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Giu 18 2020

I COLORI

Faticoso quel parto, ma finalmente vide uno dopo l’altro i figli: tre maschi, colorati come la madre.

Bianchi, rossi, gialli e neri.

Attraverso generazioni intere, quei colori erano giunti a lei e ai suoi nati.

Era una gatta di dimensioni minuscole, ma aveva partorito altre volte.

E aveva amato molto i suoi figli.

Peccato che i primi fossero stati massacrati di pietre da uomini impegnati nei lavori della casa in cui si era sgravata.

Durante la pausa pranzo, avevano cercato di distrarsi: e quei gatti erano stati un’ottima soluzione.

La seconda gravidanza le aveva regalato due piccoli: un maschio tigrato, uguale al padre, e una femmina, piccola e colorata come la madre.

Tutti e due curiosi, affettuosi come lei e fragili, a tal punto che il corpo della figlia, di quasi due mesi, non aveva opposto resistenza alle zanne di un cane da caccia, a cui il padrone aveva insegnato bene il mestiere.

Infine questi ultimi tre, partoriti dentro la cuccia di un cane del vicinato. Avevano preso quello spazio e lui, il cane, aveva accettato, sperando che prima o poi gli invasori se ne sarebbero andati.

La gatta suscitava tenerezza e si avvicinava accogliente a chiunque.

Molti si chinavano a toccarla, morbida com’era.

Il tempo scorreva tranquillo in una primavera spesso serena, a volte nuvolosa.

Ma il silenzio imprevisto di quel periodo strano sembrava un regalo inatteso.

***

Il traffico scarso nelle strade aveva convinto gli animali che gli spazi gli appartenessero di nuovo.

Si muovevano esitanti, poi sempre più sicuri.

Gli umani erano pochi e sembravano avere altro a cui pensare che scacciarli. Anche i gatti si erano rassicurati e si spostavano liberi, fra strade e case.

Poi era il periodo degli amori: per una conquista era sempre valsa la pena di rischiare.

Ma adesso, con quel silenzio, i richiami d’amore risuonavano a distanza, forti come i gatti non ricordavano.

***

Il traffico anche in quella strada e nelle adiacenti si era ridotto di molto: rondini, cornacchie, passeri e merli si aggiravano in libertà, volando bassi.

I gatti passavano lenti da un marciapiede all’altro, si allungavano sul selciato, amoreggiavano tra loro, poi all’approssimarsi della notte si sdraiavano sotto le auto in sosta e dormivano placidi.

Però non tutti avevano rallentato: c’era ancora chi si affrettava e non per bisogno, ma per l’abitudine a correre, trafelati, verso una meta qualunque e sempre troppo lontana.

Neanche un attimo per fermarsi, nessuno sguardo alle piante fiorite o alla bellezza di un gabbiano, incapaci di stupirsi.

In macchina, poi, partenze brucianti e sorpassi veloci, la pretesa di evitare gli intralci e quella fretta rapida: forse per timore di fermarsi e scrutare il proprio sguardo, riflesso nello specchietto.

***

Quella era una notte serena: la gatta aveva allattato i figli, poi era uscita per strada.

Sarebbe tornata subito, pensava.

Un’auto si era fermata da poco: di giorno il sole era caldo, ma la notte era piacevole trovare un luogo tiepido, in cui rifugiarsi.

***

Allora si sdraia un attimo, per poi rientrare nella cuccia, dove i piccoli ormai dormono, addossati gli uni agli altri.

Ma la prende il sonno.

Non sente i passi accelerati dell’uomo, la portiera aperta in fretta, il motore acceso e via: di furia, come sempre, senza attenzione, senza pazienza.

Per terra, dove c’era l’auto, una macchia scura e qualcosa di liquido, che anche al buio assomiglia al sangue.

***

Nei giorni seguenti, qualcuno si occupa dei piccoli, li accudisce, li nutre e infine li accoglie.

È quasi estate ormai.

***

Ma da qualche giorno, nel cielo sopra le case, vola un essere strano: ha le ali ampie e colorate di bianco e di nero, il collo rossastro e una coda gialla di piume.

Ogni tanto lancia un richiamo: e ad ascoltare bene, mentre il suono si spegne, si avverte qualcosa.

Difficile crederci, ma sembra proprio il verso dei gatti: quello che gli risuona in gola quando si inteneriscono.

O tutte le volte in cui sono felici.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com  n°129621 del 4/6/2020

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Mag 19 2020

L’ALTRO TELEFONO

Era stata un’esperienza forte.

Per una come lei, avrebbe potuto rivivere una storia, costruire un progetto.

Ma lo fermava il timore di fallire ancora.

E alla domanda della donna che gli chiedeva del loro futuro, lui aveva risposto: “Non è bello incontrarsi così?”

Ma a lei non bastava.

E in realtà neanche a lui, ma gli era mancato il coraggio.

E aveva lasciato che quella donna si allontanasse: l’unica per cui provava emozione, da quando il suo matrimonio era finito miseramente.

***

Da allora, erano passati anni: lavoro, qualche relazione senza importanza, vita da solo, in una casa bella e comoda.

E un cane di grandi dimensioni, che portava fuori al mattino e al rientro serale.

Il resto del tempo, l’animale lo trascorreva nel giardino sul retro, tra una cuccia in legno e un divano vecchio e sfatto, su cui si allungava, aspettando il ritorno del padrone.

***

Tutto segnato da tempi precisi, che consolavano l’uomo e gli davano il conforto di una vita normale.

Fino ad una situazione inaspettata e drammatica.

In breve tutto era cambiato: chiuso l’ufficio, lavoro da casa, uscite brevi con il cane.

E molto tempo, forse troppo, per riflettere.

***

Era sempre stato un lusso per lui frugare nei cassetti: invece adesso li svuotava completamente, guardava con attenzione gli oggetti, eliminava quelli che non avevano più valore per lui.

Usava il tempo a disposizione per ripulire la casa e liberarla delle cose inutili, come avrebbe voluto fare con i ricordi, soprattutto dopo aver chiuso la storia con lei.

***

Le camminate con il cane gli permettevano di guardarsi intorno, anche se a poca distanza da casa.

In quelle uscite brevi apprezzava l’andatura del suo animale, che si adattava ai passi del padrone.

Arrivavano sino alla fine della strada, poi tornavano indietro: era primavera e la bellezza dei glicini in fiore riusciva a ferirgli lo sguardo.

