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Dic 04 2014

MANGIARE… PER RIEMPIRE IL VUOTO

Laura si sveglia di notte in preda a un senso di angoscia.

Come una sonnambula apre il frigorifero e divora tutto quello che trova, fino a sentirsi scoppiare la pancia.

Poi torna a letto e si riaddormenta.

Giorgia, invece, è a dieta.

Resiste alle tentazioni per tutta la giornata ma ogni tanto, quando nessuno la vede, prende la scatola dei biscotti e non ha pace finché non l’ha svuotata completamente.

Quindi, delusa e colpevole, nasconde nella spazzatura le tracce della sua trasgressione e riprende a fare le cose di sempre, cercando di dimenticare quel black out.

Antonello ama gli animali e il suo cuore sente che è importante fare scelte più rispettose della loro vita.

Ma quando rinuncia a mangiare i suoi cibi preferiti fatti con latte, uova e formaggio, lo assale una fame compulsiva e per calmarla sgranocchia una dopo l’altra tutte le merendine vegane che sarebbero dovute bastare per un mese di spuntini in ufficio.

Laura, Giorgia e Antonello compensano con il cibo un vuoto interiore e senza rendersene conto usano gli alimenti come se fossero antidepressivi, reperibili senza bisogno di andare dal medico ma, soprattutto, senza dover ammettere le proprie difficoltà emotive. 

Nemmeno a se stessi.

Sappiamo tutti che mangiare è indispensabile per vivere ma, con quest’alibi incontestabile, giustifichiamo un’esagerata ricerca di gratificazioni alimentari, incrementando la fortuna delle multinazionali e delle case farmaceutiche.

Dietro il pretesto della sopravvivenza, infatti, si nascondono verità ben diverse.

Nei paesi industrializzati l’eccessiva alimentazione è una delle cause più frequenti di malattia e le motivazioni che spingono tanta gente a consumare smodatamente ogni genere di vettovaglie non riguardano la necessità di tenersi in salute, ma il bisogno di calmare la mente, imbavagliando almeno per un po’ il suo logorante chiacchiericcio interiore, fatto di accuse, recriminazioni, commenti e critiche, rivolte spietatamente contro se stessi.

Durante la digestione, l’energia si sposta dal cervello allo stomaco e le preoccupazioni cedono il posto a una sonnolenza che distoglie dalle responsabilità e dai pensieri.

In questo modo l’alleggerimento dell’angoscia si associa al sapore dei cibi e il pasto si trasforma in un rito scaramantico capace di scacciare la paura regalandoci una pausa dalle inquietudini interiori.

Mentre mangiamo, infatti, il processo fisiologico di assimilazione dei nutrienti prevale sul chiacchiericcio interiore e ammutolisce le emozioni per tutto il tempo della digestione.

L’alimentazione diventa così un antidoto all’inquietudine, uno strumento in grado di alleviare la sofferenza psicologica e la fatica di affrontare il proprio mondo interiore.

Il bisogno di mettere qualcosa in bocca, però, aumenta in proporzione alla necessità di evadere da se stessi, convertendosi rapidamente in una pericolosa bulimia.

I meccanismi di dipendenza e assuefazione legati alla nutrizione sono ben noti al mercato alimentare che, da sempre, sfrutta le proprietà anestetizzanti delle vivande per indurre i consumatori ad acquistare sempre di più, senza curarsi delle ripercussioni che questo provoca sulla psiche e sulla salute.

Molti cibi, grazie al loro effetto sedativo o stimolante, creano nell’organismo una improrogabile esigenza, spingendoci a consumarne quantità progressivamente maggiori.

In questo modo l’atto di mangiare si trasforma in un meccanismo compulsivo, sotteso dal bisogno di colmare quell’insoddisfazione emotiva che abbiamo paura di affrontare consapevolmente.

Nel sonno, Laura incontra i fantasmi che ha censurato durante il giorno e si sveglia sopraffatta dai contenuti emotivi rimossi.

Istantaneamente, però, si attiva il meccanismo della dipendenza alimentare e, nel tentativo di evitare il proprio mondo interiore, ricorre al cibo per distrarre la mente e poter riprendere a dormire.

In tutti i sensi.

Giorgia, invece, si sforza di dimagrire senza prestare attenzione alle implicazioni che esistono tra il raggiungimento del peso forma e la realizzazione personale.

Per soddisfare il desiderio di piacere e di piacersi decide di mettersi a dieta, ma l’insoddisfazione emotiva (irrisolta interiormente e amplificata dall’astinenza dal cibo) invece di diminuire aumenta, spingendola verso una ribellione censurata e perciò incontrollabile.

