Tag Archive 'genitori e figli'

Dic 24 2021

NESSUNA BUGIA AI BAMBINI

Nel lavoro con i genitori capita di frequente che essi si trovino davanti a situazioni inevitabili importanti e non riescano a trovare una modalità efficace per comunicarle ai figli.

Così un lutto, una patologia, un’ospedalizzazione… vengono gestite nei modi più disparati, con il sano intento, da parte dei genitori, di mettere in atto la strategia migliore ma spesso inconsapevoli di come alcune modalità, apparentemente innocue o congegnali possano, in realtà, nascondere insidie e problemi per i figli.

Spesso accade che l’evento venga omesso e la persona coinvolta “sparisca” nel nulla finché non è il bambino a chiedere, o a non chiedere, quando il clima diventa talmente oscuro e omertoso da creare un vero e proprio tabù.

Oppure una visita medica non sia accompagnata da alcuna spiegazione ed il bambino si trovi a subire una invasione senza sapere il perché.

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Come fare allora per dire una verità scomoda?

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Partiamo intanto dal presupposto che ci stiamo rivolgendo a dei bambini e, pertanto, discorsi complessi non possono essere compresi e non aiutano.

La prima cosa da fare, quindi, è quella di trovare una verità a misura di bambino, che spieghi in maniera semplice quel che è accaduto o dovrà accadere.

È necessario pensarla e condividerla con gli altri adulti prima ancora di comunicarla in modo che tutti possano spiegare con le stesse parole, rimandando al bambino coerenza e affidabilità.

È importante, fin quanto è possibile, comunicarla poco alla volta e aggiungere dettagli (che siano sempre a misura della comprensione di un bambino) quando il bambino fa delle domande e quindi sarà pronto ad acquisire informazioni in più.

Di fatto la mente ha necessità di un certo tempo per assimilare una informazione: è per questo che i bambini di primo impatto non fanno mille domande ma, in genere, accade che le domande arrivino nei giorni seguenti.

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Una coppia di genitori mi contatta perché il figlio, che ha una patologia cardiaca, deve eseguire un intervento chirurgico importante.

Da una prima anamnesi emerge che il bambino non è a conoscenza della sua patologia cardiaca e che, di fatto , non si reca volentieri alle visite di ruotine.

“Dottoressa, come possiamo dirgli che dovrà fare un intervento chirurgico se appena vede un camice si dispera e piange?”

“Bene, facciamo un piccolo viaggio nella mente del bambino e cerchiamo di capire cosa sa, cosa vive e cosa pensa di quel che accade”

Piano piano e in maniera guidata, i genitori riescono ad immedesimarsi nel figlio e a comprendere i vuoti e la mancanza di conoscenze nel suo vissuto e di conseguenza la reticenza a svolgere le visite.

Costruiamo insieme un “racconto” a misura di bambino in cui diamo un senso e una spiegazione precisa e chiara a quella che è la realtà che vive.

Formuliamo quindi una storia condivisa da proporre al bambino qualche giorno prima della visita, collegando passato, presente e futuro, riconoscendo ogni possibile emozione presente ma anche tanta serenità a presenza.

Riconosciamo le sue doti, le sue normali paure e, infine, prospettiamo un andamento che sia rispettabile e prevedibile, in modo che impari a sentirsi visto e riconosciuto in quel racconto e quindi anche protetto e al sicuro e di conseguenza pronto ad affrontare il futuro.

Martina Mastinu

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Dic 11 2021

FAMIGLIE PREMATURE

Il periodo gestazionale è un intenso susseguirsi di scambi emotivi e progetti che i partners vivono in relazione al nuovo arrivo.

I genitori progettano, immaginano, sognano e accompagnano il loro bambino verso la sua nascita tenendo conto di una data medicalmente indicata già dall’inizio della gravidanza.

Cosa accade però ai genitori quando la nascita anticipa prepotentemente il termine prestabilito?

Davanti ad una nascita pretermine il progetto viene bruscamente interrotto e la fase di idealizzazione non trova riscontro nella realtà spesso difficile e traumatica, che si palesa ai neogenitori.

Fare i conti con la nascita pretermine significa interrompere il progetto, significa trovarsi di fronte ad un bimbo e a una situazione profondamente diversi da ciò che si era immaginato, un bimbo certamente lontano dal calore delle braccia dei suoi genitori poiché funambolo tra la vita e la morte.

Un corpicino collegato a macchinari con suoni ritmici e sordi, avvolto da luci artificiali, un bimbo da vedere dopo giorni, in certi turni e orari, un bimbo che passa dalla simbiosi all’estraneità.