***

Tra i cassetti della scrivania, ritrovò un foglietto: lo aveva strappato dalla sua agenda, una sera di molti anni prima.

Alla fine della cena, infatti, su una metà del foglio aveva scritto la data, il suo numero di telefono e il suo nome, perché la compagna di quella sera non lo dimenticasse.

Sull’altra metà, il numero e il nome di lei: poi aveva piegato il biglietto e l’aveva messo in tasca, con un’attenzione che da tempo non usava.

In realtà, il telefono della donna lui lo sapeva a memoria: ma gli era piaciuto scriverlo, come per gioco.

O come per magia.

Invece lei, distratta qual era, aveva smarrito il numero che l’uomo le aveva dato qualche giorno prima.

“Non perdere anche questo”, le disse lui, passandole il foglietto.

E gli venne da ridere: non gli capitava da tempo con una donna.

***

Si erano conosciuti casualmente, alla fermata di un bus che tardava ad arrivare.

Due chiacchiere per rompere il ghiaccio, scambi di informazione sui lavori che facevano. Poi, parlarono di animali: lei adorava i gatti, lui preferiva i cani.

Ma avevano subito iniziato a raccontarsi che tornare a casa ed essere accolti da quegli esseri, era una forma di felicità.

Si erano scambiati i numeri di telefono.

“Ti chiamo, se non ti dispiace”, aveva detto lui, prima di scendere alla sua fermata.

***

La fine del matrimonio lo aveva reso quasi cinico e la frequenza dei suoi incontri con donne gli dava un senso di pienezza e di banalità insieme: ma era come se, ad ogni uscita, si fosse buttato via.

L’incontro con lei alla fermata del bus e quella cena erano stati diversi, invece.

La riaccompagnò a casa e non provò neanche a salire da lei.

L’avrebbe richiamata presto, le disse.

E infatti, dopo qualche giorno, compose di nuovo il suo numero.

Da allora, presero ad incontrarsi. 

L’uomo sembrava aver ritrovato fiducia: lei era serena e colta, distratta e divertente.

***

Si accorse che quella non era una storia banale.

E per questo cominciò ad aver timore: più approfondiva la conoscenza di lei, maggiore diventava il bisogno di vederla.

E se tutto fosse finito?

O se lei lo avesse deluso?

“Non sopporterei un altro fallimento”, si disse l’uomo.

Poi arrivò una domanda, quella che lui temeva.

“Pensi che potremo avere un progetto insieme?”

 Avrebbe voluto dirle di sì, che aveva paura, ma che ci avrebbe provato ancora.

E invece le rispose:

”Non è bello incontrarsi così?”

Il silenzio di lei fu l’unica risposta.

***

Adesso aveva quel numero tra le dita.

Chissà se era ancora lo stesso, ma gli sarebbe piaciuto risentirla, sapere di lei.

Forse non lo aveva dimenticato.

***

Qualche giorno dopo, squilli ripetuti.

Era nel giardino e giocava con il cane.

Si affrettò per rispondere: temeva che avrebbero chiuso, ma agguantò il cellulare e riconobbe il numero.

“Non ci credo.  Possibile che sia tu?”

La voce stupita della donna gli rispose: “Ma davvero hai ancora il mio numero?”

***

Il cane si meravigliò per il tono del padrone: era più basso del solito, carezzevole.

Lo raggiunse in salotto e si sdraiò ai piedi dell’uomo: aveva già capito che quella telefonata sarebbe durata a lungo.

Gloria Lai

leggi insieme: IL TELEFONO

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Opera tutelata da Patamu.com, n°124302 del 9/4/2020.

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Apr 08 2020

IL TELEFONO

Molto tempo a disposizione.

Se glielo avessero detto, avrebbe pensato ad uno scherzo.

E, invece, si trovava chiusa tra le mura del suo appartamento.

Quello in cui viveva, però, era più ampio del precedente.

Una fortuna avere una stanza in più, quando si era costretti a stare in casa a lungo.

Inaspettate, la chiusura e la solitudine si erano abbattute su di lei, come un temporale estivo.

O come una mannaia.

Della solitudine non aveva paura: spesso l’aveva vissuta, scegliendola dopo un amore finito o quando il chiasso esterno le rendeva dolorosi i pensieri.

Soffriva di più per la chiusura, ma ricordava che aveva scherzato molto in gioventù sulla sua condizione di trappista, nei periodi in cui si chiudeva in stanza per preparare gli esami universitari.

Ora la solitudine, la clausura le viveva di nuovo.

E non per sua scelta.

***

Il bello di non avere impegni era che il tempo le apparteneva: telefonate, riposo o lettura di libri, magari disinvolta e variata.

Poi, scrutare negli armadi, aprire i cassetti, togliere fuori abiti che non metteva più da anni.

E, ancora, leggere i diari di quando era ragazza: tutta una vita che non ricordava più e che le tornava viva davanti agli occhi, fuori dalle pagine, scritte con una grafia che quasi non riconosceva.

Dai ripiani dello scaffale aveva preso gli album delle fotografie: i genitori giovani e abbronzati dal sole estivo, le foto delle elementari, con i grembiuli bianchi e i fiocchi inamidati, gli animali che aveva amato un tempo, con l’espressione dolce nelle pupille fisse.

Poi, istantanee di amici che non sentiva da tempo: chissà che vita vivevano.

E perché non li vedeva più?

Sforzò la memoria: screzi, piccoli litigi, incomprensioni.

E la vita era entrata in quelle crepe, spaccandole ancora.

***

Le gatte le rendevano facile la giornata: stupite dalla sua presenza continua, le stavano addosso, saltandole in grembo non appena si sedeva, per timore che andasse via.

Come se, con il peso morbido dei loro corpi, potessero fermare la vita.

***

E poi sentire musica e ballare in salotto, con le tende chiuse per timore che dal palazzo di fronte potessero vederla: certo avrebbero commentato anche quello, oltre al disordine continuo che regnava nei suoi balconi.

***

In fondo all’armadio, due scatole di cartone legate con nastri.

Fuori un biglietto, su cui era scritto: messaggi.

Seduta sul tappeto, le aprì, una dopo l’altra: c’erano bigliettini colorati, che in famiglia si scambiavano sempre.

“Mi svegli alle 6.30, mamma?”, oppure: “Ragazze, comprate il pane e il latte, altrimenti domani, niente colazione.”, o ancora: “Non fate chiasso se tornate tardi, sorelle: vi ho già preparato i pigiami, così non mi svegliate.”

