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Giu 30 2020

GENITORI, DESTINO, RESPONSABILITÀ E LIBERTÀ

Durante un percorso di crescita personale arriva sempre il momento in cui emergono le correlazioni tra la sofferenza infantile e i comportamenti dei genitori.

Attribuire la responsabilità delle proprie difficoltà psicologiche all’inesperienza di mamma e papà è una tappa inevitabile.

E tuttavia, delegare il peso della vita agli eventi accaduti in passato impedisce il cambiamento, rendendoci vittime del destino e privandoci della libertà.

Certo, è vero! Da piccoli possiamo soltanto subire la volontà di chi si prende cura di noi.

Ma osservare la nostra storia con gli occhi degli oppressi non ci aiuta e ci condanna a reiterare le stesse problematiche senza possibilità di trasformazione.

La resilienza prende forma dall’accettazione del dolore e dal bisogno di mutarlo in un vantaggio.

L’eroe incontra sempre degli ostacoli lungo il cammino che farà di lui un vincente.

Osservare la vita passata dalla prospettiva della resilienza apre le porte allo sviluppo delle risorse sane.

Il loto cresce nel fango.

E dalle mancanze che abbiamo vissuto possono emergere potenzialità impensabili.

Gli avvenimenti che ci hanno segnato da bambini spesso permettono ai nostri talenti di manifestarsi, rivelando il tesoro che siamo venuti a regalare al mondo.

Tante biografie di uomini illustri raccontano come da uno svantaggio iniziale abbiano preso forma la creatività e la genialità.

La vita è fatta di prove che ci guidano ad esprimere la nostra essenza, manifestando quel quid capace di renderci unici e speciali.  

Ma per raggiungere la trasformazione interiore e rivelare la profondità dell’esistenza occorre andare oltre le mancanze dei genitori e lasciare che ogni cosa diventi lo sprone in grado di guidarci a scoprire i talenti nascosti e svelare la nostra missione di vita.

Giusti o sbagliati, buoni o cattivi, presenti o assenti… i genitori sono l’humus che permette al seme della nostra identità di crescere e svilupparsi fino a dare i suoi frutti.

Non intendo difendere chi ci ha messo al mondo e nemmeno giudicare le loro azioni.

Voglio sottolineare quanto la responsabilità sia intrecciata con la libertà e quanto sia importante imparare a trasformare il piombo in oro come facevano gli alchimisti.

Il piombo di un’infanzia difficile ci regala l’oro della saggezza e della realizzazione personale.

Smettere di delegare le responsabilità della nostra vita a qualcun altro (che si tratti del destino, della sfiga, del governo o dei genitori non fa differenza) e prendere su di sé l’onere della propria esistenza per guardare in profondità quello che fa paura (la solitudine, il dolore, l’abbandono) ci permette di attraversare la nostra fragilità e rivelare la nostra forza, attivando possibilità inesplorate.

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STORIE DI PAURA E DI LIBERTÀ

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Maddalena ha un papà severo, esigente e dongiovanni.

La mamma sa che lui la tradisce e piange spesso.

La bimba cerca inutilmente di consolarla.

“Papà sei cattivo!”

Grida arrabbiata.

Il papà la punisce severamente perché i piccoli non devono impicciarsi delle faccende dei grandi.

Chiusa nella sua stanza Maddalena si sente sola e piena di paura.

La mamma rischia di morire di dolore.

Il papà rischia di diventare un mostro.

Il tempo passa.

Maddalena impara a consolare la mamma.

E a comprendere il papà.

Ascoltare, consolare, comprendere… diventano la sua specialità.

Oggi è una psicoterapeuta affermata.

Lavora con i bambini, gli adulti e le coppie in difficoltà.

***

Gianluca è nato in una famiglia molto povera.

La mamma si arrangia svolgendo piccoli lavori di sartoria e facendo le pulizie nelle case vicine.

Il papà lavora ogni tanto, quando capita.

Gianluca trascorre la maggior parte del tempo da solo.

La sorellina più piccola sta sempre appresso alla mamma.

Il fratello più grande vagabonda per strada insieme ad altri ragazzi.

Il papà spesso non torna a casa.

La mamma si arrabbia e poi  piange.

Gianluca impara presto a cavarsela da solo.

E appena può si mette a lavorare.

Aiutare sua madre e mantenersi da solo sono traguardi imprescindibili per lui.

Sa che un giorno avrà una famiglia e la sogna diversa da quella in cui è cresciuto: l’amore non dovrà mai mancare, sua moglie non dovrà lavorare e i suoi figli potranno studiare.

***

Fabrizia è cresciuta con la nonna.

La mamma è morta quando lei aveva 5 anni.

E il papà lavora all’estero.

La nonna ha un negozio di mobili e Fabrizia passa il tempo nel retrobottega a giocare da sola.

Le piace fantasticare di avere una famiglia proprio come gli altri bambini e inventare storie di bambole che vivono insieme.

Ogni tanto la nonna si affaccia alla porta per controllare.

Poi torna a occuparsi delle vendite.

Fabrizia chiacchiera con i suoi amici invisibili e impara a riconoscerne la presenza.

“La mamma non mi ha abbandonata! E sempre qui a farmi compagnia.”

Sostiene raggiante.

Ma la nonna scrolla la testa.

“Tesoro, la tua mamma è volata in cielo e da lì continua a volerti bene.”

“Sì nonna.”

La nonna deve essere troppo vecchia per riconoscere la mamma, pensa Fabrizia mentre le fa cenno di sì con la testa per non addolorarla.

In cuor suo, però, è sicura.

Sa che la mamma è proprio lì.

A fianco a lei.

E da grande diventa capace di comunicare anche con chi non ha più un corpo e vive soltanto nell’amore.

Carla Sale Musio

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CRESCITA PERSONALE: a volte è necessario cambiare il partner

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Giu 24 2020

CRESCITA PERSONALE: a volte è necessario cambiare partner

Crescere significa lasciare emergere nuovi aspetti di sé.

Si dice che “il cambiamento è il sale della vita” e questo è vero soprattutto nelle relazioni.

I rapporti che non evolvono sono destinati a finire o, peggio, a trasformarsi in carceri dentro le quali imprigioniamo la nostra voglia di vivere.

Le persone a cui ci leghiamo ci mostrano modi nuovi di affrontare la vita, stimolando lo sviluppo di quelle parti di noi che ancora non conosciamo.

Dallo scambio e dal confronto col partner prendono forma emozioni, pensieri e abilità nuove, lungo un percorso potenzialmente infinito e ricco di stimoli.

Tuttavia, il bisogno di stabilità spinge verso un orizzonte prevedibile, fatto di abitudini rassicuranti e sempre uguali a se stesse.

Gli esperti la chiamano fissità funzionale e spiegano che una routine stereotipata e priva di creatività diventa presto la tomba della vitalità e il principio di tante patologie.

Nessuna storia d’amore sfugge a queste leggi.

E chi prova a cementare il cambiamento nella monotonia finisce per sprofondare dentro pericolosi vissuti depressivi.

Anche i rapporti più solidi corrono il rischio della rottura quando non sostengono il ritmo della trasformazione.

Cambiare abitudini, pensieri, atteggiamenti e comportamenti fa bene all’amore e alla crescita personale regalandoci rapporti intimi, profondi e stimolanti.

Viceversa, la pretesa di immobilizzare il flusso della vita condanna le relazioni all’agonia.

Ecco perché, a volte, cambiare partner può diventare una necessità imprescindibile.

Succede quando la crescita conduce lungo strade differenti.

Quando il bisogno di esprimere la propria autenticità si scontra con la paura di ferire chi abbiamo affianco.

Quando non c’è MAI tempo per parlarsi.

Quando la pretesa di conoscersi annienta il mistero in noi stessi e nell’altro.

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STORIE DI PRIGIONIA E CAMBIAMENTO

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Valeria lavora in una multinazionale.

Ha le giornate piene, poco tempo libero e tante responsabilità.

Franco invece è un sognatore.

Ama i tempi lenti, la contemplazione e la buona tavola.

Il lavoro per lui non è un problema. 

A pagare tutte le spese ci pensa Valeria.

Tra loro il tempo del confronto, dell’ascolto e dell’intimità manca da sempre.

Valeria dice che il lavoro l’assorbe troppo e il tempo libero vuole trascorrerlo senza pensieri.

Franco dice di non essere tagliato per la vita di relazione, per lui il silenzio e la meditazione sono una medicina insostituibile.

Nessuno di due ha tempo per ascoltare l’altro.

Le loro vite scorrono su binari paralleli.

Ogni tanto un viaggio.

Ogni tanto un litigio.

Poi tutto ritorna come sempre.

Ma quando Valeria partecipa a uno stage di formazione… le cose cambiano.

