Archive for the 'Psicoterapia' Category

Dic 10 2019

OMOLOGAZIONE ALIMENTARE: mangiare per far bella figura in società

La percezione della propria individualità va di pari passo con l’egoismo e l’arroganza che accompagna i comportamenti della specie umana.

Si dice che l’uomo sia il predatore più terribile del pianeta.

E se guardiamo la distruzione che sta dilagando nel mondo non possiamo che verificare la realtà di questa affermazione.

Il bisogno di manifestare se stessi, però, si accompagna al desiderio di appartenenza e alla ricerca di approvazione sociale.

Dal punto di vista etologico gli esseri umani sono animali da branco, cioè hanno bisogno di riconoscersi gli uni negli altri per poter sopravvivere.

Questo crea non pochi problemi nella psiche umana.

Infatti, la spinta a emergere individualmente si scontra con la ricerca di approvazione, determinando i comportamenti gregari e le tante maschere volte a nascondere i lati poco condivisibili del carattere.

La verità è una dote rara per gli uomini.

Gli animali, invece, ne fanno una regola di vita imprescindibile.

Così, mentre le altre specie viventi gestiscono con autenticità le relazioni (anche a costo della sopravvivenza) gli esseri umani ricorrono spesso alla falsità, perdendo fiducia nella vita.

Essere amati è più importante che essere sinceri e questo autorizza ad abiurare tutto ciò che contrasta il credo della maggioranza.

L’alimentazione non sfugge a questa regola.

Pranzi e cene in compagnia sono i momenti d’incontro più gettonati e per ottenere il consenso degli altri siamo pronti anche a rinunciare alla salute.

È risaputo che cibi cucinati, elaborati e tossici ammalano gravemente l’organismo provocando nel tempo tante sofferenze.

Tuttavia, vittime di una pericolosa ipnosi di massa (gestita ad arte in funzione dei bisogni dell’economia) preferiamo non occuparci della salute in favore di una più impellente ricerca di approvazione sociale.

Cambiare stile alimentare significa diversificare le proprie scelte da quelle di chi abbiamo attorno e proporre modi nuovi per stare insieme.

Per uscire dai meccanismi compulsivi che oggi tengono in piedi il mercato alimentare e i guadagni delle multinazionali occorre fermarsi e ascoltare la voce silenziosa che parla alla nostra solitudine.

Solo accettando la diversità, infatti, è possibile stare insieme e costruire un mondo a misura di ciascuno.

L’omologazione livella la creatività nel conformismo e impedisce l’espressione della verità individuale trasformandoci in un popolo di consumatori senza volto.

E, soprattutto, senza cuore.

L’amore è qualcosa che sfugge alla mercificazione, al consumismo e all’economia.

Segue codici diversi da quelli del guadagno.

Osserva senza giudicare, cresce nella libertà e permette un benessere altrimenti impossibile.

Solo grazie al contributo unico e originale di ogni creatura l’esistenza trova compimento e acquisisce un sapore autentico.

Utilizzare l’alimentazione per sentirsi accettati in società porta a vivere dentro una prigione fatta di tanti gusti diversi ma priva della salute che deriva dalla spontaneità e dal confronto dei valori interiori di ciascuno.

Carla Sale Musio

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Dic 04 2019

LA SCELTA

I compleanni gli pesavano addosso e oramai non li festeggiava.

Si limitava a ringraziare per gli auguri che riceveva e che diventavano sempre più scarsi.

Infatti, quasi tutti i parenti e gli amici erano andati via, sottratti da malattie o dal tempo: alcuni di loro, però, erano sicuri di ritrovarsi altrove e di finire quella partita a briscola, magari per prendersi la rivincita.

***

Ogni tanto scambiava parole con il vicino di casa, vecchio pure lui, che aveva una famiglia numerosa e molti nipoti.

Attraverso i muri sentiva il chiasso dei pranzi domenicali, quando i familiari si riunivano nella casa del vicino: allora gli sembrava che, nonostante il confine delle pareti, quelle voci parlassero anche con lui.

A rallegrargli le giornate, e ormai da anni, c’era un cane: divideva con il padrone la casa e le passeggiate che il vecchio faceva lentamente, muovendosi per il quartiere e fermandosi al parco, sempre alla stessa panchina, dove lui e il suo animale aspettavano il crepuscolo.

Il rientro a casa, un pasto leggero, poi il sonno breve e interrotto.

Il cane invece sognava: e gli sembrava di correre veloce, come quando era cucciolo.

Ad ogni risveglio, si guardava in giro felice per il nuovo giorno e salutava con gioia il padrone.

***

Il vecchio trovava sempre più difficile andare avanti: era un’attesa lenta, il tempo scandito nell’aspettare quel momento.

Come sarebbe accaduto?

Avrebbe sofferto?

E cosa fare degli oggetti che ingombravano la casa?

A quest’ultima domanda rispondeva tagliando fotografie, stracciando carte ormai inutili, buttando oggetti, conservati perché raccontavano pezzi di vita, regalando tutti gli abiti che non usava.

Ma la stoffa era buona, diceva: poteva servire ancora.

Bisognava arrivare leggeri al momento finale, lo sapeva.

Aveva ancora dei pesi sulle spalle ed era troppo vecchio per reggerli.

