Tag Archive 'psicoterapia'

Nov 22 2019

IL CORPO, LA MENTE, LE EMOZIONI… LA DIVERSITÀ in psicoterapia

Ogni creatura è speciale, unica, originale e diversa da tutte le altre.

Senza questo presupposto di base non è possibile fare lo psicoterapeuta.

Per aiutare DAVVERO le persone a cambiare è necessario evitare le etichette e aprire il cuore all’accoglienza di qualcuno di cui non sappiamo NIENTE.

Ma proprio NIENTE.

Aggrapparsi alle patologie, alla diagnostica psichiatrica e alle tante classificazioni dei tipi psicologici significa indossare un salvagente che, certamente, aiuta a stare a galla nel mare della molteplicità individuale ma impedisce di scoprire l’autenticità dell’altro.

Fare lo psicoterapeuta vuol dire tuffarsi senza galleggianti e lasciarsi trasportare dalle correnti emotive cercando di non annegare nelle maree del coinvolgimento, nel bisogno di controllo e nelle proprie paure.

Significa lavorare costantemente su di sé in un cammino di crescita personale (svolto con un collega altrettanto disposto a mettersi in gioco) analogo a quello di chi siede dall’altra parte della scrivania.

Solo così è possibile comprendere che tra lo specialista e il paziente non esistono differenze né cura, ma solamente la capacità di guardare la vita con occhi nuovi.

Essere disposti a imparare da chi chiede aiuto è un requisito indispensabile per svolgere con competenza la psicoterapia.

Con questo non intendo sottovalutare la necessità di una formazione approfondita e costante. 

Sostengo invece che a questa formazione (teorica e pratica, sempre in corso) vadano affiancate l’umiltà e la condivisione interiore capaci di generare un ascolto foriero di cambiamenti.

Nel terapeuta e nei pazienti.

Un bravo psicologo cambia e cresce insieme alle persone che segue, accogliendone le problematiche come se fossero le proprie e ricercandone le radici (anche) in se stesso.

La diversità è una ricchezza che fa bella la vita e si esprime nel corpo, nella mente e nelle emozioni.

Ognuno possiede un suo modo peculiare di leggere la realtà.

Ognuno possiede la propria REALTÀ.

Unica e diversa da quella di chiunque.

È così che è fatta la psiche.

Esiste senza regole in uno spazio intimo e individuale dove occorre entrare in punta di piedi, con rispetto, attenzione e stupore.

Lo stesso stupore che hanno i bambini quando esplorano il mondo per la prima volta.

La capacità di sorprendersi, quel non sapere cosa dire o cosa fare, la sensazione di inadeguatezza che si presenta anche davanti al milionesimo paziente… quella inesperienza… è il presupposto di un lavoro ben fatto, l’ingrediente che permette di guardare ogni cosa con occhi nuovi, di non avere pregiudizi e imparare insieme all’altro a trasformare le difficoltà in risorse.

Prende forma così la resilienza in psicoterapia e permette di evolvere il dolore fino a farlo diventare un punto di forza.

Nessuno nasce cattivo, brutto, patologico o sbagliato.

La sofferenza psicologica è frutto di esperienze terribili e coinvolgenti che nascondono le potenzialità necessarie alla crescita.

Per rivelare i tesori sepolti nel mondo intimo bisogna scendere insieme all’inferno.

E risalire piano la china del cambiamento fino a scoprire il diamante che illumina la vita di immensità.

Questo rende il nostro mestiere difficilissimo e bellissimo.

Fare lo psicoterapeuta è un percorso infinito, qualcosa che si sente dentro come una vocazione, un modo di essere e lavorare insieme alle proprie ingenuità, senza raggiungere mai la sicurezza che deriva dalle certezze, consapevoli che tutto (ma proprio tutto!) può sempre rivelare possibilità nuove e inaspettate.

Carla Sale Musio

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Nov 10 2019

PSICOTERAPIA E CAMBIAMENTO: attivare le risorse sane


Perché una psicoterapia sia efficace occorre attivare un cambiamento nella prospettiva da cui guarda la vita chi chiede aiuto.

Il nostro modo di leggere gli eventi condiziona la percezione della realtà e determina le scelte che compiamo, facendoci sentire male o bene a prescindere da un esame obiettivo.

L’oggettività è spesso un’astrazione degli scienziati, qualcosa che esiste (forse) nei laboratori sperimentali ma non corrisponde alle vicissitudini che attraversiamo quotidianamente.

La vita è un continuo intrecciarsi di avvenimenti concreti ed emotività… e dipende in gran parte dalla sensibilità individuale.

Ecco perché di solito la richiesta di aiuto in psicoterapia corrisponde a una difficoltà nella lettura degli eventi.

Difficoltà che porta a sentirsi vittime di norme indiscutibili e interiorizzate nel passato, adatte a far fronte alle problematiche incontrate durante l’infanzia e poco adeguate ai cambiamenti avvenuti con la crescita.

In questo modo una visione del mondo limitante imprigiona le risorse sane della psiche dentro una camicia di forza di critiche interiori avulse dalla realtà.

La sofferenza psicologica è fatta di prigioni invisibili da cui è quasi impossibile uscire senza il sostegno di un testimone partecipe, capace di scendere negli inferi della memoria fino a scoprire i tesori sepolti sotto la rimozione e il dolore.

