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Ago 17 2018

PSICOTERAPIA: paure, risorse, cambiamento

“Ok. Basta. Non ce la faccio più. Adesso chiedo aiuto a uno specialista!”

Sono più o meno queste le parole che accompagnano la decisione di rivolgersi a uno psicologo.

Prendere il telefono, comporre il numero e farsi dare un appuntamento è spesso una scelta irta di difficoltà.

Le emozioni si accavallano:

  • un senso di liberazione alimenta la speranza di poter finalmente delegare la soluzione dei propri problemi

  • la paura di non saper bastare a se stessi scatena vissuti di fallimento

  • il desiderio di scoprire risorse nuove convive con l’angoscia di prendere l’ennesimo granchio e sprofondare ancora di più nella sofferenza

Interpellare uno specialista della psiche è sempre un passo difficile: sia per chi non ha mai fatto una psicoterapia, sia per chi invece ha già vissuto questa esperienza.

Chiedere aiuto a uno psicologo è una valutazione personale cui si giunge dopo aver provato a risolvere da soli le difficoltà che costellano la vita.

Ed è giusto che sia così.

È importante scegliere il momento per intraprendere un lavoro su se stessi.

La psicoterapia non è un trattamento in cui il paziente deve seguire passivamente le direttive dello specialista.

Lo psicologo non è un medico, non cura le malattie, non pensa che le persone debbano guarire e non prescrive medicine.

Tutte queste cose competono agli psichiatri, cioè ai medici che si occupano delle patologie mentali.

Gli psicologi lavorano sulla salute e sul benessere, non sono medici e seguono un percorso di formazione completamente diverso da quello degli psichiatri.

I medici e gli psichiatri per diventare idonei all’esercizio della psicoterapia devono prendere un’ulteriore specializzazione (identica a quella degli psicologi ma non prevista nei programmi della facoltà di medicina) perché gli studi svolti in precedenza non sono sufficienti.

La psicoterapia non è una cura medica ma un percorso di cambiamento dove il paziente è parte attiva del processo mentre il terapeuta promuove la riflessione grazie all’ausilio delle domande.

Non dei farmaci.

Per fare lo psicoterapeuta bisogna aver fatto esperienza di una o più psicoterapie, cioè aver seguito un percorso di cambiamento sperimentando sulla propria pelle cosa si prova a risolvere le difficoltà grazie all’aiuto di uno specialista della psiche.

E questa è una delle ragioni per cui il lavoro dello psicologo è molto diverso da quello del medico e da quello dello psichiatra.

Nelle professioni mediche non è necessario aver sperimentato personalmente le cure da proporre ai pazienti: uno psichiatra non deve aver preso degli psicofarmaci per poterli somministrare, un dentista non deve essersi fatto curare i denti, né un cardiologo deve aver sofferto di cuore.

Uno psicoterapeuta, invece, per poter essere efficace deve essere stato seduto anche dall’altra parte della scrivania, mettendosi in gioco personalmente.

La medicina e la psicologia sono scienze diverse, erroneamente confuse tra loro.

Per questo, parlando di psicoterapia, è indispensabile evidenziare le diversità e sfatare i pregiudizi che gravano sulla scelta di chiedere un aiuto psicologico.

La paura di cominciare un percorso di crescita personale può essere la conseguenza di una conoscenza impropria delle competenze necessarie a diventare specialisti della psiche e delle tipologie dei pazienti cui psichiatri e psicoterapeuti si rivolgono.

Chi soffre di una patologia psichica (di competenza degli psichiatri) spesso non è capace di chiedere aiuto in prima persona.

La malattia mentale, infatti, altera la percezione della realtà e questo rende difficile riconoscerla a chi ne è portatore.

Chiedere una psicoterapia significa mettersi in gioco in prima persona.

Occorrono:

  • una buona capacità introspettiva

  • la curiosità di scoprire parti nuove di sé

  • la poliedricità indispensabile a far emergere soluzioni inesplorate

  • il coraggio di affrontare i cambiamenti

  • l’umiltà di riconoscere le proprie rigidità

  • e una grande passione per la vita

Non tutti possiedono i requisiti necessari.

La psicoterapia è un cammino per pochi indomiti spiriti liberi, pronti a sfidare le abitudini per amore della propria verità.

Chi si avvicina a questo percorso, che sia psicoterapeuta o paziente, deve avere un animo avventuroso e pronto ad accogliere anche le parti di sé meno presentabili e poco conformi alle convenienze sociali.

Il benessere interiore è la conseguenza di una profonda accettazione.

Lo psicoterapeuta più efficace è quello che sa affiancare ai titoli accademici il lavoro personale e la scoperta (in continua evoluzione) della propria interiorità.

La conoscenza dell’animo umano si distillata grazie all’esperienza con aspetti sempre diversi di sé.

Chiedere una psicoterapia significa aprirsi a un’esplorazione intima e variegata, fatta di ricordi e di possibilità nuove.