Adesso sentiva la mancanza di una famiglia, degli affetti che altri vivevano, ma aveva deciso della sua vita molto tempo prima.

Non aveva voluto figli, né una moglie: e ormai lo affaticava anche ripensare a queste scelte.

***

Telefonò ai pochi amici che ancora gli restavano e che non vedeva da tempo: vecchi come lui, erano ospitati da parenti o vivevano in case di riposo.

Ad uno disse che gli dispiaceva per un litigio ormai lontano e si stupì nel sentire che quello non se ne ricordava più, ad un altro rivelò che una volta aveva barato a carte, perché ad assistere alla partita c’era l’unica donna che gli agitasse il cuore.

Voleva solo la sua ammirazione.

Lei aveva sorriso al vincitore, è vero.

Ma poi aveva scelto il compagno di giochi, quello sconfitto a carte.

***

Dopo lunghe meditazioni, pensò che della propria fine doveva decidere lui.

Si recò dal vicino, al quale da tempo aveva lasciato un doppione delle chiavi, e gli chiese se potesse occuparsi del cane.

Sarebbe stato via due o tre giorni, gli disse.

Poteva passare quella sera stessa a nutrire l’animale e portarlo fuori per la passeggiata quotidiana?  

Il vicino acconsentì e fu felice e stupito di sentire che finalmente l’altro si prendeva una vacanza, anche se breve.                                                                                                               

***

Poi andò in salotto.

Trovava inutile attendere ancora: tutto era compiuto, si disse.

Ormai aveva riflettuto a lungo e il momento era giunto.

***

Prese il cane: non voleva allontanarlo a forza da sé e lo rassicurò parlandogli piano, mentre lo legava saldamente ad un mobile.

C’era una trave sul soffitto: lui aveva sempre ammirato la solidità di quella casa e certo il legno avrebbe retto il suo peso.

Avvicinò una sedia, ci mise sopra un giornale: gli dispiaceva sporcarla.

Aveva una fune che gli era servita per dei lavori domestici: la provò, tirandola forte, e la sentì robusta.

Gli venne facile prepararla: poi salì sulla sedia e pose il cappio intorno al collo.

In quel momento pensò con disagio a come lo avrebbe visto il vicino, poche ore dopo.

***

Infine chinò lo sguardo verso il suo cane, inerme e legato: allora quello, come se avesse capito quanto accadeva, cominciò a guaire con sofferenza, con dolore.

E il lamento cresceva, diventava più forte.

Sembrava portare il ricordo di tutte le paure antiche: il timore del buio, la fuga dai predatori, lo sguardo impaurito dallo splendore della luna, l’angoscia per i rami degli alberi, scossi e abbattuti dai venti invernali.

Quel guaito raccontava la solitudine dei deserti, la disperazione e la fame, la fuga dai campi in fiamme, l’abbandono straziante di un amico, la desolazione davanti alla morte.  

Il cane guaiva e si agitava, cercando disperatamente di raggiungere il padrone: quel lamento gridava il richiamo antico e potente dell’amore.

E urlava la sofferenza, disarmata e pura, degli innocenti. 

***

L’uomo ne fu scosso dal profondo: il guaito del suo cane, così dolente e sconfitto, fu più forte di ogni richiamo umano, di ogni ricordo di vita.

Vide la disperazione in quegli occhi umidi.

E decise.

Per un affetto così innocente e limpido, pensò, si poteva ancora vivere.

Scese lentamente dalla sedia, si avvicinò al cane e quello lo salutò, come se fosse appena sorta una nuova alba.

Poi l’uomo prese il guinzaglio.

“E’ ancora bella questa giornata”, disse.

“Usciamo?”.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com con il n° 114356 del 10/11/2019.

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Nov 28 2019

GIOCO, AMORE, RESPONSABILITÀ E SOLITUDINE

L’amore è l’impulso che muove la vita.

E la capacità di voler bene è il requisito fondamentale per vivere una vita appagante.

Tuttavia, a voler bene si impara.

Con l’allenamento, la riflessione e un l’ascolto sincero e profondo di sé.

Nasciamo tutti con il bisogno spontaneo di amare e di essere amati.

Ma inizialmente l’egocentrismo caratterizza le relazioni e la comprensione del mondo, impedendo lo strutturarsi di un’autentica reciprocità.

Solo col tempo impariamo il valore della diversità e scopriamo la possibilità di immedesimarci con gli altri senza perdere l’individualità, ma anzi! Arricchendola di infinite sfumature fino a raggiungere una molteplicità interiore.

In questo modo l’esperienza della diversità ci conduce pian piano a ritrovare la dimensione della Totalità arricchita grazie alla consapevolezza che deriva dall’esplorazione dei particolari.

Particolari infatti lo siamo tutti.

Ogni forma di vita ci mostra una sfaccettatura di un’unica e infinita verità.

L’amore di coppia non sfugge a queste leggi e può diventare una via maestra per ritrovare la completezza di sé e la profondità dell’esistenza.

Questo dono arriva dopo tanti tentativi e tanti errori necessari a imparare come funzionano i sentimenti, l’unione, la separazione, l’altruismo, l’egoismo, l’ascolto, l’indifferenza…

Amare è un percorso di crescita personale.

