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Ott 23 2019

IL SILENZIO

Parlavano troppo, tutti.

Spesso urlavano: al lavoro, per strada, nelle riunioni di condominio.

Qualunque cosa avessero da dire, la affermavano con forza o con arroganza.

Pochi ascoltavano: l’importante ormai era parlare sempre, sostenere con vigore argomenti senza neanche spiegarli.

Lei invece aveva sempre usato un tono lieve, educato, leggero.

Facile scambiarlo per debolezza, difficile per lei imporsi all’attenzione.

Si stancò infine di non essere ascoltata e decise di tacere quasi sempre.

Ancora di più scelse il silenzio quando, per raggiunti limiti di età, finì gli impegni lavorativi.

***

Tempo prima, il suo uomo apprezzava quella dolcezza, la trovava attraente.

Gli sembrava di dover proteggere la sua donna, così mite e modesta.

Ma lei temeva che quella felicità non potesse durare.

E infatti capì ancora una volta come le cose del mondo siano effimere, come anche i sentimenti scorrano via.

Da qualche tempo, infatti, l’uomo con cui pensava di dividere la vita era cambiato.

E quella sera ammutolì nel sentire la voce triste di lui che diceva: “Mi dispiace, davvero, ma non ti amo più”.

Poco dopo lei scoprì che si era innamorato di un’altra, arrogante e decisa.

“È l’amore che fa soffrire” si disse allora la donna. “Non la sua mancanza”.

E chiuse il cuore.

***

Poi, normalità tranquilla a casa sua, scorrere lento del tempo, silenzi.

***

Nelle serate placide, quando c’era la luna, la donna la guardava con interesse, con ammirazione.

Poi, inaspettatamente, cominciò a parlarle, prima sussurrando, poi a voce piena: e le sembrava che quella ascoltasse e la sostenesse, comprendendo quanto lei diceva.

Quando ogni mese spariva lentamente per nascondersi nel buio, la luna sembrava chiedere di aspettarla: sarebbe tornata ad ascoltare.

***

Nonostante il procedere sereno della sua vita, da qualche tempo percepiva in casa fruscii, spostamenti di tende, piccoli colpi imprevisti.

Poi, preceduti da quegli eventi e con suo grandissimo stupore, cominciarono a comparire gli animali che lei aveva amato nel corso della vita: gatti randagi raccolti e curati, cani, i canarini che suo padre allevava e che prendevano con il becco i semi che lei gli offriva, pesci rossi, alcuni conigli, un leprotto.

Aveva sofferto il lutto per ognuno di loro quando andavano via, quasi irriconoscibili nella fissità dei corpi.

***

Adesso invece, dapprima esitanti, sbucavano da sotto un mobile o da dietro una tenda o comparivano all’interno di un armadio che lei apriva.

Erano belli e forti, come nel tempo migliore della loro vita.

Non stavano mai troppo per timore di disturbarla, ma le facevano compagnia, sembravano proteggerla.

E le coloravano la vita.

***

Cominciò a parlargli e quelli stettero ad ascoltare, come faceva la luna.

***

Con il tempo, e con sua emozione ancora più grande, comparvero le persone che aveva amato e perduto.

Tra loro, per ultimi, i genitori: il padre che la guardava con tenerezza, la madre con espressione mite e sorridente.

A lei chiese di riaccoglierla nel ventre ed essere carne della stessa carne, sangue dello stesso sangue.  

Ma loro parevano suggerirle di aspettare, con l’indulgenza di chi ha capito i misteri del mondo.

***

E infine una notte, qualche tempo dopo, vide che la luna piena si avvicinava lentamente, diventava più luminosa.

Era così poco distante che, allungando un braccio, poteva toccarla.

Ma quando addirittura la luna entrò nella stanza, oltrepassando la finestra aperta, lei fu colpita dalla luce più forte che avesse mai visto, così splendente e assoluta che dovette chiudere gli occhi.

E fu come se dormisse.

***

Lo splendore del sole entrava a fiotti dalla finestra aperta.

Fu quello a svegliarla, nel mattino inoltrato, oltre al miagolio potente di un gatto piccolo.

Il suono veniva dal basso, dalla strada o da un cortile vicino.

Si riscosse in fretta: il ricordo straordinario della luna nella sua stanza la sconvolgeva.

Non sapeva cosa pensare: aveva solo sognato? 

Erano stati sogni i suoi genitori, gli animali amati, lo splendore della luna, così vicina da toccarla?

***

Non seppe rispondere: si vestì in fretta e scese a cercare il gatto che si lamentava.

Lo scovò rintanato sotto una panchina, vicino al portone di casa.

Minuscolo e spaventato cercava di scappare, ma la voce di lei, morbida e dolce, riuscì a fermarlo, sussurrandogli tenerezze.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com, n°112599 del 7/10/2019.

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Set 13 2019

IL CANE

Non pensava sarebbe accaduto a lei.

Un matrimonio lungo, sereno, due figli ormai grandi, nipoti adorabili.  

I figli erano giunti presto, e anche i nipoti, forse perché avevano tutti fretta di esistere.

***

Da qualche tempo il marito le sembrava più giovane, più attivo.

E aveva anche cambiato profumo: non usava più quello che lei gli regalava da sempre e che le dava il senso consolante di una vita insieme.

Le ricordava le abitudini amate: l’abbraccio notturno, la colazione al mattino, le discussioni politiche, la spesa insieme.

E, ancora, educare i figli, guardarli crescere, ascoltare di nascosto i loro pianti d’amore.

Poi i matrimoni di entrambi, i nipoti.

Tutta un’esistenza quotidiana: crescere insieme, litigare anche, chiedersi scusa.

E abbracciarsi in silenzio.

***

Lui le sembrava diverso, più distante, distratto.

Telefonate serali.

“È l’ufficio”diceva lui.

“Le solite scocciature”.

E si chiudeva in salotto.

***

Poi lei non resse.

Mentre il marito era in doccia, andò rapidamente al suo computer: niente sulle e-mail.

Cercò rapidamente nel cestino.

E trovò quello che cercava.

Si chiese perché lui non avesse cancellato quei messaggi, quegli appuntamenti.

Forse voleva che lei li trovasse?

Rimase gelata.

Intanto si era fatta notte.

E si preparò sconvolta ad andare a dormire, senza dir nulla.

***

Si mise a seguirlo: conosceva perfettamente i suoi orari lavorativi, le uscite per il tennis, gli itinerari.