Antonello vuole cambiare stile di vita ma non tiene nella giusta considerazione la funzione sedativa delle pietanze che sceglie di evitare.

Eliminando i suoi cibi preferiti senza programmare un’adeguata compensazione emotiva, scatena una pericolosa crisi di astinenza che si calma soltanto quando sostituisce quegli alimenti con qualcosa di altrettanto gratificante dal punto di vista psicologico.

Le merendine da consumare in ufficio, infatti, sono associate ai momenti di pausa e di relax durante il lavoro ma, in quanto prive di prodotti animali, sono meno pesanti e più facili da digerire, perciò è costretto ad ingurgitarne molte di più per rallentare la digestione e ottenere il medesimo intorpidimento sulla mente e sui pensieri.

Per superare le difficoltà alimentari, Laura, Giorgia e Antonello dovranno osservare con maggiore attenzione il proprio equilibrio interno e modificare lo stile di vita, affrontando le paure e i vissuti che incrementano la dipendenza di cui inconsapevolmente sono vittime.

Solo così potranno superare l’angoscia che innesca la loro fame nervosa e finalmente costruire un rapporto col cibo più sano e naturale.

Per cambiare le scelte dietetiche è indispensabile intervenire sul proprio modo di vivere, affrontando con coraggio le difficoltà interiori fino a modificare i bisogni psicologici che sostengono i comportamenti compulsivi.

La scelta di sostanze antidepressive, infatti, è funzionale all’occultamento di vissuti emotivi irrisolti piuttosto che al benessere e alla salute.

Solo ripristinando un contatto con la profondità di se stessi è possibile rinunciare a utilizzare le innumerevoli droghe nascoste dietro false giustificazioni nutrizionali e riappropriarsi del proprio naturale desiderio di assaporare la vita.

Carla Sale Musio

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Ott 09 2014

NON RIESCO PIÙ A DIMAGRIRE…

C’era una volta la dieta che funzionava sempre!

E grazie a qualche piccolo sacrificio alimentare era possibile riconquistare rapidamente il peso forma.

Ma… a furia di ingrassare e dimagrire, ingrassare e dimagrire, ingrassare e dimagrire… un brutto giorno arriviamo a scoprire tristemente che ogni tentativo di modificare l’alimentazione è destinato inesorabilmente a fallire!

In quei momenti di sconforto la depressione e lo scoraggiamento provocano il desiderio di compensare col cibo la frustrazione conseguente ai chili di troppo e all’inutilità dei tentativi volti a migliorare la salute e l’aspetto fisico.

Nel mondo delle apparenze e del consumismo è indispensabile avere un corpo magro, ascetico e longilineo.

Ma è altrettanto importante mangiare spesso, abbondantemente e in compagnia, per non sentirsi esclusi dalla vita sociale.

Purtroppo questi due obiettivi sono incompatibili tra loro.

Così, nel tentativo impossibile di conciliarli, stressiamo il corpo e ottundiamo la psiche, alternando abbuffate e astinenza, fino a scivolare, senza rendercene conto, in una dipendenza alimentare sempre più dannosa e invincibile.

Uno stile pericolosamente bipolare si è impadronito delle nostre abitudini alimentari portandoci a intervallare periodi maniacali, di anarchia e grandi mangiate, a periodi di austerità e rigore, indispensabili per ristabilire il peso forma e la salute.

Chi non mangia in compagnia è un ladro o una spia” recita il proverbio, segnalandoci quella che interiormente consideriamo una verità incontestabile.

Mangiare insieme, infatti, è simbolo di solidarietà e fratellanza.

Condividere il cibo crea un clima di complicità e di confidenza che ci fa sentire bene.

Tuttavia, proprio questa piacevole armonia rende difficile perseguire criteri alimentari basati su parametri diversi da quelli professati dalla maggioranza.

Staccarsi dal branco per seguire un’alimentazione personale nell’immaginario collettivo segnala il disadattamento o l’emarginazione e indica un’incapacità a rispettare le regole prescritte dalla vita sociale.

Così, chi si discosta dalle abitudini comuni finisce per sentirsi strano, a disagio, rifiutato e solo.

E nonostante i buoni propositi spesso sceglie di riprendere le consuete usanze alimentari pur di integrarsi nella comunità.

Mettersi a dieta, perciò, non è solamente una questione di disciplina e di volontà ma una prova che, oltre a scardinare la dipendenza alimentare e affettiva, costringe ad assumersi la responsabilità della propria vita, facendo crescere l’indipendenza e l’autonomia.

