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Mag 12 2019

L’ATTACCO DI PANICO

L’attacco di panico è un sintomo apparentemente pazzo che ci spinge a vivere sensazioni fisiche di morte imminente senza alcun riscontro dal punto di vista medico.

Le persone che ne sono vittime si sentono estraniate dal controllo sulla propria vita, preda di un qualcosa che le lascia impotenti e sole, incapaci anche di spiegare ciò che sta accadendo.

L’attacco di panico è il sintomo del malessere psicologico degli anni duemila (nel novecento c’era la depressione, nell’ottocento c’era l’isteria) e segnala la perdita di contatto con la propria realtà interiore, il mancato ascolto delle paure e dei bisogni profondi.

È un campanello d’allarme che indica la necessità di apportare dei cambiamenti nel proprio stile di vita e ci ricorda in modo criptato che siamo venuti al mondo per dare espressione ai nostri talenti e per donare agli altri la nostra unicità.

L’attacco di panico è un sintomo creativo.

Così creativo che i medici non riescono a definirne una tipicità.

E indica la mancanza di creatività.

Infatti, quando la creatività non trova sbocchi nella quotidianità si esprime nell’unico luogo rimasto a sua disposizione: il corpo.

E lo fa producendo dei sintomi creativi, cioè diversi per ognuno.

La cura di questa problematica non può essere una pillola prescritta dal medico ma passa attraverso l’ascolto del mondo intimo e la ricerca dei propri bisogni inespressi.

Nell’intimità di noi stessi, infatti, coltiviamo il desiderio di manifestare la nostra originalità, ciò che ci rende unici e speciali, diversi da chiunque altro.

Pretendere di livellarci dentro uno stile di vita che non rispecchia le scelte personali soddisfa l’esigenza di ricevere approvazione e stima da parte delle persone a cui vogliamo bene.

Tuttavia, non basta a garantirci la salute e la realizzazione.

Come esseri umani abbiamo bisogno di affiancare all’appartenenza anche l’espressione individuale delle potenzialità che ci caratterizzano.

La diversità non è uno stigma sociale volto a etichettare le persone che non si conformano agli standard condivisi dalla maggioranza.

La diversità è la capacità di interpretare la vita in modi nuovi e serve a permetterci di condividere con gli altri i doni che siamo venuti a portare nel mondo.

Spesso dietro un attacco di panico si nasconde il livellamento della propria autonomia.

E la guarigione arriva nel momento in cui si aprono strade nuove all’espressione di sé.

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STORIE DI PANICO E DI AUTONOMIA

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Marco lavora in una sartoria.

Il lavoro gli piace e, già da tempo, segue alcuni clienti in totale autonomia.

Il datore di lavoro lo stima e si complimenta con lui, lo considera il suo braccio destro e, spesso, gli confida anche le proprie problematiche personali.

Tra i due nasce una profonda amicizia che bypassa la differenza d’età e li spinge a vivere momenti di grande solidarietà.

Ultimamente, però, Marco sente il desiderio di avere uno spazio espressivo solo suo e vorrebbe aprire un proprio atelier.

Tuttavia, il pensiero di deludere l’amico non lavorando più per lui lo porta a rinunciare ai suoi progetti.

Teme di perdere quell’amicizia così bella e costruita con tanta dedizione.

Quando arriva nello studio di uno psicologo il disagio è fortissimo e gli attacchi di panico non gli permettono nemmeno di guidare la macchina, perciò è costretto a farsi accompagnare dai suoi genitori o a uscire di casa diverse ore prima per arrivare in orario utilizzando i mezzi pubblici.

Nel corso dei colloqui emerge il conflitto tra l’autonomia lavorativa tanto ambita e la paura di distruggere un legame affettivo costruito nel tempo. 

Soltanto dopo aver affrontato il proprio bisogno di espressione individuale e aver accettato di mettere a rischio l’amicizia, confidando all’amico i progetti lavorativi, Marco riuscirà a superare quella paura così invalidante da bloccare la sua carriera e la sua vita.

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Sonia convive da diversi anni con il suo compagno.

Nel tempo, però, la loro storia d’amore è diventata una sorta di emergenza emotiva sempre in allarme rosso.

E Sonia si è trasformata nell’infermiera dell’uomo che un tempo le faceva battere il cuore a mille.

Le paure di lui, i turbamenti, le insicurezze… sono l’argomento principale delle loro giornate e la donna nel tentativo di aiutarlo a ritrovare il gusto di vivere rinuncia a tutte le attività.

Ultimamente, però, sente di non farcela più e sogna una casa sua dove potersi dedicare ai tanti interessi che l’appassionano e che in passato hanno reso ricca e appagante la sua vita.

Tuttavia, il solo pensiero della separazione la fa sentire egoista e priva di sensibilità.

Come potrebbe abbandonare il partner con cui fino ad oggi ha condiviso la vita, sapendolo così fragile e bisognoso di lei?

Invano tenta di convincerlo a chiedere aiuto ad uno psicologo, lui non ne vuol sapere.

Gli basta la sicurezza di averla affianco per convincersi che presto tutto si risolverà.

Il tempo passa… e… un giorno dopo l’altro il panico attanaglia la vita di Sonia che, vittima di un’inspiegabile tachicardia parossistica, passa da un medico all’altro senza riuscire a trovare soluzioni.

Quando, infine, approda in terapia racconta di non farcela più: il suo cuore batte all’impazzata, le membra diventano molli, le orecchie ronzano e le sembra di morire da un momento all’altro… senza soluzione di continuità.

***

Marina ha trent’anni e i suoi genitori sono molto anziani.

Nata a dispetto di una diagnosi di infertilità la giovane donna è il miracolo che ha illuminato la vita di mamma e papà, la figlia amata e desiderata più di ogni altra cosa al mondo.

Marina sa di essere importante per sua famiglia ed è riconoscente ai genitori per tutto l’amore che le hanno donato in quei trenta bellissimi anni.

I suoi bisogni sono sempre stati ascoltati, capiti e soddisfatti; le passioni assecondate; le amicizie accolte.

E quando si è trattato di mettere dei paletti alle sue richieste è stato fatto con dolcezza, per il suo bene o per l’impossibilità materiale di accontentarla.

Insomma, Marina ha vissuto nella famiglia che ogni figlio vorrebbe avere!

E, anche se non ci sono stati dei fratelli, gli amici hanno sempre avuto uno spazio importante, compensando la solitudine e il bisogno di condivisione.

Apparentemente nulla motiva quel panico che la paralizza impedendole di uscire di casa per svolgere il lavoro che ama e che ha scelto con tanta passione: il medico.

Marina si interroga… ma non si spiega cosa non stia funzionando nella sua vita.

E dopo aver consultato decine di colleghi decide finalmente di chiedere aiuto ad un professionista.

Nel corso dei colloqui l’amore prenderà forma e infine svelerà a Marina il conflitto indicibile tra il bisogno di accompagnare i genitori nella vecchiaia e il desiderio di trasferirsi all’estero per proseguire i suoi studi e le sue ricerche.

Difficile ricambiare le cure che ha ricevuto senza tradire il suo impegno per risolvere i problemi che ammalano l’umanità!

Marina vuole bene al mondo e ama i suoi genitori… ma… per superare quei fastidiosi attacchi di panico dovrà fare spazio anche alla sua creatività e all’autonomia che la caratterizza.

Carla Sale Musio

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Dic 04 2014

MANGIARE… PER RIEMPIRE IL VUOTO

Laura si sveglia di notte in preda a un senso di angoscia.

Come una sonnambula apre il frigorifero e divora tutto quello che trova, fino a sentirsi scoppiare la pancia.

Poi torna a letto e si riaddormenta.

Giorgia, invece, è a dieta.

Resiste alle tentazioni per tutta la giornata ma ogni tanto, quando nessuno la vede, prende la scatola dei biscotti e non ha pace finché non l’ha svuotata completamente.

Quindi, delusa e colpevole, nasconde nella spazzatura le tracce della sua trasgressione e riprende a fare le cose di sempre, cercando di dimenticare quel black out.

Antonello ama gli animali e il suo cuore sente che è importante fare scelte più rispettose della loro vita.

Ma quando rinuncia a mangiare i suoi cibi preferiti fatti con latte, uova e formaggio, lo assale una fame compulsiva e per calmarla sgranocchia una dopo l’altra tutte le merendine vegane che sarebbero dovute bastare per un mese di spuntini in ufficio.