L’immenso universo emotivo che rimbomba nei genitori è un mondo spesso nuovo e non previsto.

Senso di impotenza e di inutilità, paura, solitudine, smarrimento, distacco e distanza; fare ogni giorno i conti con i piccoli progressi e le ricadute fa sentire gli stessi genitori funamboli tra l’indicibile paura di morte e il desiderio di vita.

Il genitore deve fare immediatamente i conti con un mondo non contemplato e lontano dal progetto e deve farlo alla svelta con i pochi strumenti che possiede, collocandosi in ogni istante nella grande dicotomia tra aspettative e realtà.

Quale è dunque il ruolo dello Psicologo perinatale?

Accompagnare i genitori verso un riconoscimento delle proprie emozioni, aiutandoli a dar voce a ciò che provano.

Guidarli verso l’espressione della loro genitorialità.

Aiutarli a riconoscere le loro risorse e la loro unicità.

Guidarli nell’incontro con il bimbo facendoli sentire non solo utili ma indispensabili per il benessere del loro piccolo.

Aiutarli a riparare la ferita attraverso la costruzione di un proprio racconto che parla di imprevisti, difficoltà ,coraggio e resilienza.

Ogni vita è circondata da un mistero, ogni nascita porta con sé un bagaglio di imprevedibilità disarmanti.

Con i giusti strumenti e il necessario sostegno, ogni genitore può essere accompagnato nel trasformare la propria esperienza in virtù.

Martina Mastinu

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Nov 14 2021

LA COMPLESSITÀ NEL PROCESSO GENITORIALE

La genitorialità è un processo complesso in continua evoluzione.

Quando si parla di genitorialità è fondamentale non farla coincidere con la nascita del bambino: la nascita è l’evento mentre l’esperienza della genitorialità si delinea nella progettualità di diventare genitori.

Così, si diventa genitori quando si inizia a sognare, progettare, costruire, creare uno spazio nuovo, fisico e psichico per accogliere qualcuno che è diverso da sé.

Gli schemi sociali tendono a trasmettere un’immagine semplicistica e stereotipata dell’essere genitori: un mondo fatto di colori pastello, fiocchetti e ninne nanne.

Ma l’esperienza concreta riporta una complessità che si coniuga con l’imprevedibilità inevitabile quando ci si imbatte in una nuova e così grande esperienza.

Essere genitori, allora, significa anche fare i conti con l’inatteso, riconoscere la necessità di modificare alcuni schemi rigidi e riadattarli, ripartendo da sé, dalla propria esperienza, ed aggiungere un tassello al complesso cambiamento culturale che avviene giorno dopo giorno.

Come operatori abbiamo il dovere di rimandare un’immagine della genitorialità autentica, lontana dagli stereotipi di perfezione, una genitorialità che rimanda ad una continua messa in discussione, una genitorialità in continua evoluzione, una genitorialità che per sopravvivere deve fare i conti con ciò in cui si imbatte e trovare nuovi equilibri funzionali.

Lavorare in quest’ottica è fondamentale affinché le persone si sentano parte attiva di un processo, si assumano la responsabilità del loro ruolo.

E anche per comprendere quando è necessario chiedere aiuto, quando sono stati commessi degli errori, quando ci si sente in crisi e si ha bisogno di un confronto utile poiché all’interno di un processo nuovo e complesso è inevitabile commettere degli errori ma è anche fondamentale riconoscerli per poter ripartire.

Sempre più spesso questa complessità viene letta in maniera errata come “ogni genitore fa a modo suo e non bisogna criticarlo” e qui bisogna far attenzione nel riconoscere la linea sottile tra l’esprimere la propria genitorialità e il sentirsi liberi di esprimerla senza mettere in discussione nulla.

Posto che è fondamentale non dare giudizi e posto che ogni genitorialità ha delle sfumature di espressione uniche, far notare le criticità deve essere vissuto non come un giudizio e quindi un irrigidimento, ma come una possibilità di crescita.

In un gruppo di mamme, una mamma ammette di litigare con il marito spesso e volentieri davanti ai figli.

Alcune mamme le fanno notare che i bambini potrebbero risentirne mentre altre insorgono in sua protezione inveendo e sottolineando che “non esiste famiglia perfetta, non esiste coppia che non litiga, fatevi gli affari vostri che ai suoi figli sarà brava a pensarci lei!”

Chi ci perde in primis?

La mamma e tutta la sua famiglia.

