolezza li porta a scegliere l’abbigliamento rispettando la connessione interiore e valorizzando ciò che vogliono richiamare in se stessi, a prescindere dalle usanze.

Un tempo, quando le energie sottili erano meno presenti nella vita quotidiana, i cappelli a punta e i mantelli venivano usati per creare una connessione con l’immensità del cielo e le profondità della terra, sviluppando il contatto con la Totalità.

Oggi i tempi sono cambiati, le frequenze energetiche sono sempre più coscienti nella percezione umana e la magia si esprime grazie all’ascolto delle forze che animano il mondo interiore.

Negli anni Duemila ogni mago predilige forme e colori in funzione dei poteri che intende manifestare.

Sono scelte che possono risultare diverse rispetto all’omologazione prevista dalle multinazionali della moda e a volte inconsuete agli occhi dei babbani.

Tuttavia, proprio questa connessione tra mondo interno e mondo esterno permette l’emergere delle forze naturali e l’espressione della magia nella vita di tutti i giorni.

Per i maghi la sincronicità è la bussola che conduce nel posto giusto al momento giusto, assecondando il filo delle coincidenze significative.

Proprio come gli animali ritrovano la strada di casa a dispetto della distanza e delle difficoltà, chi si apre alla magia segue il proprio percorso evolutivo permettendo alla natura di fare il suo corso.

I colori e le forme sono codici in grado di attivare gli archetipi interiori e abbandonarsi ai loro poteri è un modo di entrare in contatto con una sapienza ancestrale e potente.

La magia è quel percorso di crescita personale che ci ricongiunge alla vita, liberandoci dalla pretesa egocentrica del controllo (che invece ossessiona i babbani).

La fiducia in qualcosa di GRANDE e PERFETTO può risultare incomprensibile per la logica ma è incisa a fuoco nell’anima.

E il cuore ne accoglie d’istinto i richiami.

I maghi sanno usare la ragione per muoversi nella fisicità mentre permettono al potere affettivo di liberare tutte le sue potenzialità nelle dimensioni immateriali.

Dalla coesistenza della razionalità con l’amore prendono forma la creatività, la libertà e la magia, mentre i miracoli si manifestano nel mondo.

Carla Sale Musio

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Giu 20 2021

IMPARARE A PARTORIRE DA MAMMA GATTA

La società accompagna le donne al parto in svariati modi: dai corsi preparto con figure specializzati e competenti, che preparano le donne al grande evento fornendo loro una serie di conoscenze nuove ed efficaci, agli incontri informali tra donne che si riuniscono in momenti di confronto e condivisione pratica ed emotiva.

Che la donna crei la propria rete di riferimento non solo è funzionale ma fondamentale affinché, nel momento in cui sente di averne necessità, attiva automaticamente il canale di cui necessita.

Ciò che spesso viene by-passato o trascurato è la centralità del ruolo della donna durante il parto.

Tutte queste nozioni rischiano di disperdere e non canalizzare la donna verso le sue competenze, verso la sua natura biologica e istintuale che è l’unica vera componente che si attiva nel momento del parto.

Non essendo animali, tendiamo ad usare la nostra parte razionale e consapevole anche durante il parto trascurando il fatto che il parto stesso non appartiene al dominio della razionalità e che quindi quest’ultima deve essere usata coscientemente lasciando comunque il dominio alla parte istintiva.

Accade sempre di più che prevale la necessità di aver consapevolezza e il bisogno di esercitare un controllo per potersi fidare del proprio corpo piuttosto che affidarsi incondizionatamente.

Un bambino che impara a camminare si affida alle proprie percezioni e sensazioni, non ragiona sul movimento delle gambe, sull’angolazione delle ginocchia o sulla lunghezza del passo ma ascolta il suo istinto assecondando i segnali del proprio corpo e lasciandosi guidare dalle proprie emozioni.

Lo stesso dovrebbe avvenire durante il parto.