Un mondo in cui il giudizio è bandito perché tutto, ma proprio tutto, è accolto nella sua unicità.

Ci sono cose indicibili che attendono da sempre il momento per regalarci i loro doni.

Sono gemme anticonvenzionali e indispensabili per dar forma alla missione che siamo venuti a svolgere nel mondo.

Quella di essere noi stessi e di aprirci alla profondità che caratterizza ogni creatura vivente.

Carla Sale Musio

leggi anche:

CHE COS’È LA PSICOTERAPIA

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Ago 03 2018

CHE COS’È LA PSICOTERAPIA

Si parla tanto di psicoterapia.

Tuttavia, poche persone conoscono davvero il senso di questa parola.

Secondo il dizionario la psicoterapia è:

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Una cura psicologica volta a rafforzare l’efficienza funzionale della personalità e basata sulle interazioni tra il terapeuta e il paziente.

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Secondo il buon senso comune la psicoterapia è:

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Un rimedio per chi ha qualche rotella fuori posto.

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L’incomprensione che aleggia intorno al significato della parola psicoterapia crea molta diffidenza e suscita paure diverse davanti al desiderio di rivolgersi a uno specialista della psiche.

Per quanto mi riguarda, da oltre trent’anni la psicoterapia è la mia occupazione principale e sento la responsabilità di sfatare i pregiudizi che annebbiano la comprensione in merito al lavoro psicologico e alla conoscenza interiore.

Secondo me la psicoterapia è:

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Un percorso di conoscenza di sé che si avvale del sostegno di uno specialista capace di far emergere le risorse sane della psiche durante uno o più colloqui amichevoli, intimi e piacevoli.

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Fare psicoterapia significa approfondire il proprio dialogo interiore per lasciare emergere possibilità nuove nella vita di tutti i giorni.

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Nel gergo della medicina chi segue un cammino di questo tipo viene chiamato: paziente o psicoterapeuta a seconda della posizione che occupa rispetto alla scrivania.

Lo psicoterapeuta siede dietro alla scrivania mentre il paziente occupa un posto davanti.

Entrambi sono:

  • spinti dalla voglia di scoprire il mondo interiore

  • curiosi di conoscere l’anima delle cose e delle persone

  • incapaci di fermarsi alle apparenze

  • desiderosi di trovare in se stessi le risposte necessarie a migliorarne la qualità della vita e a far luce sul significato dell’esistenza

Dietro alla scelta di fare lo psicoterapeuta e dietro ogni richiesta di aiuto emerge sempre la domanda:

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“Perché si vive?”

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Seguita a ruota dal suo inevitabile corollario:

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“Perché si muore?”

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Naturalmente né lo psicoterapeuta né il paziente possiedono la risposta definitiva a queste domande.

E di sicuro chi si rivolge a uno psicologo non desidera che quest’ultimo gli racconti la propria visione della vita o elargisca dei buoni consigli.

Quello che tutti quanti vogliamo quando ci sediamo davanti alla scrivania di uno psicoterapeuta è qualcuno che sappia aiutarci a tirare fuori la nostra verità, quel quid intimo e personale che ci rende unici e speciali.

Ognuno di noi, infatti, vive (e muore) per dare forma alla propria unicità e per esprimere le qualità profonde che ci rendono diversi da chiunque altro.

Un bravo psicoterapeuta non si vergogna di andare a sua volta da uno psicoterapeuta, ma anzi!

Proprio perché ha scelto di confrontarsi tutti i giorni con il mondo intimo delle persone ha bisogno di essere aiutato a comprendere i propri vissuti interiori, sollecitati quotidianamente dal coinvolgimento nel lavoro con i pazienti oltreché dagli eventi della vita.

Fare psicoterapia significa mettersi costantemente in gioco evidenziando gli atteggiamenti che inibiscono l’espressione di sé e affiancando nuovi modi di esprimersi alle abitudini comportamentali costruite nel tempo.

E questo vale sia per il terapeuta che per il paziente.

A prima vista può sembrare che non ci sia molta differenza fra i due ruoli: paziente e terapeuta parlano insieme impegnandosi a sostenere il cambiamento interiore e a migliorare la qualità della propria vita.

Un occhio più attento, però, si rende conto che mentre il paziente descrive le proprie difficoltà il terapeuta (che pure nota ciò che si agita nel proprio inconscio) sta bene attento a non parlare di sé e si concentra sul modo in cui far emergere i cambiamenti positivi nella vita di chi ha davanti.

Questo perché un terapeuta preparato e capace:

  • non si sostituisce al paziente nelle decisioni che quest’ultimo deve prendere

  • non vuole diventare un guru

  • non racconta le proprie esperienze come se fossero un modello da imitare

  • non pensa di essere il depositario di una indiscutibile saggezza

Un bravo terapeuta sa che, per la legge della risonanza, il simile attira il simile e ogni paziente indica un aspetto che egli stesso ha bisogno di analizzare e curare.

