Tag Archive 'genitori e figli'

Lug 31 2019

GENITORI CATTIVI E ANIME GEMELLE: un binomio pericoloso

Tutti i bambini sono convinti di meritarsi i genitori che hanno.

E questo vale nel bene e nel male.

L’egocentrismo (fisiologico durante l’infanzia) li spinge a credere che il mondo rifletta il loro valore.

Perciò se i genitori sono bravi significa che loro (i figli) sono bravi, mentre se i genitori sono cattivi vuol dire che loro (i figli) sono cattivi.

Questa visione autoreferenziale impernia il mondo dei piccoli ma determina anche tante convinzioni sbagliate che ci portiamo appresso nell’età adulta.

Da bambini, infatti, traiamo conclusioni sulla vita e su noi stessi che in seguito non correggiamo più.

Sono giudizi a cui arriviamo in base alle conoscenze del momento e con un’esperienza fatta soprattutto di emotività.

La logica, la razionalità, il pensiero astratto, l’obiettività, la riflessione… si formano col tempo, quando ormai le decisioni sono state prese.

È solo nel corso di un’attenta crescita personale che il pensiero infantile può essere compreso alla luce dell’esperienza adulta.

Ognuno di noi costruisce le proprie credenze durante le emergenze della vita e quasi sempre archivia quelle convinzioni senza metterle in dubbio.

A scuola ci vengono insegnate tante nozioni.

Tuttavia nessuno spazio è riservato alla comprensione del mondo interiore.

I telegiornali non ne parlano.

Le pubblicità… meno che mai!

Senza rendercene conto diamo per scontate opinioni che si sono formate in un periodo in cui non avevamo gli strumenti necessari a decodificare gli avvenimenti.

La maggior parte delle persone cresce senza mai fermarsi a riflettere sulla propria infanzia e sugli errori di valutazione che scaturiscono dall’inesperienza.

Per molti la psicologia è ancora un argomento sconosciuto e (ahimè!)… poco credibile.

Ecco perché da adulti la pretesa di un risarcimento danni da parte del destino si fa largo nella psiche senza che sia possibile metterla ragionevolmente in discussione.

E il pensiero di essersi meritati i genitori… assume le sembianze di un dogma, una valutazione su se stessi e sull’esistenza che condiziona la qualità della vita.

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Ma cosa comporta questa certezza e che ripercussioni può avere sulle scelte quotidiane?

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Il pensiero di essersi meritati i genitori è imbevuto di egocentrismo e sostiene l’idea della colpa e della punizione.

Alla luce di queste convinzioni bambine, avere dei genitori poco amorevoli significa avere in sé qualcosa di sbagliato che merita la punizione e perciò la cattiveria di papà e mamma.

Chi vive un’infanzia difficile spesso è convinto di avere dentro qualcosa che non va, un difetto che diventa una colpa e che spiega in termini semplici e spietati il perché della sofferenza patita.

In questo modo l’ingiustizia si trasforma nella legittima espiazione di crimini commessi non si sa dove e non si sa quando ma che devono esistere per motivare il dolore subito.

Nasce così quella bassa autostima che paralizza tante persone nonostante l’evidenza del successo e delle proprie capacità.

Superare da soli questi vissuti infantili spesso è impossibile e per sentirsi in pace con la propria identità è indispensabile ripercorrere all’indietro la strada della crescita grazie all’aiuto di uno psicologo, sciogliendo i nodi stretti intorno alle conclusioni di un tempo.

Tuttavia esiste una scorciatoia veloce (e pericolosa) che passa attraverso l’idealizzazione del partner.

Infatti, se mamma e papà sono stati cattivi senza che io abbia meritato l’angoscia vissuta durante l’infanzia, la vita ha un debito con me: mi deve un risarcimento grazie al quale finalmente potrò godermi quell’amore incondizionato che sento di meritare.

Ecco quindi nascere il mito dell’anima gemella!

Prende forma dalle fiabe e dalle aspettative egocentriche del passato e si dispiega rigoglioso… fino a diventare un’aspettativa indiscutibile.

In seguito a questo meccanismo il Principe Azzurro o la Principessa Azzurra incarneranno il sogno di un amore unico, speciale e illimitato: lo stesso che avremmo voluto ricevere dai genitori.

Quello che nessun genitore sarà MAI in grado di dare… perché appartiene a una dimensione affettiva e spirituale che esiste fuori dalle coordinate spazio temporali in cui viviamo la nostra esperienza umana.

Un amore intriso di vissuti infantili e foriero di tante incomprensioni.

Un amore che possiamo trovare soltanto dentro noi stessi, una volta diventati adulti.

Solo gli adulti che siamo diventati, infatti, sono in grado di comprendere e di accogliere il bisogno d’amore dei bambini che siamo stati e possono colmare il vuoto spirituale ed emotivo vissuto alla nascita (durante il passaggio dalla dimensione infinita e immateriale nell’esperienza fisica fatta di concretezza e di polarità: buono/cattivo, bene/male, giusto/sbagliato).

Ascoltare il dolore dell’infanzia significa prendersi finalmente cura di sé in prima persona.

Senza delegare.

E senza pretendere dagli altri quello che non siamo capaci di darci da soli.

L’amore è un sentimento che nasce nell’anima e poi si dispiega nel mondo, dando forma a un piacere libero dalle pretese e dalla dipendenza che caratterizzano i vissuti infantili.

Carla Sale Musio

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Giu 24 2019

GENITORI, FIGLI, EGOCENTRISMO E FISICA QUANTISTICA

La psicologia ci insegna che i bambini: più sono piccoli e più sono egocentrici.

Atterrano nella vita ancora immersi nella conoscenza dell’Infinito.

E in quello spazio immateriale (da cui provengono) non esistono l’io e il tu, la dualità e la separazione ma tutto è sempre Tutto.

È difficile abituarsi a vivere nel mondo delle polarità e imparare a gestire gli opposti: il bene e il male dentro di sé.

Occorre una esistenza intera (e forse anche più di una…).

Nella Totalità della coscienza non ci sono confini e chi ancora si muove immerso in quella sapienza originaria fatica a comprendere l’identità, la responsabilità, la gestione di sé, il desiderio, l’attesa e la fatica di procurarsi le cose.

Ecco perché i bambini sono egocentrici.

Nel mondo prima della nascita ogni realtà esiste SEMPRE e non c’è bisogno di cercarla o chiederla.

Ogni cosa è a disposizione.

Senza distinzione, senza separazione, senza tempo.

In quel luogo privo di coordinate fisiche non ci sono buoni e cattivi, giusto e sbagliato, mancanza, distanza, dolore o delusione.

È una scoperta lacerante quella che ci aspetta quando arriviamo in questa realtà materiale.

Per comprendere appieno l’immensità della coscienza è necessario sperimentarla da tutti i punti di vista.

E per ottenere questo la Totalità si parcellizza.

Cioè acquisisce tante identità, ognuna in relazione con le altre componenti del Tutto.