In quel percorso di crescita interiore scopre la solitudine (fatta di mille impegni) cui ha condannato se stessa.

Arrabbiata e delusa accusa Franco di egoismo e opportunismo.

Franco si chiude al dialogo, offeso dall’atteggiamento aggressivo di lei e terrorizzato all’idea di perdere la sua rassicurante organizzazione quotidiana.

Le incomprensioni lievitano.

Le strade si dividono.

Franco accusa Valeria di essere sempre assente. 

Valeria afferma di non poterne più: il peso della sopravvivenza grava tutto sulle sue spalle e adesso pretende più tempo per sé.

La crescita esige da entrambi una maggior dedizione e inevitabilmente li spinge a separarsi.

Valeria ha bisogno di integrare la rilassatezza che ha potuto osservare nella vita di Franco.

Franco ha bisogno di integrare il senso di responsabilità che potuto osservare nella vita di Valeria.

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Roberta fa la biologa in un prestigioso laboratorio di analisi.

Andrea lavora in un’azienda di tessuti.

Roberta è sensibile, insicura, fragile e sempre pronta ad accudire gli altri.

Andrea è allegro, distratto, appassionato del suo lavoro e spesso al telefono con la mamma.

Roberta cerca in tanti modi di avere con lui un dialogo intimo e profondo.

Vorrebbe parlare di loro, della vita, dell’amore e del significato nascosto dietro alle cose.

Andrea si rifugia nel silenzio.

Ha imparato da bambino a isolarsi per sfuggire la possessività della mamma, vedova e sempre bisognosa di affetto.

Roberta si sente incompresa e messa da parte.

Andrea scherza e minimizza il bisogno di approfondire i discorsi.

Roberta si chiude.

Andrea non se ne accorge.

Passano gli anni.

Roberta conosce un collega: attento, sensibile e sempre desideroso di ascoltarla.

Di colpo la sua vita si fa elettrizzante.

Il tempo trascorso con lui vola via veloce.

Roberta si sente coinvolta come mai prima.

Andrea si accorge che qualcosa non va come dovrebbe.

Ma fa finta di nulla, sicuro che col tempo tutto si aggiusterà.

Roberta sente che è impossibile rinunciare alla relazione con il collega.

Ora tra lei e Andrea è cresciuto un muro di silenzio e indifferenza.

Roberta pensa di separarsi.

Andrea non riesce a pensarci.

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Marco è innamorato di un’altra donna.

Ha provato più volte a parlarne con Renata, sua moglie.

Ma lei ogni volta lo supplica di restare.

Non importa se non è l’unica per lui.

Non importa se non la ama più.

Renata è sicura di non poter vivere senza la quotidianità costruita insieme.

E per averla è disposta a chiudere un occhio sulla vita affettiva di suo marito.

Le basta solo che viva con lei.

Marco teme che Renata possa compiere qualche gesto inconsulto.

Così si sforza di accontentarla mentre prova a convincerla che una separazione permetterebbe a entrambi di continuare a crescere.

Tutto inutile.

Renata minaccia il suicidio.

Marco non sa cosa fare.

I litigi tra loro si moltiplicano.

Le incomprensioni pure.

La paura di farsi del male li porta a vivere costantemente nell’angoscia.

E, come un disco rotto, il dialogo tra loro si inceppa sempre sullo stesso punto.

Carla Sale Musio

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Feb 20 2020

CRESCITA PERSONALE: fare emergere parti nuove di sé

Quando si intraprende un cammino di crescita personale è indispensabile aprirsi alle parti nuove di sé.

La psiche è composta da infinite possibilità espressive che si plasmano sulle esigenze del mondo circostante dando forma alla personalità: l’insieme degli atteggiamenti che usiamo abitualmente.

La crescita ci costringe a selezionare dal vastissimo repertorio di comportamenti possibili quelli che hanno successo nel procurarci accettazione, stima e riconoscimento.

L’amore è l’unico alimento indispensabile alla vita.

E ci spinge a plasmare il carattere, trasformando l’egocentrismo in altruismo, partecipazione e solidarietà.

È un percorso lungo e articolato quello che da bambini ci conduce a diventare adulti, rendendoci capaci di donare al mondo la nostra creatività e i nostri talenti.

Tuttavia, spesso, per ottenere l’amore siamo costretti a barattare l’integrità, assumendo comportamenti che non ci rispecchiano (ma permettono di ottenere l’apprezzamento degli altri).

Questi compromessi hanno un alto prezzo psicologico da pagare e possono provocare una tale paralisi interiore da togliere alla vita ogni significato.

Sono infatti alla base di tante sofferenze psichiche.

In quei momenti la consulenza psicologica si rivela un aiuto indispensabile per sciogliere i nodi e liberare risorse nuove, lasciando emergere le parti inespresse di sé.

I comportamenti e gli atteggiamenti censurati nascondono, infatti, un alto potenziale creativo e trasformativo e sono spesso gli strumenti più efficaci per superare quel senso di inutilità che imprigiona l’esistenza in un cumulo di doveri privi di interesse.

Ma per raggiungere i doni celati dietro le risorse trasformative è necessario affrontare la paura del cambiamento e rivivere il dolore che da bambini ci ha condotto a nascondere gli aspetti inaccettabili della psiche.

Questo non vuol dire trasformarsi in mostri di egoismo, prepotenza e crudeltà.

Significa imparare a gestire con attenzione la ricchezza interiore, equilibrando il bisogno di approvazione con l’autenticità e l’espressione delle proprie peculiarità.

È un percorso che ha bisogno di tempo e pazienza, ma conduce ad una ricchezza intima e ad una sensazione di appagamento che prescindono da ciò che si fa… perché poggiano su ciò che si è.

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STORIE DI PAURA E DI TRASFORMAZIONE

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Laura ha avuto tante storie di incomprensioni e delusioni.

Per questo si considera poco adatta alla vita di coppia e ha puntato soprattutto sul lavoro.

Tuttavia, quando arriva alla soglia dei cinquanta il piacere professionale che anima le sue giornate cede il posto a un avvilente senso di inutilità.

La psicoterapia l’aiuta a mettere a fuoco il mondo sommerso delle sue passioni e con fatica Laura avvicina una se stessa sconosciuta e pericolosa.

È una donna attratta dalle altre donne.

La stessa che per tanti anni ha boicottato segretamente le storie d’amore, ben attenta a evitare matrimoni e convivenze.

Oggi Laura ha aperto la porta a un mondo che ancora la fa sentire fragile e insicura, ma ha ritrovato il gusto della vita e il piacere di lavorare.

E, mentre raccoglie i successi professionali, accoglie quella se stessa spaventata e innamorata… della sua migliore amica.

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Giovanni passa le giornate chiuso in ufficio, costantemente impegnato a far quadrare i conti.

Ha poco tempo per la fidanzata e ancora meno per gli amici.

Il lavoro, l’indipendenza e il progetto di acquistare una casa lo assorbono completamente.

È talmente preso dalla vita professionale che si dimentica persino gli appuntamenti… e questo manda in pezzi la sua storia d’amore.

Disperato cerca di farsi perdonare ma… per riconquistare una vita affettiva dovrà fare un profondo esame di se stesso e scoprire (con stupore) che il lavoro è soltanto una scusa per isolarsi!

La solitudine lo aiuta a gestire una profonda sensibilità.

E la paura di essere fagocitato dalle esigenze delle persone a cui vuole bene lo spinge inconsciamente a chiudersi in ufficio.

Per vivere gli affetti senza scappare, Giovanni dovrà ammettere il suo desiderio di solitudine e imparare a stare con se stesso senza bisogno di scuse.

Ma, soprattutto, senza inventarsi il lavoro per nascondersi.

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Giorgio lavora come cameriere.

È un ragazzo sveglio, disponibile e capace.

I colleghi e i clienti lo stimano. Il datore di lavoro vorrebbe dargli una promozione.

Tuttavia lui sogna una vita diversa.

Ama il teatro, la danza, la scrittura e la poesia.

Vorrebbe esprimere la sua creatività anche professionalmente ma la paura di non riuscire lo paralizza.

Quando partecipa a uno stage di teatro… improvvisamente la vita cambia.

Il regista gli propone una collaborazione part time per risolvere alcuni problemi legati alla gestione della compagnia.

Sentendosi valorizzato, Giorgio si impegna al massimo e finalmente sperimenta la possibilità di guadagnare in maniera autonoma.

Il regista è soddisfatto e prospetta ulteriori collaborazioni, i guadagni non sono altissimi ma… Giorgio prende coraggio e decide di rischiare.

Oggi lavora a tempo pieno in quella compagnia: fa l’attore, segue la contabilità e gestisce le innumerevoli iniziative culturali.

I guadagni sono rimasti gli stessi di quando lavorava nella pizzeria.

L’autostima, però, è cambiata.