Così, mentre il paziente racconta i propri vissuti, il terapeuta mette in evidenza le risorse che possono essere utili a superare le difficoltà, formulando le domande necessarie a fare emergere comprensioni nuove (e non indicando quale strada seguire).

Essere un bravo terapeuta significa essere anche un paziente e accogliere in se stessi l’insegnamento che ogni richiesta di aiuto porta con sé.

La psicoterapia è un’occasione per sperimentare il valore di una relazione che lascia liberi e accende una profonda creatività interiore.

Carla Sale Musio

leggi anche:

COME VALUTARE UNA SEDUTA DI PSICOTERAPIA

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Ott 26 2017

“AIUTAMI A CAMBIARE… SENZA CAMBIARE NULLA!”

 “Voglio cambiare!”

“Voglio essere diverso!”

“Voglio trasformare le mie giornate!”

“Voglio un mondo nuovo!”

Tante persone desiderano dare una svolta alla propria vita e impegnarsi in qualcosa di coinvolgente, appassionante e migliore.

Può trattarsi di un’opportunità professionale, di un progetto sentimentale, di un percorso di conoscenza di sé, di un miglioramento nelle abitudini quotidiane, di uno stile di vita più salutare…

Gli obiettivi sono infiniti.

Ma SEMPRE ciò che fa naufragare i buoni propositi è la paura delle innovazioni indispensabili per realizzarli.

Durante le sedute di psicoterapia il miglioramento è la richiesta più gettonata.

Ognuno di noi vorrebbe superare le paure, liberarsi dall’ansia, uscire dalla depressione, risolvere gli attacchi di panico, sentirsi più sicuro, potenziare l’autostima…

Tuttavia, solo pochi sono disposti a modificare le proprie abitudini per avventurarsi lungo strade che ancora non conoscono.

Ogni trasformazione è un tuffo nell’ignoto.

Anche quando abbiamo pianificato le cose con la massima cura.

Nonostante la razionalità ci spinga a prevedere gli inconvenienti, quando ci mettiamo in marcia non possiamo evitare gli imprevisti che costellano le novità.

La psiche è creativa, mutevole e cangiante.

Non si può programmarla come un software.

Per ottenere i risultati desiderati è necessario mettersi in gioco personalmente, affrontando un coinvolgimento fatto di sensazioni, sentimenti e atteggiamenti diversi e spesso inaspettati.

L’imprevedibilità fa paura.

Viviamo immersi nel ritmo rassicurante delle abitudini e ogni deviazione dal conosciuto ci mette in subbuglio, scatenando uno stato di allerta difficile da sopportare.

Per questo, spesso, scegliamo di mantenere vivo uno stile di vita poco gratificante o doloroso pur di non essere costretti a gestire le trasformazioni necessarie al benessere.

In una ricerca del 1997, gli scienziati Williams, Chambless e Ahrens,  del Dipartimento di Psicologia dell’American University di Washington, hanno dimostrato che le persone sono spaventate dall’emergere di emozioni sconosciute e che, nel timore di perdere il controllo e di non saperle gestire, preferiscono evitare le situazioni nuove, anche se positive.

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“Aiutami a cambiare senza cambiare nulla.”

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È la richiesta impossibile che tanti uomini e donne rivolgono agli specialisti della psiche, spinti dal desiderio di stare bene e paralizzati dalla paura delle novità.

Vorrebbero vivere una vita appagante, eppure… sembra che il destino si accanisca contro di loro riproponendo le stesse situazioni perdenti e cariche di sofferenza.

C’è un piacere negativo nell’assaporare il gusto amaro della delusione.

E c’è un’assuefazione che incatena le persone all’adrenalina prodotta dall’organismo nei momenti difficili.

Nel nostro stile di vita, teso al raggiungimento di beni materiali, non c’è posto per la felicità.

Impariamo a sopportare la sofferenza, a rimandare i momenti intimi, a fare a meno della vitalità, a rinunciare al benessere… e davanti alla gioia ci sentiamo in difficoltà, imbarazzati e colpevoli quasi che stare bene fosse il segno di una pericolosa diversità.

La nostra psiche non è abituata ad accogliere l’appagamento e la soddisfazione.

Tuttavia, per vivere una vita gratificante è indispensabile tollerare la propria inesperienza emotiva e imparare a gestire il disagio che accompagna sempre le sensazioni sconosciute.

Solo così potremo camminare verso il cambiamento e realizzare i nostri obiettivi.

Vogliamo vivere in un mondo in cui la libertà, l’amore, la condivisione e la comprensione siano valori primari.

Ma, nel momento in cui ci avviciniamo al benessere, la paura dell’ignoto manda in tilt il sistema emotivo, scatenando la tempesta nella psiche e attivando un pericoloso sistema salvavita pronto a ripristinare gli equilibri di sempre pur di non turbare l’omeostasi consolidata.

