La pedofilia è la conseguenza di una società malata che ha fatto della sopraffazione e della violenza il suo unico credo e usa la sessualità per discriminare, sfruttare ed emarginare.

Tutti quanti, purtroppo, viviamo immersi in questa patologia crudele e, senza saperlo, ne diventiamo complici ogni volta che trasformiamo la sessualità in volgarità e in aggressività, cosa che accade molto più spesso di quanto non si creda.

Nel linguaggio parlato, ad esempio, le espressioni scurrili sono all’ordine del giorno e contribuiscono a rendere brutale la sessualità.

Gli intercalari cazzo o minchia, tanto usati, fanno riferimento alla violenza sessuale e l’intero repertorio delle parolacce rimanda a contenuti cruenti e prevaricatori.

Senza che ce ne rendiamo conto conviviamo con l’abuso e con la violenza, infatti, l’abuso e la violenza fanno parte della nostra vita quotidiana e, purtroppo, evitarli di questi tempi è impossibile.

Viviamo in una cultura che usa e getta, senza guardare se si tratta di una vita oppure no.

Purtroppo, però, quando manca il rispetto per la vita si afferma che la vita non merita rispetto e si autorizza l’uso di qualsiasi cosa/creatura come oggetto nelle mani di qualcun altro.

Da questa violenza alla pedofilia il passo è molto breve.

Permettendo lo sfruttamento e i soprusi sulle donne il maschilismo autorizza implicitamente l’abuso sessuale anche sui bambini.

Infatti, quando un essere umano può essere adoperato come uno strumento di piacere a uso e consumo di un altro non fa molta differenza se quest’essere ha meno o più di diciotto anni.

Incoraggiata dalla sopraffazione la pedofilia si è insinuata dappertutto e per i pedofili ci sono tante possibilità di agire in modi leciti e senza che nessuno se ne accorga.

Esistono aggressioni impalpabili che è difficile identificare e che non si possono denunciare.

Maltrattamenti che non lasciano segni visibili e feriscono senza che sia possibile definire dove.

I soprusi che non si riconoscono sono le manifestazioni peggiori della violenza, perché non se ne può parlare e anche soltanto ammetterne la realtà umilia la dignità e fa sentire sporchi nell’anima.

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LA VIOLENZA DELLO SGUARDO

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Lo sguardo è un aspetto della pedofilia che è non è facile interpretare come violenza, perché colpisce le vittime senza toccarle e al momento opportuno si ammanta di falsa innocenza.

Eccovene qualche triste esempio…

Sofia ha dieci anni e le forme femminili stanno già cominciando a disegnarle il corpo.

D’estate, al mare, ha chiesto alla mamma di poter indossare un costume da bagno con il reggiseno.

“Ma che dici!”

La mamma la guarda con disapprovazione.

“Il seno non ce l’hai ancora!”

“Io, però, lo sento che mi sta crescendo…”

Protesta Sofia.

“Smettila di imitare i grandi, e non dire sciocchezze! Sei solo una bambina, il reggiseno lo porterai quando sarà il momento.”

La mamma chiude la conversazione bruscamente.

Non le piace che Sofia si comporti come una donna e teme che, assecondandola, possa trovarsi in situazioni spiacevoli.

Ma le paure della mamma, purtroppo, trasformano l’estate di Sofia in un incubo.

Gli altri bambini vedendo i suoi capezzoli che cominciano a gonfiarsi non fanno altro che scambiarsi risolini e parlottare ammiccando.

E c’è quell’uomo che non le stacca gli occhi di dosso un secondo e continua a fissarla, qualsiasi cosa faccia.

Cercando di sfuggire quegli sguardi così insistenti che sembrano toccarla Sofia sta sempre in acqua.

Ma la mamma la sgrida, intimandole di uscire.

“Basta, Sofia! Stai un po’ al sole. Sei viola dal freddo e finirai per ammalarti!”

Sofia tiene le spalle curve nel tentativo di nascondere il seno (che ancora non è cresciuto e già è troppo appariscente), le piacerebbe giocare con gli altri sulla sabbia ma si vergogna.

