Tag Archive 'genitorialità e relazione'

Giu 20 2021

IMPARARE A PARTORIRE DA MAMMA GATTA

La società accompagna le donne al parto in svariati modi: dai corsi preparto con figure specializzati e competenti, che preparano le donne al grande evento fornendo loro una serie di conoscenze nuove ed efficaci, agli incontri informali tra donne che si riuniscono in momenti di confronto e condivisione pratica ed emotiva.

Che la donna crei la propria rete di riferimento non solo è funzionale ma fondamentale affinché, nel momento in cui sente di averne necessità, attiva automaticamente il canale di cui necessita.

Ciò che spesso viene by-passato o trascurato è la centralità del ruolo della donna durante il parto.

Tutte queste nozioni rischiano di disperdere e non canalizzare la donna verso le sue competenze, verso la sua natura biologica e istintuale che è l’unica vera componente che si attiva nel momento del parto.

Non essendo animali, tendiamo ad usare la nostra parte razionale e consapevole anche durante il parto trascurando il fatto che il parto stesso non appartiene al dominio della razionalità e che quindi quest’ultima deve essere usata coscientemente lasciando comunque il dominio alla parte istintiva.

Accade sempre di più che prevale la necessità di aver consapevolezza e il bisogno di esercitare un controllo per potersi fidare del proprio corpo piuttosto che affidarsi incondizionatamente.

Un bambino che impara a camminare si affida alle proprie percezioni e sensazioni, non ragiona sul movimento delle gambe, sull’angolazione delle ginocchia o sulla lunghezza del passo ma ascolta il suo istinto assecondando i segnali del proprio corpo e lasciandosi guidare dalle proprie emozioni.

Lo stesso dovrebbe avvenire durante il parto.

Il corpo della donna è biologicamente predisposto a partorire (escludendo particolari condizioni patologiche) eppure la società adorna la donna di conoscenze tecniche piuttosto che accompagnarla verso una consapevolezza di sé ed una fiducia nel cogliere e interpretare adeguatamente i segnali del proprio corpo ed il proprio stato emotivo.

Quanto diventa importante quindi aiutare la donna a riconoscere la propria parte istintiva e animalesca?

Legittimarla nella ricerca dei suoi bisogni intimi e unici?

Indirizzarla verso una connessione profonda con la creatura che porta nel suo grembo in quanto unico vero braccio destro nel momento del parto?

Sapere di essere in grado di farlo è il primo grande passo verso la riuscita di un buon parto.

Pensare che il proprio parto dipende solo e unicamente da fattori esterni rischia di portare la donna a non fidarsi di se stessa, a mettersi in una posizione down e a vivere passivamente un momento fondamentale che diventa anche attivatore delle responsabilità successive verso il nascituro.

Se ci pensiamo sono solo madre e figlio che, insieme, collaborano per uno stesso obiettivo: la vita.

Mettiamo allora i riflettori sulla donna, sul suo potere, sulle sue competenze innate.

Aiutiamola a fidarsi di ciò che sente piuttosto che dare maggior enfasi all’operato altrui. 

Il parto è suo, è un passaggio personale, intimo e unico, sacro e non condivisibile.

Quando ero piccola passavo le ore ad osservare le mie gatte.

Ero presente e partecipe a tutte le fasi della maternità.

Dall’accoppiamento all’allattamento e all’educazione primaria.

Quando i pancioni diventavano sempre più grossi, preparavamo delle ceste calde e confortevoli in modo che avessero un posto dignitoso per partorire ma, ogni volta, arrivava una forte delusione: sparivano per qualche giorno e poi si facevano rivedere giusto per prendere un boccone, –con i pancioni vuoti e le mammelle intrise di latte.

E le cucce erano vuote!

Cosa facevano le mamme gatte?

Sicuramente sapevano di avere delle ceste comode e calde ma attivavano comunque la loro parte istintiva e protettiva per il loro bene e quello della prole.

