Archive for the 'Psicoterapia' Category

Mar 23 2021

COMPLOTTISTI E COVIDIOTI: DA COSA NASCE IL CONFLITTO

Quando e come si forma la percezione dell’autorità. In che modo il rapporto con i genitori influisce sulla relazione con chi detiene il potere. Perché nell’infanzia il dialogo permette lo sviluppo di un pensiero dialettico e il dogmatismo porta alla rigidità e alla sottomissione.

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Mar 20 2021

PANDEMIA E RESTRIZIONI: morire… per paura di morire!

La strategia della tensione è una strategia politica utilizzata in Italia negli anni Settanta e basata su una serie preordinata di atti terroristici volti a diffondere nella popolazione vissuti di terrore talmente grandi da giustificare nuove scelte di stampo autoritario.

Dagli anni Settanta la strategia della tensione sì è evoluta, il terrorismo degli attentati e delle bombe è diventato obsoleto e al suo posto sono arrivati i virus.

Oggi, per destabilizzare la popolazione si adopera la malattia strumentalizzando la paura della morte.

Negli anni Duemila:

  • La polizia non insegue più i criminali ma perseguita chi vuole gestire la propria salute in autonomia.

  • La politica non riguarda più la gestione della cosa pubblica ma le norme a tutela della sanità.

  • La dittatura non si occupa più delle modalità governative ma dell’imposizione dei trattamenti sanitari.

  • I dissidenti non sono più estremisti della destra o della sinistra ma chiunque voglia scegliere come vivere e come morire.

In questo quadro:

  • Ammalarsi è severamente vietato.

  • Gli ospedali sono le nuove carceri.

  • Gli arresti domiciliari si chiamano quarantena e vengono imposti in seguito alla presenza dei virus nell’organismo o alla frequentazione con chi ne è portatore. A prescindere dall’evidenza dei sintomi e dallo stato di malattia.

  • Chiunque sia cagionevole di salute rischia la deportazione in ospedale, dove sarà tenuto in isolamento, privato del conforto delle persone care e dei contatti con il resto del mondo.

Ognuno di noi è diventato un potenziale untore.

Il rischio di contagio è l’orrore che innesca la paura di morire (da soli, senza l’affetto degli amici e dei parenti) reclusi in ospedali dove il personale (bardato come se dovesse disinnescare una bomba) a malapena mostra gli occhi e (quando va bene) si trattiene il tempo strettamente necessario alla somministrazione delle cure.

La strategia della tensione si è perfezionata e usa i media per bombardare il nostro cervello con notizie allarmanti, diffondendo ogni giorno un bollettino medico fatto di numeri sempre in aumento (a prescindere da qualsiasi soluzione adottata per diminuire i contagi e senza mai specificare in quale modo si costruiscano le statistiche).

In questo scenario drammatico tante persone buone, accondiscendenti e sensibili vivono nel terrore di incontrare la morte ad ogni passo.

E per sfuggire l’angoscia sono disposte a rinunciare anche ai principi base della salute fisica e mentale.

Non ci sono più festività trascorse insieme, riunioni con gli amici, viaggi, palestre, teatro, cultura, attività sportive, scuola, giochi…

Tutto ciò che alimenta il benessere e la partecipazione affettiva è stato vietato o sostituito dallo schermo di un computer.

Lo spazio virtuale (un tempo demonizzato con l’accusa di provocare un pericoloso distacco dalla realtà) è diventato la via maestra alla socializzazione.

Certo, la condivisione virtuale annulla le distanze permettendoci di comunicare con chiunque senza bisogno di attraversare fisicamente il pianeta.

Ma non potrà MAI sostituire lo scambio affettivo tra le persone: quella relazione fatta di sguardi e gestualità capace di attivare i neuroni a specchio quando ci si trova fisicamente insieme.

Per sfuggire la paura di una morte dolorosa e in solitudine, molti scelgono di seguire pedissequamente norme in contrasto con i principi della costituzione, giustificando la violazione dei diritti umani in nome di una temporaneità reiterata ormai da oltre un anno.

E in tanti sono stati costretti a chiudere le proprie attività perdendo così la possibilità di sostenersi autonomamente.

