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Giu 30 2019

IL CIELO

 

Era stato un parto lungo, sofferto.

Lei, una donna sola.

L’uomo che conosceva da qualche tempo, dopo aver saputo che sarebbero stati in tre, si era inventato un lavoro in miniera, lontano dal paese.

Nessuno l’aveva più visto.

E lei, abituata alla vita dura, aveva continuato a lavorare a giornata, nelle case o in campagna, finché il ventre gonfio glielo aveva permesso.

Poi, i dolori violenti del parto, le invocazioni, le urla, le mani sapienti della levatrice del paese.

Infine un essere incerto, contorto: una femmina.

Era magra, piangente, il collo piegato verso terra, terribilmente storpio, come se il rifiuto paterno l’avesse costretta al capo chino: allo stesso modo degli umili, dei perdenti, degli sconfitti senza speranza.

***

Da piccola aveva una sua grazia particolare: gli occhi grandi e acquosi, una certa timidezza nel parlare, il collo costantemente chino, come a guardare le cose misere che scorrevano sulla terra.

Poi, con l’adolescenza, iniziarono il massacro, la sofferenza, l’irrisione violenta dei suoi pari.

E così il resto della vita: usciva sempre meno, temeva di mostrarsi.

Gli sguardi degli altri scorrevano rapidi dal capo chino al suo collo piegato.

Per guardare in alto, doveva torcere il busto, ma anche così le era difficile godersi la vista del cielo: ne aveva una visione rapida, spezzata, come la linea incerta del suo collo.

***

Lo sguardo verso il basso le permetteva, però, di osservare la vita brulicante degli insetti, quelli che attraversavano la terra perché privi di ali, o quelli che si poggiavano su steli, fiori, cespugli e di cui ammirava i voli brevi e colorati.

Si incantava a guardare coccinelle, maggiolini, api: osservava il lavoro potente delle loro zampe e li seguiva per poco con lo sguardo, quando si innalzavano verso il cielo.

Nel camminare, evitava le formiche: addirittura si fermava, quando si spostavano in file tanto dense che era faticoso saltarle.

Ammirava il loro impegno: si fermava a guardarne due che portavano una foglia, dividendosi il peso, come i buoni amici devono fare, o le osservava mentre si scontravano nell’andare e si fermavano un attimo, quasi a chiedersi scusa.

Sentiva quegli esseri simili a sé: vicini alla terra e senza speranza del cielo.

***

Con il passare degli anni, la sua figura divenne più contorta, come una quercia nodosa. Stava a lungo a casa: comprava il cibo indispensabile, usciva quando il sole sorgeva o calava e nascondeva il capo sotto uno scialle scuro.

Nel percorrere le strade, rasentava i muri, sperando di essere invisibile agli altri e al loro sarcasmo.

Niente della vita altrui le apparteneva: non conosceva l’amore, di cui aveva desiderato il mistero; non aveva più affetti, da quando la madre se n’era andata per sempre, dopo averla benedetta.

Una vita così, ai margini.

L’unica consolazione, le sue uscite in campagna, dove al vento, all’erba e agli insetti non importava nulla del suo aspetto, dove si sentiva accolta: una creatura come le altre, dono del mondo.

***

Ma una sera primaverile, mentre passava per i campi accompagnata dal vento, sentì che le sue forze finivano.

Cercò di raggiungere il paese per rifugiarsi a casa e non le fu possibile.

Le gambe cedettero.  

Cadde sulla schiena e sentì la morbidezza dell’erba che l’accoglieva: allora finalmente, con lo sguardo rivolto verso l’alto, poté vedere il cielo nella sua ampiezza sconosciuta.

E seppe che era la fine.

***

Rapidi, le si accostarono mosche, coccinelle, api, maggiolini: ognuno di loro prendeva con le zampe un lembo dei suoi vestiti per portarla vicina a quel cielo, che finalmente poteva ammirare.

Cercarono insieme di sollevarla, ma non ci riuscirono.

A lei sembrava di sognare.

Ma ecco giungere rapidamente passeri, cornacchie, colombi, rondini e i potenti gabbiani, accorsi veloci dalla costa.

Le si affollarono intorno tutti quegli esseri alati.  

Allora la sostennero con dolcezza, sollevandola per i vestiti, e riuscirono finalmente a portarla in alto, mentre il suo sguardo si perdeva nell’azzurro scuro del cielo.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com del 21/06/2019, n° 107651

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Mag 24 2019

IL SEGNO

“Avevate il nodo della felicità.”

Disse la cartomante: e lei lo sapeva, anche senza quella vecchia che leggeva il destino.

Ma ormai era impossibile rimediare: la storia che aveva unito lei e il suo uomo era finita.

Però era stato bello vivere quell’amore: lo stupore di conoscersi, il calore che non fa dormire e al pensare all’altro ti togli di dosso le coperte e vai alla finestra, perché solo così respiri bene di nuovo.

L’ansia di quando non si è ancora detto nulla, ma gli sguardi parlano e corrono veloci dal viso al corpo, intuendolo sotto i vestiti.

L’angoscia di quando ancora non sappiamo se l’altro ci vorrà, così deboli come siamo, sfiancati dall’incertezza.

Poi, finalmente si trova il coraggio di rivelarsi e l’altro dice che è attratto, ma non sa ancora se sia vero amore.

Allora davvero si capisce che la felicità è anche quella: chiusa in una promessa incerta, in un abbraccio forte.

E capita di provare una sensazione profonda e lontana, come se in altri luoghi e in altri tempi quell’incontro fosse già avvenuto.

* * *

Avevano avuto una possibilità preziosa: quella storia d’amore. 

Poi, la fine.

Erano cominciati piano i dubbi, le incertezze.

Volevano cose diverse: lei chiedeva un progetto, lui amava il presente, senza impegni futuri.

Sapeva dare tutto, ma lo soffocavano le scadenze.  

A lei, invece, mancava l’aria se non pensava di costruire nel tempo.