Finalmente svolge un lavoro che ama e non si sente più costretto a lavorare ma felice di fare ciò che fa.

Carla Sale Musio

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Gen 09 2020

IL MONDO È FATTO MALE MA IO POSSO CAMBIARLO

La soggettività è sempre demonizzata da chi si considera razionale, concreto e con i piedi per terra.

Tuttavia pochi sanno che questo atteggiamento denota una profonda ignoranza scientifica.

Da anni la scienza studia la soggettività e afferma che la comprensione della realtà non può prescindere dalla individualità di chi la osserva.

Senza un osservatore, infatti, la realtà così come noi la percepiamo non esisterebbe.

Il mondo è soggettivo.

Lo sostengono i fisici, gli specialisti della psiche e tutti quelli che si occupano della vita e della salute (e con la soggettività devono fare i conti ogni giorno).

Credere o non credere nella soggettività è una scelta personale e come tale si basa sulle sicurezze che abbiamo bisogno di garantire a noi stessi.

La fisica moderna attribuisce alla psiche un valore sempre più determinante nella costruzione di ciò che riteniamo vero.

Chi crede ancora in una realtà separata da sé e dai propri pensieri appartiene a una categoria di persone poco aggiornate culturalmente e in difficoltà davanti alla complessità della vita, al punto da sfuggire il confronto con le nuove scoperte della scienza trincerandosi dietro un dogmatismo ormai obsoleto.

La soggettività appartiene a tutti… ma non è per tutti.

Occorrono un grande coraggio, una sconfinata curiosità e una poliedrica intelligenza per accettare la diversità di se stessi e degli altri.

Eppure… solo così è possibile comprendersi davvero.

E comprendendosi creare un mondo basato sul rispetto, sull’accoglienza e sulla verità.

Di tutti.

E non solo dei pochi che gestiscono i molti.

La soggettività è il criterio con cui compiamo le nostre scelte quotidiane, la legge che impronta ogni decisione che prendiamo, il parametro con cui l’inconscio governa la nostra realtà.

Affermarne l’inesistenza significa nascondere a se stessi un’importante strumento di conoscenza e precludersi la comprensione della verità.

La verità, infatti, è sempre soggettiva: riguarda le scelte profonde e le responsabilità che siamo disposti a prenderci.

Rifiutare la soggettività per credere a un mondo separato comporta la rinuncia alla libertà e alla possibilità di cambiare quello che non ci piace.

Scatena vissuti di impotenza, vittimismo e qualunquismo.

Consente la delega a qualcosa (o qualcuno) ritenuto più forte e perciò indiscutibile.

Annienta l’intelligenza.

E intacca l’autostima.

Riappropriarsi del potere personale e della responsabilità che ne deriva è un passo importante verso la libertà e una tappa obbligata durante il percorso della crescita psicologica.

Accogliere la soggettività è un momento delicato e difficile che permette a ciascuno di riprendere in mano le redini della realtà.

E comporta l’abbandono delle credenze infantili secondo cui c’è sempre un responsabile posto al di fuori di noi e colpevole delle disgrazie che avvelenano la vita.

Per comprendere la dimensione infinita della coscienza è necessario accogliere in sé le responsabilità che derivano dalla comprensione della soggettività e identificare i limiti e i poteri che appartengono all’individualità.

Fa parte dell’esperienza fisica sentirsi in relazione a un tutto più grande e contemporaneamente aprirsi all’accoglienza di quella totalità in se stessi.

Ce lo insegna la fisica quantistica e ce lo spiegano i testi esoterici.

Tutto è Uno.

La soggettività è quella parte di sé che legge il mondo con gli occhi della parzialità fino a comprendere che tutto è sempre un aspetto infinito dell’Infinito.

L’immaterialità della coscienza è difficile da conoscere con gli strumenti limitati della logica razionale ma si rivela alle percezioni interiori di chi ne accoglie la profondità in se stesso.

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STORIE DI IMPOTENZA E SOGGETTIVITÀ

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“Sono fatto così. Non è colpa mia. Sono stato educato così. E oggi non mi è possibile cambiare.”

Mario vorrebbe essere diverso, più aperto, più estroverso, più capace di condividere con gli altri ciò che anima il suo mondo interiore.

Ma una vergogna atavica a parlare delle emozioni lo paralizza ogni volta, mentre un mutismo indifferente e razionale s’impadronisce della sua conversazione portandolo a censurare tutto ciò che riguarda emozioni e sentimenti.

Chi gli vuol bene lo esorta a cambiare e a sforzarsi di raccontare ciò che prova.

Mario scrolla la testa e si trincera dietro al suo categorico:

“Sono fatto così!”

Che accentua la distanza fra sé e gli altri e lo avviluppa in una solitudine sempre più soffocante. 

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Marina abita in un condominio chiassoso.

La famiglia del primo piano ha tre bambini che litigano in continuazione.

La coppia che vive di fronte non fa che organizzare cene e ricorrenze in cui si brinda, si canta e si ride fino a notte fonda.

La signora che abita sopra commina avanti e indietro con i tacchi, peggio di una macchina da scrivere!

Marina non ne può più di quei rumori e invoca la solitudine mentre studia il modo per zittire i vicini.

Non mette insieme tutto quel chiasso con il frastuono che anima il suo mondo interno.

E non ascolta la vocina interiore quando (inutilmente) cerca di riportarla sui problemi che da sempre avvelenano dentro di lei il bisogno di serenità.

Il chiasso interno con cui si estranea da sé si riflette nella realtà che percepisce.

E quel condomino rumoroso le ricorda ogni giorno la sordità con cui intimamente tratta se stessa.

***

Da quando è morto il suo compagno, Gilda non vive più.

La solitudine è diventata una presenza costante e i ricordi e i rimpianti riempiono di tristezza le giornate.

Vorrebbe ritrovarlo e condividere ancora con lui tutti i momenti della vita.

Ma non riesce a perdonare l’esistenza per quel cambiamento imprevisto e repentino.

Ha bisogno di vivere ancora l’amore e lo vuole così come era: vivo, fisico e uguale a prima.

Non accetta il cambiamento nella fisicità, non ascolta la presenza di lui che pure avverte spesso al suo fianco.

Non sopporta di doversi adattare a qualcosa che la mente non aveva previsto.

Così rifiuta la soggettività che potrebbe aiutarla a ritrovare il suo uomo anche senza più il corpo.

E aggrappata a un’oggettività tutta materiale allontana se stessa proprio da colui che cerca.

Carla Sale Musio

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Dic 28 2019

VUOI DIMAGRIRE? … impara a gestire il tuo predatore interiore!

Decidere di cambiare le scelte alimentari significa modificare gli equilibri interiori che stanno dietro al proprio modo di mangiare e gestire con saggezza il condominio delle personalità che anima la psiche.

La salute e il benessere, infatti, sono frutto di un equilibrio dinamico fra le tante parti di sé.

E l’alimentazione non sfugge a questa regola.

Nel mondo intimo ci sono sempre aspetti opposti, pronti a contendersi il potere decisionale determinando l’andamento della nostra vita.

Ecco perché alla scelta di migliorare la salute e l’etica smettendo di mangiare cibi tossici e colmi di sofferenza fa da contrappeso il desiderio di indulgere nei piaceri del gusto senza preoccuparsi dell’impatto che questo può avere sull’organismo e sul pianeta.

Una voce sottile bisbiglia alla coscienza le buone ragioni per cui è meglio non lasciarsi possedere dalla gola.

Ma un Predatore Interiore ama mordere, masticare, ingoiare e vivere lo stordimento che accompagna la digestione dei cibi poco sani.

Senza preoccuparsi delle conseguenze.

La soddisfazione di queste diverse istanze psichiche garantisce un risultato stabile e duraturo.

Mentre la scelta dell’una a discapito dell’altra accentua il conflitto nel mondo interno provocando innumerevoli problemi.

Tradotto in pratica significa che ogni volta che scegliamo la salute dobbiamo anche rispettare il bisogno giocoso e incosciente di vivere un piacere senza scrupoli… in libertà.

Ma libertà non vuol dire indulgere nella crudeltà verso se stessi (abiurando la salute) e verso il pianeta (compiendo scelte scriteriate e prive di empatia).

Libertà è permettersi di vivere un appagamento privo di restrizioni e questo può avvenire solo quando le istanze interiori contrapposte trovano entrambe soddisfazione.

Vuol dire compiere delle scelte attente alla salute e anche volte all’appagamento e all’espressione del benessere emotivo.

Quando lo spazio giocoso del godimento affianca la responsabilità e il bisogno di giustizia e di amore, la vita trova il suo compimento e tutto conquista un profondo significato.

Il mondo inconscio cammina sempre affianco alla consapevolezza cosciente, condizionando la percezione della realtà e il benessere interiore.