Per questo è tanto difficile.

Da un punto di vista etologico gli esseri umani sono animali da branco.

Apparteniamo a una specie che ha bisogno della condivisione, dello scambio e del contatto per vivere una vita appagante.

L’isolamento, la solitudine, l’emarginazione e il rifiuto ci fanno sentire vuoti, privi di scopo e di significato, e per superare questa dolorosa sensazione interiore siamo disposti a sostenere innumerevoli compromessi.

Chi decide di seguire uno stile alimentare più salutare ma poco comune incontra tante difficoltà e, in genere, dopo un periodo di tentativi e ricadute finisce per rinunciare alle proprie scelte per seguire le vie maggiormente condivise, anche quando queste si rivelano palesemente dannose.

Ecco perché lo scoglio più grande da affrontare quando s’intraprende un cambiamento nello stile alimentare, è la vita sociale.

La reazione delle persone che ci circondano e che amiamo, infatti, può mandare in frantumi la più solida motivazione, facendo deragliare irrimediabilmente tutti i nostri progetti.

Naturalmente, smettere di utilizzare determinati cibi provoca sempre una crisi di astinenza, cioè un malessere che segnala la mancanza delle sostanze cui l’organismo si è assuefatto.

Ma questo doloroso stato fisico può essere gestito con cibi di transizione capaci di soddisfare l’astinenza modificandola progressivamente fino a farla sparire del tutto.

Per superare la dipendenza alimentare, infatti, esistono tante soluzioni studiate apposta per affrontare i momenti difficili e ridurre a zero l’assuefazione, senza traumi.  

La difficoltà nel cambiare le proprie abitudini alimentari non deriva dalla dipendenza dai cibi ma dal bisogno di rispecchiamento insito in ciascuno di noi che spinge a cercare costantemente l’approvazione degli altri, anche a costo di rinunciare alla salute.

Tante persone informate, sensibili e attente si rendono conto che gli alimenti che consumiamo quotidianamente sono sempre più poveri di nutrienti, artefatti e pieni di sostanze dannose per l’organismo.

Tuttavia, il bisogno di condivisione e il desiderio di sentirsi parte di un gruppo spingono a fare costanti compromessi e a ricercare la complicità degli altri, anche a discapito del proprio benessere fisico.

Così, chi decide di intraprendere una dieta più sana si trova spesso davanti a un bivio.

Da una parte la motivazione al cambiamento e la voglia di seguire scelte più salutari, e dall’altra la gestione quotidiana dei pasti insieme alle persone care, con tutte le difficoltà che accompagnano questa partecipazione.

Infatti, gli amici e i parenti, che non hanno scelto di modificare le proprie abitudini alimentari guardano con sospetto, diffidenza o ironia ogni diversa combinazione dei cibi, spesso boicottando apertamente i menù differenti dal proprio.

“Ma chi te lo fa fare… non ne hai bisogno… stai esagerando… goditi la vita… proprio non ti capisco… il tuo è fanatismo… non sai cosa ti perdi…”

Ogni volta che ci si discosta dai canoni alimentari abituali e condivisi il ritornello dei pareri non richiesti e del dissenso accompagna i pasti consumati in compagnia, costringendo a un confronto forzato, spesso impari e poco obiettivo.

Questo ritornello riecheggia pericolosamente dentro di noi facendoci sentire rifiutati e soli, e alimentando angosce antiche, vissute durante l’infanzia, quando la minaccia dell’abbandono rappresentava un reale pericolo di vita.

Portare avanti una nuova strategia alimentare, perciò, vuol dire affrontare il cambiamento dapprima dentro se stessi, accogliendo la paura della solitudine e della diversità che inevitabilmente si accompagnano a ogni scelta innovativa, e in seguito nelle relazioni affettive.

Significa danzare al ritmo della propria vita, lasciando agli altri il loro tempo e il loro passo.

La creatività è l’arte di vedere le cose da un punto di vista diverso e, per questo, originale e nuovo.

Ogni conquista personale passa attraverso un percorso di solitudine, trasformandosi in saggezza solamente col tempo.

Cambiare stile alimentare per conseguire un nuovo benessere è un cammino di crescita che conduce a un livello maggiore di maturità e di autonomia.

Presuppone libertà e creatività.

E genera una profonda trasformazione interiore.

Chi vive senza cercare costantemente l’approvazione degli altri alimenta l’indipendenza dentro di sé, mostrando con le sue scelte e con la sua vita la strada verso orizzonti nuovi.