Lei poteva usare il proprio tempo: aveva rinunciato al lavoro per dedicarsi alla famiglia e da molto ormai, da quando i figli avevano i loro affetti, viveva senza scadenze che non fossero la conduzione normale di una casa e l’occuparsi dei nipoti, quando era necessario.

***

Un bar, lui che arriva di fretta.

Si accosta ad una donna.

La moglie trattiene il respiro: è molto giovane quella che il marito abbraccia, credendosi non visto.

Poi si avviano verso un albergo vicino.

Lei è stravolta: neanche il pudore di nascondersi, pensa.

Poi china il capo e torna a casa.

***

Lui è sempre più distaccato, quasi scortese.

La donna capisce che qualcosa accadrà a breve.

E infatti, una sera, le si para davanti: ha preparato la valigia, è imbarazzato, non la guarda negli occhi.

“So che hai capito”, le dice.

“Voglio iniziare una vita nuova. Non posso stare qui.”

Lei sospira.

“Potrebbe essere tua figlia”, gli risponde.

“L’ho vista. Come hai potuto?”

L’uomo resta interdetto, poi china il capo.

“Da tanto non ero così vivo. Lei mi dà la scossa, mi sento giovane. La vita è mia”.

La donna respira forte, si sente crollare.

Poi gli chiede di stare ancora un poco.  

Prende un album di fotografie: tutta la loro vita in quelle immagini.

Gli siede accanto e comincia a sfogliare le pagine: il giorno del matrimonio e il viso di lei, felice e ansioso insieme.

Lui era stato il suo unico uomo. 

Poi le foto dei figli al battesimo, con l’abitino di pizzo, il primo giorno di scuola, il cagnetto che lui e lei avevano soccorso, sbattuto fuori da un’auto: l’avevano raccolto e fatto curare.

Era stato l’animale amatissimo della loro casa, vissuto tanti anni quanto il cane di Ulisse. Aveva scodinzolato anche prima di andarsene, con gli occhi umidi di affetto.

In una delle immagini dell’album, mostrava il ventre, offerto a ricevere carezze.

***

Lui taceva: quelle fotografie lo toccavano profondamente.

Non le vedeva da tanto e adesso, mentre si preparava ad andarsene, gli sembrava di tradire non solo sua moglie, ma tutto il passato, le promesse, le tenerezze vissute.

La potenza dell’attrazione, però, fu più forte.

Prese la valigia.

“Ti chiamerò”, le disse.

E oltrepassò la soglia.

***

Mesi di silenzio.

***

Una telefonata da un ospedale cittadino.

Le comunicavano che il marito era ricoverato presso di loro.

Si affrettò.

Era magro e pallidissimo, in quel letto in penombra.

Gli sedette accanto e gli chiese cosa fosse accaduto.

“Il cuore”, disse l’uomo.  

Poi lei domandò dove fosse l’altra.

“Era un fuoco di paglia”, lui rispose.

“Non è durata a lungo. Non so cosa mi sia preso, avevo perso la testa. Sono affranto”.

***

Andò a trovarlo ancora: lui si riprendeva piano.

Non parlarono mai dell’altra.

L’uomo non chiedeva nulla, ma si illuminava quando la moglie entrava nella stanza.

***

Il campanello: lei andò ad aprire.

Lui teneva la valigia e con l’altra mano sorreggeva un cagnetto, che aveva gli stessi colori dell’altro.

Anche il muso gli somigliava.

Lei si trattenne dal fargli una carezza. 

“L’ho preso al canile”, le disse.

“Era stato abbandonato per strada, anche lui. L’ho chiamato Argo, come il cane di Ulisse”.

Un’esitazione.

Con voce incerta chiese: “Possiamo entrare?”

Silenzio di lei, sguardo chino.

Dopo alcuni secondi, la donna accolse il cagnetto tra le braccia, poi si recò in cucina a cercare una ciotola per il cibo.

E lasciò spalancata la porta di casa.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com con il n°. 110478 del 28/08/2019

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Ago 06 2019

LE CHIAVI

“Miseria ladra”.

L’imprecazione gli sfuggì mentre girava la chiave nella serratura, dopo essere uscito da casa.

Niente da fare.

Non si poteva chiudere a doppia o a tripla mandata, come al solito.

Cercò allora di riaprire, ma nulla.

“No!”, disse tra sé.

“Non posso entrare né uscire”.

Le gatte, dall’interno, cominciarono a miagolare, sentendolo dietro la porta.

Lo colse un’angoscia rapida: avevano da mangiare?

E l’acqua?

Cercò di rassicurarsi, ricordando il cibo versato nelle ciotole quella mattina, quando le due gatte gli si strusciavano addosso come sempre.

C’era anche l’acqua, si disse.

L’aveva aggiunta la sera prima: ma col gran caldo di quei giorni, le gatte bevevano più del solito.

Poi lo colse un altro dubbio e si cercò rapido nelle tasche: fortunatamente aveva con sé il cellulare e il bancomat.

Le chiavi della macchina, invece, pendevano agganciate alla cintura, come d’abitudine.

Si sedette sulle scale per raccogliere le idee: qualche ora prima era rientrato tranquillamente e aveva chiuso dall’interno, come gli capitava da quando gli avevano svaligiato la casa.

Un’altra casa, molti anni prima.

A quel punto gli toccò fermare i ricordi che già fluivano, senza che li avesse autorizzati.

Riportò i pensieri alla serratura: nell’uscire non aveva avvertito nulla di strano.

E invece era chiuso fuori.

***

Scorse i numeri sul cellulare: cercava un amico che gli aveva risolto altri problemi domestici e di cui apprezzava la capacità pratica.

Ma era venerdì sera: se non l’avesse trovato? 

Per fortuna l’amico rispose: stava per uscire, ma avrebbe fatto un salto da lui.

“Bella invenzione gli amici”, si disse.

E si preparò ad aspettare, ma preferì il pianerottolo, piuttosto che entrare nell’auto infuocata da un parcheggio assolato.

***

Qualche inquilino scendeva a piedi: cos’era successo?

Aveva bisogno di qualcosa?

Si stupì dell’interesse degli altri: i volti erano solleciti e le domande sembravano sincere.

Ma i suoi vicini non li avrebbe riconosciuti, se li avesse visti fuori da lì.

Si era sempre limitato a dei saluti brevi e distratti.

Seduto sulle scale, aspettava pazientemente.

Pensò a come accadono in fretta le situazioni, a come tutto può cambiare, così d’improvviso.

E finché si trattava di una porta chiusa non era grave, ma se fosse capitato qualcosa di drammatico o di tragico?