Per conoscere ogni aspetto di sé l’Infinito ha bisogno di frammentarsi.

Difficile parlarne senza deformare la percezione.

Difficile capirlo e capirsi.

Le parole sono scatole piccole per contenere ciò che non ha confini.

Eppure…

I bambini arrivano nella vita ancora immersi in quella dimensione originaria fatta di onnipotenza, onniscienza, immediatezza e trascendenza.

Il tutto e il nulla per loro sono presenti, reali e pieni di significato.

Imparare a muoversi nel corpo e utilizzare le leggi della fisicità è difficile.

Istintivamente cercano il potere che caratterizza la completezza e lo identificano nelle persone che li accudiscono.

Ai loro occhi ancora aperti sull’immensità il principio onnipotente prende forma nelle persone che li accudiscono e queste diventano il punto di riferimento, la guida, i depositari del sapere e della verità.

Nel mondo della polarità questo passaggio è fisiologico e necessario a creare l’attaccamento, la relazione e la possibilità di far convivere la dimensione affettiva con quella materiale.

Quando i genitori sono a conoscenza dei meccanismi che determinano la dipendenza infantile possono aiutare i loro figli a conciliare le leggi dell’Infinito con quelle della parcellizzazione, permettendo ai piccoli di sviluppare un sano senso di responsabilità verso se stessi (e verso ogni altra creatura).

Quando invece i genitori pretendono di incarnare la divinità, nel mondo infantile la comprensione della materialità si fonde con l’onnipotenza che appartiene alla Totalità, deformando la percezione della realtà e provocando pericolose idealizzazioni.

Aspettarsi che i genitori possiedano un potere divino dà origine alla maggior parte della sofferenza che esiste nel mondo.

I cuccioli sono naturalmente portati a credere in un principio magico capace di soddisfare ogni loro necessità.

E su questa aspettativa miracolosa e impossibile basano la comprensione degli avvenimenti.

Sono convinti che i genitori conoscano tutte le loro esigenze e sappiano sempre soddisfarle.

Si aspettano che papà e mamma portino avanti il compito di aiutarli a crescere come se fosse l’unico e il più grande dovere della loro vita.

Questo in parte è vero: i piccoli dipendono dagli adulti e senza il loro supporto non potrebbero vivere.

Tuttavia, da qui a credere nell’onnipotenza dei genitori ce ne passa!

Gli adulti sono persone che a loro volta stanno imparando a vivere, bambini cresciuti in mezzo a tante difficoltà e tante sofferenze.

Esiste una catena di inconsapevolezza che si tramanda da una generazione all’altra e riguarda la percezione della Totalità.

Pensare che i bambini siano degli adulti in miniatura ha creato innumerevoli fraintendimenti e provocato altrettanto dolore.

Per realizzare un mondo a misura dei più piccini è necessario comprendere i codici dell’Infinito e ricordarsi che la psiche infantile arriva nella fisicità ancora immersa in quelle verità.

La mancata comprensione di questo principio genera una sequenza di aspettative e delusioni senza soluzione di continuità:

  • I genitori pretendono di incarnare una saggezza e una sapienza impossibili da raggiungere nel mondo della dualità;

  • I bambini sollecitano una disponibilità e un’onniscienza che gli adulti non possiedono.

Manca un dialogo aperto e sincero sulle diverse acquisizioni della personalità (matura e immatura), un confronto onesto che consenta ai più grandi di condividere le incertezze e l’imperfezione lasciando ai piccoli il tempo e il compito di assimilare tutta la complessità della vita.

Ognuno è responsabile di se stesso e delle proprie azioni.

La sensibilità dei bambini si deve abituare all’impatto con l’identità e con la separazione che caratterizzano l’esperienza fisica.

Gli adulti hanno il compito di proteggerli e aiutarli… senza erigersi a depositari del sapere.

Accollandosi il peso della propria incapacità.

Rispettare le fragilità di ogni generazione permette di costruire un mondo basato sull’accoglienza delle tante dimensioni della coscienza e restituisce a tutti il valore e la profondità della vita.

In questa chiave il successo non è il conseguimento di status sociali stabiliti da altri ma l’ascolto di sé e della propria intima verità.

Come insegna la fisica moderna: la vita è il percorso che consente di essere onda e particella insieme, materiale e immateriale, identità e infinito, Tutto e tutti… contemporaneamente.

Carla Sale Musio

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Mag 18 2019

I BISOGNI E LE ASPETTATIVE DEI BAMBINI

I bambini arrivano dal mondo dell’infinito, dal Tutto che dà forma alla Vita.

E portano con sé quella percezione di pienezza che caratterizza le dimensioni interiori della coscienza.

La nascita li costringe bruscamente a fare i conti con la parcellizzazione dell’esistenza.

Dall’immensità devono spostarsi nella dualità, imparando a distinguere l’io dal tu: gli opposti che modellano le cose così come le sperimentiamo su questo piano di realtà.

In loro è ancora presente l’idea di una Onnipotenza cui nulla è precluso.

Questa visione imbevuta di Totalità condiziona la comprensione rendendoli fiduciosi nell’esistenza di Qualcuno in grado di prendersi cura di ogni loro necessità: Totalmente e Perfettamente.

Qualcuno capace di anticiparne i bisogni, di assisterli nelle difficoltà e di lasciarli liberi al momento opportuno.

Qualcuno pronto a intervenire e a farsi da parte a seconda delle circostanze.

Qualcuno disposto a sacrificarsi per il loro benessere e a gioire di tutti i loro successi.

Qualcuno più forte, più grande e più saggio ma anche umile, discreto e rispettoso.

Poi identificano questo Qualcuno con le persone che si prendono cura di loro.

E perciò solitamente con i genitori.

Dalla sovrapposizione dei codici della coscienza infinita con quelli della coscienza parcellizzata prende forma la maggior parte della sofferenza psicologica e del dolore che esiste nel mondo.

La coscienza, infatti, si estende su dimensioni differenti: materiali e immateriali.

Nel mondo immateriale della Totalità, dei sentimenti e dell’intimità con se stessi non ci sono confini, spazio, tempo e polarità.

Tutto esiste in un eterno sempre.

Difficile da tollerare per la mente razionale.

Nel mondo materiale (che di solito chiamiamo realtà) le cose hanno un opposto e si definiscono in base all’individualità che ne traccia i contorni rendendole diverse le une dalle altre.

Qui troviamo il desiderio, l’attesa, la distanza, la fatica e il piacere.

Per i bambini passare dalla dimensione infinita a quella materiale non è facile.

La loro psiche ancora immatura tende a sovrapporre i codici dell’una sull’altra, creando spesso confusione e dolore.

Soltanto negli ultimi decenni la psicologia e la pedagogia hanno evidenziato le caratteristiche del mondo infantile, sottolineando come i più piccini non siano adulti in miniatura ma persone con un’espressione emotiva diversa, bisognose di attenzioni e cure in armonia con il percorso della crescita.

I piccoli hanno desideri e aspettative differenti da quelle dei grandi.