E allora richiuse tutto nelle scatole: a leggere quei biglietti sentiva un groppo in gola, che rendeva doloroso anche il respiro.

***

Si rialzò: ormai era tardi.

Stava per andare nella stanza da letto, quando vide un foglietto in terra, forse caduto dai diari o dagli album di foto.

Lo raccolse e lo aprì: un numero di telefono, un nome maschile e una data.

Anni prima aveva conosciuto quell’uomo: interessante, gradevole, colto.

Libero, ma con un matrimonio finito alle spalle.

Però non avevano gli stessi progetti, loro due.

E allora, meglio smettere subito, piuttosto che soffrire, quando magari la presenza di lui fosse diventata necessaria.

“Chissà cosa fa adesso?”, lei si chiese.

***

Il giorno dopo, si trovò a rigirare il foglietto tra le dita.

“Ormai avrà cambiato numero”, si disse.

Lei, invece, aveva sempre lo stesso.

Guardò l’orologio: non era indiscreto chiamare a quell’ora.

Si sedette, compose il numero e attese.

Diversi squilli: stava ormai per chiudere, quando sentì la voce bassa di lui.

 “Non ci credo”, disse l’uomo.

 “Possibile che sia tu? “

E lei rispose, stupita: “Ma davvero hai ancora il mio numero?”

Le gatte, nel vederla seduta, si avvicinarono lente, poi le saltarono in braccio e si divisero il suo grembo, di comune accordo.

Avevano già capito che quella telefonata sarebbe durata a lungo.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com con il n.°123549  dell’1/04/2020.

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Mar 05 2020

LA VOLPE

La domenica successiva, giorno di caccia: lui e i suoi amici, uomini esperti con cani di piccola taglia, alla ricerca di volpi in tana.

Madri e cuccioli costretti alla fuga dai cani: poi, lui e i suoi amici avrebbero impallinato la volpe e i piccoli.

Sempre che i cani, aizzati dagli uomini, non li avessero già sbranati nella tana, lacerando per prima la madre, che tentava una disperata difesa dei figli.

Così si sarebbe finalmente fatta giustizia, perché quelle bestie si nutrivano anche di lepri e fagiani.

E lui e i suoi amici cosa avrebbero cacciato?

“Non c’è più religione”, diceva tra sé, scuotendo il capo.

***

Dopo molti anni di matrimonio, finalmente lui e sua moglie avevano avuto un figlio.

Un maschio.

L’orgoglio paterno si era ridotto di molto, quando aveva capito l’indole del bambino: timido, emotivo, incerto.

Per il padre quel figlio, che si nascondeva dietro la madre quando lui lo sgridava, era uno smacco continuo.

“Un uomo è un uomo, sin da quando è piccolo”, gli diceva.

“E smettila di frignare, sembri una bambina”, concludeva.

Proprio a lui doveva capitare una disgrazia così, mentre i figli dei suoi amici erano già veri uomini.

***

Il bambino aveva sulla gamba destra, dalla nascita, una larga cicatrice, come se denti acuminati avessero lacerato la pelle.

Anche i medici non sapevano dare risposta.

“Ma non si preoccupi”, dicevano al padre.

“In fin dei conti, porterà i pantaloni. Questo segno sarà ben nascosto.”

***

Il sabato era arrivato: la mattina successiva, caccia alla volpe in tana.

Lui andò presto a dormire: non voleva arrivare in ritardo.

Il sonno sopraggiunse, rapido e pesante, ma qualcosa agitò quella notte.

***

Gli sembrava di aggirarsi in campagna: l’olfatto potente, le zampe corte, il respiro trafelato.

Nel sogno, era un cane da caccia di piccola taglia, insieme ad altri suoi pari.

Dietro di lui lo scalpiccio di passi umani: cacciatori impegnati in una battuta alla volpe.

Gli uomini incitavano i cani a trovare la preda.

Lui sapeva bene cosa fare: era stato addestrato a riconoscere la vittima, chiusa in una gabbietta esposta al furore dei cani.

L’odore che la volpe emanava, il cane non lo avrebbe mai dimenticato.

***

All’improvviso lui sente un odore di animali selvatici, accentuato dalla paura.

Gli si apre una tana davanti: in fondo, una femmina e i cuccioli.

La volpe fronteggia il cane, lui ringhia.

Il suono è violento, rabbioso.

La volpe esce disperata: le pallottole la inchiodano, i cacciatori esultano.

***

Dentro la tana, il cane attacca i cuccioli.

Sulla zampa di uno di loro affonda i denti: la ferita è profonda, la pelle lacerata.

Poi, lo strazio finale.

E la caccia si conclude.

***

L’uomo si svegliò affannato.

Sentiva ancora l’odore selvatico delle prede, il calore del sangue, i guaiti straziati delle bestie morenti.

Ma, soprattutto, lo colpiva il ricordo del cucciolo, al quale aveva strappato con violenza la pelle di una zampa.

Poi, i denti erano affondati nel corpo, senza fatica.

***

Si alzò di furia, andò nella stanza del figlio.

Il bambino dormiva profondamente: forse si era agitato nel sonno e il lenzuolo gli scopriva le gambe.

Una luce restava sempre accesa per scacciare la paura di mostri notturni.

Il padre si avvicinò piano al figlio e alla luce fioca della lampada guardò la cicatrice.

L’aveva già vista tante volte, ma in quel momento rimase stupito.

Era uguale a quella che in sogno i suoi denti di cane avevano impresso sul piccolo di volpe, prima di straziarlo.

***

Si sedette in poltrona.

E aspettò l’alba.

I suoi compagni di caccia cominciarono a tempestarlo di telefonate e di messaggi al cellulare.

“Non sto bene”, rispose.

“Andate”.

Poi, attese con pazienza che il figlio si svegliasse.

Quando il bambino aprì gli occhi e lo guardò stupito, il padre disse: “Adesso facciamo colazione insieme, poi andiamo al campetto a giocare. Cosa ne dici?”

Quello si alzò in fretta.

Lui lo prese in braccio e lo baciò sul collo.

Il figlio si strinse al padre: emanava un calore dolce e il respiro era corto, come accade anche agli animali, quando si emozionano.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com con il n.°121074 del 20/02/2020.

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Gen 23 2020

LA DANZA

Trent’anni di assenza dal paese.

Adesso tornava, più ricco di quando era partito, ma la lontananza era stata dura.

