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Nov 22 2019

IL CORPO, LA MENTE, LE EMOZIONI… LA DIVERSITÀ in psicoterapia

Ogni creatura è speciale, unica, originale e diversa da tutte le altre.

Senza questo presupposto di base non è possibile fare lo psicoterapeuta.

Per aiutare DAVVERO le persone a cambiare è necessario evitare le etichette e aprire il cuore all’accoglienza di qualcuno di cui non sappiamo NIENTE.

Ma proprio NIENTE.

Aggrapparsi alle patologie, alla diagnostica psichiatrica e alle tante classificazioni dei tipi psicologici significa indossare un salvagente che, certamente, aiuta a stare a galla nel mare della molteplicità individuale ma impedisce di scoprire l’autenticità dell’altro.

Fare lo psicoterapeuta vuol dire tuffarsi senza galleggianti e lasciarsi trasportare dalle correnti emotive cercando di non annegare nelle maree del coinvolgimento, nel bisogno di controllo e nelle proprie paure.

Significa lavorare costantemente su di sé in un cammino di crescita personale (svolto con un collega altrettanto disposto a mettersi in gioco) analogo a quello di chi siede dall’altra parte della scrivania.

Solo così è possibile comprendere che tra lo specialista e il paziente non esistono differenze né cura, ma solamente la capacità di guardare la vita con occhi nuovi.

Essere disposti a imparare da chi chiede aiuto è un requisito indispensabile per svolgere con competenza la psicoterapia.

Con questo non intendo sottovalutare la necessità di una formazione approfondita e costante. 

Sostengo invece che a questa formazione (teorica e pratica, sempre in corso) vadano affiancate l’umiltà e la condivisione interiore capaci di generare un ascolto foriero di cambiamenti.

Nel terapeuta e nei pazienti.

Un bravo psicologo cambia e cresce insieme alle persone che segue, accogliendone le problematiche come se fossero le proprie e ricercandone le radici (anche) in se stesso.

La diversità è una ricchezza che fa bella la vita e si esprime nel corpo, nella mente e nelle emozioni.

Ognuno possiede un suo modo peculiare di leggere la realtà.

Ognuno possiede la propria REALTÀ.

Unica e diversa da quella di chiunque.

È così che è fatta la psiche.

Esiste senza regole in uno spazio intimo e individuale dove occorre entrare in punta di piedi, con rispetto, attenzione e stupore.

Lo stesso stupore che hanno i bambini quando esplorano il mondo per la prima volta.

La capacità di sorprendersi, quel non sapere cosa dire o cosa fare, la sensazione di inadeguatezza che si presenta anche davanti al milionesimo paziente… quella inesperienza… è il presupposto di un lavoro ben fatto, l’ingrediente che permette di guardare ogni cosa con occhi nuovi, di non avere pregiudizi e imparare insieme all’altro a trasformare le difficoltà in risorse.

Prende forma così la resilienza in psicoterapia e permette di evolvere il dolore fino a farlo diventare un punto di forza.

Nessuno nasce cattivo, brutto, patologico o sbagliato.

La sofferenza psicologica è frutto di esperienze terribili e coinvolgenti che nascondono le potenzialità necessarie alla crescita.

Per rivelare i tesori sepolti nel mondo intimo bisogna scendere insieme all’inferno.

E risalire piano la china del cambiamento fino a scoprire il diamante che illumina la vita di immensità.

Questo rende il nostro mestiere difficilissimo e bellissimo.

Fare lo psicoterapeuta è un percorso infinito, qualcosa che si sente dentro come una vocazione, un modo di essere e lavorare insieme alle proprie ingenuità, senza raggiungere mai la sicurezza che deriva dalle certezze, consapevoli che tutto (ma proprio tutto!) può sempre rivelare possibilità nuove e inaspettate.

Carla Sale Musio

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Nov 10 2019

PSICOTERAPIA E CAMBIAMENTO: attivare le risorse sane


Perché una psicoterapia sia efficace occorre attivare un cambiamento nella prospettiva da cui guarda la vita chi chiede aiuto.

Il nostro modo di leggere gli eventi condiziona la percezione della realtà e determina le scelte che compiamo, facendoci sentire male o bene a prescindere da un esame obiettivo.

L’oggettività è spesso un’astrazione degli scienziati, qualcosa che esiste (forse) nei laboratori sperimentali ma non corrisponde alle vicissitudini che attraversiamo quotidianamente.

La vita è un continuo intrecciarsi di avvenimenti concreti ed emotività… e dipende in gran parte dalla sensibilità individuale.

Ecco perché di solito la richiesta di aiuto in psicoterapia corrisponde a una difficoltà nella lettura degli eventi.

Difficoltà che porta a sentirsi vittime di norme indiscutibili e interiorizzate nel passato, adatte a far fronte alle problematiche incontrate durante l’infanzia e poco adeguate ai cambiamenti avvenuti con la crescita.

In questo modo una visione del mondo limitante imprigiona le risorse sane della psiche dentro una camicia di forza di critiche interiori avulse dalla realtà.