Mentre rifletteva, non si accorse neanche di assopirsi per il caldo e anche per la stanchezza, seduto sulle scale con il capo appoggiato al muro.

***

Lamenti di uomini, pianti di donne e bambini: un tempo lontano, un popolo trascinato via dalla sua terra.

Poche cose con sé: ogni individuo portava quello che aveva afferrato in fretta, senza sapere quando sarebbe tornato.

Lui non capiva in quale periodo quelle genti vivessero, ma il dolore era potente, la disperazione violenta.

Nonostante il sogno, lui percepiva quello strazio.

Ed era come se la sofferenza si ripetesse nella storia, in momenti diversi, per popoli diversi, in molti luoghi del mondo: epidemie, guerre, persecuzioni, carestie, uragani e terremoti.

Per ogni sfacelo, il sogno gli raccontava individui e famiglie in fuga, carri trainati da bestie stanche, pesi su schiene umane, piedi segnati, occhi vuoti di pianto.

L’abbandono della casa e della terra come una ferita aperta, lacerata e sanguinante.

Nello scorrere del tempo, la stessa angoscia d’essere strappati agli affetti, a volti conosciuti; uguale il non sapere quando sarebbe stato il ritorno.

E in fondo al dolore, lo strazio muto di una speranza.

***

“E allora?”

La voce divertita dell’amico lo riscosse.

“Non ci credo! Solo tu puoi dormire in questa situazione”, gli disse ridendo.

Aprì una borsa, tolse un aggeggio metallico, armeggiò con la serratura: un rumore secco.

“Bene”, gli disse.

“Fortuna che ho lavorato in una ditta di ferramenta. Ora funziona, ma ti consiglio di cambiare la serratura prima possibile”.

Lui lo abbracciò, sollevato al pensiero che poteva di nuovo entrare in casa, nel suo spazio con le gatte, gli oggetti, i libri, la radio che ascoltava sempre: tutto quanto lo rendeva sicuro e gli regalava il senso continuo della vita.

***

Decise di non andare al cinema, come voleva fare prima di quell’imprevisto.

Ma doveva comprare qualcosa per cena.

Allora si recò al market solito, a poche centinaia di metri da casa.

Stava per entrare e vide l’uomo di colore che da anni stazionava ogni sera fuori dalla porta centrale: in piedi per ore, vendeva carabattole.

Lui lo guardava sempre con un certo fastidio, sperando che non gli rivolgesse la parola.

Ma quella sera fu diverso.

Chissà da quando quell’uomo era lontano da casa, a chi aveva detto addio, che sofferenza taceva dietro gli occhi liquidi e scuri.

Si stupì di non averci mai pensato prima.

Gli si avvicinò e comprò un accendino, anche se aveva smesso di fumare ormai da anni.

Poi prese due pacchi di fazzoletti.

Davanti allo sguardo grato dell’uomo, si sentì a disagio.

Ma, una volta dentro, pensò che poteva comprargli una bibita fresca.

Fuori c’era molto caldo, infatti, e nonostante fosse  al tramonto, il sole d’agosto riusciva ancora a ferire.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com con il n°. 109207 del 26/7/2019

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Giu 30 2019

IL CIELO

 

Era stato un parto lungo, sofferto.

Lei, una donna sola.

L’uomo che conosceva da qualche tempo, dopo aver saputo che sarebbero stati in tre, si era inventato un lavoro in miniera, lontano dal paese.

Nessuno l’aveva più visto.

E lei, abituata alla vita dura, aveva continuato a lavorare a giornata, nelle case o in campagna, finché il ventre gonfio glielo aveva permesso.

Poi, i dolori violenti del parto, le invocazioni, le urla, le mani sapienti della levatrice del paese.

Infine un essere incerto, contorto: una femmina.

Era magra, piangente, il collo piegato verso terra, terribilmente storpio, come se il rifiuto paterno l’avesse costretta al capo chino: allo stesso modo degli umili, dei perdenti, degli sconfitti senza speranza.

***

Da piccola aveva una sua grazia particolare: gli occhi grandi e acquosi, una certa timidezza nel parlare, il collo costantemente chino, come a guardare le cose misere che scorrevano sulla terra.

Poi, con l’adolescenza, iniziarono il massacro, la sofferenza, l’irrisione violenta dei suoi pari.

E così il resto della vita: usciva sempre meno, temeva di mostrarsi.

Gli sguardi degli altri scorrevano rapidi dal capo chino al suo collo piegato.

Per guardare in alto, doveva torcere il busto, ma anche così le era difficile godersi la vista del cielo: ne aveva una visione rapida, spezzata, come la linea incerta del suo collo.

***

Lo sguardo verso il basso le permetteva, però, di osservare la vita brulicante degli insetti, quelli che attraversavano la terra perché privi di ali, o quelli che si poggiavano su steli, fiori, cespugli e di cui ammirava i voli brevi e colorati.

Si incantava a guardare coccinelle, maggiolini, api: osservava il lavoro potente delle loro zampe e li seguiva per poco con lo sguardo, quando si innalzavano verso il cielo.

Nel camminare, evitava le formiche: addirittura si fermava, quando si spostavano in file tanto dense che era faticoso saltarle.

Ammirava il loro impegno: si fermava a guardarne due che portavano una foglia, dividendosi il peso, come i buoni amici devono fare, o le osservava mentre si scontravano nell’andare e si fermavano un attimo, quasi a chiedersi scusa.

Sentiva quegli esseri simili a sé: vicini alla terra e senza speranza del cielo.

***

Con il passare degli anni, la sua figura divenne più contorta, come una quercia nodosa. Stava a lungo a casa: comprava il cibo indispensabile, usciva quando il sole sorgeva o calava e nascondeva il capo sotto uno scialle scuro.

Nel percorrere le strade, rasentava i muri, sperando di essere invisibile agli altri e al loro sarcasmo.

Niente della vita altrui le apparteneva: non conosceva l’amore, di cui aveva desiderato il mistero; non aveva più affetti, da quando la madre se n’era andata per sempre, dopo averla benedetta.

Una vita così, ai margini.

L’unica consolazione, le sue uscite in campagna, dove al vento, all’erba e agli insetti non importava nulla del suo aspetto, dove si sentiva accolta: una creatura come le altre, dono del mondo.

***

Ma una sera primaverile, mentre passava per i campi accompagnata dal vento, sentì che le sue forze finivano.

Cercò di raggiungere il paese per rifugiarsi a casa e non le fu possibile.

Le gambe cedettero.  

Cadde sulla schiena e sentì la morbidezza dell’erba che l’accoglieva: allora finalmente, con lo sguardo rivolto verso l’alto, poté vedere il cielo nella sua ampiezza sconosciuta.

