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Nov 07 2017

VORREI CAMBIARE ALIMENTAZIONE MA…

Cambiare le abitudini alimentari è un’impresa difficile e insidiosa che bisogna programmare con cura per evitare delusioni, ricadute e pericolosi vissuti di impotenza.

Per la specie umana mangiare è un rituale intimo e sacro che affonda le radici nelle tradizioni personali, famigliari e sociali, coinvolgendo il sistema psichico e fisico su diversi livelli contemporaneamente.

Come ci insegna la psicologia, l’infanzia del cucciolo d’uomo è caratterizzata da una fase orale, cioè dalla necessità di esplorare il mondo portando ogni cosa alla bocca.

Nei primi mesi, l’allattamento crea tra la mamma e il bambino un’unione così profonda da sostituire l’appartenenza fusionale che caratterizza la vita intrauterina.

Questa meravigliosa sensazione di amore e appartenenza è comune a tutti i mammiferi ma negli esseri umani si carica di significati che vanno oltre le necessità nutritive e fa sì che l’atto di mangiare si trasformi in un sostituto affettivo, spesso irrinunciabile.

Nella società umana il tempo concesso alle madri per stare con i propri cuccioli è sempre più limitato dagli impegni professionali.

Infatti, se da un lato le pari opportunità hanno permesso alle donne di entrare nel mondo del lavoro, dall’altro hanno penalizzato il tempo dedicato alla maternità, costringendo i più piccini ad adattarsi a uno stile di vita frenetico e costruito sulle esigenze del mercato economico più che sulle relazioni fra genitori e bambini.

Le specie animali diverse dalla nostra non sentono il bisogno di lavorare per vivere.

Lo stile di vita degli animali, legato ai ritmi della natura, permette alle mamme un rapporto intimo e costante con i loro piccoli, dando forma a una relazione fatta di fisicità, di contatto e di appartenenza reciproca, in cui l’allattamento è soltanto un aspetto e, certamente, non il più importante.

Le madri umane, invece, sono sempre di fretta e, nel tentativo spasmodico di conciliare le necessità lavorative con le esigenze della genitorialità, non saturano mai il bisogno fusionale che le unisce ai propri cuccioli.

Questo fa sì che il tempo dedicato alla nutrizione sostituisca progressivamente il desiderio di contatto e di appartenenza, trasformandosi in uno strumento di gratificazione affettiva ben oltre le necessità della sopravvivenza.

È in questo modo che i pasti sono diventati il momento privilegiato di condivisione dell’affetto, sostituendo un’infinità di bisogni relazionali indispensabili alla salute emotiva e fisica degli esseri umani.

Sapori e odori richiamano alla mente situazioni passate, positive o negative, riaccendendo memorie dimenticate da tempo.

E, di sicuro, ognuno di noi potrebbe compilare una lista di cibi talmente evocativi da provocare l’emergere di ricordi, vissuti ed emozioni soltanto assaporando un boccone!

Gusti e aromi imprescindibili costellano la storia di ogni essere umano e vanificano spesso il desiderio di modificare il modo di alimentarsi.

Infatti, quando la condivisione dei pasti prende il posto della condivisione dei sentimenti e del piacere, i momenti dedicati al cibo assumono un valore insostituibile perché creano legami e intimità altrimenti impossibili da realizzare.

La cura prodigata nella preparazione degli alimenti diventa così il canale privilegiato per esprimere l’affetto, consolidare l’appartenenza al gruppo e regalare uno spazio magico di appagamento.

Questo spinge a incanalare la creatività nella ricerca di sapori sempre nuovi, capaci di coinvolgere e sorprendere le persone amate, mentre allenta la spinta verso la realizzazione personale in favore della tradizione e dell’approvazione sociale.

Viviamo nella cultura dell’appetitoso, saporito, stuzzicante, gustoso… e nella ricerca costante di pietanze in grado di stimolare l’appetito consentendoci di assaporare sempre di più i momenti dedicati ai piaceri della tavola.

Ma tutta questa affettività alimentare se da un lato ci consente di sopravvivere in un mondo frenetico e in corsa verso la propria distruzione, dall’altro conduce a una patologica dipendenza dall’ingurgitare quantità spropositate di sostanze spesso tossiche e dannose per la salute.

L’obesità è diventata la normalità e nessuno si sorprende più davanti al proliferare delle intolleranze alimentari, del diabete, del cancro, dell’ipertensione… e di tutte quelle innumerevoli patologie conseguenti a uno smodato consumo di vivande sempre nuove e diverse.

Il gusto è ormai una sorta di divinità onnipotente e magica, capace di trasformare il bisogno di sopravvivenza in un momento ricco di suggestioni emotive, fino a sostituire quella condivisione intima e profonda che caratterizza la relazione tra la mamma e il bambino.

Per non sentirsi soli e calmare l’angoscia, almeno per un po’, basta portare qualcosa alla bocca!

E come per miracolo, nell’intorpidimento languido che accompagna la digestione e sposta le energie dalla mente allo stomaco, il dolore si attenua concedendo una tregua dal ritmo incalzante della nostra civiltà.

Viviamo nella cultura del palato e il sapore ha preso il posto di ogni altro piacere, rimpiazzando l’intimità, la creatività, la curiosità, l’empatia e la condivisione di sé e della propria preziosa unicità.

La realizzazione di una buona cena ha sostituito la realizzazione personale, consentendoci di chiudere la mente e di dimenticare le brutture che ammalano la nostra esistenza.

Cambiare le abitudini alimentari significa perciò cambiare il proprio modo d’intendere la vita e cominciare a costruire alternative nuove per stare insieme (a se stessi e agli altri).

Occorre attuare una rivoluzione nel proprio mondo interiore e nel modo di organizzare le proprie giornate, riservando uno spazio (diverso dal cibo) dedicato al piacere e all’ascolto di sé.

Fino a quando cercheremo nel gusto un antidolorifico facile da reperire e gradevole da ingerire, la trappola alimentare ci terrà incatenati dentro una pericolosa dipendenza psichica e fisica.

Perciò affrontare un cambiamento nel modo di nutrirsi vuol dire armarsi di pazienza e affrontare la trasformazione più importante che ci sia.

Quella che veramente consente di cambiare il mondo, perché modifica i presupposti su cui è costruita la nostra società.

Una vita migliore non nasce dall’imposizione di nuove regole comportamentali ma dal progressivo riappropriarsi della libertà e del potere creativo.

Restituire all’alimentazione il suo valore naturale legato soltanto alla sopravvivenza consente di scoprire nuove energie dentro di sé e permette di aprirsi a una nuova umanità, non più schiava degli alimenti ma capace di scegliere di che cosa è davvero necessario cibarsi.

Per stare bene nel corpo, nella mente e nell’anima.

Carla Sale Musio

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Ott 11 2017

VERSO UNA NUOVA CONSAPEVOLEZZA ALIMENTARE…

Nel periodo dello schiavismo era considerato normale sfruttare, vendere e scambiare uomini e donne per servirsene a piacimento.

Solo nel corso dei secoli è maturata una coscienza capace di rendersi conto che possedere la vita altrui è un atto deprecabile e crudele.

Ai tempi del cannibalismo nutrirsi di carne umana non dava scandalo.

Oggi lo stesso spietato predominio si verifica con gli animali, considerati oggetti al servizio della specie umana e privati di qualsiasi diritto.

La radice di ogni malvagità si annida in una mancanza di empatia che porta a ignorare le sofferenze di un’altra creatura vivente e ad abusarne per il proprio piacere.

Esiste un mercato alimentare che si regge sul consumo di prodotti animali e che ha tutto l’interesse a nascondere la disumanità con cui incrementa i propri guadagni.

I soprusi che patiscono le bestie sono sconosciuti alla maggior parte delle persone e abilmente occultati dietro una facciata spensierata fatta di immagini divertenti e piene di grazia.

I macelli e gli allevamenti intensivi sono nascosti allo sguardo dei più.

I luoghi dell’orrore e della crudeltà non vengono mostrati a chi, altrimenti, potrebbe impietosirsi e smettere di consumare prodotti carichi di sofferenza.