All’inizio privazioni, diffidenze e la ricerca affannosa di un lavoro, anche pesante.

Spalle larghe e braccia robuste lo avevano aiutato, poi nel tempo aveva avviato un’attività con dei connazionali: un ristorante di buon cibo e prezzi onesti. 

Con la pazienza della sua indole e la serietà nel lavoro si era conquistato stima e rispetto.

Ma adesso aveva voglia di tornare e magari di ricominciare, anche se gli anni verdi erano lontani.

***

Molto tempo prima, al suo paese una ragazza gli aveva strappato il cuore: solo a vederla, perdeva il respiro e   quasi non riusciva a salutarla, quando le passava accanto. 

Lei era bellissima.

E povera.

Il proprietario delle vigne e dei terreni del paese la ricordava da bambina.

Ma quando la vide sbocciare, rimase anche lui senza fiato.

Non gli importò nulla della dote mancante e dei molti anni che gli pesavano sul capo.

La chiese in moglie e la bella accettò.

Poi vennero i figli e la famiglia crebbe placidamente, con la serenità che nasce dall’agiatezza e dai sentimenti pacati. 

L’affetto per il marito era un’oasi tranquilla, ma non aveva nulla della passione tormentosa che lei avrebbe desiderato. 

***

Era sposata da poco.

Il marito sarebbe mancato per qualche giorno: doveva visitare le proprietà e regolare rapporti a mezzadria, le aveva detto.

Lei passeggiava per il paese con delle amiche e vide da lontano quel ragazzo. 

Aveva capito da tempo la passione di lui: gli sguardi rapidi e folgoranti, gli sfioramenti leggeri, gli occhi fissi sulla bocca di lei, che tratteneva il respiro nel passargli accanto.

Poi la sera, lui oltre il cancello.

Era stato facile farlo entrare senza che nessuno vedesse: si celebrava la festa del santo patrono ed erano tutti in piazza.

Avrebbero festeggiato sino a tarda notte e lei, accusando un lieve malore, aveva annunciato che non li avrebbe raggiunti.

In quelle ore con lui, la passione che aveva solo immaginato.

Nei giorni successivi, ricordi, turbamenti, nostalgia.

Poi, al rientro del marito, la vita a due appena iniziata riprese a scorrere, quasi senza asprezze.

Il matrimonio era durato a lungo: il ricordo di quella colpa mai confessata l’aveva resa indulgente, tollerando gli sbalzi di umore e le tristezze del marito, così più anziano di lei.  

Ma avevano adorato i figli, belli come la madre.

Poi una malattia breve aveva piegato l’uomo: lei era rimasta vedova.

E ricca.

Non era più giovane, ma conservava ancora qualche bellezza.

La consolava sentirsi lontana dalle insidie d’amore: le sole passioni erano i figli, i nipoti e gli animali a cui badava.

Talvolta avveniva che, sapendo delle sue ricchezze e della sua dolcezza, ignoti le abbandonassero cuccioli in giardino.

Li accoglieva tutti, questi esseri, e li curava teneramente, pensando a quanti volti può avere l’amore.

Quindi teneva con sé gatti, cani, uccellini feriti e strappati alla morte, maiali nati da poco, che allevatori sensibili le regalavano, trovandoli così belli da impedirsi di ucciderli, cavalli feriti e destinati a morire, perché ormai non potevano gareggiare in corse e tornei. 

La sua ricchezza voleva usarla così, per fare del bene.

E non solo agli animali: infatti molti le rendevano grazie, tra i poveri del paese.

Talvolta le capitava di ricordare quelle lontane ore di passione giovane e colpevole.

Sentiva tenerezza per se stessa, così inerme e sventata, come sono i ragazzi.

Poi ricordava il calore di lui.

E il modo innocente in cui si era dato.

***

La festa del santo patrono: da tempo si organizzavano le celebrazioni.

Poi il giorno atteso: la messa, la cena nelle strade su tavoli lunghi e affollati, i balli in piazza.

Gli abitanti c’erano proprio tutti: gli adulti si salutavano, ridevano e parlavano; i bambini si abbandonavano a corse sfrenate, la processione si snodava lenta, tra preghiere, promesse e ringraziamenti solenni.

Poi la musica, allegra e potente.

Le donne sedute in cerchio, gli uomini che si offrivano per invitarle a danzare.

Avanzando lentamente tra la folla, lui si diresse verso la donna bella e anziana seduta accanto ai nipoti, che le chiedevano di poter giocare. 

“Andate”, rispose la donna.

“Ma non allontanatevi”.

Lui aspettò che i bambini sparissero dietro l’angolo, poi le si parò davanti.

Era ancora alto e vigoroso: i capelli grigi di lui non le impedirono di riconoscerlo.

Il leggero inchino dell’uomo nell’invitarla a danzare la emozionò.

Gli porse la mano che lui strinse appena: e cominciarono a ballare.

Il ricordo lontano si rinnovò all’improvviso.

“Abbiamo ancora tempo”, l’uomo disse.

E per lei fu semplice seguire quei passi di danza.

Come un’allieva incerta si affida senza timore al suo maestro.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com  con il  n° 117939 del 15/1/2020

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Dic 22 2019

LA PREGHIERA

A breve sarebbe giunto il Natale, uno dei momenti più tristi per lei:  lui avrebbe festeggiato in famiglia, con moglie, figli, genitori, suoceri.

Cena insieme, brindisi, regali sotto l’albero, abbracci.

Lei avrebbe aspettato una chiamata; ma a volte riceveva solo un messaggio, digitato di nascosto: “Auguri, ti amo”.

Da anni accadeva tutto questo.

Lui in famiglia, lei a casa, ad aspettare che in quei giorni di festa l’uomo si liberasse dagli impegni familiari e la raggiungesse, finalmente.

Non abitavano distanti: lo aspettava ansiosa, lo accoglieva felice.

I regali di Natale scambiati in fretta, poi la passione.

“Vedrai, appena finisce questo periodo, parlo a mia moglie. Sarò deciso. Adesso però non è possibile. Abbi pazienza.”

Ma i Natali passavano, come le altre feste, come  tutti gli altri giorni.

“Tu sei forte”, lui diceva.

La moglie invece era fragile, poi c’erano i figli da seguire a scuola, le responsabilità dell’ufficio, i trasferimenti brevi di lui per lavoro.

“Devo controllare la nuova sede della società”, le comunicava.