Ciò che si perde è la possibilità di una crescita partendo da un confronto: “pensi che davvero i bambini possano starci male? Sai consigliarmi qualche lettura o qualcuno con cui parlarne?” 

Basta davvero poco affinché un piccolo confronto diventi possibilità di crescita, assumendosi la responsabilità di mettere in discussione e rianalizzare un comportamento per renderlo funzionale ed efficace.

Martina Mastinu

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Nov 01 2021

CAMBIAMENTO E COMPLESSITÀ

Affrontare percorsi terapeutici non significa certamente diventare psicologi ma, tra le altre cose, acquisire consapevolezza circa i meccanismi di funzionamento mentali e relazionali che ci riguardano.

Spesso incontro genitori decisamente fermi e orgogliosi dei loro stili educativi, genitori che, in base alle scelte che hanno messo in atto, hanno spesso raggiunto ottimi traguardi in termini di relazioni efficaci con i loro figli.

Capita però che gli stessi si trovino ad affrontare delle fasi del ciclo di vita in cui le modalità educative utilizzate durante fasi precedenti non producono più gli stessi effetti, o non risultano idonee per tutti i figli, e pertanto necessitano di essere messe in discussione e riformulate.

Ciò di cui non si tiene conto è la complessità dentro la quale ci muoviamo costantemente.

Di fatto la nostra mente tende a funzionare in maniera “economica” poiché cerca di ottimizzare al meglio le informazioni che recepisce.

È pur vero che non possiamo soffermarci su ogni singolo stimolo e analizzarlo puntigliosamente, sarebbe un dispendio energetico troppo grande e spesso inutile.

Pertanto la mente si abitua a funzionare facendo economia delle proprie risorse.

Questa modalità di funzionamento si scontra sia con la necessità di evoluzione e di cambiamento, fondamentali nel processo di crescita di ogni persona, sia con la complessità di stimoli che ci pongono sempre davanti a nuovi bivi e scelte.

Davanti al cambiamento le persone cercano di ostacolarlo, piuttosto che accoglierlo come una risorsa.

E la resistenza al cambiamento è spesso maggiore tanto più le modalità precedenti hanno prodotto successi.

Una famiglia arriva in terapia perché l’adolescenza del terzo figlio si sta rivelando molto più complessa di ciò che avevano immaginato.

L’aver affrontato in maniera abbastanza contenuta e serena le adolescenze dei due figli più grandi aveva fatto sì che si fosse cementata la convinzione che avessero assodato modalità convenienti e funzionali nell’affrontare questa fase di vita.

Invece il terzo figlio è “diverso”, il terzo figlio è l’anomalo, quello strano, il terzo figlio non capisce, non riesce a integrarsi.

E in un attimo quel bimbo che qualche anno prima condivideva l’idillio familiare, diviene lo straniero dal quale prendere distanze.

Cosa sta accadendo in questa famiglia?

La famiglia sta faticando nel riconoscere la complessità e il cambiamento e sta chiedendo al terzo figlio di rinunciare alla sua unicità in virtù del mantenimento di stili educativi e relazionali cristallizzati.

Che compito ha la terapia in questi casi?

Attraverso la terapia si possono accompagnare i genitori verso la consapevolezza di ciò che sta accadendo e di conseguenza aiutarli a trovare modalità relazionali adeguate che provengono unicamente dall’accettazione e dalla conoscenza del loro terzo figlio, invece che continuare ad alimentare l’illusione del figlio immaginato ma diverso dal reale.

È vero che anche gli adulti sono stati adolescenti ma è pur vero che l’adolescenza attuale assume delle connotazioni ben lontane e differenti da quelle delle precedenti generazioni, poiché il contesto sociale è sempre più complesso e dinamico.

Pretendere che i ragazzi sposino totalmente le prospettive degli adulti significa portarli a scegliere tra la famiglia e il contesto sociale.

Diventa pertanto fondamentale acquisire più conoscenze possibili per accompagnarli nell’esplorazione del loro periodo storico, piuttosto che viverli come alieni e lasciarli soli davanti al mondo.

Martina Mastinu

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Ott 23 2021

QUAL È LA COSA MIGLIORE CHE UN GENITORE PUÒ FARE PER I SUOI FIGLI

Che cos’è l’alfabetizzazione emozionale e in che modo è indispensabile per una crescita sana e per un sano rapporto di coppia. Ascoltare i bambini spesso è più importante che correre subito a trovare una soluzione.