Il numero dei suicidi cresce a dismisura, l’alcolismo si diffonde a macchia d’olio e la depressione prende piede, mentre siamo occupati a sfuggire il mostro di una malattia gonfiata ad arte per spingerci verso una gestione politica sempre più rigida e volta al profitto dei pochi che gestiscono il mondo.

Morire per non morire è il paradosso dei tempi.

Chiudersi in casa, fissare per ore lo schermo della televisione, mangiare per colmare il vuoto affettivo e trasformare il mondo virtuale nell’unica realtà possibile, è diventato uno stile di vita sano e auspicabile, nonostante l’allarme lanciato da psicologi, medici e avvocati, volto a segnalare i pericoli e l’incostituzionalità di queste scelte.

La paura di morire… spinge a morire.

Di solitudine, di dolore, di angoscia, d’inedia o di obesità.

In questo scenario drammatico fermarsi e riflettere sulla morte è indispensabile, doveroso e necessario.

Perché la morte non si può evitare, appartiene inscindibilmente alla vita.

E combattere per conquistare l’immortalità alimenta la pazzia nella psiche.

La salute prende forma innanzitutto nella coscienza di ciascuno.

E si dispiega in risposta alle domande:

Perché si vive? Perché si muore?

Dal significato profondo che sapremo attribuire a un’esistenza fatta inscindibilmente di vita e di morte potrà prendere forma un mondo libero dalla paura.

Un mondo forte della certezza che la vita si estende dalla nascita alla morte… fino a comprenderne il valore.

Quel significato profondo che permette di essere grati all’esperienza, qualunque essa sia, e sta alla base della salute mentale.

E fisica.

Carla Sale Musio

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Mar 18 2021

IL CONTATTO COME DIRITTO UMANO

Perché il contatto umano è fondamentale per la sopravvivenza. In che modo la sua mancanza si ripercuote negativamente sulla salute. Perché gli scambi virtuali non lo possono sostituire. Quali sintomi segnalano la depressione indotta dal distanziamento sociale e dall’uso delle mascherine.

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Mar 14 2021

IL FUOCO

“Stai attento.”

La voce materna non riuscì a fermarlo.

Lui continuava ad avvicinare le mani alle fiamme del caminetto: era bello il fuoco, così vivo, così caldo e mai uguale.

Allora la madre intervenne: lo acchiappò per le spalle, scuotendolo forte.

“È pericoloso”, gli disse.

Lui obbedì.

Ma la sua passione per il fuoco non lo abbandonò.

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In campagna, spesso aveva bruciato erbe secche: vederle crepitare lo calmava.

Ma gli sarebbe piaciuto un fuoco grande, da contemplare e magari cantarci sopra, come a scuola gli avevano raccontato avesse fatto Nerone.

“L’incendio non lo aveva acceso lui”, si era affrettato a dire il maestro.

“Spesso andavano a fuoco le abitazioni in legno”.

Il tempo passava, ma a lui il pensiero di Nerone che appiccava il fuoco alla città eterna riempiva gli occhi e le giornate.

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Scrutava i pastori bruciare i pascoli, convinti che avrebbero reso fertile il terreno ed era attratto da quel fuoco: rimaneva senza fiato a guardarlo.

Lo amava così, senza chiedersi se accenderlo sarebbe stato utile, senza curarsi della fertilità dei campi.

Lo amava come si onora una divinità, senza chiederle nulla in cambio.

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Si preparava da molto e finalmente giunse l’occasione.

Il maestrale cominciava debole, poi si sarebbe rafforzato.

Lui da tempo aveva deciso il luogo: vi si recò, accese un piccolo fuoco e attese, finché le fiamme non crebbero alimentate dal vento, diventato furioso.

Poi si allontanò: ormai l’incendio aveva preso vigore, attaccando gli alberi e crepitando potente.

Vederlo crescere lo compensava di tristezze e umiliazioni.

E gli sembrava di essere come il fuoco: violento e caldo.

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L’odore di bruciato, il crepitare dei rami e delle foglie, il fumo crescente: gli animali del bosco cominciarono a fuggire disperati, cercando la salvezza.

Alcuni di loro avevano visto un ragazzo che si muoveva furtivo.

