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Mag 21 2014

INTELLIGENZA CREATIVA

Dentro ciascuno di noi esiste un’intelligenza creativa caratterizzata dalla capacità di spostare il punto di vista fino a scoprire possibilità nuove nelle cose di sempre.

Grazie a questa intelligenza possiamo scegliere se osservare il mondo assecondando il criterio della prevedibilità e delle consuetudini, o rischiare l’imprevedibile avventurandoci lungo sentieri di conoscenza ancora inesplorati.

L’intelligenza creativa è il più grande antidoto all’infelicità perché rivela soluzioni inaspettate anche davanti ai problemi apparentemente irrisolvibili.

Ogni rivoluzione interiore nasce dalla possibilità di ridefinire se stessi e l’ambiente circostante fino a raggiungere un diverso modo di interpretare la realtà.

Situazioni, cose, fatti e avvenimenti contengono sempre un ampio numero di opportunità che, per abitudine o pigrizia, finiamo per leggere in una sola maniera, imprigionando noi stessi dentro uno stereotipo interpretativo e limitando la profondità della vita a uno schema prestabilito e convenzionale.

In questo modo atrofizziamo l’intuizione e la creatività, diventando vittime di quella che in gergo psicologico è chiamata fissità funzionale, ossia la monotona riproposizione di un cliché sempre uguale a se stesso.

La fissità funzionale (ma forse sarebbe meglio chiamarla fissità disfunzionale) è l’opposto dell’intelligenza creativa e indica l’incapacità di scoprire prospettive nuove.

L’invariabilità e la ripetitività sono la conseguenza di una rigidità nel pensiero e nella personalità, e segnalano un blocco nell’evoluzione individuale.

Mentre l’intelligenza creativa permette di trovare soluzioni inaspettate per risolvere i problemi, la fissità funzionale ci inchioda alle difficoltà facendole apparire insormontabili.

L’inflessibilità con cui un solo codice interpretativo s’impone sulle altre possibilità espressive, infatti, porta a riconoscere esclusivamente l’aspetto più evidente delle cose, impedendo all’inventiva di sperimentare strade alternative per raggiungere i propri obiettivi.

Così, mentre la creatività ci conduce spontaneamente verso il cambiamento e l’acquisizione di altre conoscenze, la fissità funzionale ci incatena al conformismo, paralizzando la plasticità indispensabile per esplorare equilibri nuovi.

L’originalità, l’intuizione e l’ingegno scaturiscono da un pensiero flessibile e incline alla trasformazione, mentre l’ostinazione, il pregiudizio e la monotonia, sono aspetti tipici di una personalità in difficoltà davanti al cambiamento e alle novità, e segnalano un pensiero stereotipato e convenzionale.

L’intelligenza creativa ci porta a modificare spesso il punto di vista permettendoci di osservare le cose da un’altra prospettiva.

In questo modo si libera nella psiche una corrente di positività capace di stimolare l’autostima e la realizzazione personale.

Possedere un’intelligenza creativa è un presupposto indispensabile per una vita libera, ricca di entusiasmo e di significato, e costituisce l’antidoto naturale alla depressione.

La poliedricità che caratterizza questo tipo di intelligenza permette di scoprire soluzioni e possibilità invisibili a un’osservazione intrappolata negli stereotipi.

Soluzioni e possibilità che, invece, si rivelano improvvisamente quando si accende l’intuizione creativa, illuminando nuovi percorsi di conoscenza. 

Per esempio, nell’immagine qui sopra riuscite a vedere il bambino?

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STORIE DI CREATIVITÀ

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Rebecca sta preparando l’esame di antropologia culturale quando scopre di avere un fibroma all’utero per il quale dovrà essere operata.

L’ospedale si trova in una città vicina e il medico la informa che, pur trattandosi di un’operazione semplice, il suo ricovero durerà circa una settimana.

Rebecca non è mai stata ricoverata in ospedale e l’idea di essere lontana da casa, in un ambiente nuovo, circondata da persone sconosciute, priva di forze e piena di dolori, la terrorizza.

Così ha rimandato la data dell’intervento a dopo l’esame e, per esorcizzare la paura, si butta a capofitto nello studio.

Leggendo i rituali di passaggio delle tribù primitive, però, improvvisamente vede la sua vita in una luce diversa.

Non più vittima di un problema sanitario ma intrepida protagonista di una cerimonia iniziatica in cui si decreterà il suo passaggio nell’età adulta.

Togliere il fibroma, infatti, ha la funzione di consentirle in futuro di avere dei bambini suoi.

L’ospedale diventa così la giungla irta di pericoli e belve feroci, dove affrontare coraggiosamente le sue paure, soglia simbolica da oltrepassare per diventare grande a tutti gli effetti, conquistando la maturità e il diritto a entrare a pieno titolo nel mondo degli adulti e delle madri.

* * *

Dando fondo a tutti i suoi risparmi Claudia è riuscita ad acquistare un appartamento piccolissimo.

Un soggiornino, una camera da letto, un bagno appena più grande di un metro quadrato e un balconcino dove stendere.

“Devo prendere le misure anche per il sapone liquido perché se compro il formato famiglia non passa dalla porta!” si lamenta, scherzando con le amiche.

“Forse avrei fatto meglio ad aspettare e mettere da parte ancora qualcosa, invece di accontentarmi di una casa così piccola. Purtroppo, con i soldi che avevo, avrei potuto permettermi soltanto un camper…” riflette tra sé.

Ed ecco la folgorazione!!

Certo!

Di colpo la sua non è più una casa angusta ma… una roulotte enorme, dotata di ogni confort!

* * *

Da quando si è separata Nunzia vive in un monolocale insieme a Francesca, la sua bambina di sei anni.

Francesca vorrebbe avere una stanza tutta per sé ma, trattandosi di un appartamento in affitto, non è possibile realizzare opere murarie.

Per accontentarla Nunzia inventa uno spazio nuovo circoscrivendo, con tante scatole di cartone dipinte a colori vivaci, un angolo intorno al suo lettino.

Uno spazio segreto e colorato dove Francesca potrà nascondersi o giocare insieme alle sue amiche, e dove potrà riporre i vestiti, i giocattoli, i libri di scuola, le scarpe, i peluche… e tutte le cose che fanno parte del suo mondo.

Carla Sale Musio

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Mar 06 2013

RAPPORTI GIURIDICI & RAPPORTI D’AMORE

Il matrimonio è un contratto giuridico che vincola due persone a stare insieme… per sempre.

Anche quando l’amore è finito e i due non si amano più.

Chi contrae il matrimonio per essere nuovamente libero, cioè padrone della propria vita, deve prima scioglierlo.

Ma sciogliere un contratto non è una cosa semplice.

Nell’istituzione del matrimonio la legge s’intreccia con i sentimenti creando dei pericolosi paradossi emotivi.

Infatti, quando ci si sposa: si DEVE amare il proprio marito (o la propria moglie) e la legislazione ci impone di condividere la vita con lui (o con lei).

