Tag Archive 'comunicare con chi non ha più un corpo'

Apr 06 2019

SPAZIO, TEMPO E COSCIENZA… DIMENSIONI DIVERSE DELLA REALTÀ

È difficile definire la coscienza.

Sembra sempre di parlare di un concetto astratto, qualcosa di filosofico che però non esiste realmente.

Siamo abituati a considerare vero soltanto ciò che possiamo toccare, misurare e riconoscere con i cinque sensi.

Tuttavia, da un punto di vista scientifico la realtà è un’altra cosa ed è imbevuta di… coscienza.

La fisica ha dimostrato che l’esistenza non è poi così concreta come ce l’aspettiamo perché tutto è fatto fondamentalmente di vuoto.

Protoni, neutroni ed elettroni, i componenti principali degli atomi, si muovono dentro uno spazio prevalentemente vuoto e la materia non è così piena, solida e compatta, come la percepiamo.

Siamo convinti di essere gli unici depositari della conoscenza e sosteniamo l’esistenza di un mondo (posto al di fuori di noi) a nostro uso e consumo e organizzato apposta per sostenerci.

Non ci sfiora l’idea che questa costruzione arbitraria sia basata esclusivamente sulla nostra percezione.

Eppure…

La comprensione della realtà è sempre la conseguenza di un’osservazione.

Può essere la nostra osservazione oppure l’osservazione degli scienziati, ma tutta la conoscenza nasce dall’osservare ciò che ci circonda e… senza un osservatore non esiste niente!

Parola della fisica quantistica.

Il cervello percepisce il mondo come avente uno spazio e un tempo.

E questo ci spinge a credere che lo spazio e il tempo siano dimensioni imprescindibili della realtà.

Ma ci riferiamo sempre alla nostra realtà, quella filtrata dal nostro cervello e osservata dalla nostra coscienza.

La coscienza è la consapevolezza di ciò che ci riguarda, quello che ognuno di noi sa.

Consciamente o inconsciamente.

Per questo quando vogliamo definire la coscienza non possiamo contrapporla a una realtà che esiste al di fuori di noi.

Dobbiamo invece considerare che la coscienza è ciò che dà forma alla realtà così come la percepiamo e la conosciamo.

La coscienza crea la realtà, cioè interpreta costantemente le informazioni che arrivano dal cervello.

Ma la coscienza non riguarda soltanto la consapevolezza e può essere anche inconscia.

Questo complica le cose.

Durante un attacco di panico la coscienza segnala un forte disagio psicologico e fisico.

Eppure gli strumenti medici non rivelano alcuna anomalia nell’organismo.

Per la medicina tutto funziona perfettamente.

Tuttavia, il paziente vive un’angoscia insopportabile e descrive una serie di sintomi fisici che lo fanno sentire come se fosse sul punto di morire.

In questi casi la percezione della realtà è conscia ma anche inconscia.

Conscia perché siamo consapevoli di una sofferenza.

Inconscia perché questa consapevolezza esiste dentro di noi ma non esiste realmente: il corpo appare sano e privo di problemi.

Chi vive un attacco di panico avverte un dolore che è vero soltanto nella sua percezione e le cause di questo dolore (che pure è fisico) non si trovano nel corpo ma in luogo della coscienza che noi psicologi chiamiamo inconscio.

Le dimensioni della coscienza non sono solo quelle della nostra consapevolezza fisica.

Quando parliamo di coscienza ci riferiamo a qualcosa che va oltre i cinque sensi e comprende una realtà intima e più grande.

La coscienza è un principio vitale che avviluppa tutte le cose.

Ma quali cose?!

Le cose che noi percepiamo, studiamo, analizziamo, esploriamo, testiamo… e chiamiamo realtà.

La vita e la coscienza sono una cosa sola.

Ma quale vita?!

La vita che conosciamo, ciò che ognuno definisce tale, quel mix di sensazioni fisiche, pensieri, consapevolezze e percezioni che ci fanno sentire di esistere.

Può cessare questo mix?

Nessuno lo sa.

Perché non esistono un prima e un dopo per poterlo verificare.

Possiamo solo constatare la presenza di quel principio vitale chiamato coscienza che intreccia costantemente il nostro essere noi stessi e l’esperienza di vivere.

La coscienza è ciò che sono costantemente.

Non possiede un prima e un dopo.

Perché non esistono un prima di me e un dopo di me che io possa percepire, ricordare o condividere.

È un presente senza tempo.

Il tempo e lo spazio sono gli strumenti che permettono alla coscienza di fare esperienza di se stessa.

Carla Sale Musio

Vuoi saperne di più?

Leggi il libro:

lo trovi su Amazon e in tutti gli store on line 

oppure lo puoi ordinare in libreria

No responses yet

Mar 19 2019

VERSO UNA NUOVA EPISTEMOLOGIA DELLA COSCIENZA

L’epistemologia è la materia che si occupa dei fondamenti e dei metodi delle diverse discipline scientifiche, l’insieme dei principi da cui prende forma il nostro sapere.

Nel corso del tempo l’applicazione dell’epistemologia ha affiancato il cammino evolutivo dell’umanità analizzando i criteri della scienza ed evidenziando i presupposti teorici con cui interpretiamo il mondo.

Infatti, le prospettive assunte dalla comunità scientifica cambiano a seconda dei periodi storici, modificando la comprensione delle cose.

In passato, l’epistemologia della scienza sosteneva l’esistenza di un principio lineare di causa ed effetto che permetteva agli scienziati di osservare l’andamento degli eventi in maniera asettica e distaccata.

Allora, tutta la ricerca era orientata a spiegare una realtà unica e immodificabile della quale era necessario individuare le leggi.

Oggi, invece, i fondamenti della scienza sono cambiati e gli scienziati ci mostrano la coesistenza di più punti di vista differenti, sottolineando il ruolo di chi osserva e il rapporto tra l’osservazione e ciò che viene osservato, e descrivendo una realtà cangiante fatta di relazioni e possibilità infinite.

Ogni cambiamento epistemologico scompiglia i presupposti teorici del pensiero e modella un diverso modo di stare al mondo.

Progressivamente e impercettibilmente, infatti, i risultati delle indagini scientifiche si spostano dal chiuso dei laboratori al fermento della vita quotidiana, improntando i nostri modi di pensare e di vivere.

Così, mentre la vita influenza la scienza, la scienza influenza la vita … e insieme danno forma a un percorso di conoscenza fatto di aggiustamenti continui e in continua evoluzione.

In un tempo non molto lontano dal presente, lo studio della psicologia non esisteva e gli scienziati non si preoccupavano di analizzare ciò che accade nel mondo interiore.