La pubblicità ci racconta un mondo di animali felici, pronti a diventare festosamente il pasto dell’uomo.

Questa mistificazione prende forma già dall’infanzia.

L’informazione dei bambini, grazie ai cartoni animati, ai film, alle fiabe e ai giochi…  racconta la vita delle altre specie a immagine e somiglianza di quella umana.

Sembrerebbe la premessa perfetta per una società amorevole e rispettosa degli animali, tuttavia nasconde abilmente la crudeltà allo sguardo innocente dei piccoli e li conduce inconsapevolmente verso la negazione della propria sensibilità, insegnando una grammatica emotiva distorta.  

I bambini imparano presto a separare il mondo dei sentimenti dall’alimentazione e, grazie agli innumerevoli giochi della fattoria che popolano i negozi di articoli per l’infanzia, scindono l’amore per gli animali dalla nutrizione, sviluppando una patologica mancanza di empatia e creando le basi di tanta sofferenza.

In tutte le fattorie, infatti, non compare mai il mattatoio e nessun gioco fa parola del macellaio.

Al contrario, il contadino è visto come l’amico e il benefattore degli animali e non come colui che li alleva per sfruttarne le risorse e per ucciderli.

Eliminare dalla propria consapevolezza la brutalità di una cultura gastronomica basata sulla sopraffazione e sulla morte significa incentivare il dilagare dell’indifferenza permettendo alla crudeltà di crescere nel mondo.

Le radici della violenza, infatti, vanno cercate in quell’atteggiamento rassegnato o indifferente che ci porta a dire: sono solo animali (come un tempo si diceva: sono solo schiavi, sono solo negri, sono solo donne…) e a preoccuparci esclusivamente di quello che succede dentro al perimetro ristretto del nostro orticello.

Nella rimozione della sensibilità cresce il seme della crudeltà.

La stessa che ci porta a scrollare la testa pieni di orrore quando leggiamo le notizie di cronaca nera o assistiamo impotenti all’ennesimo conflitto militare.

La malvagità non riguarda soltanto alcuni mostri nati con un DNA difettoso e sbagliato, ma è la conseguenza di una cultura che ha cancellato i valori della fratellanza, della reciprocità, della condivisione e del sostegno reciproco.

In quel puntare lo sguardo solo sul lato al sole della medaglia, occultando tutto il resto, si annida il germe della competizione, della rivalità, dell’egoismo e di ogni sopraffazione.

Ecco perché la rivoluzione comincia dentro di sé.

Rompere il muro dell’indifferenza significa permettersi di guardare anche ciò che interiormente fa orrore e assumersi la responsabilità delle proprie scelte quotidiane.

Dietro i pasti che consumiamo abitualmente, infatti, si nasconde una cattiveria di cui non siamo consapevoli e che si ripercuote inevitabilmente sulla qualità della vita di ciascuno.

Non solo perché sostiene l’ignoranza necessaria ai pochi che gestiscono i molti, ma soprattutto perché si fonda su una scissione psichica che nega l’ascolto di sé e l’accudimento della propria emotività.

E questo fa ammalare.

Inevitabilmente.

Infine, ma non meno importante, grazie a quell’indifferenza e alla contraffazione della onestà su ciò che ogni giorno mettiamo in bocca incrementiamo uno stile alimentare sempre più dannoso per la salute: fisica, psichica e spirituale.

Quasi tutti i cibi che consumiamo attualmente, infatti, oltre a essere carichi di prepotenza e di dolore sono anche nocivi per l’organismo e, proprio come tutte le droghe, provocano un bisogno compulsivo di consumarne sempre di più, creando una pericolosa dipendenza fisica e psichica.

Tuttavia, all’atto di mangiare e alla condivisione dei pasti sono associati tanti momenti intimi e amorevoli, tante celebrazioni, commemorazioni ed eventi, che diventa impossibile abbandonare la tossicodipendenza alimentare in favore di uno stile di vita più sano e attento alla natura.

Per costruire un mondo migliore è necessario armarsi di pazienza e accettare, proprio come ogni drogato, che la strada verso la disintossicazione passa attraverso il riconoscimento delle proprie parti dipendenti, insieme alla necessità di non scoraggiarsi davanti alle ricadute (inevitabili), mantenendo salda la rotta verso un nuovo e più gratificante modo di essere e di vivere.

Osservare i lati oscuri della nostra alimentazione è il presupposto più importante per cambiare la società in cui viviamo.

Subito dopo è necessario stabilire quali dovranno essere gli step che portano a riscoprire il valore della sensibilità interiore insieme a un diverso modo di organizzare i pasti, costruendo un percorso di cibi metadone capace di condurci passo passo verso un nuovo stile nutrizionale e di vita.

Tutte le droghe, legali e illegali, fondano la propria forza sulla dipendenza, sul potere aggregante della condivisione rituale e sulla rimozione della capacità di accudire efficacemente se stessi.

Per vivere in una società fondata sul benessere e sull’integrità è necessario coltivare il benessere e l’integrità dentro di sé, eliminando dalla propria vita le tossicità che avvelenano il corpo e le bugie che ammalano la psiche.

Carla Sale Musio

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Ago 13 2016

CIBI METADONE E TOSSICODIPENDENZA ALIMENTARE

 

Mangiare in modo sano è diventato sempre più difficile, l’elenco dei cibi che fanno male alla salute cresce di giorno in giorno e disintossicarsi dalla pericolosa bulimia che affligge il mondo occidentale, per conquistare uno stile alimentare in grado di sfamare le cellule senza intossicare l’organismo, sembra un percorso impossibile, una via crucis fatta di insalate scondite e abnegazione.

Naturalmente il mercato non ci suggerisce soluzioni alternative agli innumerevoli alimenti pieni di tossicità che ammiccano sugli scaffali dei centri commerciali.

Gli interessi delle case farmaceutiche e delle multinazionali alimentari mirano a farci credere che modificare la nostra dieta abituale sia un cammino fatto di sofferenza e sacrificio, un percorso pericoloso in cui le malattie mentali oggi tanto in voga: anoressia e bulimia, sono sempre pronte a ghermirci, trascinandoci nel vortice della patologia psichiatrica.

Il far da sé, perciò, è vivamente sconsigliato dai detentori del potere economico!

Che suggeriscono invece di delegare la gestione della salute e insistono sulla necessità di continuare a mangiare di tutto un po’, senza mai eliminare niente, perché smettere di consumare i cibi che acquistiamo quotidianamente potrebbe avere un effetto deleterio sui guadagni di chi specula sull’innocenza e sulla sanità.

Ecco perché, per cambiare le abitudini alimentari, è necessario rimboccarsi le maniche e programmare da soli il proprio viaggio di disintossicazione, abituando l’organismo ai cibi sani in maniera flessibile e progressiva.

Le crisi di astinenza da quelle sostanze tossiche che siamo assuefatti a consumare abitualmente sono sempre pericolosamente in agguato e rischiano di far naufragare qualunque tentativo di cambiamento, lasciandoci in eredità un devastante vissuto di fallimenti e impotenza.

Utilizzare i cibi metadone (per articolare i vari step che conducono dalla tossicodipendenza alimentare a uno stile di vita più sano e gratificante) è un percorso creativo, efficace e risolutivo, al quale bisogna prestare la giusta attenzione.

Le sostituzioni devono essere graduali e tenere in considerazione i bisogni affettivi cui il cibo è connesso.

Bisogni che saranno inevitabilmente soggettivi perché legati alla storia emotiva di ognuno.

Questo spiega perché sia così importante ideare autonomamente le tappe del cambiamento necessario a ritrovare la dimensione naturale e il benessere dell’organismo.

Il nostro corpo, infatti, ricostruisce nel tempo e in maniera soggettiva le proprie necessità fisiologiche (alterate dalla tossicità di tanti alimenti) fino a ripristinare la salute grazie a una frugalità, meno redditizia per l’economia, ma più adatta alla vitalità e alla lucidità della mente e del fisico.