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Ott 01 2021

OLTRE IL PROGETTO

La nascita di un figlio non avviene nel giorno in cui esso viene al mondo.

Il figlio nasce prima di tutto da un pensiero, e questo pensiero può essere più o meno antico o recente.

Ci sono persone che sentono il desiderio di genitorialità e immaginano il loro figlio anche prima di avere un rapporto di coppia importante e significativo, così come ci sono persone che faticano a costruire l’immagine di un figlio anche quando esso è già fisicamente presente nel grembo materno.

Per far sì che un figlio venga al mondo in maniera efficace, è necessario che esista un pensiero su di lui.

Questo pensiero è fondamentale affinchè egli possa essere accolto come persona unica e irripetibile, affinchè venga accettato per quelle che sono le caratteristiche che lo delineano e lo differenziano da chiunque altro.

Quando arriva un figlio, chi lo accoglie condivide una certa progettualità su di lui.

È impossibile chiedere ai genitori di non fantasticare sulla propria creatura, impossibile chiedere costantemente di non proiettare su di lui paure, desideri e aspettative.

Spesso questi meccanismi avvengono in automatico perché noi stessi ne siamo stati investiti.

Ciò che conta quindi è un livello di consapevolezza, da parte dei genitori, su come questi meccanismi si palesano nel quotidiano e sui rischi che si possono correre quando dominano la relazione tra genitore e figlio.

Andare oltre il progetto significa quindi contemplare l’inatteso, accoglierlo come un dono di novità, come un atto di crescita generazionale inevitabile e sana.

 

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Angelo è un padre molto esigente, i suoi 2 figli sono la proiezione di ciò che lui non è potuto essere.

Cresciuto tra tanti fratelli più grandi di lui e tutti laureati, ha vissuto la sua infanzia combattuto tra il desiderio di una adultità precoce e quello di superare in bravura gli altri, in modo da essere lodato e riconosciuto dai suoi genitori.

Molto giovane, decide di metter su famiglia, rinunciando però al sogno carrieristico in quanto obbligato a mollare gli studi per cercare un lavoro e mantenere la famiglia.

I suoi figli diventano la proiezione dei suoi desideri non realizzati, fallendo costantemente e vivendo in uno stato di frustrazione altissimo.

Il più grande, Alessandro, era, agli occhi del padre , un guerriero, adatto alla carriera militare da laureato perché forte e intelligente allo stesso tempo.

Ogni concorso provato diventava l’ennesimo fallimento ed il padre lo avviliva per non essersi impegnato sufficientemente, nonostante le tante notti passate a studiare e una vita sociale praticamente inesistente.

Il padre non capiva che dietro i fallimenti del figlio era celata una implicita richiesta di essere se stesso e nemmeno Alessandro si rendeva conto che la scelta di un lavoro nell’arma era la proiezione dei desideri paterni.

Pertanto egli arriva in terapia con la richiesta di placare i suoi stati d’ansia in modo da poter superare i concorsi.

La terapia si rivela per lui salvifica perché nel corso dei colloqui inizia a prendere consapevolezza dei suoi reali desideri e piano piano riesce a comunicarli al padre, andando oltre quel progetto designato.

Riesce finalmente ad ascoltare i suoi sogni più profondi e a realizzare, con grande successo, ciò che realmente lo rendeva felice, gratificato e soddisfatto, desideri che prima non avevano nemmeno la possibilità di essere pensati e accolti consapevolmente e che aveva spesso seppellito in nome di una alleanza paterna frustrante e dolorosa.

Martina Mastinu

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Set 16 2021

I RUOLI FAMILIARI NELLA SEPARAZIONE

Nelle famiglie costituite da genitori e figli, è fondamentale che ogni membro rispetti il proprio ruolo.

Tale “compito” prescinde l’organizzazione strutturale della famiglia stessa:

  • sia che si tratti di famiglie nucleari,

  • sia che si tratti di famiglie di separati o ricostituite,

  • sia che si tratti di famiglie monogenitoriali,

è importante che ognuno rimanga fedele al ruolo implicito rivestito all’interno del proprio sistema familiare.

Così, i genitori saranno coloro che si occuperanno principalmente dei figli, che provvederanno a soddisfare i loro bisogni in relazione all’età e alle esigenze individuali e li sosterranno nella loro crescita evitando di attribuire loro compiti e responsabilità che non gli competono o di esporli a situazioni per le quali non hanno gli strumenti necessari a fronteggiarle.