Il corpo della donna è biologicamente predisposto a partorire (escludendo particolari condizioni patologiche) eppure la società adorna la donna di conoscenze tecniche piuttosto che accompagnarla verso una consapevolezza di sé ed una fiducia nel cogliere e interpretare adeguatamente i segnali del proprio corpo ed il proprio stato emotivo.

Quanto diventa importante quindi aiutare la donna a riconoscere la propria parte istintiva e animalesca?

Legittimarla nella ricerca dei suoi bisogni intimi e unici?

Indirizzarla verso una connessione profonda con la creatura che porta nel suo grembo in quanto unico vero braccio destro nel momento del parto?

Sapere di essere in grado di farlo è il primo grande passo verso la riuscita di un buon parto.

Pensare che il proprio parto dipende solo e unicamente da fattori esterni rischia di portare la donna a non fidarsi di se stessa, a mettersi in una posizione down e a vivere passivamente un momento fondamentale che diventa anche attivatore delle responsabilità successive verso il nascituro.

Se ci pensiamo sono solo madre e figlio che, insieme, collaborano per uno stesso obiettivo: la vita.

Mettiamo allora i riflettori sulla donna, sul suo potere, sulle sue competenze innate.

Aiutiamola a fidarsi di ciò che sente piuttosto che dare maggior enfasi all’operato altrui. 

Il parto è suo, è un passaggio personale, intimo e unico, sacro e non condivisibile.

Quando ero piccola passavo le ore ad osservare le mie gatte.

Ero presente e partecipe a tutte le fasi della maternità.

Dall’accoppiamento all’allattamento e all’educazione primaria.

Quando i pancioni diventavano sempre più grossi, preparavamo delle ceste calde e confortevoli in modo che avessero un posto dignitoso per partorire ma, ogni volta, arrivava una forte delusione: sparivano per qualche giorno e poi si facevano rivedere giusto per prendere un boccone, –con i pancioni vuoti e le mammelle intrise di latte.

E le cucce erano vuote!

Cosa facevano le mamme gatte?

Sicuramente sapevano di avere delle ceste comode e calde ma attivavano comunque la loro parte istintiva e protettiva per il loro bene e quello della prole.

Ricercavano dapprima un posto che le facesse sentire al sicuro e partorivano indisturbatamente senza l’aiuto di nessuno, semplicemente affidandosi alla loro natura.

Martina Mastinu

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Giu 14 2021

MAGIA E DIVERSITÀ

Per la specie umana la magia è una diversità pericolosa.

E questo spiega perché chi ne è dotato spesso se ne vergogna e la nasconde.

A volte anche a se stesso.

Nella società dei consumi essere maghi non è considerato un pregio: bisogna ascoltare i dettami della pubblicità e comprare ciò che fa bene all’economia (dei pochi che governano i molti) senza porsi domande e, soprattutto, senza agire autonomamente per cambiare la realtà.

I maghi sentono forte il richiamo della magia e sanno che l’autonomia e la libertà sono due facce di una stessa medaglia: senza autonomia non si può essere liberi e senza libertà la vita diventa una prigione.

Questo stile di pensiero costituisce una diversità in contrasto con la docile ubbidienza indispensabile a gestire i consumatori.  

A differenza dei maghi i babbani sono orgogliosi di essere consumatori e amano il telegiornale, la razionalità priva di sentimento e il controllo (che deriva dalla certezza che non esista nulla la di fuori di una concreta materialità).

I maghi vivono in se stessi la forza di ciò che non si vede e (anche se a volte cercano di ignorarla) avvertono la presenza di qualcosa che trascende la ragione e dà forma all’esistenza.

Qualcosa che i puri chiamano amore e i duri deridono (per poter coltivare la prepotenza).

L’amore è la forma più alta della magia e ignorarne il potere significa rinunciare alla vita.