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STORIE DI METADONE ALIMENTARE

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Valentino è nato in un paesino della Sardegna, suo padre lavora in una rivendita di formaggi e sua madre fa la casalinga.

Per lui i latticini sono un cibo ricco di ricordi e di emozioni.

La ricotta fatta in casa e il pecorino fresco non devono mancare sulla sua tavola e quando, per ragioni di lavoro, è costretto a trasferirsi a Milano, la mamma gli spedisce ogni settimana i formaggi tipici della sua terra, quasi che, altrimenti, corra il rischio di morire di fame.

Durante una vacanza, però, gli amici lo coinvolgono a provare un’alimentazione priva di prodotti di origine animale.

Il clima estivo, la vita all’aria aperta e la curiosità spingono Valentino a modificare le proprie abitudini e, verificati nel corpo i benefici di quella dieta, il giovane decide di proseguire con quel nuovo stile alimentare anche al suo rientro in città.

Non essendo un gran mangione e svolgendo regolarmente un’attività sportiva gli riesce facile abbandonare la carne, il pesce e le uova.

L’unico grande problema per lui sono i formaggi che il suo bambino interiore associa ai momenti di intimità e affetto vissuti in famiglia.

Le crisi di astinenza conseguenti a quella nuova alimentazione rischiano di intrappolarlo dentro una bulimia da latticini che mina il suo benessere mortificando l’autostima.

Ma, determinato a portare avanti la propria scelta, Valentino scopre i formaggi vegetali e, grazie a loro, anche il metadone alimentare che gli permetterà di liberarsi dalla dipendenza senza penalizzare i sapori e i ricordi dell’infanzia.

* * *

Franca ha cinquant’anni e acquistando dei vestiti si rende conto con dolore di non riuscire più a entrare nella sua taglia abituale.

Una pancia gonfia e prominente offende il suo fisico, un tempo alto e slanciato, facendola sentire terribilmente brutta, vecchia e insicura.

Si sottopone allora a una serie di esami medici e scopre di essere diventata intollerante allo zucchero, alle farine e a diversi altri cibi.

Per veder sparire quella orribile pancia dovrebbe cambiare radicalmente la sua alimentazione e sostituire i dolci e i carboidrati che le piacciono tanto con un maggior consumo di frutta e di verdura.

Per sopportare la rigida austerità della nuova dieta, Franca libera tutta la sua creatività inventandosi una varietà di dolci al cucchiaio con le banane surgelate.

La sua bambina interiore, infatti, adora i cibi morbidi e cremosi e non accetterebbe assolutamente di farne a meno.

Neanche per far sparire quella pancia da vecchia signora!

Il gelato di banana, per fortuna, è un ottimo sostituto delle tante prelibatezze soffici di cui è ghiotta e, con un po’ di fantasia e diversi condimenti a base di frutta secca e fresca, Franca riesce a gestire con successo le crisi di astinenza che costellano il suo cambiamento alimentare.

* * *

Letizia vuole dimagrire ma davanti a un piatto di pasta tutte le buone intenzioni franano rovinosamente.

“Posso rinunciare a qualsiasi cosa.”

Dichiara sconsolata.

“Ma agli spaghetti non sono proprio capace di resistere!”

Un’amica crudista, però, raccoglie la sfida e le fa assaggiare degli spaghetti ottenuti dalle zucchine crude.

Letizia si lecca i baffi e, da quel momento gli spaghetti fatti con la verdura (non solo cruda, ma anche cotta) diventeranno il metadone necessario a permetterle di superare l’astinenza dalla pastasciutta e di riuscire finalmente a dimagrire senza doversi imporre troppi sacrifici.

Carla Sale Musio

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Dic 02 2015

CIBI METADONE: la transizione verso un nuovo modo di pensare

Decidere di cambiare il proprio modo di mangiare è un’impresa molto difficile.

Il cibo, nella società del benessere, è una droga potente che provoca una forte dipendenza, psicologica e fisica.

Per questo, anche il solo pensare di limitarne l’assunzione genera dolorose crisi di astinenza e malesseri di ogni tipo.

Solitamente quello che riusciamo a fare, armati dal desiderio di migliorare la salute, è modificare temporaneamente il nostro menù per poi tornare rapidamente alle abitudini di sempre, scoraggiati e delusi dall’instabilità dei cambiamenti ottenuti.

C’è qualcosa di misterioso e inesorabile che spinge a riprendere le cattive abitudini alimentari, lasciando dentro la sensazione che rinunciare ai piatti della tradizione sia impossibile e addirittura dannoso.

È come se il cervello fosse programmato a non riconoscere i cambiamenti positivi che riguardano la nutrizione, e a interpretare come segnali di pericolo gli effetti della disintossicazione dalle sostanze dannose che abbiamo ingerito nel corso della vita.

L’astinenza dai veleni alimentari, infatti, provoca nella psiche emozioni discordanti: ansia, euforia, paura, provocazione, insicurezza, orgoglio, nervosismo, rabbia, fragilità, disagio, ostinazione, chiusura, sfida, arroganza…

Nel mondo interno si agitano vissuti mutevoli, che confondono l’identità e ci fanno sentire pericolosamente incoerenti.

Un disagio crescente accompagna i cambiamenti alimentari e può diventare così insopportabile da spingerci a sfuggire il conflitto interiore, fino a credere che la tossicità esprima un bisogno di nutrimento invece che una pericolosa dipendenza.

Assaporare i piatti di sempre, infatti, anche se composti principalmente di sostanze dannose, ristabilisce la pace interiore e mette fine alle crisi, spingendoci verso considerazioni ad hoc, volte a terminare rapidamente l’esperienza di cambiamento.

“Devo bere del vino perché mi accorgo che mi fa bene!”

“Ho bisogno di mangiare un po’ di zucchero altrimenti mi sento male!”

“Il caffè ha un effetto benefico sulla pressione e per me è indispensabile!”

L’effetto di questi convincimenti è di consolidare la dipendenza, incrementando i guadagni delle case farmaceutiche e delle multinazionali alimentari.

Abbiamo i farmaci per digerire, i cibi che non fanno ingrassare, le pastiglie per contrastare l’acidosi e i piatti pronti… senza conservanti!

Le trovate della pubblicità ci rassicurano, raccontandoci un mondo fatto apposta per spingerci a comprare, incuranti dei danni che infliggiamo al corpo (e al pianeta).

Tutto è architettato apposta per garantire all’economia uno sviluppo in aumento e poco importa se, per raggiungere questo traguardo, occorre sacrificare il benessere e la salute!

Il popolo dei consumatori non deve essere in forma, ma rincorrere il miraggio di una felicità fatta di acquisti effimeri, subito rimpiazzati da nuovi status… in un crescendo che, come unico scopo, ha il guadagno di pochi e la docile arrendevolezza di molti.

Il vigore e l’intelligenza non sono funzionali al perseguimento di questi obiettivi.

Per soddisfare le crescenti esigenze del mercato, i nostri pasti sono diventati poveri di nutrienti e ricchi di sostanze che creano una pericolosa bulimia, lontana dalle reali esigenze dell’organismo ma funzionale all’incremento delle vendite.

Liberarsi da questa dipendenza è quasi impossibile e, per riuscirci, bisogna fare i conti con la sgradevole sensazione di perdere tempo senza avvertire alcun miglioramento.

Il benessere, infatti, è la conseguenza di una profonda disintossicazione.

Per raggiungerla è necessario abbandonare i cibi che avvelenano il fisico e che stimolano bisogni compulsivi e innaturali.

Cioè: quasi tutte le cose “buone” che amiamo mangiare spesso e condividere nei momenti di festa.

Questa dolorosa rinuncia fa apparire il percorso verso la salute: una via solitaria, fatta di privazioni, abnegazione e ascetismo.

Come succede per tutte le dipendenze, anche solo l’idea del cambiamento mette in allarme la psiche e, per riuscire a conquistare la libertà, è necessario prevedere dei passaggi graduali, capaci di condurci ad abbandonare gli alimenti tossici in favore di scelte più rispettose della vita (nostra e di tutti gli esseri viventi).