Carla Sale Musio

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Ago 21 2014

ATTENZIONE: è indispensabile drogarsi tre volte al giorno!

Altrimenti si muore d’inedia!!!

Con questa minaccia le multinazionali alimentari si garantiscono i loro fruttuosi guadagni, convincendo tutti noi che, senza il supporto energetico di almeno tre pasti ogni giorno, deperiremmo rapidamente andando incontro a malattie e morte.

In natura, però, nessun animale mangia rispettando degli orari prestabiliti e cucinando miscele di cibi elaborati, conservati e pieni di sostanze tossiche.

La presunzione ci ha portato a credere di essere l’unica forma di vita intelligente e a snobbare con arroganza le altre specie, giudicandole stupide, prive di coscienza e buone soltanto per finire nel nostro stomaco.

Sollecitati abilmente dagli interessi del mercato alimentare, ci reputiamo la razza più evoluta e deridiamo la semplicità con cui vivono le bestie, attribuendoci impunemente il diritto di sfruttare tutto ciò che ci circonda e indifferenti davanti al rispetto con cui le altre creature si muovono nell’ambiente.

Mentre gli animali si alimentano soltanto di ciò che la natura offre spontaneamente, noi abbiamo creato una scienza dell’alimentazione e investiamo gran parte del tempo e dei guadagni per preparare pietanze sempre più elaborate e complesse.

Convinti che, per vivere, sia indispensabile mangiare cibi cucinati, artefatti e pieni di sostanze dannose per la salute, ci concentriamo sul sapore invece che sui nutrienti e coltiviamo l’estetica al posto della qualità.

Dobbiamo avere le stoviglie adatte a ogni portata, la tovaglia del colore giusto, i segnaposti, i sottopiatti, il centrotavola… e tante altre amenità! Indispensabili soltanto a chi si arricchisce grazie alla vanitosa ingordigia con cui consumiamo i nostri pasti.

Indifferenti al degrado della salute e alla sofferenza degli altri esseri viventi, per soddisfare un bisogno esagerato di varietà e di gusto, non esitiamo a massacrare quotidianamente milioni di creature innocenti, lasciandoci ipnotizzare da una cultura alimentare che ha il solo scopo di spingerci a comprare sempre di più.

Per tutte le specie viventi, mangiare è un piacere da assaporare ogni tanto, senza essere obbligati a lavorare per soddisfarlo e soprattutto senza rinunciare alle quotidiane attività di esplorazione, gioco, socializzazione, curiosità e piacere.

Noi esseri umani, invece, assuefatti alla dipendenza dal cibo, ne subiamo la schiavitù, privandoci della libertà e della salute pur di ottenere con regolarità le indispensabili dosi quotidiane.

I nostri pasti, artefatti e ricchi di tossicità e di insaporitori, infatti, sono studiati ad arte per provocare nel cervello e nel corpo il bisogno compulsivo di ingurgitare sempre di più, incrementando così la vendita dei prodotti e i guadagni di chi si arricchisce a spese della nostra salute.

Ci fanno credere che:

  • la varietà sia indispensabile per la vitalità

  • mangiare tante volte durante la giornata aiuti a mantenere la linea facendo bruciare più calorie

  • sia importante mescolare gli  alimenti per migliorarne il gusto

  • sia necessario cuocerli per renderli più digeribili

Ma tutto questo è vero soltanto finché siamo vittime di una dipendenza talmente grave da abiurare l’ascolto del corpo e da costringerci a seguire le norme dietetiche e le ricerche scientifiche finanziate da chi ha tutto l’interesse a venderci dei prodotti di cui non sia più possibile fare a meno.

Ci viene nascosto, invece, che:

  • tante malattie fisiche e mentali derivano da un’eccessiva alimentazione e si possono curare facilmente con il digiuno

  • il cibo crudo, biologico e naturale, consumato senza artifici alimentari, senza cottura, senza miscele e senza insaporitori, ripristina il senso della sazietà portandoci a mangiare soltanto le quantità necessarie per vivere e per godere di una perfetta salute

  • è possibile morire di vecchiaia senza ammalarsi mai, consumando gli alimenti così come la natura ce li regala, senza  manipolazioni, trattamenti o espedienti di nessun tipo

La mente subisce profondamente l’influenza delle droghe alimentari, cadendo in una pericolosa dipendenza che ha effetti devastanti sul tono dell’umore e sul benessere fisico. 

Per rendercene conto basta osservare cosa succede alla nostra psiche quando decidiamo di seguire una dieta.

