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Giu 12 2019

LA REALTÀ? … L’HO CREATA IO!

Crediamo di muoverci in una realtà indipendente ed estranea ai nostri voleri: una sorta di teatro in cui gli attori improvvisano la parte inconsapevoli della regia.

Ma è davvero così?

Le cose avvengono tutte al di fuori della nostra coscienza?

Oppure è la coscienza che crea la realtà per fare un’esperienza… di se stessa?

La nostra percezione non si arresta mai, ci accompagna dal primo all’ultimo minuto della vita.

Anche quando non vi prestiamo attenzione.

La coscienza non è separata dall’esistenza:

LA COSCIENZA È L’ESISTENZA

Infatti senza una coscienza che la percepisce la vita smette di esistere.

Lo attesta la fisica quantistica.

Lo sostengono gli psicologi.

E nel suo terzo principio lo afferma il biocentrismo:

“Il comportamento delle particelle subatomiche, in realtà di tutte le particelle e oggetti che percepiamo, sono collegati in modo inestricabile ad un osservatore. Senza la presenza di un osservatore cosciente esiste solamente uno stato indeterminato di onde di probabilità.”

Credere in una realtà separata ci aiuta a sperimentare la fisicità.

Tuttavia cancellare dalla consapevolezza l’intreccio inestricabile di vita e coscienza impedisce di aprirsi alla verità e preclude il benessere e la salute mentale.

Ciò che non si vede ha un forte impatto sulla comprensione degli avvenimenti.

A farci stare bene o male sono stati d’animo intimi.

E invisibili.

Emozioni e sentimenti capaci di trasformare la vita in un paradiso oppure in un inferno.

La pretesa di un’oggettività priva di relazioni interiori con chi ne fa esperienza è un concetto superato negli ambienti scientifici.

Tuttavia, il nostro linguaggio non possiede ancora termini adeguati a descrivere l’invisibile e questo impedisce di distinguerne l’importanza e di gestirne l’influenza sulla nostra vita.

L’universo oggettivo è un concetto astratto.

Forse necessario a studiare la meccanica degli eventi ma privo di rilevanza e fuorviante quando ci si muove nelle tante dimensioni della realtà.

Confinare la coscienza dentro i limiti della materialità è un paradosso che deforma la comprensione della vita rinchiudendoci in un range limitato di possibilità e dando origine alla violenza che sta distruggendo il pianeta.

Infatti, se le cose non hanno alcun legame con il nostro sentire (immateriale e reale) diventa lecito infliggere dolore a chi appare diverso (e perciò separato) perseguendo la legge del più forte senza scrupoli e senza etica, solo per soddisfare il capriccio di un momento.

La negazione dell’invisibile annienta i sentimenti dietro il disprezzo riservato a ciò che è immateriale, sostenendo il cinismo, la competizione e la sopraffazione al posto della condivisione, della fratellanza e dell’empatia.

Sui principi della divisione e dell’abuso si regge il dominio dei pochi sui molti.

Prende forma dalla sordità emotiva necessaria a cancellare l’empatia e si sviluppa sulla pretesa di una dualità fatta di schieramenti giusti o sbagliati, di bene e male, di buoni e cattivi.

Questa contrapposizione interiore costringe la psiche a rinnegare le parti inaccettabili di sé fomentando il desiderio di una perfezione idealizzata e impossibile, e dando forma al mondo crudele e distruttivo in cui ci muoviamo oggi.

La pretesa di un universo oggettivo ha ripercussioni gravissime sul nostro stile di vita poiché nasconde la consapevolezza della molteplicità che anima il mondo interiore dietro la pretesa di un’omologazione illusoria e irraggiungibile, modellando la realtà che crediamo esteriore su parametri pericolosamente ingiusti.

Solo riconoscendo dentro di sé i semi della crudeltà e assumendosi la responsabilità del Tutto diventa possibile mettere fine alle guerre e realizzare una società rispettosa di tutte le creature.

La coscienza è quella parte di noi stessi che intreccia l’etica con la realtà destinandoci a vivere le conseguenze delle nostre scelte profonde.

Nel mondo interiore:

  • affermare la legge del più forte imprime di sé la fisicità creando una vita in cui impera la prepotenza,

  • censurare le proprie imperfezioni dà forma a un mondo fatto di nefandezze inconfessabili,

  • aspirare alla perfezione modella una società in cui la diversità è inaccettabile.

La coscienza è la creta di cui è fatta la vita, il Tutto che genera ogni cosa, il luogo intimo della verità.

Carla Sale Musio

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Mag 31 2019

LA VITA È UNO STATO D’ANIMO

La parola coscienza è una parola che confonde perché si riferisce a più significati contemporaneamente.

Chiamiamo coscienza la consapevolezza di noi stessi.

Tuttavia diciamo: “Mettiti una mano sulla coscienza” per indicare un principio morale interiore.

La coscienza, inoltre, è spesso sinonimo di conoscenza e si allarga a un sapere che comprende il significato della vita e il senso del nostro essere al mondo.

Il fatto che il linguaggio possieda un unico termine per indicare tutte queste cose la dice lunga sulla mancanza di attenzione che regna intorno ai contenuti profondi.

Altre culture diverse dalla nostra (quella orientale ne è un esempio) possiedono termini differenti per indicare la conoscenza di ciò che non si vede.

E, siccome le parole sono scatole in cui incaselliamo la vita dandole forma, buttare alla rinfusa tanti concetti diversi dentro a un unico vocabolo significa precludere la comprensione della realtà.

In occidente siamo tutti tesi ai raggiungimenti materiali e spesso perdiamo di vista il valore di ciò che non si vede.