La psiche era considerata materia esclusiva degli psichiatri che ne esaminavano i meccanismi nel tentativo di risolvere il malfunzionamento del cervello.

Ai primi del novecento, però, il neurologo austriaco Sigmund Freud postulò l’esistenza di un inconscio capace di incidere sul corpo fisico e sulla vita delle persone, e posto in uno spazio introspettivo oltre la percezione cosciente.

Non molto tempo dopo, uno dei suoi allievi, lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung, approfondì la scoperta del mondo interiore evidenziando la presenza di un inconscio collettivo depositario di una conoscenza ancestrale e infinita.

Oggi la psicologia clinica non può prescindere dall’inconscio (individuale e collettivo) e la psicoterapia vanta una casistica molto ampia di remissione dei sintomi ottenute grazie al lavoro con la dimensione interiore.

L’epistemologia che sostiene la ricerca sulla salute ha avvalorato la scoperta dell’inconscio estendendo il concetto di coscienza fino a comprendere una percezione più vasta della mente razionale e posta al di fuori dei limiti del cervello.

La coscienza, perciò, ha subito nel tempo una profonda evoluzione e, se in passato indicava esclusivamente ciò che esiste entro l’orizzonte della consapevolezza, oggi ha assunto una connotazione più ampia, segnalando una dimensione che oltrepassa i limiti angusti della mente e del corpo per collocarsi al di fuori delle coordinate spazio temporali.

Sia la meccanica quantistica che il biocentrismo, infatti, segnalano l’importanza di un principio vitale che intreccia il mondo interiore con quello esteriore dando forma a una realtà mutevole e soggettiva.

La dimensione psichica perciò non riguarda più soltanto la percezione individuale ma comprende qualcosa di più ampio e trascendente chiamato: coscienza.

Come espone il primo principio del Biocentrismo: 

.

“Quello che percepiamo come realtà è un processo che coinvolge la nostra coscienza. Se esistesse una realtà esterna a noi stessi, dovrebbe trovarsi in uno spazio, ma lo spazio e il tempo non sono assoluti, sono solo strumenti usati dalle menti umane e animali.”

.

Partendo dalla considerazione che nessuna disciplina scientifica è mai stata capace di spiegare in che modo la coscienza possa emergere dalla materia, il biologo americano Robert Lanza dimostra che non esiste una realtà separata da chi la sperimenta perché la coscienza intreccia ogni cosa e la vita precede l’esistenza dell’universo (e non viceversa).

Come scrive nel suo libro Oltre il biocentrismo:

.

“Non esiste un universo senza percezione. La coscienza e il cosmo sono correlati; sono una cosa sola.”

.

Ecco quindi che negli anni duemila prende forma una diversa epistemologia della scienza e della coscienza capace di fornire risposte nuove ai quesiti sulla vita e sulla morte che da sempre tormentano l’animo umano.

Carla Sale Musio

Vuoi saperne di più?

Leggi il libro:

lo trovi su Amazon e in tutti gli store on line 

oppure lo puoi ordinare in libreria

No responses yet

Mar 06 2019

CHE COS’È LA COSCIENZA: guardare la morte con occhi nuovi

Nel linguaggio comune coscienza è sinonimo di consapevolezza e indica tutto ciò di cui abbiamo cognizione.

Tuttavia, da un punto di vista psicologico, si può essere consapevoli consciamente ma anche inconsciamente.

E questo rende la coscienza molto più ampia di quanto non si creda.

Per definizione l’inconscio è la sede delle cose di cui siamo inconsapevoli, il contenitore dove sono raccolte le memorie della nostra vita, della nostra famiglia, della nostra specie, della nostra… Totalità.

L’inconscio, l’infinito e la coscienza hanno in comune la mancanza di confini, cioè appartengono a un diverso modo di guardare la vita: non più soggetto ai parametri dello spazio e del tempo ma… pervasivo.

Esiste qualcosa che osserva il mondo dal primo all’ultimo minuto.

Come individui possiamo essere a conoscenza di questa percezione oppure ignorarla.

Tuttavia, la sua presenza silenziosa e profonda ci accompagna sempre.

La coscienza è una percezione intima e neutrale, fatta di totalità e soggettività insieme.

E non dipende dal cervello.

Il cervello è lo strumento che la coscienza utilizza per codificare i vissuti emotivi e muoversi nella realtà materiale.

Ecco.

Lo so.

Questa affermazione fa saltare subito la mosca al naso.

Ma qualcuno deve pur dirlo.

E non può che essere uno psicologo.

Cioè uno studioso che si occupa della coscienza.

Tutto il giorno.

Tutti i giorni.

(Tranne quando è in ferie.)

Agli scienziati newtoniani la sudditanza del cervello alla coscienza non piace.

Preferiscono rapportarsi a un’oggettività ben distinta dalla soggettività di chi guarda.

Tuttavia, la fisica moderna ha dimostrato che senza un osservatore la realtà che noi conosciamo non potrebbe esistere.

Infatti, le coordinate con cui interpretiamo i fenomeni dipendono dal punto di vista attraverso il quale strutturiamo la nostra osservazione.

Chi osserva dà forma a ciò che avviene.

Difficile da digerire dopo anni di fisica newtoniana studiata alle elementari, alle medie e anche alle superiori.

Già.

Perché a scuola non si insegna mica la fisica dei quanti!

Non è nemmeno prevista nei programmi ministeriali.

Gli psicologi, però, con la coscienza devono fare i conti e, proprio come i fisici quantistici, sono costretti a considerare l’importanza del punto di vista.

Il cambiamento epistemologico di questo nuovo millennio poggia sull’acquisizione che la coscienza è un principio infinito, onnicomprensivo, privo di materialità e perciò non soggetto ai codici spazio temporali che definiscono il mondo fisico.

Ogni psicoterapeuta lo verifica quando cura usando le parole e aiutando i pazienti a modellare la propria vita grazie a una diversa lettura degli avvenimenti.

Sono proprio gli psicologi i divulgatori di una visione più ampia della coscienza.

I primi a sostenere il peso di questa nuova epistemologia.

Durante le sedute di psicoterapia, infatti, l’osservatore/paziente agisce sulla realtà materiale orientando il cervello a scorgere comprensioni nuove e più funzionali mentre esplora la dimensione infinita della coscienza.

Per aiutare i pazienti a far emergere le proprie risorse gli psicoterapeuti li conducono a superare i limiti del cervello, avventurandosi costantemente tra le profondità della psiche e muovendosi nella dimensione impalpabile e incommensurabile della coscienza.

