Tag Archive 'bambino interiore'

Ott 16 2019

ADOTTARE IL BAMBINO INTERIORE: la ricetta per la felicità

Mettere in relazione l’adulto che siamo diventati con il bambino che siamo stati è l’unica medicina capace di curare le ferite dell’infanzia e sviluppare una relazione sana con noi stessi e con il mondo che ci circonda.

L’attesa magica di un genitore capace di accudire ogni esigenza trova la sua soluzione quando nella personalità si struttura la possibilità di badare a se stessi fino a soddisfare autonomamente i propri bisogni affettivi.

Questo non significa perdersi in un solipsismo egocentrico e narcisista, al contrario! È il fondamento di ogni relazione di reciprocità.

Infatti, solo quando l’adulto interiore adotta il bambino interiore si sviluppa la possibilità di vivere uno scambio emotivo appagante.

Il sogno di trovare miracolosamente tutte le risposte alle proprie necessità emotive appartiene all’infanzia ed è destinato a scontrarsi inevitabilmente con la realtà e con i limiti dei genitori.

Nessuna mamma e nessun papà potrà mai essere perfetto, nonostante l’impegno.

La vita è fatta di un continuo appropriarsi delle responsabilità… fino a scoprire che tutto (ma proprio tutto!) è un’opportunità per sviluppare la resilienza e trasformare le difficoltà in risorse.

I genitori ci offrono un’occasione per crescere.

Le loro imperfezioni sono l’humus in cui si sviluppa la nostra verità.

Evolvere in saggezza il dolore che deriva dalle loro incapacità fa parte della crescita.

Mentre abdicare al potere che si nasconde dietro al superamento di quelle sofferenze vuol dire rinunciare all’autonomia e all’indipendenza.

Siamo liberi soltanto nel momento in cui possiamo cambiare il nostro destino.

E questo avviene quando riveliamo il significato nascosto dietro a ciò che fa male e non ci piace.

Il dolore dell’infanzia è il dolore più terribile che si possa provare, perché la psiche dei piccoli non possiede ancora i confini entro cui arginarlo.

Eppure… proprio da quel dolore può prendere forma la libertà.

La sofferenza costringe a guardare oltre e a cercare il valore nascosto dietro alle cose.

Sviluppare la resilienza significa evolvere l’handicap in abilità e trasformare in saggezza la paura e il dolore.

Non è facile.

E non è impossibile.

Quando osserviamo con gli occhi dell’adulto la storia della nostra vita e riviviamo le emozioni del passato con la sensibilità del bambino, nel mondo intimo ha luogo un’alchimia capace di ridare profondità all’esistenza.

Adottare il bambino interiore non è un atto magico e nemmeno un’azione fisica.

È un atteggiamento volto ad accogliere i vissuti infantili senza censurare l’angoscia e senza vendicarla.

È la capacità di prendere gli eventi sulle proprie spalle come se fossero una responsabilità personale.

L’adulto sa che tutto dipende da lui.

Il bambino si fida e può abbandonarsi alle emozioni.

Da questa sinergia scaturisce la libertà, non perché si cancellano le proprie radici e la propria storia ma perché se ne evidenzia la necessità nel disegno più ampio della vita.

Carla Sale Musio

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Lug 31 2019

GENITORI CATTIVI E ANIME GEMELLE: un binomio pericoloso

Tutti i bambini sono convinti di meritarsi i genitori che hanno.

E questo vale nel bene e nel male.

L’egocentrismo (fisiologico durante l’infanzia) li spinge a credere che il mondo rifletta il loro valore.

Perciò se i genitori sono bravi significa che loro (i figli) sono bravi, mentre se i genitori sono cattivi vuol dire che loro (i figli) sono cattivi.

Questa visione autoreferenziale impernia il mondo dei piccoli ma determina anche tante convinzioni sbagliate che ci portiamo appresso nell’età adulta.

Da bambini, infatti, traiamo conclusioni sulla vita e su noi stessi che in seguito non correggiamo più.

Sono giudizi a cui arriviamo in base alle conoscenze del momento e con un’esperienza fatta soprattutto di emotività.

La logica, la razionalità, il pensiero astratto, l’obiettività, la riflessione… si formano col tempo, quando ormai le decisioni sono state prese.

È solo nel corso di un’attenta crescita personale che il pensiero infantile può essere compreso alla luce dell’esperienza adulta.