La coscienza non si può toccare, misurare, pesare… e (come tutte le cose invisibili) si riconosce dai suoi effetti.

L’amore non si può quantificare e dimostrare scientificamente.

Eppure la nostra vita può essere terribile quando ne siamo privi o fantastica quando lo incontriamo.

La sua presenza si evince dagli effetti.

La coscienza per noi psicologi è strettamente intrecciata con la soggettività.

E sappiamo bene che ognuno ha la sua, diversa da qualunque altra.

È il terreno in cui crescono le sofferenze o il benessere, la salute o la patologia, la gioia o il dolore.

Lavorare con la coscienza della gente ci costringe a fare i conti quotidianamente con ciò che non si può vedere e a scoprirne la presenza in tutto ciò che esiste.

Questo la rende estremamente importante.

Personalmente credo che la coscienza sia la sede di tutto ciò che è.

Il luogo intimo in cui hanno origine le percezioni, l’assoluto da cui prende forma la vita.

E ognuno deve farci i conti se vuole vivere un’esistenza appagante.

L’appagamento, infatti, non è, come si crede, il possesso di mille cose belle e preziose ma uno stato d’animo, un modo di essere e di interpretare la vita strettamente legato alla soggettività.

E la soggettività è la chiave per comprendere la coscienza.

La scienza ufficiale si ostina a cercare i parametri oggettivi necessari a definire la coscienza.

Tuttavia, per noi psicologi questa è una pretesa impossibile da raggiungere perché nella soggettività di ciascuno sono racchiusi i codici di comprensione delle cose.

Questi codici danno forma a tante verità.

Diverse le une dalle altre.

Ognuno ha la sua.

E con quella crea il mondo che conosciamo.

Perciò quando parliamo della coscienza dobbiamo considerare il valore e l’importanza della soggettività e abbandonare la pretesa infantile di un’omologazione che ci rassicura e ci deresponsabilizza.

Ognuno crea la propria realtà.

La crea da quando nasce a quando muore.

E forse anche dopo.

La crea in se stesso durante ogni minuto della vita.

E quella creazione costante, silenziosa e implacabile è la coscienza: il principio di tutte le cose e il nostro peculiare modo di leggere il mondo.

Carla Sale Musio

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Apr 06 2019

SPAZIO, TEMPO E COSCIENZA… DIMENSIONI DIVERSE DELLA REALTÀ

È difficile definire la coscienza.

Sembra sempre di parlare di un concetto astratto, qualcosa di filosofico che però non esiste realmente.

Siamo abituati a considerare vero soltanto ciò che possiamo toccare, misurare e riconoscere con i cinque sensi.

Tuttavia, da un punto di vista scientifico la realtà è un’altra cosa ed è imbevuta di… coscienza.

La fisica ha dimostrato che l’esistenza non è poi così concreta come ce l’aspettiamo perché tutto è fatto fondamentalmente di vuoto.

Protoni, neutroni ed elettroni, i componenti principali degli atomi, si muovono dentro uno spazio prevalentemente vuoto e la materia non è così piena, solida e compatta, come la percepiamo.

Siamo convinti di essere gli unici depositari della conoscenza e sosteniamo l’esistenza di un mondo (posto al di fuori di noi) a nostro uso e consumo e organizzato apposta per sostenerci.

Non ci sfiora l’idea che questa costruzione arbitraria sia basata esclusivamente sulla nostra percezione.

Eppure…

La comprensione della realtà è sempre la conseguenza di un’osservazione.

Può essere la nostra osservazione oppure l’osservazione degli scienziati, ma tutta la conoscenza nasce dall’osservare ciò che ci circonda e… senza un osservatore non esiste niente!

Parola della fisica quantistica.

Il cervello percepisce il mondo come avente uno spazio e un tempo.

E questo ci spinge a credere che lo spazio e il tempo siano dimensioni imprescindibili della realtà.

Ma ci riferiamo sempre alla nostra realtà, quella filtrata dal nostro cervello e osservata dalla nostra coscienza.

La coscienza è la consapevolezza di ciò che ci riguarda, quello che ognuno di noi sa.

Consciamente o inconsciamente.

Per questo quando vogliamo definire la coscienza non possiamo contrapporla a una realtà che esiste al di fuori di noi.

Dobbiamo invece considerare che la coscienza è ciò che dà forma alla realtà così come la percepiamo e la conosciamo.

La coscienza crea la realtà, cioè interpreta costantemente le informazioni che arrivano dal cervello.

Ma la coscienza non riguarda soltanto la consapevolezza e può essere anche inconscia.

Questo complica le cose.

Durante un attacco di panico la coscienza segnala un forte disagio psicologico e fisico.

Eppure gli strumenti medici non rivelano alcuna anomalia nell’organismo.

Per la medicina tutto funziona perfettamente.

Tuttavia, il paziente vive un’angoscia insopportabile e descrive una serie di sintomi fisici che lo fanno sentire come se fosse sul punto di morire.

In questi casi la percezione della realtà è conscia ma anche inconscia.

Conscia perché siamo consapevoli di una sofferenza.

Inconscia perché questa consapevolezza esiste dentro di noi ma non esiste realmente: il corpo appare sano e privo di problemi.

Chi vive un attacco di panico avverte un dolore che è vero soltanto nella sua percezione e le cause di questo dolore (che pure è fisico) non si trovano nel corpo ma in luogo della coscienza che noi psicologi chiamiamo inconscio.

Le dimensioni della coscienza non sono solo quelle della nostra consapevolezza fisica.

Quando parliamo di coscienza ci riferiamo a qualcosa che va oltre i cinque sensi e comprende una realtà intima e più grande.