Devono scoprire come funziona questa dimensione materiale e abituarsi a vivere nella dualità, conciliando il bene e il male e imparando a gestirli in se stessi.

In questo percorso di apprendimento mamma e papà hanno il compito di aiutarli a esplorare e armonizzare le tante sfaccettature della vita.

Ma cosa succede davanti all’aspettativa magica che i bambini nutrono nei loro confronti?

Come reagiscono gli adulti all’attesa infantile della loro Onnipotenza?

La lusinga è difficile da gestire.

Sentiamo il bisogno di rispondere adeguatamente alle aspettative dei nostri figli e cerchiamo di incarnare la perfezione e le capacità che loro cercano in noi.

È difficile ammettere la fragilità, le paure, l’insicurezza e quella sensazione di impotenza che accompagna il compito dei genitori.

Troppo spesso evitiamo di riconoscere i nostri sbagli e coltiviamo la pretesa di un’onniscienza impossibile da raggiungere.

Tuttavia, nascondere l’incapacità dietro una maschera di sicumera impedisce la costruzione di una relazione adeguata tra adulti e bambini.

E genera incomprensioni e sofferenza.

Fingere di essere ciò che non siamo ci rende ancora più fragili e permette ai piccoli di credere in un aiuto esterno miracoloso e fuorviante.

La crescita passa attraverso una progressiva assunzione di responsabilità e una presa in carico di se stessi e del mondo.

Solo una profonda conoscenza di sé permette di vivere relazioni sane, appropriate e durature.

Infatti, la condivisione e l’accettazione degli altri prendono forma dall’ascolto delle rispettive verità.

In quella pluralità di vedute senza giudizio e senza censure si costruiscono la fratellanza, la cooperazione e l’accoglienza di ogni forma di vita.

I piccoli hanno bisogno di comprendere la complessità e la frammentazione che caratterizza il mondo in cui viviamo.

Arrivano da un’immensità di cui portano ancora i codici nel cuore.

E il compito dei genitori è quello di aiutarli a fare esperienza di sé e della propria intima verità.

Un compito che abbiamo disatteso troppo spesso con noi stessi e per questo non riusciamo a porgere ai nostri figli.

Crediamo impropriamente che la vita sia contenuta tutta nella concretezza e trascuriamo la conoscenza dell’immaterialità che ci caratterizza e appartiene al mondo dei sentimenti.

Questo rende difficile comprendere la psiche dei bambini e accogliere il dono della loro fragilità senza lasciarsi sedurre da quell’Onnipotenza che si aspettano da noi.

I cuccioli hanno bisogno di adulti capaci di umiltà.

Perché devono assumersi la responsabilità di se stessi per imparare a muoversi in questa dimensione.

La soggettività è difficile da tollerare e da gestire e il bisogno di ricevere amore spinge a conformarsi a modelli preformati da altri.

I genitori fanno fatica a seguire i giovani senza erigersi a unici depositari della conoscenza.

Sono ancora bambini anche gli adulti.

E spesso le parti infantili spingono a cercare nei figli le gratificazioni necessarie a risolvere un’infanzia difficile.

Accogliere i bisogni dei bambini significa ammettere di non poterli mai soddisfare del tutto, tollerando il peso della propria impotenza.

Il più grande bisogno dei piccoli è comprendere se stessi.

Senza aspettarsi da nessuno la Perfezione che appartiene all’Infinito.

Carla Sale Musio

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Ott 05 2018

ANIMALI, BAMBINI E GENITORIALITÀ

Osservando la mole di ricerche sulla genitorialità potremmo ragionevolmente pensare che il cucciolo dell’uomo sia la creatura più felice e realizzata della terra.

Abbiamo tanti libri che spiegano quale sia modo giusto di aiutare i bambini a crescere e schiere di esperti pronti a suggerirci come comprendere, ascoltare e capire i nostri figli.

Ciò nonostante, dietro alla maggior parte delle problematiche psicologiche si nasconde una sofferenza vissuta durante l’infanzia.

L’etologia evidenzia una maggiore capacità di entusiasmarsi tra i piccoli delle altre specie e ci segnala che gli esseri umani sulla la scala della felicità non reggono il confronto con gli animali.

È vero che le madri delle altre specie non hanno bisogno di lavorare per vivere e possono permettersi di trascorrere con i loro figli tutto il tempo necessario.

È vero che l’assenza di manuali pedagogici e psicologici permette a queste mamme di ascoltare l’istinto e costruire con i propri cuccioli una relazione capace di soddisfare la dipendenza fino a sentire il bisogno di avventurarsi nel mondo autonomamente.

Ma, nella ricetta della realizzazione personale l’ingrediente segreto che gli animali conoscono e noi ignoriamo totalmente è il rapporto intimo  con la natura.

Per tutte le altre specie la relazione con l’ecosistema rappresenta un insegnamento imprescindibile per imparare a muoversi nel mondo e crescere sani e forti.

Per i figli dell’uomo, invece, i criteri indispensabili sono l’educazione, la scuola e le norme sociali e, in nome dell’appartenenza al paese e alla famiglia, arrivano ad abiurare il proprio sentire.

Quando l’ascolto del modo emotivo è sostituito dalle regole e dagli specialisti, la psiche perde il contatto con la saggezza profonda e nelle mamme e nei papà si crea un pericoloso senso di insicurezza.

In questo modo prende vita un’educazione priva di risonanza interiore e si spalancano le porte alla violenza e alla crudeltà.

Al punto che ai nostri occhi appare lecito: maltrattare i propri figli per insegnargli a vivere.

La mancanza di un ascolto intimo genera sofferenza e spinge a proiettare le emozioni sgradevoli (rabbia, odio, angoscia, colpa…) su chi ne richiama le caratteristiche, dando forma allo sfruttamento, all’abuso e alle guerre che contraddistinguono la nostra specie.

Non voglio suggerire di imitare ciecamente i comportamenti degli animali.

Ogni specie incarna qualità diverse e gestisce risorse e difficoltà seguendo il proprio percorso evolutivo.

Voglio mettere in evidenza i danni che la prepotenza infligge ai nostri bambini.

Credo che un mondo senza violenza sia possibile, necessario e urgente.

Tuttavia, per realizzarlo ognuno deve fare un’attenta riflessione sui valori e sulle scelte quotidiane.

Una di queste è l’alterigia con cui uccidiamo impunemente le altre creature per soddisfare piaceri spesso effimeri e inutili.

L’arroganza ha delle gravi conseguenze sulla psiche e si ripercuote sull’educazione dei piccoli dando forma a una società carica di sofferenza.

Infatti, mentre ogni altra specie animale ama i propri figli per il piacere che la genitorialità porta con sé, l’uomo si arroga il diritto al possesso della prole pretendendo una devozione, un’abnegazione e una subordinazione sconosciute ai cuccioli di specie diverse.

Per il bene dei nostri figli imponiamo regole, esigiamo rispetto e prescriviamo scelte di vita come se fosse un nostro insindacabile dovere stabilire quale sarà il futuro delle persone che abbiamo messo al mondo.