E seppe che era la fine.

***

Rapidi, le si accostarono mosche, coccinelle, api, maggiolini: ognuno di loro prendeva con le zampe un lembo dei suoi vestiti per portarla vicina a quel cielo, che finalmente poteva ammirare.

Cercarono insieme di sollevarla, ma non ci riuscirono.

A lei sembrava di sognare.

Ma ecco giungere rapidamente passeri, cornacchie, colombi, rondini e i potenti gabbiani, accorsi veloci dalla costa.

Le si affollarono intorno tutti quegli esseri alati.  

Allora la sostennero con dolcezza, sollevandola per i vestiti, e riuscirono finalmente a portarla in alto, mentre il suo sguardo si perdeva nell’azzurro scuro del cielo.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com del 21/06/2019, n° 107651

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Mag 24 2019

IL SEGNO

“Avevate il nodo della felicità.”

Disse la cartomante: e lei lo sapeva, anche senza quella vecchia che leggeva il destino.

Ma ormai era impossibile rimediare: la storia che aveva unito lei e il suo uomo era finita.

Però era stato bello vivere quell’amore: lo stupore di conoscersi, il calore che non fa dormire e al pensare all’altro ti togli di dosso le coperte e vai alla finestra, perché solo così respiri bene di nuovo.

L’ansia di quando non si è ancora detto nulla, ma gli sguardi parlano e corrono veloci dal viso al corpo, intuendolo sotto i vestiti.

L’angoscia di quando ancora non sappiamo se l’altro ci vorrà, così deboli come siamo, sfiancati dall’incertezza.

Poi, finalmente si trova il coraggio di rivelarsi e l’altro dice che è attratto, ma non sa ancora se sia vero amore.

Allora davvero si capisce che la felicità è anche quella: chiusa in una promessa incerta, in un abbraccio forte.

E capita di provare una sensazione profonda e lontana, come se in altri luoghi e in altri tempi quell’incontro fosse già avvenuto.

* * *

Avevano avuto una possibilità preziosa: quella storia d’amore. 

Poi, la fine.

Erano cominciati piano i dubbi, le incertezze.

Volevano cose diverse: lei chiedeva un progetto, lui amava il presente, senza impegni futuri.

Sapeva dare tutto, ma lo soffocavano le scadenze.  

A lei, invece, mancava l’aria se non pensava di costruire nel tempo.

E così, lentamente, il loro amore si era sfilacciato sino a lacerarsi del tutto.

Panta rei, come dicevano i greci: tutto scorre.

Tra i rimpianti della fine, a lui era rimasta la nostalgia per quel corpo morbido e per una macchia piccola, tra l’orecchio della donna e la guancia.

Con la punta dell’indice lui giocava a coprire quel neo a cui si era affezionato: come si amano i difetti dell’altro, quando ci inteneriscono.

* * *

Isola di Delo, nel Mar Egeo: il grande mercato di schiavi del mondo antico.

Lei, giovanissima, sottratta alla propria terra e gettata su quella piazza nell’attesa di un padrone che la comprasse.

Lui, giovane rampollo di una famiglia aristocratica: aveva deciso di scegliere di persona gli schiavi, andando su quell’isola dove se ne vendevano a migliaia ogni giorno.

La bellezza acerba della donna lo attrae.

Si ferma, discute il prezzo, paga.

La ragazza è sua.

La porta a casa, ma lei è talmente bella che lui si incanta a guardarla: la vede fragile, indifesa, spaventata.

Le offre del cibo, la guarda mangiare e si stupisce di sentirsi sereno, mentre lei si nutre di fretta, come chi abbia fame da tempo.

Poi si rivolge al padrone e lo ringrazia con lo sguardo. 
Più tardi, nella stanza di lui, il giovane si diverte a poggiare il dito su una macchia piccola nel viso della donna, proprio tra l’orecchio e la guancia.

In breve, uno strano sentimento cattura l’uomo: sembra amore.

Lei diventa la concubina del padrone e avranno dei figli, belli come la donna, ma destinati anche loro alla schiavitù.

Poi con il tempo lui si stanca: ricco e viziato com’è, sceglie altre schiave, più fresche e attraenti.

Lei, ormai invecchiata, viene venduta.

Ma ogni tanto nella mente pigra di lui riaffiora il ricordo di una macchia piccola, tra la guancia e l’orecchio di quella donna.

E gli sembra di provare un lontano senso di nostalgia.

* * *

Folla per strada: è di nuovo estate.

Caldo, voci, colori.

Lei cammina a testa bassa, non vede neanche le persone.

Non si è più innamorata dalla fine di quella storia: e comunque, pensa, sarebbe stato inutile aspettare che lui si decidesse.

Ma spesso la prende una nostalgia triste.

Le cammina vicino un cane minuscolo, tenuto al guinzaglio.

Lei era sempre stata sensibile, amava gli animali, ma evitava obblighi e dipendenze: poi aveva deciso di salvare quel cane, abbandonato in strada.

E non sapeva quanto la sua compagnia l’avrebbe aiutata nella tristezza.

* * *

Un urto: solleva la testa, sta per scusarsi, il cane abbaia preoccupato.

Si è abbattuta contro qualcuno, distratto al pari di lei.

Ma rimane stupita.

“Non ci credo”, dice.

Nell’alzare lo sguardo, lo ha riconosciuto.

Lui è appesantito nell’aspetto: è passato qualche anno, ma gli occhi sono sempre uguali, chiari e luminosi.

Al guardarli, le viene da piangere, ma morirebbe per l’imbarazzo.

L’uomo si china a carezzare il cane.

“È minuscolo”, dice.

“Come ti sei decisa a prenderne uno?”.

“È da quando non ci sei che sono triste”, lei vorrebbe rispondere, ma si limita a raccontargli come i guaiti di quell’animale, abbandonato da qualcuno per strada, l’abbiano convinta.

“Ti va di bere qualcosa?” lui propone.

Si incamminano lentamente.

C’è un leggero vento estivo e i capelli di lei si agitano piano.

L’uomo si volta per parlarle e in quel momento rivede il segno scuro, tra l’orecchio e la guancia di lei.

* * *

Allora, improvviso, irrompe un ricordo: ma è come se giungesse da tempi antichi, da un’altra esistenza, infinitamente lontana.

Loro due, sensazioni confuse, un senso gravoso di pentimento, difficile da interpretare, corpi addossati, lamenti.

Poi un velo si lacera: lui vede bambini che corrono, lo sguardo sorridente di lei, abiti antichi, un’isola luminosa, un senso di nostalgia e rimpianto.