Laura, Giorgia e Antonello compensano con il cibo un vuoto interiore e senza rendersene conto usano gli alimenti come se fossero antidepressivi, reperibili senza bisogno di andare dal medico ma, soprattutto, senza dover ammettere le proprie difficoltà emotive. 

Nemmeno a se stessi.

Sappiamo tutti che mangiare è indispensabile per vivere ma, con quest’alibi incontestabile, giustifichiamo un’esagerata ricerca di gratificazioni alimentari, incrementando la fortuna delle multinazionali e delle case farmaceutiche.

Dietro il pretesto della sopravvivenza, infatti, si nascondono verità ben diverse.

Nei paesi industrializzati l’eccessiva alimentazione è una delle cause più frequenti di malattia e le motivazioni che spingono tanta gente a consumare smodatamente ogni genere di vettovaglie non riguardano la necessità di tenersi in salute, ma il bisogno di calmare la mente, imbavagliando almeno per un po’ il suo logorante chiacchiericcio interiore, fatto di accuse, recriminazioni, commenti e critiche, rivolte spietatamente contro se stessi.

Durante la digestione, l’energia si sposta dal cervello allo stomaco e le preoccupazioni cedono il posto a una sonnolenza che distoglie dalle responsabilità e dai pensieri.

In questo modo l’alleggerimento dell’angoscia si associa al sapore dei cibi e il pasto si trasforma in un rito scaramantico capace di scacciare la paura regalandoci una pausa dalle inquietudini interiori.

Mentre mangiamo, infatti, il processo fisiologico di assimilazione dei nutrienti prevale sul chiacchiericcio interiore e ammutolisce le emozioni per tutto il tempo della digestione.

L’alimentazione diventa così un antidoto all’inquietudine, uno strumento in grado di alleviare la sofferenza psicologica e la fatica di affrontare il proprio mondo interiore.

Il bisogno di mettere qualcosa in bocca, però, aumenta in proporzione alla necessità di evadere da se stessi, convertendosi rapidamente in una pericolosa bulimia.

I meccanismi di dipendenza e assuefazione legati alla nutrizione sono ben noti al mercato alimentare che, da sempre, sfrutta le proprietà anestetizzanti delle vivande per indurre i consumatori ad acquistare sempre di più, senza curarsi delle ripercussioni che questo provoca sulla psiche e sulla salute.

Molti cibi, grazie al loro effetto sedativo o stimolante, creano nell’organismo una improrogabile esigenza, spingendoci a consumarne quantità progressivamente maggiori.

In questo modo l’atto di mangiare si trasforma in un meccanismo compulsivo, sotteso dal bisogno di colmare quell’insoddisfazione emotiva che abbiamo paura di affrontare consapevolmente.

Nel sonno, Laura incontra i fantasmi che ha censurato durante il giorno e si sveglia sopraffatta dai contenuti emotivi rimossi.

Istantaneamente, però, si attiva il meccanismo della dipendenza alimentare e, nel tentativo di evitare il proprio mondo interiore, ricorre al cibo per distrarre la mente e poter riprendere a dormire.

In tutti i sensi.

Giorgia, invece, si sforza di dimagrire senza prestare attenzione alle implicazioni che esistono tra il raggiungimento del peso forma e la realizzazione personale.

Per soddisfare il desiderio di piacere e di piacersi decide di mettersi a dieta, ma l’insoddisfazione emotiva (irrisolta interiormente e amplificata dall’astinenza dal cibo) invece di diminuire aumenta, spingendola verso una ribellione censurata e perciò incontrollabile.

Antonello vuole cambiare stile di vita ma non tiene nella giusta considerazione la funzione sedativa delle pietanze che sceglie di evitare.

Eliminando i suoi cibi preferiti senza programmare un’adeguata compensazione emotiva, scatena una pericolosa crisi di astinenza che si calma soltanto quando sostituisce quegli alimenti con qualcosa di altrettanto gratificante dal punto di vista psicologico.

Le merendine da consumare in ufficio, infatti, sono associate ai momenti di pausa e di relax durante il lavoro ma, in quanto prive di prodotti animali, sono meno pesanti e più facili da digerire, perciò è costretto ad ingurgitarne molte di più per rallentare la digestione e ottenere il medesimo intorpidimento sulla mente e sui pensieri.

Per superare le difficoltà alimentari, Laura, Giorgia e Antonello dovranno osservare con maggiore attenzione il proprio equilibrio interno e modificare lo stile di vita, affrontando le paure e i vissuti che incrementano la dipendenza di cui inconsapevolmente sono vittime.

Solo così potranno superare l’angoscia che innesca la loro fame nervosa e finalmente costruire un rapporto col cibo più sano e naturale.

Per cambiare le scelte dietetiche è indispensabile intervenire sul proprio modo di vivere, affrontando con coraggio le difficoltà interiori fino a modificare i bisogni psicologici che sostengono i comportamenti compulsivi.

La scelta di sostanze antidepressive, infatti, è funzionale all’occultamento di vissuti emotivi irrisolti piuttosto che al benessere e alla salute.

Solo ripristinando un contatto con la profondità di se stessi è possibile rinunciare a utilizzare le innumerevoli droghe nascoste dietro false giustificazioni nutrizionali e riappropriarsi del proprio naturale desiderio di assaporare la vita.

Carla Sale Musio

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Ago 21 2014

ATTENZIONE: è indispensabile drogarsi tre volte al giorno!

Altrimenti si muore d’inedia!!!

Con questa minaccia le multinazionali alimentari si garantiscono i loro fruttuosi guadagni, convincendo tutti noi che, senza il supporto energetico di almeno tre pasti ogni giorno, deperiremmo rapidamente andando incontro a malattie e morte.

In natura, però, nessun animale mangia rispettando degli orari prestabiliti e cucinando miscele di cibi elaborati, conservati e pieni di sostanze tossiche.

La presunzione ci ha portato a credere di essere l’unica forma di vita intelligente e a snobbare con arroganza le altre specie, giudicandole stupide, prive di coscienza e buone soltanto per finire nel nostro stomaco.

Sollecitati abilmente dagli interessi del mercato alimentare, ci reputiamo la razza più evoluta e deridiamo la semplicità con cui vivono le bestie, attribuendoci impunemente il diritto di sfruttare tutto ciò che ci circonda e indifferenti davanti al rispetto con cui le altre creature si muovono nell’ambiente.

Mentre gli animali si alimentano soltanto di ciò che la natura offre spontaneamente, noi abbiamo creato una scienza dell’alimentazione e investiamo gran parte del tempo e dei guadagni per preparare pietanze sempre più elaborate e complesse.

Convinti che, per vivere, sia indispensabile mangiare cibi cucinati, artefatti e pieni di sostanze dannose per la salute, ci concentriamo sul sapore invece che sui nutrienti e coltiviamo l’estetica al posto della qualità.

Dobbiamo avere le stoviglie adatte a ogni portata, la tovaglia del colore giusto, i segnaposti, i sottopiatti, il centrotavola… e tante altre amenità! Indispensabili soltanto a chi si arricchisce grazie alla vanitosa ingordigia con cui consumiamo i nostri pasti.

Indifferenti al degrado della salute e alla sofferenza degli altri esseri viventi, per soddisfare un bisogno esagerato di varietà e di gusto, non esitiamo a massacrare quotidianamente milioni di creature innocenti, lasciandoci ipnotizzare da una cultura alimentare che ha il solo scopo di spingerci a comprare sempre di più.

Per tutte le specie viventi, mangiare è un piacere da assaporare ogni tanto, senza essere obbligati a lavorare per soddisfarlo e soprattutto senza rinunciare alle quotidiane attività di esplorazione, gioco, socializzazione, curiosità e piacere.

Noi esseri umani, invece, assuefatti alla dipendenza dal cibo, ne subiamo la schiavitù, privandoci della libertà e della salute pur di ottenere con regolarità le indispensabili dosi quotidiane.

I nostri pasti, artefatti e ricchi di tossicità e di insaporitori, infatti, sono studiati ad arte per provocare nel cervello e nel corpo il bisogno compulsivo di ingurgitare sempre di più, incrementando così la vendita dei prodotti e i guadagni di chi si arricchisce a spese della nostra salute.