La parola DEVO, però, è inconciliabile con l’amore e la frase “DEVO amare mio marito (o mia moglie)” contiene un paradosso in quanto ordina di fare qualcosa che può avvenire soltanto spontaneamente, cioè senza che nessuno lo ordini.

I sentimenti seguono un impulso interiore impossibile da creare artificialmente.

Possiamo simularli, recitare, fare finta, mentire… ma non possiamo viverli autenticamente se non li proviamo spontaneamente.

Al cuor non si comanda” dice il proverbio.

Il contratto del matrimonio, però, ordina al cuore di obbedire alla legge e una volta sposati ci impone di condividere la vita con chi abbiamo preso in moglie, o marito.

Le leggi sono fatte di obblighi non di sentimenti e tante persone nel tentativo di sfuggire al paradosso emotivo del matrimonio (devo amare mio marito, o mia moglie) scelgono di avere due vite:

  • una vita legale costruita secondo i dettami del contratto matrimoniale

  • e una vita sentimentale fedele agli impulsi del cuore

Per alcune anime fortunate queste due vite combaciano.

Per altri, invece, scorrono in parallelo provocando problemi, sofferenze e incomprensioni.

 

FINCHÈ MORTE NON CI SEPARI…

 

Quando si accorge di essere incinta Marina decide di tenere la bambina e in nove mesi Daniele si ritrova alle prese con poppate, pannolini e notti insonni.

L’amore per Marina avrebbe dovuto crescere pian piano.

Col tempo.

Ma quella gravidanza imprevista brucia le tappe della conoscenza e i due diventano marito e moglie… in gran fretta.

Marina è una ragazza generosa e piena di risorse, la nascita della piccola Gaia la riempie di gioia, perciò, nonostante le difficoltà cerca un lavoro e dedica tutte le energie alla nuova famiglia.

Daniele, invece, è insicuro e spaventato dal ruolo improvviso di capofamiglia, sta ancora studiando e non si sente pronto per affrontare il modo del lavoro senza i titoli che aveva previsto di avere.

Marina si fa carico di tutto: lo aiuta a finire gli studi, lo incoraggia davanti alle difficoltà, lo coccola e lo vizia cercando in ogni modo di non fargli sentire il peso del matrimonio.

Daniele diventa grande lentamente, grazie a lei… e quando Gaia entra nell’età dell’adolescenza sembra anche a lui di vivere finalmente quella spensieratezza che la vita non gli ha permesso di provare al momento opportuno.

Quando conosce Claudia, una giovane allieva del suo corso di yoga, gli sembra di toccare il cielo con un dito e senza pensarci troppo le dichiara il suo amore incondizionato.

E la sua difficile situazione familiare.

“Perché non ti separi?”

Domanda Claudia, convinta che i sentimenti abbiano sempre la precedenza.

Anche sui contratti.

Ma Daniele scrolla la testa.

Non può.

Il matrimonio impone la convivenza con Marina e i sentimenti… be’… lo portano a sentirsi sperduto e solo, poco adatto a badare a se stesso senza il supporto affettivo e pratico di quella moglie così capace di far fronte a ogni difficoltà.

“Non posso separarmi…”

Racconta tristemente a Claudia.

“Mia moglie ne morirebbe e non lo merita. Ha fatto tante cose per me!”

Claudia lo guarda sbigottita.

L’amore è sacro e il suo cuore è sicuro che Daniele sia innamorato di lei.

Eppure… può amare quell’uomo soltanto di nascosto al mondo.

Prendere o lasciare.

Lui non concede altra scelta.

Per Daniele la separazione non è possibile: la delusione di Marina davanti alla scoperta dei suoi sentimenti per Claudia è un dolore che non riesce ad affrontare e preferisce vivere nell’ombra piuttosto che dare voce al suo cuore.

La parte forte nella coppia è sempre stata Marina.

È lei quella capace di prendere le decisioni.

È lei quella che sa ricominciare tutto da capo.

È lei che porta i soldi a casa e che gestisce la maggior parte delle incombenze pratiche imposte dalla vita.

Daniele non vuole farla soffrire.

L’amarezza la allontanerebbe da lui e senza il suo sostegno non si sente capace di pensare a se stesso.

È vero: è innamorato di Claudia.

Ma nonostante l’età anagrafica per lui l’adolescenza è appena cominciata e sua moglie è un punto di riferimento materno indispensabile.

Può tradirla, può ingannarla ma non può lasciarla.

* * *

Graziella ha cinquant’anni, due figli grandi e un marito con cui la passione è finita da un pezzo.

Il lavoro la tiene lontana da casa per tutto il giorno e spesso anche nei fine settimana ma il focolare domestico si è trasformato da tempo in un porto di mare e in famiglia nessuno si lamenta per le sue assenze frequenti.

I due ragazzi stanno per spiccare il volo fuori dal nido e il papà è sempre impegnato a inseguire i suoi hobby, il suo lavoro e i suoi pensieri.

A un convegno Graziella conosce Michele.

Bello, simpatico, intelligente, sensibile e giovane.

Troppo giovane.

Graziella cerca di resistere alla passione che invece divampa come un fuoco e presto tra loro nasce una relazione.

Rigorosamente clandestina.

S’incontrano in città diverse, al riparo dai commenti della gente.

Si amano.

Passano gli anni.

Prima uno, poi due.

Michele comincia a cercare qualcosa di più.

“Voglio vederti più spesso. Voglio starti vicino. Voglio tenerti per mano quando siamo in mezzo alla gente.”

Le dice con impazienza.

Graziella si tira indietro.

“Non fare il bambino! Lo sai che non è possibile.”

“Perché? Siamo grandi. I tuoi figli sono grandi. Tuo marito ha un’altra relazione. Perché non possiamo stare insieme alla luce del sole?”

Ma Graziella non vuole.

Cosa dirà la gente?

Cosa penseranno di lei che a cinquant’anni ha una relazione con un uomo di trenta?

Cos’accadrà nel tempo quando le sue rughe saranno troppe e lui la guarderà con gli occhi della compassione?

“Non posso separarmi! I miei figli hanno ancora bisogno di me e io non sono pronta a disfare questa famiglia.”

Risponde dura come le pietre della sua isola.

* * *

Giovanni ha sposato una brava ragazza di nome Maria.

Una donna buona e volenterosa, senza grilli per la testa e capace di fare sacrifici quando la vita lo pretende.

Insieme hanno fatto due figlie, hanno comprato una casa e un terreno.

Giovanni lavora tutto il giorno e nei momenti liberi, per arrotondare, da lezioni di vela.

Maria si occupa della casa, delle figlie e del terreno.

La passione tra loro è stata breve.

Maria si è subito sentita attratta dalla maternità.

Giovanni si è subito sentito attratto dalle altre donne.

Il loro matrimonio è un contratto… di solidarietà.

Nessuno impone orari e obblighi, ognuno dà quello che ha e quello che può.

Giovanni dà: tutti i soldi che riesce ad avere, due braccia forti e tanta allegria.

Maria dà: organizzazione, disponibilità e serenità.