Chi nasce con la percezione del sapere che deriva dall’amore porta le stimmate della magia e incontra tante difficoltà quando vive in un mondo che preferisce credere nella competizione e nella legge del più forte come se queste fossero delle divinità.

Solo col tempo e con la crescita queste potenzialità interiori si dispiegano nella psiche liberando le forze necessarie a compiere i miracoli.

La via del mago è un percorso di conoscenza fatto di un continuo ascolto di sé e degli altri.

Un percorso che porta a scoprire la formula magica: Tutto è uno.

Tutto è uno è la sintesi di un sapere profondo e rivela il suo potere solo quando se ne è compreso il valore dentro sé stessi.

La ragione si ferma davanti a quel messaggio incomprensibile nello spazio ristretto della fisicità.

E il cuore si avventura da solo nell’ignoto: fragile come il cristallo, irriducibile  come la natura, potente nella sua misteriosa verità.

Carla Sale Musio

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Giu 08 2021

LA TRAVERSATA

Insopportabile l’odore di nafta e poi quei corpi addossati, la paura delle onde che crescono, il pianto del bambino: il suo, legato al seno con una stoffa ampia, ma spaventato anche lui, come tutti.

***

La traversata era breve, le avevano detto, e tra la partenza e l’arrivo il tempo sarebbe migliorato: c’erano delle nuvole, ma non bisognava temerle.

Al massimo, qualche spruzzo di pioggia.

E poi, per una vita migliore non si poteva correre qualche rischio?

Tutti i suoi risparmi per quella traversata: lei e suo figlio, nel tentativo di raggiungere un’altra vita.

Ma era stato faticoso anche arrivare allo scalo da cui partire.

Lei ripensa ai momenti che hanno preceduto quella scelta: la paura della guerra, le stragi nel suo paese, la povertà, il desiderio di una vita migliore per lei e il bambino, la voglia di raggiungere il suo uomo, partito da mesi, che la aspetta e che ancora non conosce quel figlio che lei si lega addosso.

***

Ma, d’improvviso, il mare si agita: la barca è leggera, si scuote da prua.

Le onde crescono.

“Quanto sono alte”, pensa la donna, che prima di allora non aveva mai visto la distesa marina.

***

Finalmente compare la costa.

Alcuni si alzano in piedi, altri ringraziano, altri ancora pregano.

Ma poi, la disperazione.

Il mare si gonfia ancora, attacca il legno fragile, lo rovescia.

Le urla.

Le braccia che si agitano nel tentativo di aggrapparsi, l’acqua salata che entra in gola e ti chiude il respiro.

Il mare è freddo, duro, pesante.

Lei ha solo un pensiero: “Salva il mio bambino”.

Ma nessuno la ascolta.

***

Scendono verso il fondo lentamente, lei e suo figlio, legato al seno da una stoffa ampia.

Non pensava fosse così facile: sembra un sonno profondo la morte, come quello del bambino che si aggrappa a lei, ma non respira.

Poi si poggiano piano.

Il mare non è molto profondo in quel punto.

***

Intorno alla madre e al figlio si affollano le creature del mare: delfini, mante, cernie, dentici, polpi e altri esseri ancora.

Li stanno a guardare.

Tante volte hanno visto altri corpi adagiarsi sul fondo: le correnti li muovono piano, come per invitarli a danzare.

Gli esseri del mare spingono la madre e il bambino con i musi o con le pinne, sperando di svegliarli.

Ma si arrendono con dolore.

***

Ed ecco si avvertono suoni lontani: accompagnato da creature dell’acqua, che danzano e cantano, giunge il Signore del Mare.

Si avvicina alla donna e al bambino, li contempla, si commuove.

Ne ha visti tanti, troppi morire, uomini soprattutto, che lottavano disperati prima di arrendersi.

Ma quella maternità spezzata lo sconvolge.

Allora decide.

***

Tocca la donna e il figlio con un gesto leggero, quasi paterno.

E accade il prodigio: i due corpi si scuotono, prendono vita.