Ci fanno credere che:

  • la varietà sia indispensabile per la vitalità

  • mangiare tante volte durante la giornata aiuti a mantenere la linea facendo bruciare più calorie

  • sia importante mescolare gli  alimenti per migliorarne il gusto

  • sia necessario cuocerli per renderli più digeribili

Ma tutto questo è vero soltanto finché siamo vittime di una dipendenza talmente grave da abiurare l’ascolto del corpo e da costringerci a seguire le norme dietetiche e le ricerche scientifiche finanziate da chi ha tutto l’interesse a venderci dei prodotti di cui non sia più possibile fare a meno.

Ci viene nascosto, invece, che:

  • tante malattie fisiche e mentali derivano da un’eccessiva alimentazione e si possono curare facilmente con il digiuno

  • il cibo crudo, biologico e naturale, consumato senza artifici alimentari, senza cottura, senza miscele e senza insaporitori, ripristina il senso della sazietà portandoci a mangiare soltanto le quantità necessarie per vivere e per godere di una perfetta salute

  • è possibile morire di vecchiaia senza ammalarsi mai, consumando gli alimenti così come la natura ce li regala, senza  manipolazioni, trattamenti o espedienti di nessun tipo

La mente subisce profondamente l’influenza delle droghe alimentari, cadendo in una pericolosa dipendenza che ha effetti devastanti sul tono dell’umore e sul benessere fisico. 

Per rendercene conto basta osservare cosa succede alla nostra psiche quando decidiamo di seguire una dieta.

Anche soltanto pronunciare la parola “dieta” fa scattare immediatamente una valanga di risposte emotive e ansiose!

Chiunque abbia provato ad attuare qualche modifica nelle proprie abitudini alimentari, sa che il pensiero impazzisce davanti alle restrizioni, portandoci a soffrire pericolose crisi di astinenza, con tutto il corollario di sintomi, psicologici e fisici, che ne consegue.

Nervosismo, ansia, irritabilità, aggressività, depressione, autolesionismo, apatia, mal di testa, nausea, crampi, debolezza… sono solo alcune delle manifestazioni che fanno seguito alla decisione di astenersi dall’assunzione delle droghe alimentari più comuni (carne, latticini, caffè, the, pane, pasta, biscotti, zucchero, alcolici, eccetera).

Per preservare gli interessi economici, si preferisce colpevolizzare le persone grasse, deridendole e demonizzando la bulimia e l’anoressia come se fossero avvenimenti fortuiti ed eccezionali, in modo da nascondere abilmente la dipendenza indotta in ciascuno di noi, dietro lo spauracchio delle malattie psichiatriche.

Ma le patologie legate al cibo sono la diretta conseguenza di un’alimentazione completamente avulsa dalle necessità naturali e pericolosamente incoraggiata dalla cultura del guadagno.

E, purtroppo, riguardano tutti.

Indistintamente.

Un bisogno, vorace e compulsivo, di mettere in bocca qualcosa, infatti, ci costringe ad accettare, come se fosse la norma, il decadimento fisco precoce e l’esistenza di innumerevoli malattie, distraendo la mente dalla responsabilità della salute e  dall’ascolto delle reali necessità fisiologiche e psichiche.

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Rivelare i pericolosi retroscena di ciò che mangiamo è severamente proibito!!!

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E chi prova a trasgredire il mito di un’alimentazione innaturale e narcotizzante, suscita risolini divertiti, incredulità, accuse di fanatismo, emarginazione, sarcasmo e manifestazioni di aggressività.

Per evitare di diffondere una conoscenza che metterebbe in crisi il commercio di tanti prodotti, si è costruita una scienza che giustifica l’ingordigia e incoraggia la dipendenza da ogni genere di sostanze dannose.

Così, mangiare è diventato un modo di drogarsi, legalizzato, sponsorizzato e incrementato da quanti si arricchiscono grazie alla nostra voracità e alle malattie che ne conseguono.

Liberarsi dall’assuefazione alla tossicità del cibo è un’impresa difficilissima e presuppone una grande forza di volontà e la capacità di procurarsi da soli le informazioni necessarie a cambiare.

Sul web e sui libri, infatti, si possono trovare ricerche esaurienti e ben documentate ma, per superare la dipendenza, è necessario affrontare le crisi di astinenza che, inevitabilmente, accompagnano ogni disintossicazione.

Cambiare strategie alimentari, perciò, significa affrontare una battaglia difficile e complessa, dapprima con se stessi… e poi col mondo!

La manipolazione agita sugli alimenti, infatti, provoca un’assuefazione molto più grave e insidiosa che qualunque altra droga, perché la legalizzazione e la sponsorizzazione operate dalla medicina ufficiale e dai mass media, scatenano meccanismi di  difesa, di giustificazione e di dipendenza, estremamente resistenti e perciò difficili da scardinare.

Soprattutto dal punto di vista psicologico.

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SCELTE DI DIPENDENZA… E DI LIBERTA’

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Salvatore ha bisogno di bere qualcosa di alcolico prima di andare a dormire, altrimenti non riesce a prendere sonno.

Recentemente, però, ha scoperto di essere intollerante ai lieviti e ai fermenti.

“Gli alcolici sono il mio sonnifero” racconta “perciò non posso smettere di bere, altrimenti non riesco ad addormentarmi e continuo a girarmi nel letto anche per tutta la notte! Non sono un alcolista! Mi basta bere  solo una birra per addormentarmi sereno. L’unico problema è che non sono in grado di farne a meno.”

*  *  *

Vittoria ha sempre avuto una corporatura magra e slanciata ma, da qualche tempo, non riesce più a rientrare nel suo peso forma.

Ha cercato di mangiare meno, di aumentare le ore della palestra, di bere molta acqua, di stare più attenta alle calorie, di camminare a piedi, di non bere alcolici… ma niente!

La bilancia sembra inchiodata sui suoi chili di troppo e la pancia non diminuisce di un millimetro!

Pensando con terrore alla prova costume, decide di consultare un dietologo che, dopo averla misurata, pesata e intervistata, le annuncia trionfante che il suo peso è più basso di quello previsto dalle statistiche per la sua altezza, e che, perciò, dovrebbe ingrassare un pochino.

Demoralizzata, Vittoria gli fa notare il suo ventre prominente e lo specialista le consiglia di ridurre le verdure e la frutta, di bere molta acqua e di mangiare spesso, piccole porzioni di carboidrati e proteine.

Per qualche settimana la donna si sforza di seguire i consigli del medico, ma presto la fame e l’umore sempre più nervoso le rendono impossibile continuare.

Scoraggiata e abbattuta, decide quindi di fare di testa sua e, vagabondando in internet, scopre l’alimentazione crudista.

“Così potrò dire di averle provate proprio tutte!” riflette tra sé, mentre si appresta a mangiare solo frutta e verdura cruda per qualche settimana.

Ma, nonostante lo scetticismo, questa volta i risultati si vedono!

Il giro vita comincia progressivamente a ridursi e un insospettabile benessere la fa sentire in forma e di ottimo umore.

Sono passati quattro anni e, da allora, Vittoria non ha più smesso di mangiare crudo, ha perfezionato, però, il suo regime, riducendo i grassi e facendo attenzione alle corrette combinazioni degli alimenti.

Oggi il suo ventre è piatto, il suo peso è perfetto e gode di un’ottima salute.

Deve solo fare attenzione a non raccontare in giro la sua esperienza, perché ha scoperto a sue spese che l’alimentazione crudista suscita spesso commenti ironici e disapprovazione, in chi è ancora dipendente dalle sostanze della cucina tradizionale.

*  *  *

Da quando ha scelto di diventare vegano, Nicola non può più partecipare a un pranzo con i parenti senza essere oggetto di scherno e di polemiche.

Ogni volta zii e zie, cugini e cugine, fanno a gara per convincerlo ad assaggiare questo e quello e, davanti alla sua scelta di non uccidere per vivere, scatenano una sorta di guerra santa in favore dell’alimentazione carnea.

Quasi che quella di Nicola, invece che essere una decisione ragionata, fosse una patologica forma di anoressia.

Preso dallo sconforto, il ragazzo ha provato a motivare le sue idee, oppure a sorridere e non aprire bocca, nel tentativo di far cadere quel genere di discorsi.

Ma tutto è inutile e, ogni volta, i parenti tornano a provocarlo sostenendo che: “… l’uccisione è inevitabile e l’eccessiva sensibilità va curata!”

Esasperato, Nicola, ha scelto, infine, di disertare quegli inviti, ma questa decisione, purtroppo, ha allarmato ancora di più chi gli vuole bene, perché: “… oltre ad essere troppo sensibile, si isola rifiutando il contatto con gli altri!”