Il sesso non è un argomento che li accomuna.

Maria non lo trova appassionante.

Giovanni da otto anni lo condivide con Carla.

La sua collega.

Giovanni e Carla hanno momenti teneri e appassionati ogni giorno, notti romantiche in barca a vela ogni tanto e sguardi complici sul lavoro.

Soltanto quando dorme e nei pranzi delle feste comandate Giovanni trascura Carla per stare con Maria.

Da otto anni la sua vita cammina in questo modo.

Esce da casa alle sei del mattino e non rientra mai prima di mezzanotte.

Maria chiude un occhio.

A lei va bene così.

Si gestisce la vita a modo suo.

Sa che il suo uomo è insofferente agli ambienti chiusi e ha bisogno di libertà.

Giovanni ha raggiunto un equilibrio tra la sua voglia di avventura e il desiderio di stabilità.

Soltanto Carla vorrebbe qualcosa di più.

Non il tempo, perché quello… Giovanni glielo dedica tutto.

Non la legalità che crea solo obblighi e annienta i sentimenti.

Non la fedeltà perché sa che Giovanni non potrebbe tradirla nemmeno col pensiero.

Quello che Carla vuole è solamente la sincerità.

Perché le bugie su cui si regge la loro relazione la feriscono nell’anima.

Ogni giorno.

Carla Sale Musio

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Mag 24 2012

RISPETTIAMO GLI ADOLESCENTI


Credo che gli adolescenti siano le persone cui gli adulti mancano di rispetto più spesso.

Il periodo dell’adolescenza è considerato dai grandi un’età immatura per definizione.

Secondo il dizionario l’adolescenza è:

“Una fase della crescita dell’essere umano collocabile tra i 12-14 e i 18-20 anni, caratterizzata da una serie di modificazioni fisiche e psicologiche che introducono all’età adulta”.

Essere adolescente significa aver superato l’infanzia ma non aver ancora raggiunto lo status della maturità.

Benché non tutti i grandi siano maturi e responsabili negli adulti la maturità è data per scontata e ci si sorprende quando si scopre che non sempre è così.

Per gli adolescenti, invece, è vero il contrario.

Si ritiene a priori che si tratti di persone immature e inevitabilmente ci si sente autorizzati a correggerli e a trattarli con supponenza.

Essere adolescente vuol dire non poter usufruire più della tolleranza concessa ai bambini ma non potersi avvalere nemmeno della rispettabilità riconosciuta agli adulti.

Infatti, un adolescente è già grande quando si tratta di ubbidire e responsabilizzarsi ma è ancora piccolo quando si tratta di avere autonomia ed emancipazione.

Questa diffusa considerazione dell’adolescenza fa sì che, spesso, gli adulti abusino del loro potere, pretendendo rispetto e considerazione dai ragazzi senza preoccuparsi di ricambiare con altrettanto riguardo e attenzione.

Come adulti ci sentiamo autorizzati a insegnare ai giovanissimi piuttosto che a imparare da loro.

Pretendiamo di avere sempre ragione e di sapere già quale sia il modo giusto di fare le cose.

Troppo spesso, però, finiamo per dimenticarci della nostra adolescenza e trascuriamo di considerare che da una generazione all’altra i tempi cambiano e la vita richiede soluzioni nuove con prestazioni diverse.

Gli adolescenti sono persone in crescita.

Hanno bisogno di rispetto e considerazione come chiunque altro.

Sono figli del loro tempo.

Sanno cavarsela tra le innumerevoli prove cui sono sottoposti a scuola e a casa e, spesso, possono avere soluzioni migliori di quelle (datate) trovate dagli adulti.

Eppure…

Imparare qualcosa dagli adolescenti a molti sembra ancora un’eresia.

Il solo fatto di avere più anni basta a giustificare una totale assenza di messa in discussione e autorizza la pretesa di saperne di più.

“Lo capirai quando sarai più grande!”

Si dice ai giovanissimi, troncando i discorsi senza aggiungere altre spiegazioni.

Tuttavia, questa frase, quando non è accompagnata dalla reciprocità e dal tentativo di motivare le proprie ragioni, è una frase che manca di rispetto perché sancisce un’innata superiorità legata alla maggiore età.

Chi è più grande dovrebbe, proprio per questo, aver imparato a rispettare gli altri… ma il rispetto non può essere diverso in funzione dell’età!

Il rispetto è un diritto di tutti.

Giovani e meno giovani.

S’impara da piccoli e si mette in pratica da grandi.

Non è possibile insegnare il rispetto mancando di rispetto!

La pretesa adulta, di ottenere considerazione dai più giovani senza darne altrettanta poggia su un’attribuzione infondata di maturità.

Infatti, come potrebbe essere giudicato maturo chi è privo di riguardo verso il prossimo?

Pretendendo il rispetto senza darlo tanti adulti rivelano la propria immaturità, nonostante l’età, ed esibiscono ai giovanissimi un aspetto poco edificante dell’anzianità: la presunzione.

Davanti agli adolescenti si deve essere corretti, leali e sinceri perché solo così si aiutano veramente le persone in crescita a mettere a fuoco la propria autonomia e a sviluppare il senso della responsabilità.

Il mondo pullula di maestri arroganti pronti a predicare bene e a razzolare male e ai giovanissimi non servono più insegnanti di quelli che hanno già.

Ciò che li aiuta a sviluppare le loro potenzialità e a trovare la strada per realizzarle è la vicinanza di gente che incarni con l’esempio della propria vita i valori in cui crede.

Persone capaci di essere ciò che professano, piuttosto che imporlo agli altri.

Il rispetto s’insegna con lo stile di vita più che con tante parole.

Avere un atteggiamento di spontanea reciprocità permette a chi è adulto di scorgere le capacità nei più giovani senza farsi condizionare dall’età cronologica.

La maturità nelle persone giovani va incoraggiata e stimolata a emergere, senza arroganza ma con comprensione e fiducia.

La presunzione, la superbia, la prepotenza, insegnano l’ingiustizia e fomentano l’insofferenza e la ribellione.

Si è scritto molto sull’adolescenza.

Da adulti.

Ma ci si è messi in discussione troppo poco.

Siamo così abituati alla violenza e all’imposizione che spesso non ci accorgiamo nemmeno di esercitarla su persone che non hanno l’autorevolezza necessaria a difendersi.

Chi è giovane apprende a comportarsi osservando gli esempi che ha intorno a sé.

Se vogliamo spezzare questa catena dilagante di soprusi e vessazioni dobbiamo costruire una società migliore, cominciando a migliorare noi stessi e a praticare in prima persona ciò che vorremmo esistesse nel mondo.

Un mondo nuovo è fatto di tolleranza, comprensione e amore.

E di tanti piccoli gesti quotidiani.

Agiti nel rispetto di chi non può protestare e non può ribellarsi.

Compiuti quando nessuno ci giudica.

E quando nessuno ci vede.

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MALTRATTAMENTI SENZA IMPORTANZA

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“Ripeti?”