Sono pochi attimi in realtà: si scuote, ferito da quelle impressioni, da quel senso di colpa.

Non capisce, eppure sente che in tempi lontani ha provocato dolore.

Intanto il ricordo si dissolve piano.

“Qualunque cosa sia accaduta, io adesso sono qui”, pensa.

E prova conforto, come quando finalmente si rimedia a un sopruso.

Allora si avvicina e le sfiora la guancia con le dita.

“Ho avuto nostalgia di questo segno”, vorrebbe dirle, ma non trova il coraggio.

Invece la scruta intensamente, mentre lei si volta a guardarlo, in silenzio.

Poi gli sorride.

Gloria Lai

Opera tutelata da Patamu.com con il n° 105082 del 10/05/2019.

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Apr 12 2019

IL VELO


Tanti si recavano da lei: uomini, donne, ragazze, vecchi esitanti, bambini accompagnati dalle madri.

Con loro era più dolce, con quei bambini che gli toglieva dalle braccia, lasciando le madri affrante.

Permetteva che li baciassero ancora, prima di sottrarli per sempre.

Ed era dolce con gli animali: le si arrendevano miti, in un sussulto di speranza.                                                                              

Molti avevano cercato di capirla, di sedurla, di possederne i segreti.

Tanti chiedevano perché.

Uomini di cultura la sfidavano, ponevano domande antiche, ma non ottenevano risposta. Opponeva ai loro quesiti angosciosi un silenzio ostinato.

Allora chinavano il capo sconfitti e chiedevano almeno di non soffrire.

Non rispose mai.

Non avrebbe saputo cosa dire.

Era la morte, superba della propria potenza.

E disperatamente sola.

***

Eppure lei sapeva che in un tempo lontano il dolore non esisteva.

Non esistevano la sofferenza, la malattia, la tristezza.

Tutto era solo amore, liquido come mare e fiumi, ventoso come nuvole estive, bianco come la  neve nei monti lontani.

E sulla perfezione del mondo, splendeva la luce abbagliante del sole.

***

Poi, d’ improvviso, l’arrivo del male.

E lei, la morte, mandata a spezzare vite, senza poter rifiutare.

Allora obbedì alla sua sorte, superba della propria potenza.

Nello spietato volgere del tempo, si recarono da lei moltitudini intere.

Falciava i corpi, come spighe di grano durante la mietitura.

Ma tra le espressioni che scorgeva sui volti, ammirava la tenerezza dei padri, la feriva lo sguardo disperato dei figli, si consolava per il dolce abbandono dei vecchi.

***

Un giorno arrivò un uomo, giovane e bellissimo.

La bellezza la colpiva sempre nell’armonia degli esseri umani e nelle movenze degli animali, ma la perfezione di quell’uomo la stupì.

E stranamente lui non sembrava temerla.

La guardava, anzi, con forza, scrutandola senza timore.

Si avvicinò a lei, chinò il capo, attese.

Lei, intanto, pensava alla vita di quell’uomo, a quanto avesse amato.

Si interrogava su quel sentimento degli umani: lo scrutava nei loro visi, quando lasciavano le persone care e si arrendevano a lei.

Allora decise di sapere e chiese a lui cosa fosse l’amore.

***

L’uomo parlò a lungo, stupito della domanda ma senza paura.

Le disse le storie dei tanti: gli affetti familiari, gli amori fedeli che durano a lungo, la fiamma che accende i corpi e non lascia dormire, il rimpianto per una rinuncia, il coraggio mancato, i giuramenti infranti, gli amori nuovi e caldi.

Le raccontò le promesse negate, le labbra avide, gli abbracci stretti, i momenti sprecati per un’incertezza, per una parola non detta.

Le rivelò la passione che sconvolge e annulla.

Infine tacque.

Lei lo aveva ascoltato assorta.

***

Poi lui decise: “Lasciati amare.” le disse.

“È potente l’amore.”  lei rispose. “Innalza e sconvolge o rende miseri e fragili. Se manca, spinge al rimpianto, quando esiste porta dolore. E, a volte, è terribile come morire. Ma non appartiene al  destino che ho in sorte.”

L’uomo non si lasciò scoraggiare.

Si avvicinò ancora: lei non si mosse.

Le fu accanto.

E le tolse piano il velo nero che scivolò al suolo, scoprendola.

Allora apparve nella sua pienezza a quegli occhi maschili: terribile e splendida insieme, innocente e inerme come agli inizi del tempo.

Offerti allo sguardo dell’uomo, i capelli di lei brillavano di un biondo caldo.

Come spighe mature di grano, prima della mietitura.

Gloria Lai

Registrato su Patamu.com con il n° 101910 del 19/3/2019

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Mar 13 2019

IL MESSAGGIO

“Che bel sole oggi,” disse la moglie.

“Il calore si sente fin qui.”

“È vero,” rispose lui. 

“Ritorna l’estate.”

Sorrisero e si strinsero l’uno all’altra, con lo stesso amore di un tempo.

***

Un rumore di passi rapidi.

“È lei.”

La moglie riconobbe nel risuonare di tacchi il passo della figlia.

“Sta tornando da noi, come sempre.”

I due videro la donna liberare i fiori dall’involto, svuotare la ciotola, tagliare i gambi e disporre steli e corolle a formare una macchia colorata. 

Piangeva mentre sistemava petali e foglie.

Piangeva ma non fermava i gesti, come capita spesso alle donne.

La madre si rattristava ogni volta.

“Sono passati gli anni, ma il suo dolore non guarisce ancora.”

***

I due coniugi avevano avuto solo quella figlia: assennata, studiosa e poi, sul lavoro, seria e puntuale.

Poco tempo per gli svaghi, poco interesse per i divertimenti.

I genitori si chiedevano a chi avesse assomigliato, così saggia per la sua età ma in fondo fragile, lo percepivano, e sensibile.

Amava gli animali e li guardava ammirata.

***

Loro due speravano che trovasse un uomo onesto, gentile, che apprezzasse le sue doti.

E che sapesse proteggerla.

Si chiedevano cosa sarebbe accaduto, quando se ne fossero andati.

***

E se ne andarono, infatti.

Prima l’uno, poi l’altra: la figlia li aveva accuditi fino all’ultimo con forza, con fiducia, sperando che il suo affetto li avrebbe salvati.

***

Continuò a lavorare con la stessa serietà di sempre, ma quel vuoto non sapeva riempirlo.

Andava spesso dai suoi, comprava un mazzo splendido di fiori e lo sistemava, accostando colori diversi e luminosi.