Ricercavano dapprima un posto che le facesse sentire al sicuro e partorivano indisturbatamente senza l’aiuto di nessuno, semplicemente affidandosi alla loro natura.

Martina Mastinu

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Mag 27 2021

PADRI E MADRI: una potente connessione emotiva

Culturalmente si tende ad associare la gravidanza ed il periodo perinatale alla madre, vedendo il padre come un “donatore di seme” o comunque una figura più marginale rispetto al ruolo materno.

Eppure i padri sono sempre più emotivamente spinti verso la partecipazione attiva, non solo in termini di collaborazione pratica ma anche e soprattutto rispetto allo spazio emotivo che vanno ad occupare.

Sono diversi gli studi che riconoscono quanto i padri siano emotivamente coinvolti durante il periodo perinatale e spesso gli stati mentali degli stessi possono essere significativamente connessi con quelli delle loro compagne, al punto che si riscontrano, sempre più frequentemente, delle oscillazioni o stati affettivi nei neo papà paragonabili a quelli materni, nonostante si esplichino, nel concreto, in maniera differente.

Quando gli stati mentali dei padri sono significativamente connotati in maniera negativa e quindi quando troviamo padri con toni depressi, ansiosi o che mettono in atto comportamenti destabilizzanti e controproducenti, tali aspetti possono incidere sulla relazione madre – figlio dalla quale emergono difficoltà e criticità.

Di fatto, in condizioni favorevoli e soprattutto a partire dalla gravidanza, un ruolo paterno efficace consente alla donna di sentirsi protetta in una fase in cui la percezione di vulnerabilità è maggiore e pone le basi anche per una relazione madre bambino maggiormente adeguata.

Tra madre e padre è fondamentale che si crei una potente connessione emotiva in cui ognuno assolve il proprio ruolo in maniera serena, consapevole e riconosciuta dall’altro.

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UNA STORIA VERA

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Paola è una neo mamma che si sente costantemente sbagliata e in difetto.

Da quando è nato il suo bambino si sente giudicata da tutti, e tutte le persone che la circondano dispensano in continuazione consigli non richiesti distogliendola da quelle che sono le sue priorità.

Non da meno il compagno Claudio che risente tantissimo dei momenti in cui Paola allatta… 

Per Claudio l’allattamento non ha tutto quel valore decantato, ma nel suo profondo, egli lo vive come un momento in cui lui non esiste, si sente impotente e inutile, quindi si schiera con tutti gli altri familiari che stuzzicano Paola nel passare al latte artificiale con la scusa di stancarsi meno e coinvolgere anche Claudio nell’allattamento.

Paola e Claudio arrivano in terapia paradossalmente con lo stesso stato emotivo, entrambi si sentono incompresi dall’altro e non sostenuti.

Nel momento in cui Claudio prende consapevolezza del fatto che l’allattamento risveglia in lui un normale senso di difficoltà nel costruirsi un ruolo definito, comprende che in realtà non può e non vuole ostacolare l’allattamento di Paola e di conseguenza sente il bisogno di sostenerla e proteggere la relazione con il loro bimbo: sostanzialmente si dà un ruolo anche durante l’allattamento concependosi come parte attiva, unica e indispensabile.

Allo stesso tempo Paola comprende che Claudio non vuole ostacolare l’allattamento ma sente il normale bisogno di essere coinvolto; questa consapevolezza la porta a sentirsi vista, protetta e compresa, di conseguenza lei stessa sente maggiormente il bisogno di coinvolgere Claudio.

In questo modo entrambi iniziano a sintonizzarsi sui loro reali bisogni, sulle loro normali difficoltà e soprattutto ad essere maggiormente empatici e liberi nel parlare delle loro emozioni.

Di conseguenza riescono a creare e costruire una relazione intensa e unica con il proprio bimbo senza vivere sensi di colpa o senso di estraneità.

Martina Mastinu

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