Ognuno di noi costruisce le proprie credenze durante le emergenze della vita e quasi sempre archivia quelle convinzioni senza metterle in dubbio.

A scuola ci vengono insegnate tante nozioni.

Tuttavia nessuno spazio è riservato alla comprensione del mondo interiore.

I telegiornali non ne parlano.

Le pubblicità… meno che mai!

Senza rendercene conto diamo per scontate opinioni che si sono formate in un periodo in cui non avevamo gli strumenti necessari a decodificare gli avvenimenti.

La maggior parte delle persone cresce senza mai fermarsi a riflettere sulla propria infanzia e sugli errori di valutazione che scaturiscono dall’inesperienza.

Per molti la psicologia è ancora un argomento sconosciuto e (ahimè!)… poco credibile.

Ecco perché da adulti la pretesa di un risarcimento danni da parte del destino si fa largo nella psiche senza che sia possibile metterla ragionevolmente in discussione.

E il pensiero di essersi meritati i genitori… assume le sembianze di un dogma, una valutazione su se stessi e sull’esistenza che condiziona la qualità della vita.

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Ma cosa comporta questa certezza e che ripercussioni può avere sulle scelte quotidiane?

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Il pensiero di essersi meritati i genitori è imbevuto di egocentrismo e sostiene l’idea della colpa e della punizione.

Alla luce di queste convinzioni bambine, avere dei genitori poco amorevoli significa avere in sé qualcosa di sbagliato che merita la punizione e perciò la cattiveria di papà e mamma.

Chi vive un’infanzia difficile spesso è convinto di avere dentro qualcosa che non va, un difetto che diventa una colpa e che spiega in termini semplici e spietati il perché della sofferenza patita.

In questo modo l’ingiustizia si trasforma nella legittima espiazione di crimini commessi non si sa dove e non si sa quando ma che devono esistere per motivare il dolore subito.

Nasce così quella bassa autostima che paralizza tante persone nonostante l’evidenza del successo e delle proprie capacità.

Superare da soli questi vissuti infantili spesso è impossibile e per sentirsi in pace con la propria identità è indispensabile ripercorrere all’indietro la strada della crescita grazie all’aiuto di uno psicologo, sciogliendo i nodi stretti intorno alle conclusioni di un tempo.

Tuttavia esiste una scorciatoia veloce (e pericolosa) che passa attraverso l’idealizzazione del partner.

Infatti, se mamma e papà sono stati cattivi senza che io abbia meritato l’angoscia vissuta durante l’infanzia, la vita ha un debito con me: mi deve un risarcimento grazie al quale finalmente potrò godermi quell’amore incondizionato che sento di meritare.

Ecco quindi nascere il mito dell’anima gemella!

Prende forma dalle fiabe e dalle aspettative egocentriche del passato e si dispiega rigoglioso… fino a diventare un’aspettativa indiscutibile.

In seguito a questo meccanismo il Principe Azzurro o la Principessa Azzurra incarneranno il sogno di un amore unico, speciale e illimitato: lo stesso che avremmo voluto ricevere dai genitori.

Quello che nessun genitore sarà MAI in grado di dare… perché appartiene a una dimensione affettiva e spirituale che esiste fuori dalle coordinate spazio temporali in cui viviamo la nostra esperienza umana.

Un amore intriso di vissuti infantili e foriero di tante incomprensioni.

Un amore che possiamo trovare soltanto dentro noi stessi, una volta diventati adulti.

Solo gli adulti che siamo diventati, infatti, sono in grado di comprendere e di accogliere il bisogno d’amore dei bambini che siamo stati e possono colmare il vuoto spirituale ed emotivo vissuto alla nascita (durante il passaggio dalla dimensione infinita e immateriale nell’esperienza fisica fatta di concretezza e di polarità: buono/cattivo, bene/male, giusto/sbagliato).

Ascoltare il dolore dell’infanzia significa prendersi finalmente cura di sé in prima persona.

Senza delegare.

E senza pretendere dagli altri quello che non siamo capaci di darci da soli.

L’amore è un sentimento che nasce nell’anima e poi si dispiega nel mondo, dando forma a un piacere libero dalle pretese e dalla dipendenza che caratterizzano i vissuti infantili.