Questa transizione consente al corpo di abituarsi alla mancanza delle sostanze nocive e risulta meno traumatica per il bambino interiore.

In pratica si tratta di sostituire gli alimenti dannosi con altri simili nel sapore, nella consistenza e negli aspetti emozionali, ma progressivamente meno malsani, in modo da abituare l’organismo a scelte più salutari, evitando di fargli vivere troppe privazioni.

I cibi metadone sono cibi capaci di emozionarci, di sfamarci e di gratificarci, senza avvelenare il fisico, ma insegnandoci gradualmente a tollerare la leggerezza della salute.

I veleni alimentari, infatti, regalano una piacevole sensazione di stordimento e una pesantezza digestiva (impropriamente confusa con il rilassamento e con la sazietà) che allontana per un po’ le preoccupazioni quotidiane, colmando il buco delle astinenze e facendoci sentire apparentemente meglio.

Una dieta salutare, invece, lascia nel corpo una frizzante sensazione di leggerezza e di vitalità, permettendo alla mente di elaborare più in fretta le informazioni e perciò anche di cogliere con lucidità la drammatica situazione del mondo.

La difficoltà ad abbandonare uno stile alimentare tossico in favore di una dieta più salutare sta proprio nella paura di quella lucidità e della consapevolezza che la accompagna.

Osservare i propri bisogni, piuttosto che stordirsi con il cibo per dimenticarli, non è facile!

Bisogna avere il coraggio di esplorare l’autenticità di se stessi.

Non tutti sono pronti a riconoscersi con onestà.

I cibi metadone ci regalano un percorso graduale, che aiuta a ritrovare la semplicità e la genuinità, permettendoci di sperimentare una trasparenza che non piace al sistema economico perché ne rivela la pericolosità.

Mangiare in modo sano significa pensare in modo sano e permettersi il coraggio di cambiare le falsità che avvelenano la vita.

Carla Sale Musio

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Set 05 2015

AFFRONTARE LA TOSSICODIPENDENZA ALIMENTARE

È così difficile che sembra impossibile!

Smettere di consumare carne, latte, formaggio, uova, pane, pizza, dolci, vino, birra, zucchero, caffè… insomma, tutto!!!

Rinunciare alle cose che siamo abituati a mangiare normalmente fa venire i capelli dritti.

E provoca reazioni ostili e colme di rabbia.

“Allora dobbiamo vivere d’aria?! Che esagerazione! A che scopo privarci di tutte le cose buone? Tanto, in qualche modo si deve morire!”

L’alimentazione è un argomento pericoloso.

Andare a sollevare il velo che nasconde la dipendenza dal cibo non conviene, si rischia di suscitare reazioni incontrollate e forti antipatie.

Ognuno di noi coltiva in segreto la propria assuefazione alimentare e (come tutti i tossicodipendenti) non ama ammetterla né, tantomeno, parlarne, ma preferisce ignorarla, raccontando a se stesso e al mondo che può decidere di smettere quando vuole.

Proprio come per tutte le dipendenze, però, la realtà e molto diversa dalle percezioni soggettive (edulcorate dal bisogno inconscio di non sospendere l’assunzione delle sostanze tossiche) e rinunciare alla dose quotidiana di veleno provoca terribili crisi di astinenza, scatenando vissuti d’impotenza e fallimento che mettono a dura prova il sistema psichico e fisico.

Per questo cambiare modo di mangiare è un’impresa irta d’insidie.

A stomaco pieno o in fase di progettazione tutto sembra facile e realizzabile ma, quando si comincia a sospendere la somministrazione delle sostanze che fanno male, l’assuefazione fa sentire i suoi morsi e, se non si è strutturato un piano adeguato a contenere le crisi, ci si ritrova preda di una compulsione più grave e devastante di prima.

Una parte infantile, orale e dipendente, invoca i cibi che calmano la fame interiore, cercando negli alimenti l’abbandono e la sicurezza provati nei primi istanti di vita, quando il latte materno era ancora il tramite e la promessa della pienezza vissuta durante i nove mesi di gravidanza.

Più pesanti e difficili da digerire sono le pietanze che mangiamo e più inducono nel corpo e nella psiche quelle piacevoli sensazioni di rilassamento e spossatezza dovute allo spostamento dell’energia nello stomaco.

Questo stato di gradevole sonnolenza è associato alla fiducia e alla protezione sperimentata tra le braccia della mamma nei primi giorni di vita, e permette alla pressione emotiva di trovare un po’ di sollievo dallo stress degli impegni quotidiani.

Quando rinunciamo ai cibi tossici, l’energia e la vitalità conseguenti a un’alimentazione più sana ci rendono attivi e pronti ad affrontare con grinta anche le situazioni difficili, ma ci privano di quell’abbandono infantile, così attraente per le nostre parti bambine.

Ecco perché, nonostante l’aumentato benessere fisico e psichico, il cucciolo interiore protesta e fa di tutto per boicottare i nostri progetti.

Per guadagnarsi la sua collaborazione è indispensabile consolarlo e compensarlo, in modo da riuscire a portare avanti con successo il percorso di cambiamento.

La sicurezza (che le nostre parti infantili hanno indissolubilmente associato agli alimenti tossici) va spostata con gradualità verso altri cibi, progressivamente sempre meno nocivi, fino a costruire nella psiche e nel corpo un modo nuovo di nutrirsi, fondato su associazioni meno dannose e più sane.

Occorrono: tempo, pazienza e determinazione.

È indispensabile individuare delle sostituzioni intelligenti e gratificanti, in modo da soddisfare l’oralità del bambino interiore senza sconvolgerne l’equilibrio.

È un po’ come rimpiazzare la copertina di Linus con un’altra simile e, di volta in volta, sempre un po’ diversa… fino a creare una dipendenza nuova, altrettanto rassicurante ma, finalmente, salutare.

Dalla nostra abbiamo la collaborazione dell’organismo, che tende spontaneamente a ripristinare la salute grazie al consumo di cibi sani, semplici e naturali.

Contro, invece, abbiamo i dolori della disintossicazione, quelli che in gergo sono chiamate: crisi di astinenza e corrispondono al tentativo del corpo di liberarsi dalle sostanze tossiche, nel momento in cui si rende conto di non doverle più accumulare in continuazione.

Il processo di disintossicazione può essere molto fastidioso e doloroso.

È come fare le grandi pulizie in casa: significa tirare fuori tutta la spazzatura e cominciare a buttarla via.

Quando si stabiliscono abitudini alimentari più positive, dopo i primi momenti di benessere il fisico capisce che finalmente può ripristinare il suo naturale stato di salute, e comincia a rilasciare le tossine accumulate negli anni.

Questo processo di pulizia interiore fa parte di un cambiamento sano e auspicabile ma provoca fastidiosi sintomi di malessere che, quando non sono correttamente riconosciuti, portano a scoraggiarsi e ad abbandonare tutto.

“Sto sempre male! Non serve a niente!”

È la frase ricorrente che prelude alla ripresa delle cattive abitudini e a comportamenti spesso peggiori di prima, per superare la delusione e lo sconforto.

Cambiare l’alimentazione è un’impresa difficile che va seguita con attenzione e con cura meticolosa e costante, ma anche con creatività e inventiva per riuscire a trovare le soluzioni giuste di momento in momento.

Serve il supporto di una persona preparata ed esperta che ci aiuti a riconoscere le varie fasi del cambiamento, impedendo il dilagare della paura e della sfiducia.

Ma occorre anche la capacità di ascoltarsi profondamente per scoprire le radici emotive che annodano la dipendenza ai bisogni infantili impedendo il successo.

L’abilità sta nell’individuare di volta in volta quei cibi metadone necessari a lenire le inevitabili crisi di astinenza: alimenti ricchi di valore affettivo e capaci di sostituire la tossicità in modo progressivo, senza creare angosce al bambino, spaventato e vulnerabile, che vive nel nostro inconscio e che da lì condiziona le scelte di vita.