Nei nidi, vicino ai piccoli che avevano appena imparato a volare, i genitori si affannavano sconvolti, disposti a morire pur di salvarli.

Cervi, lupi e cinghiali andavano verso i margini del bosco, correndo impauriti, ma per la vecchia tartaruga era difficile spostarsi e già sentiva l’odore bruciante della morte.

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Molti animali erano ormai usciti dal bosco e si fermavano a prendere respiro, quando sentirono delle grida umane.

Venivano dal profondo della vegetazione: il ragazzo urlava il suo terrore, pressato dallo stesso fuoco che aveva acceso.

Il cervo anziano sollevò la testa: nonostante l’agitazione degli altri animali, ottenne il silenzio.

“È stato lui”, dissero affannati il cinghiale e il lupo.

“Lo abbiamo visto accendere il fuoco”, aggiunsero furiosi la volpe e il corvo.

“Ma non possiamo lasciarlo morire”, disse solennemente il cervo.

“Non siamo come lui”.

E sfidando la sorte, si gettò indietro verso le fiamme a cui era appena sfuggito.

Il lupo e il cinghiale non vollero lasciarlo solo: e corsero insieme verso le urla che si erano fatte deboli.

Gli altri animali rimasero fermi ai bordi del bosco e guardarono intensamente il cielo, aspettando chi una risposta, chi un miracolo.

Allora le nuvole, davanti a quegli sguardi e a quelle preghiere mute, decisero: si raccolsero veloci, colme d’acqua, e scaricarono sulle foglie, sui rami, sui tronchi infuocati gocce potenti e rapide.

Fu una pioggia violenta e il fuoco si arrese subito in alcune parti, più lento altrove.

Intanto il cervo, il lupo e il cinghiale avevano raggiunto il ragazzo, che giaceva esanime, e lo avevano trascinato fuori dal bosco, spingendolo con le corna e con i musi.

Sotto il suo corpo trovarono la vecchia tartaruga: nel sentirsi libera da quel peso, tolse fuori la testa e le zampe e si affrettò, aiutata dal cinghiale.

Giunti ai margini del bosco, aspettarono insieme con gli altri animali: lentamente il ragazzo si mosse e aprì gli occhi.

Si guardò intorno e vide che tutto era fradicio.

Il fuoco, ormai spento, aveva lasciato una larga macchia scura.

Lui ricordò tutto in un attimo, ma per l’emozione e la vergogna non riuscì a chiedere perdono. Chinò il capo e rimase in silenzio.

Lo pressava l’accusa muta di tanti sguardi.

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Parlò invece la tartaruga: all’avvicinarsi del fuoco e prima di perdere i sensi, lui l’aveva protetta con il corpo, cercando di salvarla.

Adesso era lei che gli stava accanto e lo ringraziava.

La sua corazza scura luccicava, ancora umida di pioggia.

Gloria Lai

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 Scritto tutelato da Patamu.com con il n°135295 dell’1/9/2020

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Mar 08 2021

CHI SONO I COVIDIOTI E COME TRATTARLI

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ATTENZIONE

Questo articolo tratta delle tematiche che possono creare frustrazione e rabbia, per la natura dell’argomento. Nell’approcciarvi alla lettura vi prego di tener conto esclusivamente dell’orientamento psicologico e scientifico, abbandonando la vana tentazione di farne una questione politica. Nessuna autorità dello Stato viene messa in discussione, se non le metodologie nella gestione dei mezzi di informazione. Che, come segnalato dai più recenti protocolli di ricerca scientifica sul campo (uno fra tanti: https://comunicatopsi.org), durante la pandemia, sono state fonti di traumi e stress per la maggior parte dell’intera popolazione mondiale.

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Vengono definiti con disprezzo covidioti quegli uomini e quelle donne che credono ciecamente al telegiornale e alla versione della pandemia proposta dai media di regime.

Personalmente non condivido questo termine, che trovo sprezzante e offensivo, e credo che la definizione giusta sia: spaventati o addormentati (contrapposto a risvegliati che invece indica quanti coltivano uno spirito critico nei confronti delle fonti ufficiali di informazione.)

Nel corso di questo scritto, quindi, userò le parole: spaventati o addormentati in sostituzione di covidioti.