E così, lentamente, il loro amore si era sfilacciato sino a lacerarsi del tutto.

Panta rei, come dicevano i greci: tutto scorre.

Tra i rimpianti della fine, a lui era rimasta la nostalgia per quel corpo morbido e per una macchia piccola, tra l’orecchio della donna e la guancia.

Con la punta dell’indice lui giocava a coprire quel neo a cui si era affezionato: come si amano i difetti dell’altro, quando ci inteneriscono.

* * *

Isola di Delo, nel Mar Egeo: il grande mercato di schiavi del mondo antico.

Lei, giovanissima, sottratta alla propria terra e gettata su quella piazza nell’attesa di un padrone che la comprasse.

Lui, giovane rampollo di una famiglia aristocratica: aveva deciso di scegliere di persona gli schiavi, andando su quell’isola dove se ne vendevano a migliaia ogni giorno.

La bellezza acerba della donna lo attrae.

Si ferma, discute il prezzo, paga.

La ragazza è sua.

La porta a casa, ma lei è talmente bella che lui si incanta a guardarla: la vede fragile, indifesa, spaventata.

Le offre del cibo, la guarda mangiare e si stupisce di sentirsi sereno, mentre lei si nutre di fretta, come chi abbia fame da tempo.

Poi si rivolge al padrone e lo ringrazia con lo sguardo. 
Più tardi, nella stanza di lui, il giovane si diverte a poggiare il dito su una macchia piccola nel viso della donna, proprio tra l’orecchio e la guancia.

In breve, uno strano sentimento cattura l’uomo: sembra amore.

Lei diventa la concubina del padrone e avranno dei figli, belli come la donna, ma destinati anche loro alla schiavitù.

Poi con il tempo lui si stanca: ricco e viziato com’è, sceglie altre schiave, più fresche e attraenti.

Lei, ormai invecchiata, viene venduta.

Ma ogni tanto nella mente pigra di lui riaffiora il ricordo di una macchia piccola, tra la guancia e l’orecchio di quella donna.

E gli sembra di provare un lontano senso di nostalgia.

* * *

Folla per strada: è di nuovo estate.

Caldo, voci, colori.

Lei cammina a testa bassa, non vede neanche le persone.

Non si è più innamorata dalla fine di quella storia: e comunque, pensa, sarebbe stato inutile aspettare che lui si decidesse.

Ma spesso la prende una nostalgia triste.

Le cammina vicino un cane minuscolo, tenuto al guinzaglio.

Lei era sempre stata sensibile, amava gli animali, ma evitava obblighi e dipendenze: poi aveva deciso di salvare quel cane, abbandonato in strada.

E non sapeva quanto la sua compagnia l’avrebbe aiutata nella tristezza.

* * *

Un urto: solleva la testa, sta per scusarsi, il cane abbaia preoccupato.

Si è abbattuta contro qualcuno, distratto al pari di lei.

Ma rimane stupita.

“Non ci credo”, dice.

Nell’alzare lo sguardo, lo ha riconosciuto.

Lui è appesantito nell’aspetto: è passato qualche anno, ma gli occhi sono sempre uguali, chiari e luminosi.

Al guardarli, le viene da piangere, ma morirebbe per l’imbarazzo.

L’uomo si china a carezzare il cane.

“È minuscolo”, dice.

“Come ti sei decisa a prenderne uno?”.

“È da quando non ci sei che sono triste”, lei vorrebbe rispondere, ma si limita a raccontargli come i guaiti di quell’animale, abbandonato da qualcuno per strada, l’abbiano convinta.

“Ti va di bere qualcosa?” lui propone.

Si incamminano lentamente.

C’è un leggero vento estivo e i capelli di lei si agitano piano.

L’uomo si volta per parlarle e in quel momento rivede il segno scuro, tra l’orecchio e la guancia di lei.

* * *

Allora, improvviso, irrompe un ricordo: ma è come se giungesse da tempi antichi, da un’altra esistenza, infinitamente lontana.

Loro due, sensazioni confuse, un senso gravoso di pentimento, difficile da interpretare, corpi addossati, lamenti.

Poi un velo si lacera: lui vede bambini che corrono, lo sguardo sorridente di lei, abiti antichi, un’isola luminosa, un senso di nostalgia e rimpianto.

Sono pochi attimi in realtà: si scuote, ferito da quelle impressioni, da quel senso di colpa.

Non capisce, eppure sente che in tempi lontani ha provocato dolore.

Intanto il ricordo si dissolve piano.

“Qualunque cosa sia accaduta, io adesso sono qui”, pensa.

E prova conforto, come quando finalmente si rimedia a un sopruso.

Allora si avvicina e le sfiora la guancia con le dita.

“Ho avuto nostalgia di questo segno”, vorrebbe dirle, ma non trova il coraggio.

Invece la scruta intensamente, mentre lei si volta a guardarlo, in silenzio.

Poi gli sorride.

Gloria Lai

Opera tutelata da Patamu.com con il n° 105082 del 10/05/2019.

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Apr 12 2019

IL VELO


Tanti si recavano da lei: uomini, donne, ragazze, vecchi esitanti, bambini accompagnati dalle madri.

Con loro era più dolce, con quei bambini che gli toglieva dalle braccia, lasciando le madri affrante.

Permetteva che li baciassero ancora, prima di sottrarli per sempre.

Ed era dolce con gli animali: le si arrendevano miti, in un sussulto di speranza.                                                                              

Molti avevano cercato di capirla, di sedurla, di possederne i segreti.

Tanti chiedevano perché.

Uomini di cultura la sfidavano, ponevano domande antiche, ma non ottenevano risposta. Opponeva ai loro quesiti angosciosi un silenzio ostinato.

Allora chinavano il capo sconfitti e chiedevano almeno di non soffrire.

Non rispose mai.

Non avrebbe saputo cosa dire.

Era la morte, superba della propria potenza.

E disperatamente sola.

***

Eppure lei sapeva che in un tempo lontano il dolore non esisteva.

