PROSTITUZIONE LAVORATIVA E NEGAZIONE DI SÉ

Per uscire dal sistema piramidale in cui siamo imprigionati da millenni la prima cosa da fare è coltivare il rispetto, la dignità e l’entusiasmo che ci caratterizzano come persone umane e indicano la strada (quella vera) verso l’appagamento e la realizzazione.

Ci hanno insegnato che il lavoro è solamente un’attività necessaria alla sopravvivenza.

E alla luce di questo insegnamento abbiamo imparato a considerare la nostra occupazione professionale in funzione del guadagno, senza dare importanza alle mansioni che ci vengono richieste.

Così per tante persone lavorare in una fabbrica di armi o in una organizzazione umanitaria non fa alcuna differenza.

Ciò che conta sono i soldi da portare a casa alla fine del mese.

Seguendo ciecamente questo criterio ammiriamo gli individualisti e i prepotenti, e disprezziamo la sensibilità e l’ascolto del mondo interiore, convinti che i furbi siano vincenti e l’arroganza sia una virtù.

Esiste un bombardamento culturale volto a impiantare nella psiche i valori del cinismo e dell’indifferenza.

Tuttavia, in seguito a questo indottrinamento la sofferenza psicologica dilaga dappertutto e le malattie del secolo: l’attacco di panico e la depressione, sono in costante aumento.

Per conformarsi, infatti, è necessario censurare i sogni e le ambizioni, e rassegnarsi a servire un padrone senza scegliere cosa nutre la psiche e fa bene all’anima.

Sono rinunce poco visibili, giustificate dall’urgenza di raggiungere l’indipendenza economica (senza la quale la vita ci sembra impossibile), ma nascondono una pericolosa negazione del sé e hanno come conseguenza la perdita dell’entusiasmo, dell’efficacia personale e del desiderio di vivere.

Vivere, infatti, non è soltanto: mangiare dormire, lavorare e spendere.

Vivere è una sensazione di pienezza interiore: quell’ebrezza dell’anima che ci fa sentire bene anche in mezzo alle difficoltà perché riempie l’esistenza di significato.

Qualcosa che è difficile definire a parole perché il linguaggio è fatto a uso e consumo dell’economia e i vocaboli scarseggiano quando si tratta di definire il benessere interiore.

Chiamiamo negazione del sé il mancato ascolto dei propri bisogni espressivi.

Cresciamo in un mondo che costruisce prigioni invisibili intorno alla creatività e demonizza l’espressione individuale a vantaggio dell’omologazione.

Così, impariamo da bambini a vendere il nostro tempo al miglior offerente, abbandonando l’entusiasmo e il piacere di fare le cose.

E crescendo prostituiamo la nostra creatività per uno stipendio che ci rende schiavi.

Quasi che senza un padrone e senza il suo salario non esistesse altra possibilità di vita.

Eppure…

Ci sono persone che scelgono di coltivare i propri sogni e si impegnano a fare del proprio lavoro una missione di vita, oltreché una fonte di reddito.

Persone che amano ciò che fanno e perciò non si stancano.

Persone convinte che la professione sia un’espressione creativa: qualcosa che dona piacere, soddisfazione, entusiasmo… oltre ai soldi.

Sono uomini e donne che non si sono piegati ai dettami di quella piccola élite che governa il mondo.

E oggi illuminano la strada a quanti il lavoro lo hanno perso pur di non farsi iniettare farmaci sperimentali di cui ancora non sono stati studiati gli effetti.

Così mentre l’élite multimiliardaria impone ai governi le sue regole ingiuste e prepotenti, tanti individui svegli aprono gli occhi davanti alle ingiustizie e alla corruzione, scegliendo di non prostituirsi più.

Siamo tutti chiamati a cambiare il mondo, ma per farlo dobbiamo cambiare noi stessi, liberandoci dalla convinzione che il lavoro sia vendere il proprio corpo e la propria energia a qualcun altro e riappropriandoci del piacere di fare ciò che ci piace per fare stare bene noi stessi  e gli altri.

Carla Sale Musio

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