Non ritrovarsi soli a scandagliare il proprio passato è indispensabile per sviluppare il coraggio di cambiare.

La specie umana possiede una natura sociale imprescindibile e ha bisogno di partecipazione emotiva, condivisione e solidarietà per far emergere le proprie risorse creative.

Questo spiega bene perché tante volte è necessario l’appoggio di un terapeuta (competente e dotato di grande empatia) per superare le proprie difficoltà interiori.

La condivisione della vergogna e del dolore rende questi vissuti più accettabili e innesca un processo di trasformazione capace di rivelare possibilità nuove.

Durante il percorso di crescita personale che caratterizza ogni psicoterapia di successo, il cambiamento nasce dal rivivere le esperienze dolorose insieme a un testimone partecipe e attento, ma anche capace di cogliere i nessi che legano le risorse del presente agli avvenimenti del passato fino ad aprire nuove porte espressive e comportamentali.

Si tratta di opportunità che in genere appartengono al bagaglio attitudinale del paziente ma non trovano spazio negli atteggiamenti del presente perché intrappolate dietro alla sofferenza.

Attivare le risorse sane significa calarsi nella realtà psichica di un’altra persona e provare la sua stessa paura, la sua stessa angoscia, la sua stessa vergogna.

Ma anche saper guardare oltre la sofferenza e scorgere la resilienza coperta dal dolore.

Da quella resilienza prende forma una comprensione nuova di se stessi e della vita.

Ma soprattutto si sviluppa l’entusiasmo necessario al compimento della propria intima verità.

Carla Sale Musio

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Ott 10 2019

PAURA DELLA MORTE E PSICOTERAPIA

La paura della morte è la più grande di tutte le paure.

Il mostro che occhieggia dietro ogni difficoltà psicologica, ogni attacco di panico, ogni fobia, ogni depressione…

La paura della morte non è la paura di morire.

Morire (a volte) può apparire una liberazione, la soluzione magica capace di mettere fine a tutti i problemi.

La paura della morte è la paura dell’ignoto, della trasformazione che inghiotte le certezze e cambia i parametri della vita.

Questa paura inconfessabile si nasconde dietro a tante difficoltà emotive ed è saldamente intrecciata alla paura di vivere.

Infatti: la paura della morte annichilisce la vita.

Vivere significa perdere le proprie sicurezze, avventurarsi in una dimensione della realtà ancora sconosciuta.

E affidarsi a qualcosa di più grande.

Qualcosa che rivela aspetti nuovi e ci costringe a cambiare.

Qualcosa che va oltre la ragione, la prevedibilità e l’abitudine.

Sfuggire il confronto con questa imprevedibilità significa spegnersi, smarrire il senso della propria esistenza.

Eppure…

Quasi sempre finiamo per chiamare vita la sicurezza che deriva delle abitudini, dimenticando il valore della trasformazione. 

Affrontare l’ignoto ci terrorizza.

Evitiamo di pensarci, sforzandoci di credere che non ci sarà mai una fine e tutto potrà continuare immutabile nel tempo.

Tuttavia, dal primo giorno di vita cominciano i cambiamenti: cambiamo fisicamente, interiormente, socialmente, professionalmente, emotivamente…

L’esistenza si dispiega tra scelte e imprevisti, dipingendo nel tempo un disegno preciso e mostrandoci l’essenza del vivere, la nostra intima e personale verità.

La paura della morte è la paura di guardare in faccia la propria vita, accogliendo il significato di ogni cambiamento e aprendo il cuore alle profondità che scaturiscono dall’esperienza.

Ci spaventa l’idea di perdere il controllo, di non poter pianificare, anticipare, prevedere… niente.

Preferiamo convincere noi stessi che la morte sia la fine di tutto e oltre le sponde del nostro sapere collaudato non esista altro, coltivando la certezza che con la perdita del corpo ogni cosa sparisca inghiottita dal nulla. 

Ma proprio questa convinzione genera la paura, alimentando le radici di tante sofferenze psicologiche.

Viviamo in un mondo dove tutto è in evoluzione.

Siamo abituati a considerare naturali e inevitabili i cambiamenti.

Pretendere che la vita finisca di colpo, senza continuità e senza lasciare tracce, ci sgomenta facendoci sentire soli, angosciati e impotenti.

Qualcosa in fondo all’anima si ribella.

E rivendica il diritto all’immortalità.

La dimensione interiore non è concreta.

Esiste in uno spazio privo di confini e delle coordinate che caratterizzano la fisicità.

Si muove fuori dal tempo e dallo spazio.

La paura della morte è legata alla paura di affrontare l’imprendibilità del mondo affettivo.

Per questo ci sgomenta.

Quando trascorriamo la vita costruendo una fortezza intorno alla sensibilità, la concretezza ci travolge e la scoperta di una dimensione che non si può toccare ci trova inermi, incapaci di abbandonare quella materialità tanto idolatrata da essere diventata l’unica verità possibile.

Affrontare la paura della morte è un passaggio inevitabile durante la psicoterapia.

E per poterlo attraversare è indispensabile che il terapeuta abbia affrontato a sua volta la stessa tematica.