Il professore di italiano la incoraggia sorridendo.

Anna ha undici anni e ieri ha studiato fino a tardi per questa interrogazione.

È la sua prima interrogazione nella scuola media.

L’anno scolastico è appena cominciato e ci tiene a fare una buona impressione.

Pazientemente ripete ciò che ha detto, alzando un poco il tono della voce.

Probabilmente l’insegnante non ci sente bene.

“Ripeti?”

Anna ripete di nuovo.

Forse per l’emozione ha parlato ancora con un tono basso.

“Ripeti?”

La scena va avanti per quattro o cinque volte.

La ragazzina comincia a sentirsi insicura e a disagio nel pronunciare sempre e solo la stessa frase.

“Ripeti?”

Anna guarda sfinita il suo insegnante, un uomo di circa cinquant’anni, e infine ammutolisce.

Le sudano le mani.

Di colpo capisce.

Vorrebbe piangere per l’umiliazione ma si sente troppo grande ormai.

“Allora, Anna, non ripeti più?”

Il professore sorride sarcastico, ammiccando al resto della classe.

“L’hai capito, finalmente, che quando non si sanno le cose è meglio stare zitti!”

* * *

Laura ha quattordici anni.

Esce dal teatro insieme ai suoi genitori.

Hanno appena visto uno spettacolo impegnato e molto coinvolgente.

“Anche io da grande voglio fare l’attrice!”

Esclama entusiasta.

“Ma che fesserie stai dicendo, Laura?!”

La mamma la guarda scrollando la testa.

“Non hai proprio capito nulla della vita, figlia mia! Pensa a studiare piuttosto e vedi di darti una regolata. Altro che fare l’attrice!”

* * *

Giorgio ha sedici anni e durante l’ora di storia si lascia progressivamente catturare dai suoi pensieri.

“Giorgio, vuoi ripetere cosa ho appena detto?”

Dritta in piedi davanti al suo banco la professoressa lo fissa irritata.

Giorgio arrossisce, abbandonando di colpo le fantasticherie.

“Non lo so professoressa… mi scusi… ero distratto…”

“Vedi Giorgio l’attenzione appartiene alle persone intelligenti. Gli idioti, invece, ne sono del tutto privi! Ma in ogni classe uno stupido c’è sempre. Adesso, semplicemente, sappiamo chi è.”

* * *

Mauro ha dodici anni e osserva suo padre che si accende una sigaretta.

Il padre lo fulmina con lo sguardo e sbotta:

“Se ti vedo con una sigaretta in bocca ti do tante sberle che ti stacco la testa!” Carla Sale Musio

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Nov 13 2011

CAMALEONTI… per amore!

In alcune situazioni, l’occultamento della personalità creativa può portare alla costruzione di un falso sé normalizzato con cui affrontare la rigidità della vita quotidiana.

Questo falso sé, apparentemente ben adattato, nasconde (come solo un creativo sa fare) l’apparato emotivo e lascia trapelare la propria sofferenza solo in forma criptata.

Avremo allora un crescendo d’insoddisfazione, irritabilità e vissuti depressivi fino ad arrivare all’attacco di panico vero e proprio.

Un panico senza motivo apparente perché nascosto dietro un’apparente normalità.

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NICOLETTA maltratta solo NICOLETTA

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Nicoletta e Guido sono sposati da circa dieci anni.

Insieme hanno avuto due bambine, Silvia e Clara, che oggi hanno cinque e tre anni.

Nicoletta è una mamma affettuosa che passa la maggior parte del suo tempo a casa occupandosi delle bimbe e delle faccende.

Nell’ultimo anno, però, alla famiglia si è aggiunta la nonna, vedova e con problemi di deambulazione.

“Mamma è una donna intelligentissima e piena di risorse.”

Racconta Nicoletta.

“Dopo la morte di papà ha organizzato la sua vita per non pesare su noi sorelle in nessun modo. Ma lo scorso anno ha avuto un incidente che le ha lasciato le gambe quasi completamente bloccate. Per questo, dopo molte insistenze, l’abbiamo convinta a trasferirsi qui. Da sola, in quella sua casa grande e piena di scale, non ce la poteva più fare.”

Nicoletta ha destinato alla mamma la sua camera dei pasticci.

Il luogo dove inventa di tutto: giochi di stoffa per le bambine, vestiti per sé, regalini per le amiche.

“Ho scelto di non lavorare per potermi dedicare alla famiglia e alle bambine.” Mi dice.

“Ma sono un animo irrequieto e non mi piace stare con le mani in mano. Ho sempre bisogno di inventare qualcosa. Faccio e disfo. Riciclo tutto.”

L’arrivo della mamma ha messo bruscamente fine agli hobby di Nicoletta.

Un po’ perché non c’è più una stanza dove rinchiudere il disordine (che sempre si accompagna alla creatività).

E un po’ perché non c‘è più il tempo.

La mamma ha bisogno di compagnia e di attenzioni per superare l’avvilimento che consegue all’invalidità.

Nicoletta vuol bene a tutti e cerca di fare il possibile per i suoi familiari: gioca con le bambine, ascolta la mamma, prepara le cose in modo che Guido possa rilassarsi dopo il lavoro.

In sintesi: è una figlia/mamma/moglie perfetta.

Ma allora?

Come mai chiede un appuntamento con lo psicologo?

Perché negli ultimi mesi soffre di attacchi di panico.

Un senso di soffocamento la assale quando meno se lo aspetta.

Il cuore salta nel petto.

Le orecchie ronzano.

Sente che sta per svenire.

E deve sdraiarsi fino a che non le passa.

Ma non sempre passa in fretta…

“Oramai sto più sdraiata che in piedi.”

Racconta tristemente.

“La casa è abbandonata. Le bimbe protestano. Guido è stanco. Mamma vuole andarsene per non pesare ulteriormente su di me. E io non so come farmi passare questi malesseri che mi fanno impazzire e che di fisico non hanno niente. Ho fatto tutte le analisi. È tutto a posto. Forse sono pazza. Dev’essere così…”

Pazza…?!?

No di sicuro.

Disponibile e generosa…?

Tanto.

Le personalità creative amano tanto.

Danno tanto.

E vivono tanto tutte le cose.

Perché possiedono un sistema emotivo sofisticato e ricco di sfumature.

Talmente ricco che, a volte, le confonde.

Infatti, Nicoletta è confusa tra la testa e il cuore e non sa più cosa vuole davvero.

Con la testa pensa una cosa e con il corpo ne chiede un’altra.

Con la testa:

  • Vuole fare star bene la mamma.

  • Vuole crescere bene le figlie.

  • Vuole bene a Guido (che per via del lavoro non c’è quasi mai).

Vuole tutte queste cose con grande intensità e si dimentica che anche lei è parte della famiglia.

E, proprio come tutti gli altri, ha bisogno di rilassarsi, divertirsi e stare bene.

Con il corpo:

  • Vuole dire basta.

  • Vuole ascoltarsi.

  • Vuole sdraiarsi e pensare un po’ anche a sé.