“Quale regalo vuoi che ti porti?”

Una volta era tornato con un gattino, rosso e bellissimo: lo affidò alle braccia della donna.

“Vedi quanto ti penso?” le disse.

“È rosso come i tuoi capelli”

E lei si era intenerita per quel regalo animato.

Vivevano insieme d’estate, nei giorni ritagliati tra le ferie di lui e spacciati per un breve viaggio di lavoro, oppure si incontravano in pomeriggi rapidi e nascosti.

*******

Anni di attesa, ormai: a lei solo brandelli di tempo e promesse ripetute, a cui non aveva ancora smesso di credere.

Non mancava di rattristarsi, ma si mostrava serena: non voleva fare l’amante lacrimosa e covava la speranza che finalmente avrebbe diviso la vita con lui.

Ma sapeva bene di essere l’altra.

*******

Da anni non entrava in chiesa: ci capitò per caso un pomeriggio inoltrato.

Mancavano due giorni al Natale.

Si sedette in fondo, vicino al portone.

La funzione sarebbe iniziata più tardi e i fedeli erano ancora pochi.

Una lama di luce attraversava le navate.

Silenzio e senso di protezione: lì dentro si sentiva accolta e le venne desiderio di pregare, ma l’unica cosa da chiedere era la vita con lui.

Allora immaginò ancora una volta il loro amore, i giorni condivisi, una casa da arredare, dei figli, la spesa da decidere, la meta delle vacanze estive: tutto quanto si vive in una storia insieme.

Nei pensieri sembrava facile: ma la realtà cedeva come un castello di carta.

Erano veri, invece, l’amore che lei provava e la famiglia dell’uomo: salda e compatta, nonostante tutto.

*******

La famiglia di lei, invece, era lontana.

Da tempo per lavoro la donna si era trasferita in città e sentiva spesso i genitori, ma li raggiungeva in estate.

“Perché non cerchi un uomo onesto, che ti voglia bene?”, le chiedeva la madre, preoccupata per quella figlia sola e malinconica.

“Sarei più tranquilla, anziana come sono. Tuo padre, poi, è anche più ansioso di me”, le confidava.

Ma lei si limitava a sorridere e l’abbracciava forte.

Loro non sapevano nulla.

Quel fardello era soltanto suo.

*******

Ripensava a tutte queste cose, seduta sulla panca: gli anni stavano passando e lei percepiva ormai il vuoto della sua vita.

Lui era affascinante, divertente, bello: e sapeva attrarla.

Quando erano insieme, si sentiva sicura, anche senza un domani.

Ma poi le incertezze la dominavano e nelle molte assenze di lui si chiedeva con ansia cosa sarebbe accaduto.

*******

Nella panca davanti, un vecchio pregava sussurrando.

Aveva mani nodose e spalle ricurve: ondeggiava leggermente, mentre sfogliava il messale e sembrava implorare qualcosa, sollevando lo sguardo.

Lei si scosse dai pensieri.

Si chiese quale grazia invocasse quell’uomo, se avesse tristezze o paure.

Sentiva il biascicare delle sue parole e provò tenerezza per lui.

Chissà che vita aveva trascorso, quali affetti viveva, che cosa sperava con quell’aspetto fiducioso e umile?

Allora pensò che forse aveva più diritto di lei ad essere ascoltato.

E chiese di cuore che le preghiere del vecchio fossero accolte.

Poi si alzò e uscì lentamente dalla chiesa.

Le sembrava di sentirsi più leggera.

Aprì la borsa, prese il telefono e chiamò la madre: “Mi volete per questi giorni di Natale?” chiese.

E alla risposta felice di lei aggiunse:

“Senti, prepareresti una cuccia? Avrò il mio gatto, non voglio affidarlo ad altri. Vedrai, ti piacerà: è rosso. Come i miei capelli”.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com con il n°116373 del 13/12/2019

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Dic 04 2019

LA SCELTA

I compleanni gli pesavano addosso e oramai non li festeggiava.

Si limitava a ringraziare per gli auguri che riceveva e che diventavano sempre più scarsi.

Infatti, quasi tutti i parenti e gli amici erano andati via, sottratti da malattie o dal tempo: alcuni di loro, però, erano sicuri di ritrovarsi altrove e di finire quella partita a briscola, magari per prendersi la rivincita.

***

Ogni tanto scambiava parole con il vicino di casa, vecchio pure lui, che aveva una famiglia numerosa e molti nipoti.

Attraverso i muri sentiva il chiasso dei pranzi domenicali, quando i familiari si riunivano nella casa del vicino: allora gli sembrava che, nonostante il confine delle pareti, quelle voci parlassero anche con lui.

A rallegrargli le giornate, e ormai da anni, c’era un cane: divideva con il padrone la casa e le passeggiate che il vecchio faceva lentamente, muovendosi per il quartiere e fermandosi al parco, sempre alla stessa panchina, dove lui e il suo animale aspettavano il crepuscolo.

Il rientro a casa, un pasto leggero, poi il sonno breve e interrotto.

Il cane invece sognava: e gli sembrava di correre veloce, come quando era cucciolo.

Ad ogni risveglio, si guardava in giro felice per il nuovo giorno e salutava con gioia il padrone.

***

Il vecchio trovava sempre più difficile andare avanti: era un’attesa lenta, il tempo scandito nell’aspettare quel momento.

Come sarebbe accaduto?

Avrebbe sofferto?

E cosa fare degli oggetti che ingombravano la casa?

A quest’ultima domanda rispondeva tagliando fotografie, stracciando carte ormai inutili, buttando oggetti, conservati perché raccontavano pezzi di vita, regalando tutti gli abiti che non usava.

Ma la stoffa era buona, diceva: poteva servire ancora.

Bisognava arrivare leggeri al momento finale, lo sapeva.

Aveva ancora dei pesi sulle spalle ed era troppo vecchio per reggerli.

Adesso sentiva la mancanza di una famiglia, degli affetti che altri vivevano, ma aveva deciso della sua vita molto tempo prima.

Non aveva voluto figli, né una moglie: e ormai lo affaticava anche ripensare a queste scelte.

***

Telefonò ai pochi amici che ancora gli restavano e che non vedeva da tempo: vecchi come lui, erano ospitati da parenti o vivevano in case di riposo.

Ad uno disse che gli dispiaceva per un litigio ormai lontano e si stupì nel sentire che quello non se ne ricordava più, ad un altro rivelò che una volta aveva barato a carte, perché ad assistere alla partita c’era l’unica donna che gli agitasse il cuore.