La pelle risplende, le gambe si uniscono: sono code flessuose.

Le braccia si trasformano in pinne.

I visi si allungano, gli occhi si stringono.

La madre e il figlio si muovono come se fossero nati in quel mare.

Sono due delfini adesso: una madre e un figlio.

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Non credevano fosse facile vivere ancora.

Si accostano alle altre creature, che si stringono intorno e li accolgono.

Adesso i loro corpi accarezzano l’acqua, che scivola sulla pelle e risuona.

Sembra una voce antica, sonora come il respiro del mondo.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com con il n° 157507 del 25.5.2021

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Giu 02 2021

TERAPEUTI E PAZIENTI: il simile attira il simile

Ogni psicoterapeuta… ha i pazienti che si merita.

E ogni paziente… ha i terapeuti che si merita.

La legge di attrazione diventa evidente negli studi di psicoterapia.

Per una risonanza inconscia, infatti, a chiedere aiuto spesso sono proprio le persone che presentano gli stessi problemi del terapeuta a cui si rivolgono.

Quest’ultimo si trova così a svolgere contemporaneamente un doppio lavoro: su se stesso e su chi ha davanti.

Come ho detto tante volte, in questo mestiere l’abilità consiste nel calarsi nel mondo dell’altro fino a vedere le cose dal suo punto di vista.

L’aiuto diventa possibile solo quando il terapeuta può accogliere quelle problematiche dentro di sé, senza negarne l’impatto e senza venirne travolto.

La capacità di mettersi costantemente in discussione affianca l’aggiornamento e i titoli necessari a svolgere questa professione.

Professione in cui il terapeuta più bravo sarà quello capace di accogliere in se stesso il maggior numero di difficoltà.

I pazienti condividono la storia della propria vita e si sentono capiti quando chi li ascolta può accompagnarli in fondo al loro inferno, senza paura e senza giudicare.

Da questa condivisione prende forma l’alleanza terapeutica e la possibilità di svolgere un lavoro costruttivo.

L’accettazione nasce da una comunanza del sentire e dalla capacità di gestire una medesima esperienza esistenziale.

Esperienza esistenziale che nel caso del terapeuta deve prima essere stata risolta dentro di sé per permettere l’accompagnamento efficace di chi chiede aiuto.

Esiste un magnetismo che guida le scelte di ciascuno, portandoci al posto giusto nel momento giusto per aiutarci a crescere.

La scelta del terapeuta non sfugge a questo criterio.

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Il simile attira il simile

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E ogni terapeuta attira… proprio quelle persone che lui stesso ha bisogno di curare

Ecco perché i terapeuti devono periodicamente chiedere aiuto ad un altro collega per lavorare su di sé e sulle proprie difficoltà.

Difficoltà sollecitate costantemente dalla professione che hanno scelto.

La frase mistica:

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IO SONO TE E TU SEI ME

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diventa evidente quando si scende alla ricerca delle radici che sostengono i comportamenti.

Credo che tutti siamo attratti da ciò che riecheggia intimamente in noi stessi e scegliamo amici, letture, spettacoli, svaghi… in armonia con il nostro modo di essere.

L’inconscio guida le scelte molto più di quanto siamo disposti ad ammettere e ci conduce al posto giusto nel momento giusto secondo una logica evolutiva difficile da capire con la rigida scientificità della concretezza, ma evidente a chi guarda la vita con gli occhi dell’anima.

Il bisogno di crescere e di migliorarsi dà forma all’esperienza che siamo venuti a compiere in questa dimensione fisica e nella scelta della psicoterapia ci porta a individuare chi conduce la stessa battaglia e percorre lo stesso sentiero evolutivo.

Questo fa sì che ogni paziente si senta attratto proprio da un terapeuta e non da un altro.

E per lo stesso motivo, ogni terapeuta deve costantemente monitorare il proprio mondo interiore lavorando instancabilmente per riconoscere i suoi vissuti mentre ascolta e comprende quelli degli altri.