Col tempo queste sostituzioni condurranno in modo graduale al raggiungimento di un nuovo stile alimentare e formeranno abitudini più sane e rispettose dei bisogni del corpo.

Affrontare la tossicodipendenza alimentare e cambiare il proprio modo di nutrirsi è un percorso di crescita personale che può riuscire soltanto assumendosi totalmente la responsabilità della salute.

Propria.

E del pianeta.

Carla Sale Musio

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Ago 18 2015

PERCHÉ LE DIETE NON FUNZIONANO

Dieta: che parola terribile!

Evoca scenari di sofferenza e suscita un insopportabile senso di fame.

Per seguire una dieta occorre fare appello a un’enorme forza di volontà, armarsi di determinazione e scegliere le motivazioni giuste, altrimenti si rischia di bloccarsi alla fase della progettazione, senza riuscire mai a intraprendere il percorso di cambiamento necessario.

Le restrizioni alimentari, infatti, indispettiscono il bambino interiore, scontrandosi con la dipendenza generata dalla maggior parte delle vivande che consumiamo abitualmente.

Perciò, chi decide di apportare delle modifiche nel proprio stile alimentare deve fare i conti con una valanga di malesseri, sia psicologi che fisici.

Le farine e gli zuccheri raffinati, il caffè, gli alcolici e tutti i prodotti di origine animale provocano il bisogno fisiologico di consumarne dosi progressivamente maggiori e spingono ad abusarne.

È la ragione per cui, col passare degli anni, le persone tendono a ingrassare e diventa così difficile moderare le porzioni.

Con l’avanzare dell’età, infatti, l’attività fisica si riduce e la quantità di cibo che consumiamo giornalmente dovrebbe diminuire in proporzione.

Tuttavia, l’assuefazione indotta dagli alimenti scatena il bisogno compulsivo di ingerirne quantità sempre maggiori.

Perciò, nonostante i tentativi volti a limitare i pasti, l’età si accompagna sempre a un appesantimento della figura e a una serie di disturbi (considerati inevitabili) che sono la diretta conseguenza dell’affaticamento cui sottoponiamo il sistema digestivo e della mancanza di nutrienti adeguati a sfamare davvero le cellule del corpo.

I cibi elaborati e manipolati, che fanno parte della nostra tradizione culinaria, durante il processo lavorativo perdono la maggior parte delle sostanze di cui l’organismo ha bisogno per vivere, lasciando le cellule deprivate e affamate, e inducendo un cronico desiderio di cibo.

A questa già grave mancanza di nutrienti si aggiunge il bisogno psicologico del nostro bambino interiore affamato che urla la sua solitudine e il suo desiderio d’amore ingozzandosi a più non posso di alimenti che creano dipendenza e che ha imparato a utilizzare come sostituti delle relazioni affettive negate.

Ogni scusa diventa l’occasione per mangiare:

  • Il capo ti ha rimproverato? Fatti una bella scorpacciata e vedrai che il malumore sparisce subito!

  • Il tuo partner ti ha lasciato? Concediti un po’ di stravizi alimentari e annega le preoccupazioni in un bel bicchiere di vino, vedrai che la vita sembrerà meno cupa!

  • Hai ottenuto un aumento di stipendio? Fai festa con una bella cena ricca di portate e di calorie!

  • É il tuo compleanno? Ti sei laureato? Hai finalmente trovato un lavoro? Ti sposi? Be’… allora… la mangiata è d’obbligo! Altrimenti come si fa a divertirsi?!

Ci sono sempre mille buone ragioni per abbuffarsi e poche o nessuna per limitarsi.

Questo rende difficilissimo intraprendere una dieta, cioè un cambiamento nelle abitudini malsane che coltiviamo e che reggono il fiorente mercato alimentare, ricco di interessi economici lontani dal benessere e dalla salute dei consumatori.

Fare una dieta significa studiare e scegliere di modificare il modo di nutrirsi, imparando a selezionare le informazioni e a valutarne la veridicità con il proprio giudizio, piuttosto che affidare ad altri (medici, nutrizionisti, dietologi ed esperti di ogni tipo) la gestione della salute e della propria vita.

Viviamo in un mondo che insegna a delegare piuttosto che ad assumersi le responsabilità.

Affidiamo la nostra salute al medico, la nostra cultura alla scuola, i nostri guadagni alle banche, la nostra anima al prete, e la nostra informazione ai mass media… è difficile pensare di poter essere noi gli esperti in materia di noi stessi!

Tuttavia, è uno sforzo che bisogna affrontare per uscire dalle sabbie mobili di una società basata sul profitto invece che sulla salute, sull’indottrinamento invece che sulla responsabilità, sull’ubbidienza invece che sulla capacità di mettersi in gioco, sul dogmatismo invece che sulla libertà, sulla competizione invece che sulla cooperazione, sull’omologazione invece che sulla creatività.

Soltanto studiando e soppesando le informazioni in base ai nostri personali criteri di valutazione, potremo affrontare un cambiamento alimentare che sia rispettoso della salute e del bisogno reale di nutrimento, non solo fisico ma anche affettivo.

La fame, infatti, spesso nasconde desideri inespressi che hanno ben poco a che vedere con l’alimentazione e trasformano il cibo in uno psicofarmaco miracoloso, capace di sedare quell’indomabile desiderio di autenticità che ogni tanto morsica il cuore.

Perché una dieta funzioni, oltre alla verifica delle reali necessità nutritive, perciò, è necessario valutare anche le esigenze emotive inespresse e creare dentro di sé lo spazio per accoglierle, nonostante il loro scarso valore sul piano del consenso sociale.

Mi riferisco: alla rabbia, all’irritazione, al disprezzo, al desiderio di vendetta, alla paura, alla vigliaccheria, all’egoismo…

Ma anche all’autoaffermazione, alla creatività, alla sensibilità, alla capacità di sognare… e a tutti quei bisogni che, per una ragione o per l’altra, non possono essere dichiarati liberamente, nemmeno a se stessi.

Bisogni che trovano un sedativo, economico e facilmente reperibile, in qualcosa di saporito da ingurgitare… poco importa se fa bene o male alla salute!

Le diete non funzionano e di solito finiscono per essere abbandonate dopo un po’ a vantaggio di un’alimentazione sbagliata e palesemente in contrasto con i nostri bisogni profondi.

Per raggiungere un cambiamento nell’alimentazione è necessario apportare un cambiamento anche nel nostro modo di vivere e nei pensieri che lo sottendono, imparando ad assumerci la responsabilità di noi stessi, senza delegare a nessuno la gestione della nostra vita.

Solo così potremo compiere scelte adeguate per la salute.

Scelte che non riguardano soltanto ciò che mangiamo ma anche ciò che ci permettiamo di pensare.

Per cambiare dieta (e per cambiare il mondo) occorre fare una rivoluzione dentro di sé e imparare ad assumersi completamente la responsabilità di se stessi.

Carla Sale Musio

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Ago 06 2015

GLI EFFETTI DEI CIBI SULLA PSICHE

Da bambini ci abituiamo a mangiare certi alimenti e a rifiutarne altri, in armonia con le usanze della nostra famiglia e con le tradizioni del paese in cui siamo nati.

I grandi ci insegnano ad apprezzare il sapore, l’odore e la consistenza dei cibi e ci spiegano che sono necessari per crescere sani e forti.

La cultura gastronomica che abbiamo ricevuto tra le mura domestiche determina in noi una “competenza alimentare” che, con la maturità, difficilmente verrà messa in discussione.

A parte alcuni casi particolari (una malattia, un percorso spirituale, una nuova consapevolezza ecologica, il trasferimento in un paese straniero…) i piatti che abbiamo assaporato da piccoli diventano per noi l’emblema della “nutrizione corretta” e, crescendo, non andremo a verificare se i presupposti alimentari su cui si basano siano salutari oppure no.

Come per tante altre acquisizioni, ciò che abbiamo imparato entra a far parte delle abitudini e non viene più messo in discussione.