Voleva solo la sua ammirazione.

Lei aveva sorriso al vincitore, è vero.

Ma poi aveva scelto il compagno di giochi, quello sconfitto a carte.

***

Dopo lunghe meditazioni, pensò che della propria fine doveva decidere lui.

Si recò dal vicino, al quale da tempo aveva lasciato un doppione delle chiavi, e gli chiese se potesse occuparsi del cane.

Sarebbe stato via due o tre giorni, gli disse.

Poteva passare quella sera stessa a nutrire l’animale e portarlo fuori per la passeggiata quotidiana?  

Il vicino acconsentì e fu felice e stupito di sentire che finalmente l’altro si prendeva una vacanza, anche se breve.                                                                                                               

***

Poi andò in salotto.

Trovava inutile attendere ancora: tutto era compiuto, si disse.

Ormai aveva riflettuto a lungo e il momento era giunto.

***

Prese il cane: non voleva allontanarlo a forza da sé e lo rassicurò parlandogli piano, mentre lo legava saldamente ad un mobile.

C’era una trave sul soffitto: lui aveva sempre ammirato la solidità di quella casa e certo il legno avrebbe retto il suo peso.

Avvicinò una sedia, ci mise sopra un giornale: gli dispiaceva sporcarla.

Aveva una fune che gli era servita per dei lavori domestici: la provò, tirandola forte, e la sentì robusta.

Gli venne facile prepararla: poi salì sulla sedia e pose il cappio intorno al collo.

In quel momento pensò con disagio a come lo avrebbe visto il vicino, poche ore dopo.

***

Infine chinò lo sguardo verso il suo cane, inerme e legato: allora quello, come se avesse capito quanto accadeva, cominciò a guaire con sofferenza, con dolore.

E il lamento cresceva, diventava più forte.

Sembrava portare il ricordo di tutte le paure antiche: il timore del buio, la fuga dai predatori, lo sguardo impaurito dallo splendore della luna, l’angoscia per i rami degli alberi, scossi e abbattuti dai venti invernali.

Quel guaito raccontava la solitudine dei deserti, la disperazione e la fame, la fuga dai campi in fiamme, l’abbandono straziante di un amico, la desolazione davanti alla morte.  

Il cane guaiva e si agitava, cercando disperatamente di raggiungere il padrone: quel lamento gridava il richiamo antico e potente dell’amore.

E urlava la sofferenza, disarmata e pura, degli innocenti. 

***

L’uomo ne fu scosso dal profondo: il guaito del suo cane, così dolente e sconfitto, fu più forte di ogni richiamo umano, di ogni ricordo di vita.

Vide la disperazione in quegli occhi umidi.

E decise.

Per un affetto così innocente e limpido, pensò, si poteva ancora vivere.

Scese lentamente dalla sedia, si avvicinò al cane e quello lo salutò, come se fosse appena sorta una nuova alba.

Poi l’uomo prese il guinzaglio.

“E’ ancora bella questa giornata”, disse.

“Usciamo?”.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com con il n° 114356 del 10/11/2019.

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Ott 23 2019

IL SILENZIO

Parlavano troppo, tutti.

Spesso urlavano: al lavoro, per strada, nelle riunioni di condominio.

Qualunque cosa avessero da dire, la affermavano con forza o con arroganza.

Pochi ascoltavano: l’importante ormai era parlare sempre, sostenere con vigore argomenti senza neanche spiegarli.

Lei invece aveva sempre usato un tono lieve, educato, leggero.

Facile scambiarlo per debolezza, difficile per lei imporsi all’attenzione.

Si stancò infine di non essere ascoltata e decise di tacere quasi sempre.

Ancora di più scelse il silenzio quando, per raggiunti limiti di età, finì gli impegni lavorativi.

***

Tempo prima, il suo uomo apprezzava quella dolcezza, la trovava attraente.

Gli sembrava di dover proteggere la sua donna, così mite e modesta.

Ma lei temeva che quella felicità non potesse durare.

E infatti capì ancora una volta come le cose del mondo siano effimere, come anche i sentimenti scorrano via.

Da qualche tempo, infatti, l’uomo con cui pensava di dividere la vita era cambiato.

E quella sera ammutolì nel sentire la voce triste di lui che diceva: “Mi dispiace, davvero, ma non ti amo più”.

Poco dopo lei scoprì che si era innamorato di un’altra, arrogante e decisa.

“È l’amore che fa soffrire” si disse allora la donna. “Non la sua mancanza”.

E chiuse il cuore.

***

Poi, normalità tranquilla a casa sua, scorrere lento del tempo, silenzi.

***

Nelle serate placide, quando c’era la luna, la donna la guardava con interesse, con ammirazione.

Poi, inaspettatamente, cominciò a parlarle, prima sussurrando, poi a voce piena: e le sembrava che quella ascoltasse e la sostenesse, comprendendo quanto lei diceva.

Quando ogni mese spariva lentamente per nascondersi nel buio, la luna sembrava chiedere di aspettarla: sarebbe tornata ad ascoltare.

***

Nonostante il procedere sereno della sua vita, da qualche tempo percepiva in casa fruscii, spostamenti di tende, piccoli colpi imprevisti.

Poi, preceduti da quegli eventi e con suo grandissimo stupore, cominciarono a comparire gli animali che lei aveva amato nel corso della vita: gatti randagi raccolti e curati, cani, i canarini che suo padre allevava e che prendevano con il becco i semi che lei gli offriva, pesci rossi, alcuni conigli, un leprotto.

Aveva sofferto il lutto per ognuno di loro quando andavano via, quasi irriconoscibili nella fissità dei corpi.

***

Adesso invece, dapprima esitanti, sbucavano da sotto un mobile o da dietro una tenda o comparivano all’interno di un armadio che lei apriva.

Erano belli e forti, come nel tempo migliore della loro vita.

Non stavano mai troppo per timore di disturbarla, ma le facevano compagnia, sembravano proteggerla.

E le coloravano la vita.

***

Cominciò a parlargli e quelli stettero ad ascoltare, come faceva la luna.

***

Con il tempo, e con sua emozione ancora più grande, comparvero le persone che aveva amato e perduto.

Tra loro, per ultimi, i genitori: il padre che la guardava con tenerezza, la madre con espressione mite e sorridente.