Solo così potrà aiutare chi gli chiede aiuto, facendo emergere le strade che permettono il cambiamento.

Carla Sale Musio

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Mag 27 2021

PADRI E MADRI: una potente connessione emotiva

Culturalmente si tende ad associare la gravidanza ed il periodo perinatale alla madre, vedendo il padre come un “donatore di seme” o comunque una figura più marginale rispetto al ruolo materno.

Eppure i padri sono sempre più emotivamente spinti verso la partecipazione attiva, non solo in termini di collaborazione pratica ma anche e soprattutto rispetto allo spazio emotivo che vanno ad occupare.

Sono diversi gli studi che riconoscono quanto i padri siano emotivamente coinvolti durante il periodo perinatale e spesso gli stati mentali degli stessi possono essere significativamente connessi con quelli delle loro compagne, al punto che si riscontrano, sempre più frequentemente, delle oscillazioni o stati affettivi nei neo papà paragonabili a quelli materni, nonostante si esplichino, nel concreto, in maniera differente.

Quando gli stati mentali dei padri sono significativamente connotati in maniera negativa e quindi quando troviamo padri con toni depressi, ansiosi o che mettono in atto comportamenti destabilizzanti e controproducenti, tali aspetti possono incidere sulla relazione madre – figlio dalla quale emergono difficoltà e criticità.

Di fatto, in condizioni favorevoli e soprattutto a partire dalla gravidanza, un ruolo paterno efficace consente alla donna di sentirsi protetta in una fase in cui la percezione di vulnerabilità è maggiore e pone le basi anche per una relazione madre bambino maggiormente adeguata.

Tra madre e padre è fondamentale che si crei una potente connessione emotiva in cui ognuno assolve il proprio ruolo in maniera serena, consapevole e riconosciuta dall’altro.

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UNA STORIA VERA

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Paola è una neo mamma che si sente costantemente sbagliata e in difetto.

Da quando è nato il suo bambino si sente giudicata da tutti, e tutte le persone che la circondano dispensano in continuazione consigli non richiesti distogliendola da quelle che sono le sue priorità.

Non da meno il compagno Claudio che risente tantissimo dei momenti in cui Paola allatta… 

Per Claudio l’allattamento non ha tutto quel valore decantato, ma nel suo profondo, egli lo vive come un momento in cui lui non esiste, si sente impotente e inutile, quindi si schiera con tutti gli altri familiari che stuzzicano Paola nel passare al latte artificiale con la scusa di stancarsi meno e coinvolgere anche Claudio nell’allattamento.

Paola e Claudio arrivano in terapia paradossalmente con lo stesso stato emotivo, entrambi si sentono incompresi dall’altro e non sostenuti.

Nel momento in cui Claudio prende consapevolezza del fatto che l’allattamento risveglia in lui un normale senso di difficoltà nel costruirsi un ruolo definito, comprende che in realtà non può e non vuole ostacolare l’allattamento di Paola e di conseguenza sente il bisogno di sostenerla e proteggere la relazione con il loro bimbo: sostanzialmente si dà un ruolo anche durante l’allattamento concependosi come parte attiva, unica e indispensabile.

Allo stesso tempo Paola comprende che Claudio non vuole ostacolare l’allattamento ma sente il normale bisogno di essere coinvolto; questa consapevolezza la porta a sentirsi vista, protetta e compresa, di conseguenza lei stessa sente maggiormente il bisogno di coinvolgere Claudio.

In questo modo entrambi iniziano a sintonizzarsi sui loro reali bisogni, sulle loro normali difficoltà e soprattutto ad essere maggiormente empatici e liberi nel parlare delle loro emozioni.

Di conseguenza riescono a creare e costruire una relazione intensa e unica con il proprio bimbo senza vivere sensi di colpa o senso di estraneità.

Martina Mastinu

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