Così Nicola, intrappolato dentro un paradosso, scopre con tristezza che, per i suoi parenti, le sue scelte saranno sempre e soltanto quelle sbagliate.

*  *  *

Lara è vegana da diversi anni, però non lo dice a nessuno.

“Sono intollerante!” risponde sorridendo a chi le domanda come mai non mangi la maggior parte degli alimenti che tutti, invece, consumano abitualmente.

“In questo modo chi mi sta intorno è gentile con me” mi confida, soddisfatta della sua decisione “e non sono costretta a dare spiegazioni sulle mie scelte alimentari!”.

Carla Sale Musio

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Ago 03 2014

QUEL PICCOLO PROFESSORE NELLA MENTE…

Un piccolo professore spietato e saccente si annida tra i pensieri combattendo l’entusiasmo, la creatività e il piacere con le armi subdole del dovere, della colpa e del giudizio.

Non è un essere malvagio… è convinto di agire per il nostro bene!

Tuttavia, in nome di un suo indefinibile criterio di obiettività uccide i sogni, le speranze e i desideri, incatenandoci a una vita di sacrifici e rassegnazione.

È un atteggiamento critico che nasce nella psiche in seguito all’educazione ricevuta da bambini e che nel tempo acquisisce una propria autonomia, trasformandosi in un censore interno sempre pronto a ricordarci i limiti, la pochezza e i demeriti che ci caratterizzano.

Quando eravamo piccoli, questo censore interno aveva il compito di rievocare gli insegnamenti dei grandi al momento opportuno.

Allora non si era ancora trasformato nella voce persecutoria di oggi ma era, invece, un alleato che, assistendoci nel complicato mondo degli adulti, ci aiutava a evitare gli errori della spensieratezza, dell’entusiasmo e dell’imprudenza infantile.

Con il tempo, però, si sono perse le tracce di quella sua originaria funzione protettiva e oggi millanta un’autorità priva di riscontri nelle circostanze della vita.

Ciò nonostante, non perde occasione per far sentire la sua presenza critica, ripetendo senza sosta il rosario dei  nostri difetti.

Reali o presunti.

E costringendoci a un continuo mea culpa che annienta l’autostima e soffoca la creatività sotto una coltre di impedimenti catastrofici.

“Quanto sei stupido!”

“Chi credi di essere!”

“Non ce la puoi fare!”

“Lascia perdere!”

“Sei un buono a nulla!”

“Quando gli altri capiranno chi sei, ti abbandoneranno!”

 “Sei ridicolo!”

Eccetera, eccetera…

Tutte le volte che ci lasciamo trasportare da un cambiamento il piccolo censore serpeggia tra i pensieri con il suo repertorio di frasi a effetto e imprigiona l’entusiasmo dentro i limiti angusti imposti della sua antica e ristretta valutazione delle situazioni.

È così che si formano i pensieri ossessivi, la depressione, la scarsa autostima, l’insicurezza, la sfiducia e i blocchi che inibiscono la creatività e la realizzazione personale.

Le esperienze negative dell’infanzia coagulano nella mente una realtà allucinata che anima le paure del passato dentro gli scenari del presente, impedendoci di valutare con obiettività gli avvenimenti.

Spesso, per sfuggire agli ammonimenti di quella voce squalificante, ci sforziamo di non ascoltarla.

Ma, davanti ai tentativi di evitamento, il nostro educatore interno sembra acquistare vigore, bersagliandoci ancora di più con le sue affermazioni distruttive.

Non serve nemmeno compiacerlo rifugiandoci nella passività, nella timidezza o nella solitudine, perché quel chiacchiericcio mentale continua ugualmente a tormentarci con i suoi giudizi negativi, provocando spesso un crollo emotivo ancora peggiore.

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Che fare, quindi, davanti al parlottio interiore che martella i pensieri intrappolandoci dentro una prigione invisibile di autocritiche?

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Per liberarci dall’oppressione del nostro piccolo professore, è indispensabile esaminare l’educazione restrittiva che, nel tempo, ha dato forma alle opinioni persecutorie.

Ricondurre quella disapprovazione nel passato, infatti, smorza l’asprezza delle critiche e ridimensiona la valutazione della realtà permettendoci un’interpretazione più adeguata di ciò che succede nel presente.

Ma, soprattutto, è necessario imparare a convivere con quella voce silenziosa e criticona, senza lasciarsi soggiogare dai suoi giudizi negativi e gestendone l’anacronistica superiorità con la fermezza e la tolleranza con cui tratteremmo un vecchio amico brontolone.

Riconoscere il piccolo professore dentro di noi e lasciarlo parlare senza farci condizionare dalle sue critiche aspre permette di creare un dialogo tra il passato e il presente e ridimensiona la funzione castrante di un’educazione eccessivamente rigida, consentendo all’entusiasmo di scorrere libero, senza conseguenze negative.

“Ok, amico, non sei d’accordo. Lo tengo presente ma, nonostante le tue previsioni catastrofiche, io decido ugualmente di seguire il mio pensiero, autorizzandomi ad affrontare le situazioni a modo mio!”

Col tempo la scoperta di nuove possibilità creative ed espressive permette di costruire atteggiamenti più adeguati e meno restrittivi, liberando il nostro piccolo professore interno dal suo compito educativo e consentendogli finalmente di rilassarsi e di prendersi un po’ di riposo. 

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QUANDO IL PICCOLO PROFESSORE È IN AZIONE…

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Franca si sente sempre insicura e, quando conosce delle persone nuove, ha così tanta paura di non piacere e di essere derisa o rifiutata che finisce per emarginarsi da sola, sentendosi sempre più incompresa.

Analizzando la sua storia emerge un’infanzia fatta di doveri e responsabilità, con un papà pronto a sgridarla e a punire ogni sua espressione giocosa in nome dell’ubbidienza, dell’educazione e del rispetto delle regole.

Nel tempo si è formata dentro di lei la sensazione di non andare mai bene e la paura di essere criticata per colpe che non le è possibile prevedere, proprio come quando era bambina.

*  *  *

Antonella ha paura dei ragazzi.

Le piacerebbe stringere amicizia con i suoi compagni di scuola ma una timidezza esagerata prosciuga le parole, lasciandola senza voce e senza argomenti, in preda all’ansia e a una sgradevole sensazione di goffaggine e di stupidità.

Quando era ancora molto piccola ha imparato che gli uomini sono degli ipocriti, opportunisti e interessati al sesso, e che le ragazze non dovrebbero mai fidarsi di loro.

Il papà di Antonella, infatti, è andato via con un’altra donna quando Antonella era ancora in fasce e la mamma l’ha cresciuta da sola, affrontando le critiche della famiglia e dei compaesani, scandalizzati per la sua scelta di mettere al mondo una bambina senza prima essersi sposata.

*  *  *

Renzo ha vissuto l’infanzia all’ombra del fratello maggiore, Sebastiano.

Non c’era giorno che i genitori non esaltassero le virtù di quel figlio così bravo e capace e non invitassero Renzo a imitarne i comportamenti.

A malincuore Renzo ha dovuto indossare i vestiti smessi di Sebastiano, frequentare le palestre e le scuole dove Sebastiano era sempre il migliore, leggere i libri che Sebastiano aveva già letto e giocare con i giocattoli che Sebastiano non usava più.

Crescendo, per non trasformarsi nella fotocopia di suo fratello, ha cercato di ritagliarsi degli spazi tutti suoi ma il pensiero di quei continui confronti lo tortura ancora e, quando si tratta di chiedere qualcosa per sé, Renzo sprofonda nei ricordi sentendosi incapace, goffo e pasticcione proprio come quando era bambino.

Così, si sforza di fare tutto da solo e preferisce rinunciare alle cose piuttosto che affrontare la sensazione insopportabile di dover chiedere aiuto.

 *  *  *

Da bambino Sergio doveva mostrarsi sempre grande e forte perché quando non ci riusciva gli adulti lo deridevano chiamandolo femminuccia e burlandosi di lui.

Oggi Sergio è un omone alto e grosso ma la paura di sembrare una femminuccia, purtroppo, è rimasta viva nel suo cuore e lo spinge a tiranneggiare le donne e la propria sensibilità, costringendolo a cancellare da se stesso ogni traccia di tenerezza per paura di non essere amato.

Carla Sale Musio

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Mar 06 2013

RAPPORTI GIURIDICI & RAPPORTI D’AMORE

Il matrimonio è un contratto giuridico che vincola due persone a stare insieme… per sempre.