“Per me è importante, soprattutto, che ognuno intorno a me stia bene!”

Protesta.

“Sì. E, per ottenerlo, devi pensare anche a te.”

Le spiego.

Non è lecito un amore razzista.

Neanche… solamente contro sé stessi.

Il cuore si ribella.

Il corpo protesta.

Per riprendere a stare bene Nicoletta dovrà imparare a volere anche il suo bene insieme a quello dei suoi cari, e amare se stessa con l’intensità con cui ama gli altri.

Carla Sale Musio

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Ott 23 2011

Le personalità creative: DEVONO SELEZIONARE IL CLIMA EMOTIVO

Chi possiede una personalità creativa è un ascoltatore sensibile, capace d’immedesimarsi nei vissuti degli altri e di capirne le ragioni e le motivazioni.

Tuttavia, per queste persone è preferibile selezionare i contenuti in cui s’immergono in modo da evitare a se stessi inutili sofferenze.

Infatti, proprio perché la loro empatia è molto sviluppata, il clima emotivo li assorbe completamente.

Per questi caratteri, sempre partecipi e attenti al presente, non fa differenza che si tratti di un film o di una realtà drammatica.

La psiche vive le emozioni con la stessa profonda intensità.

E ne può portare le tracce… a lungo.

Sono persone che si commuovono e soffrono anche davanti a un contenuto inventato o a qualcosa che non potrà mai riguardarli personalmente e, per non traumatizzare inutilmente il loro sofisticato strumento di conoscenza emotiva, è meglio valutare l’opportunità di assistere a film, spettacoli o racconti drammatici.

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UN FILM DI GUERRA

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Giorgio è andato a vedere un film con gli amici.

All’uscita dal cinema si sente come svuotato.

L’entusiasmo che aveva prima di entrare è scomparso e ha voglia unicamente di starsene solo.

Vorrebbe tornare a casa ma il gruppetto decide per una pizza.

Giorgio non se la sente di fare l’orso andandosene via e, con poca convinzione, accetta l’idea della pizza.

Al ristorante il malumore non gli passa.

Nemmeno quando si arriva al dolce.

Se la prende con se stesso per aver accettato l’invito.

E se la prende con gli amici che, per tirarlo su, lo coinvolgono in dialoghi e scherzi a cui non ha voglia di partecipare.

Incolpa il tempo e il compito d’inglese, però, in cuor suo, sa bene che non è così.

E circa un mese dopo, si presenta sconfortato nel mio studio per avere un aiuto.

“Sono troppo sensibile.”

Afferma, arrabbiandosi con se stesso.

“Forse dovrei prendere dei farmaci! Nessuno dei miei amici ha le mie reazioni guardando un film. È tutto finto, io lo so benissimo! Eppure non riesco a togliermi quelle scene dalla testa. Mi tornano in mente in continuazione, persino mentre dormo!”

Giorgio ha diciassette anni.

Per lui è molto importante poter andare al cinema con gli amici.

Tuttavia, la sua personalità creativa lo costringe a selezionare i film da vedere.

Quello che ha visto poco tempo fa è un film di guerra in cui ci sono delle scene di tortura.

È un film per tutti e le scene drammatiche non sono state troppo esplicite.

Però, agli occhi di Giorgio, sono apparse talmente reali da lasciarlo scosso per diversi giorni.

La sua capacità empatica lo porta a sentire dentro di se il dolore degli altri.

Come se fosse il suo.

Le scene di tortura sono realmente avvenute nel suo mondo interiore.

Per lui è stato come assistere a delle torture reali.

E la considerazione che tanto è una finzione cinematografica non alleggerisce nemmeno un po’ la sua sofferenza.

Per questo suo modo di essere, Giorgio dovrà stare sempre attento a quello che sceglie di guardare.

La personalità creativa lo rende altruista e adatto a tutte le professioni sociali, ma dovrà avere cura di non sottoporre se stesso a torture inutili.

Non significa che non potrà andare al cinema.

Vuol dire che dovrà tenere presente che il suo coinvolgimento e la sua partecipazione emotiva sono superiori alla media.

Chi ha la pelle chiara non pretende di esporsi al sole senza protezione solare, come se avesse la pelle scura.

Allo stesso modo chi ha una personalità creativa deve usare degli accorgimenti quando si espone ai contenuti emotivi.

Tutto qui.

Carla Sale Musio

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Ott 07 2011

Le personalità creative: HANNO UN’ECCESSIVA RAZIONALITÀ (a volte)

In alcuni casi la paura della diversità spinge le personalità creative a costruire una forte logica e a tenere a bada la propria creatività (considerata responsabile di tutte le sofferenze) con un’esagerata razionalità.

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UN MIRACOLO?!

HO DETTO CHE NON È POSSIBILE!

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Bruno fa l’agente di commercio.

Il suo lavoro lo porta a essere sempre in viaggio e ad avere contatti con tanta gente.

È un uomo attivo, cordiale, spigliato e capace di proporre i prodotti che vende senza stancare o forzare i clienti.

Gli piace viaggiare e gli piace cambiare.

Non si sofferma troppo sul perché delle cose.

Dalla vita ha imparato che è molto più utile rimboccarsi le maniche e affrontare i problemi quando si presentano.

Ogni tanto però gli succedono dei fatti che lo lasciano senza parole e senza risposte.

Qualcosa… che per lui somiglia a un inquietante punto interrogativo.

Sono situazioni che Bruno archivia in un angolo di sé mentre traduce la vita in azioni e conseguenze logiche.

La ragione e la concretezza sono sempre state le sue migliori amiche, le più grandi alleate negli anni della crescita.

I genitori, infatti, hanno dovuto affidarlo, quando era ancora bambino, a una nonna troppo anziana per seguirlo come sarebbe stato necessario.

E Bruno, sensibile, emotivo e timido ha imparato a cavarsela da solo, tenendo a bada i lati teneri del suo carattere con la forza dell’intelligenza e della volontà.

Quando si risolve a prendere un appuntamento con me, la sua ferrea razionalità vacilla davanti a qualcosa d’inspiegabile successo proprio a lui.

“Stavo nuotando e ho avuto un infarto”

Racconta.

“Nessuno mi ha visto e sono rimasto per molto tempo sott’acqua, prima che venissero a tirarmi fuori. I soccorsi sono arrivati dopo. Dovevo essere già morto o, almeno, con il cervello in pezzi, perché senza ossigeno per più di un certo tempo non si può proprio stare. E invece…”

Allarga le braccia in un gesto che esprime tutta la sua impotenza a capire.

“… eccomi qua. Vivo. E con la testa che funziona come prima. Non se lo spiegano neanche i medici. Sono entrato nella casistica delle guarigioni miracolose.”

“Mi sembra un evento degno di essere festeggiato! Perché me lo racconta come se si trattasse di una malattia incurabile?”

Chiedo, colpita dal suo atteggiamento prostrato e avvilito.