Anche soltanto pronunciare la parola “dieta” fa scattare immediatamente una valanga di risposte emotive e ansiose!

Chiunque abbia provato ad attuare qualche modifica nelle proprie abitudini alimentari, sa che il pensiero impazzisce davanti alle restrizioni, portandoci a soffrire pericolose crisi di astinenza, con tutto il corollario di sintomi, psicologici e fisici, che ne consegue.

Nervosismo, ansia, irritabilità, aggressività, depressione, autolesionismo, apatia, mal di testa, nausea, crampi, debolezza… sono solo alcune delle manifestazioni che fanno seguito alla decisione di astenersi dall’assunzione delle droghe alimentari più comuni (carne, latticini, caffè, the, pane, pasta, biscotti, zucchero, alcolici, eccetera).

Per preservare gli interessi economici, si preferisce colpevolizzare le persone grasse, deridendole e demonizzando la bulimia e l’anoressia come se fossero avvenimenti fortuiti ed eccezionali, in modo da nascondere abilmente la dipendenza indotta in ciascuno di noi, dietro lo spauracchio delle malattie psichiatriche.

Ma le patologie legate al cibo sono la diretta conseguenza di un’alimentazione completamente avulsa dalle necessità naturali e pericolosamente incoraggiata dalla cultura del guadagno.

E, purtroppo, riguardano tutti.

Indistintamente.

Un bisogno, vorace e compulsivo, di mettere in bocca qualcosa, infatti, ci costringe ad accettare, come se fosse la norma, il decadimento fisco precoce e l’esistenza di innumerevoli malattie, distraendo la mente dalla responsabilità della salute e  dall’ascolto delle reali necessità fisiologiche e psichiche.

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Rivelare i pericolosi retroscena di ciò che mangiamo è severamente proibito!!!

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E chi prova a trasgredire il mito di un’alimentazione innaturale e narcotizzante, suscita risolini divertiti, incredulità, accuse di fanatismo, emarginazione, sarcasmo e manifestazioni di aggressività.

Per evitare di diffondere una conoscenza che metterebbe in crisi il commercio di tanti prodotti, si è costruita una scienza che giustifica l’ingordigia e incoraggia la dipendenza da ogni genere di sostanze dannose.

Così, mangiare è diventato un modo di drogarsi, legalizzato, sponsorizzato e incrementato da quanti si arricchiscono grazie alla nostra voracità e alle malattie che ne conseguono.

Liberarsi dall’assuefazione alla tossicità del cibo è un’impresa difficilissima e presuppone una grande forza di volontà e la capacità di procurarsi da soli le informazioni necessarie a cambiare.

Sul web e sui libri, infatti, si possono trovare ricerche esaurienti e ben documentate ma, per superare la dipendenza, è necessario affrontare le crisi di astinenza che, inevitabilmente, accompagnano ogni disintossicazione.

Cambiare strategie alimentari, perciò, significa affrontare una battaglia difficile e complessa, dapprima con se stessi… e poi col mondo!

La manipolazione agita sugli alimenti, infatti, provoca un’assuefazione molto più grave e insidiosa che qualunque altra droga, perché la legalizzazione e la sponsorizzazione operate dalla medicina ufficiale e dai mass media, scatenano meccanismi di  difesa, di giustificazione e di dipendenza, estremamente resistenti e perciò difficili da scardinare.

Soprattutto dal punto di vista psicologico.

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SCELTE DI DIPENDENZA… E DI LIBERTA’

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Salvatore ha bisogno di bere qualcosa di alcolico prima di andare a dormire, altrimenti non riesce a prendere sonno.

Recentemente, però, ha scoperto di essere intollerante ai lieviti e ai fermenti.

“Gli alcolici sono il mio sonnifero” racconta “perciò non posso smettere di bere, altrimenti non riesco ad addormentarmi e continuo a girarmi nel letto anche per tutta la notte! Non sono un alcolista! Mi basta bere  solo una birra per addormentarmi sereno. L’unico problema è che non sono in grado di farne a meno.”

*  *  *

Vittoria ha sempre avuto una corporatura magra e slanciata ma, da qualche tempo, non riesce più a rientrare nel suo peso forma.

Ha cercato di mangiare meno, di aumentare le ore della palestra, di bere molta acqua, di stare più attenta alle calorie, di camminare a piedi, di non bere alcolici… ma niente!

La bilancia sembra inchiodata sui suoi chili di troppo e la pancia non diminuisce di un millimetro!