Nelle relazioni le diversità tra i partner arricchiscono la vita con colori nuovi, permettendo a ciascuno di sperimentare aspetti di sé che altrimenti (forse) non avrebbe osato vivere.

Siamo uguali ma anche profondamente differenti… e questo permette di imparare gli uni dagli altri e di evolvere interiormente.

I guai cominciano quando la pretesa di cambiare il partner diventa la condizione indispensabile per poter stare insieme.

Credo che ognuno debba sempre prendersi la responsabilità di se stesso e delle proprie scelte.

Anche quando questo comporta il cambiamento o la rinuncia ai progetti fatti insieme.

Il rischio e la possibilità della separazione cementano le unioni che durano nel tempo.

La pretesa di garantirsi una continuità affettiva, al contrario, le distrugge.

L’amore usa un linguaggio fatto di paradossi perché esiste in una dimensione diversa dalla materialità e si muove in modi che con la logica hanno poco a che fare.

Questo non vuol dire che in amore la ragione non debba essere usata.

Significa comprendere le leggi che regolano le esperienze emotive.

Così come non è possibile misurare l’acqua in metri o la stoffa in litri… non è possibile valutare l’amore con le regole dell’economia e della materialità.

Nel mondo fisico la solitudine fa parte del gioco e non si può eliminarla senza vivere una profonda delusione.

Eppure…

Spesso, l’unione di coppia appare l’unico antidoto alla solitudine.

E questo potrebbe anche essere vero.

Ma solo nel momento in cui la solitudine smette di farci paura e si trasforma in una alleata.

(e sì… lo so… sembra poco coerente… ma i paradossi fanno parte dell’amore)

Stare insieme significa affrontare la verità di se stessi, la diversità e la possibilità della separazione.

Perché da questi valori scaturiscono la comprensione, il rispetto, l’ascolto, la condivisione e la reciprocità.

Amare vuol dire accogliere la molteplicità di sé e dell’altro e imparare a comprendere con le proprie emozioni senza pretendere di trasformarle, aprendosi alle diverse esigenze della psiche fino a scoprire i modi che permettono a se stessi e al partner di esprimere la propria verità.

Non sempre le relazioni durano per sempre.

L’amore invece sì.

Cresce, cambia ed evolve anche quando le strade si dividono.

Esistono tante anime gemelle, tanti rapporti che mostrano aspetti sempre nuovi della vita e del voler bene.

Amare è prendere su di sé la responsabilità di TUTTI gli avvenimenti.

E far emergere la resilienza, trasformando le difficoltà in occasioni di cambiamento.

Carla Sale Musio

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Nov 22 2019

IL CORPO, LA MENTE, LE EMOZIONI… LA DIVERSITÀ in psicoterapia

Ogni creatura è speciale, unica, originale e diversa da tutte le altre.

Senza questo presupposto di base non è possibile fare lo psicoterapeuta.

Per aiutare DAVVERO le persone a cambiare è necessario evitare le etichette e aprire il cuore all’accoglienza di qualcuno di cui non sappiamo NIENTE.

Ma proprio NIENTE.

Aggrapparsi alle patologie, alla diagnostica psichiatrica e alle tante classificazioni dei tipi psicologici significa indossare un salvagente che, certamente, aiuta a stare a galla nel mare della molteplicità individuale ma impedisce di scoprire l’autenticità dell’altro.

Fare lo psicoterapeuta vuol dire tuffarsi senza galleggianti e lasciarsi trasportare dalle correnti emotive cercando di non annegare nelle maree del coinvolgimento, nel bisogno di controllo e nelle proprie paure.

Significa lavorare costantemente su di sé in un cammino di crescita personale (svolto con un collega altrettanto disposto a mettersi in gioco) analogo a quello di chi siede dall’altra parte della scrivania.

Solo così è possibile comprendere che tra lo specialista e il paziente non esistono differenze né cura, ma solamente la capacità di guardare la vita con occhi nuovi.

Essere disposti a imparare da chi chiede aiuto è un requisito indispensabile per svolgere con competenza la psicoterapia.

Con questo non intendo sottovalutare la necessità di una formazione approfondita e costante. 

Sostengo invece che a questa formazione (teorica e pratica, sempre in corso) vadano affiancate l’umiltà e la condivisione interiore capaci di generare un ascolto foriero di cambiamenti.

Nel terapeuta e nei pazienti.

Un bravo psicologo cambia e cresce insieme alle persone che segue, accogliendone le problematiche come se fossero le proprie e ricercandone le radici (anche) in se stesso.

La diversità è una ricchezza che fa bella la vita e si esprime nel corpo, nella mente e nelle emozioni.

Ognuno possiede un suo modo peculiare di leggere la realtà.

Ognuno possiede la propria REALTÀ.

Unica e diversa da quella di chiunque.

È così che è fatta la psiche.

Esiste senza regole in uno spazio intimo e individuale dove occorre entrare in punta di piedi, con rispetto, attenzione e stupore.

Lo stesso stupore che hanno i bambini quando esplorano il mondo per la prima volta.

La capacità di sorprendersi, quel non sapere cosa dire o cosa fare, la sensazione di inadeguatezza che si presenta anche davanti al milionesimo paziente… quella inesperienza… è il presupposto di un lavoro ben fatto, l’ingrediente che permette di guardare ogni cosa con occhi nuovi, di non avere pregiudizi e imparare insieme all’altro a trasformare le difficoltà in risorse.