Questo lavoro permette di sperimentare la pregnanza della dimensione immateriale fino a modificare la propria vita.

Non è un procedimento concreto.

Durante la psicoterapia si parla… e basta.

Ma il potere della coscienza diventa evidente nei comportamenti di chi, al termine di quel lavoro, si sente meglio.

La coscienza non è materiale e non è fisica.

È una dimensione che comprende la fisicità ma utilizza i parametri della Totalità.

Tutto è uno.

Come sopra così sotto.

Sono affermazioni dell’ermetismo che ne propongono una buona sintesi.

Quando si affronta il problema della morte non si può che accogliere questa nuova epistemologia restituendo alla coscienza la sua priorità.

Infatti, solo riconoscendone la pervasività diventa possibile aprirsi alle realtà interiori e comprendere il valore della soggettività.

Tutti quanti sperimentiamo la preminenza della coscienza quando ci innamoriamo.

In quei momenti l’osservatore, la soggettività e il punto di vista diventano strumenti imprescindibili per validare la realtà.

Nessuno può provare scientificamente l’amore al di fuori di chi lo vive.

Tuttavia, l’amore esiste.

(E, di sicuro, anche gli scienziati newtoniani ogni tanto si innamorano.)

L’amore ci aiuta a comprendere il valore di quella percezione onnipresente e personale che permea ogni cosa.

In quella presenza infinita e soggettiva possiamo abbracciare anche chi non possiede più un corpo e ritrovare la continuità dei legami, ben oltre i limiti della fisica imparata a scuola.

Nella coscienza ogni inizio e ogni fine perdono quella demarcazione che li rende antagonisti e incompatibili per congiungersi in una circolarità capace di accostarsi alla morte con occhi nuovi, rivelando il potere che sta dietro alle cose, il Tutto da cui prende forma la realtà.

Carla Sale Musio

Vuoi saperne di più?

Leggi il libro:

lo trovi su Amazon e in tutti gli store on line 

oppure lo puoi ordinare in libreria

One response so far

Feb 22 2019

HO SCRITTO UN LIBRO PER DARE VOCE A CHI NON HA PIÙ UN CORPO

Sono convinta che la morte riguardi soltanto il termine dell’esperienza fisica e che l’amore non finisca mai perché esiste in una dimensione della coscienza che è fuori dalle coordinate dello spazio e del tempo.

In quel luogo fatto di percezioni e sensazioni intime è possibile ritrovare le persone che non hanno più una fisicità.

Siamo abituati a pensare in termini di concretezza e materialità, tuttavia, facendo il mio mestiere si impara a muoversi anche in dimensioni diverse.

Sono territori poco concreti ma reali e capaci di regalarci la gioia o la sofferenza, l’armonia o la paura, il benessere o la malattia.

Nel mondo psicologico ci si avventura sempre sui terreni scivolosi e poco frequentati dell’immaterialità e capita spesso di vivere esperienze di vita oltre la morte.

Molti uomini e donne chiedono aiuto quando il lutto rende terribile l’esistenza.

In quei momenti si sta talmente male che niente sembra dare sollievo al dolore.

Eppure…

Sono tante le persone che raccontano sogni, emozioni ed esperienze a testimonianza di una vita che prosegue sempre.

Anche senza il corpo.

.

L’AMORE NON HA CONFINI

.

E i legami affettivi dopo la morte crescono e si evolvono, costruendo un ponte capace di unire la vita fisica con la vita non fisica e permettendo a chi si vuole bene di ritrovarsi e di abbracciarsi ancora.

Certo, non è facile.

Occorre imparare un nuovo modo di stare insieme e di comunicare.

Ma ciò che a prima vista appare impossibile a poco a poco prende forma rivelando possibilità insperate.

Quando studiamo una lingua straniera dobbiamo abbandonare gli schemi conosciuti e avventurarci in una grammatica nuova e in un diverso gergo espressivo.

Allo stesso modo quando esploriamo il mondo della coscienza e della Totalità dobbiamo aprirci a una modalità differente di leggere gli avvenimenti, tollerando l’inesperienza e la goffaggine che caratterizzano ogni apprendimento.

Il libro:

.

COMUNICARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO

. 

tratteggia un’epistemologia dell’anima capace di aiutare la ragione a sopportare le stranezze del cuore.

E delinea una via per dialogare con chi non fa più parte della nostra fisicità ma esiste in una realtà immateriale da cui è possibile leggere e condividere i sentimenti con grande intensità.

L’amore è un linguaggio primordiale e infinito.

Nella nostra società è guardato con sospetto, insofferenza e derisione.

Per questo è difficile riconoscerlo, soprattutto nei momenti di dolore.

Chi affronta la morte di una persona cara sa che la vita non può avere un capolinea.

Lo sente dentro… anche se fa fatica a crederci.

La paura di trovare una consolazione ingenua e a buon mercato è sempre dietro l’angolo.

Tuttavia, la scienza ha dimostrato l’esistenza di mondi che erano sconosciuti fino a qualche tempo fa.

E oggi la coscienza non è più considerata solamente un prodotto del cervello ma uno stato dell’essere che intreccia inscindibilmente ogni realtà e si avvale dello spazio, del tempo e dell’amore per fare un’esperienza di sé.

Comunicare con chi non ha più un corpo è possibile, avviene sempre e tutte le creature che abbiamo amato e hanno lasciato la dimensione terrena cercano di ricordarcelo costantemente.

Sta a noi decidere se ascoltare il loro messaggio interiore o chiudere ogni comunicazione confinando tutto ciò che non si può toccare in un angolo del nostro inconscio.

Il tempo è soltanto uno strumento per muoverci nella fisicità.

Nel mondo intimo della coscienza esiste un SEMPRE carico di significato.

E sempre pronto a rivelarci la sua realtà nel momento in cui saremo capaci di accettarla.

Carla Sale Musio

Vuoi saperne di più?

Leggi il libro:

lo trovi su Amazon e in tutti gli store on line 

oppure lo puoi ordinare in libreria

No responses yet

Mar 28 2018

AL DI LÀ DEL BENE E DEL MALE: il linguaggio dei paradossi

Proveniamo da una Totalità senza confini e adattarci a vivere dentro le coordinate dello spazio e del tempo non è facile.

Da sempre una conoscenza antica racconta alla coscienza le origini profonde da cui scaturisce la vita.

Ma per l’orecchio umano, assuefatto ai suoni della fisicità, è difficile percepirne i sussurri.

Arriviamo da uno spazio immemore che la mente non può contenere, e impariamo a muoverci con fatica dentro i limiti imposti dall’identità necessaria per muoversi nella fisicità.