Anche quando significa continuare a stare male.

È questo il motivo per cui molte vincite milionarie finiscono con l’essere dilapidate rapidamente.

È per questo che perpetuiamo scelte tossiche e nocive, boicottando noi stessi quando la fortuna bussa alla porta.

Non siamo capaci di accettare lo tsunami interiore che accompagna le novità.

Per realizzare i progetti e costruire una vita migliore è indispensabile abituarsi alla felicità, preparando le trasformazioni a piccoli passi e dando tempo al mondo interiore di digerire le emozioni nuove.

Proprio come, dopo un lungo periodo di astinenza dal cibo, lo stomaco riprende le sue funzionalità piano piano e ha bisogno di tempo per adattarsi ai sapori forti e alle pietanze elaborate.

Allo stesso modo, dopo un lungo digiuno dal piacere e dall’appagamento, la psiche ha bisogno di tempo per digerire i vissuti nuovi e gratificanti.

E questi non devono essere troppo forti, altrimenti l’inconscio li rifiuta come alimenti eccessivamente pesanti.

Anche quando il desiderio è così grande che ci sentiamo disposti a sacrificare immediatamente i nostri bisogni di stabilità.

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“Aiutami a cambiare un passo alla volta.”

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Dovrebbe essere questa la richiesta rivolta a ci si occupa delle trasformazioni interiori.

E a noi stessi.

Perché un passo dopo l’altro impariamo a camminare e ci abituiamo alle novità.

Una società migliore prende forma nella vita intima di ciascuno, nasce dalla responsabilità delle proprie scelte e dal coraggio di affrontare le trasformazioni necessarie a conquistare il benessere e la prosperità.

Dapprima dentro di sé e poi là fuori.

Nel mondo.

Carla Sale Musio

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Mag 15 2017

“Ok… ma, ora che lo so, cosa devo fare?!” (Dubbi e dilemmi sulla psicoterapia)

Durante il lavoro clinico mi capita spesso di sentirmi rivolgere questa domanda da chi è ansioso di risolvere al più presto il proprio malessere.

Seguendo un’impostazione medica ci si aspetta che la ricerca delle cause della sofferenza psicologica sia la premessa per individuare una cura che condurrà alla guarigione.

L’idea che il corpo funzioni come una macchina permea le nostre credenze fino a convincerci che qualsiasi guasto possa essere aggiustato da un bravo meccanico.

Della mente come delle auto.

Nell’immaginario collettivo è difficile accettare che la psiche sia qualcosa di diverso da un congegno dove i pezzi danneggiati vanno riparati per ripristinarne il corretto funzionamento.

Dal punto di vista psicologico, però, la coscienza è molto di più che uno strumento necessario per muoversi nel mondo.

La consapevolezza di sé fa parte di un percorso interiore che si snoda lungo l’arco di tutte le esperienze, fino a disegnare quel significato intimo e profondo che rende unica ogni esistenza.

La conoscenza della realtà emotiva è indispensabile per comprendere la sofferenza psicologica.

Ciò che provoca dolore, infatti, è proprio la mancanza di attenzione per i vissuti profondi (nostri o degli altri).

La vita intima è composta da innumerevoli aspetti spesso in conflitto tra loro.

L’ascolto delle esigenze di ogni singola parte di noi stessi costituisce la chiave che permette di ritrovare l’armonia nel mondo interno e in quello esterno.

m

Ma cosa significa: ascoltare le esigenze interiori?

m

Come si fa ad ascoltare qualcosa che non si può localizzare, toccare, misurare, pesare, guardare?

m

Dare una risposta a queste domande è impossibile.

Per rispondere è necessario cambiare codice e riformulare la domanda.

I sensi fisici, infatti, non possono cogliere gli stati d’animo.

Il mondo della psiche non è materiale è qualcosa che… si sente dentro.

Proprio come non si può pesare l’acqua con un metro o misurare una stanza con una bilancia non è possibile valutare le percezioni interiori usando i parametri della fisicità.

La sensibilità è fatta di sensazioni.

E le sensazioni devono essere sentite intimamente.

Come l’amore.

Non è possibile misurare l’affetto, la tristezza, la gioia, la malinconia, la nostalgia, la commozione.

I sentimenti vanno vissuti perché solo sperimentandoli sulla propria pelle diventa possibile riconoscerne la qualità e l’intensità.

La mente razionale si sforza di classificare le emozioni, di nominarle, di condividerle e di padroneggiarle.

Questo lavoro è utile e ci permette di gestire, almeno un poco, il caos che talvolta caratterizza gli stati d’animo.

Tuttavia, quando andiamo a recuperare i ricordi e le sensazioni che hanno dato origine ai sintomi psicologici dobbiamo immergerci di nuovo in quel caos e lasciarci trascinare dalle correnti interiori.