Prende forma così la resilienza in psicoterapia e permette di evolvere il dolore fino a farlo diventare un punto di forza.

Nessuno nasce cattivo, brutto, patologico o sbagliato.

La sofferenza psicologica è frutto di esperienze terribili e coinvolgenti che nascondono le potenzialità necessarie alla crescita.

Per rivelare i tesori sepolti nel mondo intimo bisogna scendere insieme all’inferno.

E risalire piano la china del cambiamento fino a scoprire il diamante che illumina la vita di immensità.

Questo rende il nostro mestiere difficilissimo e bellissimo.

Fare lo psicoterapeuta è un percorso infinito, qualcosa che si sente dentro come una vocazione, un modo di essere e lavorare insieme alle proprie ingenuità, senza raggiungere mai la sicurezza che deriva dalle certezze, consapevoli che tutto (ma proprio tutto!) può sempre rivelare possibilità nuove e inaspettate.

Carla Sale Musio

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Nov 16 2019

LA RELAZIONE DI COPPIA: siamo sempre un sacco di gente!

Quando ci si innamora è di fondamentale importanza chiedersi CHI dentro di noi si è innamorato e DI CHI si è innamorato.

Come già è stato detto, il mondo interiore è popolato da tanti aspetti diversi che insieme compongono un quadro articolato, complesso e sempre in evoluzione.

La psiche non è un monoblocco immutabile ma piuttosto un Condominio di Personalità in relazione dialettica con il mondo esterno.

Dentro ciascuno di noi ci sono aspetti gradevoli e sgradevoli, virtuosi e pericolosi, primari e rinnegati…

Tuttavia in questo Condominio Interiore manca spesso un Amministratore, cioè uno spazio psichico libero dalle esigenze delle varie personalità e capace di gestire le richieste di ognuna in vista del bene comune e di una sana e pacifica convivenza.

Avvalersi di una buona amministrazione è il risultato di un ascolto attento e partecipe di se stessi (e per ottenerlo può essere necessario l’aiuto di un terapeuta).

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L’AMORE E LA MOLTEPLICITÀ DEI SÉ

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L’amore e il coinvolgimento che ne deriva ci portano ad ammirare nell’altro anche quelle parti di noi stessi che abbiamo emarginato.

E questo permette di sperimentare nuove libertà espressive.

L’innamoramento nasce spesso dall’incontro dei Sé Interiori che abbiamo censurato e che osserviamo nel partner scoprendone le potenzialità.

L’entusiasmo (che si produce grazie al rivelarsi di possibilità creative e appaganti) permette di abbandonare per un po’ le abitudini comportamentali quotidiane per provare a cambiare lasciandosi ispirare dagli atteggiamenti osservati nell’altro.

Tuttavia questa trasformazione si rivela presto faticosa e rischiosa perché i Sé che gestiscono la psiche di ciascuno boicottano i cambiamenti, considerandoli pericolosi e forieri di disgrazie.

Così, dopo l’iniziale magia nascono le recriminazioni, i litigi e la sofferenza che fanno disperare tante coppie.

In questi casi la mancanza di un centro capace di gestire il Condominio delle Personalità può portare alla rottura dei rapporti amorosi o, peggio, a un’interminabile guerra di potere volta ad annientare nell’altro gli aspetti combattuti in se stessi.

A questo quadro critico bisogna aggiungere la relazione tra le Parti Adulte e le Parti Bambine, cioè il desiderio inconscio di trovare nel partner quel genitore idealizzato capace offrire l’amore incondizionato desiderato da bambini.

Anche qui la presenza di un punto di vista libero dalla possessione dei Sé diventa indispensabile per evitare incomprensioni e delusioni.

Soprattutto quando le Parti Infantili scorgono nell’altro la copia dei propri genitori e ne combattono le imperfezioni criticandone gli atteggiamenti con durezza.

Spesso queste guerre riguardano gli stessi atteggiamenti che in passato avevano fatto nascere l’amore e che, rievocando l’infanzia, scatenano il conflitto tra le norme interiorizzate e le libertà comportamentali agite dal partner.

L’amore porta con sé una grande complessità emotiva ed espressiva.

Accoglierne l’intensità significa aprirsi al proprio mondo interiore e imparare a gestirlo consapevolmente, identificando le diverse istanze psichiche senza lasciarsi possedere dalla loro energia.

Da questa consapevolezza e dalla conseguente capacità di modulare le esigenze dei tanti Sé che popolano la personalità e di gestire positivamente i conflitti nasce la possibilità di vivere una relazione appagante.

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STORIE DI CONDOMINI TURBOLENTI

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Quando Claudia conosce Paolo è colpita soprattutto dalla sua dolcezza e dal suo modo calmo e riflessivo di fare le cose.

Paolo, invece, è conquistato dalla rapidità di Claudia: la sua impulsività e il suo entusiasmo per la vita lo trascinano in esperienze che da solo non avrebbe mai avuto il coraggio di fare, portandolo a scoprirsi diverso e pieno di nuove risorse.

Insieme mettono in luce tanti interessi e tante diversità… così affascinanti che le ore non bastano mai e la voglia di raccontarsi cresce al ritmo della passione.