Così, una vota raggiunta la capacità di decodificare l’ambiente che ci circonda, con i codici condivisi della materialità, abbiamo paura di perdere il controllo sulla realtà e nascondiamo nelle profondità di noi stessi il ricordo di quella Totalità originaria.

Tuttavia, eclissare la vastità della vita nei confini angusti della nostra percezione fisica limita inevitabilmente la comprensione dell’esperienza terrena e disperde il significato dell’esistenza, frammentandolo in tante verità, spesso antitetiche.

L’esperienza materiale permette di individuare ogni singola componente del Tutto dentro un percorso di conoscenza che non ha fine.

Solo così, infatti, quel Sempre senza spazio né tempo, da cui ogni cosa ha origine, può finalmente individuare se stesso.

Questa frammentazione, indispensabile alla conoscenza, spezza l’Infinito nell’esperienza della nostra quotidianità, dando origine a tante opposizioni, a tante guerre e a tanta violenza.

Quando il bene e il male prendono forma nella psiche, la Totalità sperimenta la propria molteplicità, abbandonando il vuoto senza confini, che pure le appartiene, per identificarsi in ogni singola identità di se stessa.

È il meccanismo che dà forma all’io e al tu e scinde l’Eterno nello spazio e nel tempo, forgiando la materia così come la conosciamo e portandoci a combattere le innumerevoli apparenti fazioni contrarie, dentro il gioco di specchi che chiamiamo: vita.

Vero e falso, giusto o sbagliato, buono o cattivo… sono aspetti divisi di una stessa realtà infinita e il cammino della conoscenza (intrapreso per rivelare ciò che è) ci conduce un passo dopo l’altro a scoprire quella integrità interiore in grado di contenere gli opposti dentro un’unica verità.

È un percorso evolutivo lungo e difficile.

Ricomporre il mandala della Totalità colorando ogni singolo punto di vista con la propria verità significa attraversare la vita sentendo vibrare l’Infinito dentro ogni polarità contrapposta.

L’effetto è quello di un’insostenibile incoerenza.

Ciò nonostante, solo l’accoglienza di questa poliedricità permette alla psiche di comprendere la propria multidimensionalità, superando le barriere imposte dalla logica grazie al valore maieutico dei paradossi.

È in quello spazio indefinito e creativo che la mente può accogliere l’imponderabile e modellare una cultura nuova: capace di rivelare l’Eternità (con il suo progressivo srotolarsi nelle forme dell’identità) e di intrecciare il sapere misterioso del cuore insieme a quello della ragione.

Carla Sale Musio

Vuoi saperne di più?

Leggi il libro:

lo trovi su Amazon e in tutti gli store on line 

oppure lo puoi ordinare in libreria

No responses yet

Mar 05 2018

TUTTO & UNO. TUTTO È UNO?

La percezione della Totalità è un ricordo inciso a fuoco nella nostra Anima e impregna di sé l’esperienza della vita intrauterina da cui tutti proveniamo.

Nella pancia della mamma il me e il Tutto sono la stessa cosa.

In quei primi nove mesi di vita, il concetto d’identità non ha ancora preso forma nella psiche e la realtà è un’unica indistinta sensazione di esistere.

È nel momento del parto che la Totalità idilliaca della gravidanza si incrina e l’identità è costretta a prendere forma, dando vita a un me che dovremo imparare a distinguere dall’altro, il diverso, ciò che appare separato e sembra non appartenerci più.

Dopo la nascita la vita si frammenta in polarità: coppie di opposti tra le quali ci sentiamo spinti a operare una scelta.

Diventiamo adulti selezionando le cose in categorie contrapposte: buono o cattivo, bello o brutto, giusto o sbagliato…

In questo modo abbandoniamo la nostra integrità originaria e scopriamo la diversità: tutto ciò che crediamo non faccia più parte di noi.

È per sfuggire a quell’alienità che continuiamo a scegliere e ad avventurarci nella vita, selezionando quello che ci piace e scartando ciò che non ci piace, nel tentativo di impersonare nell’esistenza l’immagine idealizzata di noi stessi.

Tuttavia l’esperienza della vita è un lungo e progressivo riappropriarsi dell’integrità, fino a raggiungere una completezza che al termine dell’esperienza terrena si arricchisce di una nuova consapevolezza: la coesistenza delle polarità nel mondo interiore.

Come ci insegna la fisica dei quanti, esistono sempre un’onda e una particella che sono diverse e anche la stessa cosa.

Sembra un paradosso, eppure spiega una profonda verità rivelandoci il segreto del nostro esistere.

Noi stessi siamo costantemente: un’onda di probabilità infinite e coesistenti e anche una particella limitata e relativa.

Il nostro percorso di crescita è il percorso di consapevolezza con cui il Tutto, durante l’esperienza della materialità, esplora ogni parte di sé, analizzandone le peculiarità e le diversità e acquisendo la conoscenza di ogni aspetto dell’infinito: l’identità insieme alla completezza dell’esistere, la coesistenza delle polarità.

L’unico modo per conoscere la propria infinità, infatti, è osservarne le caratteristiche dall’esterno, spostando il punto di vista fino a comprendere ogni possibile angolazione.

Solo così l’oceano e la goccia (che lo compone) imparano a coesistere in un’identità parcellizzata e totale insieme.

È la logica dei paradossi, quella che conosce il linguaggio dell’Anima e spiega il percorso della vita, l’apparente incoerente coesistenza del particolare e dell’universale in un’unica verità.

La mente fatica a tenere il passo.

I paradossi parlano il linguaggio dell’Infinito e spiegano al cuore ciò che la logica non riesce a decifrare.

Quando ci avviciniamo alla realtà dei mondi invisibili dobbiamo lasciare che l’emozione guidi i nostri passi e arrenderci ai limiti di una razionalità che è utile soltanto nei ristretti confini della materialità.

Oltre le coordinate dello spazio e del tempo esiste il Tutto, l’infinito vuoto che comprende ogni cosa, l’enigma irrisolvibile che paralizza la mente e che il cuore riconosce d’istinto.

Senza bisogno di parole.

Carla Sale Musio

Vuoi saperne di più?

Leggi il libro:

lo trovi su Amazon e in tutti gli store on line 

oppure lo puoi ordinare in libreria

One response so far

Ago 21 2017

PARLARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO

Parlare con chi non possiede più un corpo è un’impresa difficile in un mondo abituato a usare le parole per diluire le emozioni.