La coscienza è un principio vitale che avviluppa tutte le cose.

Ma quali cose?!

Le cose che noi percepiamo, studiamo, analizziamo, esploriamo, testiamo… e chiamiamo realtà.

La vita e la coscienza sono una cosa sola.

Ma quale vita?!

La vita che conosciamo, ciò che ognuno definisce tale, quel mix di sensazioni fisiche, pensieri, consapevolezze e percezioni che ci fanno sentire di esistere.

Può cessare questo mix?

Nessuno lo sa.

Perché non esistono un prima e un dopo per poterlo verificare.

Possiamo solo constatare la presenza di quel principio vitale chiamato coscienza che intreccia costantemente il nostro essere noi stessi e l’esperienza di vivere.

La coscienza è ciò che sono costantemente.

Non possiede un prima e un dopo.

Perché non esistono un prima di me e un dopo di me che io possa percepire, ricordare o condividere.

È un presente senza tempo.

Il tempo e lo spazio sono gli strumenti che permettono alla coscienza di fare esperienza di se stessa.

Carla Sale Musio

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Mar 19 2019

VERSO UNA NUOVA EPISTEMOLOGIA DELLA COSCIENZA

L’epistemologia è la materia che si occupa dei fondamenti e dei metodi delle diverse discipline scientifiche, l’insieme dei principi da cui prende forma il nostro sapere.

Nel corso del tempo l’applicazione dell’epistemologia ha affiancato il cammino evolutivo dell’umanità analizzando i criteri della scienza ed evidenziando i presupposti teorici con cui interpretiamo il mondo.

Infatti, le prospettive assunte dalla comunità scientifica cambiano a seconda dei periodi storici, modificando la comprensione delle cose.

In passato, l’epistemologia della scienza sosteneva l’esistenza di un principio lineare di causa ed effetto che permetteva agli scienziati di osservare l’andamento degli eventi in maniera asettica e distaccata.

Allora, tutta la ricerca era orientata a spiegare una realtà unica e immodificabile della quale era necessario individuare le leggi.

Oggi, invece, i fondamenti della scienza sono cambiati e gli scienziati ci mostrano la coesistenza di più punti di vista differenti, sottolineando il ruolo di chi osserva e il rapporto tra l’osservazione e ciò che viene osservato, e descrivendo una realtà cangiante fatta di relazioni e possibilità infinite.

Ogni cambiamento epistemologico scompiglia i presupposti teorici del pensiero e modella un diverso modo di stare al mondo.

Progressivamente e impercettibilmente, infatti, i risultati delle indagini scientifiche si spostano dal chiuso dei laboratori al fermento della vita quotidiana, improntando i nostri modi di pensare e di vivere.

Così, mentre la vita influenza la scienza, la scienza influenza la vita … e insieme danno forma a un percorso di conoscenza fatto di aggiustamenti continui e in continua evoluzione.

In un tempo non molto lontano dal presente, lo studio della psicologia non esisteva e gli scienziati non si preoccupavano di analizzare ciò che accade nel mondo interiore.

La psiche era considerata materia esclusiva degli psichiatri che ne esaminavano i meccanismi nel tentativo di risolvere il malfunzionamento del cervello.

Ai primi del novecento, però, il neurologo austriaco Sigmund Freud postulò l’esistenza di un inconscio capace di incidere sul corpo fisico e sulla vita delle persone, e posto in uno spazio introspettivo oltre la percezione cosciente.

Non molto tempo dopo, uno dei suoi allievi, lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung, approfondì la scoperta del mondo interiore evidenziando la presenza di un inconscio collettivo depositario di una conoscenza ancestrale e infinita.

Oggi la psicologia clinica non può prescindere dall’inconscio (individuale e collettivo) e la psicoterapia vanta una casistica molto ampia di remissione dei sintomi ottenute grazie al lavoro con la dimensione interiore.

L’epistemologia che sostiene la ricerca sulla salute ha avvalorato la scoperta dell’inconscio estendendo il concetto di coscienza fino a comprendere una percezione più vasta della mente razionale e posta al di fuori dei limiti del cervello.

La coscienza, perciò, ha subito nel tempo una profonda evoluzione e, se in passato indicava esclusivamente ciò che esiste entro l’orizzonte della consapevolezza, oggi ha assunto una connotazione più ampia, segnalando una dimensione che oltrepassa i limiti angusti della mente e del corpo per collocarsi al di fuori delle coordinate spazio temporali.

Sia la meccanica quantistica che il biocentrismo, infatti, segnalano l’importanza di un principio vitale che intreccia il mondo interiore con quello esteriore dando forma a una realtà mutevole e soggettiva.

La dimensione psichica perciò non riguarda più soltanto la percezione individuale ma comprende qualcosa di più ampio e trascendente chiamato: coscienza.

Come espone il primo principio del Biocentrismo: 

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“Quello che percepiamo come realtà è un processo che coinvolge la nostra coscienza. Se esistesse una realtà esterna a noi stessi, dovrebbe trovarsi in uno spazio, ma lo spazio e il tempo non sono assoluti, sono solo strumenti usati dalle menti umane e animali.”

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Partendo dalla considerazione che nessuna disciplina scientifica è mai stata capace di spiegare in che modo la coscienza possa emergere dalla materia, il biologo americano Robert Lanza dimostra che non esiste una realtà separata da chi la sperimenta perché la coscienza intreccia ogni cosa e la vita precede l’esistenza dell’universo (e non viceversa).

Come scrive nel suo libro Oltre il biocentrismo:

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“Non esiste un universo senza percezione. La coscienza e il cosmo sono correlati; sono una cosa sola.”