La crudeltà con cui trattiamo noi stessi e gli altri determina gran parte della sofferenza che incontriamo nella vita.

E il disprezzo che riserviamo all’etica delle scelte quotidiane si riflette in quell’insoddisfazione a vivere che impedisce di assaporare davvero l’esistenza.

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STORIE DI PIACERE… E DI SALUTE

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Giuliana ha un lavoro di responsabilità in una grande azienda e spesso si trattiene in ufficio ben oltre l’orario di lavoro.

Ultimamente, però, a complicare la sua vita è arrivata una brutta malattia che ha colpito improvvisamente sua madre.

E ogni momento libero è dedicato a lei.

L’organizzazione frenetica delle giornate la costringe a rinunciare ai suoi pochi momenti di ricarica e ben presto la donna si ritrova a fare i conti con uno smodato desiderio di dolci (che la spinge a ingoiare ogni genere di leccornie per calmare l’angoscia e colmare la mancanza di piacere).

Quando infine tutto si risolve per il meglio, Giuliana deve affrontare un importante sovrappeso.

Così, dopo aver consultato lo psicologo e il nutrizionista, si iscrive a un corso di ballo e organizza nella sua casa uno spazio per dipingere.

La musica e il colore compiono il miracolo e nel tempo insieme alla linea desiderata scopre un nuovo benessere.

Oggi Giuliana ha imparato a bilanciare il divertimento con il suo scrupoloso senso del dovere.

E annota in agenda gli appuntamenti con i colori e con la palestra, come fossero visite mediche.

Imprescindibili.

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Nicolò ama il rischio, la sfida e l’ebrezza che deriva dalla trasgressione.

Da bambino questi sono stati gli unici modi per ottenere l’attenzione dei grandi (sempre troppo occupati a gestire le proprie vite e poco attenti ai suoi bisogni) e nel tempo sono diventati gli strumenti del suo piacere.

Ogni volta che affronta uno sport pericoloso o trasgredisce la legge si sente invincibile, importante e pieno di fascino.

La normalità, invece, lo spaventa: lo scorrere tranquillo delle giornate lo fa sentire invisibile e privo di attrattive.

In fondo all’anima un Bambino Incompreso cerca ancora di ottenere le attenzioni che gli sono mancate, spingendolo a compiere gesti sempre più pericolosi e mescolando il bisogno d’amore con la violenza e la disubbidienza.

È per questo che indulge nella cocaina, corre in macchina, firma assegni in bianco e infrange le leggi ogni volta che può.

L’arrivo delle forze dell’ordine, le multe, il carcere e tutto quello che ne consegue lo fanno sentire vivo, provocandogli un intenso piacere.

Ma anche un grave senso di abbandono e solitudine.

Lo stesso che lo spinge a rischiare la vita e la dignità in continuazione.

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Mauro viene in terapia per un senso di insoddisfazione esistenziale che gli provoca momenti di grande malessere fisico e psichico.

Racconta che per lui la vita ha perso ogni attrattiva e l’unico obiettivo della giornata è chiudersi in casa a mangiare davanti alla tv.

La storia evidenzia un passato di doveri e proibizioni: tanti fratelli più piccoli, una mamma vedova, una zia invalida e il desiderio irraggiungibile di visitare luoghi inesplorati.

Diventato grande, la rinuncia allo spirito avventuroso che anima i sogni dell’infanzia e la scelta di fare il medico sono conseguenze (quasi) obbligatorie: il modo più efficace per evitare le sofferenze cui ha dovuto assistere durante l’infanzia.

Nel corso dei colloqui cerchiamo insieme di aprire un varco a quell’Esploratore Avventuroso che amava partire per scoprire nuovi luoghi.

Guidato da una serie di sincronicità… Mauro si iscrive a un gruppo di trekking e piano piano permette a se stesso di riappropriarsi dei sogni e della fisicità.

E, mentre il piacere riprende a scorrere nella sua vita, il cibo e la tv diventano sempre meno importanti.

Oggi Mauro ha cambiato radicalmente abitudini, recuperando il tempo libero, l’appagamento e il valore vita.

Carla Sale Musio

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Mag 12 2019

L’ATTACCO DI PANICO

L’attacco di panico è un sintomo apparentemente pazzo che ci spinge a vivere sensazioni fisiche di morte imminente senza alcun riscontro dal punto di vista medico.

Le persone che ne sono vittime si sentono estraniate dal controllo sulla propria vita, preda di un qualcosa che le lascia impotenti e sole, incapaci anche di spiegare ciò che sta accadendo.

L’attacco di panico è il sintomo del malessere psicologico degli anni duemila (nel novecento c’era la depressione, nell’ottocento c’era l’isteria) e segnala la perdita di contatto con la propria realtà interiore, il mancato ascolto delle paure e dei bisogni profondi.

È un campanello d’allarme che indica la necessità di apportare dei cambiamenti nel proprio stile di vita e ci ricorda in modo criptato che siamo venuti al mondo per dare espressione ai nostri talenti e per donare agli altri la nostra unicità.

L’attacco di panico è un sintomo creativo.

Così creativo che i medici non riescono a definirne una tipicità.

E indica la mancanza di creatività.

Infatti, quando la creatività non trova sbocchi nella quotidianità si esprime nell’unico luogo rimasto a sua disposizione: il corpo.

E lo fa producendo dei sintomi creativi, cioè diversi per ognuno.

La cura di questa problematica non può essere una pillola prescritta dal medico ma passa attraverso l’ascolto del mondo intimo e la ricerca dei propri bisogni inespressi.

Nell’intimità di noi stessi, infatti, coltiviamo il desiderio di manifestare la nostra originalità, ciò che ci rende unici e speciali, diversi da chiunque altro.

Pretendere di livellarci dentro uno stile di vita che non rispecchia le scelte personali soddisfa l’esigenza di ricevere approvazione e stima da parte delle persone a cui vogliamo bene.

Tuttavia, non basta a garantirci la salute e la realizzazione.

Come esseri umani abbiamo bisogno di affiancare all’appartenenza anche l’espressione individuale delle potenzialità che ci caratterizzano.

La diversità non è uno stigma sociale volto a etichettare le persone che non si conformano agli standard condivisi dalla maggioranza.

La diversità è la capacità di interpretare la vita in modi nuovi e serve a permetterci di condividere con gli altri i doni che siamo venuti a portare nel mondo.

Spesso dietro un attacco di panico si nasconde il livellamento della propria autonomia.

E la guarigione arriva nel momento in cui si aprono strade nuove all’espressione di sé.

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STORIE DI PANICO E DI AUTONOMIA

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Marco lavora in una sartoria.

Il lavoro gli piace e, già da tempo, segue alcuni clienti in totale autonomia.

Il datore di lavoro lo stima e si complimenta con lui, lo considera il suo braccio destro e, spesso, gli confida anche le proprie problematiche personali.

Tra i due nasce una profonda amicizia che bypassa la differenza d’età e li spinge a vivere momenti di grande solidarietà.

Ultimamente, però, Marco sente il desiderio di avere uno spazio espressivo solo suo e vorrebbe aprire un proprio atelier.

Tuttavia, il pensiero di deludere l’amico non lavorando più per lui lo porta a rinunciare ai suoi progetti.

Teme di perdere quell’amicizia così bella e costruita con tanta dedizione.

Quando arriva nello studio di uno psicologo il disagio è fortissimo e gli attacchi di panico non gli permettono nemmeno di guidare la macchina, perciò è costretto a farsi accompagnare dai suoi genitori o a uscire di casa diverse ore prima per arrivare in orario utilizzando i mezzi pubblici.

Nel corso dei colloqui emerge il conflitto tra l’autonomia lavorativa tanto ambita e la paura di distruggere un legame affettivo costruito nel tempo. 

Soltanto dopo aver affrontato il proprio bisogno di espressione individuale e aver accettato di mettere a rischio l’amicizia, confidando all’amico i progetti lavorativi, Marco riuscirà a superare quella paura così invalidante da bloccare la sua carriera e la sua vita.

***

Sonia convive da diversi anni con il suo compagno.

Nel tempo, però, la loro storia d’amore è diventata una sorta di emergenza emotiva sempre in allarme rosso.

E Sonia si è trasformata nell’infermiera dell’uomo che un tempo le faceva battere il cuore a mille.

Le paure di lui, i turbamenti, le insicurezze… sono l’argomento principale delle loro giornate e la donna nel tentativo di aiutarlo a ritrovare il gusto di vivere rinuncia a tutte le attività.

Ultimamente, però, sente di non farcela più e sogna una casa sua dove potersi dedicare ai tanti interessi che l’appassionano e che in passato hanno reso ricca e appagante la sua vita.

Tuttavia, il solo pensiero della separazione la fa sentire egoista e priva di sensibilità.