I vocaboli veicolano l’energia dei sentimenti dentro suoni carichi di significato, ma l’abitudine a comunicare solo grazie al linguaggio parlato ci spinge a dimenticare il valore intimo che lo sottende.

Succede a tutti di esprimere frasi prive di una reale carica emotiva, suoni vuoti di energia, involucri senza contenuto.

Amiamo la poesia perché i poeti fanno vibrare le parole di vissuti interiori, ricordandoci il valore di una comunicazione che intreccia la mente con il cuore.

Quando i vocaboli sono privi di risonanza con la vita intima, il dialogo diventa un atto sterile e artefatto.

Ne abbiamo un esempio evidente in tutte le espressioni formali:

“Come stai?”

“Bene grazie, e tu?”

“Buongiorno”

“Buonasera”

“Sentite condoglianze”

“Buon Compleanno”

“Tanti auguri”

“Cento di questi giorni”

“Congratulazioni”

Modi gentili che rispettano le consuetudini ma che spesso sono privi di una reale energia emotiva.

Per comunicare con i defunti bisogna abbandonare le parole e avventurarsi nel mondo delle sensazioni.

Dobbiamo prestare attenzione a ciò che succede dentro di noi e fidarci di quelle percezioni che accompagnano i nostri discorsi senza fare rumore.

Questo tipo di ascolto può rivelarsi molto difficile per quanti sono soliti concentrarsi sui suoni piuttosto che sulle emozioni.

Sono visioni, ricordi, impressioni, stati d’animo, consapevolezze veloci e sfuggenti che appaiono (e scompaiono rapidamente) sotto la soglia del mondo fisico in cui siamo abituati a focalizzare la nostra attenzione.

Per incontrare chi fisicamente non c’è più, occorre fidarsi di ciò che si sente dentro, senza pretendere una verifica formale.

Perché la vita interiore non può avere altre conferme di quelle che riceve da se stessa.

Per comunicare con le persone che vivono nelle dimensioni immateriali, è indispensabile assumersi la responsabilità di ciò che ci succede intimamente e non ostinarsi a cercarne le prove concrete.

La concretezza, infatti, non appartiene alle realtà interiori.

In quei luoghi ciò che è corporeo non funziona.

La realtà al di fuori del mondo fisico utilizza codici diversi dalla materialità e per comprenderne il significato è indispensabile seguire il proprio cuore.

Solo il cuore, infatti, può stabilire la veridicità delle emozioni e fidarsi della loro autenticità, a dispetto di ogni prova scientifica.

L’amore non è scientifico.

È reale.

E possiede una certezza così pregnante per chi la vive, da non aver bisogno di dimostrazioni.

La soggettività è il linguaggio dell’amore e l’unica convalida possibile quando si tratta di comunicare con chi è privo di corporeità.

Cercarne le conferme all’esterno non ci aiuta.

È necessario concedersi il permesso di credere senza pretendere altra prova che quella del proprio ascolto interiore.

Viviamo in un periodo in cui il conformismo ci fa sentire sicuri e integrati spingendoci ad adottare i modi e le convinzioni delle persone che abbiamo intorno.

Ma, per ritrovare chi abbiamo amato, anche dopo la morte, è necessario abbandonare questo bisogno di omologazione e sopportare il peso dell’autonomia.

Solo tu puoi sapere se ciò che senti è un sogno, una visone, una comunicazione o una fantasia!

Così, mentre la logica scrolla la testa, dobbiamo imparare a camminare a braccetto con l’incertezza, lasciando che il cuore ci guidi a incontrare le creature cui siamo legati.

Oltre le coordinate dello spazio e del tempo.

Nelle profondità dell’Amore.

L’empatia non ha bisogno di essere provata scientificamente, trova le sue verifiche nello scambio affettivo che abbiamo con le altre forme di vita.

Quando attiviamo le potenzialità dell’emisfero destro del cervello, ci muoviamo negli spazi dell’emotività e della sensazione e grazie a queste facoltà (diverse dalla razionalità che caratterizza l’emisfero sinistro) incontriamo gli altri su un piano intimo, intenso e profondo.

Gli animali lo sanno e si lasciano guidare dall’istinto.

Sentono interiormente cosa è giusto fare o non fare, dove è meglio andare, di chi ci si può fidare… e lasciano che queste percezioni dirigano la loro vita e le loro scelte.

Senza bisogno di usare le parole.

Gli esseri umani, invece, hanno costruito una civiltà fatta di finzioni e imparano a nascondere la verità dietro alle maschere necessarie per sentirsi parte della società.

In questo modo la nostra specie ha perso il contatto con le potenzialità dell’emisfero destro e, per sapere se qualcosa è vero, si sente costretta a dimostrarlo… in laboratorio.

Ma l’amore non si può comprovare.

Bisogna viverlo e sperimentarne in se stessi l’autenticità.

I legami affettivi appartengono al mondo dei sentimenti.

Per questo, dopo la morte di una persona cara, è indispensabile permettersi di seguire il richiamo del cuore e lasciare emergere la certezza di ritrovarsi ancora, a dispetto dei ragionamenti, del dolore, della mancanza e della scienza.

Solo l’amore può contenere l’eternità.

E, quando il corpo non esiste più, ci guida a incontrare chi abbiamo amato.

Oltre le barriere del linguaggio e della concretezza.

Nel mondo intimo e scivoloso dell’affettività.

Carla Sale Musio

Vuoi saperne di più?

Leggi il libro:

lo trovi su Amazon e in tutti gli store on line 

oppure lo puoi ordinare in libreria

No responses yet

Giu 27 2017

INCONTRARSI DOPO LA MORTE

  • È possibile riconoscere la presenza di una persona che non ha più un corpo?

  • Come facciamo a sapere che si tratta proprio di chi abbiamo amato e non di un prodotto della nostra fantasia?

  • È il dolore che spinge a cercare una consolazione nel sogno di una vita che continua dopo la morte, o davvero ci si può ritrovare ancora?

Per rispondere a queste domande è indispensabile cambiare prospettiva e osservare gli eventi con lo sguardo del cuore, senza lasciarsi intrappolare negli stereotipi culturali che ammalano la civiltà.

Nella nostra cultura, il cuore è considerato una romanticheria adatta a persone poco concrete, inattendibili e con la testa tra le nuvole.

Le cose reali sono quelle che si possono quantificare, misurare, calcolare e, possibilmente, trasformare in business.

L’economia detta legge in tutti i settori e arriva a sindacare persino nelle profondità di noi stessi.

Viviamo nella dittatura del sistema produttivo e l’arroganza monetaria ha trasformato i sentimenti in smancerie, prive d’intelligenza.