Anche quando l’amore è finito e i due non si amano più.

Chi contrae il matrimonio per essere nuovamente libero, cioè padrone della propria vita, deve prima scioglierlo.

Ma sciogliere un contratto non è una cosa semplice.

Nell’istituzione del matrimonio la legge s’intreccia con i sentimenti creando dei pericolosi paradossi emotivi.

Infatti, quando ci si sposa: si DEVE amare il proprio marito (o la propria moglie) e la legislazione ci impone di condividere la vita con lui (o con lei).

La parola DEVO, però, è inconciliabile con l’amore e la frase “DEVO amare mio marito (o mia moglie)” contiene un paradosso in quanto ordina di fare qualcosa che può avvenire soltanto spontaneamente, cioè senza che nessuno lo ordini.

I sentimenti seguono un impulso interiore impossibile da creare artificialmente.

Possiamo simularli, recitare, fare finta, mentire… ma non possiamo viverli autenticamente se non li proviamo spontaneamente.

Al cuor non si comanda” dice il proverbio.

Il contratto del matrimonio, però, ordina al cuore di obbedire alla legge e una volta sposati ci impone di condividere la vita con chi abbiamo preso in moglie, o marito.

Le leggi sono fatte di obblighi non di sentimenti e tante persone nel tentativo di sfuggire al paradosso emotivo del matrimonio (devo amare mio marito, o mia moglie) scelgono di avere due vite:

  • una vita legale costruita secondo i dettami del contratto matrimoniale

  • e una vita sentimentale fedele agli impulsi del cuore

Per alcune anime fortunate queste due vite combaciano.

Per altri, invece, scorrono in parallelo provocando problemi, sofferenze e incomprensioni.

 

FINCHÈ MORTE NON CI SEPARI…

 

Quando si accorge di essere incinta Marina decide di tenere la bambina e in nove mesi Daniele si ritrova alle prese con poppate, pannolini e notti insonni.

L’amore per Marina avrebbe dovuto crescere pian piano.

Col tempo.

Ma quella gravidanza imprevista brucia le tappe della conoscenza e i due diventano marito e moglie… in gran fretta.

Marina è una ragazza generosa e piena di risorse, la nascita della piccola Gaia la riempie di gioia, perciò, nonostante le difficoltà cerca un lavoro e dedica tutte le energie alla nuova famiglia.

Daniele, invece, è insicuro e spaventato dal ruolo improvviso di capofamiglia, sta ancora studiando e non si sente pronto per affrontare il modo del lavoro senza i titoli che aveva previsto di avere.

Marina si fa carico di tutto: lo aiuta a finire gli studi, lo incoraggia davanti alle difficoltà, lo coccola e lo vizia cercando in ogni modo di non fargli sentire il peso del matrimonio.

Daniele diventa grande lentamente, grazie a lei… e quando Gaia entra nell’età dell’adolescenza sembra anche a lui di vivere finalmente quella spensieratezza che la vita non gli ha permesso di provare al momento opportuno.

Quando conosce Claudia, una giovane allieva del suo corso di yoga, gli sembra di toccare il cielo con un dito e senza pensarci troppo le dichiara il suo amore incondizionato.

E la sua difficile situazione familiare.

“Perché non ti separi?”

Domanda Claudia, convinta che i sentimenti abbiano sempre la precedenza.

Anche sui contratti.

Ma Daniele scrolla la testa.

Non può.

Il matrimonio impone la convivenza con Marina e i sentimenti… be’… lo portano a sentirsi sperduto e solo, poco adatto a badare a se stesso senza il supporto affettivo e pratico di quella moglie così capace di far fronte a ogni difficoltà.

“Non posso separarmi…”

Racconta tristemente a Claudia.

“Mia moglie ne morirebbe e non lo merita. Ha fatto tante cose per me!”

Claudia lo guarda sbigottita.

L’amore è sacro e il suo cuore è sicuro che Daniele sia innamorato di lei.

Eppure… può amare quell’uomo soltanto di nascosto al mondo.

Prendere o lasciare.

Lui non concede altra scelta.

Per Daniele la separazione non è possibile: la delusione di Marina davanti alla scoperta dei suoi sentimenti per Claudia è un dolore che non riesce ad affrontare e preferisce vivere nell’ombra piuttosto che dare voce al suo cuore.

La parte forte nella coppia è sempre stata Marina.

È lei quella capace di prendere le decisioni.

È lei quella che sa ricominciare tutto da capo.

È lei che porta i soldi a casa e che gestisce la maggior parte delle incombenze pratiche imposte dalla vita.

Daniele non vuole farla soffrire.

L’amarezza la allontanerebbe da lui e senza il suo sostegno non si sente capace di pensare a se stesso.

È vero: è innamorato di Claudia.

Ma nonostante l’età anagrafica per lui l’adolescenza è appena cominciata e sua moglie è un punto di riferimento materno indispensabile.

Può tradirla, può ingannarla ma non può lasciarla.

* * *

Graziella ha cinquant’anni, due figli grandi e un marito con cui la passione è finita da un pezzo.

Il lavoro la tiene lontana da casa per tutto il giorno e spesso anche nei fine settimana ma il focolare domestico si è trasformato da tempo in un porto di mare e in famiglia nessuno si lamenta per le sue assenze frequenti.

I due ragazzi stanno per spiccare il volo fuori dal nido e il papà è sempre impegnato a inseguire i suoi hobby, il suo lavoro e i suoi pensieri.

A un convegno Graziella conosce Michele.

Bello, simpatico, intelligente, sensibile e giovane.

Troppo giovane.

Graziella cerca di resistere alla passione che invece divampa come un fuoco e presto tra loro nasce una relazione.

Rigorosamente clandestina.

S’incontrano in città diverse, al riparo dai commenti della gente.

Si amano.

Passano gli anni.

Prima uno, poi due.

Michele comincia a cercare qualcosa di più.

“Voglio vederti più spesso. Voglio starti vicino. Voglio tenerti per mano quando siamo in mezzo alla gente.”

Le dice con impazienza.

Graziella si tira indietro.

“Non fare il bambino! Lo sai che non è possibile.”

“Perché? Siamo grandi. I tuoi figli sono grandi. Tuo marito ha un’altra relazione. Perché non possiamo stare insieme alla luce del sole?”

Ma Graziella non vuole.

Cosa dirà la gente?

Cosa penseranno di lei che a cinquant’anni ha una relazione con un uomo di trenta?

Cos’accadrà nel tempo quando le sue rughe saranno troppe e lui la guarderà con gli occhi della compassione?

“Non posso separarmi! I miei figli hanno ancora bisogno di me e io non sono pronta a disfare questa famiglia.”

Risponde dura come le pietre della sua isola.

* * *

Giovanni ha sposato una brava ragazza di nome Maria.

Una donna buona e volenterosa, senza grilli per la testa e capace di fare sacrifici quando la vita lo pretende.

Insieme hanno fatto due figlie, hanno comprato una casa e un terreno.

Giovanni lavora tutto il giorno e nei momenti liberi, per arrotondare, da lezioni di vela.

Maria si occupa della casa, delle figlie e del terreno.

La passione tra loro è stata breve.

Maria si è subito sentita attratta dalla maternità.

Giovanni si è subito sentito attratto dalle altre donne.

Il loro matrimonio è un contratto… di solidarietà.

Nessuno impone orari e obblighi, ognuno dà quello che ha e quello che può.

Giovanni dà: tutti i soldi che riesce ad avere, due braccia forti e tanta allegria.

Maria dà: organizzazione, disponibilità e serenità.

Il sesso non è un argomento che li accomuna.

Maria non lo trova appassionante.

Giovanni da otto anni lo condivide con Carla.

La sua collega.

Giovanni e Carla hanno momenti teneri e appassionati ogni giorno, notti romantiche in barca a vela ogni tanto e sguardi complici sul lavoro.

Soltanto quando dorme e nei pranzi delle feste comandate Giovanni trascura Carla per stare con Maria.

Da otto anni la sua vita cammina in questo modo.

Esce da casa alle sei del mattino e non rientra mai prima di mezzanotte.

Maria chiude un occhio.

A lei va bene così.

Si gestisce la vita a modo suo.

Sa che il suo uomo è insofferente agli ambienti chiusi e ha bisogno di libertà.

Giovanni ha raggiunto un equilibrio tra la sua voglia di avventura e il desiderio di stabilità.

