Archive for the 'Psicoterapia' Category

Set 13 2019

IL CANE

Non pensava sarebbe accaduto a lei.

Un matrimonio lungo, sereno, due figli ormai grandi, nipoti adorabili.  

I figli erano giunti presto, e anche i nipoti, forse perché avevano tutti fretta di esistere.

***

Da qualche tempo il marito le sembrava più giovane, più attivo.

E aveva anche cambiato profumo: non usava più quello che lei gli regalava da sempre e che le dava il senso consolante di una vita insieme.

Le ricordava le abitudini amate: l’abbraccio notturno, la colazione al mattino, le discussioni politiche, la spesa insieme.

E, ancora, educare i figli, guardarli crescere, ascoltare di nascosto i loro pianti d’amore.

Poi i matrimoni di entrambi, i nipoti.

Tutta un’esistenza quotidiana: crescere insieme, litigare anche, chiedersi scusa.

E abbracciarsi in silenzio.

***

Lui le sembrava diverso, più distante, distratto.

Telefonate serali.

“È l’ufficio”diceva lui.

“Le solite scocciature”.

E si chiudeva in salotto.

***

Poi lei non resse.

Mentre il marito era in doccia, andò rapidamente al suo computer: niente sulle e-mail.

Cercò rapidamente nel cestino.

E trovò quello che cercava.

Si chiese perché lui non avesse cancellato quei messaggi, quegli appuntamenti.

Forse voleva che lei li trovasse?

Rimase gelata.

Intanto si era fatta notte.

E si preparò sconvolta ad andare a dormire, senza dir nulla.

***

Si mise a seguirlo: conosceva perfettamente i suoi orari lavorativi, le uscite per il tennis, gli itinerari.

Lei poteva usare il proprio tempo: aveva rinunciato al lavoro per dedicarsi alla famiglia e da molto ormai, da quando i figli avevano i loro affetti, viveva senza scadenze che non fossero la conduzione normale di una casa e l’occuparsi dei nipoti, quando era necessario.

***

Un bar, lui che arriva di fretta.

Si accosta ad una donna.

La moglie trattiene il respiro: è molto giovane quella che il marito abbraccia, credendosi non visto.

Poi si avviano verso un albergo vicino.

Lei è stravolta: neanche il pudore di nascondersi, pensa.

Poi china il capo e torna a casa.

***

Lui è sempre più distaccato, quasi scortese.

La donna capisce che qualcosa accadrà a breve.

E infatti, una sera, le si para davanti: ha preparato la valigia, è imbarazzato, non la guarda negli occhi.

“So che hai capito”, le dice.

“Voglio iniziare una vita nuova. Non posso stare qui.”

Lei sospira.

“Potrebbe essere tua figlia”, gli risponde.

“L’ho vista. Come hai potuto?”

L’uomo resta interdetto, poi china il capo.

“Da tanto non ero così vivo. Lei mi dà la scossa, mi sento giovane. La vita è mia”.

La donna respira forte, si sente crollare.

Poi gli chiede di stare ancora un poco.  

Prende un album di fotografie: tutta la loro vita in quelle immagini.

Gli siede accanto e comincia a sfogliare le pagine: il giorno del matrimonio e il viso di lei, felice e ansioso insieme.

Lui era stato il suo unico uomo. 

Poi le foto dei figli al battesimo, con l’abitino di pizzo, il primo giorno di scuola, il cagnetto che lui e lei avevano soccorso, sbattuto fuori da un’auto: l’avevano raccolto e fatto curare.

Era stato l’animale amatissimo della loro casa, vissuto tanti anni quanto il cane di Ulisse. Aveva scodinzolato anche prima di andarsene, con gli occhi umidi di affetto.

In una delle immagini dell’album, mostrava il ventre, offerto a ricevere carezze.

***

Lui taceva: quelle fotografie lo toccavano profondamente.

Non le vedeva da tanto e adesso, mentre si preparava ad andarsene, gli sembrava di tradire non solo sua moglie, ma tutto il passato, le promesse, le tenerezze vissute.

La potenza dell’attrazione, però, fu più forte.

Prese la valigia.

“Ti chiamerò”, le disse.

E oltrepassò la soglia.

***

Mesi di silenzio.

***

Una telefonata da un ospedale cittadino.

Le comunicavano che il marito era ricoverato presso di loro.

Si affrettò.

Era magro e pallidissimo, in quel letto in penombra.

Gli sedette accanto e gli chiese cosa fosse accaduto.

“Il cuore”, disse l’uomo.  

Poi lei domandò dove fosse l’altra.

“Era un fuoco di paglia”, lui rispose.

“Non è durata a lungo. Non so cosa mi sia preso, avevo perso la testa. Sono affranto”.

***

Andò a trovarlo ancora: lui si riprendeva piano.

Non parlarono mai dell’altra.

L’uomo non chiedeva nulla, ma si illuminava quando la moglie entrava nella stanza.

***

Il campanello: lei andò ad aprire.

Lui teneva la valigia e con l’altra mano sorreggeva un cagnetto, che aveva gli stessi colori dell’altro.

Anche il muso gli somigliava.

Lei si trattenne dal fargli una carezza. 

“L’ho preso al canile”, le disse.

“Era stato abbandonato per strada, anche lui. L’ho chiamato Argo, come il cane di Ulisse”.

Un’esitazione.

Con voce incerta chiese: “Possiamo entrare?”

Silenzio di lei, sguardo chino.

Dopo alcuni secondi, la donna accolse il cagnetto tra le braccia, poi si recò in cucina a cercare una ciotola per il cibo.