Come potrebbe abbandonare il partner con cui fino ad oggi ha condiviso la vita, sapendolo così fragile e bisognoso di lei?

Invano tenta di convincerlo a chiedere aiuto ad uno psicologo, lui non ne vuol sapere.

Gli basta la sicurezza di averla affianco per convincersi che presto tutto si risolverà.

Il tempo passa… e… un giorno dopo l’altro il panico attanaglia la vita di Sonia che, vittima di un’inspiegabile tachicardia parossistica, passa da un medico all’altro senza riuscire a trovare soluzioni.

Quando, infine, approda in terapia racconta di non farcela più: il suo cuore batte all’impazzata, le membra diventano molli, le orecchie ronzano e le sembra di morire da un momento all’altro… senza soluzione di continuità.

***

Marina ha trent’anni e i suoi genitori sono molto anziani.

Nata a dispetto di una diagnosi di infertilità la giovane donna è il miracolo che ha illuminato la vita di mamma e papà, la figlia amata e desiderata più di ogni altra cosa al mondo.

Marina sa di essere importante per sua famiglia ed è riconoscente ai genitori per tutto l’amore che le hanno donato in quei trenta bellissimi anni.

I suoi bisogni sono sempre stati ascoltati, capiti e soddisfatti; le passioni assecondate; le amicizie accolte.

E quando si è trattato di mettere dei paletti alle sue richieste è stato fatto con dolcezza, per il suo bene o per l’impossibilità materiale di accontentarla.

Insomma, Marina ha vissuto nella famiglia che ogni figlio vorrebbe avere!

E, anche se non ci sono stati dei fratelli, gli amici hanno sempre avuto uno spazio importante, compensando la solitudine e il bisogno di condivisione.

Apparentemente nulla motiva quel panico che la paralizza impedendole di uscire di casa per svolgere il lavoro che ama e che ha scelto con tanta passione: il medico.

Marina si interroga… ma non si spiega cosa non stia funzionando nella sua vita.

E dopo aver consultato decine di colleghi decide finalmente di chiedere aiuto ad un professionista.

Nel corso dei colloqui l’amore prenderà forma e infine svelerà a Marina il conflitto indicibile tra il bisogno di accompagnare i genitori nella vecchiaia e il desiderio di trasferirsi all’estero per proseguire i suoi studi e le sue ricerche.

Difficile ricambiare le cure che ha ricevuto senza tradire il suo impegno per risolvere i problemi che ammalano l’umanità!

Marina vuole bene al mondo e ama i suoi genitori… ma… per superare quei fastidiosi attacchi di panico dovrà fare spazio anche alla sua creatività e all’autonomia che la caratterizza.

Carla Sale Musio

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Dic 04 2014

MANGIARE… PER RIEMPIRE IL VUOTO

Laura si sveglia di notte in preda a un senso di angoscia.

Come una sonnambula apre il frigorifero e divora tutto quello che trova, fino a sentirsi scoppiare la pancia.

Poi torna a letto e si riaddormenta.

Giorgia, invece, è a dieta.

Resiste alle tentazioni per tutta la giornata ma ogni tanto, quando nessuno la vede, prende la scatola dei biscotti e non ha pace finché non l’ha svuotata completamente.

Quindi, delusa e colpevole, nasconde nella spazzatura le tracce della sua trasgressione e riprende a fare le cose di sempre, cercando di dimenticare quel black out.

Antonello ama gli animali e il suo cuore sente che è importante fare scelte più rispettose della loro vita.

Ma quando rinuncia a mangiare i suoi cibi preferiti fatti con latte, uova e formaggio, lo assale una fame compulsiva e per calmarla sgranocchia una dopo l’altra tutte le merendine vegane che sarebbero dovute bastare per un mese di spuntini in ufficio.

Laura, Giorgia e Antonello compensano con il cibo un vuoto interiore e senza rendersene conto usano gli alimenti come se fossero antidepressivi, reperibili senza bisogno di andare dal medico ma, soprattutto, senza dover ammettere le proprie difficoltà emotive. 

Nemmeno a se stessi.

Sappiamo tutti che mangiare è indispensabile per vivere ma, con quest’alibi incontestabile, giustifichiamo un’esagerata ricerca di gratificazioni alimentari, incrementando la fortuna delle multinazionali e delle case farmaceutiche.

Dietro il pretesto della sopravvivenza, infatti, si nascondono verità ben diverse.

Nei paesi industrializzati l’eccessiva alimentazione è una delle cause più frequenti di malattia e le motivazioni che spingono tanta gente a consumare smodatamente ogni genere di vettovaglie non riguardano la necessità di tenersi in salute, ma il bisogno di calmare la mente, imbavagliando almeno per un po’ il suo logorante chiacchiericcio interiore, fatto di accuse, recriminazioni, commenti e critiche, rivolte spietatamente contro se stessi.

Durante la digestione, l’energia si sposta dal cervello allo stomaco e le preoccupazioni cedono il posto a una sonnolenza che distoglie dalle responsabilità e dai pensieri.

In questo modo l’alleggerimento dell’angoscia si associa al sapore dei cibi e il pasto si trasforma in un rito scaramantico capace di scacciare la paura regalandoci una pausa dalle inquietudini interiori.

Mentre mangiamo, infatti, il processo fisiologico di assimilazione dei nutrienti prevale sul chiacchiericcio interiore e ammutolisce le emozioni per tutto il tempo della digestione.

L’alimentazione diventa così un antidoto all’inquietudine, uno strumento in grado di alleviare la sofferenza psicologica e la fatica di affrontare il proprio mondo interiore.

Il bisogno di mettere qualcosa in bocca, però, aumenta in proporzione alla necessità di evadere da se stessi, convertendosi rapidamente in una pericolosa bulimia.

I meccanismi di dipendenza e assuefazione legati alla nutrizione sono ben noti al mercato alimentare che, da sempre, sfrutta le proprietà anestetizzanti delle vivande per indurre i consumatori ad acquistare sempre di più, senza curarsi delle ripercussioni che questo provoca sulla psiche e sulla salute.

Molti cibi, grazie al loro effetto sedativo o stimolante, creano nell’organismo una improrogabile esigenza, spingendoci a consumarne quantità progressivamente maggiori.

In questo modo l’atto di mangiare si trasforma in un meccanismo compulsivo, sotteso dal bisogno di colmare quell’insoddisfazione emotiva che abbiamo paura di affrontare consapevolmente.

Nel sonno, Laura incontra i fantasmi che ha censurato durante il giorno e si sveglia sopraffatta dai contenuti emotivi rimossi.

Istantaneamente, però, si attiva il meccanismo della dipendenza alimentare e, nel tentativo di evitare il proprio mondo interiore, ricorre al cibo per distrarre la mente e poter riprendere a dormire.

In tutti i sensi.

Giorgia, invece, si sforza di dimagrire senza prestare attenzione alle implicazioni che esistono tra il raggiungimento del peso forma e la realizzazione personale.

Per soddisfare il desiderio di piacere e di piacersi decide di mettersi a dieta, ma l’insoddisfazione emotiva (irrisolta interiormente e amplificata dall’astinenza dal cibo) invece di diminuire aumenta, spingendola verso una ribellione censurata e perciò incontrollabile.

Antonello vuole cambiare stile di vita ma non tiene nella giusta considerazione la funzione sedativa delle pietanze che sceglie di evitare.

Eliminando i suoi cibi preferiti senza programmare un’adeguata compensazione emotiva, scatena una pericolosa crisi di astinenza che si calma soltanto quando sostituisce quegli alimenti con qualcosa di altrettanto gratificante dal punto di vista psicologico.

Le merendine da consumare in ufficio, infatti, sono associate ai momenti di pausa e di relax durante il lavoro ma, in quanto prive di prodotti animali, sono meno pesanti e più facili da digerire, perciò è costretto ad ingurgitarne molte di più per rallentare la digestione e ottenere il medesimo intorpidimento sulla mente e sui pensieri.

Per superare le difficoltà alimentari, Laura, Giorgia e Antonello dovranno osservare con maggiore attenzione il proprio equilibrio interno e modificare lo stile di vita, affrontando le paure e i vissuti che incrementano la dipendenza di cui inconsapevolmente sono vittime.

Solo così potranno superare l’angoscia che innesca la loro fame nervosa e finalmente costruire un rapporto col cibo più sano e naturale.

Per cambiare le scelte dietetiche è indispensabile intervenire sul proprio modo di vivere, affrontando con coraggio le difficoltà interiori fino a modificare i bisogni psicologici che sostengono i comportamenti compulsivi.

La scelta di sostanze antidepressive, infatti, è funzionale all’occultamento di vissuti emotivi irrisolti piuttosto che al benessere e alla salute.