Soltanto Carla vorrebbe qualcosa di più.

Non il tempo, perché quello… Giovanni glielo dedica tutto.

Non la legalità che crea solo obblighi e annienta i sentimenti.

Non la fedeltà perché sa che Giovanni non potrebbe tradirla nemmeno col pensiero.

Quello che Carla vuole è solamente la sincerità.

Perché le bugie su cui si regge la loro relazione la feriscono nell’anima.

Ogni giorno.

Carla Sale Musio

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Mag 24 2012

RISPETTIAMO GLI ADOLESCENTI


Credo che gli adolescenti siano le persone cui gli adulti mancano di rispetto più spesso.

Il periodo dell’adolescenza è considerato dai grandi un’età immatura per definizione.

Secondo il dizionario l’adolescenza è:

“Una fase della crescita dell’essere umano collocabile tra i 12-14 e i 18-20 anni, caratterizzata da una serie di modificazioni fisiche e psicologiche che introducono all’età adulta”.

Essere adolescente significa aver superato l’infanzia ma non aver ancora raggiunto lo status della maturità.

Benché non tutti i grandi siano maturi e responsabili negli adulti la maturità è data per scontata e ci si sorprende quando si scopre che non sempre è così.

Per gli adolescenti, invece, è vero il contrario.

Si ritiene a priori che si tratti di persone immature e inevitabilmente ci si sente autorizzati a correggerli e a trattarli con supponenza.

Essere adolescente vuol dire non poter usufruire più della tolleranza concessa ai bambini ma non potersi avvalere nemmeno della rispettabilità riconosciuta agli adulti.

Infatti, un adolescente è già grande quando si tratta di ubbidire e responsabilizzarsi ma è ancora piccolo quando si tratta di avere autonomia ed emancipazione.

Questa diffusa considerazione dell’adolescenza fa sì che, spesso, gli adulti abusino del loro potere, pretendendo rispetto e considerazione dai ragazzi senza preoccuparsi di ricambiare con altrettanto riguardo e attenzione.

Come adulti ci sentiamo autorizzati a insegnare ai giovanissimi piuttosto che a imparare da loro.

Pretendiamo di avere sempre ragione e di sapere già quale sia il modo giusto di fare le cose.

Troppo spesso, però, finiamo per dimenticarci della nostra adolescenza e trascuriamo di considerare che da una generazione all’altra i tempi cambiano e la vita richiede soluzioni nuove con prestazioni diverse.

Gli adolescenti sono persone in crescita.

Hanno bisogno di rispetto e considerazione come chiunque altro.

Sono figli del loro tempo.

Sanno cavarsela tra le innumerevoli prove cui sono sottoposti a scuola e a casa e, spesso, possono avere soluzioni migliori di quelle (datate) trovate dagli adulti.

Eppure…

Imparare qualcosa dagli adolescenti a molti sembra ancora un’eresia.

Il solo fatto di avere più anni basta a giustificare una totale assenza di messa in discussione e autorizza la pretesa di saperne di più.

“Lo capirai quando sarai più grande!”

Si dice ai giovanissimi, troncando i discorsi senza aggiungere altre spiegazioni.

Tuttavia, questa frase, quando non è accompagnata dalla reciprocità e dal tentativo di motivare le proprie ragioni, è una frase che manca di rispetto perché sancisce un’innata superiorità legata alla maggiore età.

Chi è più grande dovrebbe, proprio per questo, aver imparato a rispettare gli altri… ma il rispetto non può essere diverso in funzione dell’età!

Il rispetto è un diritto di tutti.

Giovani e meno giovani.

S’impara da piccoli e si mette in pratica da grandi.

Non è possibile insegnare il rispetto mancando di rispetto!

La pretesa adulta, di ottenere considerazione dai più giovani senza darne altrettanta poggia su un’attribuzione infondata di maturità.

Infatti, come potrebbe essere giudicato maturo chi è privo di riguardo verso il prossimo?

Pretendendo il rispetto senza darlo tanti adulti rivelano la propria immaturità, nonostante l’età, ed esibiscono ai giovanissimi un aspetto poco edificante dell’anzianità: la presunzione.

Davanti agli adolescenti si deve essere corretti, leali e sinceri perché solo così si aiutano veramente le persone in crescita a mettere a fuoco la propria autonomia e a sviluppare il senso della responsabilità.

Il mondo pullula di maestri arroganti pronti a predicare bene e a razzolare male e ai giovanissimi non servono più insegnanti di quelli che hanno già.

Ciò che li aiuta a sviluppare le loro potenzialità e a trovare la strada per realizzarle è la vicinanza di gente che incarni con l’esempio della propria vita i valori in cui crede.

Persone capaci di essere ciò che professano, piuttosto che imporlo agli altri.

Il rispetto s’insegna con lo stile di vita più che con tante parole.

Avere un atteggiamento di spontanea reciprocità permette a chi è adulto di scorgere le capacità nei più giovani senza farsi condizionare dall’età cronologica.

La maturità nelle persone giovani va incoraggiata e stimolata a emergere, senza arroganza ma con comprensione e fiducia.

La presunzione, la superbia, la prepotenza, insegnano l’ingiustizia e fomentano l’insofferenza e la ribellione.

Si è scritto molto sull’adolescenza.

Da adulti.

Ma ci si è messi in discussione troppo poco.

Siamo così abituati alla violenza e all’imposizione che spesso non ci accorgiamo nemmeno di esercitarla su persone che non hanno l’autorevolezza necessaria a difendersi.

Chi è giovane apprende a comportarsi osservando gli esempi che ha intorno a sé.

Se vogliamo spezzare questa catena dilagante di soprusi e vessazioni dobbiamo costruire una società migliore, cominciando a migliorare noi stessi e a praticare in prima persona ciò che vorremmo esistesse nel mondo.

Un mondo nuovo è fatto di tolleranza, comprensione e amore.

E di tanti piccoli gesti quotidiani.

Agiti nel rispetto di chi non può protestare e non può ribellarsi.

Compiuti quando nessuno ci giudica.

E quando nessuno ci vede.

.

MALTRATTAMENTI SENZA IMPORTANZA

.

“Ripeti?”

Il professore di italiano la incoraggia sorridendo.

Anna ha undici anni e ieri ha studiato fino a tardi per questa interrogazione.

È la sua prima interrogazione nella scuola media.

L’anno scolastico è appena cominciato e ci tiene a fare una buona impressione.

Pazientemente ripete ciò che ha detto, alzando un poco il tono della voce.

Probabilmente l’insegnante non ci sente bene.

“Ripeti?”

Anna ripete di nuovo.

Forse per l’emozione ha parlato ancora con un tono basso.

“Ripeti?”

La scena va avanti per quattro o cinque volte.

La ragazzina comincia a sentirsi insicura e a disagio nel pronunciare sempre e solo la stessa frase.

“Ripeti?”

Anna guarda sfinita il suo insegnante, un uomo di circa cinquant’anni, e infine ammutolisce.

Le sudano le mani.

Di colpo capisce.

Vorrebbe piangere per l’umiliazione ma si sente troppo grande ormai.

“Allora, Anna, non ripeti più?”

Il professore sorride sarcastico, ammiccando al resto della classe.

“L’hai capito, finalmente, che quando non si sanno le cose è meglio stare zitti!”

* * *

Laura ha quattordici anni.

Esce dal teatro insieme ai suoi genitori.

Hanno appena visto uno spettacolo impegnato e molto coinvolgente.

“Anche io da grande voglio fare l’attrice!”

Esclama entusiasta.

“Ma che fesserie stai dicendo, Laura?!”

La mamma la guarda scrollando la testa.

“Non hai proprio capito nulla della vita, figlia mia! Pensa a studiare piuttosto e vedi di darti una regolata. Altro che fare l’attrice!”

* * *

Giorgio ha sedici anni e durante l’ora di storia si lascia progressivamente catturare dai suoi pensieri.

“Giorgio, vuoi ripetere cosa ho appena detto?”

Dritta in piedi davanti al suo banco la professoressa lo fissa irritata.

Giorgio arrossisce, abbandonando di colpo le fantasticherie.

“Non lo so professoressa… mi scusi… ero distratto…”

“Vedi Giorgio l’attenzione appartiene alle persone intelligenti. Gli idioti, invece, ne sono del tutto privi! Ma in ogni classe uno stupido c’è sempre. Adesso, semplicemente, sappiamo chi è.”