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Gli addormentati sono persone buone, sensibili, umili e pronte a sacrificarsi per vivere in pace.

Sono i bambini che ubbidiscono ai genitori anche quando questi ultimi li maltrattano.

Quelli che credono alla benevolenza dei grandi pur provando dolore, vergogna, angoscia o paura a causa loro.

Sono i tanti che non hanno sacrificato la propria innocenza sull’altare della verità e conservano vivo nel cuore il ricordo di una Totalità Infinita da cui (forse) tutti proveniamo.

(Nella dimensione psichica che precede la nascita non esiste una separazione tra l’io e il tu ma tutto esiste contemporaneamente, senza spazio, tempo o identità.)

Gli spaventati hanno imparato nell’infanzia a credere che gli adulti abbiano sempre ragione e agiscano mossi da un’intenzione protettiva, anche quando le loro azioni sono incomprensibili, dolorose o crudeli.

Ai loro occhi innocenti, infatti, la sofferenza, la vergogna, l’angoscia e la paura appaiono un prezzo necessario per crescere e acquisire, un giorno, quella stessa supremazia.

Per gli addormentati la fiducia nell’autorità procede di pari passo con il bisogno di protezione.

E allevia la sensazione di inadeguatezza che accompagna l’inesperienza e la consapevolezza della propria fragilità.

Nel corso delle relazioni familiari, gli spaventati hanno imparato presto che contestare gli adulti mette in pericolo la vita stessa.

I grandi, infatti, sono forti fisicamente e determinati a raggiungere i propri fini educativi, con le buone o con le cattive.

Fino al punto di uccidere chi non si sottomette di buon grado alle loro regole.

Nei primi anni di vita gli spaventati si sono trovati davanti a un paradosso educativo che recita più o meno così:

“Ciò che faccio è per il tuo bene. Anche ucciderti, se necessario.”

E, non avendo le risorse per evitarlo, contestarlo o risolverlo, hanno dovuto accettarlo.

Acriticamente.

Questa fiducia dogmatica (e perciò indiscutibile) appartiene ad uno stile di pensiero tipico della fanciullezza e si imprime nella psiche quando il cervello non ha ancora formato appieno la memoria, riflettendosi inconsapevolmente nelle successive scelte di vita.

Per questo motivo è difficile ricordare le circostanze in cui si è formata e, di conseguenza, riconoscerla e cambiarla.

La paura della morte, che deriva dal paradosso educativo, è il nemico più grande degli spaventati, il mostro da combattere con tutte le forze.

E, pur di sfuggire a quell’angoscia antica, sono disposti ad accettare qualsiasi imposizione provenga da un’autorità riconosciuta come più forte.

Ogni autorità, infatti, incarna le sembianze di quella genitorialità onnipotente vissuta nell’infanzia, ciecamente benevola e pronta ad uccidere i figli quando non si comportano bene.

Nei vissuti infantili inconsci, questa visione del potere trasforma la morte in una punizione giusta, scatenando le peggiori paure e di conseguenza promuovendo le peggiori azioni.

(In questo modo, infatti, si perde di vista il valore naturale e trasformativo del fine vita e il suo significato di passaggio verso ulteriori dimensioni della coscienza.)

Combattere i fratelli, tradire gli amici, compiere gesti di cui non ci si domanda il senso, agire rituali scaramantici e obbedire ciecamente ai dettami del più forte… sono tutti modi per evadere le paure infantili attivate dalla paura di morire.

E pur di sfuggire alla paura gli addormentati sono pronti anche… a morire.

In loro il paradosso educativo:

“Per il tuo bene posso anche ucciderti.”

Si trasforma in un altro paradosso, altrettanto pericoloso e terribile:

“Per non morire, sono pronto a morire.”

Paradosso che sostiene l’atteggiamento acritico verso l’autorità costituita.

Vedere i limiti e le incongruenze di chi detiene il potere, infatti, significherebbe rinunciare all’innocenza e alla fiducia in una Totalità onnipotente e divina (incarnata prima dai genitori e in seguito dallo Stato, dal datore di lavoro, dal superiore in grado, dalla religione, eccetera) per rassegnarsi ai limiti di questa nostra realtà duale, complicata e spesso incongruente.