Perché solo così diventa possibile sbrogliare i nodi che imprigionano il presente nel passato e che impediscono alle nostre potenzialità di esprimersi in tutta la loro interezza.

Durante le sedute di psicoterapia spesso percorriamo a ritroso la strada della vita e dai disagi del presente scivoliamo nel passato alla ricerca delle trame che bloccano la naturale espressività individuale.

L’ascolto delle percezioni presenti e passate permette di riordinare le emozioni e di archiviare nell’album dei ricordi le esperienze spiacevoli, liberando la quotidianità dalle zavorre traumatiche che oggi non le appartengono più.

Quando il viaggio nel mondo interiore si svolge con partecipazione e coinvolgimento la sfera affettiva affiora alla coscienza e il dolore di un tempo torna a galla.

In questo modo può essere riconosciuto, accolto e archiviato.

Come una pietra preziosa.

“Il loto cresce nel fango” ci ricorda una famosa metafora buddista.

Il dolore si trasforma in una chiave che aiuta a crescere e a sviluppare comprensione, profondità, attenzione, equilibrio e sapienza.

Questo lavoro (emotivo e poco razionale) è il cuore di una terapia efficace, il sentiero che favorisce il cambiamento e conduce a un miglioramento della qualità della vita.

Quando invece la mente logica interferisce eccessivamente per analizzare e sezionare ogni esperienza i ricordi sono privi di emozione e questo trasforma il percorso clinico in un disquisire esclusivamente cerebrale.

In questi casi (poiché la ragione non è strutturata per comprendere i parameri del cuore) il cambiamento non può avvenire, i sintomi psicologici non regrediscono e la qualità della vita non migliora.

Si tratta di terapie prive di risultati, in cui, purtroppo, la descrizione dei fatti e il controllo razionale sostituiscono l’ascolto emotivo a discapito di un reale cambiamento.

Ciò che dà origine alla guarigione, infatti, è proprio la possibilità di rivivere nel presente i sentimenti di un tempo, riconoscendone l’origine e l’intensità.

Da questo processo prende il via una trasformazione spontanea e destinata a durare nel tempo.

L’ascolto intimo e partecipe è l’essenza di un lavoro introspettivo efficace.

Non c’è qualcosa da fare.

C’è qualcosa da sentire.

Si tratta di un percorso che è difficile condividere o spiegare perché tradurre in parole le emozioni è riduttivo.

Il cuore ci parla con un linguaggio poco scientifico e poco ripetibile.

Ognuno di noi è unico, speciale e diverso da chiunque altro.

Per questo il mondo interiore non è riconducibile a una mappa o a una ricetta prestabilite.

Durante i colloqui clinici il terapeuta e la persona che chiede aiuto devono avventurarsi insieme nelle profondità dell’inconscio, fino a trovare i tanti sé che popolano la vita psichica e assegnare a ciascuno il proprio spazio e il proprio posto nella consapevolezza.

Osservare dal centro di se stessi questo ottovolante interiore permette all’io cosciente di utilizzare tutte le risorse a sua disposizione, sostenendo la tensione degli opposti senza essere trascinato a identificarsi con l’uno o con l’altro aspetto della propria cangiante poliedricità.

È un lavoro in continua evoluzione, un percorso che non finisce mai e che ci accompagna a scoprire il significato nascosto dietro ogni cosa piccola o grande.

In questa costante scoperta di sé si svela la creatività che intreccia il nostro destino e prende forma una profonda autenticità.

Il riconoscimento della propria vita interiore rende capaci di affrontare anche le situazioni difficili con un entusiasmo che scaturisce dalla totalità delle nostre risorse e che permette di scoprire soluzioni nuove davanti ai problemi di sempre.

Carla Sale Musio

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PAZIENTI O MAESTRI?

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Giu 16 2014

PAZIENTI O MAESTRI?

Prendere un appuntamento con lo psicologo è sempre un momento temuto e difficile.

L’orgoglio ci spinge a trovare da soli le soluzioni ai problemi che ci tormentano, mentre l’idea di chiedere aiuto a uno sconosciuto (anche se laureato e specializzato) ci fa sentire incapaci e falliti.

Così tendiamo a rimandare il momento fatidico della telefonata e, quando (dopo innumerevoli tentativi di soluzione andati a vuoto) siamo costretti ad arrenderci e a comporre il numero del terapeuta, l’autostima è a brandelli e un senso d’impotenza permea rovinosamente l’identità.

E’ con questo stato d’animo che tante persone approdano per la prima volta nello studio dello psicologo.

Camminando a testa bassa e sentendosi così inadeguate… da essere costrette a delegare a un altro la gestione della propria vita!

Ma la scelta di mettersi in discussione affrontando un percorso di cambiamento, agli occhi di chi passa le giornate a esplorare l’animo umano, appare  completamente diversa.