Così, se per gli animali i compiti genitoriali terminano nel momento in cui i piccoli raggiungono l’età dell’indipendenza, per gli esseri umani l’autonomia è una conquista.

E spesso viene combattuta tra le mura domestiche, proprio perché si scontra con la pretesa paterna e/o materna di ricevere dedizione e sacrificio in cambio del dono della vita.

In questo modo la presunzione si infiltra nella vita di ogni giorno, generando umiliazioni, sofferenze e ribellioni, e provocando innumerevoli patologie.

Avere dei figli dovrebbe essere un piacere libero da ogni tornaconto e indipendente dalle scelte che i cuccioli faranno da grandi, ma gli esseri umani, travolti da una patologia mancanza di empatia, finiscono per dimenticarselo provocando innumerevoli danni a se stessi e al pianeta.

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Solo la specie umana pretende un potere decisionale sulle scelte dei figli, ben oltre l’età della dipendenza!

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L’abitudine al predominio e il disprezzo per la debolezza e per l’ingenuità ci portano a trattare con indifferenza le creature che giudichiamo incapaci di prepotenza o di furbizia.

L’abuso compiuto sugli animali si estende a chiunque incarni ai nostri occhi la stessa innocente arrendevolezza: bambini, donne, omosessuali, portatori di handicap, persone di colore…

Chi appare diverso e/o più debole è costretto a subire.

Tuttavia, questa prepotenza diventa il veicolo della paura perché il detto “mors tua vita mea” vale per tutti e, prima o poi, ognuno può finire vittima di chi possiede un potere maggiore.

Il narcisismo patologico che affligge gli esseri umani si ripercuote sulle nuove generazioni, dando vita a una catena di soprusi senza soluzione di continuità.

Fermarsi a riflettere è doveroso.

Dobbiamo imparare il valore dell’umiltà e riprendere contatto con la natura e con l’ascolto di sé.

La fratellanza e il diritto alla vita sono valori importanti per realizzare un mondo a misura dei bambini.

La relazione con le altre specie evidenzia il modo in cui ci rapportiamo alla diversità e all’ingenuità.

Disprezzare e sfruttare chi non può difendersi apre le porte all’angoscia e alla paura.

Onorare e valorizzare ogni creatura (a qualsiasi specie appartenga) significa costruire una società capace di far convivere la cooperazione con l’autonomia, l’individualità con la partecipazione e il rispetto con l’originalità che ognuno porta in dono alla vita.

Carla Sale Musio

leggi anche:

AMORE, ECOLOGIA & LIBERTÀ: imparare dagli animali

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Gen 09 2018

SEPAMARSI, UN LIBRO D’AMORE

Cari lettori, amici e curiosi è appena uscito il mio ultimo libro, frutto di una ricerca durata più di trent’anni:

SEPAMARSI

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e finalmente disponibile in tutti gli store on line e ordinabile nelle librerie.

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Sono emozionata e felice di condividere oggi con voi la bellissima recensione della poetessa e scrittrice Anna Cristina Serra, che ha curato l’editing del testo rendendolo meravigliosamente… perfetto!

Carla Sale Musio

Iniziamo dalla dedica: 

“A mia madre che non ha mai voluto separarsi.

A  mio padre che l’ha sempre tradita.”

Dirompente, coraggiosa, leale.

Dice molto di questo libro e della sua Autrice.

Li identifica, li connota, li svela.

Diversi.

Diversi da ciò che spesso incontriamo: persone,  messaggi, letture in apparenza portatori delle verità che ricerchiamo.

Ognuno la propria.

Di frequente però ci imbattiamo in patine di sostanza.

Qui, invece, percepiamo immediatamente la sincerità profonda, la ricerca, la verità del cammino.

E l’Amore.  

Quello che da questo libro trabocca ribaltando  i luoghi comuni delle nostre certezze.  

Amor che move il Sole e l’altre stelle recitava il Sommo e oggi la dottoressa Carla Sale Musio indaga perché move il sole e l’altre stelle.

E ci mette di suo.

Molto.

Per proporci un concetto d’Amore che travalica quello finora dai più conosciuto e propagandato.

E, con il suo cuore e la sua esperienza, ci conduce su strade certo non facili, aprendoci talvolta prospettive dolorose ma…la scommessa che ci porge , se vinta, dà in premio non solo la scoperta di sé stessi ma la LIBERTÀ del cuore.

E l’Amore.

Quello infinito.

Come sempre capace di esplorare i punti più bui dell’Universo e del cuore per renderli al prossimo quali fonte di luce Carla Sale Musio prosegue nella sua missione.

E quest’opera, forse più di altre, è anche un valido e pratico aiuto, quasi un manuale, per chi si sente tentennante e impaurito/a,  ad andare a “cogliere le stelle”.

Le storie delle altre Donne presenti nel libro e che mettono  a disposizione le loro esperienze, le loro lacrime e la loro forza, funzionano un po’ come apripista, un po’ come sostegno per mettere le ali e volare più in alto.

Lì dove si incontrano tutte le pienezze delle scommesse vinte, i premi che la nostra Vita ci ha riservato.

Anna Cristina Serra

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Leggi il libro: 

SEPAMARSI

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anche in formato ebook

Puoi trovarlo su youcanprint.it e in tutti gli store on line: Ibs, Amazon, Kobo, Apple, Google Play,  Feltrinelli, Mondadori, Barnes&Noble… 

Oppure puoi ordinarlo nelle librerie del territorio italiano, sia di catena come: Feltrinelli, Ibs, Mondadori…, che indipendenti.

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Dic 03 2017

PRINCIPI, BAMBINI E DELUSIONI D’AMORE

Allo sguardo infantile, ancora immerso nella Totalità del mondo intrauterino, i genitori appaiono creature simili a Dio: onnipotenti, perfetti e capaci di soddisfare ogni necessità.

Si tratta di un’aspettativa impossibile da realizzare nella realtà.

Tuttavia, nella delicata psiche dei piccoli, trasforma le mancanze di mamma e papà in ingiustizie, traumi e angosce terribili a cui sarà necessario porgere la dovuta riparazione… da grandi.

Infatti, una volta raggiunta la maturità, le parti bambine della personalità ci tireranno la manica, sicure che finalmente saremo noi a prenderci cura di loro nel modo giusto.

Spesso, però, gli adulti che siamo diventati trattano quelle sofferenze con la stessa distratta considerazione vissuta nel passato, costringendo il cucciolo interiore a cercare all’esterno le compensazioni necessarie per sanare le proprie ferite.

Atterriamo nella vita portando con noi la sicurezza di un potere divino pronto a soddisfare ogni nostra esigenza con sollecitudine, e questo ci spinge a credere in una reciprocità affettiva miracolosa e impossibile nella nostra realtà.

Da piccoli e, spesso, anche da grandi, pretendiamo un amore incondizionato, perfettamente sovrapponibile alle esigenze che animano il mondo interiore.