Pensando con terrore alla prova costume, decide di consultare un dietologo che, dopo averla misurata, pesata e intervistata, le annuncia trionfante che il suo peso è più basso di quello previsto dalle statistiche per la sua altezza, e che, perciò, dovrebbe ingrassare un pochino.

Demoralizzata, Vittoria gli fa notare il suo ventre prominente e lo specialista le consiglia di ridurre le verdure e la frutta, di bere molta acqua e di mangiare spesso, piccole porzioni di carboidrati e proteine.

Per qualche settimana la donna si sforza di seguire i consigli del medico, ma presto la fame e l’umore sempre più nervoso le rendono impossibile continuare.

Scoraggiata e abbattuta, decide quindi di fare di testa sua e, vagabondando in internet, scopre l’alimentazione crudista.

“Così potrò dire di averle provate proprio tutte!” riflette tra sé, mentre si appresta a mangiare solo frutta e verdura cruda per qualche settimana.

Ma, nonostante lo scetticismo, questa volta i risultati si vedono!

Il giro vita comincia progressivamente a ridursi e un insospettabile benessere la fa sentire in forma e di ottimo umore.

Sono passati quattro anni e, da allora, Vittoria non ha più smesso di mangiare crudo, ha perfezionato, però, il suo regime, riducendo i grassi e facendo attenzione alle corrette combinazioni degli alimenti.

Oggi il suo ventre è piatto, il suo peso è perfetto e gode di un’ottima salute.

Deve solo fare attenzione a non raccontare in giro la sua esperienza, perché ha scoperto a sue spese che l’alimentazione crudista suscita spesso commenti ironici e disapprovazione, in chi è ancora dipendente dalle sostanze della cucina tradizionale.

*  *  *

Da quando ha scelto di diventare vegano, Nicola non può più partecipare a un pranzo con i parenti senza essere oggetto di scherno e di polemiche.

Ogni volta zii e zie, cugini e cugine, fanno a gara per convincerlo ad assaggiare questo e quello e, davanti alla sua scelta di non uccidere per vivere, scatenano una sorta di guerra santa in favore dell’alimentazione carnea.

Quasi che quella di Nicola, invece che essere una decisione ragionata, fosse una patologica forma di anoressia.

Preso dallo sconforto, il ragazzo ha provato a motivare le sue idee, oppure a sorridere e non aprire bocca, nel tentativo di far cadere quel genere di discorsi.

Ma tutto è inutile e, ogni volta, i parenti tornano a provocarlo sostenendo che: “… l’uccisione è inevitabile e l’eccessiva sensibilità va curata!”

Esasperato, Nicola, ha scelto, infine, di disertare quegli inviti, ma questa decisione, purtroppo, ha allarmato ancora di più chi gli vuole bene, perché: “… oltre ad essere troppo sensibile, si isola rifiutando il contatto con gli altri!”

Così Nicola, intrappolato dentro un paradosso, scopre con tristezza che, per i suoi parenti, le sue scelte saranno sempre e soltanto quelle sbagliate.

*  *  *

Lara è vegana da diversi anni, però non lo dice a nessuno.

“Sono intollerante!” risponde sorridendo a chi le domanda come mai non mangi la maggior parte degli alimenti che tutti, invece, consumano abitualmente.

“In questo modo chi mi sta intorno è gentile con me” mi confida, soddisfatta della sua decisione “e non sono costretta a dare spiegazioni sulle mie scelte alimentari!”.

Carla Sale Musio

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Giu 28 2014

CIBI… O DROGHE?

Comunemente chiamiamo droghe le sostanze che agiscono sul sistema nervoso centrale provocando fenomeni di dipendenza e numerosi effetti tossici, tanto che il loro uso è regolato dalla legge.

Tutte le droghe hanno un’azione psicotropa, cioè alterano l’attività mentale modificando il tono dell’umore e le reazioni individuali, e danno luogo a manifestazioni di assuefazione.

Sono chiamate:

  • psicolettiche: le droghe che deprimono l’attività mentale (barbiturici, oppioidi, etanolo, ecc.),

  • psicoanalettiche: le droghe che eccitano l’attività mentale (anfetamine, cocaina, caffeina, teina, ecc.),

  • psicodislettiche: le droghe che alterano la percezione, lo stato di coscienza o il comportamento (cannabinoidi, allucinogeni, alcolici, ecc.).

È importante saper identificare le droghe e riconoscerne gli effetti per evitarne l’abuso e per non cadere nella pericolosa mistificazione fatta a proposito di tanti cibi di uso comune (zucchero, carne, latticini, farine bianche…), vere e proprie droghe legalizzate, raccomandate e sponsorizzate per avvantaggiare gli interessi delle multinazionali e dell’economia.