Così, quando non può nuotare, se ne resta ingobbita in un angolo avvoltolata dentro l’asciugamano e i parenti per gioco la chiamano Signorina Snob.

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Lidia è figlia unica e i suoi genitori lavorano anche durante l’estate.

Quando compie otto anni, lo zio Federico si offre di portarla al mare con i suoi tre figli.

Antonio, Marco e Simone, i cugini di Lidia, sono un po’ più piccoli di lei e insieme a loro Lidia si è sempre divertita moltissimo, però al mare non ci vuole più andare e inventa mille scuse nel tentativo di evitare quelle vacanze, per lei terribili.

Nello stabilimento balneare hanno affittato una cabina in comproprietà e, con la scusa della fretta e di qualcuno che potrebbe arrivare, lo zio obbliga Lidia a cambiarsi insieme con lui e con i cugini.

“Sbrighiamoci a liberare la cabina, che serve agli altri inquilini!” esclama a gran voce lo zio Federico anche se in giro non si vede nessuno.

“Io mi cambio dopo di voi perché sono femmina…”

Ha protestato Lidia il primo giorno di mare.

Ma lo zio Federico non ha fatto altro che prenderla in giro dalla mattina alla sera e, per insegnarle che non ci si vergogna tra parenti, ogni giorno la costringe a spogliarsi davanti a tutti.

Al mare Lidia non ci vorrebbe andare mai più.

Però la mamma ha detto che non sta bene respingere un invito tanto gentile e poi si sa…lo zio è fatto a modo suo, ma non è cattivo!

Sarebbe un’offesa rifiutare soltanto per un po’ di vergogna.

Al mare ci si cambia in fretta e nessuno ci fa caso.

Avanti, Lidia non fare un dramma di tutte le cose!

Lidia non ha il coraggio di protestare ancora, si sente sporca a pensare male dello zio e si vergogna di se stessa.

Per far contenti i genitori andrà al mare tutte le estati (dai suoi otto anni fino ai diciotto anni) imparando a negare il pudore del proprio corpo perché mostrarsi nuda con i parenti (e soprattutto con lo zio Federico) è un segno di adattabilità e di maturità.

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Alessia ha venticinque anni e ultimamente non riesce più a stare nella stessa stanza con suo padre senza sentirsi profondamente irritata e disgustata.

Quando è a casa fa di tutto per evitarlo ma l’uomo mostra di non accorgersi delle difficoltà della figlia e, con i pretesti più svariati, sembra farlo apposta a girarle intorno.

Delle tre figlie Alessia è la più piccola e l’unica a essere rimasta con i genitori.

Le sue sorelle più grandi si sono sposate giovanissime e adesso hanno una loro famiglia.

Lei, invece, ha preferito continuare a studiare.

Tuttavia, la convivenza con il padre è diventata sempre più difficile.

Sin da quando le figlie erano bambine, per ragioni di sicurezza e praticità, il papà ha deciso di eliminare le chiavi da tutte le porte della casa e ancora oggi, quando Alessia si cambia, si fa la doccia o è al gabinetto, entra senza bussare, attardandosi nella stanza (quella di Alessia o il bagno) e guardandola con studiata noncuranza.

Alessia vive un disagio doppio, da un lato la vergogna nel sentirsi osservata e dall’altro l’imbarazzo nel pensare suo padre in malafede.

Quegli sguardi la riempiono di repulsione e il disgusto che prova per lui la fa sentire sporca e sbagliata.

* * *

Queste tre storie, tragicamente vere, sono soltanto alcuni dei tanti resoconti che ho ascoltato nel segreto della mia professione e, purtroppo, si commentano da sole.

Molto spesso le vittime di questi maltrattamenti faticano a identificarli come tali o ad ammetterne la violenza.

E finiscono col colpevolizzare se stesse per la sofferenza, il disgusto e l’imbarazzo che provano e che, invece, rappresentano la conseguenza di quei soprusi.

Per questo è diventato necessario, importante e urgente rompere il silenzio e aprire il dialogo anche su questi temi.

Carla Sale Musio

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