È vero che da quella rassegnazione prende forma la ricerca della propria verità, ma per gli spaventati accollarsi la responsabilità della propria vita mettendo in discussione le parole dei grandi genera angosce assai peggiori della morte stessa.

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Come comportarsi, quindi, quando ci si trova davanti a un individuo spaventato e pronto a tutto pur di non contestare la legge, anche davanti a scelte ingiuste e drammatiche?

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La prima cosa da fare è rendersi conto che si tratta di una creatura in difficoltà, vittima di una percezione influenzata dalla visione infantile dell’autorità.

Alla luce di questa valutazione diventa possibile costruire una comunicazione rispettosa delle paure che inconsciamente ne muovono le scelte.

Naturalmente non si potrà sostenere una argomentazione critica nei confronti del potere costituito, perché proprio la critica è stata compromessa.

(E questo per chi è risvegliato è sicuramente lo scoglio più difficile da superare.)

Tuttavia, solo dalla comprensione delle difficoltà psicologiche di chi abbiamo davanti può nascere una forma di interazione costruttiva (anche se limitata), altrimenti impossibile.

La seconda cosa da fare, quando ci si trova davanti a uno spaventato, è cercare di abbassare il livello di angoscia e di stress scatenato dalle informazioni terroristiche diffuse dai media di regime.

In ultimo, ma non meno importante, occorre tenere conto della loro pericolosità ed evitare lo scontro mantenendo alta la guardia, perché le persone in preda al panico possono diventare estremamente aggressive e imprevedibili.

L’unica soluzione definitiva e auspicabile rimane quella dell’aiuto psicologico volto a risolvere i traumi infantili.

Tuttavia per arrivarci è necessario svolgere prima un lavoro di ascolto che ne conquisti la fiducia, non sempre realizzabile quando il bombardamento mediatico imperversa.

Credo che in passato l’uso di misure educative autoritarie e coercitive abbia determinato l’attuale situazione di paura collettiva e lo sviluppo di una grande massa di spaventati.

E sono convinta che l’unica vera rivoluzione sia una progressiva desensibilizzazione dei vissuti traumatici infantili e una nuova visione della morte, non più punitiva e persecutoria ma naturale e inevitabile, in quanto parte della vita stessa.

Solo quando la morte sarà accolta nel suo significato trasformativo e multidimensionale, diventerà possibile aprirsi alla molteplicità della coscienza e comprendere come l’esistenza sia l’espressione di una profonda esperienza interiore.

Un’esperienza in cui non ci sono più buoni e cattivi, spaventati e risvegliati, ma un’unica umanità fatta di tante persone diverse, libere dal dominio di qualsiasi autorità che non sia quella della propria coscienza.

Carla Sale Musio

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Mar 02 2021

LE PERSONE RESPONSABILI…

La più grande espressione della maturità è la responsabilità.

Responsabilità di sé, delle proprie scelte, della propria vita…

Ma anche responsabilità verso gli altri, verso chi è più debole, verso la natura e il pianeta.

La responsabilità è la capacità di comprendere che la realtà è uno specchio dei pensieri di ciascuno…

Fino a raggiungere la consapevolezza che per cambiare quello che non ci piace è necessario cambiare noi stessi.

Gli altri, infatti, sono il riflesso di ciò che anima il mondo interno.

E appaiono o scompaiono dalla nostra esistenza seguendo un principio di attrazione legato ai movimenti profondi della psiche.

Le persone responsabili sono in grado di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e sostenerne il prezzo.

Sono uomini e donne che non delegano la gestione delle scelte quotidiane ma imparano a pensare con la propria testa.

Per farlo occorre permettersi un ascolto attento alle verità interiori.

Anche quando questo vuol dire essere in disaccordo con chi abbiamo intorno.

Nella nostra civiltà, malata di onnipotenza e narcisismo, va di moda la delega.

Grazie a una passiva accondiscendenza, infatti, si incrementano le vendite e lo sfruttamento.

Le persone responsabili compiono scelte insolite per la maggioranza: combattono in difesa della natura e si rendono conto delle conseguenze che un comportamento sconsiderato può avere sulla vita di tutti.