A lei chiese di riaccoglierla nel ventre ed essere carne della stessa carne, sangue dello stesso sangue.  

Ma loro parevano suggerirle di aspettare, con l’indulgenza di chi ha capito i misteri del mondo.

***

E infine una notte, qualche tempo dopo, vide che la luna piena si avvicinava lentamente, diventava più luminosa.

Era così poco distante che, allungando un braccio, poteva toccarla.

Ma quando addirittura la luna entrò nella stanza, oltrepassando la finestra aperta, lei fu colpita dalla luce più forte che avesse mai visto, così splendente e assoluta che dovette chiudere gli occhi.

E fu come se dormisse.

***

Lo splendore del sole entrava a fiotti dalla finestra aperta.

Fu quello a svegliarla, nel mattino inoltrato, oltre al miagolio potente di un gatto piccolo.

Il suono veniva dal basso, dalla strada o da un cortile vicino.

Si riscosse in fretta: il ricordo straordinario della luna nella sua stanza la sconvolgeva.

Non sapeva cosa pensare: aveva solo sognato? 

Erano stati sogni i suoi genitori, gli animali amati, lo splendore della luna, così vicina da toccarla?

***

Non seppe rispondere: si vestì in fretta e scese a cercare il gatto che si lamentava.

Lo scovò rintanato sotto una panchina, vicino al portone di casa.

Minuscolo e spaventato cercava di scappare, ma la voce di lei, morbida e dolce, riuscì a fermarlo, sussurrandogli tenerezze.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com, n°112599 del 7/10/2019.

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Set 13 2019

IL CANE

Non pensava sarebbe accaduto a lei.

Un matrimonio lungo, sereno, due figli ormai grandi, nipoti adorabili.  

I figli erano giunti presto, e anche i nipoti, forse perché avevano tutti fretta di esistere.

***

Da qualche tempo il marito le sembrava più giovane, più attivo.

E aveva anche cambiato profumo: non usava più quello che lei gli regalava da sempre e che le dava il senso consolante di una vita insieme.

Le ricordava le abitudini amate: l’abbraccio notturno, la colazione al mattino, le discussioni politiche, la spesa insieme.

E, ancora, educare i figli, guardarli crescere, ascoltare di nascosto i loro pianti d’amore.

Poi i matrimoni di entrambi, i nipoti.

Tutta un’esistenza quotidiana: crescere insieme, litigare anche, chiedersi scusa.

E abbracciarsi in silenzio.

***

Lui le sembrava diverso, più distante, distratto.

Telefonate serali.

“È l’ufficio”diceva lui.

“Le solite scocciature”.

E si chiudeva in salotto.

***

Poi lei non resse.

Mentre il marito era in doccia, andò rapidamente al suo computer: niente sulle e-mail.

Cercò rapidamente nel cestino.

E trovò quello che cercava.

Si chiese perché lui non avesse cancellato quei messaggi, quegli appuntamenti.

Forse voleva che lei li trovasse?

Rimase gelata.

Intanto si era fatta notte.

E si preparò sconvolta ad andare a dormire, senza dir nulla.

***

Si mise a seguirlo: conosceva perfettamente i suoi orari lavorativi, le uscite per il tennis, gli itinerari.

Lei poteva usare il proprio tempo: aveva rinunciato al lavoro per dedicarsi alla famiglia e da molto ormai, da quando i figli avevano i loro affetti, viveva senza scadenze che non fossero la conduzione normale di una casa e l’occuparsi dei nipoti, quando era necessario.

***

Un bar, lui che arriva di fretta.

Si accosta ad una donna.

La moglie trattiene il respiro: è molto giovane quella che il marito abbraccia, credendosi non visto.

Poi si avviano verso un albergo vicino.

Lei è stravolta: neanche il pudore di nascondersi, pensa.

Poi china il capo e torna a casa.

***

Lui è sempre più distaccato, quasi scortese.

La donna capisce che qualcosa accadrà a breve.

E infatti, una sera, le si para davanti: ha preparato la valigia, è imbarazzato, non la guarda negli occhi.

“So che hai capito”, le dice.

“Voglio iniziare una vita nuova. Non posso stare qui.”

Lei sospira.

“Potrebbe essere tua figlia”, gli risponde.

“L’ho vista. Come hai potuto?”

L’uomo resta interdetto, poi china il capo.

“Da tanto non ero così vivo. Lei mi dà la scossa, mi sento giovane. La vita è mia”.

La donna respira forte, si sente crollare.

Poi gli chiede di stare ancora un poco.  

Prende un album di fotografie: tutta la loro vita in quelle immagini.

Gli siede accanto e comincia a sfogliare le pagine: il giorno del matrimonio e il viso di lei, felice e ansioso insieme.

Lui era stato il suo unico uomo. 

Poi le foto dei figli al battesimo, con l’abitino di pizzo, il primo giorno di scuola, il cagnetto che lui e lei avevano soccorso, sbattuto fuori da un’auto: l’avevano raccolto e fatto curare.

Era stato l’animale amatissimo della loro casa, vissuto tanti anni quanto il cane di Ulisse. Aveva scodinzolato anche prima di andarsene, con gli occhi umidi di affetto.

In una delle immagini dell’album, mostrava il ventre, offerto a ricevere carezze.

***

Lui taceva: quelle fotografie lo toccavano profondamente.

Non le vedeva da tanto e adesso, mentre si preparava ad andarsene, gli sembrava di tradire non solo sua moglie, ma tutto il passato, le promesse, le tenerezze vissute.

La potenza dell’attrazione, però, fu più forte.

Prese la valigia.

“Ti chiamerò”, le disse.

E oltrepassò la soglia.

***

Mesi di silenzio.

***

Una telefonata da un ospedale cittadino.

Le comunicavano che il marito era ricoverato presso di loro.

Si affrettò.

Era magro e pallidissimo, in quel letto in penombra.

Gli sedette accanto e gli chiese cosa fosse accaduto.

“Il cuore”, disse l’uomo.  

Poi lei domandò dove fosse l’altra.

“Era un fuoco di paglia”, lui rispose.

“Non è durata a lungo. Non so cosa mi sia preso, avevo perso la testa. Sono affranto”.

***

Andò a trovarlo ancora: lui si riprendeva piano.

Non parlarono mai dell’altra.

L’uomo non chiedeva nulla, ma si illuminava quando la moglie entrava nella stanza.

***

Il campanello: lei andò ad aprire.