Ci vogliono forza e determinazione per abbandonare le proprie difese fronteggiando la paura del giudizio e del rifiuto, e rivelando la propria anima senza censure.

Raccontare con onestà la verità su di sé, evitando di nascondere i punti deboli per sembrare migliori, presuppone una grande capacità di mettersi in gioco.

Affrontare le proprie parti immature e il cambiamento necessario a trasformarle, è un’impresa difficile e coraggiosa, che non tutti sono in grado di portare avanti, lungo quel viaggio dentro se stessi chiamato: psicoterapia.

Questo coraggio e questa capacità hanno un valore inestimabile.

Soprattutto agli occhi di uno psicologo.

Chi fa il nostro mestiere, infatti, DEVE periodicamente sostenere l’esperienza personale della psicoterapia, sperimentando sulla propria pelle, seduto dall’altra parte della scrivania, il disagio e l’incertezza nel rivelarsi davanti a un altro essere umano.

Questo continuo confrontarsi e affrontare le proprie parti deboli e ombrose, insegna ai terapeuti a prendere contatto con le profondità del mondo interiore ed è un presupposto indispensabile per lavorare con la psiche.

Propria e degli altri.

Uno psicologo deve apprendere sul campo a non giudicarsi (e, di conseguenza, a non giudicare) e sperimentare personalmente cosa si prova nel mettere a nudo la propria vulnerabilità.

Senza orpelli e senza veli.

Imparando ad accettare e a trasformare le parti immature di sé, si diventa capaci di accogliere la diversità (dapprima in se stessi e poi negli altri) e si sviluppano le risorse necessarie a valorizzare i talenti e la creatività.

Per questo, ogni paziente che varca la soglia dello studio di psicoterapia, è sempre un guerriero, capace di sfidare i nemici interni e di affrontare il caos e la paura che accompagnano il cambiamento.

L’autenticità di chi si immerge con coraggio nella propria ricerca interiore, insegna al terapeuta che assiste e supporta il processo, l’onestà e il valore di essere se stessi.

Ogni individuo è diverso, unico e speciale.

E ogni paziente offre a chi lo segue un’occasione di apprendere e di migliorarsi.

Uno psicologo nutre sempre una profonda gratitudine per tutti coloro che gli hanno permesso di assistere al proprio percorso di cambiamento.

Ognuno, infatti, ci indica una strada verso l’evoluzione interiore, regalandoci l’opportunità di diventare migliori mentre combattiamo insieme le stesse battaglie.

Chi di mestiere ha scelto di fare lo psicoterapeuta, deve costantemente lavorare su se stesso e coltivare la propria crescita emotiva fino a comprendere che ogni persona è un Maestro, venuto a indicare una via di trasformazione e a illuminare un aspetto diverso della nostra anima.

Carla Sale Musio

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Dic 19 2011

MA PERCHE’ ANDARE DALLO PSICOLOGO COSTA UN SACCO DI SOLDI?

Ecco una domanda che io stessa mi sono posta quando, ancora ragazzina, andai per la prima volta da uno psicologo.

Allora di psicologi in Italia non ce n’erano molti.

E quelli che c’erano erano solo a pagamento. Salato.

I miei genitori per curare la mia insopprimibile ribellione adolescenziale spendevano tanti soldi e, nonostante quelle chiacchierate mi piacessero moltissimo, io mi sentivo terribilmente in colpa per i costi che giudicavo esagerati.

È stato solo dopo essere approdata dall’altra parte della scrivania che ho potuto rendermi conto del perché le parcelle di uno psicoterapeuta siano così alte.

Eccovi qui di seguito un breve resoconto delle spese che uno psicologo serio deve sostenere:

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1) Lo psicologo non è mai preparato a fare quello che deve fare.

Per quanto abbia studiato… ogni persona è diversa e le varie scuole e teorie possono fornire solo delle indicazioni molto generali.

Perciò, quando nel tuo ufficio arriva il sig. Pistis (con la sua vita, i suoi problemi e i suoi sintomi) lo studio e le esperienze che hai maturato ti orientano… ma non ti forniscono nessuna mappa e nessuna guida!

Ogni psicologo deve fare costantemente i conti con una sensazione di inadeguatezza cronica che si allenta soltanto quando come un sarto avrà cucito il suo intervento sulle misure specifiche del sig. Pistis e lui lo avrà indossato sentendocisi bene, comodo e a suo agio.

Naturalmente, questo stato di glamour difficilmente si realizza al primo colpo, perciò lo psicologo deve sempre scucire e ricucire quello che fa, fino a individuare la linea e il modello capaci di far sentire il sig. Pistis… proprio un figurino!

A quel punto, però, il lavoro è terminato e si ricomincia daccapo a vivere la sensazione di inadeguatezza, questa volta con il sig. Angius. Che avrà misure e gusti completamente diversi dal sig. Pistis.