La sofferenza psicologica è fatta di prigioni invisibili da cui è quasi impossibile uscire senza il sostegno di un testimone partecipe, capace di scendere negli inferi della memoria fino a scoprire i tesori sepolti sotto la rimozione e il dolore.

Non ritrovarsi soli a scandagliare il proprio passato è indispensabile per sviluppare il coraggio di cambiare.

La specie umana possiede una natura sociale imprescindibile e ha bisogno di partecipazione emotiva, condivisione e solidarietà per far emergere le proprie risorse creative.

Questo spiega bene perché tante volte è necessario l’appoggio di un terapeuta (competente e dotato di grande empatia) per superare le proprie difficoltà interiori.

La condivisione della vergogna e del dolore rende questi vissuti più accettabili e innesca un processo di trasformazione capace di rivelare possibilità nuove.

Durante il percorso di crescita personale che caratterizza ogni psicoterapia di successo, il cambiamento nasce dal rivivere le esperienze dolorose insieme a un testimone partecipe e attento, ma anche capace di cogliere i nessi che legano le risorse del presente agli avvenimenti del passato fino ad aprire nuove porte espressive e comportamentali.

Si tratta di opportunità che in genere appartengono al bagaglio attitudinale del paziente ma non trovano spazio negli atteggiamenti del presente perché intrappolate dietro alla sofferenza.

Attivare le risorse sane significa calarsi nella realtà psichica di un’altra persona e provare la sua stessa paura, la sua stessa angoscia, la sua stessa vergogna.

Ma anche saper guardare oltre la sofferenza e scorgere la resilienza coperta dal dolore.

Da quella resilienza prende forma una comprensione nuova di se stessi e della vita.

Ma soprattutto si sviluppa l’entusiasmo necessario al compimento della propria intima verità.

Carla Sale Musio

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Nov 04 2019

CONSAPEVOLEZZA O COSCIENZA?

La parola coscienza ha tante accezioni diverse e questo rende difficile comprendere il valore della Totalità che, invece, la caratterizza nel suo significato più profondo e più ampio.

La coscienza è il Tutto da cui prende forma la vita, ma… il linguaggio che adoperiamo sembra studiato apposta per nascondere questa verità.

Quando il termine coscienza diventa sinonimo di consapevolezza si perde la percezione della sua immensità.

Ciò di cui siamo consapevoli, infatti, è soltanto una piccola parte della realtà.

La consapevolezza definisce ciò che sappiamo, le cose di cui abbiamo fatto esperienza, la percezione che permette di muoversi con sicurezza nel mondo.

Mentre la coscienza indica qualcosa di più vasto e profondo della nostra comprensione intellettuale, qualcosa che si estende fino a includere tutto l’esistente: ciò che sappiamo insieme a ciò che la ragione non riesce a padroneggiare.

Oltre i confini della mente, la coscienza ci addita quelle verità che possiamo sentire soltanto in noi stessi, perché non fanno parte della concretezza ma esistono in una dimensione affettiva che compenetra la materialità e la trascende.

La coscienza attraversa la fisicità e la oltrepassa.

Tuttavia, è difficile aprirsi alla sua vastità senza prima aver compreso l’importanza della percezione interiore.

È lì, infatti, che possiamo incontrare la coscienza e imparare a riconoscere il suo potere creativo.

I miracoli appartengono alla coscienza, lo stupore appartiene alla coscienza, l’intuizione appartiene alla coscienza, l’amore (quello vero) appartiene alla coscienza… perché la coscienza impregna la materialità di sensibilità e risuona nel mondo interno di ciascuno, segnalando il valore di ciò che non si può toccare, misurare, pesare (… ma è capace di rendere la vita un’esperienza degna di essere vissuta).

La consapevolezza è soltanto una piccola parte della coscienza.

Oltre i limiti della fisicità esiste il mondo impalpabile della dimensione affettiva.

Qualcosa che la mente può intuire ma non riesce a spiegare, proprio perché prende forma in una realtà intima, diversa dalle coordinate spazio temporali in cui la ragione si muove abitualmente.

La dimensione affettiva esiste senza tempo e senza spazio, e segue le leggi dei paradossi e della Totalità.

Nel mondo dei sentimenti le cose sono sempre Tutto: fatte di bianco e nero, buono e cattivo, giusto e ingiusto… insieme.

Più diamo e più abbiamo, più impariamo e meno sappiamo, più amiamo e più diventiamo una cosa sola con tutto ciò che è.

Quel Tutto (completo, infinito e sempre in espansione) è la coscienza.

Il grande enigma che la mente non riesce a tollerare e il cuore riconosce d’istinto.

Proprio come gli animali ritrovano la strada di casa.

Carla Sale Musio

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Ott 10 2019

PAURA DELLA MORTE E PSICOTERAPIA

La paura della morte è la più grande di tutte le paure.

Il mostro che occhieggia dietro ogni difficoltà psicologica, ogni attacco di panico, ogni fobia, ogni depressione…

La paura della morte non è la paura di morire.

Morire (a volte) può apparire una liberazione, la soluzione magica capace di mettere fine a tutti i problemi.

La paura della morte è la paura dell’ignoto, della trasformazione che inghiotte le certezze e cambia i parametri della vita.