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Ecco quindi che negli anni duemila prende forma una diversa epistemologia della scienza e della coscienza capace di fornire risposte nuove ai quesiti sulla vita e sulla morte che da sempre tormentano l’animo umano.

Carla Sale Musio

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Mar 06 2019

CHE COS’È LA COSCIENZA: guardare la morte con occhi nuovi

Nel linguaggio comune coscienza è sinonimo di consapevolezza e indica tutto ciò di cui abbiamo cognizione.

Tuttavia, da un punto di vista psicologico, si può essere consapevoli consciamente ma anche inconsciamente.

E questo rende la coscienza molto più ampia di quanto non si creda.

Per definizione l’inconscio è la sede delle cose di cui siamo inconsapevoli, il contenitore dove sono raccolte le memorie della nostra vita, della nostra famiglia, della nostra specie, della nostra… Totalità.

L’inconscio, l’infinito e la coscienza hanno in comune la mancanza di confini, cioè appartengono a un diverso modo di guardare la vita: non più soggetto ai parametri dello spazio e del tempo ma… pervasivo.

Esiste qualcosa che osserva il mondo dal primo all’ultimo minuto.

Come individui possiamo essere a conoscenza di questa percezione oppure ignorarla.

Tuttavia, la sua presenza silenziosa e profonda ci accompagna sempre.

La coscienza è una percezione intima e neutrale, fatta di totalità e soggettività insieme.

E non dipende dal cervello.

Il cervello è lo strumento che la coscienza utilizza per codificare i vissuti emotivi e muoversi nella realtà materiale.

Ecco.

Lo so.

Questa affermazione fa saltare subito la mosca al naso.

Ma qualcuno deve pur dirlo.

E non può che essere uno psicologo.

Cioè uno studioso che si occupa della coscienza.

Tutto il giorno.

Tutti i giorni.

(Tranne quando è in ferie.)

Agli scienziati newtoniani la sudditanza del cervello alla coscienza non piace.

Preferiscono rapportarsi a un’oggettività ben distinta dalla soggettività di chi guarda.

Tuttavia, la fisica moderna ha dimostrato che senza un osservatore la realtà che noi conosciamo non potrebbe esistere.

Infatti, le coordinate con cui interpretiamo i fenomeni dipendono dal punto di vista attraverso il quale strutturiamo la nostra osservazione.

Chi osserva dà forma a ciò che avviene.

Difficile da digerire dopo anni di fisica newtoniana studiata alle elementari, alle medie e anche alle superiori.

Già.

Perché a scuola non si insegna mica la fisica dei quanti!

Non è nemmeno prevista nei programmi ministeriali.

Gli psicologi, però, con la coscienza devono fare i conti e, proprio come i fisici quantistici, sono costretti a considerare l’importanza del punto di vista.

Il cambiamento epistemologico di questo nuovo millennio poggia sull’acquisizione che la coscienza è un principio infinito, onnicomprensivo, privo di materialità e perciò non soggetto ai codici spazio temporali che definiscono il mondo fisico.

Ogni psicoterapeuta lo verifica quando cura usando le parole e aiutando i pazienti a modellare la propria vita grazie a una diversa lettura degli avvenimenti.

Sono proprio gli psicologi i divulgatori di una visione più ampia della coscienza.

I primi a sostenere il peso di questa nuova epistemologia.

Durante le sedute di psicoterapia, infatti, l’osservatore/paziente agisce sulla realtà materiale orientando il cervello a scorgere comprensioni nuove e più funzionali mentre esplora la dimensione infinita della coscienza.

Per aiutare i pazienti a far emergere le proprie risorse gli psicoterapeuti li conducono a superare i limiti del cervello, avventurandosi costantemente tra le profondità della psiche e muovendosi nella dimensione impalpabile e incommensurabile della coscienza.

Questo lavoro permette di sperimentare la pregnanza della dimensione immateriale fino a modificare la propria vita.

Non è un procedimento concreto.

Durante la psicoterapia si parla… e basta.

Ma il potere della coscienza diventa evidente nei comportamenti di chi, al termine di quel lavoro, si sente meglio.

La coscienza non è materiale e non è fisica.

È una dimensione che comprende la fisicità ma utilizza i parametri della Totalità.

Tutto è uno.

Come sopra così sotto.

Sono affermazioni dell’ermetismo che ne propongono una buona sintesi.

Quando si affronta il problema della morte non si può che accogliere questa nuova epistemologia restituendo alla coscienza la sua priorità.

Infatti, solo riconoscendone la pervasività diventa possibile aprirsi alle realtà interiori e comprendere il valore della soggettività.

Tutti quanti sperimentiamo la preminenza della coscienza quando ci innamoriamo.

In quei momenti l’osservatore, la soggettività e il punto di vista diventano strumenti imprescindibili per validare la realtà.

Nessuno può provare scientificamente l’amore al di fuori di chi lo vive.

Tuttavia, l’amore esiste.

(E, di sicuro, anche gli scienziati newtoniani ogni tanto si innamorano.)

L’amore ci aiuta a comprendere il valore di quella percezione onnipresente e personale che permea ogni cosa.

In quella presenza infinita e soggettiva possiamo abbracciare anche chi non possiede più un corpo e ritrovare la continuità dei legami, ben oltre i limiti della fisica imparata a scuola.

Nella coscienza ogni inizio e ogni fine perdono quella demarcazione che li rende antagonisti e incompatibili per congiungersi in una circolarità capace di accostarsi alla morte con occhi nuovi, rivelando il potere che sta dietro alle cose, il Tutto da cui prende forma la realtà.