In loro è viva la consapevolezza che una società sana prende forma dal rispetto per ogni specie vivente.  

Sono certe che ogni cosa nasce da un sentire profondo e modellano le proprie scelte sui valori dell’ascolto e dell’aiuto per tutte le creature.

Comprendono che il benessere dipende dall’impegno di ciascuno e difendono chi è in difficoltà, riconoscendo un pezzetto di sé in ogni cosa che esiste.

Capiscono quanto è importante vivere in armonia con la natura.

E con l’esempio della propria vita portano avanti la solidarietà, la cooperazione e la fratellanza.

Compiono grandi imprese ma appaiono invisibili ai più.

Le loro scelte sono considerate complicate, inutili o poco importanti, da chi vive senza farsi domande ignorando la sofferenza degli altri.

Le persone responsabili hanno imparato a rinunciare al sostegno del mondo.

Sanno che per ognuno arriverà il momento dell’illuminazione.

E, mentre seguono il loro cuore con determinazione, camminano nella vita senza clamori.

Come solo l’amore, quello vero, è capace di fare.

Carla Sale Musio

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Feb 24 2021

VOLDEMORT: il mostro che ognuno ha dentro (e rinnega)

Nella saga di Harry Potter, Lord Voldemort è il mago oscuro capace di compiere qualsiasi atrocità pur di accrescere il proprio potere ed esaltare se stesso.

Tutto teso al raggiungimento di una gloria disumana, fondata sul terrore e sulla sottomissione dei suoi seguaci, vive ingannando gli altri e tradendo con freddezza chi lo segue.

La malvagità e il narcisismo fanno di lui un temibile antagonista di Harry: il mago giovane, buono e leale che rischia la vita in continuazione per salvare gli amici.

A una prima lettura potrebbe sembrare che queste due figure non abbiano niente in comune e rappresentino soltanto la contrapposizione tra il bene e il male.

Tuttavia, ad uno sguardo attento non sfuggono gli indizi che occhieggiano tra le pagine del libro, lasciando evincere un’unione profonda tra i due personaggi:

  • si comincia dalle similitudini vissute durante l’infanzia,

  • per continuare con la scelta della bacchetta magica fatta della medesima sostanza,

  • e finire con lo scontro all’ultimo sangue in cui Harry, nonostante il vantaggio ottenuto, non riesce ad uccidere Voldemort (o non può).

L’autrice semina qua e là allusioni velate ad una medesima storia di vita che segue binari differenti in seguito alle scelte compiute da entrambi.

Scelte diverse corrispondenti a caratteri diversi.

E proprio l’ultima scena mostra un’ennesima volta all’identità nascosta tra i due personaggi, segnalando tra le righe una condivisione animica così pregnante che uccidendo Voldemort Harry (forse) finirebbe per uccidere anche se stesso.

Come ho sostenuto più volte, la saga di Harry Potter racconta il difficile cammino del mago: un percorso pieno di insidie in cui ognuno deve riconoscere la propria verità senza lasciarsi distrarre dalle apparenze della vita.

In questa chiave, il rapporto tra Harry e Voldemort segnala l’impossibilità a liberarsi dal male se prima non se ne riconoscono le radici dentro alla propria anima.

Come un alter ego perverso e crudele, Voldemort indica a Harry (e al lettore) tutto ciò che quest’ultimo non ha scelto (tanto più quanto ne sente la presenza nelle viscere).

“Non voglio andare a Serpe Verde…” implora Harry durante la cerimonia di assegnazione alle case di Hogwarts (presentendo inconsciamente la propria idoneità anche alla casa dei cattivi).

Vorremmo essere migliori e ci impegniamo con tutte le nostre forze a coltivare il bene ma, proprio questo sforzo costante, sostiene un’idealizzazione che ignora la malvagità aumentandone il potere occulto.

Il bene, infatti, è tale solo quando si distingue dal male e più cerchiamo di renderlo immacolato dentro di noi più, involontariamente, rendiamo brillante anche il male.

Che fare quindi per uscire da questa polarità conflittuale?

L’unica soluzione è accogliere anche il male in se stessi, senza censurarlo o demonizzarlo, imparando a conoscerne il limite e la pericolosità in modo da poterlo gestire senza danni.