Carla Sale Musio

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Lug 06 2019

BAMBINO INTERIORE E SCELTE ALIMENTARI

Quando decidiamo di cambiare le nostre scelte nutrizionali il primo ostacolo da gestire è il Bambino Interiore.

I bambini sono emotivi, abitudinari e legati ai ricordi del passato.

Per questo non amano i cambiamenti.

Meno che mai quelli alimentari!

Come già è stato detto tante volte, nella nostra società il cibo occupa sempre più spesso il posto degli affetti.

E a nessuno piace perdere gli affetti.

Ecco perché cambiare alimentazione è così difficile.

Per modificare con successo i menù abituali occorre ripercorrere la strada dei ricordi andando indietro nel tempo… fino a scoprire le radici affettive che tengono vivo il desiderio dei cibi.

E una volta individuati i luoghi e gli avvenimenti che hanno dato vita alle associazioni emotive è indispensabile offrire delle alternative altrettanto gratificanti ai Bambini Che Siamo Stati.

Questo compito può diventare un gioco divertente ma non va sottovalutato.

Perché senza la collaborazione del Bambino Interiore ogni progetto è destinato a fallire.

Nel mondo intimo, infatti, il tempo lineare non esiste e le cose conservano sempre la stessa tensione emotiva.

Per questo abbandonare di punto in bianco certi alimenti può diventare una scelta ardua.

Soprattutto se in passato i momenti felici erano celebrati proprio con quei sapori.

Per raggiungere il cambiamento è necessario costruire momenti e tradizioni nuove ma altrettanto coinvolgenti e gratificanti.

E questo può rivelarsi un’impresa complicata.

In tante famiglie, infatti, il tempo dedicato ai pasti è l’unico spazio concesso agli affetti.

E l’amore si misura in chili piuttosto che in abbracci o condivisioni personali.

Quando il volersi bene non trova altro luogo per esprimersi che la cucina è necessaria una strategia attenta e partecipe per insegnare al Bambino Che Siamo Stati modi nuovi di condividere le emozioni e di raggiungere l’appagamento.

Permettergli di riempirsi lo stomaco invece che nutrire i sentimenti comporta nel tempo molti problemi fisici e psicologici, e causa tante sofferenze.

Per superare efficacemente la dipendenza alimentare occorre esplorare le fonti del piacere nella nostra vita e stabilire aree diverse di gratificazione, alternative alla compulsione alimentare che affligge la nostra civiltà.

Significa osservare attentamente cosa genera il benessere e incanalare le scelte quotidiane verso attività capaci di suscitare l’appagamento e la soddisfazione nel mondo affettivo.

Per qualcuno può essere dipingere, per un altro può trattarsi di ballare o di fare una passeggiata in mezzo alla natura, per un altro ancora può essere la musica ad avere un effetto appassionante e anoressizzante… non esiste una ricetta.

Il cambiamento è un percorso individuale e ognuno deve scoprire dentro di sé le fonti del piacere creativo, espressivo, emotivo… un passo alla volta.

Stravolgere le proprie abitudini in fatto di cibo non è facile.

Ci vogliono attenzione, dedizione e cura.

La crescita passa attraverso trasformazioni successive volte a raggiungere l’amore per noi stessi e a realizzare la missione che siamo venuti a svolgere nel mondo: dare espressione e compimento alla nostra profonda verità.

Carla Sale Musio

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Apr 30 2019

IL BAMBINO INTERIORE

Chiamiamo Bambino Interiore quella parte della psiche che pensa, vive e sente le emozioni come quando eravamo piccoli.

Nell’inconscio il tempo non scorre e tutto esiste in un eterno presente.

Il mondo intimo è popolato di tanti sé che nella cronologia si sono succeduti l’uno all’altro ma nella mente esistono contemporaneamente.

La vita affettiva si arricchisce sempre di nuove possibilità senza perdere ciò che è accaduto prima a favore di ciò che succede dopo.

Prima e dopo sono momenti di un’esperienza lineare molto diversa dall’esperienza emotiva.

La coscienza possiede dimensioni differenti:

  • una è quella pratica in cui ci muoviamo quotidianamente quando andiamo al lavoro, accompagniamo i nostri figli a scuola, ci rechiamo ad un appuntamento o a vedere un film;

  • un’altra è la sfera emotiva in cui tutto è intriso di sensazioni e percezioni (spesso fatte di bene e male, buono o cattivo, giusto o sbagliato e così via);

  • un’altra ancora è lo spazio spirituale dove le dualità e le contrapposizioni si estinguono per fare posto a un sentimento di Totalità in cui tutto ciò che esiste si fonde con l’identità, dilatandola all’infinito e dando origine al benessere che deriva dalla completezza. Quest’ultima è una dimensione cui si accede quando la mente lascia la presa e il bisogno di controllo cede il posto alla fiducia e all’abbandono a un principio creativo più grande.