La salute mentale e il benessere fisico poggiano sulla possibilità di avere un corpo in perfetta forma e una vita emotiva equilibrata e vitale.

Queste condizioni possono verificarsi soltanto quando il metabolismo non è avvelenato da sostanze tossiche, le percezioni sono vigili e il tono dell’umore segue le sue fluttuazioni naturali senza subire alterazioni indotte da sostanze o alimenti impropri.

I cambiamenti psicologici e fisici ottenuti grazie all’uso di droghe o di cibi dannosi per l’organismo generano una pericolosa assuefazione che nel tempo trascina a consumarne sempre maggiori quantità per ottenere i medesimi effetti.

Ma il dramma delle droghe e di numerosi alimenti non è soltanto l’assuefazione quanto la dipendenza fisica e le conseguenti crisi di astinenza che compaiono quando si cerca di limitarne o sospenderne il consumo.

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REGRESSIONE, DERESPONSABILIZZAZIONE E CRISI DI ASTINENZA

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A qualcuno potrebbe anche sembrare una meta attraente ottenere un cambiamento psicologico utilizzando determinate sostanze.

Infatti, apparentemente, consente di evitare gli sforzi necessari a superare gli ostacoli della vita generando rapidamente uno stato di benessere.

Tuttavia, l’effetto collaterale di questo benessere è l’abitudine che si crea nel corpo a ricevere periodicamente una certa quantità di elementi tossici unita alla regressione e alla deresponsabilizzazione psicologica che ne conseguono.

Assuefazione, dipendenza, regressione, deresponsabilizzazione e crisi di astinenza sono gli effetti psicologici e fisici delle droghe e di  tanti alimenti.

Come le droghe, infatti, anche molti cibi provocano un benessere effimero e un pericoloso ottundimento delle percezioni.

L’anestesia emotiva e percettiva indotta da molte sostanze alimentari e dalla digestione favorisce la regressione a uno stadio infantile di dipendenza, cioè a una fase orale dello sviluppo in cui ogni cosa era posta sotto la tutela degli adulti.

In seguito a questa regressione elementi esterni e magici come: il destino, la fortuna, la sfigaDio o il medico, diventano l’emblema di un’autorità onnipotente e imperscrutabile che stabilisce le sorti della vita, proprio come succedeva da bambini con i nostri genitori.

In questo modo il meccanismo della regressione, quando si accompagna all’uso di droghe o di alimenti tossici, permette di spostare al di fuori di sé la responsabilità di ciò che succede alla salute, incrementando lo strutturarsi di una pericolosa indifferenza nei confronti dei veleni introdotti nell’organismo.

Mentre la deresponsabilizzazione porta a delegare all’esterno gli oneri dei danni che droghe e cibi provocano nel corpo, lassuefazione, invece, fa sì che, in assenza della dose abituale di sostanze, si scatenino una serie di problematiche psicologiche e fisiche chiamate appunto: crisi di astinenza.

La crisi di astinenza è una sindrome dolorosa che presenta sintomi sempre più invalidanti, costringendo chi la subisce a consumare quantitativi crescenti di sostanze tossiche per porre termine alla sofferenza che la loro mancanza scatena nel corpo e nella mente.

Infatti, allo stato di benessere artificiale indotto dalle droghe e da certi alimenti fa seguito, purtroppo, un insopportabile vissuto di mancanza, che si manifesta in modi sempre più violenti e spiacevoli quanto maggiore è stato il loro consumo.

Per mettere fine a queste crisi siamo spinti ad assumere ulteriori quantità di droghe o di cibi nocivi in un crescendo che provoca una pericolosa situazione di tossicità nel corpo e una compulsiva necessità di aumentare le dosi.

Prende forma in questo modo un circolo vizioso che nel tempo conduce inevitabilmente alla malattia e alla morte.

Ma quanto più il consumo delle droghe e degli alimenti tossici è abituale e condiviso tanto meno si riesce a comprenderne la pericolosità.

Assuefazione, regressione, deresponsabilizzazione e crisi di astinenza, infatti, si sommano all’effetto socializzante della condivisione del “peccato”, generando una complicità che sigilla il consumo delle sostanze nocive all’identità e all’autostima, rendendo difficilissima la disintossicazione.

La socializzazione e la condivisione, infatti, generano forti legami affettivi che, sommati ai meccanismi regressivi e deresponsabilizzanti, fanno sì che i consumatori di droghe, legali o illegali, si sentano scagionati dalla necessità di preoccuparsi della propria salute e autorizzati a infierire su se stessi ingerendo sempre maggiori quantità di sostanze dannose.