Questa paura inconfessabile si nasconde dietro a tante difficoltà emotive ed è saldamente intrecciata alla paura di vivere.

Infatti: la paura della morte annichilisce la vita.

Vivere significa perdere le proprie sicurezze, avventurarsi in una dimensione della realtà ancora sconosciuta.

E affidarsi a qualcosa di più grande.

Qualcosa che rivela aspetti nuovi e ci costringe a cambiare.

Qualcosa che va oltre la ragione, la prevedibilità e l’abitudine.

Sfuggire il confronto con questa imprevedibilità significa spegnersi, smarrire il senso della propria esistenza.

Eppure…

Quasi sempre finiamo per chiamare vita la sicurezza che deriva delle abitudini, dimenticando il valore della trasformazione. 

Affrontare l’ignoto ci terrorizza.

Evitiamo di pensarci, sforzandoci di credere che non ci sarà mai una fine e tutto potrà continuare immutabile nel tempo.

Tuttavia, dal primo giorno di vita cominciano i cambiamenti: cambiamo fisicamente, interiormente, socialmente, professionalmente, emotivamente…

L’esistenza si dispiega tra scelte e imprevisti, dipingendo nel tempo un disegno preciso e mostrandoci l’essenza del vivere, la nostra intima e personale verità.

La paura della morte è la paura di guardare in faccia la propria vita, accogliendo il significato di ogni cambiamento e aprendo il cuore alle profondità che scaturiscono dall’esperienza.

Ci spaventa l’idea di perdere il controllo, di non poter pianificare, anticipare, prevedere… niente.

Preferiamo convincere noi stessi che la morte sia la fine di tutto e oltre le sponde del nostro sapere collaudato non esista altro, coltivando la certezza che con la perdita del corpo ogni cosa sparisca inghiottita dal nulla. 

Ma proprio questa convinzione genera la paura, alimentando le radici di tante sofferenze psicologiche.

Viviamo in un mondo dove tutto è in evoluzione.

Siamo abituati a considerare naturali e inevitabili i cambiamenti.

Pretendere che la vita finisca di colpo, senza continuità e senza lasciare tracce, ci sgomenta facendoci sentire soli, angosciati e impotenti.

Qualcosa in fondo all’anima si ribella.

E rivendica il diritto all’immortalità.

La dimensione interiore non è concreta.

Esiste in uno spazio privo di confini e delle coordinate che caratterizzano la fisicità.

Si muove fuori dal tempo e dallo spazio.

La paura della morte è legata alla paura di affrontare l’imprendibilità del mondo affettivo.

Per questo ci sgomenta.

Quando trascorriamo la vita costruendo una fortezza intorno alla sensibilità, la concretezza ci travolge e la scoperta di una dimensione che non si può toccare ci trova inermi, incapaci di abbandonare quella materialità tanto idolatrata da essere diventata l’unica verità possibile.

Affrontare la paura della morte è un passaggio inevitabile durante la psicoterapia.

E per poterlo attraversare è indispensabile che il terapeuta abbia affrontato a sua volta la stessa tematica.

Per accogliere questi argomenti, infatti, è indispensabile lasciare emergere le proprie angosce in modo da riconoscerle e potersi aprire ai vissuti dei pazienti senza che queste interferiscano.

Un terapeuta timoroso di affrontare in se stesso quella stessa paura non può essere d’aiuto.

Il rischio è che si finisca per insabbiare i discorsi, lasciando ai pazienti la convinzione che non sia possibile accogliere un’angoscia tanto profonda.

La paura della morte è una paura che non può trovare soluzioni definitive, ma evolve verso un’accettazione sempre maggiore dell’incapacità a risolvere (con la logica) gli enigmi interiori.

Dall’accoglienza di una dimensione più grande della ragione e dall’accettazione dei propri limiti prende forma l’umiltà necessaria a sostenere la totalità del vivere e del morire, e la possibilità di aiutare se stessi e gli altri nell’evoluzione interiore.

Come un potente maestro zen, la paura della morte ci insegna a esistere con rispetto: forti della nostra debolezza, attenti ai valori della trasformazione, fiduciosi che la vita non tradisce se stessa e l’unico nemico di cui aver timore è soltanto la presunzione che alberga nei nostri cuori.

Carla Sale Musio

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Set 19 2019

PSICOTERAPIA E SPIRITUALITÀ

Perché una psicoterapia sia efficace è indispensabile far emergere la spiritualità individuale e aprirsi a quella unicità personale che la caratterizza.

La spiritualità infatti è diversa per ciascuno di noi.

Da sempre, le religioni e la scienza hanno tentato di monopolizzare il mistero che permea l’esistenza.

Le prime acquisendone il monopolio, quasi fossero le uniche depositarie della saggezza ultraterrena.

La seconda nascondendone l’enigma dietro alla pretesa di una totale concretezza.

Ma, non trovando risposte soddisfacenti né da una parte né dall’altra, la nostra mente spesso preferisce abbandonare il problema per concentrarsi su argomenti meno scivolosi.

Eppure…

Nascosta tra le pieghe della vita la spiritualità fa capolino nella psiche molto più spesso di quanto non si creda, determinando il benessere o il malessere con cui affrontiamo gli eventi.