D’altro lato i figli saranno coloro che, sotto la protezione ed il riconoscimento dei genitori, in relazione all’età e alle esigenze, potranno sperimentare un processo di crescita armonioso e sempre più autonomo, con la consapevolezza che i genitori continueranno ad amarli a prescindere da ogni circostanza.

Quando le famiglie si trovano in fase di separazione capita che questo principio venga meno.

Spesso i figli diventano valvola di sfogo, motivo di contesa, bisogno di protezione da parte dei genitori che, mettendoli in mezzo nelle argomentazioni e nelle dinamiche di coppia, li espongono ad un ruolo che non è più quello di figli ma assume svariate e contorte sembianze:

  • figli che sentono di dover proteggere i propri genitori a discapito del proprio bisogno di protezione;

  • figli che rinunciano al diritto di avere una relazione con entrambi i genitori, schierandosi dalla parte di uno (generalmente quello che percepiscono più fragile) a discapito dell’altro;

  • figli che rinunciano ai propri spazi per il senso di colpa che provano nel lasciare solo il genitore;

  • figli che non si sentono amati perché, rinunciando alla loro libertà di essere se stessi, rinunciano al bisogno di essere amati incondizionatamente da entrambe i genitori. 

Figli che non si sentono figli, figli che non fanno i figli, che non ricoprono il proprio ruolo.

La separazione può esporre maggiormente figli e genitori al rischio di un’inversione di ruoli, aggiungendo alle difficoltà e alle riorganizzazioni ulteriore confusione.

È per questo motivo che in una fase così complessa e delicata è ancor più importante che ogni membro rimanga fedele al proprio ruolo.

Martina Mastinu

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Set 01 2021

IL PERCORSO DI SOSTEGNO ALLA GENITORIALITÀ

Quando una coppia arriva a chiedere la separazione, la relazione coniugale giunge teoricamente al termine.

Ho utilizzato la parola “teoricamente” proprio perché il termine di una relazione non ha le sembianze di un interruttore che si spegne o di una porta che si chiude, quasi come se esistessero un prima e un dopo netti.

La separazione giuridica non implica necessariamente la separazione emotiva dall’altro.

A dimostrazione di ciò sono le interminabili cause in cui non si riesce mai a trovare un punto di incontro, in cui ogni piccolo pretesto è quello giusto per continuare a stare in relazione con l’altro.

Relazione chiaramente malsana e negativa poiché vengono messe in gioco rabbia, rancore, mancanza di rispetto e fiducia nei confronti nell’altro, che sono poi fonte di malessere anche per i minori coinvolti.

In quest’ottica i percorsi di sostegno alla genitorialità hanno lo scopo primario di aiutare la coppia a mettere un punto alla relazione emotiva che ancora li lega (che non è necessariamente amore), aiutandoli ad elaborarla, al pari di un lutto, in modo da dare ad entrambi la possibilità di costruire una storia congiunta e condivisa su ciò che la loro relazione è stata.

Dare un senso ed un significato alle emozioni che ne sono derivate, ritrovare nell’altro la possibilità di essere ascoltato, compreso, non giudicato, vivere l’altro come un punto di riferimento importante e fondamentale per la crescita dei figli, consente alla coppia di mettere un punto alla coniugalità e di creare un rapporto di genitorialità condivisa sano ed efficace.

Martina Mastinu

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Ago 16 2021

AFFIDAMENTO CONDIVISO

Quando si parla di affidamento condiviso si fa riferimento alla regola con la quale si disciplina l’organizzazione e la collocazione dei figli a seguito della cessazione della convivenza tra i genitori.

Capita, talvolta, che il concetto di affidamento condiviso si traduca nella pratica, con la richiesta, da parte dei genitori, di poter condividere i propri figli al 50% con l’ex partner.

Tale pretesa di fatto, benché riguardi i minori, non tiene conto delle loro esigenze quotidiane e personali.

Innanzitutto è fondamentale che ogni figlio possieda un “domicilio prevalente” ossia una collocazione che egli stesso considera primaria, in modo da garantirgli una continuità ed una stabilità quotidiana rispetto a ciò di cui è caratterizzato il proprio mondo, anche al di là degli stessi genitori.

In effetti, se già risulta complicato per un adulto doversi riadattare a nuovi contesti e ambienti, figuriamoci quanto può essere stressante e destabilizzante per un figlio che si trova ad affrontare un cambiamento che non ha scelto in prima persona.

Oltre alla riorganizzazione fisica vi sarebbe poi una riorganizzazione di abitudini e di relazioni che potrebbe, nel tempo, portare ad una scelta drastica da parte dei figli che opterebbero per collocarsi esclusivamente presso uno dei due genitori.