E lasciò spalancata la porta di casa.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com con il n°. 110478 del 28/08/2019

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Set 07 2019

OTTO MOSSE INDISPENSABILI PER ALIMENTARSI IN MODO SANO

Per cambiare le abitudini alimentari non basta semplicemente ridurre le quantità di cibo o la tipologia del menù.

È indispensabile modificare lo stile di vita e restituire al corpo la sua naturale dignità.

Viviamo in una società che ci spinge a usare il fisico come fosse una macchina e non una creatura vivente.

Pretendiamo sia sempre efficiente, pronto a soddisfare ogni nostra pretesa.

Lo travestiamo per renderne attraente la carrozzeria.

Lo stordiamo con ogni genere di sostanze funzionali a ottenere gli effetti psicologici voluti: rilassamento, eccitazione, concentrazione, ottundimento, sonno… eccetera.

E gli imponiamo una forzata inattività, necessaria a soddisfare le più svariate esigenze ma deleteria per la salute.

In questo contesto il cibo è diventato una droga indispensabile a placare la vitalità fino a renderci docili ai voleri del sistema produttivo.

Il corpo, però, è un’antenna in grado di connetterci al ritmo della vita.

All’ambiente, alla natura, agli altri, a noi stessi e all’Infinito.

Quando quest’antenna non funziona bene la realtà perde la sua naturale armonia e scivoliamo nella patologia.

In questo modo le case farmaceutiche aumentano i loro profitti, l’economia mantiene il suo slancio e la psiche sprofonda nella paura e nella depressione.

Gli animali selvatici hanno un ascolto del proprio organismo che noi abbiamo perduto e con l’esempio della loro vita ci mostrano la strada per la salute fisica e mentale.

Se vogliamo cambiare il nostro modo di nutrirci non possiamo trascurare il corpo ma dobbiamo imparare ad assolvere le sue esigenze profonde.

Un’antenna ben funzionante ci consente di attingere energia anche da fonti diverse dalla fisicità, come fanno gli animali, e favorisce il dispiegarsi di risorse nuove.

Corpo e mente sono un binomio inscindibile, perciò vanno trattati con la stessa attenzione.

Quando le loro potenzialità naturali sono rispettate e valorizzate prende forma un diverso modo di gestire la vita e i cambiamenti alimentari diventano possibili.

La ricercatrice spirituale australiana Jasmuheen (una dei miei Maestri preferiti) evidenzia otto mosse indispensabili al raggiungimento di una perfetta salute fisica, emotiva e spirituale:

  1. dieta cruelty free

  2. esercizio fisico

  3. silenzio nella natura

  4. maestria della mente

  5. musica sacra

  6. servizio

  7. meditazione

  8. preghiera

Si tratta di attività capaci di aiutarci a mantenere vivo l’equilibrio con l’ecosistema e a manifestare il nostro potere creativo.

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DIETA CRUELTY FREE

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La scelta di non uccidere per vivere è il primo passo verso una coscienza mirata al rispetto per l’ambiente e alla convivenza pacifica con le altre forme di vita.

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ESERCIZIO FISICO

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La vitalità del corpo è indispensabile per coltivare l’ascolto interiore. Infatti, la mancanza di energia fisica provoca spesso una mentalizzazione eccessiva e pericolosa per l’equilibrio psicologico (oltreché per la salute).

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SILENZIO NELLA NATURA

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Trascorrere del tempo in silenzio in luoghi naturali attiva spontaneamente i bioritmi e gli scambi energetici necessari alla vita.

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MAESTRIA DELLA MENTE

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Riprogrammare la mente liberandola da concezioni improprie e orientandola verso valori volti al benessere del pianeta è un passo fondamentale per sostenere il cambiamento. Solo una mente in grado di accogliere la profondità della vita può conseguire l’equilibrio necessario alla salute. Di se stessi e del mondo.

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MUSICA SACRA

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L’ascolto di melodie connesse alla spiritualità individuale favorisce il contatto con le vibrazioni dell’anima permettendoci di attingere alle sue miracolose potenzialità.

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SERVIZIO

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Il dono disinteressato delle proprie risorse e del proprio tempo per aiutare gli altri apre i canali della compassione, della fratellanza e della solidarietà, permettendoci di ritrovare il significato intimo della realtà e la pace del cuore.

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MEDITAZIONE

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La meditazione tocca i ritmi segreti delle dimensioni interiori, accordi che permettono di acquisire consapevolezze nuove e consolidare i cambiamenti, armonie affettive che la ragione spesso non riesce a padroneggiare.   

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PREGHIERA

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Arrendersi a un principio spirituale superiore ripristina l’umiltà necessaria alla vita, acquieta la ragione e favorisce l’abbandono alla saggezza nascosta dietro agli eventi.

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Seguire queste semplici indicazioni ci aiuta a modificare lo stile di vita fino a renderlo funzionale ai cambiamenti necessari per alimentarsi in modo sano, spontaneo, rivitalizzante e naturale.

Carla Sale Musio

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Set 01 2019

INCONSCIO E COSCIENZA: diversi o uguali?

Quando si parla di inconscio e di coscienza si tende a fare una grande confusione.

La parola coscienza assume significati diversi a seconda del contesto in cui è inserita.

E questo genera non pochi fraintendimenti.

Coscienza è sinonimo di consapevolezza, rappresenta l’etica e la morale, i valori personali che muovono le azioni di ciascuno, lo stato vigile della veglia, il principio creativo che genera la realtà e la vita.

È interessante notare come una sola parola condensi tanti concetti diversi.

Se il linguaggio esprime le peculiarità di una cultura… qui è evidente la scarsa considerazione che la nostra società attribuisce al mondo interiore.

L’indifferenza per i valori profondi è l’origine di molte sofferenze psicologiche e la matrice dell’analfabetismo affettivo che ammala l’umanità.