“Perché non credo ai miracoli! Non ci ho mai creduto e non voglio farlo adesso. Solo che alla mia vita, oggi, nessuno riesce a dare una spiegazione… e io la notte non dormo più e di giorno sono sempre in allarme. Non so cosa fare per uscirne.”

Lavoriamo insieme, ricostruendo un’esistenza dove per la sensibilità non c’era mai un posto adeguato.

E dai frammenti sparsi, di un cuore giudicato pericoloso, compaiono le tracce di un’insospettabile sensitività.

Tutta la vita di Bruno è costellata di percezioni che hanno poco a che fare con i cinque sensi.

Percezioni che Bruno non ascolta e non condivide con nessuno, perché lo fanno sentire diverso dagli altri.

A-normale.

Una sorta di Angelo Custode sembra aver rimpiazzato l’assenza dei genitori e aiutato il bambino e l’uomo nei momenti di maggiore difficoltà.

“Sono qui per proteggerti.”

Sembra dire ogni volta l’angelo (o chi per lui) a Bruno.

Che ogni volta risponde indispettito:

“Non esisti!”

La logica di Bruno si ribella e non ammette ciò che il cuore conosce senza bisogno di tante parole.

Il percorso terapeutico passa attraverso la terapia esoterica. Cioè una terapia che, riscoprendo le tracce di un sapere profondo, prova a dare risposte al quesito di tutti i quesiti: perché si vive? E perché si muore?

Ma soprattutto: perché qualche volta non si muore?!?

Carla Sale Musio

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Ott 05 2011

Le personalità creative: HANNO BISOGNO DI ISOLARSI

La capacità di spostare il punto di vista stimola una grande disponibilità al cambiamento ma ha bisogno di alcune attenzioni.

Prima fra tutte: l’esigenza di ritrovarsi.

La necessità di ricordarsi chi sono dopo aver esplorato altre realtà spinge le personalità creative ad aver bisogno di isolarsi periodicamente.

La durata di questi ritiri può variare da alcuni minuti a diversi giorni e dipende da quanto hanno abbandonato il loro sistema emotivo per dedicarsi ad altro o ad altri.

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INTIMITÀ E FUGA

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Fabrizio e Valeria stanno insieme da circa due anni.

La loro è una storia tenera e intensa nata quando erano già grandi e dopo altre relazioni finite male.

Entrambi hanno imparato dalla vita la tolleranza e la comprensione delle reciproche diversità e abitudini.

Entrambi sono presi da mille interessi e passioni che non sempre convergono.

Entrambi sanno dimenticare tutto per darsi completamente l’uno all’altra nel tempo che trascorrono insieme.

Perciò adesso hanno in progetto una casa e (forse) anche un figlio.

Tuttavia, qualcosa sembra impedire la realizzazione dei loro piani.

La convivenza è un’idea che attrae e spaventa tutti e due.

Le esperienze precedenti hanno lasciato in loro la paura del fallimento e questa volta ce la mettono tutta perché le cose vadano a buon fine.

Perciò hanno deciso di fare le prove generali trascorrendo lunghi periodi insieme.

Una volta a casa di Valeria.

E un’altra da Fabrizio.

Ma dopo qualche giorno… Fabrizio sente il bisogno di stare solo e trova mille pretesti per sparire.

Non si fa sentire anche per una settimana.

“Mi succede soprattutto se abbiamo avuto un’intesa speciale, quando tra noi si crea una grande intimità, fatta di passione ma anche di coccole e momenti dolci. Sembra una maledizione! E non ne capisco le ragioni. Più stiamo bene insieme più io sento l’impulso di isolarmi.”

Racconta con imbarazzo.

“Stacco il telefono e sparisco. Sembro un pazzo. Sento che devo star solo e non so perché. Voglio bene a Valeria, capisco che questo mio comportamento la ferisce. Ma non so come fare. Il bisogno di solitudine è più forte di me!”

Fabrizio ha una personalità creativa: entra istintivamente nel cuore delle persone a cui vuole bene.

Sa leggerne i bisogni e soddisfarli.

L’amore che prova per Valeria lo spinge a essere sempre attento alle sue esigenze e a realizzarne i desideri.

Vederla felice lo rende felice.

Questo per lui è importante.

Tuttavia, quando si ritrova solo si accorge di aver dimenticato se stesso.

L’impulso che lo porta a isolarsi non è un gioco dispettoso né una paura del confronto o delle responsabilità.

L’isolamento è il modo che ha trovato istintivamente per ripristinare l’ascolto di sé.

Comprendere il funzionamento della sua personalità lo aiuterà a non colpevolizzarsi e a organizzare insieme alla convivenza con Valeria anche la convivenza con se stesso.

Questo non significa sparire senza lasciare tracce.

Ma, al contrario: programmare i momenti di solitudine in accordo con la persona amata.

Senza falsi misteri e paure immotivate.

Le personalità creative amano in un modo totale e generoso.

Per questo trascurano i propri bisogni a vantaggio degli altri cui vogliono bene.

E, periodicamente, hanno bisogno di passare del tempo in solitudine.

Il loro modo di voler bene deve essere compreso, accettato e gestito.

Prima di tutto da loro stessi.

E poi da coloro che hanno intorno.

Per evitare fraintendimenti e incomprensioni ingiustificate.

Carla Sale Musio

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Set 30 2011

Le personalità creative: SONO INSICURE

Gestire una molteplicità di sé può portare a sentirsi insicuri e incoerenti e può generare idee di auto svalutazione e bassa autostima.

La plasticità, infatti, non è facile da condividere e spesso viene interpretata come incoerenza o mutevolezza del carattere.

Quando non sono capite, le personalità creative possono essere giudicate: dispersive, ipersensibili, insicure, lunatiche o impulsive.

(A volte anche da loro stesse).

Per riconoscere e utilizzare appieno i vantaggi della loro poliedricità è necessario comprenderne il funzionamento.

A volte per ripristinare un’adeguata comprensione di sé è necessario un aiuto psicologico.

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MATTEO HA TANTI SÉ…

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Matteo ha tanti sè.

Si è trasferito in Sardegna per stare vicino ad Annalisa e costruire una vita insieme a lei ma ultimamente si sente insicuro su tutto.

Non sa più quale sia la scelta giusta.

È confuso.

Matteo è il figlio più grande di una famiglia numerosa.

Il papà è morto quando lui era ancora molto giovane e la mamma ha sempre contato su di lui.

Quando ha deciso di trasferirsi da Torino a Cagliari, la sua mancanza l’hanno sentita tutti: amici, mamma e fratelli, anche quelli ormai grandi e sposati.

La mamma gli telefona ogni giorno.

“Almeno una volta ha bisogno di sentirmi.”

Racconta Matteo.

“Sono il suo psicologo, il suo confessore e il suo antidepressivo!”

Poi sorride con tenerezza al pensiero dei tanti problemi, spesso inesistenti, della mamma.

“Non vuole farmene una colpa… ma il fatto che abbia scelto di vivere qui, non le va giù. Mi giudica sempre troppo impulsivo.”

Matteo è paziente con lei e lo è anche con Annalisa.