Per accogliere questi argomenti, infatti, è indispensabile lasciare emergere le proprie angosce in modo da riconoscerle e potersi aprire ai vissuti dei pazienti senza che queste interferiscano.

Un terapeuta timoroso di affrontare in se stesso quella stessa paura non può essere d’aiuto.

Il rischio è che si finisca per insabbiare i discorsi, lasciando ai pazienti la convinzione che non sia possibile accogliere un’angoscia tanto profonda.

La paura della morte è una paura che non può trovare soluzioni definitive, ma evolve verso un’accettazione sempre maggiore dell’incapacità a risolvere (con la logica) gli enigmi interiori.

Dall’accoglienza di una dimensione più grande della ragione e dall’accettazione dei propri limiti prende forma l’umiltà necessaria a sostenere la totalità del vivere e del morire, e la possibilità di aiutare se stessi e gli altri nell’evoluzione interiore.

Come un potente maestro zen, la paura della morte ci insegna a esistere con rispetto: forti della nostra debolezza, attenti ai valori della trasformazione, fiduciosi che la vita non tradisce se stessa e l’unico nemico di cui aver timore è soltanto la presunzione che alberga nei nostri cuori.

Carla Sale Musio

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Set 19 2019

PSICOTERAPIA E SPIRITUALITÀ

Perché una psicoterapia sia efficace è indispensabile far emergere la spiritualità individuale e aprirsi a quella unicità personale che la caratterizza.

La spiritualità infatti è diversa per ciascuno di noi.

Da sempre, le religioni e la scienza hanno tentato di monopolizzare il mistero che permea l’esistenza.

Le prime acquisendone il monopolio, quasi fossero le uniche depositarie della saggezza ultraterrena.

La seconda nascondendone l’enigma dietro alla pretesa di una totale concretezza.

Ma, non trovando risposte soddisfacenti né da una parte né dall’altra, la nostra mente spesso preferisce abbandonare il problema per concentrarsi su argomenti meno scivolosi.

Eppure…

Nascosta tra le pieghe della vita la spiritualità fa capolino nella psiche molto più spesso di quanto non si creda, determinando il benessere o il malessere con cui affrontiamo gli eventi.

Quando parlo di spiritualità mi riferisco a un sentimento intimo e profondo che dà senso e valore all’esistenza e riguarda contenuti diversi per ciascuno, intuizioni, pensieri e stati d’animo legati a un sentire interiore.

Ognuno possiede la sua spiritualità.

Segreta, esclusiva e personale.

Qualcosa di cui è difficile parlare perché il linguaggio non contiene termini adatti a definire l’imprendibilità dell’esistenza.

Tuttavia, nonostante la concretezza che caratterizza la nostra cultura, un percorso di crescita personale non può prescindere dal riconoscimento di questi temi.

Infatti dal loro ascolto dipende la salute mentale e la possibilità di vivere una vita soddisfacente.

La risposta alle domande:

“Perché viviamo?”

“Perché si muore?”

si annida dietro ogni nostra scelta, spingendoci in direzioni diverse a seconda dei significati che diamo alle cose e dei valori in cui crediamo.

Affrontare la spiritualità individuale durante la psicoterapia vuol dire aprirsi alla parte più intima e più vera di ogni persona.

Per riuscirci è necessario un ascolto privo di giudizio e scevro da ideologie personali.

Il terapeuta, infatti, deve favorire la ricerca contenuti interiori senza suggerire la propria visione della vita e, soprattutto, senza fare opera di convincimento.

Occorrono: una grande apertura, un rispetto profondo e un ascolto empatico e attento alla verità di ciascuno.

Soltanto un atteggiamento di genuino stupore permette l’emergere dei contenti spirituali nella relazione terapeutica.

Sono valori così intimi che altrimenti rimangono nascosti e spesso incomprensibili anche alla persona stessa.

Esplorare questi vissuti consente di leggere il significato degli eventi in una prospettiva più ampia e di aprirsi al dono che ognuno è venuto a portare nel mondo, quella missione che dà forma e profondità all’esistenza.

Carla Sale Musio

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Gen 16 2019

IL MIO PSICOLOGO È IL PIÙ BRAVO DI TUTTI!

 “Il mio psicologo è più bravo del tuo!”

“Ma cosa dici?! Il mio psicologo è bravissimo!”

Oggi ammettere di aver bisogno di un aiuto psicologico per fortuna non è più un tabù e questo ci porta a parlare con gli amici (senza alcuna vergogna) del nostro percorso interiore.

Così spesso ci ritroviamo a confrontare i risultati gli uni con gli altri, pronti a scegliere lo specialista più capace: il più veloce, il più competente, il più aggiornato… il migliore!

Ma è davvero così?

Esiste un terapeuta più bravo degli altri?

Ci sono psicoterapie che durano anni e psicoterapie che durano soltanto pochi incontri: la differenza sta nella profondità e nel risultato che si vuole raggiungere.

La crescita personale non ha mai fine.

Questo però non vuol dire che una terapia debba durare in eterno.

Il percorso interiore è fatto soprattutto di autonomia.

E un terapeuta è efficace quando aiuta le persone a camminare con le proprie gambe.

.

MA QUANDO ARRIVA IL MOMENTO

DI CAMBIARE TERAPEUTA?

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Scegliere un terapeuta diverso da quello di sempre è un passo delicato e va inquadrato nel modo giusto.