Bontà e crudeltà sono entrambe scelte possibili, biforcazioni che la vita ci propone costantemente.

La violenza e il potere rappresentano vie che a volte ci piacerebbe percorrere ma, proprio per questo, ci costringono a scegliere.. facendo crescere la nostra responsabilità.

Il male, infatti, è quella imperfezione che sporca l’idealizzazione immacolata di noi stessi, riportandoci continuamente all’interno del nostro percorso evolutivo.

Senza soluzione di continuità.

La somiglianza tra Voldemort ed Harry sottolinea le scelte buone di Harry e racconta ai lettori le conseguenze della malvagità.

Nella realtà della vita quotidiana, ognuno di noi sarà chiamato a misurarsi con entrambe le possibilità e si troverà davanti alla necessità di integrare il proprio male interiore.

Senza agirlo e senza negarlo.

Osservandone con lucidità (e umiltà) l’esistenza dentro di sé.

La magia è quella straordinaria capacità di compiere i miracoli nella vita di tutti i giorni.

E il più grande miracolo che si possa attuare è osservare i propri demoni con sincerità.

Perché solo da questa comprensione può prendere forma un mondo migliore.

Carla Sale Musio

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Feb 17 2021

ISTINTO E INTELLIGENZA

Le persone che amano gli animali coltivano spontaneamente la propria sensibilità e sviluppano una grande empatia, con conseguenze non sempre facili da gestire nel nostro mondo malato di arroganza.

Da un punto di vista psicologico, amare gli animali significa amare la diversità dentro di sé e accogliere le proprie parti istintuali riconoscendone il giusto valore nella psiche.

L’antropocentrismo ha demonizzato l’istinto e gli animali, considerandoli entrambi: rozzi, ignoranti, sbagliati e in antitesi con l’intelligenza.

Ma l’intelligenza privata dell’istinto perde la sua profondità e si riduce a un nozionismo sterile (che può diventare perverso quando applicato alla vita quotidiana).  

L’istinto, infatti, non è una componente biologica, primordiale ed inutile (come ci viene fatto credere) ma una parte fondamentale nella comprensione della realtà (chiamata in gergo tecnico: intelligenza emotiva) e legata alla percezione, alla condivisione e all’ascolto del mondo interiore (quello che ci fa ammalare o stare bene, che ci rende tristi o felici, che ci spinge al suicidio o dà senso alla vita).

Saper ascoltare l’istinto e tutto ciò che anima la vita psichica è un presupposto inscindibile dell’intelligenza e della realizzazione personale.

Per vendere smodatamente prodotti tossici ed inutili è necessario zittire quella voce interiore capace di scegliere con chiarezza ciò che è buono (in mezzo a tanti prodotti nocivi) segnalandoci istintivamente la strada verso la salute.

Gli animali (quelli liberi in natura) lo sanno e scelgono d’istinto gli alimenti necessari alla vita, scartando quelli tossici.

Per noi umani, invece, l’istinto è diventato un peso, qualcosa che impedisce la vendita di prodotti superflui e nocivi e per questo è stato demonizzato e ottuso fino a sabotarne le potenzialità.

Chi ama gli animali mantiene vivo dentro di sé l’ascolto dell’istinto.

E istintivamente capisce che il dolore è uguale per tutti: uomini e animali, buoni o cattivi.

È un sapere innato che evidenzia le crudeltà commesse dalla nostra specie.

Rendendo chi lo possiede dolorosamente responsabile della sofferenza.

Di tutti: animali, piante, esseri umani, natura…

Queste persone si oppongono con ogni mezzo alla crudeltà e alla distruzione del pianeta e portano avanti con determinazione un mondo nuovo.

Sono uomini e donne che agiscono una rivoluzione profonda, basata sull’ascolto della propria verità a dispetto del pensiero comune.

Gente capace di distinguere il bene dal male basandosi su una comprensione interiore e legata ai ritmi della natura e della vita.

Proprio come fanno gli animali.

Persone invisibili per chi confonde l’intelligenza con la sopraffazione e uccide impunemente le altre specie per soddisfare il piacere del proprio palato.