Per inseguire il reddito dimentichiamo che il benessere e la salute affondano le radici dentro una soggettività fatta soprattutto di sensibilità.

La crescita esponenziale di tante patologie psicologiche indica una falla nella gestione materialista della vita e segnala l’urgenza di un cambiamento capace di ridare valore al mondo intimo di ciascuno.

L’amore è un fatto personale: poco quantificabile, poco misurabile, poco riproducibile in laboratorio.

E, per questo, è stato dichiarato scientificamente: inesistente.

Eppure, l’amore è reale.

Lo sanno con certezza tutti quelli che ne sperimentano gli effetti dentro di sé.

La sensibilità ha un potere che non si può comprare e permette alla vita di dispiegarsi nelle sue infinite possibilità.

L’amore è uno stato d’animo.

Perciò, è sempre un fatto personale.

Ognuno lo vive a modo suo.

Questo non significa che non esista.

La vita psichica è soggettiva.

Soggettiva non vuol dire inesistente.

Vuol dire che ognuno se ne assume la responsabilità, senza dover cercare all’esterno le conferme necessarie a convalidare ciò che vive.

Tutta la psicologia poggia sull’assunto di una soggettività che si fa legge e diventa verità per chi la sperimenta.

Agli specialisti della psiche non verrebbe mai in mente di mettere in dubbio l’autenticità dei vissuti interiori.

Tuttavia, nessuno psicologo si sognerebbe di estendere la soggettività, trasformando in verità universali le percezioni individuali.

Per la psicologia: realtà, verità, soggettività ed emotività, camminano a braccetto, accompagnando ogni persona lungo un percorso unico, ricco di realtà e di significato.

La ricerca scientifica basata sulla riproducibilità è funzionale alle statistiche e ai business, ma non si adatta alle esperienze interiori, che trovano il proprio valore nella sensibilità individuale.

La perdita di una persona cara è un evento personale.

Addentrasi nel mondo intimo della percezione della morte, ci porta a esplorare una realtà che trova nella ricettività di ciascuno le proprie conferme.

È un concetto difficile da digerire in una società che pretende di cancellare i sentimenti e che ha trasformato il consumo nell’unico obiettivo degno di valore.

Ma l’amore e l’economia sono diversi e non possono essere valutati con gli stessi strumenti.

Quando affrontiamo il tema di una continuità dopo la morte, dobbiamo usare i codici della psiche, ed esplorare gli accadimenti permettendoci di convalidare gli incontri sulla base della nostra esperienza personale.

Le persone che non hanno più il corpo, per coltivare una relazione hanno bisogno di comunicare in un profondo legame emotivo.

E il legame emotivo è qualcosa che succede dentro, non fuori, di noi.

Perciò, le prove necessarie alla ricerca scientifica sperimentale e ripetibile, sono inadatte.

Occorre spostare il punto di vista e permettersi di credere alle percezioni interiori, sviluppando un ascolto fatto di sensazioni, di simboli, di archetipi, di visioni, di improvvise rivelazioni, di emozioni indefinibili e di magia.

Perché sono proprio queste le peculiarità della vita emotiva.

E perché è all’interno di quei piani della coscienza che possiamo incontrare chi abbiamo amato.

Bisogna tenere sempre presente, però, che la personalità è strettamente intrecciata alla fisicità e che la mancanza di fisicità cambia l’identità.

Per questo motivo, la pretesa di ritrovare i nostri cari, nelle stesse forme in cui li conoscevamo quando possedeva il corpo, è destinata a essere delusa.

Quando il corpo muore, infatti, muore anche la personalità.

E quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti che determinavano il carattere durante l’esperienza materiale, va perduto.

Questa è una delle principali ragioni che ci spingono a rifiutare la continuità della vita dopo la morte.

Il dolore e la mancanza ci inducono a cercare le persone che abbiamo amato nelle loro sembianze del passato e a volerle ritrovare con le modalità che un tempo le hanno rese uniche e speciali, ma questa pretesa di continuità non permette di evolvere il legame e inibisce l’ascolto interiore.

Dopo la trasformazione che si accompagna alla perdita del corpo, i nostri cari sono diversi da prima e, per poterli incontrare, è indispensabile accettare la loro evoluzione.

Quando il corpo e la personalità non ci sono più, ciò che resta è una profonda consapevolezza di sé, affrancata dagli aspetti necessari a muoversi nella vita fisica.

Dopo la morte, l’amore si libera dai bisogni di appartenenza e riconoscimento, e può esprimere se stesso in una totalità più ampia, più profonda e più intima.

Per ritrovare i nostri cari, dobbiamo essere pronti a seguirli nel loro percorso di cambiamento e accettare le trasformazioni che la morte del corpo porta con sé.

Solo così diventa possibile coltivare i legami, evolvendo insieme nella capacità di amare.

Ecco perché, di solito, le immagini che i disincarnati utilizzano sono un’icona, necessaria soltanto per farsi riconoscere.

Al di là di quella percezione, si estende il mondo impalpabile della loro realtà, lo spazio della coscienza in cui dobbiamo imparare a protenderci, per creare un ponte che avvicini le dimensioni e permetta all’amore di fluire.

Oltre i limiti dello spazio, del tempo e della corporeità.

Carla Sale Musio

Vuoi saperne di più?

Leggi il libro:

lo trovi su Amazon e in tutti gli store on line 

oppure lo puoi ordinare in libreria

No responses yet

Set 26 2016

LA PERSONALITÀ DOPO LA MORTE

Quando il corpo muore anche la personalità muore, e resta solo l’essenza interiore che ci ricongiunge con il mondo immateriale della Totalità e delle emozioni.

Focalizzarsi esclusivamente sugli aspetti concreti dell’esistenza ha un prezzo da pagare, incatena alla sofferenza quando arriva il momento del trapasso.

La cultura materialista ha inibito la percezione di tutto ciò che non si può toccare (e monetizzare) e ci conduce a sperimentare il dolore quando la concretezza incontra il proprio limite.

Nel momento della morte il corpo perde la vitalità cedendo il posto ai legami affettivi, che acquisiscono una maggiore pregnanza.

La materialità non funziona più ed è soppiantata dalla molteplicità impalpabile della vita interiore.

Una realtà che non si può toccare ci svela la sua presenza, grazie agli effetti che si producono nel mondo interno.

L’amore, il dolore, la paura, la malinconia, la tenerezza, non possiedono fisicità, ma chi li vive è certo della loro esistenza perché ne constata gli effetti in se stesso.

Quando il corpo muore, la vita interiore rimane viva e vibrante, a dispetto della pretesa materialista di padroneggiare ogni cosa con i sensi fisici.