La coscienza dovrebbe essere l’opposto dell’inconscio.

Infatti, definiamo inconscio tutto ciò che esiste sotto la soglia della consapevolezza.

Tuttavia, la coscienza è uno stato dell’essere che ci permette di osservare la vita da un punto di vista neutrale, posto al di fuori delle emozioni e dei conflitti che animano la vita intima.

In questo caso la coscienza rappresenta quella sensazione di esistere che ci accompagna costantemente, istante dopo istante.

Il biocentrismo afferma che la coscienza è il principio e la fine di tutte le cose, la possibilità di esperire la vita in ogni sua forma, ciò che genera la realtà così come la conosciamo.

Ma è posta al di fuori delle coordinate spazio temporali (in una dimensione che comprende la materialità e la trascende).

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“Quello che noi percepiamo come realtà è un processo che coinvolge la nostra coscienza. Se esistesse una realtà esterna a noi stessi, dovrebbe trovarsi in uno spazio, ma lo spazio e il tempo non sono assoluti, sono solo strumenti usati dalle menti umane e animali.”

Robert Lanza

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In questa prospettiva la coscienza contiene l’inconscio.

Si dice spesso che l’inconscio sia infinito.

E si dice anche che la coscienzasia infinita.

Pensare alle dimensioni immateriali mette in crisi la razionalità.

Per la logica: nulla può contenere l’infinito.

Perciò, sempre per la logica, l’infinito chiamato coscienza non può contenere l’infinito chiamato inconscio.

Il problema non sta nella coscienzae nemmeno nell’inconscio.

La difficoltà è tutta in un linguaggio che nega l’esistenza delle realtà immateriali.

E per questo non possiede termini idonei a spiegare l’immensità.

Il cuore, però, sente che c’è qualcosa che oltrepassa i confini della logica.

L’amore non è razionale.

È reale.

Noi psicologi abbiamo a che fare tutti i giorni con una dimensione affettiva che di materiale non ha proprio nulla ma determina la salute e la malattia di tante persone.

Si tratta di verità diverse dalla fisicità.

Realtà fatte di regole paradossali e spesso indefinibili.

Esperienze che mandano in crisi la mente perché la mente è lo strumento necessario a muoversi nel mondo della concretezza e nella dimensione affettiva perde le sue coordinate.

La coscienza racchiude il mondo della concretezza… e lo trascende.

Il cuore lo sa.

E spesso si arrende a un qualcosa che è reale e incomprensibile con la ragione.

Chiamiamo inconscio questo genere di resa, la sensazione che accompagna un sapere carente di linguaggio e privo di scientificità.

Qualcosa di importante, grande e profondo che ci segue sempre, in ogni istante della nostra vita.

Qualcosa che va oltre la vita, così come la conosciamo, e si avventura in un infinito senza spazio né tempo.

Una realtà che le parole fanno fatica a definire perché pensate solo per raccontare ciò che succede nella materialità.

L’inconscio e la coscienza spesso sono sinonimi.

Tuttavia l’inconscio guarda la coscienza da una prospettiva materiale, si sporge sull’orlo della fisicità e cerca di delineare ciò che è oltre.

(Quando la mente non s’imbizzarrisce)

La coscienza invece accoglie tutto.

Possiede la nostra vita come se fosse un libro oppure un dvd.

Contiene la concretezza prima di srotolarla e anche dopo, quando ne dispiega la consistenza fatta di spazio, tempo e fisicità.

La coscienza osserva il mondo ed è il mondo: tutto insieme.

L’inconscio, invece, è quello che non sappiamo.

E questo spesso lo rende identico all’immensità.

Carla Sale Musio

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Ago 26 2019

Cosa s’intende per ADULTO INTERIORE

L’adulto interiore è quell’aspetto della psiche capace di assumersi la responsabilità degli eventi e di relazionarsi al mondo senza dipendere e senza prevaricare.

Lasciando a se stessi e agli altri il diritto alla propria unicità.

È un aspetto della personalità che prende forma con la crescita, permettendoci di vivere insieme in un clima di apertura, interesse e fratellanza.

L’adulto interiore sa che ognuno incarna un’espressione della propria realtà intima e accoglie ogni altro individuo in sé e nel mondo.

Grazie a questa parte di noi possiamo avere degli amici, parlare linguaggi diversi, esplorare altre verità e arricchire il nostro spazio intimo di infinite possibilità.

L’adulto interiore ci rende capaci di socializzare ma anche di stare con noi stessi.

Senza temere il silenzio.

Anzi!

Comprendendone il valore.

Grazie alla solitudine, infatti, è possibile abbracciare il significato più profondo dell’esistenza e ritrovare le chiavi della propria autenticità.

Quando nel mondo interno esiste un adulto ben strutturato è possibile guarire le ferite dell’infanzia adottando le parti infantili sofferenti ed aiutandole a crescere, come fanno i genitori con i figli. 

L’adulto interiore porta nella psiche la capacità di amare (se stessi e gli altri) e la possibilità di vivere l’amore che ci è mancato da bambini.

Non perché arriverà qualcuno magicamente in grado di comprendere il nostro valore ma perché accogliamo in noi stessi la fragilità, amandola e comprendendola.

L’amore nasce dapprima verso se stessi e poi si allarga fino a includere ogni altra forma di vita.

Quando manca questa accettazione interiore il volersi bene diventa bisogno, ricerca di compensazioni affettive mai ricevute, pretesa di reciprocità… destinata a essere delusa.

Non è possibile amare all’esterno ciò che non è stato accolto interiormente.

Da questo presupposto nascono tante incomprensioni e tante sofferenze.