Chi ama gli animali conosce istintivamente il valore della vita e il benessere che scaturisce dall’armonia con l’ecosistema.

(Ecco perché si dedica agli altri, scegliendo spesso professioni sociali e spendendo il proprio tempo libero in occupazioni volte all’aiuto e al volontariato.)

Sono persone preziose, apripista di un mondo nuovo.

Soli in mezzo al dilagare della prepotenza e grandi davanti alla propria anima.

Sono quelli a cui tutti dovremo dire grazie.

Perché la vita si alimenta nel rispetto.

E chi impone la morte a cuor leggero annienta la vitalità dentro di sé pagando il prezzo di tante sofferenze psicologiche e fisiche (spesso senza nemmeno riuscire a rendersene conto).

Carla Sale Musio

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Feb 12 2021

CORRERE VERSO IL SUCCESSO SENZA MAI GODERSI LA VITA

In che modo l’Attivista Interiore ci costringe a correre sempre verso nuovi traguardi. Perché non riusciamo ad assaporare ciò che abbiamo costruito. Cosa possiamo fare per gustare i frutti delle nostre fatiche.

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Feb 11 2021

MENTE E MAGIA

Ragionare sulle cose è sicuramente un segno di intelligenza.

Tuttavia non sempre la ragione si rivela uno strumento efficace nell’affrontare la vita.

Nonostante la logica sia indispensabile per muoversi nel mondo, quando non è sostenuta dai sentimenti l’intelligenza svanisce.

I computer possiedono capacità matematiche così ampie da superare di gran lunga le possibilità intellettuali umane.

Tuttavia, l’intelligenza artificiale appartiene ancora alla fantascienza.

Proprio perché l’intelligenza è tale solo quando comprende un ascolto del mondo interiore.

Se il pensiero non include anche la comprensione emotiva la sua efficacia si vanifica e, nonostante le capacità di memorizzazione e di calcolo, non si può più parlare di intelligenza.

La mente è uno strumento indispensabile per muoversi nel mondo ma non è sufficiente per muoversi nella vita.

L’esistenza è fatta da mente e cuore insieme.

E quando il cuore non è considerato nella lettura della realtà, la comprensione inevitabilmente è carente e l’abilità personale limitata.

Per essere efficaci mente e cuore devono sostenersi vicendevolmente, colmando le carenze l’uno dell’altro.

Ecco perché la mente da sola non è intelligente.

E un suo uso esclusivo scivola inevitabilmente nella patologia, rendendoci ossessivi, freddi e controllanti.

Un grosso limite della ragione è il suo eccessivo bisogno di controllo.

La logica pretende di affrontare la vita pianificandola e gestendola metodicamente.

Ma questo è utile solo parzialmente.

“La vita è quello che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti” diceva John Lennon.

E per vivere con pienezza occorre aprirsi a una comprensione intima, capace di illuminare quel disegno unico e speciale che siamo venuti a compiere nel mondo.

Il senso di ogni avvenimento, infatti, è racchiuso nell’insegnamento che porta con sé.

E il suo valore si comprende appieno affidandosi a una comprensione interiore, fatta di umiltà e di fiducia nella profondità dell’esistenza.

Una percezione magica e imprendibile solo con la ragione.

Il bisogno di tenere la vita sotto controllo è una pretesa tipicamente babbana e facilmente sfocia nella patologia, trasformandosi in ossessioni, rituali e stereotipie che tengono in scacco la mente annullandone le potenzialità.

I maghi sentono profondamente dentro di sé il valore di ciò che non si vede e imparano a fidarsi di una conoscenza interiore: sensitiva, intuitiva e creativa.

Creare significa… far nascere qualcosa dal nulla.

La creatività non è logica.

È immediata, potente e bellissima… come la magia!

Muoversi nella vita ascoltando la voce del cuore permette ai miracoli di prendere forma e regala il misterioso potere della magia.

Quella capacità di affidarsi alla vita riconoscendone il profondo valore.

Senza volerla possedere.

Senza farsene un vanto.

E senza volerla imbrigliare dentro le gabbie della ragione.

Sapendo che l’amore è l’unica cosa capace di sopravvivere alla morte.

Carla Sale Musio

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LA PERSONALITÀ CREATIVA

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