Dopo qualche tempo, però, le cose cominciano a cambiare e Claudia diventa insofferente davanti alla flemma di Paolo.

Mentre Paolo, sentendosi sopraffatto dall’energia di Claudia e dai suoi mille interessi, vorrebbe solo chiudersi in una stanza a riposare.

La scena psichica adesso è cambiata e, se all’inizio le nuove possibilità espressive costituivano una scoperta coinvolgente, col passare dei mesi si trasformano in una pericolosissima sommossa interiore capace di sovvertire gli equilibri portando lo scompiglio nella psiche.

Ora Claudia accusa Paolo di essere un insulso pantofolaio mentre lui le diagnostica una patologica maniacalità.

Ognuno ha bisogno di tornare ai suoi comportamenti abituali mentre la magia del cambiamento rovina sotto una valanga di rimproveri.

Per ritrovare l’equilibrio e il coinvolgimento, Claudia e Paolo dovranno analizzare in se stessi le scelte comportamentali collaudate nel tempo fino ad accogliere anche le trasgressioni incarnate dal partner.

Un partner scelto perché capace di mostrare un diverso stile di vita e perciò amato da Chi nella psiche sente il bisogno di cambiare e odiato da Chi invece vuole lasciare immutato l’ordine costituito.

*** *** ***

Gabriele è il figlio più piccolo di una famiglia unita dove le cose si fanno insieme: insieme si combattono le battaglie, insieme si festeggiano i successi e insieme ci si conforta quando la vita tradisce le speranze.

Barbara, invece, una famiglia non ce l’ha.

Il papà non l’ha conosciuto, la mamma è morta quando lei aveva appena vent’anni, fratelli non ne ha… e oggi vive sola, con tanti amici e poche certezze.

Gabriele le piace subito moltissimo: la sua visione solida della famiglia le regala un senso di appartenenza desiderato e mai vissuto.

Lui invece è affascinato dall’autonomia di lei e dalla sua capacità di condividere le cose con le persone a cui vuole bene.

L’amore nasce e cresce profondamente ma presto arrivano anche le incomprensioni.

Barbara si sente messa da parte ogni volta che Gabriele vuole stare con la sua famiglia.

Lui, invece, non capisce quel bisogno di solitudine e giudica con durezza l’intolleranza della sua compagna per le riunioni familiari.

Nel mondo interno di Barbara una Bambina Abbandonata vuole trovare nel partner la dedizione che le è mancata mentre un’Adulta Autonoma e Indipendente è insofferente ai vincoli imposti dalle parentele.

Il Bambino Interiore di Gabriele, invece, ammira l’indipendenza di Barbara.

Tuttavia ha imparato che la solitudine è terribile e va sempre evitata.

Così mentre l’Adulto si sforza di fare propria la leggerezza della compagna, il BimboTerrorizzato dall’Abbandono impone le sue regole di appartenenza.

Entrambi dovranno analizzare attentamente il proprio Condominio Interiore e strutturare un Amministrazione capace di accogliere le diversità senza restarne vittima e senza volerle sopprimere.

In se stessi e nell’altro.

Carla Sale Musio

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Nov 10 2019

PSICOTERAPIA E CAMBIAMENTO: attivare le risorse sane


Perché una psicoterapia sia efficace occorre attivare un cambiamento nella prospettiva da cui guarda la vita chi chiede aiuto.

Il nostro modo di leggere gli eventi condiziona la percezione della realtà e determina le scelte che compiamo, facendoci sentire male o bene a prescindere da un esame obiettivo.

L’oggettività è spesso un’astrazione degli scienziati, qualcosa che esiste (forse) nei laboratori sperimentali ma non corrisponde alle vicissitudini che attraversiamo quotidianamente.

La vita è un continuo intrecciarsi di avvenimenti concreti ed emotività… e dipende in gran parte dalla sensibilità individuale.

Ecco perché di solito la richiesta di aiuto in psicoterapia corrisponde a una difficoltà nella lettura degli eventi.

Difficoltà che porta a sentirsi vittime di norme indiscutibili e interiorizzate nel passato, adatte a far fronte alle problematiche incontrate durante l’infanzia e poco adeguate ai cambiamenti avvenuti con la crescita.

In questo modo una visione del mondo limitante imprigiona le risorse sane della psiche dentro una camicia di forza di critiche interiori avulse dalla realtà.

La sofferenza psicologica è fatta di prigioni invisibili da cui è quasi impossibile uscire senza il sostegno di un testimone partecipe, capace di scendere negli inferi della memoria fino a scoprire i tesori sepolti sotto la rimozione e il dolore.

Non ritrovarsi soli a scandagliare il proprio passato è indispensabile per sviluppare il coraggio di cambiare.

La specie umana possiede una natura sociale imprescindibile e ha bisogno di partecipazione emotiva, condivisione e solidarietà per far emergere le proprie risorse creative.

Questo spiega bene perché tante volte è necessario l’appoggio di un terapeuta (competente e dotato di grande empatia) per superare le proprie difficoltà interiori.

La condivisione della vergogna e del dolore rende questi vissuti più accettabili e innesca un processo di trasformazione capace di rivelare possibilità nuove.