Non esistevano la sofferenza, la malattia, la tristezza.

Tutto era solo amore, liquido come mare e fiumi, ventoso come nuvole estive, bianco come la  neve nei monti lontani.

E sulla perfezione del mondo, splendeva la luce abbagliante del sole.

***

Poi, d’ improvviso, l’arrivo del male.

E lei, la morte, mandata a spezzare vite, senza poter rifiutare.

Allora obbedì alla sua sorte, superba della propria potenza.

Nello spietato volgere del tempo, si recarono da lei moltitudini intere.

Falciava i corpi, come spighe di grano durante la mietitura.

Ma tra le espressioni che scorgeva sui volti, ammirava la tenerezza dei padri, la feriva lo sguardo disperato dei figli, si consolava per il dolce abbandono dei vecchi.

***

Un giorno arrivò un uomo, giovane e bellissimo.

La bellezza la colpiva sempre nell’armonia degli esseri umani e nelle movenze degli animali, ma la perfezione di quell’uomo la stupì.

E stranamente lui non sembrava temerla.

La guardava, anzi, con forza, scrutandola senza timore.

Si avvicinò a lei, chinò il capo, attese.

Lei, intanto, pensava alla vita di quell’uomo, a quanto avesse amato.

Si interrogava su quel sentimento degli umani: lo scrutava nei loro visi, quando lasciavano le persone care e si arrendevano a lei.

Allora decise di sapere e chiese a lui cosa fosse l’amore.

***

L’uomo parlò a lungo, stupito della domanda ma senza paura.

Le disse le storie dei tanti: gli affetti familiari, gli amori fedeli che durano a lungo, la fiamma che accende i corpi e non lascia dormire, il rimpianto per una rinuncia, il coraggio mancato, i giuramenti infranti, gli amori nuovi e caldi.

Le raccontò le promesse negate, le labbra avide, gli abbracci stretti, i momenti sprecati per un’incertezza, per una parola non detta.

Le rivelò la passione che sconvolge e annulla.

Infine tacque.

Lei lo aveva ascoltato assorta.

***

Poi lui decise: “Lasciati amare.” le disse.

“È potente l’amore.”  lei rispose. “Innalza e sconvolge o rende miseri e fragili. Se manca, spinge al rimpianto, quando esiste porta dolore. E, a volte, è terribile come morire. Ma non appartiene al  destino che ho in sorte.”

L’uomo non si lasciò scoraggiare.

Si avvicinò ancora: lei non si mosse.

Le fu accanto.

E le tolse piano il velo nero che scivolò al suolo, scoprendola.

Allora apparve nella sua pienezza a quegli occhi maschili: terribile e splendida insieme, innocente e inerme come agli inizi del tempo.

Offerti allo sguardo dell’uomo, i capelli di lei brillavano di un biondo caldo.

Come spighe mature di grano, prima della mietitura.

Gloria Lai

Registrato su Patamu.com con il n° 101910 del 19/3/2019

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Mar 13 2019

IL MESSAGGIO

“Che bel sole oggi,” disse la moglie.

“Il calore si sente fin qui.”

“È vero,” rispose lui. 

“Ritorna l’estate.”

Sorrisero e si strinsero l’uno all’altra, con lo stesso amore di un tempo.

***

Un rumore di passi rapidi.

“È lei.”

La moglie riconobbe nel risuonare di tacchi il passo della figlia.

“Sta tornando da noi, come sempre.”

I due videro la donna liberare i fiori dall’involto, svuotare la ciotola, tagliare i gambi e disporre steli e corolle a formare una macchia colorata. 

Piangeva mentre sistemava petali e foglie.

Piangeva ma non fermava i gesti, come capita spesso alle donne.

La madre si rattristava ogni volta.

“Sono passati gli anni, ma il suo dolore non guarisce ancora.”

***

I due coniugi avevano avuto solo quella figlia: assennata, studiosa e poi, sul lavoro, seria e puntuale.

Poco tempo per gli svaghi, poco interesse per i divertimenti.

I genitori si chiedevano a chi avesse assomigliato, così saggia per la sua età ma in fondo fragile, lo percepivano, e sensibile.

Amava gli animali e li guardava ammirata.

***

Loro due speravano che trovasse un uomo onesto, gentile, che apprezzasse le sue doti.

E che sapesse proteggerla.

Si chiedevano cosa sarebbe accaduto, quando se ne fossero andati.

***

E se ne andarono, infatti.

Prima l’uno, poi l’altra: la figlia li aveva accuditi fino all’ultimo con forza, con fiducia, sperando che il suo affetto li avrebbe salvati.

***

Continuò a lavorare con la stessa serietà di sempre, ma quel vuoto non sapeva riempirlo.

Andava spesso dai suoi, comprava un mazzo splendido di fiori e lo sistemava, accostando colori diversi e luminosi.

Poi baciava la foto in cui i genitori sorridevano e sembrava che la salutassero.

“A presto” lei diceva.

E si allontanava, sentendo sulla fronte la loro benedizione.

***

Si rallegravano al vederla, ma speravano che non fosse più così sofferta.

Quindi vollero che lei sapesse della loro felicità: i corpi erano raccolti in quello spazio intimo ma gli spiriti, ormai senza affanni, potevano volare nel vento, leggeri come ali di gabbiani.

***

Chiesero ad una farfalla bianca di aiutarli: si era posata sui fiori che la figlia aveva sistemato con la cura di sempre.

Un tempo lei pensava che le farfalle di quel colore portassero messaggi.

E sorrideva nel vederle, perché davano risposte alle sue domande, diceva.

***

Allora i genitori pregarono quell’essere di raccontarle tutta la loro felicità, perché la figlia non fosse più triste.    

***

La farfalla si levò leggera e raggiunse la donna che attraversava il viale presso l’uscita.

Le volò accanto, girandole piano intorno.

La figlia si fermò: aveva il respiro sospeso e la stessa speranza di un tempo.