Non parlo di quelle situazioni in cui il lavoro psicologico non funziona (e la necessità di rivolgersi a un altro professionista è la conseguenza inevitabile di un bisogno che non trova adeguata soddisfazione).

Mi riferisco ai momenti di crescita in cui è necessario sperimentare una nuova relazione terapeutica.

È importante tenere a mente un aspetto fondamentale nella scelta del terapeuta ideale, ovvero che l’obbiettivo di ogni psicoterapeuta non è fidelizzare le persone che gli chiedono aiuto ma renderle capaci di esprimere la propria unicità.

Come ho detto tante volte, la relazione terapeutica è un rapporto affettivo intimo e profondo all’interno del quale prende forma un ascolto in grado di evolvere le parti immature della psiche e realizzare una piena espressione dei talenti individuali.

Per questo motivo è assolutamente necessario trovare il giusto terapeuta ed è proprio all’interno di questo contesto che l’indipendenza gioca un ruolo importantissimo.

Sia per il paziente sia per lo specialista.

Decidere insieme di sospendere i colloqui per interpellare un diverso psicoterapeuta mette in luce due risultati fondamentali:

  1. il paziente è artefice del proprio sviluppo interiore mentre la psicoterapia è soltanto uno strumento a disposizione nei momenti di difficoltà;

  2. lo psicologo può permettersi di verificare l’autonomia e l’evoluzione di chi gli ha chiesto aiuto.

Sia per il paziente sia per lo specialista è quindi indispensabile gestire le sospensioni che costellano la crescita personale, tenendo sempre presente che stabilire di comune accordo di interpellare un diverso professionista rappresenta un momento ricco di doni preziosi.

Infatti, il paziente si racconterà all’ultimo psicologo anche alla luce delle acquisizioni raggiunte durante il percorso precedente.

E questa più ampia visione permetterà al nuovo specialista di scorgere ulteriori risorse e possibilità.

“Quindi non c’è un terapeuta migliore di un altro?”

Forse no… ma di sicuro ci sono tanti professionisti che hanno sviluppato prospettive diverse e talenti diversi, accomunati dall’obbiettivo di far stare bene le persone.

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LA COOPERAZIONE È IL FONDAMENTO

DI UN MONDO MIGLIORE

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Unire le capacità per lasciare emergere le potenzialità di ciascuno è una conquista che poggia sulla fiducia e sulla stima tra quanti condividono la ricerca del benessere e della salute.

Ecco perché interpellare terapeuti diversi in momenti diversi aiuta i pazienti a superare la visione infantile del Guru e del Genitore Onnipotente per aprirsi a una collaborazione dove ognuno mette a disposizione le proprie competenze in vista di una più grande armonia.

Inoltre, condividere i pazienti con altri colleghi, permette agli psicologi di coltivare una rete cooperativa in grado di svolgere un lavoro interiore efficace e profondo lasciando a ogni persona la gestione della propria salute.

“Ma allora… se il tuo terapeuta è più bravo del mio oppure se il mio è più bravo del tuo… ce li possiamo scambiare?!”

La risposta è sì.

E a conti fatti questo può essere un vantaggio per tutti.

Perché la crescita non finisce mai e seguire percorsi diversi arricchisce la vita di possibilità.

E perché non esistono terapeuti perfetti ma solo persone disposte a mettersi in gioco per scoprire la propria molteplicità interiore e professionisti desiderosi di fare bene il proprio lavoro con i propri strumenti.

In questa chiave scegliere insieme di cambiare terapeuta permette al terapeuta e al paziente di aprirsi a una condivisione in grado di riconoscere i limiti e i punti di forza.

In se stessi e negli altri.

Carla Sale Musio

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UN TEMPO PER SE STESSI E PER CONOSCERSI: il ruolo del paziente nella psicoterapia

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Dic 08 2018

UN TEMPO PER SE STESSI E PER CONOSCERSI: il ruolo del paziente nella psicoterapia

Il paziente ha un ruolo fondamentale nella psicoterapia: quello di cambiare la prospettiva da cui guarda il mondo, fino a considerare la propria vita con soddisfazione e con amore.

Ogni richiesta di aiuto segnala la difficoltà a convertire il dolore in resilienza.

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Ma cos’è la resilienza?

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La parola resilienza indica la capacità di assorbire gli urti senza frantumarsi e in genere si riferisce ai materiali.

In psicologia segnala l’attitudine a superare un evento traumatico trasformando la sofferenza in un punto di forza.

Questa alchimia interiore svela i valori delle esperienze, aiutandoci a comprendere il significato nascosto dietro alle cose.

La spiritualità, quel sentire profondo che ispira i momenti importanti della vita, sottende sempre il lavoro interiore e permea il percorso di cambiamento.

Travolti dai ritmi frenetici della quotidianità, spesso perdiamo di vista il disegno che impronta il nostro destino, finendo per spaccare la realtà in fazioni contrapposte di bene e male, buono o cattivo, giusto o sbagliato.

Ma schierarsi dalla parte migliore non permette di comprendere la totalità che appartiene alla vita.

Per sentirsi bene è indispensabile riconoscere il mistero nascosto dietro gli eventi e coltivare la fiducia nei poteri dell’esistenza.