Durante il percorso di crescita personale che caratterizza ogni psicoterapia di successo, il cambiamento nasce dal rivivere le esperienze dolorose insieme a un testimone partecipe e attento, ma anche capace di cogliere i nessi che legano le risorse del presente agli avvenimenti del passato fino ad aprire nuove porte espressive e comportamentali.

Si tratta di opportunità che in genere appartengono al bagaglio attitudinale del paziente ma non trovano spazio negli atteggiamenti del presente perché intrappolate dietro alla sofferenza.

Attivare le risorse sane significa calarsi nella realtà psichica di un’altra persona e provare la sua stessa paura, la sua stessa angoscia, la sua stessa vergogna.

Ma anche saper guardare oltre la sofferenza e scorgere la resilienza coperta dal dolore.

Da quella resilienza prende forma una comprensione nuova di se stessi e della vita.

Ma soprattutto si sviluppa l’entusiasmo necessario al compimento della propria intima verità.

Carla Sale Musio

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Nov 04 2019

CONSAPEVOLEZZA O COSCIENZA?

La parola coscienza ha tante accezioni diverse e questo rende difficile comprendere il valore della Totalità che, invece, la caratterizza nel suo significato più profondo e più ampio.

La coscienza è il Tutto da cui prende forma la vita, ma… il linguaggio che adoperiamo sembra studiato apposta per nascondere questa verità.

Quando il termine coscienza diventa sinonimo di consapevolezza si perde la percezione della sua immensità.

Ciò di cui siamo consapevoli, infatti, è soltanto una piccola parte della realtà.

La consapevolezza definisce ciò che sappiamo, le cose di cui abbiamo fatto esperienza, la percezione che permette di muoversi con sicurezza nel mondo.

Mentre la coscienza indica qualcosa di più vasto e profondo della nostra comprensione intellettuale, qualcosa che si estende fino a includere tutto l’esistente: ciò che sappiamo insieme a ciò che la ragione non riesce a padroneggiare.

Oltre i confini della mente, la coscienza ci addita quelle verità che possiamo sentire soltanto in noi stessi, perché non fanno parte della concretezza ma esistono in una dimensione affettiva che compenetra la materialità e la trascende.

La coscienza attraversa la fisicità e la oltrepassa.

Tuttavia, è difficile aprirsi alla sua vastità senza prima aver compreso l’importanza della percezione interiore.

È lì, infatti, che possiamo incontrare la coscienza e imparare a riconoscere il suo potere creativo.

I miracoli appartengono alla coscienza, lo stupore appartiene alla coscienza, l’intuizione appartiene alla coscienza, l’amore (quello vero) appartiene alla coscienza… perché la coscienza impregna la materialità di sensibilità e risuona nel mondo interno di ciascuno, segnalando il valore di ciò che non si può toccare, misurare, pesare (… ma è capace di rendere la vita un’esperienza degna di essere vissuta).

La consapevolezza è soltanto una piccola parte della coscienza.

Oltre i limiti della fisicità esiste il mondo impalpabile della dimensione affettiva.

Qualcosa che la mente può intuire ma non riesce a spiegare, proprio perché prende forma in una realtà intima, diversa dalle coordinate spazio temporali in cui la ragione si muove abitualmente.

La dimensione affettiva esiste senza tempo e senza spazio, e segue le leggi dei paradossi e della Totalità.

Nel mondo dei sentimenti le cose sono sempre Tutto: fatte di bianco e nero, buono e cattivo, giusto e ingiusto… insieme.

Più diamo e più abbiamo, più impariamo e meno sappiamo, più amiamo e più diventiamo una cosa sola con tutto ciò che è.

Quel Tutto (completo, infinito e sempre in espansione) è la coscienza.

Il grande enigma che la mente non riesce a tollerare e il cuore riconosce d’istinto.

Proprio come gli animali ritrovano la strada di casa.

Carla Sale Musio

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Ott 29 2019

Dimagrire affidandosi a un principio più grande: IL DIVINO INTERIORE

Cambiare alimentazione non significa soltanto abbandonare vecchi schemi alimentari inadeguati.

Modificare le proprie scelte nutrizionali vuol dire aprirsi a un concetto nuovo della salute.

Qualcosa che va oltre le medicine, gli integratori, le carenze o le intolleranze e permette di ricongiungersi con la natura e con la sua vitalità.

Esiste una realtà più armonica, più semplice e più naturale delle merende, dei pranzi, delle cene, degli spuntini, degli aperitivi e di tutti quei “deliziosi” cibi tossici che ingeriamo senza scrupoli (nascosti dietro al pretesto che per vivere sia indispensabile mangiare).

In natura gli animali non consultano esperti, specialisti, dietologi o nutrizionisti.

Le altre specie seguono un sentire in grado di guidarle verso scelte adeguate ai bisogni della vitalità e capaci di non appesantire l’organismo con sostanze inutili e dannose.

Mangiare è un piacere occasionale e non lo scopo della vita (come sembra sostenere la specie umana).

Tanti animali preferiscono lasciarsi morire negli zoo, nonostante abbiano a disposizione tutto il cibo che vogliono.

Vivere non significa sollecitare compulsivamente il piacere del palato.

Vivere è realizzare se stessi, esprimere i propri talenti, dare spazio alla creatività e condividere i doni di questa avventura.