“Annalisa vuole che la accompagni dappertutto. Le piace che la aiuti perfino nel lavoro! Fa l’arredatrice e spesso deve viaggiare e scegliere oggetti e mobili per conto dell’azienda dove lavora. Molte volte io non potrei assentarmi e sono costretto a fare i salti mortali pur di accontentarla. Non sempre è possibile…”

La pazienza di Matteo non si limita nemmeno con il suo principale.

“Il capo mi chiede di occuparmi di tutto. Sa che so essere diplomatico e trattare con i colleghi. Spesso finisce che, per accontentare tutti, ci rimetto io!”

Matteo ha una personalità creativa e, per questo, è naturalmente portato a comprendere i bisogni degli altri.

Quando parla al telefono con la mamma: sente il suo dispiacere per la lontananza e si fa in quattro nel cercare di consolarla.

Quando è con Annalisa: capisce il suo entusiasmo e la passione che riversa nelle cose che fa, e sceglie di accompagnarla senza considerare le ripercussioni che quelle partenze improvvise provocano nelle sue attività.

Quando poi è al lavoro: conosce le necessità del caposervizio e dei colleghi e si prodiga per cercare di creare una collaborazione produttiva per tutti.

Ma quando, infine, si ricorda di essere solamente Matteo… be’… allora si sente confuso!

Perché a forza d’immedesimarsi negli altri ha perso il contatto con le proprie esigenze.

Così, ogni tanto ascolta se stesso e… delude tutti: negando di colpo e senza preavviso la sua disponibilità (tanto naturale da essere scontata e, spesso, pretesa).

Ecco perché è giudicato: lunatico, collerico e prepotente.

Per essere valutato con più generosità e obiettività da chi gli sta intorno, Matteo dovrà imparare a essere meno brusco e improvviso quando decide di ascoltarsi e volersi bene.

E costruire un equilibrio nuovo tra i suoi bisogni e le esigenze altrui.

Senza sentirsi in colpa quando pensa a sé.

E senza sentirsi usato quando pensa (troppo) a quelli che ama.

Carla Sale Musio

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Set 06 2011

AFFRONTARE LA MORTE CON LA MENTE E CON IL CUORE

Per valutare ciò che ci succede, utilizziamo abitualmente due diverse modalità di conoscenza.

Una è basata sull’utilizzo dei cinque sensi, la percezione sensoriale, e l’altra poggia sulle percezioni interiori, la percezione del cuore.

Normalmente integriamo le informazioni che ci arrivano da queste due forme di conoscenza in un’unica conclusione che le comprende entrambe.

Facciamo questo spontaneamente e automaticamente, quasi senza rendercene conto.

Cosa succede, però, quando le due modalità si trovano in conflitto?

Vi sarà certamente capitato di provare diffidenza nonostante i modi affabili e gentili di qualcuno.

La percezione interiore vi segnala che qualcosa non va, mentre la percezione esteriore vi mostra che tutto è ok.

Nei casi in cui le informazioni dei sensi e quelle del cuore sono in conflitto, il senso comune tende ad avvalorare la percezione sensoriale a discapito di quella del cuore.

Questo perché abbiamo imparato a credere vero soltanto ciò che si può toccare, gustare, annusare, vedere o ascoltare.

Mentre a quello che si sente dentro, non è riconosciuta nessuna verità.

Le chiamiamo impressioni e non vi attribuiamo troppa importanza.

(Almeno finché la vita non ci dimostra con i fatti la loro veridicità.)

Costruiamo i nostri ragionamenti logici sulle informazioni sensoriali e spesso arriviamo a conclusioni improprie.

Ci spaventa ascoltare il cuore perché ottiene il suo sapere senza utilizzare la ragione.

Il cuore conosce in maniera istintiva.

Cioè di colpo.

Come un’illuminazione.

È il modo dell’emisfero destro di ottenere le informazioni.

(Ricordate? L’emisfero destro del cervello non ha la sequenza… IL CERVELLO DEI CREATIVI).

Purtroppo il conflitto tra la mente e il cuore è all’origine di tante sofferenze psicologiche.

Infatti, le impressioni che riceviamo dal cuore sono preziose e vitali per il benessere psicologico.

Andrebbero sempre considerate perché trascurarle, o peggio negarle, provoca sofferenza e malattia.

Il cuore ci dice cose che la mente non sa e non conosce.

La mente ragiona.

Il cuore ama.

Sono due cose diverse.

L’amore non è logico ma senza non si può vivere.

Forzare l’amore a seguire la logica non è possibile.

Mente e cuore devono essere gestiti insieme riconoscendo a ciascuno la propria specificità e autonomia.

Nessuno dei due è migliore dell’altro.

Ci sono cose che il cuore non capisce.

E ci sono cose che la mente non sa.

Entrambi sono indispensabili per una vita soddisfacente.

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UN LUTTO DI SERIE B

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Giovanna viene di nascosto, marito e figlio non approverebbero mai il suo bisogno di chiedere aiuto.

Al primo appuntamento non riesce neanche a parlare che subito scoppia in lacrime.

“Mi vergogno…” borbotta tra i singhiozzi “…sto troppo male… non rida, dottoressa, la prego!”

Ma non trovo nulla da ridere in quel dolore così lacerante e urgente da non poter essere rimandato.

“Piango tanto… però di nascosto… so che non dovrei… in casa non vogliono…”

Le porgo la scatola dei fazzolettini e aspetto che il pianto defluisca un poco per capire le ragioni di quella vergogna.

“Non riesco a darmi pace…” continua riprendendo a singhiozzare come una bambina “…è per via di Rosita… la mia pappagallina… è volata via…”

Di nuovo le lacrime la sopraffanno.

“Era una pappagallina gialla e verde, come ce ne sono tante, ma per me… era speciale… come una persona, una bambina…”

Si asciuga gli occhi cercando di assumere un atteggiamento più controllato.

Due lacrimoni silenziosi continuano a rigarle le guance mentre mi racconta la sua disperazione.

“Mangiava con noi e poi si addormentava appollaiata sulla sveglia, affianco al letto di mio figlio, con la testolina nascosta sotto l’ala. Avevo scelto io il nome Rosita e quando la chiamavo si veniva a posare sul dito… che bellina! Mi dava tanta gioia!”

Un sorriso fa capolino tra le lacrime mentre Giovanna continua a raccontare.

“In casa la lasciavamo libera. Naturalmente con le finestre chiuse. E quando dovevamo partire la portavamo con noi nella sua gabbietta. Era tenera …”

Riprende a piangere sommessamente.

“Qualche mese fa mio figlio l’aveva sul dito… è sceso giù per aprire il portone… e lei è volata come faceva sempre… solo che la porta era già aperta… e così, senza rendersene conto, si è trovata fuori!… all’aperto…”

Singhiozza sconsolata senza riuscire a fermarsi.

“C’era vento… Rosita non è abituata alle correnti… non è stata capace di tornare indietro… l’abbiamo chiamata e cercata… dappertutto… ma non c’è stato nulla da fare… era come stordita… non sapeva governare il volo nell’aria libera…”

Giovanna sminuzza il fazzolettino di carta cercando inutilmente di trattenere il pianto.