Non è un compito facile, spesso le cose ci mostrano realtà così crudeli che sembra impensabile possano contenere qualcosa di buono.

Eppure…

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Esiste un dono nascosto dentro ogni realtà

.

A volte per scoprirlo bisogna attraversare il dolore, affrontare la paura, sperimentare la rabbia e lasciare che la ragione si perda.

In quei momenti sembra che niente possa essere salvato.

Tuttavia, chi ha sperimentato eventi terribili racconta di essere riemerso dalla sofferenza con una saggezza nuova, qualcosa che può nascere soltanto quando tutto sembra perduto.

Non voglio inneggiare alla tragedia.

Ma so per esperienza che il loto cresce nel fango.

E spesso le vicende più terribili si rivelano salvifiche.

È questo il significato psicologico della resilienza.

La capacità di trovare un valore nuovo trasforma il dolore in saggezza e regala una comprensione intima e profonda della realtà.

Emerge la verità individuale.

Quella che caratterizza l’unicità di ciascuno.

Il dono che siamo venuti a portare nel mondo.

La psicoterapia ha la funzione di aiutare le persone a immergersi nel proprio vissuto intimo, fino a scoprire le luci che indicano la strada della realizzazione.

È un tempo per se stessi, necessario a conoscere anche ciò che non ci piace, le parti dolci e le parti amare della nostra personalità.

Il ruolo del terapeuta è quello di camminare affianco al paziente.

Perché le strade più impervie diventano meno aspre quando le si percorre in due.

Il ruolo del paziente è quello di rivelare la propria emotività, accogliendo le verità che stanno dietro alla vita e lasciando che nuovi equilibri illuminino il buio.

Ci vuole molto coraggio, molto amore, molta fiducia e molta determinazione.

Solo chi ha saputo varcare le soglie di un nuovo universo interiore può planare leggero nell’infinito e regalare a se stesso e al mondo la profondità della propria vita.

Carla Sale Musio

leggi anche:

… ma chi è e cosa fa uno PSICOTERAPEUTA?!

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Nov 13 2018

… ma chi è e cosa fa uno PSICOTERAPEUTA?!

Lo psicoterapeuta è un professionista che ha scelto di sostenere le persone lungo un percorso di cambiamento e di realizzazione.

Chi decide di svolgere questo mestiere coltiva la convinzione che la vita meriti di essere vissuta e si impegna a trasformare il malessere interiore fino a renderlo un prezioso alleato.

Mi piace pensare che la psicoterapia sia l’unica competizione in cui si vince insieme o si perde insieme.

A essere sfidata, infatti, è la sofferenza.

E la vittoria si ottiene trasformandola in un’occasione di crescita e di potere personale.

Come sostiene Bert Hellinger:

“Tutti i terapeuti hanno imparato il mestiere da bambini, nel tentativo impossibile di curare uno o entrambi i genitori”.

La propensione a occuparsi del dolore psichico, infatti, è una vocazione che si manifesta molto presto, una spinta interiore insopprimibile legata alla certezza intima e profonda che l’esistenza sia un’esperienza interessante e piena di valore.

Quando la sofferenza psicologica ammala uno o entrambi i genitori, i piccoli futuri psicoterapeuti rivelano una determinazione e una fiducia incrollabile nel proprio potere maieutico di guarigione e si impegnano in una battaglia senza esclusione di colpi per curare il dolore delle persone che amano.

Questo allenamento precoce è destinato a fallire.

Infatti, nessun figlio potrà mai risolvere l’angoscia di chi lo ha messo al mondo.

Tuttavia, proprio questa prima esperienza diventa la palestra in cui cimentare la propria volontà di debellare il malessere interiore.

L’umiltà che deriva dall’inevitabile sconfitta di quelle prime ambizioni salvifiche è l’ingrediente fondamentale per diventare uno psicoterapeuta efficace.

Solo arrendendosi alla propria inadeguatezza, infatti, si diviene capaci di ascoltare con rispetto e accoglienza le esperienze di un altro essere vivente e si impara a riconoscere le possibilità latenti, fino a trasformare il dolore in una risorsa di cambiamento.

L’abilità a condividere la sofferenza psicologica di chi abbiamo intorno si struttura da bambini e trova la sua espressione nell’impulso irresistibile ad ascoltare le storie degli altri.

I giovani futuri psicoterapeuti sono quelli a cui tutti finiscono per confidare i propri drammi, quelli a cui anche gli sconosciuti chiedono consiglio, quelli che diventano subito i migliori amici di un sacco di gente.

Ma anche quelli che sanno ascoltare ma non sanno chiedere, quelli che spesso si sentono invisibili perché gli altri parlano ma a nessuno viene in mente di domandare “Tu come stai?”, quelli che sentono il bisogno di isolarsi perché a furia di immedesimarsi nelle vicende altrui finiscono per perdere di vista se stessi.

Il tirocinio svolto durante l’infanzia, con il suo corollario di delusione e fragilità, costituisce la base di una futura professionalità: forte della capacità di mettersi in gioco sperimentandosi continuamente nei ruoli di paziente e di terapeuta.

In quell’humus germoglieranno in seguito le conoscenze teoriche, le esperienze professionali, le specializzazioni, i titoli e la competenza necessaria ad esercitare la psicoterapia.