È per questo che, nonostante la mole di ricerche volte a dimostrare quanto la maggior parte di ciò che mangiamo sia dannoso per la salute e provochi l’insorgere di gravi malattie, preferiamo focalizzare l’attenzione sulle immagini colorate stampate sopra agli involucri degli alimenti piuttosto che valutarne i componenti e i metodi di lavorazione.

Convinti di aver ricevuto in famiglia un’adeguata preparazione alimentare, continuiamo a ignorare i principi fondamentali della nutrizione sana e ci scordiamo che la manipolazione  industriale priva i cibi delle loro proprietà vitali, riempiendoli di sostanze tossiche.

Durante le preparazioni e i procedimenti di conservazione, infatti, la maggior parte delle qualità nutritive va perduta e il sostentamento che otteniamo dalle pietanze è, sempre più spesso, solamente psicologico.

Mangiare soddisfa il bisogno di gratificarci e ha ben poco a che vedere con l’assimilazione dei nutrienti necessari a mantenerci in buona salute.

Abbiamo trasformato l’alimentazione in una pausa ricreativa e su questo presupposto ludico coltiviamo una gastronomia che con la nutrizione non ha quasi più niente a che fare.

Nei nostri pasti ciò che conta, infatti, non sono le sostanze nutritive ma il piacere che riusciamo a procurarci mettendo qualcosa di buono sotto ai denti.

Un piacere legato principalmente al gusto e al bisogno di staccare la spina dai ritmi frenetici della giornata.

Via libera quindi a tutti quegli alimenti che permettono di affievolire la tensione creando un delizioso intorpidimento nel corpo e nella mente, e che aiutano a dimenticare le preoccupazioni quotidiane, spegnendo i pensieri almeno per un po’.

Alimenti che, per ottenere il loro magico effetto antistress, devono impegnare a lungo il sistema digestivo e che, per mantenere inalterata la loro efficacia, generano il bisogno di aumentare progressivamente le dosi fino a renderci assuefatti e dipendenti.

È risaputo che uno stile alimentare basato sul consumo di frutta e verdura fresca è più salutare dei tanti appetitosi manicaretti con cui soddisfiamo la nostra insaziabile voracità.

Scegliere di consumare solo alimenti idonei alla salute, però, è una decisione adatta a pochi coraggiosi, capaci di combattere le inevitabili crisi di astinenza (conseguenti all’abbandono del cibo spazzatura) con una forte motivazione.

La maggior parte delle persone preferisce nutrire la convinzione:

  • che la carne sia indispensabile per le proteine

  • che i latticini servano a sintetizzare il calcio nelle ossa

  • che le uova siano l’unica fonte di vitamina D

  • che lo zucchero faccia bene al cervello

  • e che le farine raffinate forniscano carboidrati capaci di trasformarsi in energia lungo tutto l’arco della giornata

Convinzioni contestate dalle ricerche e dall’esperienza medica (intolleranze, allergie, diabete, cancro… sono solo alcuni esempi) ma radicate nella mente di chi a certi cibi non riesce a rinunciare perché la dipendenza ha preso il sopravvento sull’obiettività.

É per questo che ci sentiamo bene cucinando e condividendo proprio quelle pietanze che promettono di tenere impegnata a lungo la digestione, assicurando quel meraviglioso ottundimento che allevia la pressione emotiva.

Cibi come antidepressivi, quindi.

Economici e facilmente reperibili.

Cibi che non placano i bisogni del corpo e che mantengono viva la fame, garantendo una vendita illimitata di prodotti.

Cibi che spengono i pensieri e la coscienza, lasciandoci credere in una libertà di scelta basata sulla disponibilità degli articoli, invece che sulla qualità.

Cibi che annegano il bisogno di riposo e l’attenzione dentro un fiume di incoscienza e di tossicità.

Tutto quello che mangiamo per abitudine e Perché si è sempre fatto così!” ha un effetto potente sulla psiche: inibisce l’ascolto del corpo e la capacità di riconoscerne la naturale semplicità, fatta di movimento, di aria buona, di frutti freschi coltivati con amore, di rispetto per la vita e per il pianeta.

Carla Sale Musio

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Lug 18 2015

UCCIDERSI UN POCO ALLA VOLTA…

Nella nostra società malata di violenza e di prepotenza la depressione e il desiderio di morire non sempre si palesano apertamente ma, spesso, agiscono in maniera sotterranea, conducendo a un suicidio inconscio, lento e premeditato.

Un suicidio che sfugge alla consapevolezza e si nasconde dietro ai comportamenti stereotipati, incentivati dagli ingranaggi dell’economia.

La sofferenza, psicologica e fisica è funzionale alla vendita di così tanti prodotti da essere sponsorizzata e spacciata per convivialità.

Basta pensare alle feste di Natale.

Nel periodo natalizio il bombardamento mediatico (inneggiante allo scambio dei regali e alla condivisione di cene e pranzi succulenti) induce artificialmente il desiderio di trovare calore e conforto in un’armonia famigliare conseguente al mangiare insieme invece che frutto dell’ascolto reciproco e di una costante messa in discussione di sé.

Le festività, lungi dall’essere quel paradiso del volersi bene proposto dalle pubblicità, sono spesso un momento drammatico di confronto con se stessi e con gli altri.

Gli incontri preconfezionati imposti dalla tradizione, infatti, fanno emergere ogni genere di difficoltà che per non rovinare la festa vengono taciute, in nome di una reciprocità ostentata e priva dell’autenticità e dell’introspezione che accompagnano le relazioni profonde.

In tante occasioni lo scambio del cibo e dei regali sostituisce lo scambio affettivo, lasciando insoddisfatti e appesantiti nell’anima come nelle viscere.

Bere e mangiare in compagnia sono diventati gli indicatori privilegiati del coinvolgimento affettivo.

Più si mangia e più ci si vuole bene!

Ma soprattutto: s’incrementano i guadagni delle multinazionali, che hanno tutto l’interesse a concentrare l’attenzione dei consumatori sul sapore delle pietanze (e sulle immancabili medicine che ne accompagnano la digestione e l’assimilazione) piuttosto che sull’ascolto di sé e degli altri.

Il nostro modo di vivere, fondato sull’apparire invece che sul sentire, trascura lo scambio emotivo e lo sviluppo della sensibilità, incentivando uno stare insieme formale, privo di un’intima condivisione.

Mangiare diventa così il veicolo di uno sbandierato volersi bene, che non soddisfa i bisogni profondi ma che appaga un piacere effimero, goliardico e vuoto di una reale reciprocità.

Ingerire alimenti di vario tipo non è più il necessario approvvigionamento di nutrienti nel corpo, ma un sistema veloce e facilmente fruibile per stordirsi e abbandonare le preoccupazioni quotidiane, una droga, economica e alla portata di tutti, capace di mettere a riposo i pensieri spostando l’energia dalla mente alla pancia.

Le persone sensibili, però, faticano a seguire questo stile di vita e finiscono spesso per sentirsi diverse e strane in una società che abiura l’interiorità e il valore della vita emotiva.

Il bisogno di riconoscimento sociale spinge a conformarsi agli standard imposti dagli ingranaggi della macchina economica, trasformando la fame di reciprocità in una fame nervosa: compulsiva e insaziabile.

Una fame che costringe a mangiare molto più del necessario, per non sentire il dolore della solitudine e per sfuggire la difficoltà di essere se stessi in una società intossicata di superficialità.

Prende forma così quel suicidio inconsapevole che fa ammalare tante persone, incrementando la fortuna delle multinazionali alimentari e farmaceutiche.

Mangiare per riempire il vuoto emotivo e per stordire il bisogno di verità, diventa una scelta (quasi) obbligata, la via più rapida per evitare l’ascolto di sé.

È risaputo che un’alimentazione eccessiva e ricca di sostanze tossiche conduce inevitabilmente verso la malattia e la morte ma, inconsciamente, cerchiamo di dimenticarcene, sommersi dalla miriade di consigli e di buone ragioni che invitano a ingurgitare sempre di più.

Invece di responsabilizzarci e seguire uno stile alimentare frugale e calibrato alle esigenze dell’organismo preferiamo scegliere le vivande in base al sapore e alle immagini colorate stampate sulle confezioni dei prodotti.