L’esistenza è un percorso volto a far emergere le risorse interiori di ciascuno.

E non la ricerca affannosa di sapori sempre nuovi.

Mangiare dovrebbe essere un piacere uguale a tanti altri.

Per sentirsi bene e in salute occorre muoversi, esplorare, giocare, amare, conoscersi, riposare… e abbandonarsi a qualcosa di più grande e sconosciuto.

Perché la vita è fatta di imprevisti, di cambiamenti e di scoperte che mettono continuamente in discussione le nostre acquisizioni.

Per vivere bene è indispensabile coltivare l’umiltà e la fiducia in un potere più grande, elevato e prodigioso, della mente umana.

Affidarsi alla spiritualità interiore e ascoltarne la voce dentro di sé è il presupposto di ogni trasformazione.

Soprattutto alimentare.

Mangiare per vivere (e non vivere per mangiare) significa affidarsi a qualcosa che sta oltre i limiti della ragione.

Qualcosa che trascende i sensi e la sopravvivenza perché sottende la vita stessa e la produce.

L’origine di tutte le cose è da sempre un enigma.

Anche per la scienza.

Riconoscere l’esistenza di un principio divino interiore oltrepassa le ristrettezze della logica umana e permette di aprirsi alla vastità della creazione accogliendone la grandezza.

Senza identificarsi.

Senza cadere vittime di un patologico egocentrismo.

Senza dimenticare la dimensione umana e la propria piccola parte in una Totalità infinitamente più grande.

Quando decidiamo di trasformare il nostro modo di nutrirci possiamo combattere la dipendenza dal cibo con la determinazione, la volontà e la disciplina.

Tuttavia questo difficilmente basterà a farci raggiungere un risultato soddisfacente e duraturo.

Affidarsi all’immensità della vita e accettarne la profonda saggezza dentro di sé apre il cuore a un sentire in contatto con la natura e con i suoi ritmi.

Quei ritmi che abbiamo perduto nella corsa sfrenata verso la civiltà.

E fatichiamo a riconoscere e ascoltare.

La bulimia sociale che ammala le nostre vite (e sta distruggendo inesorabilmente il pianeta) può essere sconfitta solamente grazie a un rispetto profondo e sincero per la natura e per la sua intrinseca verità.

Solo ripristinando il ritmo naturale delle giornate potremo ritrovare il senso di un nutrimento sano e costruire un modo nuovo di alimentare noi stessi, fatto di luce e buio, aria fresca e sole, gioco, silenzio, ritmo, creatività, avventura, energia e riposo.

Carla Sale Musio

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Ott 23 2019

IL SILENZIO

Parlavano troppo, tutti.

Spesso urlavano: al lavoro, per strada, nelle riunioni di condominio.

Qualunque cosa avessero da dire, la affermavano con forza o con arroganza.

Pochi ascoltavano: l’importante ormai era parlare sempre, sostenere con vigore argomenti senza neanche spiegarli.

Lei invece aveva sempre usato un tono lieve, educato, leggero.

Facile scambiarlo per debolezza, difficile per lei imporsi all’attenzione.

Si stancò infine di non essere ascoltata e decise di tacere quasi sempre.

Ancora di più scelse il silenzio quando, per raggiunti limiti di età, finì gli impegni lavorativi.

***

Tempo prima, il suo uomo apprezzava quella dolcezza, la trovava attraente.

Gli sembrava di dover proteggere la sua donna, così mite e modesta.

Ma lei temeva che quella felicità non potesse durare.

E infatti capì ancora una volta come le cose del mondo siano effimere, come anche i sentimenti scorrano via.

Da qualche tempo, infatti, l’uomo con cui pensava di dividere la vita era cambiato.

E quella sera ammutolì nel sentire la voce triste di lui che diceva: “Mi dispiace, davvero, ma non ti amo più”.

Poco dopo lei scoprì che si era innamorato di un’altra, arrogante e decisa.

“È l’amore che fa soffrire” si disse allora la donna. “Non la sua mancanza”.

E chiuse il cuore.

***

Poi, normalità tranquilla a casa sua, scorrere lento del tempo, silenzi.

***

Nelle serate placide, quando c’era la luna, la donna la guardava con interesse, con ammirazione.

Poi, inaspettatamente, cominciò a parlarle, prima sussurrando, poi a voce piena: e le sembrava che quella ascoltasse e la sostenesse, comprendendo quanto lei diceva.

Quando ogni mese spariva lentamente per nascondersi nel buio, la luna sembrava chiedere di aspettarla: sarebbe tornata ad ascoltare.

***

Nonostante il procedere sereno della sua vita, da qualche tempo percepiva in casa fruscii, spostamenti di tende, piccoli colpi imprevisti.

Poi, preceduti da quegli eventi e con suo grandissimo stupore, cominciarono a comparire gli animali che lei aveva amato nel corso della vita: gatti randagi raccolti e curati, cani, i canarini che suo padre allevava e che prendevano con il becco i semi che lei gli offriva, pesci rossi, alcuni conigli, un leprotto.

Aveva sofferto il lutto per ognuno di loro quando andavano via, quasi irriconoscibili nella fissità dei corpi.

***

Adesso invece, dapprima esitanti, sbucavano da sotto un mobile o da dietro una tenda o comparivano all’interno di un armadio che lei apriva.