Poi baciava la foto in cui i genitori sorridevano e sembrava che la salutassero.

“A presto” lei diceva.

E si allontanava, sentendo sulla fronte la loro benedizione.

***

Si rallegravano al vederla, ma speravano che non fosse più così sofferta.

Quindi vollero che lei sapesse della loro felicità: i corpi erano raccolti in quello spazio intimo ma gli spiriti, ormai senza affanni, potevano volare nel vento, leggeri come ali di gabbiani.

***

Chiesero ad una farfalla bianca di aiutarli: si era posata sui fiori che la figlia aveva sistemato con la cura di sempre.

Un tempo lei pensava che le farfalle di quel colore portassero messaggi.

E sorrideva nel vederle, perché davano risposte alle sue domande, diceva.

***

Allora i genitori pregarono quell’essere di raccontarle tutta la loro felicità, perché la figlia non fosse più triste.    

***

La farfalla si levò leggera e raggiunse la donna che attraversava il viale presso l’uscita.

Le volò accanto, girandole piano intorno.

La figlia si fermò: aveva il respiro sospeso e la stessa speranza di un tempo.

In quel momento il fruscio delle ali si trasformò in parole e la donna impallidì.

Tese la mano: la farfalla si posò un attimo sulle dita, poi volò piano verso il cielo.

Risuonavano nelle mente della figlia quelle parole: i genitori erano felici, leggeri e liberi da affanni. 

E l’avrebbero abbracciata ancora, nello splendore del tempo infinito.

Intanto la farfalla saliva verso il sole.

“Ho sognato ad occhi aperti?” si chiese la donna.  

Ma riemersero vivi i ricordi del passato, le paste comprate la domenica, le fiabe che il padre le narrava, il profumo degli abiti appesi nella stanza coniugale.

Ricordò la colazione consumata insieme e il bacio della madre, prima della scuola.

Sentì una pace raccolta, un nuovo senso del tempo e per lei fu come nascere ancora.

Intanto l’aria profumava di fiori, mentre il bianco delle ali in volo si confondeva con le nuvole estive.

Gloria Lai

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L’OSPITE

Opera tutelata su Patamu.com con il n° 101001 del 3.3.2019

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Feb 04 2019

L’OSPITE

              

“Un gran freddo” pensava, guardando oltre i vetri.

“Credo che nevicherà.” concluse.

Attizzò il fuoco nel caminetto e si sedette di fronte a quel bagliore, sulla comoda e vecchia poltrona del salotto. 

Era da qualche tempo in pensione e divideva le giornate tra la lettura, la cucina, le telefonate ai colleghi di lavoro.

Erano in pensione anche loro e si dilettavano con nipoti e animali domestici.

Lui no: non si era mai sposato, non aveva affetti familiari e non voleva animali che lo avrebbero costretto, diceva, a occuparsi di loro e a soffrire, quando fossero morti.

Non voleva legami.

Un tempo li aveva desiderati, aveva amato, si era anche illuso che quelle fossero le donne giuste, ma il disincanto fu così duro da fargli preferire la solitudine.

E si trovò a vivere un senso insperato di libertà.

*** *** *** 

La lettura dei libri lo rendeva felice: non voleva limiti di tempo e si fermava a riflettere sulle parole e sulle emozioni che quelle gli suscitavano.

Sottolineava frasi intere e scriveva commenti sul margine del foglio: alla fine delle pagine, poi, annotava un giudizio.

E talvolta capitava, che preso dalla lettura, si accorgesse che il tempo del pranzo era ormai passato.

*** *** ***  

Quel pomeriggio dietro i vetri vide una mosca: il freddo esterno l’aveva richiamata verso il bagliore del fuoco, ma la finestra chiusa le impediva di entrare.

Lui si chiese che resistenza avesse quell’insetto alla temperatura che si irrigidiva con la sera.

Poi sedette comodo e si dimenticò di lei, affondato nella lettura.

Quando andò a cena, però, nell’abbassare la serranda, vide che la mosca era ancora lì, immobile sui vetri.

Allora decise di accoglierla: aprì leggermente la finestra e l’insetto, seguendo la luce del camino, si insinuò nella stanza.

“Abbiamo un ospite, stasera.” rise lui tra sé.

Ma lo consolava pensare che forse aveva salvato una vita, anche se infima. 

*** *** *** 

Fare colazione la mattina dopo, alla presenza di una mosca, fu un’esperienza nuova. Certo aveva avuto insetti per casa: formiche, altre mosche, zanzare, ragni e lui non sempre era stato benevolo.

Ma una mosca sola, per giunta ospitata da lui, lo incuriosiva e quella mattina, mentre beveva il caffè, si incantò a guardarla quando sull’orlo del tavolo si puliva la testa e le ali, con attenzione e metodo.

Vederne molte era fastidioso, pensò, guardarne una sembrava interessante.

E per studiare il suo comportamento, le pose accanto piano qualche briciola di pane.

Lei ci volò sopra leggera.

E lo divertì con il movimento rapido delle sue molte zampe.

*** *** *** 

Nel rientrare a casa, dopo le sue uscite, gli capitava di chiudere in fretta la porta.

Gli dispiaceva che la mosca fuggisse: si era abituato alla sua presenza discreta, ai voli brevi per le stanze, alle briciole di cibo che lei sembrava gradire.

Ed era cauto nell’aprire le finestre.

Ma si chiedeva quanto quell’essere sarebbe vissuto: si mise a leggere, si informò.

Trenta giorni scrivevano alcuni, anche meno, affermavano altri.

A lui bastava che l’insetto non terminasse la vita brutalizzato da umani o straziato da qualche animale o intirizzito dal freddo esterno.

Si era impegnato ad ospitarlo.

E, come gli antichi affermavano, l’ospitalità è sacra.

*** *** ***  

Poi giunse il giorno fatale: lui si era alzato per tempo, era andato in cucina e si apprestava a mettere il caffè sul fuoco, quando vide sul tavolo il corpo piccolo e contratto dell’insetto.

Un mese scarso era durata quella ospitalità.

E la mosca, sul piano rigido di legno, giaceva supina: tra le zampe stringeva un petalo giallo, trovato chissà dove per casa.

Quello era un dono, lui pensò.

Un dono per ringraziarlo.

*** *** ***

L’uomo raccolse delicatamente l’insetto e lo depose in giardino, perché la terra lo accogliesse generosa, come una madre antica a cui si ritorna.

*** *** ***

Nei giorni seguenti lui pensò, incredulo e stupito, a quanto una mosca gli avesse riempito la vita.