Il vissuto di incapacità cronica fa parte del nostro mestiere e ci costringe a studiare e a formarci in continuazione, nel tentativo di arginarlo almeno un poco.

Le scuole di formazione costano parecchio.

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2) L’ambiente in cui uno psicologo lavora fa parte della cura.

Cioè deve essere: riservato, silenzioso, ordinato e accogliente, tanto da permettere a una persona sconosciuta di aprirsi e raccontare le sue cose più intime, proprio come se parlasse con un caro amico (che, in questo, caso non conosce e non ha mai visto prima). E tutto deve succedere nello spazio di sessanta minuti circa.

Se fai lo psicologo, in un ora il tuo paziente dovrà dirti: chi è, cosa fa, cosa prova, cosa gli è successo e come ha reagito.

Mentre tu dovrai dirgli qualcosa che gli permetta di sentirsi meglio e di tornare a casa con degli strumenti in più.

L’ambiente di lavoro perciò è fondamentale per favorire la concentrazione, l’attenzione, la confidenza e la sensibilità sia del paziente che dello psicologo.

Non penso che per ottenere questo ci sia bisogno di arredi firmati e costosi ma, certamente, occorre un luogo fisico silenzioso, asciutto, sufficientemente illuminato, pulito, senza odori forti, tiepido d’inverno e ombreggiato d’estate.

Tutto questo ha un costo.

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3) Quando lo psicologo non si sente bene non può lavorare.

E non parlo di un raffreddore o di un’influenza.

Quelle sono cose che capitano senza creare grosse difficoltà, al massimo qualche giorno di assenza.

Mi riferisco ai casini che mettono K.O. il sistema emotivo.

Lo psicologo serio per lavorare deve dimenticarsi di se stesso e concentrarsi totalmente sulla vita e gli eventi di un altro.

Non può distrarsi pensando che ha litigato con sua moglie, che la mamma è ricoverata in ospedale, che il bambino deve andare a ripetizioni altrimenti rischia di perdere l’anno…

Cose del genere devono essere lasciate fuori dallo studio e riprese soltanto al termine della giornata lavorativa.

Quando le persone soffrono hanno una pelle in meno…e si accorgono subito della disattenzione di chi dovrebbe aiutarle.

Le persone sensibili vivono la distrazione del terapeuta come una loro difficoltà e si chiudono, rendendo inefficace l’intervento e aggiungendo un’altra delusione alla lista dei loro guai (di solito già molto lunga).

Perciò, per fare bene il mestiere di psicologo non è possibile vedere tante persone tutti i giorni.

Altrimenti quell’attenzione totale e partecipe comincia a svanire e la possibilità di essere d’aiuto sparisce.

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4) Le emozioni sono contagiose.

Se provate a stare in compagnia di una persona ansiosa dopo un po’ inizierete anche voi a sentirvi in ansia, mentre dopo aver trascorso del tempo con una persona depressa le cose cominciano a perdere di interesse e le motivazioni si smorzano.

Al contrario, stare insieme a persone allegre mette di buon umore e condividere l’entusiasmo rende esuberanti e propositivi.

Passare ore e ore immersi in esperienze cariche di dolore e sofferenza, rattrista l’anima e sposta il barometro delle emozioni verso la depressione.

Ogni psicologo ha un suo tetto massimo di tolleranza al contagio emotivo, e non può superarlo senza essere sopraffatto dai malesseri psicologici.

Per questo motivo uno psicologo serio non può incontrare più di quattro o cinque pazienti ogni giorno e svolgere con loro un lavoro efficace.

Nel nostro mestiere è necessario dosare attentamente i carichi di lavoro, selezionando situazioni diverse per gravità e sofferenza.

Se si supera una certa soglia il dottore si ammala e non può curare più nessuno.

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5) Ci vuole molto tempo per ogni persona.

Ogni persona ha bisogno di ricevere la giusta attenzione e dedizione.

Ci vuole un tempo in cui favorire la condivisione e il racconto delle esperienze difficili e un tempo in cui stimolare la scoperta di nuovi punti di vista.

Poi ci vuole un tempo per raccogliere dei dati concreti e un tempo per stabilire insieme un piano di intervento.

Per fare tutto questo serve almeno un’ora.

Ma quando il paziente è andato via occorre anche un tempo in cui abbandonare i suoi vissuti e le sue esperienze e fare tabula rasa di tutto, per accogliere una persona diversa con una storia diversa ed esperienze diverse.

Uno psicologo dedica moto tempo a ogni persona.

E, al contrario di altri professionisti non può frazionare i suoi guadagni sulla quantità.

Deve offrire sempre un lavoro individuale e di qualità.

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6) Lo psicologo deve andare dallo psicologo.

Dopo aver passato quattro o cinque ore ogni giorno ascoltando storie di dolore inciampare su qualche problema personale fa tracimare immediatamente il sistema emotivo.