Solo ripristinando un contatto con la profondità di se stessi è possibile rinunciare a utilizzare le innumerevoli droghe nascoste dietro false giustificazioni nutrizionali e riappropriarsi del proprio naturale desiderio di assaporare la vita.

Carla Sale Musio

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Ago 21 2014

ATTENZIONE: è indispensabile drogarsi tre volte al giorno!

Altrimenti si muore d’inedia!!!

Con questa minaccia le multinazionali alimentari si garantiscono i loro fruttuosi guadagni, convincendo tutti noi che, senza il supporto energetico di almeno tre pasti ogni giorno, deperiremmo rapidamente andando incontro a malattie e morte.

In natura, però, nessun animale mangia rispettando degli orari prestabiliti e cucinando miscele di cibi elaborati, conservati e pieni di sostanze tossiche.

La presunzione ci ha portato a credere di essere l’unica forma di vita intelligente e a snobbare con arroganza le altre specie, giudicandole stupide, prive di coscienza e buone soltanto per finire nel nostro stomaco.

Sollecitati abilmente dagli interessi del mercato alimentare, ci reputiamo la razza più evoluta e deridiamo la semplicità con cui vivono le bestie, attribuendoci impunemente il diritto di sfruttare tutto ciò che ci circonda e indifferenti davanti al rispetto con cui le altre creature si muovono nell’ambiente.

Mentre gli animali si alimentano soltanto di ciò che la natura offre spontaneamente, noi abbiamo creato una scienza dell’alimentazione e investiamo gran parte del tempo e dei guadagni per preparare pietanze sempre più elaborate e complesse.

Convinti che, per vivere, sia indispensabile mangiare cibi cucinati, artefatti e pieni di sostanze dannose per la salute, ci concentriamo sul sapore invece che sui nutrienti e coltiviamo l’estetica al posto della qualità.

Dobbiamo avere le stoviglie adatte a ogni portata, la tovaglia del colore giusto, i segnaposti, i sottopiatti, il centrotavola… e tante altre amenità! Indispensabili soltanto a chi si arricchisce grazie alla vanitosa ingordigia con cui consumiamo i nostri pasti.

Indifferenti al degrado della salute e alla sofferenza degli altri esseri viventi, per soddisfare un bisogno esagerato di varietà e di gusto, non esitiamo a massacrare quotidianamente milioni di creature innocenti, lasciandoci ipnotizzare da una cultura alimentare che ha il solo scopo di spingerci a comprare sempre di più.

Per tutte le specie viventi, mangiare è un piacere da assaporare ogni tanto, senza essere obbligati a lavorare per soddisfarlo e soprattutto senza rinunciare alle quotidiane attività di esplorazione, gioco, socializzazione, curiosità e piacere.

Noi esseri umani, invece, assuefatti alla dipendenza dal cibo, ne subiamo la schiavitù, privandoci della libertà e della salute pur di ottenere con regolarità le indispensabili dosi quotidiane.

I nostri pasti, artefatti e ricchi di tossicità e di insaporitori, infatti, sono studiati ad arte per provocare nel cervello e nel corpo il bisogno compulsivo di ingurgitare sempre di più, incrementando così la vendita dei prodotti e i guadagni di chi si arricchisce a spese della nostra salute.

Ci fanno credere che:

  • la varietà sia indispensabile per la vitalità

  • mangiare tante volte durante la giornata aiuti a mantenere la linea facendo bruciare più calorie

  • sia importante mescolare gli  alimenti per migliorarne il gusto

  • sia necessario cuocerli per renderli più digeribili

Ma tutto questo è vero soltanto finché siamo vittime di una dipendenza talmente grave da abiurare l’ascolto del corpo e da costringerci a seguire le norme dietetiche e le ricerche scientifiche finanziate da chi ha tutto l’interesse a venderci dei prodotti di cui non sia più possibile fare a meno.

Ci viene nascosto, invece, che:

  • tante malattie fisiche e mentali derivano da un’eccessiva alimentazione e si possono curare facilmente con il digiuno

  • il cibo crudo, biologico e naturale, consumato senza artifici alimentari, senza cottura, senza miscele e senza insaporitori, ripristina il senso della sazietà portandoci a mangiare soltanto le quantità necessarie per vivere e per godere di una perfetta salute

  • è possibile morire di vecchiaia senza ammalarsi mai, consumando gli alimenti così come la natura ce li regala, senza  manipolazioni, trattamenti o espedienti di nessun tipo

La mente subisce profondamente l’influenza delle droghe alimentari, cadendo in una pericolosa dipendenza che ha effetti devastanti sul tono dell’umore e sul benessere fisico. 

Per rendercene conto basta osservare cosa succede alla nostra psiche quando decidiamo di seguire una dieta.

Anche soltanto pronunciare la parola “dieta” fa scattare immediatamente una valanga di risposte emotive e ansiose!

Chiunque abbia provato ad attuare qualche modifica nelle proprie abitudini alimentari, sa che il pensiero impazzisce davanti alle restrizioni, portandoci a soffrire pericolose crisi di astinenza, con tutto il corollario di sintomi, psicologici e fisici, che ne consegue.

Nervosismo, ansia, irritabilità, aggressività, depressione, autolesionismo, apatia, mal di testa, nausea, crampi, debolezza… sono solo alcune delle manifestazioni che fanno seguito alla decisione di astenersi dall’assunzione delle droghe alimentari più comuni (carne, latticini, caffè, the, pane, pasta, biscotti, zucchero, alcolici, eccetera).

Per preservare gli interessi economici, si preferisce colpevolizzare le persone grasse, deridendole e demonizzando la bulimia e l’anoressia come se fossero avvenimenti fortuiti ed eccezionali, in modo da nascondere abilmente la dipendenza indotta in ciascuno di noi, dietro lo spauracchio delle malattie psichiatriche.

Ma le patologie legate al cibo sono la diretta conseguenza di un’alimentazione completamente avulsa dalle necessità naturali e pericolosamente incoraggiata dalla cultura del guadagno.

E, purtroppo, riguardano tutti.

Indistintamente.

Un bisogno, vorace e compulsivo, di mettere in bocca qualcosa, infatti, ci costringe ad accettare, come se fosse la norma, il decadimento fisco precoce e l’esistenza di innumerevoli malattie, distraendo la mente dalla responsabilità della salute e  dall’ascolto delle reali necessità fisiologiche e psichiche.

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Rivelare i pericolosi retroscena di ciò che mangiamo è severamente proibito!!!

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E chi prova a trasgredire il mito di un’alimentazione innaturale e narcotizzante, suscita risolini divertiti, incredulità, accuse di fanatismo, emarginazione, sarcasmo e manifestazioni di aggressività.

Per evitare di diffondere una conoscenza che metterebbe in crisi il commercio di tanti prodotti, si è costruita una scienza che giustifica l’ingordigia e incoraggia la dipendenza da ogni genere di sostanze dannose.

Così, mangiare è diventato un modo di drogarsi, legalizzato, sponsorizzato e incrementato da quanti si arricchiscono grazie alla nostra voracità e alle malattie che ne conseguono.

Liberarsi dall’assuefazione alla tossicità del cibo è un’impresa difficilissima e presuppone una grande forza di volontà e la capacità di procurarsi da soli le informazioni necessarie a cambiare.

Sul web e sui libri, infatti, si possono trovare ricerche esaurienti e ben documentate ma, per superare la dipendenza, è necessario affrontare le crisi di astinenza che, inevitabilmente, accompagnano ogni disintossicazione.

Cambiare strategie alimentari, perciò, significa affrontare una battaglia difficile e complessa, dapprima con se stessi… e poi col mondo!

La manipolazione agita sugli alimenti, infatti, provoca un’assuefazione molto più grave e insidiosa che qualunque altra droga, perché la legalizzazione e la sponsorizzazione operate dalla medicina ufficiale e dai mass media, scatenano meccanismi di  difesa, di giustificazione e di dipendenza, estremamente resistenti e perciò difficili da scardinare.

Soprattutto dal punto di vista psicologico.

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SCELTE DI DIPENDENZA… E DI LIBERTA’

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Salvatore ha bisogno di bere qualcosa di alcolico prima di andare a dormire, altrimenti non riesce a prendere sonno.

Recentemente, però, ha scoperto di essere intollerante ai lieviti e ai fermenti.

“Gli alcolici sono il mio sonnifero” racconta “perciò non posso smettere di bere, altrimenti non riesco ad addormentarmi e continuo a girarmi nel letto anche per tutta la notte! Non sono un alcolista! Mi basta bere  solo una birra per addormentarmi sereno. L’unico problema è che non sono in grado di farne a meno.”

*  *  *

Vittoria ha sempre avuto una corporatura magra e slanciata ma, da qualche tempo, non riesce più a rientrare nel suo peso forma.

Ha cercato di mangiare meno, di aumentare le ore della palestra, di bere molta acqua, di stare più attenta alle calorie, di camminare a piedi, di non bere alcolici… ma niente!