Carla Sale Musio

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Feb 22 2019

HO SCRITTO UN LIBRO PER DARE VOCE A CHI NON HA PIÙ UN CORPO

Sono convinta che la morte riguardi soltanto il termine dell’esperienza fisica e che l’amore non finisca mai perché esiste in una dimensione della coscienza che è fuori dalle coordinate dello spazio e del tempo.

In quel luogo fatto di percezioni e sensazioni intime è possibile ritrovare le persone che non hanno più una fisicità.

Siamo abituati a pensare in termini di concretezza e materialità, tuttavia, facendo il mio mestiere si impara a muoversi anche in dimensioni diverse.

Sono territori poco concreti ma reali e capaci di regalarci la gioia o la sofferenza, l’armonia o la paura, il benessere o la malattia.

Nel mondo psicologico ci si avventura sempre sui terreni scivolosi e poco frequentati dell’immaterialità e capita spesso di vivere esperienze di vita oltre la morte.

Molti uomini e donne chiedono aiuto quando il lutto rende terribile l’esistenza.

In quei momenti si sta talmente male che niente sembra dare sollievo al dolore.

Eppure…

Sono tante le persone che raccontano sogni, emozioni ed esperienze a testimonianza di una vita che prosegue sempre.

Anche senza il corpo.

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L’AMORE NON HA CONFINI

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E i legami affettivi dopo la morte crescono e si evolvono, costruendo un ponte capace di unire la vita fisica con la vita non fisica e permettendo a chi si vuole bene di ritrovarsi e di abbracciarsi ancora.

Certo, non è facile.

Occorre imparare un nuovo modo di stare insieme e di comunicare.

Ma ciò che a prima vista appare impossibile a poco a poco prende forma rivelando possibilità insperate.

Quando studiamo una lingua straniera dobbiamo abbandonare gli schemi conosciuti e avventurarci in una grammatica nuova e in un diverso gergo espressivo.

Allo stesso modo quando esploriamo il mondo della coscienza e della Totalità dobbiamo aprirci a una modalità differente di leggere gli avvenimenti, tollerando l’inesperienza e la goffaggine che caratterizzano ogni apprendimento.

Il libro:

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COMUNICARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO

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tratteggia un’epistemologia dell’anima capace di aiutare la ragione a sopportare le stranezze del cuore.

E delinea una via per dialogare con chi non fa più parte della nostra fisicità ma esiste in una realtà immateriale da cui è possibile leggere e condividere i sentimenti con grande intensità.

L’amore è un linguaggio primordiale e infinito.

Nella nostra società è guardato con sospetto, insofferenza e derisione.

Per questo è difficile riconoscerlo, soprattutto nei momenti di dolore.

Chi affronta la morte di una persona cara sa che la vita non può avere un capolinea.

Lo sente dentro… anche se fa fatica a crederci.

La paura di trovare una consolazione ingenua e a buon mercato è sempre dietro l’angolo.

Tuttavia, la scienza ha dimostrato l’esistenza di mondi che erano sconosciuti fino a qualche tempo fa.

E oggi la coscienza non è più considerata solamente un prodotto del cervello ma uno stato dell’essere che intreccia inscindibilmente ogni realtà e si avvale dello spazio, del tempo e dell’amore per fare un’esperienza di sé.

Comunicare con chi non ha più un corpo è possibile, avviene sempre e tutte le creature che abbiamo amato e hanno lasciato la dimensione terrena cercano di ricordarcelo costantemente.

Sta a noi decidere se ascoltare il loro messaggio interiore o chiudere ogni comunicazione confinando tutto ciò che non si può toccare in un angolo del nostro inconscio.

Il tempo è soltanto uno strumento per muoverci nella fisicità.

Nel mondo intimo della coscienza esiste un SEMPRE carico di significato.

E sempre pronto a rivelarci la sua realtà nel momento in cui saremo capaci di accettarla.

Carla Sale Musio

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Mar 28 2018

AL DI LÀ DEL BENE E DEL MALE: il linguaggio dei paradossi

Proveniamo da una Totalità senza confini e adattarci a vivere dentro le coordinate dello spazio e del tempo non è facile.

Da sempre una conoscenza antica racconta alla coscienza le origini profonde da cui scaturisce la vita.

Ma per l’orecchio umano, assuefatto ai suoni della fisicità, è difficile percepirne i sussurri.

Arriviamo da uno spazio immemore che la mente non può contenere, e impariamo a muoverci con fatica dentro i limiti imposti dall’identità necessaria per muoversi nella fisicità.

Così, una vota raggiunta la capacità di decodificare l’ambiente che ci circonda, con i codici condivisi della materialità, abbiamo paura di perdere il controllo sulla realtà e nascondiamo nelle profondità di noi stessi il ricordo di quella Totalità originaria.

Tuttavia, eclissare la vastità della vita nei confini angusti della nostra percezione fisica limita inevitabilmente la comprensione dell’esperienza terrena e disperde il significato dell’esistenza, frammentandolo in tante verità, spesso antitetiche.

L’esperienza materiale permette di individuare ogni singola componente del Tutto dentro un percorso di conoscenza che non ha fine.

Solo così, infatti, quel Sempre senza spazio né tempo, da cui ogni cosa ha origine, può finalmente individuare se stesso.

Questa frammentazione, indispensabile alla conoscenza, spezza l’Infinito nell’esperienza della nostra quotidianità, dando origine a tante opposizioni, a tante guerre e a tanta violenza.

Quando il bene e il male prendono forma nella psiche, la Totalità sperimenta la propria molteplicità, abbandonando il vuoto senza confini, che pure le appartiene, per identificarsi in ogni singola identità di se stessa.