Quando parlo di spiritualità mi riferisco a un sentimento intimo e profondo che dà senso e valore all’esistenza e riguarda contenuti diversi per ciascuno, intuizioni, pensieri e stati d’animo legati a un sentire interiore.

Ognuno possiede la sua spiritualità.

Segreta, esclusiva e personale.

Qualcosa di cui è difficile parlare perché il linguaggio non contiene termini adatti a definire l’imprendibilità dell’esistenza.

Tuttavia, nonostante la concretezza che caratterizza la nostra cultura, un percorso di crescita personale non può prescindere dal riconoscimento di questi temi.

Infatti dal loro ascolto dipende la salute mentale e la possibilità di vivere una vita soddisfacente.

La risposta alle domande:

“Perché viviamo?”

“Perché si muore?”

si annida dietro ogni nostra scelta, spingendoci in direzioni diverse a seconda dei significati che diamo alle cose e dei valori in cui crediamo.

Affrontare la spiritualità individuale durante la psicoterapia vuol dire aprirsi alla parte più intima e più vera di ogni persona.

Per riuscirci è necessario un ascolto privo di giudizio e scevro da ideologie personali.

Il terapeuta, infatti, deve favorire la ricerca contenuti interiori senza suggerire la propria visione della vita e, soprattutto, senza fare opera di convincimento.

Occorrono: una grande apertura, un rispetto profondo e un ascolto empatico e attento alla verità di ciascuno.

Soltanto un atteggiamento di genuino stupore permette l’emergere dei contenti spirituali nella relazione terapeutica.

Sono valori così intimi che altrimenti rimangono nascosti e spesso incomprensibili anche alla persona stessa.

Esplorare questi vissuti consente di leggere il significato degli eventi in una prospettiva più ampia e di aprirsi al dono che ognuno è venuto a portare nel mondo, quella missione che dà forma e profondità all’esistenza.

Carla Sale Musio

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Ago 19 2019

LA VITA È BIPOLARE

Il DSM5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) spiega che:

  • Il Disturbo Bipolare (definito anche Sindrome Maniaco-Depressiva) è una patologia caratterizzata da gravi alterazioni dell’umore e dei comportamenti.

  • Chi ne soffre si può sentire al settimo cielo in un momento e immediatamente dopo in preda alla disperazione, senza alcuna ragione apparente.

  • Questo oscillare di continuo tra stati d’animo opposti influisce pericolosamente sulla vita lavorativa, sociale e affettiva.

Oggi l’alternarsi veloce dei vissuti emotivi è guardato con sospetto e il Disturbo Bipolare sembra essere una patologia sempre più diffusa.

La paura della diagnosi psichiatrica ossessiona la vita di tanta gente.

Finire preda delle emozioni è considerato: pericoloso.

Troppo istintivo, patologico, disdicevole, anomalo e certamente… da evitare.

Nelle società evolute è preferibile mostrarsi calmi, pacati e indifferenti.

Va di moda l’impassibilità.

Eppure…

Dal punto di vista psicologico l’assenza di emozioni denota un deficit della consapevolezza emotiva definito alessitimia e caratterizzato dall’incapacità di riconoscere e condividere i sentimenti.

Il mondo intimo è animato da tanti stati d’animo differenti che possono coesistere o alternarsi anche velocemente nella psiche.

La vita stessa è bipolare.

Il giorno si avvicenda alla notte, l’inverno insegue l’estate, il dinamismo cede il posto al sonno…

Tutto è fatto di un continuo oscillare tra situazioni differenti e contrapposte.

Luce e buio, vuoto e pieno, attivo e passivo, rumore e silenzio… sono i ritmi che scandiscono le nostre giornate, regalandoci una naturale armonia.

A nessuno piacerebbe che il sole non tramontasse mai o che la notte durasse sempre.

Amiamo l’inverno e lo scintillio del Natale anche perché sappiamo che presto arriverà il caldo dell’estate con i colori del sole.

Prima o poi l’euforia cede il posto al silenzio.

E la quiete lascia spazio alla vitalità.

L’esistenza è fatta di continui cambiamenti.

Espansione e contrazione si alternano nella psiche come nella realtà e scandiscono il tempo delle nostre emozioni.

Gli animali vanno in letargo e recuperano nuove energie in primavera.

Ci alziamo al mattino pronti a cominciare una nuova giornata e la sera desideriamo rifugiarci nel riposo e nell’intimità delle nostre case.

Nella fase di espansione siamo pronti a confrontarci col mondo e desiderosi di cedere la nostra energia alla vita.

Nella fase di contrazione abbiamo bisogno di ritirarci in noi stessi e di elaborare le esperienze.

La socializzazione cede il posto alla solitudine.

L’intimità ci rinforza e ci spinge verso nuove avventure. 

Pretendere di uniformare i cicli della vita in un’unica traccia monocorde è come suonare sempre la stessa nota.

Uccide l’armonia e annichilisce le profondità dell’esistenza.

La bipolarità diventa una malattia soltanto quando provoca una forte sofferenza in chi la vive.