Sappiamo che troppi grassi fanno male, le farine sono dannose, i latticini provocano innumerevoli malattie, la carne è piena di ormoni e intrisa della paura degli animali condotti al macello.

Ma, grazie a un meccanismo patologico chiamato rimozione, possiamo dimenticare queste informazioni e comprare ogni genere di alimento, lasciando che il nostro corpo si deteriori progressivamente mentre tamponiamo i sintomi con tante pastigliette colorate, studiate apposta per sostenere una cronica dipendenza dal cibo e dalle medicine.

L’informazione ufficiale, ovviamente, non ne parla.

E i tanti studi che evidenziano le correlazioni tra l’alimentazione e le malattie che affliggono la nostra vita moderna, sono abilmente sepolti sotto una coltre di luoghi comuni, volti a mantenere in piedi il mercato alimentare e i guadagni delle case farmaceutiche.

L’insensatezza è la patologia evidente di una società che scrive: “NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE” sui pacchetti delle sigarette e poi ne consente la vendita, guadagnandoci sopra grazie al monopolio di stato.

Non sorprende che sia spacciata per sana e salutare un’alimentazione che conduce alla decadenza del corpo e alla malattia.

Scoprire l’imbroglio commerciale che tiene in piedi la vendita di tanti prodotti tossici genera un senso di sfiduciata impotenza.

Un’insidiosa e invisibile depressione permette all’incoscienza di dilagare nella psiche, facendo sì che la malattia e la morte siano: inevitabili conseguenze degli anni che passano, invece che segnalare un danno a carico delle nostre scelte di vita.

Uccidersi un poco alla volta divorando cibo nocivo è la scelta che tante persone portano avanti (più o meno consapevolmente), convinte che:

“Intanto… di qualche cosa si deve pur morire!”

e che:

“Si vive una volta soltanto!”.

E dimentiche che il benessere è la conseguenza di scelte responsabili e consapevoli ma, soprattutto, di una condivisione fraterna profonda e capace di accogliere la fragilità, invece che annegarla in un mare di sapori senza sostanza.

Carla Sale Musio

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Mag 13 2015

Mangiare per vivere o vivere per mangiare? L’INGANNO DELLA SOPRAVVIVENZA

Sin da quando siamo ancora in fasce ci viene insegnato che mangiare è necessario alla sopravvivenza e, se non ci si alimenta con regolarità, si muore di inedia.

Non abbiamo (quasi) neanche cominciato a respirare… che il cibo s’impossessa di noi e rapidamente si trasforma in una droga.

Talmente potente da condizionare tutta la nostra esistenza!

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ALLATTAMENTO E INTIMITÁ

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Dopo la nascita la dimensione protetta che ha caratterizzato la vita intrauterina va perduta.

E il neonato si ritrova improvvisamente alle prese con il caldo e con il freddo, con il silenzio e con i rumori, con le sensazioni epidermiche e con quelle interne al corpo…

E con una terribile solitudine, perché la mamma non è più così presente come quando insieme formavano una cosa sola.

Per fortuna, a ricreare quell’avvolgente sensazione di unione provvede l’allattamento.

Durante le poppate il piccolo ritrova (almeno in parte) la fusione con il corpo materno e sperimenta nuovamente la totalità che esisteva prima della nascita.

Nella nostra frenetica vita moderna, però, quello è spesso anche l’unico momento d’intimità concesso alla madre e al bambino.

Gli orari di lavoro, la gestione della casa, l’accudimento di altri fratellini e un certo tipo di pedagogia (nera)… distolgono l’attenzione della mamma, impedendole quella dedizione totale di cui ogni nuovo nato ha bisogno per superare positivamente il trauma della nascita.

Queste considerazioni, naturalmente, valgono soltanto per la nostra specie.

Umana.

Gli animali dedicano ai loro cuccioli un tempo totalizzante e di appartenenza reciproca che le mamme umane, per assolvere le tante richieste della società, sono costrette a delegare a nonni, baby sitter e asili nido.

L’allattamento, perciò, diventa un momento preziosissimo per il bambino che, almeno in quello spazio di tempo, può rivivere l’unità originaria, sperimentando la sensazione di esclusività e di potere che deriva dal sentirsi contemporaneamente se stessi e il mondo, in un unico Tutto inscindibile.

Tuttavia, proprio le caratteristiche che rendono l’allattamento un momento così speciale finiscono per trasformarlo nella premessa della dipendenza che, in seguito, caratterizzerà l’alimentazione.

Infatti, è in quei momenti che il cibo diventa lo strumento privilegiato per ricevere amore.

Nella cultura umana il contatto fisico (a meno che non sia erotizzato) è bandito dalle relazioni ma la necessità di condividere l’affettività trova nell’alimentazione uno spazio sostitutivo, lecito e incentivato culturalmente.

Durante l’allattamento (in un periodo in cui la mente non ha ancora sviluppato una propria capacità critica) in seguito alla mancanza di fisicità e continuità nel rapporto tra mamma e bambino s’imprime nelle percezioni la sensazione che mangiare soddisfi il bisogno d’amore, e il cibo prende il posto delle carezze e degli abbracci di cui tutti i piccoli hanno bisogno per sopravvivere.

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PEDAGOGIA NERA E ISTINTUALITÁ

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A differenza che nel mondo animale, nella società degli uomini l’istinto è poco ascoltato, al suo posto la nostra specie preferisce consultare gli esperti.

Il legame tra la mamma e il cucciolo, però, è un legame viscerale, un sentire intimo fatto di una comunione e di una comprensione che bypassano la logica e che si formano nel corpo e nelle cellule, dal concepimento in poi. 

E forse anche prima.

Gli animali lo sanno.

E affidano la loro maternità all’istintualità, permettendosi con i piccoli un’intimità fisica e una sensitività che nelle nostre culture evolute sarebbero guardate con disprezzo e farebbero montare su tutte le furie tanti specialisti dell’infanzia.

Una pedagogia rigida e restrittiva, chiamata appunto: pedagogia nera, ci ha inculcato l’angoscia di viziare i bambini e, in nome dell’ubbidienza e della disciplina, ha imposto una severità educativa che nel mondo animale non esiste.

Tra gli animali, infatti, nessuna mamma si domanda ogni quante ore dovrà allattare i suoi cuccioli, se è il caso che dormano con lei e per quanto tempo ogni giorno è giusto coccolarli.

Gli animali ascoltano il legame che esiste con i loro piccoli e traggono da lì le istruzioni necessarie per farli crescere indipendenti e sicuri.

L’intimità fisica e affettiva che le madri stabiliscono con i figli permette all’attaccamento di svilupparsi ed evolvere senza che si formi la necessità di ricorrere all’alimentazione come surrogato affettivo.

In questo modo gli animali non sviluppano una dipendenza dal cibo e ignorano obesità, bulimia, anoressia… e tutte le innumerevoli patologie legate all’alimentazione, che invece affliggono la specie umana.

(Naturalmente mi riferisco agli animali che vivono nel loro habitat naturale. Quelli che convivono con l’uomo ne assumono le cattive abitudini e vanno soggetti alle stesse malattie.)

Gli animali selvatici hanno con i loro figli un rapporto naturale, privo d’interferenze da parte degli esperti e libero da condizionamenti culturali.

Un diverso sapere, basato sulla sensitività più che sulla logica, permette loro di vivere la maternità con spontaneità, consentendo ai cuccioli di saturare la dipendenza dalla mamma e di emanciparsi fisiologicamente e senza traumi.

Questo fa si che la necessità di mangiare non sostituisca il bisogno d’intimità e non si trasformi nell’alternativa lecita alle gratificazioni affettive negate.

Nella società umana, invece, l’alimentazione costituisce spesso l’unico momento riservato alle coccole e all’intimità tra la mamma e il bambino, e in questo modo si carica di significati che vanno ben oltre la necessità di mangiare per vivere.