* * *

Mauro ha dodici anni e osserva suo padre che si accende una sigaretta.

Il padre lo fulmina con lo sguardo e sbotta:

“Se ti vedo con una sigaretta in bocca ti do tante sberle che ti stacco la testa!” Carla Sale Musio

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Nov 13 2011

CAMALEONTI per amore…

In alcune situazioni, l’occultamento della personalità creativa può portare alla costruzione di un falso sé normalizzato con cui affrontare la rigidità della vita quotidiana.

Questo falso sé, apparentemente ben adattato, nasconde abilmente (come solo un creativo sa fare) l’apparato emotivo e lascia trapelare la propria sofferenza solo in forma criptata.

Avremo allora un crescendo d’insoddisfazione, irritabilità e vissuti depressivi, fino ad arrivare all’attacco di panico vero e proprio.

Un panico senza motivo apparente, perché nascosto dietro un’apparente normalità.

NICOLETTA maltratta solo NICOLETTA

Nicoletta e Guido sono sposati da circa dieci anni.

Insieme hanno avuto due bambine, Silvia e Clara, che oggi hanno cinque e tre anni.

Nicoletta è una mamma coccolosa che passa la maggior parte del suo tempo a casa occupandosi delle bimbe e delle faccende.

Nell’ultimo anno, però, alla famiglia si è aggiunta la nonna, la mamma di Nicoletta, vedova e con problemi di deambulazione.

“Mamma è una donna intelligentissima e piena di risorse” mi racconta Nicoletta “dopo la morte di papà ha organizzato la sua vita per non pesare su noi sorelle in nessun modo. Ma lo scorso anno ha avuto un incidente che le ha lasciato le gambe quasi completamente bloccate. Per questo, dopo molte insistenze, l’abbiamo convinta a trasferirsi qui. Da sola, in quella sua casa grande e piena di scale, non ce la poteva più fare!”.

Nicoletta ha destinato alla mamma la sua camera dei pasticci.

Il luogo dove inventa di tutto: giochi di stoffa per le bambine, vestiti per sé, regalini per le amiche.

“Ho scelto di non lavorare per potermi dedicare alla famiglia e alle bambine” mi dice “ma sono un animo irrequieto, non mi piace stare con le mani in mano! Ho sempre bisogno di inventare qualcosa. Faccio e disfo. Riciclo tutto.”

L’arrivo della mamma ha messo bruscamente fine agli hobby di Nicoletta.

Un po’ perché non c’è più una stanza dove rinchiudere il disordine (che sempre si accompagna alla creatività).

E un po’ perché non c‘è più il tempo.

La mamma ha bisogno di compagnia e di attenzioni per superare l’avvilimento che consegue all’invalidità.

Nicoletta vuol bene a tutti e cerca di fare il possibile per i suoi familiari: gioca con le bambine, ascolta la mamma, prepara le cose in modo che Guido possa rilassarsi dopo il lavoro.

In sintesi: è una figlia/mamma/moglie perfetta!

Ma allora?

Come mai chiede un appuntamento con lo psicologo?

Perché negli ultimi mesi soffre di attacchi di panico.

Un senso di soffocamento la assale quando meno se lo aspetta. Il cuore salta nel petto. Le orecchie ronzano. Sente che sta per svenire. E deve sdraiarsi fino a che non le passa.

Ma non sempre passa in fretta…

“Oramai sto più sdraiata che in piedi” racconta “la casa è abbandonata. Le bimbe protestano. Guido è stanco. Mamma vuole andarsene per non pesare ulteriormente su di me. E io non so come farmi passare questi malesseri che mi fanno impazzire e che di fisico non hanno niente! Ho fatto tutte le analisi. E’ tutto a posto. Forse sono pazza. Dev’essere così…”

Pazza…?!?

No di sicuro.

Disponibile e generosa…?

Tanto.

Le personalità creative amano tanto.

Danno tanto.

E vivono tanto tutte le cose.

Perché possiedono un sistema emotivo sofisticato e ricco di sfumature.

Talmente ricco che, a volte, le confonde.

Infatti, Nicoletta è confusa tra la testa e il cuore e non sa più cosa vuole davvero.

Con la testa pensa una cosa e con il corpo ne chiede un’altra.

Con la testa:

  • Vuole fare star bene la mamma.
  • Vuole crescere bene le figlie.
  • Vuole bene a Guido (che per via del lavoro non c’è quasi mai).

Vuole tutte queste cose con grande intensità e si dimentica che anche lei è parte della famiglia.

E, proprio come tutti gli altri, ha bisogno di rilassarsi, divertirsi e stare bene.

Con il corpo:

  • Vuole dire basta.
  • Vuole ascoltarsi.
  • Vuole sdraiarsi e pensare un po’ anche a sé.

“Ma per me è importante, soprattutto, che ognuno intorno a me stia bene!” protesta.

“Sì. E, per ottenerlo, devi pensare anche a te!” le spiego.

Non è lecito un amore razzista. Neanche… solamente contro sé stessi.

Il cuore si ribella.

Il corpo protesta.

Per riprendere a stare bene, Nicoletta dovrà imparare a volere anche il suo bene insieme con quello dei suoi cari, e ad amare se stessa con l’intensità con cui ama gli altri.

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Ott 23 2011

Le personalità creative: DEVONO SELEZIONARE IL CLIMA EMOTIVO

Chi possiede una personalità creativa è sempre un ascoltatore sensibile, capace d’immedesimarsi nei vissuti degli altri e di capirne le ragioni e le motivazioni.

Tuttavia, per queste persone è preferibile selezionare i contenuti in cui s’immergono in modo da evitare a se stessi inutili sofferenze.

Infatti, proprio perché la loro empatia è molto sviluppata, il clima emotivo li assorbe completamente.

Per questi caratteri, sempre partecipi e attenti al presente, non fa differenza che si tratti di un film o di una realtà drammatica.

La psiche vive le emozioni con la stessa profonda intensità.

E ne può portare le tracce… a lungo.

Sono persone che si commuovono e soffrono anche davanti a un contenuto inventato o a qualcosa che non potrà mai riguardarli personalmente e, per non traumatizzare inutilmente il loro sofisticato strumento di conoscenza emotiva, è meglio valutare l’opportunità di assistere a film, spettacoli o racconti drammatici.

UN FILM DI GUERRA

Giorgio è andato a vedere un film con gli amici.

All’uscita dal cinema si sente come svuotato.

L’entusiasmo che aveva prima di entrare è scomparso e ha voglia unicamente di starsene solo.

Vorrebbe tornare a casa ma il gruppetto decide per una pizza.

Giorgio non se la sente di fare l’orso andandosene via.

Così, con poca convinzione, accetta l’idea della pizza.

Al ristorante il malumore non gli passa.

Nemmeno quando si arriva al dolce.

Se la prende con se stesso per aver accettato l’invito.

E se la prende con gli amici che, per tirarlo su, lo coinvolgono in dialoghi e scherzi cui non ha voglia di partecipare.

Incolpa il tempo e il compito d’inglese.

Però, in cuor suo, sa bene che non è così.

E circa un mese dopo, si presenta sconfortato nel mio studio per avere un aiuto.

“Sono troppo sensibile,” mi dice, arrabbiandosi con se stesso “forse dovrei prendere dei farmaci! Nessuno dei miei amici, guardando un film reagisce come me. E’ tutto finto, lo so benissimo! Eppure non riesco a togliermi quelle scene dalla testa. Mi tornano in mente in continuazione, persino mentre dormo!”

Giorgio ha diciassette anni.

Per lui è molto importante poter andare al cinema con gli amici.

Ma la sua personalità creativa lo costringe a selezionare i film da vedere.

Il film che ha visto poco tempo fa, è un film di guerra in cui ci sono delle scene di tortura.

E’ un film per tutti e le scene drammatiche non sono state troppo esplicite.

Però, agli occhi di Giorgio, sono apparse talmente reali da lasciarlo scosso per diversi giorni.

La sua capacità empatica lo porta a sentire dentro di se il dolore degli altri. Come se fosse il suo.

Le scene di tortura sono realmente avvenute dentro al suo mondo interiore.

Per lui è stato come assistere a delle torture reali.

E la considerazione che “… tanto è una finzione cinematografica!”, purtroppo non alleggerisce nemmeno un po’ la sua sofferenza.

Per questo suo modo di essere, Giorgio dovrà stare sempre attento a quello che sceglie di guardare.