Più spesso è il segnale di un organismo in armonia con la natura.

Ci sono patologie che sono tali soltanto all’interno di una civiltà malata, segni di una disfunzione nell’organizzazione dell’umanità.

Ognuno di noi deve fare attenzione alle definizioni di sé e delle persone che incontra.

E scegliere autonomamente cosa è sano e cosa invece è patologico.

A volte, per rinchiudere chi non si sottomette ai dettami del più forte la psichiatria costruisce prigioni invisibili, marchiando l’unicità individuale con lo stigma infamante dell’infermità.

Carla Sale Musio

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Mag 12 2019

L’ATTACCO DI PANICO

L’attacco di panico è un sintomo apparentemente pazzo che ci spinge a vivere sensazioni fisiche di morte imminente senza alcun riscontro dal punto di vista medico.

Le persone che ne sono vittime si sentono estraniate dal controllo sulla propria vita, preda di un qualcosa che le lascia impotenti e sole, incapaci anche di spiegare ciò che sta accadendo.

L’attacco di panico è il sintomo del malessere psicologico degli anni duemila (nel novecento c’era la depressione, nell’ottocento c’era l’isteria) e segnala la perdita di contatto con la propria realtà interiore, il mancato ascolto delle paure e dei bisogni profondi.

È un campanello d’allarme che indica la necessità di apportare dei cambiamenti nel proprio stile di vita e ci ricorda in modo criptato che siamo venuti al mondo per dare espressione ai nostri talenti e per donare agli altri la nostra unicità.

L’attacco di panico è un sintomo creativo.

Così creativo che i medici non riescono a definirne una tipicità.

E indica la mancanza di creatività.

Infatti, quando la creatività non trova sbocchi nella quotidianità si esprime nell’unico luogo rimasto a sua disposizione: il corpo.

E lo fa producendo dei sintomi creativi, cioè diversi per ognuno.

La cura di questa problematica non può essere una pillola prescritta dal medico ma passa attraverso l’ascolto del mondo intimo e la ricerca dei propri bisogni inespressi.

Nell’intimità di noi stessi, infatti, coltiviamo il desiderio di manifestare la nostra originalità, ciò che ci rende unici e speciali, diversi da chiunque altro.

Pretendere di livellarci dentro uno stile di vita che non rispecchia le scelte personali soddisfa l’esigenza di ricevere approvazione e stima da parte delle persone a cui vogliamo bene.

Tuttavia, non basta a garantirci la salute e la realizzazione.

Come esseri umani abbiamo bisogno di affiancare all’appartenenza anche l’espressione individuale delle potenzialità che ci caratterizzano.

La diversità non è uno stigma sociale volto a etichettare le persone che non si conformano agli standard condivisi dalla maggioranza.

La diversità è la capacità di interpretare la vita in modi nuovi e serve a permetterci di condividere con gli altri i doni che siamo venuti a portare nel mondo.

Spesso dietro un attacco di panico si nasconde il livellamento della propria autonomia.

E la guarigione arriva nel momento in cui si aprono strade nuove all’espressione di sé.

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STORIE DI PANICO E DI AUTONOMIA

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Marco lavora in una sartoria.

Il lavoro gli piace e, già da tempo, segue alcuni clienti in totale autonomia.

Il datore di lavoro lo stima e si complimenta con lui, lo considera il suo braccio destro e, spesso, gli confida anche le proprie problematiche personali.

Tra i due nasce una profonda amicizia che bypassa la differenza d’età e li spinge a vivere momenti di grande solidarietà.

Ultimamente, però, Marco sente il desiderio di avere uno spazio espressivo solo suo e vorrebbe aprire un proprio atelier.

Tuttavia, il pensiero di deludere l’amico non lavorando più per lui lo porta a rinunciare ai suoi progetti.

Teme di perdere quell’amicizia così bella e costruita con tanta dedizione.

Quando arriva nello studio di uno psicologo il disagio è fortissimo e gli attacchi di panico non gli permettono nemmeno di guidare la macchina, perciò è costretto a farsi accompagnare dai suoi genitori o a uscire di casa diverse ore prima per arrivare in orario utilizzando i mezzi pubblici.

Nel corso dei colloqui emerge il conflitto tra l’autonomia lavorativa tanto ambita e la paura di distruggere un legame affettivo costruito nel tempo. 

Soltanto dopo aver affrontato il proprio bisogno di espressione individuale e aver accettato di mettere a rischio l’amicizia, confidando all’amico i progetti lavorativi, Marco riuscirà a superare quella paura così invalidante da bloccare la sua carriera e la sua vita.

***

Sonia convive da diversi anni con il suo compagno.

Nel tempo, però, la loro storia d’amore è diventata una sorta di emergenza emotiva sempre in allarme rosso.

E Sonia si è trasformata nell’infermiera dell’uomo che un tempo le faceva battere il cuore a mille.

Le paure di lui, i turbamenti, le insicurezze… sono l’argomento principale delle loro giornate e la donna nel tentativo di aiutarlo a ritrovare il gusto di vivere rinuncia a tutte le attività.