Come se le persone deputate a volerci bene dovessero essere sempre al corrente dei nostri bisogni e pronte a soddisfarli di momento in momento.

Questa aspettativa infantile trasforma l’innamoramento nel sogno di un partner capace di farci raggiungere l’appagamento che è mancato in passato.

È un desiderio inconscio che affonda le proprie radici nel pensiero egocentrico dei bambini e spinge a cercare una compensazione nella relazione di coppia.

Quando non viene riconosciuto, nel tentativo di realizzare la magia affettiva tanto desiderata, perdiamo di vista il significato della reciprocità e smarriamo il percorso di consapevolezza che l’amore porta con sé.

Perché, senza rendercene conto, sovrapponiamo i codici della Totalità (da cui proveniamo) ai limiti della dualità (in cui viviamo), caricando l’oggetto del nostro desiderio di aspettative e significati che trascendono la reciprocità e investono la relazione di un compito impossibile.

Infatti, per sanare il bilancio emotivo rimasto in sospeso e mettere in scena il copione dell’infanzia (trasformando il finale in un happy end) è necessario che il partner di cui ci innamoriamo impersoni le caratteristiche negative dei genitori.

Tanti amori controversi prendono vita dalla familiarità e dall’attrazione per chi incarna qualità e difetti delle persone che più abbiamo amato da bambini, spingendoci a cercare un appagamento miracoloso destinato a deluderci.

L’amore è un sentimento disinteressato che prescinde dalle ingiustizie vissute nel passato.

Incatenarlo ai traumi infantili alimenta la richiesta di una diponibilità affettiva impossibile da raggiungere e impedisce alla crescita emotiva di svilupparsi nella reciprocità.

La cultura romantica coltiva da sempre il mito del Principe Azzurro (e della Principessa Azzurra), idealizzando un rapporto di coppia in cui tutto scorre spontaneamente nella direzione voluta, senza difficoltà e senza responsabilità.

Ma dal punto di vista psicologico questo scenario incantato ci trascina inevitabilmente verso il fallimento.

Un partner scelto con tali criteri, infatti, rievoca emozioni, atteggiamenti e sentimenti sperimentati in famiglia e, se da un lato offre l’occasione per superare le difficoltà di un tempo, dall’altro rischia di imprigionarci dentro un copione ripetitivo e malsano fatto di frustrazioni insormontabili.

È difficile assumersi la responsabilità delle proprie azioni rinunciando a quel risarcimento danni tanto ambito e incentivato dalla letteratura, dalle fiabe e dal mito.

Comprendere i limiti di queste scelte significa accettare che i nostri genitori siano stati carenti, inadeguati e imperfetti.

Non i super eroi che ci saremmo aspettati da bambini, ma persone qualunque: con tante difficoltà e tante incertezze, incapaci di rappresentare nel mondo fisico la Totalità da cui proveniamo.

Questa verità disincantata evidenzia gli scenari infantili mettendo in luce imperfezioni e limiti.

Il partner che scegliamo (proprio come noi e come i nostri genitori) è una persona impegnata a combattere la difficile battaglia per la realizzazione di sé e non l’eroe che il destino ci ha mandato per salvarci da una fanciullezza infelice.

Cambiare il finale della nostra infanzia non è possibile: nessuno nel presente potrà salvarci dal passato.

La musica familiare delle reminiscenze infantili va ascoltata, danzata, compresa e gestita dentro noi stessi.

Proiettarla su di un partner idealizzato crea non pochi fraintendimenti, alimentando nella psiche le fantasie delle parti immature.

Non serve cercare qualcuno che si prenda cura dei bambini che siamo stati.

Occorre invece che i nostri sé adulti si rivolgano con amore al mondo infantile e finalmente regalino al cucciolo interiore la dedizione necessaria per crescere.

Nessuno meglio di noi può sapere di cosa ha bisogno e quando.

Soddisfare autonomamente i sogni del passato significa prendere in adozione quel bambino sperduto che ancora vive dentro noi stessi, permettendogli di raccontarci la sua sofferenza senza sfuggirla (come hanno fatto gli adulti di un tempo) e senza delegare ad altri il compito di occuparsene.

Solo così diventa possibile andare incontro all’Amore.

Quello vero.

Quello che non dipende dalla reciprocità dell’altro ma dal piacere di donarsi.

Senza pretendere.

Quando offriamo a noi stessi un ascolto disinteressato e pieno di attenzioni possiamo vivere la reciprocità anche nelle relazioni con gli altri. 

L’amore prende forma nel mondo intimo e poi si avventura nella vita.

Non per cercare un Principe Azzurro o una Principessa Azzurra ma per colorare la nostra esistenza del suo profondo significato.

Carla Sale Musio

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Lug 15 2017

ANIME GEMELLE & GENITORI IMPERFETTI

I genitori sbagliano.

È un dato di fatto.

Sbagliano anche quando ce la mettono tutta per dare ai figli l’attenzione, la partecipazione, la comprensione e la considerazione, indispensabili per crescere sani, realizzati e felici.

I genitori “sbagliano” perché la vita è un percorso individuale in cui dobbiamo imparare ad accollarci la responsabilità degli eventi che ci succedono.

Anche quando le cause sembrano indipendenti dalle nostre scelte e dalla nostra volontà.

È un discorso difficile da accettare, ma libertà e responsabilità camminano a braccetto.

Non è possibile vivere pienamente l’una senza l’altra.

Ogni volta che ci sentiamo vittime, sacrifichiamo la nostra libertà sull’altare della volontà di qualcun altro.

Quando invece ci assumiamo totalmente la responsabilità delle situazioni, diventiamo padroni della realtà.

In questa chiave, gli errori commessi dai genitori ci guidano a scegliere noi stessi.

Ponendoci davanti a un bivio.

Possiamo delegare le colpe delle nostre difficoltà e diventare vittime di un’educazione sbagliata, oppure possiamo assumerci l’onere della nostra vita e cogliere il messaggio contenuto negli avvenimenti.

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“Mia mamma non mi ha mai abbracciato, era sempre indaffarata con la casa, il lavoro e i problemi di mia nonna e mio nonno. Per me non aveva tempo. Quando, raramente, capitava che stessimo insieme non sapevamo come avvicinarci, lei burbera, severa e arrabbiata e io pronto a recriminare e a chiudermi.”

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Durante un incontro di gruppo, Pietro condivide la propria esperienza.

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“Col tempo, ho imparato a scegliere come interpretare quei fatti. Potevo sentirmi vittima di una madre fredda e assente oppure, grazie alle sue mancanze, potevo scoprire il valore dell’affettività e provare a sperimentare quello che mi era mancato. Un giorno ho deciso di sfidare me stesso e, nonostante l’imbarazzo, ho abbracciato mia madre con l’amore e la tenerezza che avrei voluto ricevere. Lei si è irrigidita, come sempre, ma quando ha visto che non desistevo, è scoppiata a piangere. Abbiamo pianto insieme. È difficile spiegare cosa succede in quei momenti. È stato lì che ho capito che ogni cosa dipende da me.”