La personalità creativa lo rende altruista e adatto a tutte le professioni sociali, ma dovrà avere cura di non sottoporre se stesso a torture inutili.

Non significa che non potrà andare al cinema.

Vuol dire che dovrà tenere presente che il suo coinvolgimento e la sua partecipazione emotiva sono superiori alla media.

Chi ha la pelle chiara non pretende di esporsi al sole senza protezione, come se avesse la pelle scura.

Allo stesso modo chi ha una personalità creativa deve usare degli accorgimenti quando si espone ai contenuti emotivi.

Tutto qui.

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Ott 07 2011

Le personalità creative: HANNO UN’ECCESSIVA RAZIONALITÀ (a volte)

In alcuni casi, la paura della propria diversità spinge le personalità creative a costruire una forte logica (cioè un forte emisfero sinistro) e a tenere a bada le attività dell’emisfero destro (considerate responsabili di tutte le loro sofferenze) con un’esagerata razionalità.

UN MIRACOLO?!

HO DETTO CHE NON E’ POSSIBILE!


Bruno fa l’agente di commercio.

Il suo lavoro lo porta a essere sempre in viaggio e ad avere contatti con tanta gente.

E’ un uomo attivo, cordiale, spigliato e capace di proporre i prodotti che vende senza stancare o forzare i clienti.

Gli piace viaggiare e gli piace cambiare.

Non si sofferma troppo sul perché delle cose.

Dalla vita ha imparato che è molto più utile rimboccarsi le maniche e affrontare i problemi quando si presentano.

Ogni tanto però gli succedono dei fatti che lo lasciano senza parole e senza risposte. Qualcosa… che per lui somiglia a un inquietante punto interrogativo!

Sono situazioni che Bruno archivia in un angolo di sé mentre traduce la vita in azioni e conseguenze logiche.

La ragione e la concretezza sono sempre state le sue migliori amiche, le più grandi alleate negli anni della crescita.

I genitori, infatti, hanno dovuto affidarlo, quando era ancora bambino, a una nonna troppo anziana per seguirlo come sarebbe stato necessario.

E Bruno, sensibile, emotivo e timido, ha imparato a cavarsela da solo, tenendo a bada i lati teneri del suo carattere con la forza dell’intelligenza e della volontà.

Quando si risolve a prendere un appuntamento con me, la sua ferrea razionalità vacilla davanti a qualcosa d’inspiegabile successo proprio a lui.

“Stavo nuotando e ho avuto un infarto” racconta “Nessuno mi ha visto e sono rimasto per molto tempo sott’acqua, prima che venissero a tirarmi fuori. I soccorsi sono arrivati dopo.

Dovevo essere già morto o, almeno, con il cervello in pezzi, perché senza ossigeno per più di un certo tempo non si può proprio stare. E invece…” allarga le braccia in un gesto che esprime tutta la sua impotenza a capire “… eccomi qua. Vivo. E con la testa che funziona come prima. Non se lo spiegano neanche i medici. Sono entrato nella casistica delle guarigioni miracolose!”

“Mi sembra un evento degno di essere festeggiato! Perché me lo racconta come se si trattasse di una malattia incurabile?” gli chiedo, colpita dal suo atteggiamento prostrato e avvilito.

“Perché non credo ai miracoli! Non ci ho mai creduto e non voglio farlo adesso. Solo che oggi, alla mia vita nessuno riesce a dare una spiegazione… e io la notte non dormo più e di giorno sono sempre in allarme. Non so cosa fare, per uscirne!”

Lavoriamo insieme, ricostruendo un’esistenza dove per la sensibilità non c’era mai un posto adeguato.

E dai frammenti sparsi, di un cuore giudicato pericoloso, compaiono le tracce di un’insospettabile sensitività.

Tutta la vita di Bruno è costellata di percezioni che hanno poco a che fare con i cinque sensi.

Percezioni che Bruno non ascolta e non condivide con nessuno, perché lo fanno sentire diverso dagli altri.

A-normale.

Una sorta di Angelo Custode sembra aver rimpiazzato l’assenza dei genitori e aiutato il bambino e l’uomo nei momenti di maggiore difficoltà.

“Sono qui per proteggerti” sembra dire ogni volta l’angelo (o chi per lui) a Bruno.

Che ogni volta risponde indispettito: “Non esisti!”

La logica di Bruno si ribella e non ammette ciò che il cuore conosce senza bisogno di tante parole.

Il percorso terapeutico passa attraverso l’esoterapia. La terapia esoterica. Cioè una terapia che, riscoprendo le tracce di un sapere profondo, prova a dare risposte al quesito di tutti i quesiti: perché si vive? E perché si muore?

Ma soprattutto: perché qualche volta non si muore?!?

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Ott 05 2011

Le personalità creative: HANNO BISOGNO DI ISOLARSI

La capacità di spostare il punto di vista stimola una grande disponibilità al cambiamento, ma ha bisogno di alcune attenzioni.

Prima fra tutte, l’esigenza di ritrovarsi.

La necessità di ricordarsi chi sono, dopo aver esplorato altre realtà, spinge le personalità creative ad aver bisogno di isolarsi periodicamente per un certo tempo.

La durata di questi ritiri può variare da alcuni minuti a diversi giorni, e dipende da quanto hanno abbandonato il loro sistema emotivo per dedicarsi ad altro o ad altri.

INTIMITA’ E FUGA

Fabrizio e Valeria stanno insieme da circa due anni.

La loro è una storia tenera e intensa, nata quando erano già grandi e dopo altre relazioni finite male.

Entrambi hanno imparato dalla vita, la tolleranza e la comprensione delle reciproche diversità e abitudini.

Entrambi sono presi da mille interessi e passioni, che non sempre convergono.

Entrambi sanno dimenticare tutto per darsi completamente l’uno all’altra, nel tempo che trascorrono insieme.

Perciò adesso hanno in progetto la convivenza e (forse) anche un figlio, ma qualcosa sembra impedire la realizzazione dei loro piani.

La convivenza è un’idea che attrae e spaventa tutti e due.

Le esperienze precedenti hanno lasciato in loro la paura del fallimento e ce la mettono tutta perché questa volta le cose vadano a buon fine.

Così, hanno deciso di fare le prove generali trascorrendo lunghi periodi insieme.

Una volta a casa di Valeria.

E un’altra da Fabrizio.

Ma quando passano qualche giorno insieme… Fabrizio sente il bisogno di stare solo e trova mille pretesti per sparire.

Non si fa sentire anche per tre o quattro giorni.

“Mi succede soprattutto se abbiamo avuto un’intesa speciale, quando tra noi si crea una grande intimità, fatta di passione ma anche di coccole e momenti dolci. Sembra una maledizione! E non ne capisco le ragioni. Più stiamo bene insieme, più io sento l’impulso di isolarmi.”

Racconta con imbarazzo.

“Stacco il telefono e sparisco. Sembro un pazzo. Sento che devo star solo e non so perché. Voglio bene a Valeria, capisco che questo mio comportamento la ferisce. Ma non so come fare. Il bisogno di solitudine è più forte di me!”

Fabrizio ha una personalità creativa, entra istintivamente nel cuore delle persone a cui vuole bene. Sa leggerne i bisogni e soddisfarli.

L’amore che prova per Valeria lo spinge a essere sempre attento alle sue esigenze e a realizzarne i desideri.

Vederla felice lo rende felice. Questo per lui è importante.

Ma quando si ritrova solo, si accorge di aver dimenticato se stesso.

L’impulso che lo porta a isolarsi non è un gioco dispettoso, né una paura del confronto o delle responsabilità.

L’isolamento è il modo che ha trovato, istintivamente, per ripristinare l’ascolto di sé.

Comprendere il funzionamento della sua personalità, lo aiuterà a non colpevolizzarsi e a organizzare insieme alla convivenza con Valeria anche la convivenza con se stesso.

Questo non significa sparire senza lasciare tracce. Ma, al contrario, programmare i momenti di solitudine in accordo con la persona amata. Senza falsi misteri e paure immotivate.

Le personalità creative amano in un modo totale e generoso.

E’ per questo che, senza rendersene conto, trascurano i propri bisogni a vantaggio degli altri cui vogliono bene.

Perciò, periodicamente, hanno bisogno di passare del tempo in solitudine.

Il loro modo di essere deve essere compreso, accettato e gestito.

Prima di tutto da loro stessi.

E poi da coloro che hanno intorno.

Per evitare fraintendimenti e incomprensioni ingiustificate.

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