Il primo oggetto di studio di ogni specialista della psiche è il proprio mondo intimo.

E tanto più a fondo scenderà nell’inconscio tanto più ampia e profonda diverrà la sua esperienza.

Naturalmente, la capacità di autoanalisi deve essere affiancata dall’attitudine a farsi da parte per lasciare a chi chiede aiuto lo spazio di rivelarsi.

Il ruolo del terapeuta è un ruolo cangiate, fatto di un interesse spontaneo per la vita delle persone, dell’abilità a cogliere le risorse inespresse e della sensibilità che deriva dall’ascolto costante di sé e degli altri.

Sigmund Freud paragonava se stesso a un archeologo in grado di recuperare i tesori di un tempo antico sepolti sotto le macerie del presente.

Tuttavia, se in passato il terapeuta era visto come una guida oggi l’accento è posto soprattutto sulla partecipazione attiva del paziente, che deve essere accompagnato nel proprio mondo interiore fino a riappropriarsi delle risorse perdute durante la crescita.

L’urgenza di diventare grandi e guadagnarsi un posto nel mondo, infatti, ci spinge a coltivare ciò che permette di ottenere approvazione, affetto e stima, tralasciando le capacità poco valorizzate da chi abbiamo intorno.

Una volta adulti, però, nuovi scenari si aprono al nostro orizzonte e percorrere a ritroso la strada della maturità consente l’emergere di nuove possibilità.

Tornare indietro significa spesso: incontrare i mostri del passato.

Non sempre è facile.

Di solito è doloroso.

Ma scendere in fondo al proprio inferno interiore in compagnia di un testimone attento e partecipe cambia gli equilibri intimi rivelando significati impensabili.

Il ruolo dello psicoterapeuta è quello di sostenere l’energia del paziente con la propria presenza, evidenziando insieme alle attitudini nascoste i nessi che legano tra loro le diverse esperienze.

È un mestiere e anche una missione di vita.

Chi lo esercita deve essere pronto a porgere aiuto e a scoprire la maestria che caratterizza ogni essere vivente.

Ogni persona porta in dono la bellezza della propria unicità.

Osservare lo scorrere delle emozioni è un’opportunità, un privilegio e un insegnamento.

Senza fine.

Carla Sale Musio

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LA RELAZIONE TERAPEUTICA

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Ott 12 2018

LA RELAZIONE TERAPEUTICA

Si chiama relazione terapeutica la comunione affettiva e professionale che coinvolge intimamente psicoterapeuta e paziente lungo un percorso di crescita personale.

Durante questo cammino, entrambi:

  • vivono un profondo coinvolgimento reciproco

  • si impegnano a perfezionare la conoscenza del mondo interiore

  • scoprono risorse nuove grazie al lavoro svolto insieme

La relazione terapeutica è un rapporto diverso da ogni altro e profondamente coinvolgente.

Tuttavia, è difficile raccontarlo perché tocca corde intime e soggettive.

La professionalità fa sì che in questa relazione i ruoli siano diversi:

  • lo psicoterapeuta sostiene la crescita del paziente utilizzando il colloquio e le domande

  • il paziente si apre all’ascolto di sé impegnandosi ad accogliere ciò che nel suo mondo interno ancora non conosce o non gli piace

In questa disparità di compiti sono contenuti i semi del cambiamento.

Per entrambi.

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Ma quali sono le caratteristiche di questa relazione?

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A differenza di altri rapporti affettivi la relazione terapeutica prevede una conclusione.

Ed è proprio questo punto di arrivo a sostenere l’impegno dei partecipanti.

Quando il lavoro è svolto con successo, infatti, paziente e psicoterapeuta sentono il bisogno di separarsi per verificare in autonomia le conquiste realizzate.

Tuttavia, come ogni altro rapporto profondo e significativo anche la relazione terapeutica lascia un segno importante nell’anima ed entrambi serberanno nel cuore il ricordo l’uno dell’altro.

Oltre alla disparità dei ruoli e alla sua indispensabile conclusione, perché una relazione possa definirsi terapeutica deve essere frutto di un percorso interiore svolto con impegno e maestria.

I punti salienti di questo lavoro possono riassumersi in tre passaggi fondamentali:

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  1. ASCOLTO partecipe e attento della vita emotiva e della sensibilità individuale

  2. SCOPERTA di nuove possibilità espressive

  3. CAMBIAMENTO progressivo e duraturo

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Vediamoli nel dettaglio:

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ASCOLTO

L’ascolto del mondo interiore presuppone una grande capacità empatica e una forte determinazione.

Non sempre è facile riconoscere i vissuti personali, soprattutto quando sono giudicati sconvenienti, disonorevoli o sgradevoli.

Occorrono coraggio e onestà per accogliere gli aspetti rifiutati di sé.

Spesso il razzismo si annida in fondo all’anima, impedendo alle parti immature della psiche di evolvere e regalarci risorse preziose.

SCOPERTA

Calarsi con sincerità nelle profondità di se stessi significa mettere ordine nel proprio passato, e questo porta con sé un diverso modo di leggere gli avvenimenti.

Le nostre conclusioni, infatti, prendono forma durante l’infanzia, in una fase della vita in cui il cervello non possiede ancora le risorse necessarie per una valutazione adeguata della realtà.