Queste ultime, oltre a provocare un compulsivo bisogno fisico, diventano parte di un rito sociale che sancisce l’appartenenza al gruppo trasformandole in uno strumento di riconoscimento, approvazione e identità.

Regressione, deresponsabilizzazione e crisi di astinenza sono le cause principali della dipendenza che tiene incatenate milioni di persone al consumo di alimenti dannosi e di droghe.

È in questo modo, purtroppo, che ha preso forma nel tempo quella tossicodipendenza alimentare che avvelena la nostra società e che provoca così tanta sofferenza nel mondo, distruggendo il pianeta e la salute, e provocando la morte di tanti esseri viventi in nome dei guadagni delle industrie alimentari e delle case farmaceutiche.

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DROGHE ILLEGALI E DROGHE LEGALI

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Sempre più numerosi studi scientifici mettono in luce gli effetti dannosi di tanti alimenti che consumiamo abitualmente ma, nonostante queste informazioni siano documentate e condivise, smettere di utilizzare i cibi deleteri per la salute e seguire un’alimentazione più sana scatena, come si è visto, pericolose reazioni di dipendenza, regressione e deresponsabilizzazione che rendono quasi impossibile il perseguimento dei buoni propositi.

Nella nostra società esistono droghe illegali, segnalate e demonizzate dalla scienza ufficiale e dai mass media, e droghe legali, sponsorizzate e incentivate con ogni tipo di pubblicità dagli stessi organi di informazione.

Ci è stato insegnato che mangiare è indispensabile per vivere, eppure sappiamo tutti che attualmente si muore di obesità, cancro, gotta, diabete… e innumerevoli altre malattie conseguenti all’eccessiva alimentazione e alla tossicità dei cibi.

La cultura di massa si guarda bene dal rivelare che molte sostanze alimentari provocano assuefazione, dipendenza e crisi di astinenza, generando le stesse problematiche psicologiche e fisiche delle sostanze psicotrope.

L’imponente bombardamento mediatico e medico, volto a incrementare il consumo di alimenti tossici a vantaggio delle multinazionali alimentari e farmaceutiche, contribuisce a creare una grande complicità tra i consumatori dei prodotti sponsorizzati, spingendo a condividere i riti tribali del “farsi insieme” (chiamati pranzo, cena, aperitivo, merenda, spuntino, colazione…) come se si trattasse davvero di necessità imprescindibili e non di un bisogno indotto ad arte da chi lucra sulle malattie e sulla vendita dei generi alimentari e dei farmaci.

Il cibo, infatti, proprio come tante altre droghe, aggiunge al suo effetto euforizzante, calmante o stimolante un importante valore di aggregazione, condivisione, riconoscimento e approvazione di gruppo.

Tanto che oggi è diventato quasi impossibile intraprendere una dieta e seguire un percorso di disintossicazione senza subire gli attacchi e le critiche di amici e parenti, e affrontare il doloroso stato di emarginazione e isolamento che ne consegue.

Inoltre, per liberarsi dalla dipendenza è inevitabile sopportare per un tempo più o meno lungo le devastanti crisi di astinenza che accompagnano ogni disintossicazione lasciando il corpo spossato, dolorante, in preda all’ansia o in balia di gravi depressioni.

Questo drammatico quadro fa sì che, spesso, anche le persone più motivate finiscano per abbandonare il progetto di una salute migliore.

È in questo modo che si sostiene e si perpetua da sempre una grave intossicazione alimentare funzionale alla vendita di tanti prodotti nocivi e dei farmaci indispensabili per curare le malattie da essa provocate.

Liberarsi dalla dipendenza dal cibo e ritrovare le chiavi della salute significa, perciò, rimboccarsi le maniche e cercare da soli le informazioni necessarie a cambiare il proprio modo di alimentarsi, verificando ogni volta sulla  pelle la bontà delle notizie ricevute.  

Per riuscirci è indispensabile reagire all’emarginazione e allo sconforto, che fanno seguito al cambiamento nello stile di vita e alle crisi di astinenza, coltivando in se stessi l’autonomia e la responsabilità che si accompagnano alla libertà di pensiero.

Solo così diventa possibile ristabilire lo stato di benessere e di vitalità che la natura ha donato a tutte le specie animali e che l’umanità, nella sua presunzione di superiorità, ha invece pericolosamente perduto, privando se stessa della salute e della libertà.

Carla Sale Musio

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