Le verità immateriali sono invisibili, ma non per questo inesistenti, anzi, sono l’unica realtà che sopravvive alla morte, perché nel trapasso si rinforzano e crescono, aiutandoci a sopportare la perdita delle persone care.

In quei momenti, nel mondo interiore si apre la strada per una comunicazione profonda, che esiste ed evolve anche quando la fisicità non c’è più.

Vediamo come.

Con la morte del corpo tutto ciò che concerne la fisicità si trasforma e deperisce, e la personalità, che è strettamente legata al corpo, scompare.

La personalità è il modo in cui facciamo fronte agli eventi, l’insieme dei comportamenti e degli atteggiamenti che usiamo più di frequente e che spesso ci portano ad affermare con sicurezza:

Io sono fatto così!”.

In verità, nessuno è fatto così.

Abbiamo tutti un insieme potenzialmente infinito di possibilità espressive, anche se da questa gamma finiamo per selezionare poche opzioni che utilizziamo un po’ per tutto, come dei vestiti comodi.

La personalità è la fisionomia che scegliamo di dare alla nostra esperienza terrena e, proprio come un abito, spinge agli altri a riconoscerci e identificarci.

Quando il corpo non c’è più anche la personalità si trasforma, e le difficoltà che incontriamo nel ritrovare chi non ha più una forma fisica, dipendono soprattutto da questa mancanza.

Ci aspettiamo di riconoscere le parole, i gesti, i modi di fare che hanno caratterizzato le persone che abbiamo amato, e se arrivano informazioni diverse dalle nostre aspettative, lo scetticismo la fa da padrone cestinando ogni esperienza come fosse frutto della fantasia.

È difficile accettare che adesso la mamma, il papà, il marito, l’amico, il fidanzato, il cane… non sono più come li abbiamo conosciuti.

La delusione che deriva da questa constatazione, per molti è insopportabile.

Vorremmo ritrovare i nostri cari così come li abbiamo sempre percepiti, e rifiutiamo l’idea di un’evoluzione dopo la morte.

Eppure, la vita continua anche senza la presenza del corpo, il percorso di crescita prosegue nelle dimensioni più rarefatte dell’esistenza e le creature che abbiamo amato cambiano e procedono nella loro evoluzione affettiva e multidimensionale.

I nostri cari tornano sempre a raccontarci la vita dopo il trapasso, ma per la mente è difficile incasellare quelle informazioni così diverse dalle attese che abbiamo.

Occorrono umiltà, fiducia e devozione, per mantenere salda la certezza che la mamma, il papà, il marito, l’amico, il fidanzato o il cane, non ci hanno abbandonato e verranno a dirci come e dove sono adesso.

È grazie all’umiltà, alla fiducia e alla devozione che è possibile superare gli ostacoli di un pensiero abituato a distinguere solo la concretezza.

Davanti all’infinita continuità dell’amore, la mente si ribella, i ricordi incalzano e il dolore dilaga impedendo l’ascolto di una presenza fatta di sentimenti e di unione, senza corporeità.

Per superare l’enigma e il dramma della morte, la ragione deve cedere il posto al sentire e fidarsi di una sicurezza tutta interiore.

Proprio come succede quando ci s’innamora.

Mentre la mente cerca i suoi perché il cuore conosce già la verità, senza bisogno di fatti o di parole.

Quando chi non c’è più torna per raccontarci la sua realtà, avvertiamo qualcosa dentro, una risposta impalpabile e veloce attraversa la mente nello stesso istante in cui formuliamo interiormente la domanda:

“Dove sei? Come stai? Cosa ti è successo?”.

Cogliere la risposta presuppone la capacità di ascoltare l’invisibile, un pensiero estraneo nel fiume ininterrotto del nostro costante chiacchiericcio interiore.

Occorre l’umiltà di accogliere anche ciò che non comprendiamo, la fiducia nella profondità del legame che unisce le persone anche se il corpo non c’è più, e la devozione che permette all’amore di crescere e svilupparsi nei modi che gli sono propri, e che spesso la ragione fatica ad accettare.

Allora arrivano i messaggi e i nostri cari privi di fisicità ci raccontano una realtà che sta oltre la mente, il corpo e la materia, un mondo che è sempre esistito e che ci accompagna costantemente, perché è l’essenza stessa della vita, di cui la morte è soltanto un passaggio.

Sono messaggi pieni di insegnamenti, parlano della continuità dell’esistenza, raccontano il valore dell’immaterialità.

La personalità è legata alla materia, appartiene al corpo e alla sua fisicità.

Oltre la cortina del pregiudizio che annoda le percezioni ai cinque sensi, esiste il mondo impalpabile delle emozioni e prende forma un percorso di crescita che dalla frammentazione delle identità conduce alla pienezza della Totalità.

I nostri cari defunti sono le guide che ci indicano il cammino, e ci regalano gli insegnamenti di una realtà che la ragione non può raggiungere e che il cuore riconosce d’istinto.

La mancanza della personalità permette di usare parole diverse, espressioni non facili per il nostro idioma razionale fatto di tempo, spazio e misura.

É un linguaggio più antico e più difficile da interpretare perché bisogna leggerlo con gli occhi del cuore, e ci guida a comprendere un mondo in cui la ragione cede il posto a sensazioni nuove: di unione, di pienezza, di appartenenza, di sicurezza e di Totalità.

Carla Sale Musio

Vuoi saperne di più?

Leggi il libro:

lo trovi su Amazon e in tutti gli store on line 

oppure lo puoi ordinare in libreria

No responses yet

Set 11 2015

AMARSI OLTRE IL TEMPO

Ci sono legami così profondi e duraturi da sfidare le coordinate spaziotemporali in cui ci muoviamo abitualmente, per raggiungere una dimensione rarefatta e impalpabile della coscienza, un territorio in cui l’amore è l’unico codice in grado di dare forma alla realtà.

Esiste uno spazio incorporeo, mosso da leggi diverse da quelle cui siamo abituati nella fisicità, un luogo colmo di verità e di emozione e privo di maschere: è lì che tutti noi sperimentiamo e condividiamo i sentimenti più profondi.

Spesso senza saperlo.

Ci sono anime che prendono su di sé il compito di ricordarci l’esistenza di questa realtà, fatta di coinvolgimento, fiducia e abbandono.

Creature che scelgono di portare un messaggio profondo nella nostra esistenza materiale, malata di cinismo e indifferenza.

Esseri venuti a ricordarci che siamo qui per canalizzare l’amore e far risuonare le sue frequenze più elevate.