Ultimamente, però, sente di non farcela più e sogna una casa sua dove potersi dedicare ai tanti interessi che l’appassionano e che in passato hanno reso ricca e appagante la sua vita.

Tuttavia, il solo pensiero della separazione la fa sentire egoista e priva di sensibilità.

Come potrebbe abbandonare il partner con cui fino ad oggi ha condiviso la vita, sapendolo così fragile e bisognoso di lei?

Invano tenta di convincerlo a chiedere aiuto ad uno psicologo, lui non ne vuol sapere.

Gli basta la sicurezza di averla affianco per convincersi che presto tutto si risolverà.

Il tempo passa… e… un giorno dopo l’altro il panico attanaglia la vita di Sonia che, vittima di un’inspiegabile tachicardia parossistica, passa da un medico all’altro senza riuscire a trovare soluzioni.

Quando, infine, approda in terapia racconta di non farcela più: il suo cuore batte all’impazzata, le membra diventano molli, le orecchie ronzano e le sembra di morire da un momento all’altro… senza soluzione di continuità.

***

Marina ha trent’anni e i suoi genitori sono molto anziani.

Nata a dispetto di una diagnosi di infertilità la giovane donna è il miracolo che ha illuminato la vita di mamma e papà, la figlia amata e desiderata più di ogni altra cosa al mondo.

Marina sa di essere importante per sua famiglia ed è riconoscente ai genitori per tutto l’amore che le hanno donato in quei trenta bellissimi anni.

I suoi bisogni sono sempre stati ascoltati, capiti e soddisfatti; le passioni assecondate; le amicizie accolte.

E quando si è trattato di mettere dei paletti alle sue richieste è stato fatto con dolcezza, per il suo bene o per l’impossibilità materiale di accontentarla.

Insomma, Marina ha vissuto nella famiglia che ogni figlio vorrebbe avere!

E, anche se non ci sono stati dei fratelli, gli amici hanno sempre avuto uno spazio importante, compensando la solitudine e il bisogno di condivisione.

Apparentemente nulla motiva quel panico che la paralizza impedendole di uscire di casa per svolgere il lavoro che ama e che ha scelto con tanta passione: il medico.

Marina si interroga… ma non si spiega cosa non stia funzionando nella sua vita.

E dopo aver consultato decine di colleghi decide finalmente di chiedere aiuto ad un professionista.

Nel corso dei colloqui l’amore prenderà forma e infine svelerà a Marina il conflitto indicibile tra il bisogno di accompagnare i genitori nella vecchiaia e il desiderio di trasferirsi all’estero per proseguire i suoi studi e le sue ricerche.

Difficile ricambiare le cure che ha ricevuto senza tradire il suo impegno per risolvere i problemi che ammalano l’umanità!

Marina vuole bene al mondo e ama i suoi genitori… ma… per superare quei fastidiosi attacchi di panico dovrà fare spazio anche alla sua creatività e all’autonomia che la caratterizza.

Carla Sale Musio

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Mar 31 2019

A PROPOSITO DELLA DEPRESSIONE…

Si chiama depressione la reazione dell’organismo e della psiche davanti a un evento doloroso.

La depressione è un fenomeno naturale che segnala la presenza di una problematica vissuta come inevitabile, opprimente e penosa.

E rappresenta un tentativo sano di de-pressare il carico emotivo per ritrovare un significato più profondo in ciò che sta accadendo.

Infatti, quando un avvenimento angosciante mette a dura prova il mondo interiore tutti i valori considerati importanti perdono di interesse e l’organismo attraversa una crisi necessaria a metabolizzare l’esperienza fino a ritrovare il piacere di stare al mondo.

Durante quei momenti (fisiologici e indispensabili alla sopravvivenza) tutte le priorità si modificano e le cose che solitamente ci appassionavano perdono il loro sapore per lasciare spazio a un silenzio da cui emergeranno altri percorsi di vita e altre verità.

L’uscita dalla depressione segna l’inizio di un diverso modo di leggere il mondo e porta con sé interessi più intimi e più autentici.

Nel nostro frenetico stile di vita, però, non c’è spazio per l’interiorità e tutto ciò che è legato ai sentimenti è snobbato, deriso o patologicizzato.

Come se si trattasse di una deformità o di una malattia.

Abbiamo tante pastigliette colorate capaci di fare la fortuna delle case farmaceutiche e di cancellare in un batter d’occhi i fastidiosi sintomi del cambiamento interiore.

Per stare al passo con la società bisogna comprare e produrre: l’economia non ha bisogno di intimità ma di consumatori e di lavoratori!

Per questo la depressione è stata demonizzata al punto che per nasconderla si può arrivare anche a mentire.

“Non sono depresso è l’influenza che mi butta giù!”

“Sto benissimo, grazie, sono solo stroppo stanco per fare le cose.”

“Non ho più voglia di niente, dev’essere questo freddo!”

Le ragioni sono tante, il motivo è uno solo: non mostrarsi deboli, fragili, insicuri o apatici.

Negli anni duemila è indispensabile essere sempre attivi.

Cioè: energici, produttivi, pieni di cose da fare e proiettati verso il raggiungimento dei tanti desideri (spesso insoddisfabili) proposti dal mercato.