Tuttavia, una volta tirate le somme difficilmente torniamo a esaminarle e su quelle prime basi costruiamo la nostra personalità e le nostre valutazioni.

Riprendere in mano le chiavi del mondo interiore significa ripercorrere le tappe della vita con la maturità conquistata nel corso degli anni.

Questo cammino scioglie i nodi che imprigionano i pensieri, liberando l’energia intrappolata e permettendo di cogliere nuove opportunità nelle cose di sempre.

CAMBIAMENTO

Il cambiamento è la conseguenza dell’ascolto e della scoperta di un modo di essere più ampio e variegato.

È un passaggio di crescita che avviene per gradi e porta con sé nuove prospettive.

Ogni trasformazione interiore scaturisce dal progressivo riappropriarsi dei propri talenti e spesso conduce alla scoperta della missione che siamo venuti a svolgere in questa vita.

In una prima fase la razionalità non permette di accogliere il tumulto emotivo.

Tuttavia, quando la fiducia e il coraggio trovano il giusto posto accanto alla ragione, il cuore apre le proprie memorie rivelando i sentimenti più intimi.

La realizzazione personale è frutto di un lavoro capace di integrare il passato e il presente in una nuova comprensione dell’esistenza.

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L’ascolto di sé, la scoperta delle proprie risorse ancora inutilizzate e il cambiamento che ne consegue sono le chiavi che permettono di accedere a un diverso modo di porsi davanti agli avvenimenti e costituiscono l’obiettivo perseguito dallo psicoterapeuta e dal paziente nel corso di una relazione professionale ed efficace.

La valutazione del cambiamento determina la necessità dell’autonomia e la fine del lavoro svolto insieme.

Infatti, come tutti i rapporti che fanno crescere anche la relazione terapeutica alimenta il bisogno di indipendenza.

Uno psicoterapeuta può definirsi tale solo quando aiuta i suoi pazienti a muoversi autonomamente nella vita.

Questo non significa che in seguito non ci si debba più incontrare.

Può succedere di avere la necessità di un confronto e di percorrere insieme un ulteriore tratto di strada.

Ogni volta, però, la fine della relazione farà parte degli obiettivi da raggiungere.

Nessun rapporto può essere terapeutico se non prevede l’indipendenza.

La relazione terapeutica è un percorso di crescita volto a far emergere la libertà di ciascuno.

Carla Sale Musio

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MA QUANTO DURA UNA PSICOTERAPIA?!

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Set 23 2018

MA QUANTO DURA UNA PSICOTERAPIA?!

Difficile rispondere a questa domanda.

Una psicoterapia può durare un’ora o anche… per sempre!

Dipende dagli obiettivi che si vogliono raggiungere e dalla velocità con cui ci si apre ai cambiamenti.

In linea generale, possiamo dire che il percorso di crescita è proporzionale alla sofferenza che abbiamo attraversato.

Più a lungo abbiamo vissuto nel dolore e maggiore sarà il tempo necessario a sciogliere i nodi psicologici.

Questo non vuol dire che se per vent’anni ho convissuto con l’angoscia saranno necessari altri vent’anni per ritrovare il benessere e la voglia di vivere.

Tuttavia, per superare la tristezza e fare emergere la salute e l’entusiasmo  è indispensabile curare le ferite del passato.

E per farlo è necessario del tempo.

La psiche si abitua alle situazioni e tende a riproporle automaticamente.

Per operare un cambiamento nel mondo interiore bisogna imparare ad accogliere la sofferenza, scoprendo i doni che il dolore ci ha offerto e attraversando la paura che ogni trasformazione porta con sé.

Anche quando si tratta di trasformazioni positive.

Per evitare sprechi di energia, infatti, un meccanismo inconscio di autoregolazione tende a riproporre sempre lo stesso equilibrio, ricreando le condizioni che ci sono familiari.

È questa la ragione per cui tante vincite milionarie finiscono in investimenti sbagliati o perdite improvvise.

I cambiamenti sono fonte di stress… anche quando ci regalano una migliore qualità della vita.

Per fare in modo che i progressi siano duraturi è indispensabile procedere per gradi, abituando il mondo interiore alle nuove condizioni di esistenza.

Le vacanze, i viaggi, le storie d’amore improvvise e coinvolgenti, proprio come le vincite milionarie… sono tutte fonti di stress, anche se auspicabili e positive.

E ci regalano il benessere solo quando abbiamo il tempo di abituarci a vivere con pienezza le emozioni che conosciamo poco.

Quando si intraprende una psicoterapia è importante considerare il bisogno di stabilità insieme all’esigenza di uscire dalle situazioni difficili, muovendosi con maestria e alternando i momenti di riflessione alle azioni di cambiamento, in modo da creare equilibri nuovi senza traumi e senza forzature.

Ognuno segue un proprio cammino fatto di esperienze e di ascolto di sé, di ricordi e di conquiste.

Ognuno decide autonomamente a quale profondità vuole spingersi nella conoscenza interiore.

C’è chi ha bisogno di mettere subito in pratica le acquisizioni e corre nella vita senza sentire il bisogno di approfondire le nuove scoperte.

E c’è chi invece si immerge sempre più profondamente nel mondo intimo, dando forma a realtà ogni volta diverse.