Sono persone speciali, capaci di creare un ponte tra l’impalpabilità delle emozioni e il nostro mondo pieno di difficoltà, in modo che l’indomabile energia dei sentimenti possa infondere la sua miracolosa vitalità dappertutto.

Queste persone, a volte, affrontano prove difficili perché, proprio nelle difficoltà, emergono la saggezza e la forza emotiva.

Sembra che sappiano già quali compiti il destino ha in serbo per loro e accolgono la vita con una maestria che lascia sconcertati e ammirati insieme.

La morte imprevista e prematura può essere una di quelle esperienze.

In questi casi, il dolore, che accompagna chi resta, diventa un limite che impedisce all’amore di scorrere libero tra le dimensioni.

La mancanza fisica spinge a ricercare chi non c’è più, oltre la materialità, nel mondo inafferrabile dei sentimenti.

Il desiderio di incontrarsi costringe a sfidare il limite che impedisce all’amore la sua naturale continuità, e libera la creatività necessaria a vincere quelle barriere mentali che ci intrappolano dentro schemi di pensiero precostituiti e pesanti.

Occorre fare un salto quantico per incontrare chi non ha più corpo e vive, senza spazio né tempo, nei luoghi dell’amore.

Ma, oltre le dimensioni materiali, il cuore conosce realtà che i sensi fisici non possono raggiungere e sviluppa percezioni diverse, adatte a ritrovarsi fuori dallo spazio, dal tempo e dal corpo.

Ci sono legami così profondi da superare anche la prova più difficile: quella della morte.

Sono unioni capaci di costruire una continuità tra dimensioni diverse, per dare forma a un’intesa che vibra contemporaneamente: nel tempo e nell’eternità.

Esistono persone speciali in grado di affrontare il dolore fino a ritrovarsi in un’immortalità fatta dei gesti di sempre e della coscienza infinita che li attraversa.

Persone nascoste nella quotidianità e brillanti di luce interiore, venute a insegnarci che l’amore è l’unica energia che muove il mondo e dà forma alla vita.

L’unica legge che non chiede rispetto perché esiste in una dimensione fatta di riconoscimento e autenticità.

L’amore è un’energia che afferma la reciprocità in ogni istante e trasforma il dolore in saggezza, comprensione e verità, modellando l’unione in un eterno SEMPRE condiviso.

m

STORIE D’AMORE SENZA CONFINI

m

Non se lo erano mai dette, però lo sapevano tutt’e due.

Madre e figlia sapevano che il loro incontro sulla terra sarebbe stato breve.

C’era sempre una punta di paura nel cuore, unita alla certezza che niente avrebbe potuto separarle davvero.

Così, a dispetto dei consigli dei parenti, degli amici e degli psicologi, avevano trascorso troppo tempo insieme.

Tutto il tempo a disposizione.

E in quel tempo si erano preparate al distacco e al compito che, entrambe, avevano scelto: ritrovarsi oltre le dimensioni.

Poi il giorno terribile arrivò, inesorabile e naturale come le cose della vita.

La madre morì.

La diagnosi: carcinoma epatico.

Ma la figlia sapeva che era arrivato il momento.

Non passò molto tempo che la mamma si presentò nei sogni e poi in tante percezioni quotidiane.

La ragazza ne riconosceva la presenza in quella sensazione di familiarità che, di colpo, permeava ogni cosa.

Cominciarono a dialogare.

Mentalmente.

Una domanda fatta di pensiero, cui seguiva immediata la risposta!

Così veloce che diventò necessario scrivere e dare forma a un sapere che altrimenti scivolava come acqua tra le dita.

Le spiegava com’era fatto il mondo immateriale in cui adesso si riconosceva.

Era il compito che insieme avevano scelto: creare un ponte tra le dimensioni per raccontarsi la vita.

E scoprire che niente può fermare l’amore.

Nemmeno la morte.

* * *

Sapevano entrambi che il tempo per loro sarebbe stato poco, perciò si sposarono in fretta, prima che la morte arrivasse a separarli.

Lui voleva lasciarle la casa.

Lei voleva sentirsi sua, per sempre.

I parenti non erano d’accordo ma loro due erano già una cosa sola e diventare marito e moglie era soltanto una tappa lungo un percorso condiviso.

Il passo successivo: comunicare ancora.

Lui individuò il medium e, quando lei l’interpellò, quello acconsentì a far loro da tramite.

Arrivarono tante lettere.

La scrittura dava forma all’amore.

Lui voleva proteggerla sempre.

Lei voleva sentirlo vicino.

Poi scoprirono insieme uno spazio interiore.

Le parole a quel punto non servivano più.

La presenza si fece costante.

Adesso lui è un testimone devoto nella sua vita, pronto ad accoglierla con la sua energia tutte le volte che lei si sente sola.

Il loro è un matrimonio profondo, fatto di un’intima e costante quotidianità.

Hanno imparato a vivere insieme a dispetto della fisicità.

* * *

Quando le dissero dell’incidente, Federica non ci poteva credere: il suo unico meraviglioso figlio morto per colpa della distrazione di un cretino!

Pensò che sarebbe stato meglio morire con lui!

Giurò che lo avrebbe ritrovato!

A tutti i costi.

Voleva riabbracciarlo, sentire le sue risate e le sue canzoni.

Poi quel messaggio nella segreteria:

“Mamma sono io, sto bene, sono qui!”

La voce chiara di lui le sembra quasi uno scherzo.

Ma Federica riconosce suo figlio.

Allora è vivo!

Da quel momento prese a parlargli.

E sentiva che lui le rispondeva.

Con pazienza e col tempo imparò a capirlo: doveva lasciar perdere gli stimoli del corpo, dimenticare il dolore e permettere che le raccontasse dov’era.

La gioia di averlo ritrovato colmava la fatica che faceva a spostarsi in quella dimensione rarefatta dove adesso era lui.

Comprese che suo figlio era un maestro venuto a rivelarle i segreti della vita e il miracolo della morte.

Difficile da raccontare.

Spiegare che un velo invisibile impedisce le comunicazioni e che basta spostarlo per ritrovare chi credevamo di aver perso per sempre.

Federica dice che il mondo per lei ha cambiato prospettiva.

Molti non la capiscono, tanti la ammirano.

Lei serba nel cuore il suo segreto.

Un figlio è un amore per sempre e bisogna capirlo, qualsiasi sia il percorso che sceglie di intraprendere.

Carla Sale Musio

Vuoi saperne di più?

Leggi il libro:

lo trovi su Amazon e in tutti gli store on line 

oppure lo puoi ordinare in libreria

2 responses so far

Next »