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La vita è un’occasione per imparare.

Possiamo subire il peso degli avvenimenti o coglierne la sfida e impersonare il cambiamento suggerito da quegli ostacoli.

Come racconta Pietro, non è facile scorgere il messaggio trasformativo racchiuso nelle ferite dell’infanzia.

Tuttavia, assistere impotenti alle proprie difficoltà è altrettanto doloroso.

Quando siamo bambini, i genitori possiedono un’autorevolezza assoluta e ci aspettiamo da loro: perfezione e accettazione illimitate.

Ai nostri occhi infantili, papà e mamma appaiono dotati di poteri grandissimi e questa fisiologica idealizzazione ci spinge a crederli capaci di risolvere ogni problema.

La crescita ci restituisce il peso delle difficoltà insieme alla possibilità di superarle e, col passare degli anni, l’alone di onnipotenza cede il posto alla consapevolezza dei limiti e delle fragilità di chi ci ha messo al mondo.

In un angolo della psiche, però, la speranza di incontrare qualcuno pronto a donarci l’amore incondizionato e miracoloso che avremmo voluto ricevere da bambini, mantiene intatta la propria vitalità e attende pazientemente l’occasione giusta per manifestarsi.

Prendono forma in questo modo le aspettative magiche sull’anima gemella.

Si alimentano nei miti, nelle favole e nei sogni.

E ignorano la complessità della vita interiore.

Nelle fantasie collettive, infatti, l’anima gemella è gemella soltanto in una reciprocità idealizzata e compiacente, pronta a donare amore, stima e accettazione, ma ignara del disprezzo con cui segretamente trattiamo noi stessi.

Quando incontriamo il partner che ci fa battere il cuore, si riaccende la speranza di ottenere l’amore idealizzato dell’infanzia, e quell’aspettativa prodigiosa intreccia la devozione con la crudeltà, dando vita alle innumerevoli relazioni ambivalenti che popolano la vita di tutti i giorni.

Relazioni di amore e di guerra, di recriminazioni e di dipendenza, di passione e di delusione… prive della considerazione necessaria a comprendere la realtà intima di ciascuno.

Il mondo interiore è fatto di emozioni contrapposte che si riflettono negli occhi dell’altro come in uno specchio.

È lì che il sogno di un amore salvifico e compensatorio riprende vita, allontanandoci dall’ascolto di noi stessi e dalla comprensione della nostra intima poliedricità.

Il partner che scegliamo, infatti, ci porta in dono ciò che abbiamo sempre desiderato ma non abbiamo mai avuto il coraggio di prenderci.

E, come uno specchio, ci costringe a guardare la brutalità con cui trattiamo le parti di noi che, per diventare grandi, abbiamo dovuto rifiutare.

Detto in parole semplici, la nostra anima gemella è gemella anche nei modi che usiamo per criticare noi stessi e ci amerà con l’identica intensità con cui noi ci amiamo.

Nel bene e nel male.

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“Sono cresciuta in una famiglia in cui gli uomini potevano fare tutto ciò che volevano, mentre le donne dovevano servirli e compiacerli. Dentro di me odiavo quell’ingiusta distribuzione del potere, ma avevo imparato a essere una ragazza dolce, accondiscendente e gentile, e a farmi benvolere per la mia disponibilità. Segretamente disprezzavo quel modo di fare e mi giudicavo una vigliacca perché, pur di sentirmi amata, ero disposta a barattare anche la dignità. Mi ci sono voluti molti anni di lavoro personale per accettare le mie responsabilità nell’imbattermi sempre in fidanzati prepotenti e poco affettivi. Oggi so che quel disprezzo funzionava come un radar e richiamava nella mia vita le persone pronte a mostrarmelo con i loro comportamenti.”

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Mentre racconta le fasi del suo cambiamento interiore, Rossana ha gli occhi lucidi e si commuove ripensando al passato.

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“Mi sembrava impossibile che quella sfilza di storie sentimentali fallite fosse la conseguenza del mio modo di comportarmi con me stessa. Eppure, quando ho cominciato a permettermi una maggiore dignità, quando ho smesso di essere sempre gentile, quando ho lasciato emergere anche la mia irruenza… in quel momento le cose hanno cominciato a cambiare. Oggi ho una relazione diversa. Ho capito che il potere è un argomento che mi riguarda personalmente e l’abuso che ho vissuto da bambina è un tema da approfondire principalmente dentro di me.”

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I genitori “sbagliano” e con i loro “sbagli” ci costringono a esplorare una realtà interiore che ci riguarda.

Possiamo accettare l’insegnamento della vita e accollarci la profondità di quell’esperienza, oppure possiamo incolparli delle nostre difficoltà e aspettare che un principe azzurro, o una principessa azzurra, arrivi a pagare il conto di quegli errori, alimentando il sogno di un amore incondizionato, senza aver sviluppato dentro di noi la capacità di accoglierlo.

In quest’ultimo caso, la relazione non potrà funzionare e la delusione sarà inevitabile.

Nessuno può vivere un’intensità emotiva, se prima non ha imparato a gestirla dentro di sé.

Carla Sale Musio

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Apr 21 2017

SEPARAZIONE E GENITORIALITÀ

Quando si affronta il tema della separazione, un aspetto importante riguarda il rapporto con i figli.

In Italia, la religione cattolica sostiene che lo scioglimento del matrimonio sancisce la fine della famiglia e costituisce un trauma per la prole.

Questo dogma, però, non è supportato dalla ricerca scientifica né dalle statistiche.

Secondo gli specialisti dell’infanzia, infatti, la sofferenza nei bambini è una conseguenza della mancanza di attenzioni e del clima teso che si respira quando le relazioni sono prive di amore, di reciprocità e di comprensione.

Così, mentre la separazione permette ai piccoli di vivere un rapporto più esclusivo e costante con ciascuno dei genitori, la convivenza sotto lo stesso tetto spesso costituisce l’alibi che consente a uno dei partner di disinteressarsi ai figli, delegandone l’accudimento all’altro.

Vivere insieme porta a dividersi la gestione della casa e della prole, e questo non sempre produce risultati favorevoli sullo sviluppo psicologico dei più piccini.

Succede spesso, infatti, che la scelta di condividere l’impegno, la fatica e le spese, sostituisca il coinvolgimento reciproco, trasformando il rapporto coniugale in una collaborazione tra colleghi costantemente occupati nella gestione dell’azienda famigliare.

In questi casi la separazione può rivelarsi un toccasana, che permette a marito e moglie di riconquistare la propria autonomia e ai figli di vivere un rapporto affettivo anche con il genitore meno presente.

Abitare in case separate, costringe a impegnarsi in prima persona nella relazione con i bambini e impedisce che il coinvolgimento e l’affettività siano dati per scontati e ignorati.

Nella separazione, i figli hanno la possibilità di scegliere se passare del tempo col papà o con la mamma e questo fa sì che la genitorialità venga coltivata dagli adulti con maggiore attenzione e cura.