È il meccanismo che dà forma all’io e al tu e scinde l’Eterno nello spazio e nel tempo, forgiando la materia così come la conosciamo e portandoci a combattere le innumerevoli apparenti fazioni contrarie, dentro il gioco di specchi che chiamiamo: vita.

Vero e falso, giusto o sbagliato, buono o cattivo… sono aspetti divisi di una stessa realtà infinita e il cammino della conoscenza (intrapreso per rivelare ciò che è) ci conduce un passo dopo l’altro a scoprire quella integrità interiore in grado di contenere gli opposti dentro un’unica verità.

È un percorso evolutivo lungo e difficile.

Ricomporre il mandala della Totalità colorando ogni singolo punto di vista con la propria verità significa attraversare la vita sentendo vibrare l’Infinito dentro ogni polarità contrapposta.

L’effetto è quello di un’insostenibile incoerenza.

Ciò nonostante, solo l’accoglienza di questa poliedricità permette alla psiche di comprendere la propria multidimensionalità, superando le barriere imposte dalla logica grazie al valore maieutico dei paradossi.

È in quello spazio indefinito e creativo che la mente può accogliere l’imponderabile e modellare una cultura nuova: capace di rivelare l’Eternità (con il suo progressivo srotolarsi nelle forme dell’identità) e di intrecciare il sapere misterioso del cuore insieme a quello della ragione.

Carla Sale Musio

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Mar 05 2018

TUTTO & UNO. TUTTO È UNO?

La percezione della Totalità è un ricordo inciso a fuoco nella nostra Anima e impregna di sé l’esperienza della vita intrauterina da cui tutti proveniamo.

Nella pancia della mamma il me e il Tutto sono la stessa cosa.

In quei primi nove mesi di vita, il concetto d’identità non ha ancora preso forma nella psiche e la realtà è un’unica indistinta sensazione di esistere.

È nel momento del parto che la Totalità idilliaca della gravidanza si incrina e l’identità è costretta a prendere forma, dando vita a un me che dovremo imparare a distinguere dall’altro, il diverso, ciò che appare separato e sembra non appartenerci più.

Dopo la nascita la vita si frammenta in polarità: coppie di opposti tra le quali ci sentiamo spinti a operare una scelta.

Diventiamo adulti selezionando le cose in categorie contrapposte: buono o cattivo, bello o brutto, giusto o sbagliato…

In questo modo abbandoniamo la nostra integrità originaria e scopriamo la diversità: tutto ciò che crediamo non faccia più parte di noi.

È per sfuggire a quell’alienità che continuiamo a scegliere e ad avventurarci nella vita, selezionando quello che ci piace e scartando ciò che non ci piace, nel tentativo di impersonare nell’esistenza l’immagine idealizzata di noi stessi.

Tuttavia l’esperienza della vita è un lungo e progressivo riappropriarsi dell’integrità, fino a raggiungere una completezza che al termine dell’esperienza terrena si arricchisce di una nuova consapevolezza: la coesistenza delle polarità nel mondo interiore.

Come ci insegna la fisica dei quanti, esistono sempre un’onda e una particella che sono diverse e anche la stessa cosa.

Sembra un paradosso, eppure spiega una profonda verità rivelandoci il segreto del nostro esistere.

Noi stessi siamo costantemente: un’onda di probabilità infinite e coesistenti e anche una particella limitata e relativa.

Il nostro percorso di crescita è il percorso di consapevolezza con cui il Tutto, durante l’esperienza della materialità, esplora ogni parte di sé, analizzandone le peculiarità e le diversità e acquisendo la conoscenza di ogni aspetto dell’infinito: l’identità insieme alla completezza dell’esistere, la coesistenza delle polarità.

L’unico modo per conoscere la propria infinità, infatti, è osservarne le caratteristiche dall’esterno, spostando il punto di vista fino a comprendere ogni possibile angolazione.

Solo così l’oceano e la goccia (che lo compone) imparano a coesistere in un’identità parcellizzata e totale insieme.

È la logica dei paradossi, quella che conosce il linguaggio dell’Anima e spiega il percorso della vita, l’apparente incoerente coesistenza del particolare e dell’universale in un’unica verità.

La mente fatica a tenere il passo.

I paradossi parlano il linguaggio dell’Infinito e spiegano al cuore ciò che la logica non riesce a decifrare.

Quando ci avviciniamo alla realtà dei mondi invisibili dobbiamo lasciare che l’emozione guidi i nostri passi e arrenderci ai limiti di una razionalità che è utile soltanto nei ristretti confini della materialità.

Oltre le coordinate dello spazio e del tempo esiste il Tutto, l’infinito vuoto che comprende ogni cosa, l’enigma irrisolvibile che paralizza la mente e che il cuore riconosce d’istinto.

Senza bisogno di parole.

Carla Sale Musio

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Ago 21 2017

PARLARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO

Parlare con chi non possiede più un corpo è un’impresa difficile in un mondo abituato a usare le parole per diluire le emozioni.

I vocaboli veicolano l’energia dei sentimenti dentro suoni carichi di significato, ma l’abitudine a comunicare solo grazie al linguaggio parlato ci spinge a dimenticare il valore intimo che lo sottende.

Succede a tutti di esprimere frasi prive di una reale carica emotiva, suoni vuoti di energia, involucri senza contenuto.

Amiamo la poesia perché i poeti fanno vibrare le parole di vissuti interiori, ricordandoci il valore di una comunicazione che intreccia la mente con il cuore.