Il bisogno di trovare fuori di sé i genitori che non abbiamo avuto ci rende carenti, dipendenti e arrabbiati con la vita (cioè con noi stessi).

Pronti a pretendere l’amore dagli altri e a confondere la necessità con la reciprocità.

La reciprocità è la conseguenza della capacità di amare se stessi.

Quando l’adulto interiore prende in carico il bambino interiore nasce una genitorialità intima e costante che consente di superare i drammi infantili trasformando le difficoltà in saggezza e resilienza.

Solo questa parte matura della psiche può accettare i capricci del bambino ferito e offrirgli le attenzioni e la dedizione che gli sono mancate.

Nell’inconscio il tempo non esiste.

E in quel SEMPRE senza prima né dopo è possibile l’incontro emotivo indispensabile a stabilire la pace nel cuore.

E il rispetto nel mondo.

Carla Sale Musio

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Ago 19 2019

LA VITA È BIPOLARE

Il DSM5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) spiega che:

  • Il Disturbo Bipolare (definito anche Sindrome Maniaco-Depressiva) è una patologia caratterizzata da gravi alterazioni dell’umore e dei comportamenti.

  • Chi ne soffre si può sentire al settimo cielo in un momento e immediatamente dopo in preda alla disperazione, senza alcuna ragione apparente.

  • Questo oscillare di continuo tra stati d’animo opposti influisce pericolosamente sulla vita lavorativa, sociale e affettiva.

Oggi l’alternarsi veloce dei vissuti emotivi è guardato con sospetto e il Disturbo Bipolare sembra essere una patologia sempre più diffusa.

La paura della diagnosi psichiatrica ossessiona la vita di tanta gente.

Finire preda delle emozioni è considerato: pericoloso.

Troppo istintivo, patologico, disdicevole, anomalo e certamente… da evitare.

Nelle società evolute è preferibile mostrarsi calmi, pacati e indifferenti.

Va di moda l’impassibilità.

Eppure…

Dal punto di vista psicologico l’assenza di emozioni denota un deficit della consapevolezza emotiva definito alessitimia e caratterizzato dall’incapacità di riconoscere e condividere i sentimenti.

Il mondo intimo è animato da tanti stati d’animo differenti che possono coesistere o alternarsi anche velocemente nella psiche.

La vita stessa è bipolare.

Il giorno si avvicenda alla notte, l’inverno insegue l’estate, il dinamismo cede il posto al sonno…

Tutto è fatto di un continuo oscillare tra situazioni differenti e contrapposte.

Luce e buio, vuoto e pieno, attivo e passivo, rumore e silenzio… sono i ritmi che scandiscono le nostre giornate, regalandoci una naturale armonia.

A nessuno piacerebbe che il sole non tramontasse mai o che la notte durasse sempre.

Amiamo l’inverno e lo scintillio del Natale anche perché sappiamo che presto arriverà il caldo dell’estate con i colori del sole.

Prima o poi l’euforia cede il posto al silenzio.

E la quiete lascia spazio alla vitalità.

L’esistenza è fatta di continui cambiamenti.

Espansione e contrazione si alternano nella psiche come nella realtà e scandiscono il tempo delle nostre emozioni.

Gli animali vanno in letargo e recuperano nuove energie in primavera.

Ci alziamo al mattino pronti a cominciare una nuova giornata e la sera desideriamo rifugiarci nel riposo e nell’intimità delle nostre case.

Nella fase di espansione siamo pronti a confrontarci col mondo e desiderosi di cedere la nostra energia alla vita.

Nella fase di contrazione abbiamo bisogno di ritirarci in noi stessi e di elaborare le esperienze.

La socializzazione cede il posto alla solitudine.

L’intimità ci rinforza e ci spinge verso nuove avventure. 

Pretendere di uniformare i cicli della vita in un’unica traccia monocorde è come suonare sempre la stessa nota.

Uccide l’armonia e annichilisce le profondità dell’esistenza.

La bipolarità diventa una malattia soltanto quando provoca una forte sofferenza in chi la vive.

Più spesso è il segnale di un organismo in armonia con la natura.

Ci sono patologie che sono tali soltanto all’interno di una civiltà malata, segni di una disfunzione nell’organizzazione dell’umanità.

Ognuno di noi deve fare attenzione alle definizioni di sé e delle persone che incontra.

E scegliere autonomamente cosa è sano e cosa invece è patologico.

A volte, per rinchiudere chi non si sottomette ai dettami del più forte la psichiatria costruisce prigioni invisibili, marchiando l’unicità individuale con lo stigma infamante dell’infermità.

Carla Sale Musio

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Ago 12 2019

COME CAMBIARE LE ABITUDINI ALIMENTARI

Quando decidiamo di cambiare il nostro modo di alimentarci è importante stabilire perché vogliamo farlo.

Di solito ci preoccupiamo di come fare le cose.

Vogliamo avere la certezza del percorso, sapere quali saranno i passi che ci guideranno fino al compimento del progetto e trascuriamo il movente profondo, la verità che sottende le scelte.

Tuttavia, per raggiungere il traguardo è fondamentale conoscere i motivi che stanno dietro alle decisioni.

Interrogarsi con sincerità sul perché aiuta a scoprire i conflitti interiori che ostacolano i cambiamenti e permette di stabilire l’armonia emotiva necessaria al raggiungimento dei risultati.

Cambiare modo di nutrirsi non è facile.

L’inconscio ama i rituali ed è abitudinario.

Se facciamo sempre le stesse cose alla stessa ora, nel mondo intimo si struttura una sorta di pilota automatico che organizza la sequenza delle azioni al di sotto della consapevolezza.