Lui teneva la valigia e con l’altra mano sorreggeva un cagnetto, che aveva gli stessi colori dell’altro.

Anche il muso gli somigliava.

Lei si trattenne dal fargli una carezza. 

“L’ho preso al canile”, le disse.

“Era stato abbandonato per strada, anche lui. L’ho chiamato Argo, come il cane di Ulisse”.

Un’esitazione.

Con voce incerta chiese: “Possiamo entrare?”

Silenzio di lei, sguardo chino.

Dopo alcuni secondi, la donna accolse il cagnetto tra le braccia, poi si recò in cucina a cercare una ciotola per il cibo.

E lasciò spalancata la porta di casa.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com con il n°. 110478 del 28/08/2019

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Ago 06 2019

LE CHIAVI

“Miseria ladra”.

L’imprecazione gli sfuggì mentre girava la chiave nella serratura, dopo essere uscito da casa.

Niente da fare.

Non si poteva chiudere a doppia o a tripla mandata, come al solito.

Cercò allora di riaprire, ma nulla.

“No!”, disse tra sé.

“Non posso entrare né uscire”.

Le gatte, dall’interno, cominciarono a miagolare, sentendolo dietro la porta.

Lo colse un’angoscia rapida: avevano da mangiare?

E l’acqua?

Cercò di rassicurarsi, ricordando il cibo versato nelle ciotole quella mattina, quando le due gatte gli si strusciavano addosso come sempre.

C’era anche l’acqua, si disse.

L’aveva aggiunta la sera prima: ma col gran caldo di quei giorni, le gatte bevevano più del solito.

Poi lo colse un altro dubbio e si cercò rapido nelle tasche: fortunatamente aveva con sé il cellulare e il bancomat.

Le chiavi della macchina, invece, pendevano agganciate alla cintura, come d’abitudine.

Si sedette sulle scale per raccogliere le idee: qualche ora prima era rientrato tranquillamente e aveva chiuso dall’interno, come gli capitava da quando gli avevano svaligiato la casa.

Un’altra casa, molti anni prima.

A quel punto gli toccò fermare i ricordi che già fluivano, senza che li avesse autorizzati.

Riportò i pensieri alla serratura: nell’uscire non aveva avvertito nulla di strano.

E invece era chiuso fuori.

***

Scorse i numeri sul cellulare: cercava un amico che gli aveva risolto altri problemi domestici e di cui apprezzava la capacità pratica.

Ma era venerdì sera: se non l’avesse trovato? 

Per fortuna l’amico rispose: stava per uscire, ma avrebbe fatto un salto da lui.

“Bella invenzione gli amici”, si disse.

E si preparò ad aspettare, ma preferì il pianerottolo, piuttosto che entrare nell’auto infuocata da un parcheggio assolato.

***

Qualche inquilino scendeva a piedi: cos’era successo?

Aveva bisogno di qualcosa?

Si stupì dell’interesse degli altri: i volti erano solleciti e le domande sembravano sincere.

Ma i suoi vicini non li avrebbe riconosciuti, se li avesse visti fuori da lì.

Si era sempre limitato a dei saluti brevi e distratti.

Seduto sulle scale, aspettava pazientemente.

Pensò a come accadono in fretta le situazioni, a come tutto può cambiare, così d’improvviso.

E finché si trattava di una porta chiusa non era grave, ma se fosse capitato qualcosa di drammatico o di tragico?

Mentre rifletteva, non si accorse neanche di assopirsi per il caldo e anche per la stanchezza, seduto sulle scale con il capo appoggiato al muro.

***

Lamenti di uomini, pianti di donne e bambini: un tempo lontano, un popolo trascinato via dalla sua terra.

Poche cose con sé: ogni individuo portava quello che aveva afferrato in fretta, senza sapere quando sarebbe tornato.

Lui non capiva in quale periodo quelle genti vivessero, ma il dolore era potente, la disperazione violenta.

Nonostante il sogno, lui percepiva quello strazio.

Ed era come se la sofferenza si ripetesse nella storia, in momenti diversi, per popoli diversi, in molti luoghi del mondo: epidemie, guerre, persecuzioni, carestie, uragani e terremoti.

Per ogni sfacelo, il sogno gli raccontava individui e famiglie in fuga, carri trainati da bestie stanche, pesi su schiene umane, piedi segnati, occhi vuoti di pianto.

L’abbandono della casa e della terra come una ferita aperta, lacerata e sanguinante.

Nello scorrere del tempo, la stessa angoscia d’essere strappati agli affetti, a volti conosciuti; uguale il non sapere quando sarebbe stato il ritorno.

E in fondo al dolore, lo strazio muto di una speranza.

***

“E allora?”

La voce divertita dell’amico lo riscosse.

“Non ci credo! Solo tu puoi dormire in questa situazione”, gli disse ridendo.

Aprì una borsa, tolse un aggeggio metallico, armeggiò con la serratura: un rumore secco.

“Bene”, gli disse.

“Fortuna che ho lavorato in una ditta di ferramenta. Ora funziona, ma ti consiglio di cambiare la serratura prima possibile”.

Lui lo abbracciò, sollevato al pensiero che poteva di nuovo entrare in casa, nel suo spazio con le gatte, gli oggetti, i libri, la radio che ascoltava sempre: tutto quanto lo rendeva sicuro e gli regalava il senso continuo della vita.

***

Decise di non andare al cinema, come voleva fare prima di quell’imprevisto.

Ma doveva comprare qualcosa per cena.

Allora si recò al market solito, a poche centinaia di metri da casa.

Stava per entrare e vide l’uomo di colore che da anni stazionava ogni sera fuori dalla porta centrale: in piedi per ore, vendeva carabattole.

Lui lo guardava sempre con un certo fastidio, sperando che non gli rivolgesse la parola.

Ma quella sera fu diverso.

Chissà da quando quell’uomo era lontano da casa, a chi aveva detto addio, che sofferenza taceva dietro gli occhi liquidi e scuri.

Si stupì di non averci mai pensato prima.

Gli si avvicinò e comprò un accendino, anche se aveva smesso di fumare ormai da anni.

Poi prese due pacchi di fazzoletti.

Davanti allo sguardo grato dell’uomo, si sentì a disagio.

Ma, una volta dentro, pensò che poteva comprargli una bibita fresca.

Fuori c’era molto caldo, infatti, e nonostante fosse  al tramonto, il sole d’agosto riusciva ancora a ferire.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com con il n°. 109207 del 26/7/2019

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