Il senso comune interpreta impropriamente la separazione come lo scioglimento della famiglia ma, di fatto, ciò che si conclude è soltanto il rapporto coniugale fra marito e moglie.

Quando ci sono dei bambini, infatti, la genitorialità non può avere termine, perché l’impegno assunto nel mettere al mondo una vita unisce per sempre quel padre e quella madre nel loro ruolo educativo e protettivo.

Anche quando ci sono altri partner.

E altri figli.

Affrontare la conclusione di un matrimonio è un momento delicato e importante che va gestito con autenticità e con partecipazione anche rispetto ai più piccini, evitando di coinvolgerli nelle vicende coniugali e rassicurandoli sulla stabilità della scelta di mamma e papà di prendersi cura di loro.

I genitori, infatti, non si separeranno mai.

La separazione ed eventualmente il divorzio riguardano soltanto i rapporti tra marito e moglie e non cambiano il coinvolgimento che lega una coppia ai propri bambini.

Avere i genitori che abitano in case separate, può succedere in diverse situazioni della vita e non costituisce un trauma per i figli, ma soltanto un cambiamento.

Cambiamento che, quando l’armonia in famiglia non esiste più, porta una ventata di novità e un miglioramento nelle relazioni.

La separazione, infatti, permette alla genitorialità di trovare uno spazio maggiormente definito rispetto alla convivenza, e questo può costituire un vantaggio per i bambini.

Carla Sale Musio

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Mar 31 2016

SCUOLA? … NO GRAZIE!

La scuola è uno strumento di potere nelle mani di chi comanda.

Dietro il pretesto di diffondere la cultura, infatti, si nasconde un pericoloso e invisibile lavaggio del cervello, capace di amputare la creatività dalla psiche indifesa dei più piccini, per forgiare soldatini ubbidienti e remissivi, pronti a seguire le indicazioni di chi sta in cattedra.

Il passaggio alla scuola elementare rappresenta un momento traumatico per tutti i bambini che, da un giorno all’altro, sono costretti a stare seduti nel banco per molte ore, mantenendo costante la concentrazione su argomenti nuovi, difficili e, spesso, poco interessanti.

Nel periodo della scuola materna, la socializzazione e il gioco sono al primo posto e i piccoli possono muoversi liberamente per la classe, divertendosi insieme agli altri bambini.

Ma, con l’ingresso nella scuola elementare, la musica cambia e il movimento, la fantasia, l’immaginazione e la condivisione, si riducono ai minimi termini per cedere il posto alle acquisizioni nozionistiche e mnemoniche.

In questo modo i nostri figli imparano che inventare, scoprire, costruire, creare, dialogare, aiutarsi, ascoltarsi e condividere, sono attività insignificanti, cui dedicare soltanto qualche sporadico ritaglio di tempo.

La scuola afferma il valore della produttività.

Una produttività: fondata sull’apparire, sul giudizio e sulla competizione.

In classe, infatti, bisogna rendere, distinguersi, diventare i primi, raggiungere il punteggio migliore!

Non copiare, non suggerire, non aiutarsi l’uno con l’altro, ma lasciare che ognuno risolva da solo le proprie difficoltà.

I semi dell’indifferenza e del cinismo vengono piantati già nelle prime classi della scuola elementare e troveranno l’humus necessario ad attecchire e svilupparsi, lungo tutto il percorso scolastico.

L’ubbidienza acritica e la sottomissione sono i requisiti principali di ogni bravo alunno.

A scuola si deve sempre: rispettare gli insegnanti.

Anche quando gli insegnanti non rispettano te.

Il rispetto, infatti, non è un diritto dovuto a tutti, ma solo a chi detiene il potere.

E il potere non è un bene al servizio della comunità, ma è una fonte di privilegi insindacabili, riservati a chi lo possiede.

Il qualunquismo e l’insensibilità, purtroppo, affondano le radici nel terreno scolastico e nutrono l’irresponsabilità e la prepotenza che caratterizzano questo nostro periodo storico.

I valori di una pedagogia nera, incapace di accogliere la variegata espressività degli studenti, intrecciano tutto il percorso scolastico, finendo per penalizzare anche gli insegnanti migliori.

Quelli che credono davvero nella comunità, nella condivisione e nell’intelligenza emotiva, e che si sforzano di trasmettere un messaggio d’amore e solidarietà, nonostante la repressione insita nei programmi ministeriali.

Per insegnare, infatti, non è richiesta alcuna competenza psicologica, proprio perché l’ascolto e la comprensione dei vissuti interiori sono considerati irrilevanti ai fini dell’apprendimento, e l’unica cosa che conta è un sapere arido di sensibilità.

Chi insegna, perciò, è costretto a portare avanti un programma basato esclusivamente su conoscenze cognitive, e privo di attenzione per la delicata fase di crescita che gli alunni stanno attraversando.

Così, quei docenti che, nonostante tutto, non riescono a ignorare le esigenze psicologiche dei loro allievi e si sforzano di dedicare tempo alla scoperta e alla condivisione del mondo interiore, devono fare i conti con i regolamenti, e spesso non sono ben visti né dai colleghi né dai genitori, spaventati all’idea che i loro figli restino indietro nella lotta per raggiungere il successo.

A scuola si deve STUDIARE!

E studiare significa: immagazzinare nozioni da ripetere a comando.

Maggiore è l’erudizione, e più grande sarà il consenso che l’organizzazione scolastica attribuirà agli studenti.

Non sorprende che, una volta completato l’iter di studio, della creatività, dell’entusiasmo e della solidarietà, non rimanga più nemmeno il ricordo.

La scuola premia l’individualismo e la sopportazione paziente e rassegnata.

Risorse indispensabili per la vita lavorativa e sociale che attende i nostri giovani alla fine degli studi.

Tanti geniali innovatori, scienziati, artisti e maestri nell’indagare le profondità della vita e dell’animo umano, ricordano, nelle loro biografie, di non aver avuto nessun successo scolastico ma anzi! Di essere stati sottovalutati e criticati.

Proprio perché l’originalità e la solidarietà non sono ben viste in quella sorta di carcere formativo che chiamiamo scuola e che prepara le nuove generazioni ad affrontare la vita.

L’allenamento all’ubbidienza è uno dei valori fondamentali.

A scuola si deve essere: disciplinati, arrendevoli e subordinati.

Indipendenti, autonomi, curiosi, fantasiosi, intraprendenti, creativi… sono aggettivi poco adatti a definire lo studente ideale.

L’alunno perfetto deve essere: rispettoso, capace di integrarsi e pronto a seguire le direttive di chi ha più esperienza.

Cioè: dipendente, acritico, omologato, passivo e sottomesso.

Chi incarna le caratteristiche del modello avrà un successo garantito, dalle elementari all’università, e, una volta conclusi gli studi, sarà pronto a seguire le regole di una società che premia l’individualismo e la competizione, irridendo la fratellanza, la sensibilità e la genialità.

Per tutelare i propri bambini, molti genitori, sensibili e illuminati, hanno dato vita a un movimento chiamato homeschooling e basato sull’educazione parentale.