In quel momento il fruscio delle ali si trasformò in parole e la donna impallidì.

Tese la mano: la farfalla si posò un attimo sulle dita, poi volò piano verso il cielo.

Risuonavano nelle mente della figlia quelle parole: i genitori erano felici, leggeri e liberi da affanni. 

E l’avrebbero abbracciata ancora, nello splendore del tempo infinito.

Intanto la farfalla saliva verso il sole.

“Ho sognato ad occhi aperti?” si chiese la donna.  

Ma riemersero vivi i ricordi del passato, le paste comprate la domenica, le fiabe che il padre le narrava, il profumo degli abiti appesi nella stanza coniugale.

Ricordò la colazione consumata insieme e il bacio della madre, prima della scuola.

Sentì una pace raccolta, un nuovo senso del tempo e per lei fu come nascere ancora.

Intanto l’aria profumava di fiori, mentre il bianco delle ali in volo si confondeva con le nuvole estive.

Gloria Lai

leggi anche:

L’OSPITE

Opera tutelata su Patamu.com con il n° 101001 del 3.3.2019

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Feb 04 2019

L’OSPITE

              

“Un gran freddo” pensava, guardando oltre i vetri.

“Credo che nevicherà.” concluse.

Attizzò il fuoco nel caminetto e si sedette di fronte a quel bagliore, sulla comoda e vecchia poltrona del salotto. 

Era da qualche tempo in pensione e divideva le giornate tra la lettura, la cucina, le telefonate ai colleghi di lavoro.

Erano in pensione anche loro e si dilettavano con nipoti e animali domestici.

Lui no: non si era mai sposato, non aveva affetti familiari e non voleva animali che lo avrebbero costretto, diceva, a occuparsi di loro e a soffrire, quando fossero morti.

Non voleva legami.

Un tempo li aveva desiderati, aveva amato, si era anche illuso che quelle fossero le donne giuste, ma il disincanto fu così duro da fargli preferire la solitudine.

E si trovò a vivere un senso insperato di libertà.

*** *** *** 

La lettura dei libri lo rendeva felice: non voleva limiti di tempo e si fermava a riflettere sulle parole e sulle emozioni che quelle gli suscitavano.

Sottolineava frasi intere e scriveva commenti sul margine del foglio: alla fine delle pagine, poi, annotava un giudizio.

E talvolta capitava, che preso dalla lettura, si accorgesse che il tempo del pranzo era ormai passato.

*** *** ***  

Quel pomeriggio dietro i vetri vide una mosca: il freddo esterno l’aveva richiamata verso il bagliore del fuoco, ma la finestra chiusa le impediva di entrare.

Lui si chiese che resistenza avesse quell’insetto alla temperatura che si irrigidiva con la sera.

Poi sedette comodo e si dimenticò di lei, affondato nella lettura.

Quando andò a cena, però, nell’abbassare la serranda, vide che la mosca era ancora lì, immobile sui vetri.

Allora decise di accoglierla: aprì leggermente la finestra e l’insetto, seguendo la luce del camino, si insinuò nella stanza.

“Abbiamo un ospite, stasera.” rise lui tra sé.

Ma lo consolava pensare che forse aveva salvato una vita, anche se infima. 

*** *** *** 

Fare colazione la mattina dopo, alla presenza di una mosca, fu un’esperienza nuova. Certo aveva avuto insetti per casa: formiche, altre mosche, zanzare, ragni e lui non sempre era stato benevolo.

Ma una mosca sola, per giunta ospitata da lui, lo incuriosiva e quella mattina, mentre beveva il caffè, si incantò a guardarla quando sull’orlo del tavolo si puliva la testa e le ali, con attenzione e metodo.

Vederne molte era fastidioso, pensò, guardarne una sembrava interessante.

E per studiare il suo comportamento, le pose accanto piano qualche briciola di pane.

Lei ci volò sopra leggera.

E lo divertì con il movimento rapido delle sue molte zampe.

*** *** *** 

Nel rientrare a casa, dopo le sue uscite, gli capitava di chiudere in fretta la porta.

Gli dispiaceva che la mosca fuggisse: si era abituato alla sua presenza discreta, ai voli brevi per le stanze, alle briciole di cibo che lei sembrava gradire.

Ed era cauto nell’aprire le finestre.

Ma si chiedeva quanto quell’essere sarebbe vissuto: si mise a leggere, si informò.

Trenta giorni scrivevano alcuni, anche meno, affermavano altri.

A lui bastava che l’insetto non terminasse la vita brutalizzato da umani o straziato da qualche animale o intirizzito dal freddo esterno.

Si era impegnato ad ospitarlo.

E, come gli antichi affermavano, l’ospitalità è sacra.

*** *** ***  

Poi giunse il giorno fatale: lui si era alzato per tempo, era andato in cucina e si apprestava a mettere il caffè sul fuoco, quando vide sul tavolo il corpo piccolo e contratto dell’insetto.

Un mese scarso era durata quella ospitalità.

E la mosca, sul piano rigido di legno, giaceva supina: tra le zampe stringeva un petalo giallo, trovato chissà dove per casa.

Quello era un dono, lui pensò.

Un dono per ringraziarlo.

*** *** ***

L’uomo raccolse delicatamente l’insetto e lo depose in giardino, perché la terra lo accogliesse generosa, come una madre antica a cui si ritorna.

*** *** ***

Nei giorni seguenti lui pensò, incredulo e stupito, a quanto una mosca gli avesse riempito la vita.

Era bastato poco, si disse, a risvegliargli il cuore.

E magari poteva davvero occuparsi di un animale, concluse.

Sentì all’improvviso il peso dei suoi giorni solitari: certo, gli amici al telefono, le letture ricche e abbondanti, il piacere della cucina, ma un animale da amare, che ti accoglie al rientro o che porti a passeggio con te non ha uguali, si disse.

Qualche giorno dopo andò al canile della sua città: lo accolse un coro di guaiti e mugolii, che gli straziò il cuore.