Non esiste un limite e nemmeno una regola.

L’espressione individuale è unica: non si può standardizzare né omologare.

È importante sottolineare, però, che lo psicoterapeuta è sempre e solo un accompagnatore capace di aiutare chi ha davanti a fare emergere le proprie risorse di cambiamento.

Uno specialista competente utilizza le domande e il colloquio per stimolare la riflessione lasciando che ognuno decida per sé.

Solo così è possibile aprirsi a possibilità nuove e ancora inesplorate.

Una psicoterapia efficace utilizza il tempo necessario a sciogliere le rigidità interiori per aiutarci a sviluppare la missione che siamo venuti a svolgere nel mondo.

Carla Sale Musio

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CHI PUÒ FARE UNA PSICOTERAPIA?

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Set 05 2018

CHI PUÒ FARE UNA PSICOTERAPIA?

La psicoterapia non è una cura di tipo medico ma un percorso di crescita personale volto a far emergere risorse nuove e a illuminare di significato gli eventi della vita.

Crediamo che la realtà esista a prescindere dalla nostra partecipazione.

Tuttavia, questa visione ignora il potere della psiche.

L’esistenza non è uno scorrere imprevedibile di avvenimenti casuali, è piuttosto la conseguenza del nostro modo di essere e di interpretare quello che succede.

Ogni cosa si muove in risonanza con ciò che profondamente sentiamo vero.

Ma è difficile comprendere questo concetto in un mondo che deride la sensibilità e fa spallucce davanti alle emozioni.

Siamo convinti che le cose importanti siano poste al di fuori di noi.

E sosteniamo una visione dell’esistenza funzionale all’economia e al bisogno di creare un popolo di consumatori omologati e ubbidienti (indispensabili per fare crescere i profitti delle multinazionali).

Eppure…

Nel mondo intimo di ciascuno si nascondono le leve che danno forma alla realtà.

Lavorare sulla propria interiorità significa comprendere che la vita è sempre la conseguenza del modo in cui trattiamo noi stessi.

Consciamente o inconsciamente.

Le paure, le ansie, l’arroganza, il dolore… modellano la comprensione degli eventi e, come tante calamite, attirano le situazioni corrispondenti ai movimenti emotivi.

Immergersi nei propri vissuti è indispensabile per realizzare una democrazia interiore capace di restituire dignità e valore a ogni aspetto della psiche.

Non tutti possono fare una psicoterapia.

La crescita emotiva presuppone: coraggio, autonomia, umiltà, rispetto, dedizione, pazienza, sincerità e libertà.

Valori poco comuni di questi tempi.

Uno smisurato egoismo insieme ad un eccessivo altruismo imperversano nella personalità, modellando il mondo delle ingiustizie del quale ci lamentiamo.

Per cambiare la società è necessario trasformare le prevaricazioni che alimentano la sofferenza interiore.

Fino a dare forma a una cultura basata sul rispetto di ogni vita.

La psicoterapia segue strade diverse dalla medicina, è un cammino di crescita personale in cui non trovano posto deresponsabilizzazione e pastigliette miracolose.

Ognuno deve assumersi il peso e il valore del proprio cambiamento.

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“Ma allora a che serve lo psicoterapeuta?!”

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Lo psicoterapeuta:

  • aiuta le persone a liberare nuove risorse e a rivelare la missione che sono venute a svolgere nel mondo

  • non è un guru e non è un saggio

  • è un professionista che affronta costantemente il proprio percorso di crescita, sedendosi spesso dall’altra parte della scrivania e chiedendo aiuto a un altro collega

La funzione di uno psicoterapeuta è quella di stimolare la riflessione e la conoscenza di sé.

I suoi strumenti sono: l’ascolto, il dialogo e le domande.

In un mondo basato sulla cooperazione piuttosto che sulla competizione, la condivisione e il sostegno reciproco dovrebbero costituire le basi della vita sociale, le psicopatologie non dovrebbero esistere e gli psicoterapeuti potrebbero fare un altro mestiere. 

Nel nostro mondo, invece, una pericolosa sordità emotiva crea innumerevoli malattie, occultando le chiavi del benessere e della realizzazione personale.

Lo psicoterapeuta è una persona che ha scelto di dedicare la propria vita a cambiare.

Non perché il mondo là fuori sia sbagliato ma perché ognuno ha il PROPRIO universo e per stare bene è necessario cavalcare il cambiamento di momento in momento, armonizzando le polarità dentro di sé.

Ogni psicoterapeuta è il primo paziente di se stesso (e le sue armi sono il rispetto, l’umiltà e la capacità di chiedere aiuto).

Gli studi, le competenze, i titoli e le ricerche sono soltanto il corollario dell’abilità di ascoltare (prima se stessi e poi gli altri).

Per fare una psicoterapia occorre avere il coraggio di incontrare i mostri interiori e imparare a gestire il benessere che deriva dalla realizzazione di una nuova visione della realtà.

Non tutti sono adatti a vivere questa esperienza.

Chi spera di cambiare senza cambiare niente, delegando ad altri le responsabilità della propria vita, non è idoneo ad affrontare una psicoterapia.

In un mondo sano l’aiuto reciproco è un valore imprescindibile.

Va dato con amore e chiesto senza deleghe.

Carla Sale Musio

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