La bilancia sembra inchiodata sui suoi chili di troppo e la pancia non diminuisce di un millimetro!

Pensando con terrore alla prova costume, decide di consultare un dietologo che, dopo averla misurata, pesata e intervistata, le annuncia trionfante che il suo peso è più basso di quello previsto dalle statistiche per la sua altezza, e che, perciò, dovrebbe ingrassare un pochino.

Demoralizzata, Vittoria gli fa notare il suo ventre prominente e lo specialista le consiglia di ridurre le verdure e la frutta, di bere molta acqua e di mangiare spesso, piccole porzioni di carboidrati e proteine.

Per qualche settimana la donna si sforza di seguire i consigli del medico, ma presto la fame e l’umore sempre più nervoso le rendono impossibile continuare.

Scoraggiata e abbattuta, decide quindi di fare di testa sua e, vagabondando in internet, scopre l’alimentazione crudista.

“Così potrò dire di averle provate proprio tutte!” riflette tra sé, mentre si appresta a mangiare solo frutta e verdura cruda per qualche settimana.

Ma, nonostante lo scetticismo, questa volta i risultati si vedono!

Il giro vita comincia progressivamente a ridursi e un insospettabile benessere la fa sentire in forma e di ottimo umore.

Sono passati quattro anni e, da allora, Vittoria non ha più smesso di mangiare crudo, ha perfezionato, però, il suo regime, riducendo i grassi e facendo attenzione alle corrette combinazioni degli alimenti.

Oggi il suo ventre è piatto, il suo peso è perfetto e gode di un’ottima salute.

Deve solo fare attenzione a non raccontare in giro la sua esperienza, perché ha scoperto a sue spese che l’alimentazione crudista suscita spesso commenti ironici e disapprovazione, in chi è ancora dipendente dalle sostanze della cucina tradizionale.

*  *  *

Da quando ha scelto di diventare vegano, Nicola non può più partecipare a un pranzo con i parenti senza essere oggetto di scherno e di polemiche.

Ogni volta zii e zie, cugini e cugine, fanno a gara per convincerlo ad assaggiare questo e quello e, davanti alla sua scelta di non uccidere per vivere, scatenano una sorta di guerra santa in favore dell’alimentazione carnea.

Quasi che quella di Nicola, invece che essere una decisione ragionata, fosse una patologica forma di anoressia.

Preso dallo sconforto, il ragazzo ha provato a motivare le sue idee, oppure a sorridere e non aprire bocca, nel tentativo di far cadere quel genere di discorsi.

Ma tutto è inutile e, ogni volta, i parenti tornano a provocarlo sostenendo che: “… l’uccisione è inevitabile e l’eccessiva sensibilità va curata!”

Esasperato, Nicola, ha scelto, infine, di disertare quegli inviti, ma questa decisione, purtroppo, ha allarmato ancora di più chi gli vuole bene, perché: “… oltre ad essere troppo sensibile, si isola rifiutando il contatto con gli altri!”

Così Nicola, intrappolato dentro un paradosso, scopre con tristezza che, per i suoi parenti, le sue scelte saranno sempre e soltanto quelle sbagliate.

*  *  *

Lara è vegana da diversi anni, però non lo dice a nessuno.

“Sono intollerante!” risponde sorridendo a chi le domanda come mai non mangi la maggior parte degli alimenti che tutti, invece, consumano abitualmente.

“In questo modo chi mi sta intorno è gentile con me” mi confida, soddisfatta della sua decisione “e non sono costretta a dare spiegazioni sulle mie scelte alimentari!”.

Carla Sale Musio

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Ago 03 2014

QUEL PICCOLO PROFESSORE NELLA MENTE…

Un piccolo professore spietato e saccente si annida tra i pensieri combattendo l’entusiasmo, la creatività e il piacere con le armi subdole del dovere, della colpa e del giudizio.

Non è un essere malvagio… è convinto di agire per il nostro bene!

Tuttavia, in nome di un suo indefinibile criterio di obiettività uccide i sogni, le speranze e i desideri, incatenandoci a una vita di sacrifici e rassegnazione.

È un atteggiamento critico che nasce nella psiche in seguito all’educazione ricevuta da bambini e che nel tempo acquisisce una propria autonomia, trasformandosi in un censore interno sempre pronto a ricordarci i limiti, la pochezza e i demeriti che ci caratterizzano.

Quando eravamo piccoli, questo censore interno aveva il compito di rievocare gli insegnamenti dei grandi al momento opportuno.

Allora non si era ancora trasformato nella voce persecutoria di oggi ma era, invece, un alleato che, assistendoci nel complicato mondo degli adulti, ci aiutava a evitare gli errori della spensieratezza, dell’entusiasmo e dell’imprudenza infantile.

Con il tempo, però, si sono perse le tracce di quella sua originaria funzione protettiva e oggi millanta un’autorità priva di riscontri nelle circostanze della vita.

Ciò nonostante, non perde occasione per far sentire la sua presenza critica, ripetendo senza sosta il rosario dei  nostri difetti.

Reali o presunti.

E costringendoci a un continuo mea culpa che annienta l’autostima e soffoca la creatività sotto una coltre di impedimenti catastrofici.

“Quanto sei stupido!”

“Chi credi di essere!”

“Non ce la puoi fare!”

“Lascia perdere!”

“Sei un buono a nulla!”

“Quando gli altri capiranno chi sei, ti abbandoneranno!”

 “Sei ridicolo!”

Eccetera, eccetera…

Tutte le volte che ci lasciamo trasportare da un cambiamento il piccolo censore serpeggia tra i pensieri con il suo repertorio di frasi a effetto e imprigiona l’entusiasmo dentro i limiti angusti imposti della sua antica e ristretta valutazione delle situazioni.

È così che si formano i pensieri ossessivi, la depressione, la scarsa autostima, l’insicurezza, la sfiducia e i blocchi che inibiscono la creatività e la realizzazione personale.

Le esperienze negative dell’infanzia coagulano nella mente una realtà allucinata che anima le paure del passato dentro gli scenari del presente, impedendoci di valutare con obiettività gli avvenimenti.

Spesso, per sfuggire agli ammonimenti di quella voce squalificante, ci sforziamo di non ascoltarla.

Ma, davanti ai tentativi di evitamento, il nostro educatore interno sembra acquistare vigore, bersagliandoci ancora di più con le sue affermazioni distruttive.

Non serve nemmeno compiacerlo rifugiandoci nella passività, nella timidezza o nella solitudine, perché quel chiacchiericcio mentale continua ugualmente a tormentarci con i suoi giudizi negativi, provocando spesso un crollo emotivo ancora peggiore.

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Che fare, quindi, davanti al parlottio interiore che martella i pensieri intrappolandoci dentro una prigione invisibile di autocritiche?

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Per liberarci dall’oppressione del nostro piccolo professore, è indispensabile esaminare l’educazione restrittiva che, nel tempo, ha dato forma alle opinioni persecutorie.

Ricondurre quella disapprovazione nel passato, infatti, smorza l’asprezza delle critiche e ridimensiona la valutazione della realtà permettendoci un’interpretazione più adeguata di ciò che succede nel presente.

Ma, soprattutto, è necessario imparare a convivere con quella voce silenziosa e criticona, senza lasciarsi soggiogare dai suoi giudizi negativi e gestendone l’anacronistica superiorità con la fermezza e la tolleranza con cui tratteremmo un vecchio amico brontolone.

Riconoscere il piccolo professore dentro di noi e lasciarlo parlare senza farci condizionare dalle sue critiche aspre permette di creare un dialogo tra il passato e il presente e ridimensiona la funzione castrante di un’educazione eccessivamente rigida, consentendo all’entusiasmo di scorrere libero, senza conseguenze negative.

“Ok, amico, non sei d’accordo. Lo tengo presente ma, nonostante le tue previsioni catastrofiche, io decido ugualmente di seguire il mio pensiero, autorizzandomi ad affrontare le situazioni a modo mio!”

Col tempo la scoperta di nuove possibilità creative ed espressive permette di costruire atteggiamenti più adeguati e meno restrittivi, liberando il nostro piccolo professore interno dal suo compito educativo e consentendogli finalmente di rilassarsi e di prendersi un po’ di riposo. 

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QUANDO IL PICCOLO PROFESSORE È IN AZIONE…

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Franca si sente sempre insicura e, quando conosce delle persone nuove, ha così tanta paura di non piacere e di essere derisa o rifiutata che finisce per emarginarsi da sola, sentendosi sempre più incompresa.

Analizzando la sua storia emerge un’infanzia fatta di doveri e responsabilità, con un papà pronto a sgridarla e a punire ogni sua espressione giocosa in nome dell’ubbidienza, dell’educazione e del rispetto delle regole.