Era bastato poco, si disse, a risvegliargli il cuore.

E magari poteva davvero occuparsi di un animale, concluse.

Sentì all’improvviso il peso dei suoi giorni solitari: certo, gli amici al telefono, le letture ricche e abbondanti, il piacere della cucina, ma un animale da amare, che ti accoglie al rientro o che porti a passeggio con te non ha uguali, si disse.

Qualche giorno dopo andò al canile della sua città: lo accolse un coro di guaiti e mugolii, che gli straziò il cuore.

Scelse un cane magrissimo, anziano: difficile che qualcun altro potesse volerlo.

Poi nell’uscire, davanti allo spazio dedicato ai gatti abbandonati, si incantò a guardare un piccolino, col pelo lungo e rosso.

Non ci volle pensare a lungo: prese anche lui con sé e li portò a casa.

Rimase ad ammirarli benevolo, il cane stupito per la sua buona sorte e il gatto che gli mordeva il muso, senza che quello reagisse.

*** *** ***

Dopo qualche giorno andò al parco con il cane: guinzaglio nuovo, passo elastico, l’animale aveva già un piglio diverso.

Si fermarono ad una panchina.

C’era una donna seduta, leggeva e teneva ad un guinzaglio rosa una meticcia.

L’uomo guardò di sottecchi la copertina del libro: non lo aveva mai letto.

Sedette a sua volta, mentre il cane gli si addossava alle gambe, timoroso di un altro abbandono.

Dopo qualche esitazione, si decise.

“Spero di non disturbarla”, disse alla donna.

“Sarebbe così gentile da parlarmi del libro che sta leggendo? Non lo conosco.”

Lei lo guardò: le piacevano quei modi da gentiluomo.

“Certo” disse.

“E’ una storia d’amore, però non banale. Le accenno qualcosa della trama, se vuole. Ma non so ancora come vada a finire”.

E sorrise.

Lui rimase interdetto.

Poi la guardò con attenzione.

Lei era avanti negli anni e aveva una bellezza morbida e placida.

“Penso che potrebbe finire bene.” le rispose.

Ma fu stupito dal suo stesso coraggio e sentì che si imbarazzava.

Per nascondere il volto, si chinò a carezzare il cane.

E quello gli porse il muso umido, mentre guaiva felice.

Gloria Lai

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LE FRESIE

Opera tutelata da Patamu.com con il n° 96969 del 29/12/2018

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Dic 14 2018

LE FRESIE

“È un bel maschietto” le dissero.

La madre guardò il figlio.

“Hai avuto fretta?” gli sussurrò.

“Sei nato quindici giorni prima”.

Poi lo strinse tra le braccia.

*****

Quell’anticipo di vita gli pesò a lungo: aveva perso molti giorni di pace ovattata.

E forse per quel motivo, ebbe un personale senso del tempo.

*****

Arrivava in ritardo ovunque: alle elementari, finché lo accompagnò la madre, riuscì ad anticipare il suono della campanella, poi fu un disastro.

Alle medie e anche al liceo entrava in classe quando ormai tutti si erano accomodati.

I professori, dopo aver smesso di adirarsi, lo prendevano in giro.

“Stavi per arrivare domani” gli diceva qualcuno.

Oppure: “Sei in anticipo sul secondo quadrimestre”, gli diceva qualcun altro.

La prof di greco, all’ennesimo ritardo, lo interrogò a sorpresa su Euripide, sperando di costringerlo ad una disciplina rigorosa.

E meno male che lui aveva studiato.

In seguito, all’università perse buona parte delle lezioni diurne e dei seminari pomeridiani perché il bus era già passato o gli telefonavano prima che uscisse (e certamente doveva rispondere) o dimenticava i libri o il quaderno di appunti e tornava indietro a prenderli.

Poi incontrò lei, la donna della sua vita: la amò perdutamente, ma nessuna volta che rispettasse gli orari degli appuntamenti.

Lei, di indole paziente, si limitò a sospirare per i ritardi e lo aspettava sempre, come fanno anche le madri.

Le cose migliorarono con il matrimonio: lei attendeva a casa il suo rientro e si trovò ad aspettare anche il loro primo figlio.

Nel corso degli anni ne vennero altri e i ritardi di lui, del marito, si fecero meno lunghi.

Infatti cercava di migliorarsi, ma pretendere la puntualità fu un’utopia inarrivabile.

Al lavoro, inoltre, doveva timbrare il cartellino: i ritardi si cumularono e divennero un tempo eterno da recuperare.

******

Lui rifletteva sul suo comportamento, sul senso del tempo.

“Certo è quella nascita anticipata” si diceva.

“Quindici giorni in meno di delizie. Chi me li rende? “

******

Poi la pensione, l’età avanzata, i figli lontani e realizzati e lei, la donna amata, che un pomeriggio si mise in poltrona per guardare un documentario.

A sera, al rientro dalla passeggiata, lui la trovò ancora seduta.

Composta come era sempre stata, sembrava dormire un sonno tranquillo.

Ma non rispose al richiamo di lui.

 ******

Lo strazio fu immenso.

Non sapeva più perché vivere.

I figli furono teneri al funerale, poi ognuno tornò alla propria vita.

******

Trovare quel cagnetto fu una grande gioia.

Da tempo lui non riusciva a sorridere, ma quel randagio dalle zampe incerte gli restituì vigore.

Al mattino era il cane che lo svegliava e lo scortava a comprare il giornale, poi al parco aspettava che il padrone leggesse i titoli e gli saltellava intorno, quando l’uomo si alzava dalla panchina faticosamente per l’età e i dolori alle gambe e tornava a casa.

******

Da qualche tempo affannava nel camminare e ogni minimo sforzo gli costava una fatica immensa.

Pensò che il suo tempo si fosse concluso.

Per sé era rassegnato, ma si preoccupava del cane: allora chiamò un amico, tra i pochissimi che gli erano rimasti.

E quello promise che ci avrebbe badato lui.

******

Ripensò a tutta la sua vita: era stato un marito innamorato e fedele e un padre responsabile.

L’unica ombra della sua esistenza erano quei molti ritardi: decise che voleva chiudere il cerchio, rimediare all’errore.

Dopo aver riflettuto a lungo, seppe il da farsi.

Allora chiamò la Morte e le disse che era pronto: si offriva a lei quindici giorni prima del momento fatale.

Così avrebbe restituito quel tempo di vita, che pure non aveva chiesto.

Le dava appuntamento al parco ogni pomeriggio, disse ancora alla Morte.