Scelse un cane magrissimo, anziano: difficile che qualcun altro potesse volerlo.

Poi nell’uscire, davanti allo spazio dedicato ai gatti abbandonati, si incantò a guardare un piccolino, col pelo lungo e rosso.

Non ci volle pensare a lungo: prese anche lui con sé e li portò a casa.

Rimase ad ammirarli benevolo, il cane stupito per la sua buona sorte e il gatto che gli mordeva il muso, senza che quello reagisse.

*** *** ***

Dopo qualche giorno andò al parco con il cane: guinzaglio nuovo, passo elastico, l’animale aveva già un piglio diverso.

Si fermarono ad una panchina.

C’era una donna seduta, leggeva e teneva ad un guinzaglio rosa una meticcia.

L’uomo guardò di sottecchi la copertina del libro: non lo aveva mai letto.

Sedette a sua volta, mentre il cane gli si addossava alle gambe, timoroso di un altro abbandono.

Dopo qualche esitazione, si decise.

“Spero di non disturbarla”, disse alla donna.

“Sarebbe così gentile da parlarmi del libro che sta leggendo? Non lo conosco.”

Lei lo guardò: le piacevano quei modi da gentiluomo.

“Certo” disse.

“E’ una storia d’amore, però non banale. Le accenno qualcosa della trama, se vuole. Ma non so ancora come vada a finire”.

E sorrise.

Lui rimase interdetto.

Poi la guardò con attenzione.

Lei era avanti negli anni e aveva una bellezza morbida e placida.

“Penso che potrebbe finire bene.” le rispose.

Ma fu stupito dal suo stesso coraggio e sentì che si imbarazzava.

Per nascondere il volto, si chinò a carezzare il cane.

E quello gli porse il muso umido, mentre guaiva felice.

Gloria Lai

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LE FRESIE

Opera tutelata da Patamu.com con il n° 96969 del 29/12/2018

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Dic 14 2018

LE FRESIE

“È un bel maschietto” le dissero.

La madre guardò il figlio.

“Hai avuto fretta?” gli sussurrò.

“Sei nato quindici giorni prima”.

Poi lo strinse tra le braccia.

*****

Quell’anticipo di vita gli pesò a lungo: aveva perso molti giorni di pace ovattata.

E forse per quel motivo, ebbe un personale senso del tempo.

*****

Arrivava in ritardo ovunque: alle elementari, finché lo accompagnò la madre, riuscì ad anticipare il suono della campanella, poi fu un disastro.

Alle medie e anche al liceo entrava in classe quando ormai tutti si erano accomodati.

I professori, dopo aver smesso di adirarsi, lo prendevano in giro.

“Stavi per arrivare domani” gli diceva qualcuno.

Oppure: “Sei in anticipo sul secondo quadrimestre”, gli diceva qualcun altro.

La prof di greco, all’ennesimo ritardo, lo interrogò a sorpresa su Euripide, sperando di costringerlo ad una disciplina rigorosa.

E meno male che lui aveva studiato.

In seguito, all’università perse buona parte delle lezioni diurne e dei seminari pomeridiani perché il bus era già passato o gli telefonavano prima che uscisse (e certamente doveva rispondere) o dimenticava i libri o il quaderno di appunti e tornava indietro a prenderli.

Poi incontrò lei, la donna della sua vita: la amò perdutamente, ma nessuna volta che rispettasse gli orari degli appuntamenti.

Lei, di indole paziente, si limitò a sospirare per i ritardi e lo aspettava sempre, come fanno anche le madri.

Le cose migliorarono con il matrimonio: lei attendeva a casa il suo rientro e si trovò ad aspettare anche il loro primo figlio.

Nel corso degli anni ne vennero altri e i ritardi di lui, del marito, si fecero meno lunghi.

Infatti cercava di migliorarsi, ma pretendere la puntualità fu un’utopia inarrivabile.

Al lavoro, inoltre, doveva timbrare il cartellino: i ritardi si cumularono e divennero un tempo eterno da recuperare.

******

Lui rifletteva sul suo comportamento, sul senso del tempo.

“Certo è quella nascita anticipata” si diceva.

“Quindici giorni in meno di delizie. Chi me li rende? “

******

Poi la pensione, l’età avanzata, i figli lontani e realizzati e lei, la donna amata, che un pomeriggio si mise in poltrona per guardare un documentario.

A sera, al rientro dalla passeggiata, lui la trovò ancora seduta.

Composta come era sempre stata, sembrava dormire un sonno tranquillo.

Ma non rispose al richiamo di lui.

 ******

Lo strazio fu immenso.

Non sapeva più perché vivere.

I figli furono teneri al funerale, poi ognuno tornò alla propria vita.

******

Trovare quel cagnetto fu una grande gioia.

Da tempo lui non riusciva a sorridere, ma quel randagio dalle zampe incerte gli restituì vigore.

Al mattino era il cane che lo svegliava e lo scortava a comprare il giornale, poi al parco aspettava che il padrone leggesse i titoli e gli saltellava intorno, quando l’uomo si alzava dalla panchina faticosamente per l’età e i dolori alle gambe e tornava a casa.

******

Da qualche tempo affannava nel camminare e ogni minimo sforzo gli costava una fatica immensa.

Pensò che il suo tempo si fosse concluso.

Per sé era rassegnato, ma si preoccupava del cane: allora chiamò un amico, tra i pochissimi che gli erano rimasti.

E quello promise che ci avrebbe badato lui.

******

Ripensò a tutta la sua vita: era stato un marito innamorato e fedele e un padre responsabile.

L’unica ombra della sua esistenza erano quei molti ritardi: decise che voleva chiudere il cerchio, rimediare all’errore.

Dopo aver riflettuto a lungo, seppe il da farsi.

Allora chiamò la Morte e le disse che era pronto: si offriva a lei quindici giorni prima del momento fatale.

Così avrebbe restituito quel tempo di vita, che pure non aveva chiesto.

Le dava appuntamento al parco ogni pomeriggio, disse ancora alla Morte.