Si tratta di un’istruzione impartita dai genitori, o da altre persone scelte dalla famiglia, ai propri figli. 

Nell’ambito dell’homeschooling le possibilità sono molto ampie, ci sono famiglie che preferiscono seguire degli orari giornalieri, utilizzando i testi e programmi scolastici, e altre che desiderano affidarsi a un apprendimento più naturale e spontaneo dove si assecondano i bisogni, gli interessi e capacità dei piccoli, in veste di aiutanti e guide.

Ma sempre queste persone istruiscono i propri figli con amore e dedizione, e il loro lavoro è parificato a quello svolto dagli insegnanti nelle scuole.

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La scelta dell’homeschooling è volta a promuovere lo sviluppo della personalità nella sua totalità, senza trascurare gli aspetti affettivi, espressivi e creativi.

Per questo è una soluzione che trova sempre più sostenitori.

In Italia, le famiglie che rifiutano la scuola sono all’incirca un migliaio, e si tratta di un numero in costante aumento.

Molti genitori, infatti, si rendono conto dei danni che l’organizzazione scolastica provoca sulla salute psicologica e fisica dei loro figli e, per questo, la scelta di opportunità alternative è sempre più gettonata.

La pedagogia nera, con il suo corollario di punizioni e abusi di potere, ha intriso la struttura della scuola, creando un meccanismo perverso di sottomissione e autoritarismo, traumatico per i bambini e funzionale alla supremazia di pochi privilegiati su un numero sempre crescente di creature disponibili, remissive e sottomesse.

Riconoscere l’abuso e la crudeltà, nascoste dietro la normalità dell’istruzione scolastica, è il primo passo per cambiare un mondo basato sull’indifferenza e sulla prevaricazione.

Un passo indispensabile.

Per mettere fine alla violenza e costruire una società capace di accogliere la creatività, la sensibilità e il valore di ogni essere vivente.

Carla Sale Musio

leggi anche:

PEDAGOGIA NERA

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Mar 15 2016

MADRI SURROGATE: un amore che fa scandalo

La donna che decide di prestare il proprio corpo per accogliere un bambino non suo e permettere la genitorialità anche a chi, altrimenti, non potrebbe farne esperienza, compie un gesto d’amore tra i più discussi, incompresi e vessati.

Soprattutto in Italia.

Viviamo nella cultura dell’avere, del diritto e del possesso.

Diciamo:

“Mio marito, mia moglie, i miei figli…”

e decretiamo la proprietà, oltre che sugli oggetti, anche sulle persone.

Nella nostra società, basata sul commercio e sul potere, appare assurda l’idea che si possa ricevere nel grembo una piccola vita per poi donarla ai genitori, impossibilitati a concepire.

Come si può portare nel corpo un bambino… per poi lasciarlo tra le braccia di un’altra mamma?!

O, addirittura, di due papà!

Sembra uno strappo inconcepibile!

Per il bambino e per la donna che lo ha partorito.

Tanti anni fa, esistevano delle persone che offrivano il latte del proprio seno, gratuitamente o in cambio di un compenso.

Erano mamme che allattavano il cucciolo di un’altra, quando questa non poteva farlo da sé.

Si chiamavano balie ed erano considerate buone, generose, altruiste e materne.

Anche se ricevevano dei soldi in cambio del loro servizio.

Erano tempi diversi da oggi e a nessuno sarebbe venuto in mente di accusarle di sfruttare la maternità per arricchirsi.

Al contrario, la loro opera era considerata preziosa, perché permetteva ai bambini di crescere sani e alle loro mamme di sentirsi bene, anche quando non erano in grado di allattarli personalmente.

Tra la mamma e la balia si creava un rapporto di solidarietà.

E i piccoli, una volta diventati grandi, le ricordavano con gratitudine e affetto, come fossero delle “seconde mamme” senza il cui aiuto la vita sarebbe stata dura o, forse, impossibile.

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L’allattamento rappresenta un momento indispensabile per lo sviluppo emotivo, perché permette di ricreare quel legame intimo ed esclusivo che ha caratterizzato la vita intrauterina.

Durante le poppate, infatti, il neonato ritrova lo spazio complice vissuto nel grembo e sperimenta di nuovo un’appagante fusionalità.

Anche quando la mamma non è la stessa che lo ha cullato nel ventre per nove mesi.

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Da allora i tempi sono molto cambiati e, oggi, il latte in polvere ha risolto i problemi delle persone che non possono allattare, ma a nessuno verrebbe in mente di incriminare le balie, accusandole di essere state contro natura, interessate, superficiali, calcolatrici, opportuniste, nemiche di se stesse, dei bambini e delle altre donne.

Eppure… la relazione che le balie instauravano con il figlio di un’altra madre era molto simile a quella che, ai nostri giorni, le mamme surrogate vivono col bimbo che portano in grembo al posto dei genitori incapaci di procreare.

Una relazione che per le balie, spesso, durava più di nove mesi e che creava un rapporto intimo e intenso con il neonato, senza per questo offendere la famiglia di appartenenza, ma anzi! Sostenendola e valorizzandola.

Oggi, purtroppo, abbiamo perso il valore della solidarietà e l’etica del guadagno ha sostituito la fratellanza.

Così, un gesto d’amore, in tutto simile a quello delle balie di un tempo, è interpretato come un commercio interessato e privo di generosità.

L’avidità, che caratterizza le scelte dell’economia, ha improntato uno stile di vita sempre più cinico e materialista, occultando il valore altruistico di una maternità senza possesso, dietro l’accusa di opportunismo, superficialità ed egoismo.

Nutrire nel ventre un cucciolo e regalargli la vita, è un atto d’amore indiscutibile.

Soprattutto quando chi lo compie non rivendica la proprietà del nuovo nato, ma permette al calore di una famiglia di dispiegarsi anche nell’amore per un bambino.

Le persone che scelgono di fare del proprio corpo un nido per un pulcino che, altrimenti, non potrebbe nascere, mettono a rischio la propria salute e la propria esistenza per regalare la vita a un altro essere e la gioia di un figlio a chi non può averlo spontaneamente.

Ci vuole molto coraggio, molta generosità e molto amore.

Ma, soprattutto, molta fiducia nella profondità della vita e nella scelta di venire al mondo.

Non ci sarebbero soldi sufficienti, altrimenti, per convincere una persona ad affrontare i rischi e i dolori che accompagnano la gravidanza e il parto.

La decisione di portare dentro di sé una nuova creatura per permetterle di sperimentare l’esistenza su questo nostro piano di realtà, è una scelta che mostra una grande fiducia nel valore della vita e che ci insegna a considerare i figli non come un possesso esclusivo o una proprietà dei genitori, ma come individui venuti a regalarci un’occasione per amare.

Le mamme surrogate sono donne capaci di onorare la vita e di donare anche ad altri genitori la gioia della maternità.

Carla Sale Musio

leggi anche:

FAMIGLIE FONDATE SULL’AMORE

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