Ma sperava che lei arrivasse di primavera: gli piaceva il pensiero di andarsene, respirando profumo di fresie.

******

Mentre aspettava, il giorno dopo, sentì un rumore rapido di zampe: il suo cane arrivava di corsa, le orecchie all’indietro e il guinzaglio penzolante.

Era riuscito a fuggire dalla casa dell’amico a cui lo aveva affidato.

Il cane gli balzò addosso, ansante e felice di rivederlo.

“Ma sai dove sto andando?” gli disse il padrone.

“Da lì non si torna”.

Gli occhi umidi dell’animale lo scrutarono in fondo all’anima.

“Staremo sempre insieme” sembrò dirgli quello sguardo.

“Non mi vuoi con te?”.

Allora l’uomo strinse il cane palpitante tra le braccia e accettò l’offerta.

*****

Non dovette attendere a lungo.

Alcuni pomeriggi dopo, eccola giungere.

Non sembrava avere fretta.

Alta, solenne, elegante, diversa da come l’aveva immaginata.

Gli si fermò davanti: “Sono onorata della tua richiesta” disse la Morte.

“È così difficile trovare persone rigorose.”

Poi gli sussurrò: “C’è qualcuno felice di vederti”.

Allora davanti a lui comparve la moglie, bella e sorridente come in gioventù.

“Ma ci pensi? Sarai con me quindici giorni prima” gli disse lei, con dolcezza.

Lui la guardò rapito, le prese la mano.

E sparirono felici con il loro cane, nella luce calda di un pomeriggio primaverile.

Intorno si sentiva forte il profumo delle fresie.

Gloria Lai

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L’AQUILONE

Opera tutelata da Patamu.com con il n° 93453 dell’1/11/2018

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Nov 07 2018

L’AQUILONE

Percorreva tutti i giorni la spiaggia.

Era un aquilone, il più alto di una fila variopinta che proiettava ombra sui bagnanti ed entusiasmava i bambini.

A reggere il filo un uomo di colore, da così tanti anni in quei luoghi che ormai aveva imparato il dialetto oltre alla lingua nazionale, pronunciata come si usava lì, con la robusta potenza delle consonanti

**********

L’aquilone conduceva la schiera dei suoi fratelli di carta: li precedeva in cielo, agitato dal vento, e aveva la forma di un volatile con le ali colorate.

Dall’alto vedeva il mare, la spiaggia ondulata di vento e i colori degli ombrelloni, poi guardava con attenzione i bagnanti.

Alcuni stavano sdraiati al sole, altri leggevano, altri si proteggevano con cappelli ampi, altri ancora portavano al mare i loro cani.

Era una spiaggia tollerante quella, si diceva l’aquilone: nessuno protestava per gli animali che correvano a perdifiato; poi, richiamati dai padroni,  i cani invertivano la corsa e si buttavano sulla sabbia, a prendersi le carezze energiche di quelli.

**********

Erano le carezze a suscitare il desiderio struggente dell’aquilone.

Quando veniva preparato per innalzarsi verso il cielo ed era  toccato dalle mani dell’uomo, provava un senso strano di conforto.

E allora pensava a come sarebbe stato bello essere un cane, avere un padrone da onorare e riceverne carezze forti. 

**********

Il filo si stava logorando.

L’uomo si riprometteva ogni volta di sistemarlo, ma poi aveva fretta di andare: la fila degli aquiloni era il suo segno distintivo.

Lo si vedeva di lontano procedere con il braccio teso, il resto del corpo gravato di mercanzie: abiti, braccialetti, accendini, cappelli.

Tutto colorato come gli aquiloni che tracciavano il suo cammino.

Ma un giorno di vento terribile e potente, uno strappo: il primo aquilone si staccò di netto dalla fila dei suoi compagni. L’uomo che lo aveva portato sino ad allora lo guardò sconcertato: si allontanava, un cartone variopinto sbattuto dal vento e libero di fuggire.

**********

Volò sino a quando i soffi lo sostennero.

Poi, al calare di quelli cadde tra i cespugli, in un luogo che non conosceva.

**********

La voce di un bambino lo scosse.

“Mamma, c’è un cane qui.” 

Una corsa rapida, due gambe magre, le mani calde.

“Poverino, sei tutto sporco.” 

Continuò la voce infantile.

“Possiamo prenderlo, mamma?”

“Lascia quell’animale.”

Rispose la madre.

“Chi ha tempo di occuparsi di lui?”

Il bambino la guardò implorante.

Era sempre stato timido, incerto con gli altri, troppo piccolo e magro per la sua età e la madre lo proteggeva con forza, con una  tenacia che non credeva di avere.

Lo aveva cresciuto da sola e vederlo fragile la addolorava.

Ma, davanti a quell’animale comparso per caso, pensò che un cane avrebbe aiutato il bambino e lo avrebbe difeso, quando lei non avesse potuto.

E, allora, disse di sì. 

L’estate successiva decisero di andare al mare.

Lei sapeva che, non troppo distante da casa, c’era una spiaggia in cui i cani potevano stare indisturbati.

Allora ci andarono, lei, il figlio e il cane.

Li guardò correre, l’animale che precedeva il bambino, poi si voltava ad aspettarlo con attenzione gelosa.

E quando erano vicini, il bambino gli buttava le braccia al collo e lo accarezzava forte.

Di lontano, intanto, si vide giungere una fila di aquiloni colorati, mossi dal vento.

La loro ombra oscurava per un attimo i bagnanti.

L’uomo che li teneva, gravato di mercanzie, richiamava l’attenzione delle persone anche con frasi in dialetto: da tanto tempo ormai viveva in quei luoghi.

Giunse presso la madre e il figlio: il bambino guardò incantato quegli oggetti colorati e chiese di poter tenere il filo, anche solo per un attimo.

L’uomo gli lesse in viso un desiderio così forte, che accettò la richiesta.

Ma gli tenne la mano tra le proprie.

Poi si rivolse alla madre e le disse, rafforzando le consonanti, come faceva la gente di lì :

”Devo stare attento al vento. L’anno scorso, ho perso il più bello degli aquiloni. Peccato, ci tenevo molto. Chissà che fine ha fatto!”

In quel momento il cane, tornato verso il bambino, guardò gli aquiloni colorati.

Ripensò a un tempo non lontano.

E, senza rimpianti, si ricordò di come fosse bello anche allora: essere scossi dal vento e guardare il mondo dall’alto, legati ad un filo.

Gloria  Lai

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LA PROMESSA

 

Opera tutelata da Patamu.com con il num. 91179 del 27/09/2018

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