L’assenza di aspirazioni fa paura.

Eppure…

Il silenzio interiore è un presupposto indispensabile per trovare la propria autenticità.

La depressione è una manifestazione sana della psiche, una risposta a volte necessaria per superare il dolore emotivo.

Ciò che, invece, è malsano è la paura che l’accompagna, perché è la conseguenza di uno stile di vita avulso dai ritmi naturali e perciò disumano.

In natura gli animali non conoscono la depressione.

Accolgono la sofferenza che deriva dalle esperienze penose.

Sanno che davanti a una disgrazia ritirarsi in se stessi è spesso l’unica risposta adeguata e funzionale alla vita.

Gli esseri umani, invece, pretendono di sentirsi sempre effervescenti e dimenticano che il silenzio è un rimedio necessario per realizzare un’esistenza migliore.

Il dolore indica la strada del cambiamento e spinge alla ricerca della verità.

Non perché nella vita sia indispensabile procurarsi qualche tormento ma perché segnala il bisogno di esplorare aspetti nuovi di sé.

Carla Sale Musio

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SOFFERENZA PSICOLOGICA E ATTIVITÀ FISICA

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Feb 28 2019

SOFFERENZA PSICOLOGICA E ATTIVITÀ FISICA

Ci sono pensieri che girano per la testa ininterrottamente, dolori che non si vedono e possono rendere la vita un inferno.

Sono vortici che non si fermano mai, nemmeno durante il sonno.

Per calmare quella logorante ruminazione interiore esiste una soluzione semplice ma, purtroppo, poco divulgata.

Quando la mente è sofferente un antidoto efficace (forse l’unico) è l’attività fisica.

Niente riesce a spegnere la mente meglio di uno sforzo aerobico che coinvolga tutto il corpo.

Correre, nuotare, ballare, saltare… sono medicine naturali a costo zero.

Eppure… proprio in quei momenti l’idea di muoversi appare insopportabile.

È come se il cervello tenesse in scacco tutto l’organismo e più i pensieri ci torturano più diventiamo letargici e passivi.

Scivolare nelle sabbie mobili dell’inerzia fisica è il preludio della depressione e mette in moto un circolo vizioso fatto di apatia, di riflessioni insopportabili e di dolori psichici che presto diventano fisici.

Sì, perché non è possibile separare la mente dal corpo e quando qualcosa non funziona a esserne coinvolta è la totalità di noi stessi.

Spesso è proprio l’immobilità a provocare un’accelerazione mentale trasformando l’ideazione in fissazioni e sofferenza.

Conduciamo uno stile di vita che ci costringe a stare fermi per troppo tempo (al computer, alla scrivania, dietro un banco, in fabbrica…) eseguendo gli stessi gesti per parecchie ore tutti i giorni.

E questo crea degli atteggiamenti posturali innaturali.

La tensione necessaria a sopportare ritmi troppo stressanti si somatizza creando delle rigidità fisiche dentro le quali si depositano i cattivi pensieri.

La mente e il corpo, infatti, sono un unico tutto inscindibile e le posizioni che assumiamo più a lungo determinano ciò che viviamo e sentiamo profondamente.

La sofferenza psicologica si accumula nelle membra… e lì rimane!

Fino a quando non sciogliamo i nodi distendendo l’intero organismo.

Tuttavia, non sempre il rilassamento è fatto di immobilismo.

Più spesso è la conseguenza di un’attività capace di movimentare la muscolatura.

Infatti, quando i muscoli si attivano le contratture si aprono lasciando fluire l’energia.

E solo se l’energia fluisce liberamente il riposo diventa possibile.

Quando costringiamo il corpo all’immobilità paralizziamo la corrente vitale provocando un ristagno delle idee e della sofferenza.

Lo sport è un toccasana per la psiche, un elisir di lunga vita che andrebbe praticato e incrementato a mano a mano che l’età avanza.

Ma nella nostra società malata esistono tante prigioni invisibili chiamate: lavoro, denaro, conformismo, omologazione, farmaci…

Sono camicie di forza che imbrigliano i pensieri dentro stili di vita innaturali e si ripercuotono sul fisico provocando degenerazione e malattia (e facendo la fortuna delle case farmaceutiche).

Esistono attività, giochi, passatempi e discipline sportive che non costano nulla, fonti di benessere e di libertà alla portata di tutti.

Per vincere le paure, la depressione, gli attacchi di panico… è indispensabile fare del movimento fisico una medicina.

E prenderla tutti i giorni.

(Anche più volte al giorno.)

Solo così la girandola dei pensieri può ritrovare il giusto equilibrio e il lavoro interiore raggiunge un adeguato compimento.

Psicoterapia e sport dovrebbero sempre camminare insieme.

In un mondo emotivamente sano nessuno dovrebbe soffrire di problemi mentali.

Gli animali (che non vivono con l’uomo) lo sanno e trascorrono la propria vita alternando riposo e movimento in modo sano e naturale.

Gli esseri umani, invece, hanno costruito una civiltà che li obbliga a vendersi per uno stipendio e, in nome del progresso e dell’intelligenza, costringono se stessi dentro un immobilismo che li allontana dall’umanità.