Quando i vocaboli sono privi di risonanza con la vita intima, il dialogo diventa un atto sterile e artefatto.

Ne abbiamo un esempio evidente in tutte le espressioni formali:

“Come stai?”

“Bene grazie, e tu?”

“Buongiorno”

“Buonasera”

“Sentite condoglianze”

“Buon Compleanno”

“Tanti auguri”

“Cento di questi giorni”

“Congratulazioni”

Modi gentili che rispettano le consuetudini ma che spesso sono privi di una reale energia emotiva.

Per comunicare con i defunti bisogna abbandonare le parole e avventurarsi nel mondo delle sensazioni.

Dobbiamo prestare attenzione a ciò che succede dentro di noi e fidarci di quelle percezioni che accompagnano i nostri discorsi senza fare rumore.

Questo tipo di ascolto può rivelarsi molto difficile per quanti sono soliti concentrarsi sui suoni piuttosto che sulle emozioni.

Sono visioni, ricordi, impressioni, stati d’animo, consapevolezze veloci e sfuggenti che appaiono (e scompaiono rapidamente) sotto la soglia del mondo fisico in cui siamo abituati a focalizzare la nostra attenzione.

Per incontrare chi fisicamente non c’è più, occorre fidarsi di ciò che si sente dentro, senza pretendere una verifica formale.

Perché la vita interiore non può avere altre conferme di quelle che riceve da se stessa.

Per comunicare con le persone che vivono nelle dimensioni immateriali, è indispensabile assumersi la responsabilità di ciò che ci succede intimamente e non ostinarsi a cercarne le prove concrete.

La concretezza, infatti, non appartiene alle realtà interiori.

In quei luoghi ciò che è corporeo non funziona.

La realtà al di fuori del mondo fisico utilizza codici diversi dalla materialità e per comprenderne il significato è indispensabile seguire il proprio cuore.

Solo il cuore, infatti, può stabilire la veridicità delle emozioni e fidarsi della loro autenticità, a dispetto di ogni prova scientifica.

L’amore non è scientifico.

È reale.

E possiede una certezza così pregnante per chi la vive, da non aver bisogno di dimostrazioni.

La soggettività è il linguaggio dell’amore e l’unica convalida possibile quando si tratta di comunicare con chi è privo di corporeità.

Cercarne le conferme all’esterno non ci aiuta.

È necessario concedersi il permesso di credere senza pretendere altra prova che quella del proprio ascolto interiore.

Viviamo in un periodo in cui il conformismo ci fa sentire sicuri e integrati spingendoci ad adottare i modi e le convinzioni delle persone che abbiamo intorno.

Ma, per ritrovare chi abbiamo amato, anche dopo la morte, è necessario abbandonare questo bisogno di omologazione e sopportare il peso dell’autonomia.

Solo tu puoi sapere se ciò che senti è un sogno, una visone, una comunicazione o una fantasia!

Così, mentre la logica scrolla la testa, dobbiamo imparare a camminare a braccetto con l’incertezza, lasciando che il cuore ci guidi a incontrare le creature cui siamo legati.

Oltre le coordinate dello spazio e del tempo.

Nelle profondità dell’Amore.

L’empatia non ha bisogno di essere provata scientificamente, trova le sue verifiche nello scambio affettivo che abbiamo con le altre forme di vita.

Quando attiviamo le potenzialità dell’emisfero destro del cervello, ci muoviamo negli spazi dell’emotività e della sensazione e grazie a queste facoltà (diverse dalla razionalità che caratterizza l’emisfero sinistro) incontriamo gli altri su un piano intimo, intenso e profondo.

Gli animali lo sanno e si lasciano guidare dall’istinto.

Sentono interiormente cosa è giusto fare o non fare, dove è meglio andare, di chi ci si può fidare… e lasciano che queste percezioni dirigano la loro vita e le loro scelte.

Senza bisogno di usare le parole.

Gli esseri umani, invece, hanno costruito una civiltà fatta di finzioni e imparano a nascondere la verità dietro alle maschere necessarie per sentirsi parte della società.

In questo modo la nostra specie ha perso il contatto con le potenzialità dell’emisfero destro e, per sapere se qualcosa è vero, si sente costretta a dimostrarlo… in laboratorio.

Ma l’amore non si può comprovare.

Bisogna viverlo e sperimentarne in se stessi l’autenticità.

I legami affettivi appartengono al mondo dei sentimenti.

Per questo, dopo la morte di una persona cara, è indispensabile permettersi di seguire il richiamo del cuore e lasciare emergere la certezza di ritrovarsi ancora, a dispetto dei ragionamenti, del dolore, della mancanza e della scienza.

Solo l’amore può contenere l’eternità.

E, quando il corpo non esiste più, ci guida a incontrare chi abbiamo amato.

Oltre le barriere del linguaggio e della concretezza.

Nel mondo intimo e scivoloso dell’affettività.

Carla Sale Musio

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Giu 27 2017

INCONTRARSI DOPO LA MORTE

  • È possibile riconoscere la presenza di una persona che non ha più un corpo?

  • Come facciamo a sapere che si tratta proprio di chi abbiamo amato e non di un prodotto della nostra fantasia?

  • È il dolore che spinge a cercare una consolazione nel sogno di una vita che continua dopo la morte, o davvero ci si può ritrovare ancora?

Per rispondere a queste domande è indispensabile cambiare prospettiva e osservare gli eventi con lo sguardo del cuore, senza lasciarsi intrappolare negli stereotipi culturali che ammalano la civiltà.

Nella nostra cultura, il cuore è considerato una romanticheria adatta a persone poco concrete, inattendibili e con la testa tra le nuvole.