Ma sperava che lei arrivasse di primavera: gli piaceva il pensiero di andarsene, respirando profumo di fresie.

******

Mentre aspettava, il giorno dopo, sentì un rumore rapido di zampe: il suo cane arrivava di corsa, le orecchie all’indietro e il guinzaglio penzolante.

Era riuscito a fuggire dalla casa dell’amico a cui lo aveva affidato.

Il cane gli balzò addosso, ansante e felice di rivederlo.

“Ma sai dove sto andando?” gli disse il padrone.

“Da lì non si torna”.

Gli occhi umidi dell’animale lo scrutarono in fondo all’anima.

“Staremo sempre insieme” sembrò dirgli quello sguardo.

“Non mi vuoi con te?”.

Allora l’uomo strinse il cane palpitante tra le braccia e accettò l’offerta.

*****

Non dovette attendere a lungo.

Alcuni pomeriggi dopo, eccola giungere.

Non sembrava avere fretta.

Alta, solenne, elegante, diversa da come l’aveva immaginata.

Gli si fermò davanti: “Sono onorata della tua richiesta” disse la Morte.

“È così difficile trovare persone rigorose.”

Poi gli sussurrò: “C’è qualcuno felice di vederti”.

Allora davanti a lui comparve la moglie, bella e sorridente come in gioventù.

“Ma ci pensi? Sarai con me quindici giorni prima” gli disse lei, con dolcezza.

Lui la guardò rapito, le prese la mano.

E sparirono felici con il loro cane, nella luce calda di un pomeriggio primaverile.

Intorno si sentiva forte il profumo delle fresie.

Gloria Lai

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L’AQUILONE

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Nov 07 2018

L’AQUILONE

Percorreva tutti i giorni la spiaggia.

Era un aquilone, il più alto di una fila variopinta che proiettava ombra sui bagnanti ed entusiasmava i bambini.

A reggere il filo un uomo di colore, da così tanti anni in quei luoghi che ormai aveva imparato il dialetto oltre alla lingua nazionale, pronunciata come si usava lì, con la robusta potenza delle consonanti

**********

L’aquilone conduceva la schiera dei suoi fratelli di carta: li precedeva in cielo, agitato dal vento, e aveva la forma di un volatile con le ali colorate.

Dall’alto vedeva il mare, la spiaggia ondulata di vento e i colori degli ombrelloni, poi guardava con attenzione i bagnanti.

Alcuni stavano sdraiati al sole, altri leggevano, altri si proteggevano con cappelli ampi, altri ancora portavano al mare i loro cani.

Era una spiaggia tollerante quella, si diceva l’aquilone: nessuno protestava per gli animali che correvano a perdifiato; poi, richiamati dai padroni,  i cani invertivano la corsa e si buttavano sulla sabbia, a prendersi le carezze energiche di quelli.

**********

Erano le carezze a suscitare il desiderio struggente dell’aquilone.

Quando veniva preparato per innalzarsi verso il cielo ed era  toccato dalle mani dell’uomo, provava un senso strano di conforto.

E allora pensava a come sarebbe stato bello essere un cane, avere un padrone da onorare e riceverne carezze forti. 

**********

Il filo si stava logorando.

L’uomo si riprometteva ogni volta di sistemarlo, ma poi aveva fretta di andare: la fila degli aquiloni era il suo segno distintivo.

Lo si vedeva di lontano procedere con il braccio teso, il resto del corpo gravato di mercanzie: abiti, braccialetti, accendini, cappelli.

Tutto colorato come gli aquiloni che tracciavano il suo cammino.

Ma un giorno di vento terribile e potente, uno strappo: il primo aquilone si staccò di netto dalla fila dei suoi compagni. L’uomo che lo aveva portato sino ad allora lo guardò sconcertato: si allontanava, un cartone variopinto sbattuto dal vento e libero di fuggire.

**********

Volò sino a quando i soffi lo sostennero.

Poi, al calare di quelli cadde tra i cespugli, in un luogo che non conosceva.

**********

La voce di un bambino lo scosse.

“Mamma, c’è un cane qui.” 

Una corsa rapida, due gambe magre, le mani calde.

“Poverino, sei tutto sporco.” 

Continuò la voce infantile.

“Possiamo prenderlo, mamma?”

“Lascia quell’animale.”

Rispose la madre.

“Chi ha tempo di occuparsi di lui?”

Il bambino la guardò implorante.

Era sempre stato timido, incerto con gli altri, troppo piccolo e magro per la sua età e la madre lo proteggeva con forza, con una  tenacia che non credeva di avere.

Lo aveva cresciuto da sola e vederlo fragile la addolorava.

Ma, davanti a quell’animale comparso per caso, pensò che un cane avrebbe aiutato il bambino e lo avrebbe difeso, quando lei non avesse potuto.

E, allora, disse di sì. 

L’estate successiva decisero di andare al mare.

Lei sapeva che, non troppo distante da casa, c’era una spiaggia in cui i cani potevano stare indisturbati.

Allora ci andarono, lei, il figlio e il cane.

Li guardò correre, l’animale che precedeva il bambino, poi si voltava ad aspettarlo con attenzione gelosa.

E quando erano vicini, il bambino gli buttava le braccia al collo e lo accarezzava forte.

Di lontano, intanto, si vide giungere una fila di aquiloni colorati, mossi dal vento.

La loro ombra oscurava per un attimo i bagnanti.

L’uomo che li teneva, gravato di mercanzie, richiamava l’attenzione delle persone anche con frasi in dialetto: da tanto tempo ormai viveva in quei luoghi.

Giunse presso la madre e il figlio: il bambino guardò incantato quegli oggetti colorati e chiese di poter tenere il filo, anche solo per un attimo.

L’uomo gli lesse in viso un desiderio così forte, che accettò la richiesta.

Ma gli tenne la mano tra le proprie.