Nel tempo si è formata dentro di lei la sensazione di non andare mai bene e la paura di essere criticata per colpe che non le è possibile prevedere, proprio come quando era bambina.

*  *  *

Antonella ha paura dei ragazzi.

Le piacerebbe stringere amicizia con i suoi compagni di scuola ma una timidezza esagerata prosciuga le parole, lasciandola senza voce e senza argomenti, in preda all’ansia e a una sgradevole sensazione di goffaggine e di stupidità.

Quando era ancora molto piccola ha imparato che gli uomini sono degli ipocriti, opportunisti e interessati al sesso, e che le ragazze non dovrebbero mai fidarsi di loro.

Il papà di Antonella, infatti, è andato via con un’altra donna quando Antonella era ancora in fasce e la mamma l’ha cresciuta da sola, affrontando le critiche della famiglia e dei compaesani, scandalizzati per la sua scelta di mettere al mondo una bambina senza prima essersi sposata.

*  *  *

Renzo ha vissuto l’infanzia all’ombra del fratello maggiore, Sebastiano.

Non c’era giorno che i genitori non esaltassero le virtù di quel figlio così bravo e capace e non invitassero Renzo a imitarne i comportamenti.

A malincuore Renzo ha dovuto indossare i vestiti smessi di Sebastiano, frequentare le palestre e le scuole dove Sebastiano era sempre il migliore, leggere i libri che Sebastiano aveva già letto e giocare con i giocattoli che Sebastiano non usava più.

Crescendo, per non trasformarsi nella fotocopia di suo fratello, ha cercato di ritagliarsi degli spazi tutti suoi ma il pensiero di quei continui confronti lo tortura ancora e, quando si tratta di chiedere qualcosa per sé, Renzo sprofonda nei ricordi sentendosi incapace, goffo e pasticcione proprio come quando era bambino.

Così, si sforza di fare tutto da solo e preferisce rinunciare alle cose piuttosto che affrontare la sensazione insopportabile di dover chiedere aiuto.

 *  *  *

Da bambino Sergio doveva mostrarsi sempre grande e forte perché quando non ci riusciva gli adulti lo deridevano chiamandolo femminuccia e burlandosi di lui.

Oggi Sergio è un omone alto e grosso ma la paura di sembrare una femminuccia, purtroppo, è rimasta viva nel suo cuore e lo spinge a tiranneggiare le donne e la propria sensibilità, costringendolo a cancellare da se stesso ogni traccia di tenerezza per paura di non essere amato.

Carla Sale Musio

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Mag 21 2014

INTELLIGENZA CREATIVA

Dentro ciascuno di noi esiste un’intelligenza creativa caratterizzata dalla capacità di spostare il punto di vista fino a scoprire possibilità nuove nelle cose di sempre.

Grazie a questa intelligenza possiamo scegliere se osservare il mondo assecondando il criterio della prevedibilità e delle consuetudini, o rischiare l’imprevedibile avventurandoci lungo sentieri di conoscenza ancora inesplorati.

L’intelligenza creativa è il più grande antidoto all’infelicità perché rivela soluzioni inaspettate anche davanti ai problemi apparentemente irrisolvibili.

Ogni rivoluzione interiore nasce dalla possibilità di ridefinire se stessi e l’ambiente circostante fino a raggiungere un diverso modo di interpretare la realtà.

Situazioni, cose, fatti e avvenimenti contengono sempre un ampio numero di opportunità che, per abitudine o pigrizia, finiamo per leggere in una sola maniera, imprigionando noi stessi dentro uno stereotipo interpretativo e limitando la profondità della vita a uno schema prestabilito e convenzionale.

In questo modo atrofizziamo l’intuizione e la creatività, diventando vittime di quella che in gergo psicologico è chiamata fissità funzionale, ossia la monotona riproposizione di un cliché sempre uguale a se stesso.

La fissità funzionale (ma forse sarebbe meglio chiamarla fissità disfunzionale) è l’opposto dell’intelligenza creativa e indica l’incapacità di scoprire prospettive nuove.

L’invariabilità e la ripetitività sono la conseguenza di una rigidità nel pensiero e nella personalità, e segnalano un blocco nell’evoluzione individuale.

Mentre l’intelligenza creativa permette di trovare soluzioni inaspettate per risolvere i problemi, la fissità funzionale ci inchioda alle difficoltà facendole apparire insormontabili.

L’inflessibilità con cui un solo codice interpretativo s’impone sulle altre possibilità espressive, infatti, porta a riconoscere esclusivamente l’aspetto più evidente delle cose, impedendo all’inventiva di sperimentare strade alternative per raggiungere i propri obiettivi.

Così, mentre la creatività ci conduce spontaneamente verso il cambiamento e l’acquisizione di altre conoscenze, la fissità funzionale ci incatena al conformismo, paralizzando la plasticità indispensabile per esplorare equilibri nuovi.

L’originalità, l’intuizione e l’ingegno scaturiscono da un pensiero flessibile e incline alla trasformazione, mentre l’ostinazione, il pregiudizio e la monotonia, sono aspetti tipici di una personalità in difficoltà davanti al cambiamento e alle novità, e segnalano un pensiero stereotipato e convenzionale.

L’intelligenza creativa ci porta a modificare spesso il punto di vista permettendoci di osservare le cose da un’altra prospettiva.

In questo modo si libera nella psiche una corrente di positività capace di stimolare l’autostima e la realizzazione personale.

Possedere un’intelligenza creativa è un presupposto indispensabile per una vita libera, ricca di entusiasmo e di significato, e costituisce l’antidoto naturale alla depressione.

La poliedricità che caratterizza questo tipo di intelligenza permette di scoprire soluzioni e possibilità invisibili a un’osservazione intrappolata negli stereotipi.

Soluzioni e possibilità che, invece, si rivelano improvvisamente quando si accende l’intuizione creativa, illuminando nuovi percorsi di conoscenza. 

Per esempio, nell’immagine qui sopra riuscite a vedere il bambino?

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STORIE DI CREATIVITÀ

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Rebecca sta preparando l’esame di antropologia culturale quando scopre di avere un fibroma all’utero per il quale dovrà essere operata.

L’ospedale si trova in una città vicina e il medico la informa che, pur trattandosi di un’operazione semplice, il suo ricovero durerà circa una settimana.

Rebecca non è mai stata ricoverata in ospedale e l’idea di essere lontana da casa, in un ambiente nuovo, circondata da persone sconosciute, priva di forze e piena di dolori, la terrorizza.

Così ha rimandato la data dell’intervento a dopo l’esame e, per esorcizzare la paura, si butta a capofitto nello studio.

Leggendo i rituali di passaggio delle tribù primitive, però, improvvisamente vede la sua vita in una luce diversa.

Non più vittima di un problema sanitario ma intrepida protagonista di una cerimonia iniziatica in cui si decreterà il suo passaggio nell’età adulta.

Togliere il fibroma, infatti, ha la funzione di consentirle in futuro di avere dei bambini suoi.

L’ospedale diventa così la giungla irta di pericoli e belve feroci, dove affrontare coraggiosamente le sue paure, soglia simbolica da oltrepassare per diventare grande a tutti gli effetti, conquistando la maturità e il diritto a entrare a pieno titolo nel mondo degli adulti e delle madri.

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Dando fondo a tutti i suoi risparmi Claudia è riuscita ad acquistare un appartamento piccolissimo.

Un soggiornino, una camera da letto, un bagno appena più grande di un metro quadrato e un balconcino dove stendere.

“Devo prendere le misure anche per il sapone liquido perché se compro il formato famiglia non passa dalla porta!” si lamenta, scherzando con le amiche.

“Forse avrei fatto meglio ad aspettare e mettere da parte ancora qualcosa, invece di accontentarmi di una casa così piccola. Purtroppo, con i soldi che avevo, avrei potuto permettermi soltanto un camper…” riflette tra sé.

Ed ecco la folgorazione!!

Certo!

Di colpo la sua non è più una casa angusta ma… una roulotte enorme, dotata di ogni confort!

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Da quando si è separata Nunzia vive in un monolocale insieme a Francesca, la sua bambina di sei anni.

Francesca vorrebbe avere una stanza tutta per sé ma, trattandosi di un appartamento in affitto, non è possibile realizzare opere murarie.

Per accontentarla Nunzia inventa uno spazio nuovo circoscrivendo, con tante scatole di cartone dipinte a colori vivaci, un angolo intorno al suo lettino.

Uno spazio segreto e colorato dove Francesca potrà nascondersi o giocare insieme alle sue amiche, e dove potrà riporre i vestiti, i giocattoli, i libri di scuola, le scarpe, i peluche… e tutte le cose che fanno parte del suo mondo.

Carla Sale Musio

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LA PERSONALITÀ CREATIVA

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anche in formato ebook

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