Questo meccanismo ripetitivo serve a liberare la coscienza da sforzi inutili, in modo da rendere disponibile l’attenzione per attività diverse.

Nascono così tanti rituali quotidiani, utili per semplificare la vita ma pericolosi quando decidiamo di cambiare.

Infatti, più abbiamo coltivato un comportamento automatico e meno sarà facile abbandonarlo.

L’alimentazione non sfugge a queste regole.

Ci viene fame sempre alla stessa ora e desideriamo sempre gli stessi cibi perché gestiamo i gusti e i ritmi della nutrizione in base a scelte che sfuggono al controllo razionale.

Normalmente è l’inconscio a decidere per noi quandoquanto e cosa mangiare, seguendo criteri che si sono formati nel passato e non sono più stati messi in discussione.

Criteri legati a scelte emotive, rituali familiari e tradizioni sociali mosse da interessi economici o disponibilità affettive che spesso hanno poco a che fare con i bisogni della sopravvivenza e con la salute.

Indagare le motivazioni che stanno dietro a un cambiamento significa esplorare i vissuti nascosti e ascoltare anche quelle parti della psiche che a cambiare… non ci pensano affatto!

Infatti, insieme al sì compare anche il no.

E mentre analizziamo il perché vogliamo farlo dobbiamo ascoltare anche il perché non vogliamo farlo.

Di solito ad agire nell’ombra boicottando le scelte innovative (per paura del dolore e dell’abbandono) sono le Parti Tradizionaliste e Conservatrici.

Incarnano vissuti legati alla storia della nostra vita e della nostra famiglia.

Raccontano aspetti interiori memori di sofferenze antiche e pronti a tutto pur di evitarle.

Così, se a casa nei giorni speciali si mangiavano le frittelle, rinunciare a quel piatto farà insorgere le Parti Infantili della psiche che si sentiranno abbandonate e sole senza il sapore delle feste.

Per affrontare il cambiamento e smettere di mangiare le frittelle dovrò trovare qualcosa di altrettanto buono e affettivamente nutriente da offrire al bambino che vive nel mondo interiore.

Non deve necessariamente essere un cibo, può trattarsi di un giro in giostra, di un quaderno con le pagine colorate, di un libro magico o di un sacchetto di perline… andrà bene qualsiasi cosa susciti lo stesso piacere e la stessa sensazione di amore e appartenenza provocata dalle frittelle.

Se, però, non terrò conto di questi valori emotivi (e semplicemente mi imporrò di non mangiare più frittelle) quelle Parti Infantili trameranno nell’ombra e, non appena abbasserò la guardia, faranno in modo di sabotare i miei propositi.

Magari facendomi venire un inspiegabile nervosismo, un forte mal di testa, i crampi allo stomaco, la depressione… qualsiasi cosa permetta di trasgredire le nuove norme per riportare in auge le abitudini di sempre.

Analizzare il perché dei cambiamenti struttura i criteri necessari ad abbandonare le consuetudini e disegna strategie alternative, volte a compensare le perdite (affettive) indispensabili al formarsi di uno stile di vita più sano.

Sostituendo i rituali del passato con scelte diverse (legate ai ricordi ma in grado di non intralciare i progetti del presente) prende forma un nuovo modo di nutrirsi: non più succube di antichi bisogni d’amore e (finalmente) libero di scegliere possibilità ancora sconosciute.

Carla Sale Musio

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Ago 06 2019

LE CHIAVI

“Miseria ladra”.

L’imprecazione gli sfuggì mentre girava la chiave nella serratura, dopo essere uscito da casa.

Niente da fare.

Non si poteva chiudere a doppia o a tripla mandata, come al solito.

Cercò allora di riaprire, ma nulla.

“No!”, disse tra sé.

“Non posso entrare né uscire”.

Le gatte, dall’interno, cominciarono a miagolare, sentendolo dietro la porta.

Lo colse un’angoscia rapida: avevano da mangiare?

E l’acqua?

Cercò di rassicurarsi, ricordando il cibo versato nelle ciotole quella mattina, quando le due gatte gli si strusciavano addosso come sempre.

C’era anche l’acqua, si disse.

L’aveva aggiunta la sera prima: ma col gran caldo di quei giorni, le gatte bevevano più del solito.

Poi lo colse un altro dubbio e si cercò rapido nelle tasche: fortunatamente aveva con sé il cellulare e il bancomat.

Le chiavi della macchina, invece, pendevano agganciate alla cintura, come d’abitudine.

Si sedette sulle scale per raccogliere le idee: qualche ora prima era rientrato tranquillamente e aveva chiuso dall’interno, come gli capitava da quando gli avevano svaligiato la casa.

Un’altra casa, molti anni prima.

A quel punto gli toccò fermare i ricordi che già fluivano, senza che li avesse autorizzati.

Riportò i pensieri alla serratura: nell’uscire non aveva avvertito nulla di strano.

E invece era chiuso fuori.

***

Scorse i numeri sul cellulare: cercava un amico che gli aveva risolto altri problemi domestici e di cui apprezzava la capacità pratica.

Ma era venerdì sera: se non l’avesse trovato? 

Per fortuna l’amico rispose: stava per uscire, ma avrebbe fatto un salto da lui.

“Bella invenzione gli amici”, si disse.

E si preparò ad aspettare, ma preferì il pianerottolo, piuttosto che entrare nell’auto infuocata da un parcheggio assolato.

***

Qualche inquilino scendeva a piedi: cos’era successo?

Aveva bisogno di qualcosa?

Si stupì dell’interesse degli altri: i volti erano solleciti e le domande sembravano sincere.

Ma i suoi vicini non li avrebbe riconosciuti, se li avesse visti fuori da lì.