Carla Sale Musio

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IL MIO PSICOLOGO È PIÙ BRAVO DI TUTTI!

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Gen 16 2019

IL MIO PSICOLOGO È IL PIÙ BRAVO DI TUTTI!

 “Il mio psicologo è più bravo del tuo!”

“Ma cosa dici?! Il mio psicologo è bravissimo!”

Oggi ammettere di aver bisogno di un aiuto psicologico per fortuna non è più un tabù e questo ci porta a parlare con gli amici (senza alcuna vergogna) del nostro percorso interiore.

Così spesso ci ritroviamo a confrontare i risultati gli uni con gli altri, pronti a scegliere lo specialista più capace: il più veloce, il più competente, il più aggiornato… il migliore!

Ma è davvero così?

Esiste un terapeuta più bravo degli altri?

Ci sono psicoterapie che durano anni e psicoterapie che durano soltanto pochi incontri: la differenza sta nella profondità e nel risultato che si vuole raggiungere.

La crescita personale non ha mai fine.

Questo però non vuol dire che una terapia debba durare in eterno.

Il percorso interiore è fatto soprattutto di autonomia.

E un terapeuta è efficace quando aiuta le persone a camminare con le proprie gambe.

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MA QUANDO ARRIVA IL MOMENTO

DI CAMBIARE TERAPEUTA?

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Scegliere un terapeuta diverso da quello di sempre è un passo delicato e va inquadrato nel modo giusto.

Non parlo di quelle situazioni in cui il lavoro psicologico non funziona (e la necessità di rivolgersi a un altro professionista è la conseguenza inevitabile di un bisogno che non trova adeguata soddisfazione).

Mi riferisco ai momenti di crescita in cui è necessario sperimentare una nuova relazione terapeutica.

È importante tenere a mente un aspetto fondamentale nella scelta del terapeuta ideale, ovvero che l’obbiettivo di ogni psicoterapeuta non è fidelizzare le persone che gli chiedono aiuto ma renderle capaci di esprimere la propria unicità.

Come ho detto tante volte, la relazione terapeutica è un rapporto affettivo intimo e profondo all’interno del quale prende forma un ascolto in grado di evolvere le parti immature della psiche e realizzare una piena espressione dei talenti individuali.

Per questo motivo è assolutamente necessario trovare il giusto terapeuta ed è proprio all’interno di questo contesto che l’indipendenza gioca un ruolo importantissimo.

Sia per il paziente sia per lo specialista.

Decidere insieme di sospendere i colloqui per interpellare un diverso psicoterapeuta mette in luce due risultati fondamentali:

  1. il paziente è artefice del proprio sviluppo interiore mentre la psicoterapia è soltanto uno strumento a disposizione nei momenti di difficoltà;

  2. lo psicologo può permettersi di verificare l’autonomia e l’evoluzione di chi gli ha chiesto aiuto.

Sia per il paziente sia per lo specialista è quindi indispensabile gestire le sospensioni che costellano la crescita personale, tenendo sempre presente che stabilire di comune accordo di interpellare un diverso professionista rappresenta un momento ricco di doni preziosi.

Infatti, il paziente si racconterà all’ultimo psicologo anche alla luce delle acquisizioni raggiunte durante il percorso precedente.

E questa più ampia visione permetterà al nuovo specialista di scorgere ulteriori risorse e possibilità.

“Quindi non c’è un terapeuta migliore di un altro?”

Forse no… ma di sicuro ci sono tanti professionisti che hanno sviluppato prospettive diverse e talenti diversi, accomunati dall’obbiettivo di far stare bene le persone.

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LA COOPERAZIONE È IL FONDAMENTO

DI UN MONDO MIGLIORE

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Unire le capacità per lasciare emergere le potenzialità di ciascuno è una conquista che poggia sulla fiducia e sulla stima tra quanti condividono la ricerca del benessere e della salute.

Ecco perché interpellare terapeuti diversi in momenti diversi aiuta i pazienti a superare la visione infantile del Guru e del Genitore Onnipotente per aprirsi a una collaborazione dove ognuno mette a disposizione le proprie competenze in vista di una più grande armonia.

Inoltre, condividere i pazienti con altri colleghi, permette agli psicologi di coltivare una rete cooperativa in grado di svolgere un lavoro interiore efficace e profondo lasciando a ogni persona la gestione della propria salute.

“Ma allora… se il tuo terapeuta è più bravo del mio oppure se il mio è più bravo del tuo… ce li possiamo scambiare?!”

La risposta è sì.

E a conti fatti questo può essere un vantaggio per tutti.

Perché la crescita non finisce mai e seguire percorsi diversi arricchisce la vita di possibilità.

E perché non esistono terapeuti perfetti ma solo persone disposte a mettersi in gioco per scoprire la propria molteplicità interiore e professionisti desiderosi di fare bene il proprio lavoro con i propri strumenti.

In questa chiave scegliere insieme di cambiare terapeuta permette al terapeuta e al paziente di aprirsi a una condivisione in grado di riconoscere i limiti e i punti di forza.

In se stessi e negli altri.

Carla Sale Musio

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