Poi si rivolse alla madre e le disse, rafforzando le consonanti, come faceva la gente di lì :

”Devo stare attento al vento. L’anno scorso, ho perso il più bello degli aquiloni. Peccato, ci tenevo molto. Chissà che fine ha fatto!”

In quel momento il cane, tornato verso il bambino, guardò gli aquiloni colorati.

Ripensò a un tempo non lontano.

E, senza rimpianti, si ricordò di come fosse bello anche allora: essere scossi dal vento e guardare il mondo dall’alto, legati ad un filo.

Gloria  Lai

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LA PROMESSA

 

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Set 17 2018

LA PROMESSA

La picchiava da tempo. 

Poi le diceva: “Ti amo, perdonami”.

E lei ci credeva perché lui tornava tenero, dolce, seduttivo, l’uomo di cui si era innamorata.

Voleva credergli, sembrava un altro inizio.

Invece, di nuovo, l’inferno.

*** *** *** *** *** ***

A volte tornava a casa dopo aver bevuto con gli amici: era intrattabile, fastidioso, maligno.

Lei taceva intimorita: bastava un nulla per scatenare l’ira di lui.

Ma almeno sul viso non la picchiava più, da quando uno zigomo gonfio e bluastro aveva attirato l’attenzione preoccupata della sorella di lei.

Sono caduta dalle scale” fu la risposta.

Non ho proprio visto un gradino”.

Lui divenne più scaltro.

Sarebbe stato fastidioso affrontare la famiglia della moglie.

Tutti loro avevano cercato inutilmente di distoglierla dal matrimonio.

Non gli piaceva quell’uomo, anche se buon lavoratore e certamente bellissimo.

*** *** *** *** *** ***

Un’altra serata terribile: liti, urla, una spinta violenta.

Era bastata una sciocchezza per accendere l’ira dell’uomo.

Lei, caduta sul divano, il viso sfatto di lacrime.

Fortunatamente non c’erano figli, la donna pensava, ma forse per loro avrebbe trovato il coraggio di andarsene.

E invece restava e nell’assenza del marito scrutava i segni sulle braccia, sul corpo e anche sulle gambe, quando era capitato che la scalciasse, mentre lei era già a terra.

*** *** *** *** *** ***

Dopo averla spinta sul divano, stava per schiaffeggiarla, ma si trattenne.

Infilò la porta.

Fuori lo accolse il freddo di una notte invernale.

In giro senza meta, a sbollire la rabbia, infuriato contro di lei, contro il mondo, contro se stesso.

Quando fu stanco di andare, si sedette sul gradino di un portone, e restò così, la testa tra le mani.

*** *** *** *** *** ***

Come hai potuto diventare uguale a lui?

La voce era scaturita dal nulla.

Si riscosse intimorito: gli stava di fronte una figura femminile.

Bella come un tempo, sua madre lo guardava.

E l’aspetto era quello di quando lui da bambino ne aveva combinata qualcuna e lei lo rimproverava acerba, poi lo perdonava sempre.

Ma il volto di lei cambiava quando tornava il marito: lo sguardo si spauriva, i gesti diventavano incerti, timorosa di infastidire quell’uomo, di cui un tempo era stata innamorata.

E spesso le serate si trasformavano in un incubo: urla, offese, percosse.

Il figlio si nascondeva in una stanza e cercava disperatamente di non sentire, premendosi le mani sulle orecchie.

Il gatto di casa, terrorizzato da quelle grida, cercava inutilmente una via di fuga e allora il bambino lo tratteneva vicino a sé, accarezzandolo piano.

Ma una volta l’ira del padre si era scatenata anche sul figlio e la madre, allora, lo aveva difeso come una furia, con un coraggio animale che non trovata per sé.

Il bambino cercava di consolarla, quando il padre era assente e le diceva che mai, proprio mai, avrebbe picchiato una donna.

*** *** *** *** *** ***

Come hai potuto?” gli ripeté la voce materna.

Lui rimase sconvolto.

Cercò di stringere la madre a sé e di poggiarle il capo sul grembo, come quando era bambino.

Ma le mani restarono vuote: allora la guardò col rimpianto di cui non aveva più ricordo.

Prometti” disse ancora la madre, quando già la sua immagine spariva.

Prometti di mantenere quanto dicevi da bambino”.

E lui, con la voce rotta di nostalgia per lei, promise.

*** *** *** *** *** ***

Si era fatta mattina.

Già le auto scorrevano, qualche passante lo guardava, mentre lui era ancora seduto sul gradino.

Si alzò, sfatto dal ricordo della notte, dalla stanchezza e dai rimorsi. 

Andò verso casa.

Un venditore di fiori al semaforo.

Lui si fermò e comprò un rosa rossa, la più bella.

Poi, mentre camminava, con attenzione e cautela tolse dal gambo del fiore tutte le spine.

Neanche il graffio di una rosa, pensò, doveva ferire la pelle di lei.

Gloria Lai

Opera tutelata da Patamu.com, n.° 89492 del 2/9/2018

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Apr 03 2018

I CAPELLI

Si erano conosciuti da bambini.

Abitavano a due portoni di distanza, stessa scuola elementare e le loro famiglie che si frequentavano la domenica.

Poi l’adolescenza, le prime attrazioni nel guardarsi diversi, l’incertezza del proprio aspetto, la timidezza potente e il rossore sulle guance.

Infine, diventarono consapevoli che quello era proprio amore.

*** *** ***

Siete troppo giovani, dicevano le famiglie di entrambi, dovete conoscere la vita, ma a loro non importava.

La vita volevano conoscerla insieme e pensavano a sposarsi.

Sentivano che avrebbero percorso la strada, scoprendo la direzione giusta.

O tornando indietro e cercando altre vie, se avessero intrapreso quelle sbagliate.

Avevano trovato l’altra metà della mela, come taluni dicono.

Ed erano felici, sotto lo sguardo incredulo di tanti.

Poi il matrimonio, la casa, il lavoro e raccontarsi la giornata, al rientro la sera.