Si era sempre limitato a dei saluti brevi e distratti.

Seduto sulle scale, aspettava pazientemente.

Pensò a come accadono in fretta le situazioni, a come tutto può cambiare, così d’improvviso.

E finché si trattava di una porta chiusa non era grave, ma se fosse capitato qualcosa di drammatico o di tragico?

Mentre rifletteva, non si accorse neanche di assopirsi per il caldo e anche per la stanchezza, seduto sulle scale con il capo appoggiato al muro.

***

Lamenti di uomini, pianti di donne e bambini: un tempo lontano, un popolo trascinato via dalla sua terra.

Poche cose con sé: ogni individuo portava quello che aveva afferrato in fretta, senza sapere quando sarebbe tornato.

Lui non capiva in quale periodo quelle genti vivessero, ma il dolore era potente, la disperazione violenta.

Nonostante il sogno, lui percepiva quello strazio.

Ed era come se la sofferenza si ripetesse nella storia, in momenti diversi, per popoli diversi, in molti luoghi del mondo: epidemie, guerre, persecuzioni, carestie, uragani e terremoti.

Per ogni sfacelo, il sogno gli raccontava individui e famiglie in fuga, carri trainati da bestie stanche, pesi su schiene umane, piedi segnati, occhi vuoti di pianto.

L’abbandono della casa e della terra come una ferita aperta, lacerata e sanguinante.

Nello scorrere del tempo, la stessa angoscia d’essere strappati agli affetti, a volti conosciuti; uguale il non sapere quando sarebbe stato il ritorno.

E in fondo al dolore, lo strazio muto di una speranza.

***

“E allora?”

La voce divertita dell’amico lo riscosse.

“Non ci credo! Solo tu puoi dormire in questa situazione”, gli disse ridendo.

Aprì una borsa, tolse un aggeggio metallico, armeggiò con la serratura: un rumore secco.

“Bene”, gli disse.

“Fortuna che ho lavorato in una ditta di ferramenta. Ora funziona, ma ti consiglio di cambiare la serratura prima possibile”.

Lui lo abbracciò, sollevato al pensiero che poteva di nuovo entrare in casa, nel suo spazio con le gatte, gli oggetti, i libri, la radio che ascoltava sempre: tutto quanto lo rendeva sicuro e gli regalava il senso continuo della vita.

***

Decise di non andare al cinema, come voleva fare prima di quell’imprevisto.

Ma doveva comprare qualcosa per cena.

Allora si recò al market solito, a poche centinaia di metri da casa.

Stava per entrare e vide l’uomo di colore che da anni stazionava ogni sera fuori dalla porta centrale: in piedi per ore, vendeva carabattole.

Lui lo guardava sempre con un certo fastidio, sperando che non gli rivolgesse la parola.

Ma quella sera fu diverso.

Chissà da quando quell’uomo era lontano da casa, a chi aveva detto addio, che sofferenza taceva dietro gli occhi liquidi e scuri.

Si stupì di non averci mai pensato prima.

Gli si avvicinò e comprò un accendino, anche se aveva smesso di fumare ormai da anni.

Poi prese due pacchi di fazzoletti.

Davanti allo sguardo grato dell’uomo, si sentì a disagio.

Ma, una volta dentro, pensò che poteva comprargli una bibita fresca.

Fuori c’era molto caldo, infatti, e nonostante fosse  al tramonto, il sole d’agosto riusciva ancora a ferire.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com con il n°. 109207 del 26/7/2019

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Lug 31 2019

GENITORI CATTIVI E ANIME GEMELLE: un binomio pericoloso

Tutti i bambini sono convinti di meritarsi i genitori che hanno.

E questo vale nel bene e nel male.

L’egocentrismo (fisiologico durante l’infanzia) li spinge a credere che il mondo rifletta il loro valore.

Perciò se i genitori sono bravi significa che loro (i figli) sono bravi, mentre se i genitori sono cattivi vuol dire che loro (i figli) sono cattivi.

Questa visione autoreferenziale impernia il mondo dei piccoli ma determina anche tante convinzioni sbagliate che ci portiamo appresso nell’età adulta.

Da bambini, infatti, traiamo conclusioni sulla vita e su noi stessi che in seguito non correggiamo più.

Sono giudizi a cui arriviamo in base alle conoscenze del momento e con un’esperienza fatta soprattutto di emotività.

La logica, la razionalità, il pensiero astratto, l’obiettività, la riflessione… si formano col tempo, quando ormai le decisioni sono state prese.

È solo nel corso di un’attenta crescita personale che il pensiero infantile può essere compreso alla luce dell’esperienza adulta.

Ognuno di noi costruisce le proprie credenze durante le emergenze della vita e quasi sempre archivia quelle convinzioni senza metterle in dubbio.

A scuola ci vengono insegnate tante nozioni.

Tuttavia nessuno spazio è riservato alla comprensione del mondo interiore.

I telegiornali non ne parlano.

Le pubblicità… meno che mai!

Senza rendercene conto diamo per scontate opinioni che si sono formate in un periodo in cui non avevamo gli strumenti necessari a decodificare gli avvenimenti.

La maggior parte delle persone cresce senza mai fermarsi a riflettere sulla propria infanzia e sugli errori di valutazione che scaturiscono dall’inesperienza.

Per molti la psicologia è ancora un argomento sconosciuto e (ahimè!)… poco credibile.

Ecco perché da adulti la pretesa di un risarcimento danni da parte del destino si fa largo nella psiche senza che sia possibile metterla ragionevolmente in discussione.

E il pensiero di essersi meritati i genitori… assume le sembianze di un dogma, una valutazione su se stessi e sull’esistenza che condiziona la qualità della vita.