In più, in periodi di super lavoro il contagio psichico può provocare vissuti di inadeguatezza che si sommano alla sensazione di inidoneità cronica, connaturata la nostro mestiere, aggravandola.

Ecco quindi che anche noi, periodicamente, ci rivolgiamo a qualche collega per ricevere da lui le stesse cure che prodighiamo ai nostri clienti.

Sono convinta che stare dall’altra parte della scrivania aiuti gli psicologi a sentirsi più vicini ai loro pazienti e favorisca la condivisione dei vissuti emotivi.

Naturalmente le sedute di psicoterapia costano.

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In conclusione

Se vi guardate intorno potrete verificare che nessuno è mai diventato ricco facendo lo psicologo!

I costi che dobbiamo sostenere per svolgere bene la nostra professione sono alti e il tempo in cui possiamo lavorare per guadagnare è poco.

Il nostro mestiere è affascinante e bellissimo ma ciò che ne motiva la scelta è solamente l’emozione che si prova nel vedere un altro riprendere a stare bene, non certo la prospettiva di lauti guadagni.

Carla Sale Musio

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Dic 08 2011

MA COSA SI FA DA UNO PSICOLOGO?

 

Da uno psicologo di solito si parla.

Ma si può anche stare zitti.

Uno psicologo è esperto nella comunicazione, sa gestire il silenzio e sa come mettere a proprio agio le persone, soprattutto chi è intimidito, emozionato, imbarazzato, impacciato o altre cose del genere.

Quando una persona chiede un colloquio è SEMPRE compito del terapeuta creare un clima accogliente, capace di favorire il dialogo, l’espressione degli stati d’animo e il racconto delle esperienze di vita.

È difficile per tutti parlare delle proprie cose intime con un estraneo, incontrato per la prima volta, in un ambiente sconosciuto!

Per questo, durante il dialogo, lo psicologo fa in modo che si crei una relazione aperta e rassicurante e permette al paziente di osservarlo, senza costringerlo a mettersi in gioco.

Nel primo incontro è sempre il cliente che esamina lo specialista e ne valuta l’affidabilità, nell’eventualità di cominciare un percorso insieme.

Di solito, inizialmente si raccolgono informazioni generali (età, professione, matrimoni, figli, hobby, interessi, vita sociale) che servono per conoscere meglio le persone senza obbligarle a parlare subito di ciò che le ha spinte a chiedere un appuntamento.

Queste prime conversazioni stimolano la comunicazione in un modo semplice e spontaneo.

Perché il lavoro sia produttivo, tra terapeuta e paziente deve nascere un feeling… cioè si deve creare una sintonia che permetta allo psicologo di calarsi nella vita del paziente e al paziente di mettersi in gioco e di aprirsi ai propri vissuti profondi.

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Ma cosa sono i vissuti profondi?

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Sono vissuti che esistono dentro di noi, ma in profondità.

Cose che proviamo e sentiamo sotto la superficie della nostra vita.

Passioni, desideri, aspirazioni… sepolte sotto il cumulo di doveri e di esperienze che riempiono le giornate.

Ognuno per sopravvivere deve continuamente adattare i tanti lati del proprio carattere alle esigenze della quotidianità, sacrificando quelle parti di se che non sono funzionali ai progetti da portare avanti.

Scelte necessarie e intelligenti nell’immediato, ma che alla lunga, se non vengono adeguate alle nuove esperienze di vita, possono trasformarsi in abitudini limitanti.

Nel corso del tempo, infatti, i comportamenti che utilizziamo di più agiscono in automatico e finiscono per interferire con i nostri nuovi programmi esistenziali.

I vissuti profondi sono le inclinazioni che ci caratterizzano, quei talenti e quei valori che abbiamo in noi sin dalla nascita, l’espressione della originalità individuale, la nostra missione, il dono che siamo venuti a portare al mondo.

Lo psicologo, come un archeologo, recupera dalle profondità dell’inconscio queste capacità nascoste e aiuta le persone a collocarle armonicamente nella propria vita.

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, dallo psicologo si parla di se stessi.

Ma parlare di se stessi con uno psicologo è molto diverso che parlare con un amico, anche se si crea lo stesso clima confidenziale e accogliente.

Lo psicologo stimola l’emergere di nuove risorse utilizzando il dialogo, però sta ben attento a evitare di proporre se stesso o il racconto delle proprie esperienze personali, per non sovrapporsi alla vita e alle scelte di chi ha davanti.

Il lavoro psicologico è centrato sulla trasformazione dei comportamenti disfunzionali e permette di riappropriarsi delle potenzialità personali inespresse.

Il dolore interiore gli atteggiamenti sbagliati, le scelte perdenti sono il risultato di una mancata manifestazione delle proprie attitudini e della propria creatività.

Impropriamente si crede che lo psicologo curi le malattie della psiche, ma la cura della sofferenza psicologica è soltanto la conseguenza di una sana realizzazione di se.

Carla Sale Musio

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