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Ma allora, se non si basa esclusivamente sulla quantità di tempo, su cosa si deve fondare l’affidamento condiviso?

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Per due ex coniugi è importante condividere la genitorialità: se nella separazione la relazione coniugale termina, ciò che invece rimane, e deve rimanere, è un accordo nelle scelte genitoriali fatte di dialogo, rispetto, interesse a tutelare i propri figli e a valutare cosa sia realmente più idoneo per la loro crescita.

Condividere la genitorialità significa riconoscere e rispettare le esigenze dei propri figli, fare in modo che l’evento separazione, benché complesso e spesso sofferto, non investa le relazioni che invece vanno salvaguardate e potenziate.

Ma condividere la genitorialità significa anche riconoscere e tutelare l’altro come genitore.

È chiaro che un regime di visita stabile debba esserci poiché risulta fondamentale nel dare stabilità e regolarità ai figli ma nessun regime di visita potrà mai essere il migliore se alla base non vi è la collaborazione e la condivisione della genitorialità.

In questo senso, una prospettiva collaborativa piuttosto che divisionista è alla base della logica dell’affidamento condiviso nella tutela del benessere non solo dei minori ma anche dei genitori stessi.

Martina Mastinu

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Lug 29 2021

CONCLUDERE L’ALLATTAMENTO SENZA TRAUMI

Benché l’allattamento sia la principale fonte di nutrimento per il neonato, il bisogno di suzione, la vicinanza al corpo materno e il piacere derivante dall’assunzione di latte fanno sì che il neonato attribuisca al seno diversi significati simbolici.

Il seno nutre, il seno consola, il seno protegge, il seno riscalda, il seno rassicura, il seno concilia il sonno.

Nel corso dei primi mesi di vita il bambino impara a fare esperienza della madre oltre il seno ma quest’ultimo rimane comunque fonte di soddisfazione dei bisogni primari.

Così i bimbi richiedono il seno anche quando non hanno fame e anche oltre il divezzamento, quando hanno imparato a mangiare regolarmente.

Questa premessa è fondamentale da considerare quando una madre decide di interrompere l’allattamento.

Negare il seno al bambino, dal suo punto di vista, significa negargli la possibilità di addormentarsi, consolarsi, proteggersi, rassicurarsi come era abituato a fare.

Interrompere l’allattamento bruscamente significa negare al bambino ciò che per lui, fino a quel momento era fonte di certezza.

È chiaro quanto dal suo punto di vista diventi frustrante, difficile da accettare e alcune volte traumatico, minando addirittura il senso di fiducia che il bambino aveva maturato nei confronti della madre.

La soluzione migliore sarebbe quella di portare l’allattamento sino al suo termine naturale, ossia fino al momento in cui il bambino non ne sente più la necessità, ma è anche vero che l’età potrebbe protrarsi e la madre viva quel momento non più come un piacere ma in maniera frustrante e fastidiosa.

Per questo motivo è bene accompagnare il bambino all’interruzione dell’allattamento in maniera graduale, sostituendo la modalità con cui egli soddisfa un suo bisogno.

Certo non è immediato ma come ogni nuovo apprendimento è necessario darsi del tempo e avere tanta pazienza.

Gli esempi possono essere tantissimi:

  • Dopo aver giocato al parco il bambino si lancia sulla madre alla ricerca del seno, in questi casi è molto probabile che il bambino abbia fame o sete. A questo punto è importante giocare d’anticipo dicendogli che dopo i giochi potrà fare merenda e nel momento in cui si presta a richiedere il seno anticiparlo e offrirgli ciò di cui necessita.

  • Un bambino che si fa male va a ricercare il seno non di certo perché ha fame ma per consolazione, anche in questo caso è fondamentale riconoscere il suo bisogno e rispondere ad esso senza proporre il seno, consolando il bambino con abbracci, parole rassicuranti.

  • Lo stesso rituale dell’addormentamento si può modificare, magari facendo si che sia l’altro genitore a far addormentare il bambino con metodi differenti.

Ragionare e operare in questo modo significa accompagnare i bambini verso una processualità accettabile, significa riconoscere e soddisfare comunque i loro bisogni e continuare a coltivare il legame di fiducia senza dover ricorrere a tecniche traumatiche e devastanti non solo per i bambini ma anche per i genitori.

Crescere insieme in maniera serena ed efficace si può … del resto quando cresce un bambino i genitori crescono insieme a lui.

Martina Mastinu

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