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Ma cosa comporta questa certezza e che ripercussioni può avere sulle scelte quotidiane?

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Il pensiero di essersi meritati i genitori è imbevuto di egocentrismo e sostiene l’idea della colpa e della punizione.

Alla luce di queste convinzioni bambine, avere dei genitori poco amorevoli significa avere in sé qualcosa di sbagliato che merita la punizione e perciò la cattiveria di papà e mamma.

Chi vive un’infanzia difficile spesso è convinto di avere dentro qualcosa che non va, un difetto che diventa una colpa e che spiega in termini semplici e spietati il perché della sofferenza patita.

In questo modo l’ingiustizia si trasforma nella legittima espiazione di crimini commessi non si sa dove e non si sa quando ma che devono esistere per motivare il dolore subito.

Nasce così quella bassa autostima che paralizza tante persone nonostante l’evidenza del successo e delle proprie capacità.

Superare da soli questi vissuti infantili spesso è impossibile e per sentirsi in pace con la propria identità è indispensabile ripercorrere all’indietro la strada della crescita grazie all’aiuto di uno psicologo, sciogliendo i nodi stretti intorno alle conclusioni di un tempo.

Tuttavia esiste una scorciatoia veloce (e pericolosa) che passa attraverso l’idealizzazione del partner.

Infatti, se mamma e papà sono stati cattivi senza che io abbia meritato l’angoscia vissuta durante l’infanzia, la vita ha un debito con me: mi deve un risarcimento grazie al quale finalmente potrò godermi quell’amore incondizionato che sento di meritare.

Ecco quindi nascere il mito dell’anima gemella!

Prende forma dalle fiabe e dalle aspettative egocentriche del passato e si dispiega rigoglioso… fino a diventare un’aspettativa indiscutibile.

In seguito a questo meccanismo il Principe Azzurro o la Principessa Azzurra incarneranno il sogno di un amore unico, speciale e illimitato: lo stesso che avremmo voluto ricevere dai genitori.

Quello che nessun genitore sarà MAI in grado di dare… perché appartiene a una dimensione affettiva e spirituale che esiste fuori dalle coordinate spazio temporali in cui viviamo la nostra esperienza umana.

Un amore intriso di vissuti infantili e foriero di tante incomprensioni.

Un amore che possiamo trovare soltanto dentro noi stessi, una volta diventati adulti.

Solo gli adulti che siamo diventati, infatti, sono in grado di comprendere e di accogliere il bisogno d’amore dei bambini che siamo stati e possono colmare il vuoto spirituale ed emotivo vissuto alla nascita (durante il passaggio dalla dimensione infinita e immateriale nell’esperienza fisica fatta di concretezza e di polarità: buono/cattivo, bene/male, giusto/sbagliato).

Ascoltare il dolore dell’infanzia significa prendersi finalmente cura di sé in prima persona.

Senza delegare.

E senza pretendere dagli altri quello che non siamo capaci di darci da soli.

L’amore è un sentimento che nasce nell’anima e poi si dispiega nel mondo, dando forma a un piacere libero dalle pretese e dalla dipendenza che caratterizzano i vissuti infantili.

Carla Sale Musio

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Lug 25 2019

IL DOLORE È UGUALE PER TUTTI: verso una cultura dell’invisibile

Una cultura nuova deve aprirsi anche a ciò che non appare e riservargli un posto tra le cose importanti.

In questo nostra civiltà affetta da un patologico narcisismo abbiamo perso di vista il valore dei sentimenti, della creatività, dell’ingenuità e della fragilità.

E smarrito il senso della vita.

Forti di una superiorità arbitraria e crudele infliggiamo la morte a cuor leggero, colpendo tutto ciò che intralcia il nostro cammino.

Non ci fermiamo mai a riflettere sulle conseguenze di queste scelte… incontestabili.

Le emozioni, la fantasia, la dolcezza, la sensibilità, la diversità… sono considerate inutili, prive di diritti, e trasformate in vittime dei capricci dell’uomo.

I primi a fare le spese di questa prepotenza sono gli animali.

E insieme a loro: le donne, i bambini, gli anziani, i portatori di handicap, gli svantaggiati e tutti quelli che non si conformano alle pretese del più forte.

Una cultura nuova deve volgere l’attenzione al mondo dell’intuizione e della sensitività, e realizzare una società in accordo coi ritmi della natura.

Si tratta di saperi che gli animali conoscono e rispettano, e l’uomo ha distrutto.

Senza nemmeno rendersene conto.

Il diritto alla vita sostiene la consapevolezza che il dolore è uguale per tutti a prescindere dalle differenze di specie.

Ecco perché evitare di infliggere la morte e il dolore è il primo assioma di una società basata sulla solidarietà e sulla fratellanza.

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LA PAURA DELLA MORTE

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Tutto ciò che non si percepisce con i sensi fisici addita silenziosamente la nostra superficialità e segnala l’ignoranza, svelandoci le dimensioni immateriali della coscienza.

La paura della morte è la paura più grande che ci sia.

Si nasconde dietro ogni fobia, depressione, attacco di panico o patologia psichica.

Per risolvere davvero la sofferenza psicologica occorre comprendere l’importanza di ogni creatura vivente.

Togliere la vita con leggerezza significa affermare la futilità dell’esistenza.

E questo ha conseguenze devastanti nella psiche.

La legittimità dell’uccisione si ritorce contro gli aggressori quando anche per loro arriva il momento della morte.

Infatti l’inconscio applica pedissequamente le leggi che sosteniamo e, arrivati al termine dell’esistenza, quel nostro insindacabile diritto alla prepotenza si trasferisce su qualcosa (oqualcuno) che sfugge al nostro controllo.