Il pasto si trasforma in un rituale che travalica il bisogno di nutrirsi, facendo si che i piaceri del palato diventino il veicolo di un’emotività altrimenti vietata nei gesti e nelle parole.

La nutrizione diventa così un luogo affettivamente incensurato, uno spazio in cui la condivisione del cibo sostituisce l’emotività e la fisicità negate culturalmente.

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DIPENDENZA DAL CIBO E ATTACCAMENTO

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Se da una parte, perciò, la pedagogia nera impone ai genitori uno stile educativo basato sulle regole e sulla disciplina, dall’altra la necessità di mangiare per vivere prende il posto del contatto fisico e delle effusioni, diventando spesso l’unico momento di condivisione affettiva tra la madre e il figlio.

Una condivisione celata dietro la scelta delle portate e la varietà dei sapori.

In nome di un’ostentata imprescindibilità della sopravvivenza, l’alimentazione si sottrae alle maglie strette della pedagogia nera, permettendo alle mamme uno spazio salvifico in cui concedersi l’affettività senza paura di viziare i bambini.

É in questo modo che, nei primi mesi di vita, prende forma la dipendenza dal cibo.

Nasce dalla confusione tra le carezze e le pietanze e rende impossibile rinunciare ai piaceri della tavola perché uno stile educativo poco attento all’attaccamento impedisce l’evoluzione verso un più maturo ascolto del corpo e dell’affettività.  

Così, mentre gli animali mangiano per vivere e vivono per sperimentare la vita in tutte le sue sfumature: amore, avventura, piacere, gioco, curiosità, reciprocità, eccetera; gli esseri umani vivono per mangiare e mangiano per sperimentare un’affettività di cui hanno perso le tracce nei primi mesi di vita.

Carla Sale Musio

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Feb 08 2015

VIVERE PER MANGIARE O VIVERE PER CELEBRARE LA VITA?

Si mangia per vivere, indubbiamente!

Tuttavia, sulla necessità di mangiare è stato costruito un impero economico talmente potente da trasformare l’alimentazione in una droga legale e sponsorizzata da cui ognuno di noi oggi dipende in misura più o meno grande, a prescindere dalla sopravvivenza.

L’alimentazione dovrebbe essere il carburante che permette al fisico di funzionare.

Il cibo è uno strumento necessario a mantenerci in forma e capace di regalarci un piacevole momento di relax ma, quando ci alimentiamo con sostanze dannose per la salute, i presupposti legati alla sopravvivenza vengono meno e il nutrimento si trasforma in un veleno che ammala il corpo e progressivamente lo uccide.

Chi guadagna sul commercio dei prodotti alimentari ha tutto l’interesse a venderne quantitativi sempre più grandi, senza curarsi troppo delle necessità legate alla salute.

Per chi vende l’obiettivo è il profitto e, quando profitto e salute sono in conflitto, per continuare ad arricchirsi diventa indispensabile occultare la percezione della tossicità dietro motivazioni convincenti e apparentemente irreprensibili.

Nascono così le tante argomentazioni, scientifiche o pseudoscientifiche, a favore di uno stile alimentare sempre più abbondante e sempre più slegato dai ritmi naturali.

Accecata dal mito del progresso e da un patologico narcisismo la specie umana ha perso il contatto con la saggezza della creazione, annientando in se stessa la fiducia in un sapere interiore capace di indicare istintivamente le scelte giuste per la salute. 

Cibi sempre più saporiti e vuoti di nutrimento solleticano il nostro palato e ottundono le percezioni in nome di un bisogno compulsivo di assaporarne sempre di più, indotto abilmente e subdolamente.

Così, mentre gli esseri umani studiano i loro trattati di cucina e di medicina, gli animali ignorano le combinazioni alimentari, il calcolo delle calorie, le diete, i farmaci e le patologie che torturano l’umanità.

Le bestie conducono una vita diversa, capace di mantenere il contatto con la natura e con i suoi ritmi fisiologici.

La loro alimentazione non subisce gli interessi di mercato.

Per gli animali mangiare è soltanto una delle tante cose che riempiono l’esistenza.

E non sempre è la cosa principale.

Giocare, crogiolarsi al sole, correre, saltare, esplorare, fare l’amore, curare i propri cuccioli… sono attività altrettanto importanti e indispensabili alla vita.

Noi esseri umani, però, guardiamo con commiserazione le altre specie, che giudichiamo rozze e poco intelligenti, e, in nome di una cultura priva di scrupoli e di umanità, abbiamo censurato l’istintualità, diventando vittime di uno stile alimentare sempre più innaturale ed elaborato e di una medicina fatta apposta per mantenerci cronicamente dipendenti da farmaci, integratori e sostanze tossiche di ogni tipo.

Esiste una tacita intesa tra chi vende i medicinali e chi vende gli alimenti.

Entrambe le vendite appartengono a un’economia che ha abbandonato l’etica per incrementare i guadagni, fino a trasformarsi in una macchina finanziaria del tutto priva di valori morali.

Ne sono prova i tanti scandali che riempiono le pagine dei giornali, subito messi a tacere dalla necessità di occultare ciò che intacca il sistema economico.

Nella nostra società evoluta, le leggi del mercato hanno sostituito le leggi naturali e oggi l’unica sopravvivenza ritenuta importante è solamente quella del profitto.

Ci hanno convinto che senza incrementare costantemente il sistema produttivo nessuno di noi riuscirebbe a sopravvivere.

Ma, in nome di guadagni sempre più irraggiungibili, abbiamo perso il contatto con l’ascolto immediato e istintivo dei bisogni legati alla sopravvivenza.

Per compensare uno stile di vita completamente avulso dalle reali esigenze del benessere e della salute, consumiamo una quantità eccessiva di alimenti, utilizzando i cibi come antidepressivi, economici, gratificanti e facilmente reperibili ovunque.

Nell’era della tecnologia, la medicina e la scienza dell’alimentazione portano avanti una segreta connivenza volta a tenerci cronicamente ammalati e dipendenti dai prodotti del loro redditizio mercato.

Mangiamo smodatamente, ossessivamente, compulsivamente e per innumerevoli ragioni, tutte molto lontane dalle reali necessità del nostro organismo, che anzi deve faticare non poco a smaltire ogni genere di veleni.

Per mantenere in piedi un impero economico riservato a pochi eletti, abbiamo rinunciato al tempo che le altre specie dedicano alla natura.

Un tempo che ci consentirebbe di diventare parte della sua saggezza e della sua sapienza.

Convinti di sapere sempre molto più di qualsiasi altro animale, lasciamo che uno stuolo di dottori ci insegni cosa e quanto è giusto mangiare, e ci dimentichiamo di ascoltare noi stessi per riconoscere i bisogni naturali del corpo.

Abbiamo le palestre per imparare a muoverci, i dietologi per imparare a nutrirci, tanti farmaci per anestetizzare ogni tipo di dolore, e mille impegni da svolgere ogni giorno per pagare le spese di questa nostra vita frenetica e innaturale.

Per sostenere il ritmo incalzante delle cose da fare, abbiamo trasformato l’atto di mangiare in una droga che ci consente di non pensare, almeno per un po’, e che ci aiuta a non farci domande.

Non ci fermiamo mai a celebrare la vita, assaporando i suoi ritmi come fanno gli animali.

Corriamo verso un progresso che ci annienta come individui, dimentichi che l’esistenza è un ascolto costante della nostra profonda verità.

Il buio e la luce, il caldo e il freddo, le stagioni, i profumi, i rumori, i suoni e i colori della natura … sono tutti alimenti che nutrono la nostra anima, e che ripristinano nel corpo la giusta prospettiva delle cose.

Celebrare la vita significa accogliere dentro di sé l’unione che esiste fra noi stessi e il Tutto che ci circonda.

Senza annegare i pensieri nella digestione ma lasciando che ogni cosa rifletta la sua energia nel corpo. Psichico e fisico.

Non si mangia per vivere e non si vive per mangiare.

Si vive per celebrare la vita in tutta la sua incommensurabile Totalità, di cui mangiare è soltanto un piccolissimo aspetto.

Carla Sale Musio

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