Erano belli e forti, come nel tempo migliore della loro vita.

Non stavano mai troppo per timore di disturbarla, ma le facevano compagnia, sembravano proteggerla.

E le coloravano la vita.

***

Cominciò a parlargli e quelli stettero ad ascoltare, come faceva la luna.

***

Con il tempo, e con sua emozione ancora più grande, comparvero le persone che aveva amato e perduto.

Tra loro, per ultimi, i genitori: il padre che la guardava con tenerezza, la madre con espressione mite e sorridente.

A lei chiese di riaccoglierla nel ventre ed essere carne della stessa carne, sangue dello stesso sangue.  

Ma loro parevano suggerirle di aspettare, con l’indulgenza di chi ha capito i misteri del mondo.

***

E infine una notte, qualche tempo dopo, vide che la luna piena si avvicinava lentamente, diventava più luminosa.

Era così poco distante che, allungando un braccio, poteva toccarla.

Ma quando addirittura la luna entrò nella stanza, oltrepassando la finestra aperta, lei fu colpita dalla luce più forte che avesse mai visto, così splendente e assoluta che dovette chiudere gli occhi.

E fu come se dormisse.

***

Lo splendore del sole entrava a fiotti dalla finestra aperta.

Fu quello a svegliarla, nel mattino inoltrato, oltre al miagolio potente di un gatto piccolo.

Il suono veniva dal basso, dalla strada o da un cortile vicino.

Si riscosse in fretta: il ricordo straordinario della luna nella sua stanza la sconvolgeva.

Non sapeva cosa pensare: aveva solo sognato? 

Erano stati sogni i suoi genitori, gli animali amati, lo splendore della luna, così vicina da toccarla?

***

Non seppe rispondere: si vestì in fretta e scese a cercare il gatto che si lamentava.

Lo scovò rintanato sotto una panchina, vicino al portone di casa.

Minuscolo e spaventato cercava di scappare, ma la voce di lei, morbida e dolce, riuscì a fermarlo, sussurrandogli tenerezze.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com, n°112599 del 7/10/2019.

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Ott 16 2019

ADOTTARE IL BAMBINO INTERIORE: la ricetta per la felicità

Mettere in relazione l’adulto che siamo diventati con il bambino che siamo stati è l’unica medicina capace di curare le ferite dell’infanzia e sviluppare una relazione sana con noi stessi e con il mondo che ci circonda.

L’attesa magica di un genitore capace di accudire ogni esigenza trova la sua soluzione quando nella personalità si struttura la possibilità di badare a se stessi fino a soddisfare autonomamente i propri bisogni affettivi.

Questo non significa perdersi in un solipsismo egocentrico e narcisista, al contrario! È il fondamento di ogni relazione di reciprocità.

Infatti, solo quando l’adulto interiore adotta il bambino interiore si sviluppa la possibilità di vivere uno scambio emotivo appagante.

Il sogno di trovare miracolosamente tutte le risposte alle proprie necessità emotive appartiene all’infanzia ed è destinato a scontrarsi inevitabilmente con la realtà e con i limiti dei genitori.

Nessuna mamma e nessun papà potrà mai essere perfetto, nonostante l’impegno.

La vita è fatta di un continuo appropriarsi delle responsabilità… fino a scoprire che tutto (ma proprio tutto!) è un’opportunità per sviluppare la resilienza e trasformare le difficoltà in risorse.

I genitori ci offrono un’occasione per crescere.

Le loro imperfezioni sono l’humus in cui si sviluppa la nostra verità.

Evolvere in saggezza il dolore che deriva dalle loro incapacità fa parte della crescita.

Mentre abdicare al potere che si nasconde dietro al superamento di quelle sofferenze vuol dire rinunciare all’autonomia e all’indipendenza.

Siamo liberi soltanto nel momento in cui possiamo cambiare il nostro destino.

E questo avviene quando riveliamo il significato nascosto dietro a ciò che fa male e non ci piace.

Il dolore dell’infanzia è il dolore più terribile che si possa provare, perché la psiche dei piccoli non possiede ancora i confini entro cui arginarlo.

Eppure… proprio da quel dolore può prendere forma la libertà.

La sofferenza costringe a guardare oltre e a cercare il valore nascosto dietro alle cose.

Sviluppare la resilienza significa evolvere l’handicap in abilità e trasformare in saggezza la paura e il dolore.

Non è facile.

E non è impossibile.

Quando osserviamo con gli occhi dell’adulto la storia della nostra vita e riviviamo le emozioni del passato con la sensibilità del bambino, nel mondo intimo ha luogo un’alchimia capace di ridare profondità all’esistenza.

Adottare il bambino interiore non è un atto magico e nemmeno un’azione fisica.

È un atteggiamento volto ad accogliere i vissuti infantili senza censurare l’angoscia e senza vendicarla.

È la capacità di prendere gli eventi sulle proprie spalle come se fossero una responsabilità personale.

L’adulto sa che tutto dipende da lui.

Il bambino si fida e può abbandonarsi alle emozioni.

Da questa sinergia scaturisce la libertà, non perché si cancellano le proprie radici e la propria storia ma perché se ne evidenzia la necessità nel disegno più ampio della vita.

Carla Sale Musio

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SEPAMARSI

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