“Da allora non mi do pace. Ho messo annunci in tutto il quartiere. L’ho cercata ovunque. L’ho chiamata fino a perdere la voce. Nulla…”

Le lacrime le rigano nuovamente il viso.

“O se l’è presa un gatto… o chissà dov’è finita… magari l’avesse trovata qualcuno che le vuole bene! Io sarei contenta! Mi basterebbe saperlo. Invece penso che sia morta! E mi sento così stupida per non averla potuta aiutare… lei si è fidata di me… di noi… di mio figlio… e nessuno l’ha protetta come si aspettava…poverina!”

Mi guarda impotente asciugandosi gli occhi con un fazzoletto di carta ormai a brandelli.

“Eravamo tutto il suo mondo…”

Il mio silenzio non giudica e Giovanna può condividere quel dolore.

Un dolore colpevolizzato perché rivolto a un uccellino.

Il cuore ama.

La mente non approva.

Succede spesso.

La soluzione non è prevaricare il cuore con la ragione.

Bisogna comprendere che esistono dentro di noi due modi diversi d’interpretare la vita.

Vanno gestiti senza pretendere di uniformarli.

La strada che porta a un mondo migliore passa attraverso l’accettazione di sé e del proprio modo di amare.

“Mio marito e i miei figli me ne volevano regalare un’altra… uguale… ma io non ho voluto. Non sarebbe Rosita!”

Giovanna continua il suo racconto incoraggiata dal mio consenso.

“Loro non mi capiscono. Dicono che sono proprio matta… Per questo non ho detto a nessuno che venivo da lei! Non voglio essere considerata pazza… anche se, a volte, penso che abbiano ragione… forse non sono normale… soffrire tanto… solo per un uccellino…”

Mi guarda interrogativa in attesa della mia condanna o della mia assoluzione.

Le propongo di rivederci ancora per quattro incontri.

Serviranno a far sentire Giovanna del tutto sana nell’ascoltare il suo cuore e per aiutarla a non rinnegare la sofferenza davanti agli altri.

Rosita merita il suo dolore e anche un funerale simbolico.

La sua scomparsa non è una patologia e non deve essere curata ma ha bisogno di comprensione e di significato.

La sofferenza per la perdita di qualcuno che abbiamo amato deve essere rispettata e condivisa.

Anche se si tratta di qualcuno che appartiene ad una specie diversa.

Il cuore non è normale.

È vero.

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Set 03 2011

Le personalità creative: SONO DISCONTINUE E DISPERSIVE (a volte)

Le personalità creative possiedono una curiosità innata che le rende poliedriche e originali ma anche tendenzialmente discontinue e dispersive.

Infatti, il bisogno di cambiare si scontra con la costanza necessaria per portare avanti i progetti.

Capita spesso che queste persone inizino le cose con grandissimo impegno, entusiasmo e volontà ma che, in corso d’opera, si dimentichino dei loro propositi perché distratti da qualche novità altrettanto interessante.

Questo carattere, facile all’entusiasmo e al cambiamento, è spesso giudicato male da chi ha bisogno di abitudini stabili.

Non che le personalità creative non amino le abitudini… ma tra queste c’è anche l’abitudine alla trasformazione!

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UNA FAMIGLIA DI AVVOCATI

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Eleonora proviene da una famiglia di avvocati.

In casa sua studiare/laurearsi/lavorare è un trinomio indiscusso e immodificabile.

Perciò, quando decide di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza non pensando di fare l’avvocato da grande, i suoi parenti la scrutano come se fosse un’aliena discesa da Marte.

“Vorrai almeno intraprendere la strada del notariato!”

Esclamano, guardandola con rimprovero.

Ma a Eleonora l’idea di fare il notaio piace ancora meno…

“Sto pensando di aprire un ristorante vegano.”

Risponde con un sorriso disarmante alle facce basite di zii e cugini.

Eleonora ha una personalità creativa e il suo animo libero cavalca facilmente l’onda delle passioni.

D’estate, presa la patente nautica, fa lo skipper su una barca a vela.

D’inverno, oltre a studiare, si occupa di ristrutturare la grande casa di famiglia.

I parenti la considerano un po’ svitata e la osservano con un misto di disprezzo e commiserazione.

“Certo che se continui così non riuscirai mai a laurearti.”

Borbotta qualcuno.

Eleonora fa passare molto tempo tra un esame e l’altro.

La sua vita è piena d’impegni e non ha nessuna fretta di finire l’università.

Non ha deciso cosa farà dopo essersi laureata.

Da me viene ogni tanto, quando ha bisogno di un supporto.

Il suo vivere controcorrente rispetto a una famiglia tradizionalista la fa sentire insicura e teme di sbagliare finendo per scegliere un lavoro poco adatto a sé.

Quando, infine, stabilisce che è arrivato il momento di concludere gli studi è fuori corso già da un po’.

I cugini hanno finito con l’università e stanno facendo il praticantato.

Informati che Eleonora si è decisa a fare l’avvocato ridacchiano tra loro.

“Ne devi mangiare ancora di minestra! L’avvocatura richiede impegno, costanza e capacità di adattamento. Una dote, quest’ultima, che tu non possiedi. Non riuscirai mai a fare la gavetta seguendo orari, direttive e sbalzi d’umore di qualche vecchio avvocato barbogio!”

Sì, è vero: l’indipendenza a Eleonora non manca.

E per fortuna nemmeno il sesto senso!

Un radar interiore la guida attraverso una serie di coincidenze fino all’avvocato giusto con cui seguire il praticantato adatto a lei.

Lo studio è quello dell’avvocato Fiorella G.

Una giovane donna con la quale nasce subito una profonda amicizia.

“Con Fiorella ci capiamo al volo!”

Racconta entusiasta Eleonora in uno degli ultimi incontri.

“E riusciamo sempre a organizzare il lavoro in modo produttivo, efficace e divertente.”

L’apparente discontinuità… si è trasformata in un vantaggio!

Focalizzando le energie su molteplici attività Eleonora è riuscita a ottimizzare le sue risorse creative in una sinergia dove un progetto non è zavorra per l’altro, ma anzi!

Il gioco e gli interessi sviluppati perdendo tempo con l’università le hanno permesso di rifiutare la paghetta di un avvocato babbione e di entrare a Palazzo con i mezzi dei grandi e la curiosità dei piccoli.

Ma soprattutto con la variegatissima rete di conoscenze acquisita durante il suo bizzarro percorso… dove l’amicizia, la stima e il rispetto hanno fatto nascere mille contatti per potenziali clienti e valide collaborazioni con altri professionisti.

Ancora oggi, a distanza di anni, Eleonora e Fiorella lavorano insieme.

Eleonora è un avvocato conosciuto, stimato e molto richiesto.

P.S.: Solo i parenti non riescono ancora a spiegarsi le ragioni del suo successo.

Carla Sale Musio

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