Qualcosa (o qualcuno) vissuto come più potente e più forte: Dio, il big bang, la legge naturale, un principio divino o solamente la caducità del vivere… i nomi e le credenze sono tante e ognuno intimamente coltiva la propria verità.

Per tutti, però, esiste una realtà imperscrutabile che prima o poi giungerà a riprendersi la vita.

In quei momenti le credenze narcisistiche perdono il loro potere risolutivo, lasciandoci privi di risorse nelle mani di un principio insondabile da cui inconsciamente ci aspettiamo le stesse leggi che abbiamo applicato durante la vita.

Una cultura dell’invisibile sottolinea l’urgenza di costruire una civiltà fatta di ascolto anche per ciò che appare fragile, debole, sensibile, incapace o semplicemente diverso.

La paura della morte che attanaglia tutti gli esseri umani rivela i retroscena di un predominio patologico e ingiusto, mostrandoci la via per superare la sofferenza psicologica che sta distruggendo l’umanità.

Affermare il diritto alla vita significa scardinare la prepotenza alla radice indirizzando il progresso verso soluzioni capaci di rispettare l’ecosistema (di cui anche noi siamo parte).

L’amore per gli animali segnala il riconoscimento delle proprie parti istintuali e il legame che ci unisce alla natura e ai suoi ritmi.

Per fare la rivoluzione bisogna poter guardare negli occhi la propria anima.

Senza vergogna.

Carla Sale Musio

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Lug 18 2019

ANTROPOCENTRISMO: la patologia più grave del mondo

La patologia più grave del mondo si chiama Antropocentrismo e rappresenta una perversione del narcisismo.

Il DSM5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) afferma che il Disturbo Narcisistico di Personalità colpisce in modo disadattivo la sfera comportamentale, relazionale, cognitiva e affettiva.

I sintomi principali di questa sindrome sono:

  • egocentrismo

  • deficit nella capacità di provare empatia

  • vissuti di superiorità

  • bisogno di percepire ammirazione

Il quadro clinico comporta un Sé Grandioso (cioè una percezione esagerata e idealizzata della propria importanza) e di conseguenza gravi difficoltà nel coinvolgimento affettivo.

Il Disturbo Antropocentrico è caratterizzato da un egoismo profondo e inconsapevole, e dall’incapacità di intrattenere relazioni sane, coinvolgenti e costruttive con l’ambiente circostante.

Si tratta di una degenerazione del narcisismo che distorce la percezione della realtà alimentando vissuti di superiorità, predominio e disprezzo per le altre forme di vita.

Chi ne è affetto si attribuisce il diritto a prevaricare ogni essere vivente, estraniandosi dal contesto ambientale in cui è inserito e collocandosi al vertice di una gerarchia arbitraria.

Questa superiorità patologica autorizza l’abuso di chi è più debole, più ingenuo o più docile, e conduce progressivamente alla distruzione dell’ecosistema.

Le conseguenze del Disturbo Antropocentrico sono sotto gli occhi di tutti.

La deforestazione, il riscaldamento globale, l’inquinamento, la distruzione di ogni habitat naturale, l’estinzione di moltissime specie viventi, il buco nell’ozono, la manipolazione del clima e il disastro ecologico che sta distruggendo il pianeta… sono solo la punta dell’iceberg di un malessere indescrivibile e pervasivo, capace di corrodere le fondamenta del benessere e della salute.

Per stare bene è indispensabile riconoscere il proprio ruolo nell’ambiente e permettersi di vivere in armonia con gli altri organismi e con la materia non vivente, accogliendo in se stessi la molteplicità che caratterizza la vita e contribuendo a realizzare un ecosistema autosufficiente e in equilibrio dinamico.

Al contrario: la prevaricazione (che appartiene a tutti i Disturbi Narcisistici della Personalità) spinge a sfruttare le risorse di chiunque appaia fragile e remissivo secondo un principio di dominanza basato sulla legge del più forte.

E si accanisce soprattutto contro la sensibilità e l’ingenuità, considerate prive di valore e passibili di ogni sopruso a vantaggio di chi possiede un maggiore cinismo.

Il Disturbo Antropocentrico impedisce le reciprocità nelle relazioni e trasforma lo sfruttamento e l’egoismo in valori da perseguire (pena la caduta nel ruolo di vittime con il conseguente corollario maltrattamenti e dolore), ottundendo l’ascolto dell’empatia e provocando gravi danni nella psiche.

Liberarsi da questa patologia non è facile.

La sua ampia diffusione, infatti, impedisce il riconoscimento dei sintomi legittimando lo sfruttamento e la crudeltà che la caratterizzano.

Per superare la condizione morbosa occorre emanciparsi dai modelli comportamentali dominanti per aprirsi a un ascolto etico e personale.

Anche quando questo conduce a valutazioni solitarie.

Staccarsi dal branco per seguire il proprio passo e il proprio cuore è una scelta difficile e irta di pericoli che contrasta il bisogno di condivisione e solidarietà.

Tuttavia, davanti a una situazione patogena dilagante si rivela un passaggio indispensabile per riconquistare la salute, in se stessi e nell’ecosistema.

Per realizzare un mondo migliore è necessario attuare un cambiamento profondo che, attraverso la riflessione sul proprio ruolo, conduca alla scelta di valori più coerenti con l’ambiente e rispettosi della reciprocità e della fratellanza con tutte le creature.

Camminare nella vita senza volerla possedere significa aprirsi a una lettura attenta alla sensibilità di ciascuno e capace di riconoscere il valore dell’ingenuità e della diversità.

Dapprima dentro se stessi e poi in ogni altra forma di vita.

Carla Sale Musio

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