Si ascoltavano, si consigliavano: mai una notte che andassero a dormire senza appianare gli screzi, senza scusarsi a vicenda, se un atteggiamento dell’altro li avesse feriti.

E poi l’amore: trascinante, commovente, che ogni volta li lasciava muti e da cui riemergevano come naufraghi, aggrappandosi l’uno all’altra, stupiti di esistere.

*** *** ***

Un matrimonio lungo, ma nessun figlio.

Un cane e una gatta da accudire, cresciuti insieme e senza astio.

I due animali dormivano nello stesso divano, infossato dal peso del cane e lacerato dalle unghie feline.

Quando, dopo una vita lunga e placida, si addormentarono per sempre, il cane e la gatta ebbero due fosse vicine in giardino ed una pianta di ulivo a unirli con le sue radici.

I due coniugi li piansero come figli e non si curarono di chi diceva che quelli erano solo animali: certo che le bestie muoiono, non si sapeva?  Lacrime sprecate.

*** *** ***

Erano ormai vecchi.

Una notte lui sentì che il respiro gli mancava: chiamò affannato la moglie e davanti al viso esangue di lei, cominciò a salutarla.

Parlava male, smozzicava parole, ma voleva dirle ancora quanto l’avesse amata.

Lei cercò di rasserenarlo, ma si sentiva spezzare.

E fu guardandola che lui capì di non voler morire.

Forse c’era ancora tempo, pensò, forse poteva restare.

Disperato, abbracciò il corpo di lei e le strinse i capelli con forza.

Li aveva sempre trovati bellissimi e quasi glieli strappò, sentendosi portare via.

Ma la donna gli si aggrappava addosso, incurante del dolore.

Allora il corpo di lei divenne àncora, argine potente, baluardo roccioso, i capelli  come lacci robusti, a cui lui si afferrava sconvolto.

*** *** ***

Fu una lotta violenta, loro due a fermare la morte.

Poi, d’improvviso una calma serena, come quando cala il vento dopo la burrasca. Allora si guardarono increduli e respirarono forte, lui ancora stretto alla donna.

Nei loro sguardi estenuati, tutto lo stupore di esistere ancora.

Gloria Lai

Opera tutelata da Patamu.com del 28/3/2018 n°. 81514

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LE LETTERE

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Dic 21 2017

LE LETTERE

Lo squillo del campanello, un rumore di passi oltre la porta.

“Buongiorno, signora. Per lei.”

A cadenze regolari il postino consegnava una busta, poi accennava un saluto.

La porta si apriva un attimo, poi si richiudeva rapida.

In quel breve istante gli occhi dell’uomo si abbagliavano per la bellezza di lei, che a stento lo salutava.

*** *** ***

Lavorava da anni in quel paese, conosceva tutti.

Intuiva dai sorrisi o dall’espressione stupita o dolente il contenuto delle lettere che consegnava.

Era orgoglioso se offriva gioia, anche se racchiusa in fogli di carta.

Ma quando si avvicinava alla casa di lei, gli batteva il cuore.

E si tratteneva a stento dal dirle che i suoi occhi gli toglievano il sonno.

Ormai sorrideva solo nell’attesa di vederla, dopo aver suonato quel campanello.

*** *** ***

Da molto tempo lei riceveva lettere.

La scrittura vigorosa a vergare nome e indirizzo suggeriva un temperamento sanguigno, imperioso. Sul retro della lettera, un nome maschile, una lontana città di provenienza.

Certo, pensava il postino, per interessare una donna come lei ci voleva questo: un uomo dalla scrittura forte, una volontà dura, un carattere teso al comando.

L’orgoglio di lei non poteva essere assecondato.

Bisognava dominarlo, pensava.

Quello di cui lui non sarebbe mai stato capace, arrendevole e mite com’era.

A volte lei partiva e in quel tempo nessuna lettera giungeva al suo indirizzo.

Poi la donna tornava.

E le giornate del postino si riempivano di luce.

Riprendevano quindi ad arrivare le lettere, ma lo sguardo di lei era sempre più triste.

*** *** ***

Infine quella corrispondenza terminò.

E fu delusione anche per lui, quando non ebbe più missive da consegnarle.

*** *** ***

Ormai nessuna lettera da tempo.

Alla consegna dell’ultima, la donna aveva aperto la porta con cautela: oltre lo spiraglio si era profilato in fondo alla stanza un gatto piccolo, che correva veloce verso l’uscita.

Lui amava i gatti e rimase colpito: non pensava che nella vita di lei ci fosse spazio per quelle tenerezze.

*** *** ***

Infine la pensione: l’ultimo giorno di lavoro lui si recò, come aveva fatto tante volte, all’indirizzo di lei.

Suonò, il fiato sospeso.

La donna aprì: questa volta teneva in braccio il gatto, per impedire che fuggisse.

Quello spalancò gli occhi verdi in faccia al postino, che tese la mano a carezzarlo.

E lui pensò che non era mai stato così vicino al viso di lei.

Poi le porse una lettera, salutò rapidamente e si allontanò, lasciandola inquieta e stupita.

In quei fogli lui aveva scritto tutto: il desiderio costante di vederla, la sua attesa paziente, la sua angoscia per la tristezza di lei e la speranza che potesse accoglierlo.

Lui, un uomo tranquillo, fedele, mite e disperatamente innamorato.

*** *** ***

Natale.

Non era facile trascorrerlo da soli.

Aveva però preparato un bell’albero e lo avrebbe piantato nel suo giardino, appena terminate le feste.

Ma poco prima dell’ora di pranzo, uno squillo di campanello.

Dietro la porta, lei.

Bella, sorridente.

Gli consegnò una busta e si allontanò di fretta.

Lui sentì che gli mancavano le forze.

Chiuse la porta, sedette in poltrona, aprì cautamente.

Nell’unico foglio che si trovò tra le mani esitanti, lesse una sola parola.

Sì.

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IL PERDONO

Opera tutelata da Patamu.com con il n° 75139 del 16.12.2017

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