Le cose reali sono quelle che si possono quantificare, misurare, calcolare e, possibilmente, trasformare in business.

L’economia detta legge in tutti i settori e arriva a sindacare persino nelle profondità di noi stessi.

Viviamo nella dittatura del sistema produttivo e l’arroganza monetaria ha trasformato i sentimenti in smancerie, prive d’intelligenza.

Per inseguire il reddito dimentichiamo che il benessere e la salute affondano le radici dentro una soggettività fatta soprattutto di sensibilità.

La crescita esponenziale di tante patologie psicologiche indica una falla nella gestione materialista della vita e segnala l’urgenza di un cambiamento capace di ridare valore al mondo intimo di ciascuno.

L’amore è un fatto personale: poco quantificabile, poco misurabile, poco riproducibile in laboratorio.

E, per questo, è stato dichiarato scientificamente: inesistente.

Eppure, l’amore è reale.

Lo sanno con certezza tutti quelli che ne sperimentano gli effetti dentro di sé.

La sensibilità ha un potere che non si può comprare e permette alla vita di dispiegarsi nelle sue infinite possibilità.

L’amore è uno stato d’animo.

Perciò, è sempre un fatto personale.

Ognuno lo vive a modo suo.

Questo non significa che non esista.

La vita psichica è soggettiva.

Soggettiva non vuol dire inesistente.

Vuol dire che ognuno se ne assume la responsabilità, senza dover cercare all’esterno le conferme necessarie a convalidare ciò che vive.

Tutta la psicologia poggia sull’assunto di una soggettività che si fa legge e diventa verità per chi la sperimenta.

Agli specialisti della psiche non verrebbe mai in mente di mettere in dubbio l’autenticità dei vissuti interiori.

Tuttavia, nessuno psicologo si sognerebbe di estendere la soggettività, trasformando in verità universali le percezioni individuali.

Per la psicologia: realtà, verità, soggettività ed emotività, camminano a braccetto, accompagnando ogni persona lungo un percorso unico, ricco di realtà e di significato.

La ricerca scientifica basata sulla riproducibilità è funzionale alle statistiche e ai business, ma non si adatta alle esperienze interiori, che trovano il proprio valore nella sensibilità individuale.

La perdita di una persona cara è un evento personale.

Addentrasi nel mondo intimo della percezione della morte, ci porta a esplorare una realtà che trova nella ricettività di ciascuno le proprie conferme.

È un concetto difficile da digerire in una società che pretende di cancellare i sentimenti e che ha trasformato il consumo nell’unico obiettivo degno di valore.

Ma l’amore e l’economia sono diversi e non possono essere valutati con gli stessi strumenti.

Quando affrontiamo il tema di una continuità dopo la morte, dobbiamo usare i codici della psiche, ed esplorare gli accadimenti permettendoci di convalidare gli incontri sulla base della nostra esperienza personale.

Le persone che non hanno più il corpo, per coltivare una relazione hanno bisogno di comunicare in un profondo legame emotivo.

E il legame emotivo è qualcosa che succede dentro, non fuori, di noi.

Perciò, le prove necessarie alla ricerca scientifica sperimentale e ripetibile, sono inadatte.

Occorre spostare il punto di vista e permettersi di credere alle percezioni interiori, sviluppando un ascolto fatto di sensazioni, di simboli, di archetipi, di visioni, di improvvise rivelazioni, di emozioni indefinibili e di magia.

Perché sono proprio queste le peculiarità della vita emotiva.

E perché è all’interno di quei piani della coscienza che possiamo incontrare chi abbiamo amato.

Bisogna tenere sempre presente, però, che la personalità è strettamente intrecciata alla fisicità e che la mancanza di fisicità cambia l’identità.

Per questo motivo, la pretesa di ritrovare i nostri cari, nelle stesse forme in cui li conoscevamo quando possedeva il corpo, è destinata a essere delusa.

Quando il corpo muore, infatti, muore anche la personalità.

E quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti che determinavano il carattere durante l’esperienza materiale, va perduto.

Questa è una delle principali ragioni che ci spingono a rifiutare la continuità della vita dopo la morte.

Il dolore e la mancanza ci inducono a cercare le persone che abbiamo amato nelle loro sembianze del passato e a volerle ritrovare con le modalità che un tempo le hanno rese uniche e speciali, ma questa pretesa di continuità non permette di evolvere il legame e inibisce l’ascolto interiore.

Dopo la trasformazione che si accompagna alla perdita del corpo, i nostri cari sono diversi da prima e, per poterli incontrare, è indispensabile accettare la loro evoluzione.

Quando il corpo e la personalità non ci sono più, ciò che resta è una profonda consapevolezza di sé, affrancata dagli aspetti necessari a muoversi nella vita fisica.

Dopo la morte, l’amore si libera dai bisogni di appartenenza e riconoscimento, e può esprimere se stesso in una totalità più ampia, più profonda e più intima.

Per ritrovare i nostri cari, dobbiamo essere pronti a seguirli nel loro percorso di cambiamento e accettare le trasformazioni che la morte del corpo porta con sé.

Solo così diventa possibile coltivare i legami, evolvendo insieme nella capacità di amare.

Ecco perché, di solito, le immagini che i disincarnati utilizzano sono un’icona, necessaria soltanto per farsi riconoscere.

Al di là di quella percezione, si estende il mondo impalpabile della loro realtà, lo spazio della coscienza in cui dobbiamo imparare a protenderci, per creare un ponte che avvicini le dimensioni e permetta all’amore di fluire.

Oltre i limiti dello spazio, del tempo e della corporeità.

Carla Sale Musio

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