Solitamente lo scorrere dei fatti s’intreccia con le sensazioni intime.

E le emozioni colorano gli avvenimenti dando vita alle esperienze così come le conosciamo e le viviamo.

Ci sono dei momenti, però, in cui questo intreccio naturale e spontaneo s’interrompe perché qualcosa determina un arresto nel flusso delle percezioni.

Possono essere situazioni coinvolgenti, traumatiche o appassionanti, che sospendono la linearità del tempo e ci sprofondano nella realtà emozionale (che esiste fuori dal tempo).

In quei momenti un sé prende vita nella coscienza facendosi testimonial di ciò che è accaduto.

A volte per un periodo circoscritto nella memoria e a volte in un continuo presente.

Può succedere a causa di un evento traumatico ma anche estremamente appassionante.

Durante l’infanzia gli avvenimenti hanno caratteristiche fortemente emotive e il Bambino Interiore ricorda ciò che è accaduto anche quando siamo diventati adulti, sovrapponendo il suo modo di pensare a quello della maturità e creando situazioni buffe e giocose ma, a volte, anche molto dolorose.

Quando parliamo di Bambino Interiore ci riferiamo a quei modi infantili di leggere la vita che ancora permangono nell’età adulta e che in alcune circostanze possono compromettere le relazioni affettive creando molta sofferenza.

È il Bambino Interiore il complice che ci aiuta a giocare e comprendere i nostri figli.

Tuttavia è anche il sabotatore che spinge a esigere dal partner un’attenzione illimitata senza chiedere o spiegare niente.

Come tutti i bambini, il Bambino Interiore è egocentrico e prepotente ma anche vulnerabile, indifeso e ipersensibile.

È necessario conoscerlo e comprenderlo per evitare che i suoi bisogni interferiscano con le scelte della maturità e fare in modo che le sue qualità diventino una risorsa (e non un ostacolo) nel dispiegarsi della vita affettiva.

Adottare il Bambino Interiore significa farsi carico in prima persona delle sue esigenze e colmare le lacune emotive fino ad evolvere le ferite che ha vissuto, trasformando il dolore in saggezza e liberando le sue risorse: entusiasmo, plasticità, curiosità, creatività, fantasia, originalità, inventiva.

È un percorso interiore che ha bisogno di attenzione e cura e che spesso necessita del supporto di uno specialista capace di aiutarci a riconoscerne le opportunità e le difficoltà.

Nei prossimi post cercherò di darvi le indicazioni necessarie a far emergere la sua ingenuità e la sua saggezza nella vita quotidiana e di aiutarvi ad evitare le trappole che può creare nelle relazioni affettive e di coppia.

Carla Sale Musio

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Gen 23 2019

ADOTTARE IL BAMBINO INTERIORE E VIVERE A LUNGO FELICI E CONTENTI

Capita a tutti di perdersi nel labirinto del dolore, delle recriminazioni e delle colpe.

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“Mio padre non voleva e ho imparato a non muovermi.”

“Mia madre era troppo severa e oggi sono pieno di paure.”

“Non è colpa mia, mi hanno insegnato che si deve fare così.”

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Sono tante le ragioni con cui giustifichiamo noi stessi.

Quello che molti ancora non sanno è che questi pensieri ci incatenano pericolosamente alla nostra storia infantile ostacolando l’evolversi dell’amore.

Il segreto per vivere un’appagante vita di coppia si chiama:

RESPONSABILITÀ

E consiste nell’accettare le mancanze dei genitori senza compiangersi, assumendo in prima persona tutto il peso dell’esistenza.

infatti, dal punto di vista psicologico, diventare adulti significa comprendere il valore delle sofferenze che abbiamo dovuto attraversare.

Lo so, lo so, lo so!

I genitori hanno la responsabilità di crescere con attenzione i propri figli.

Ma non bisogna dimenticare che la maturità ci conduce a guardare oltre le aspettative della fanciullezza.

Come ho detto tante volte, la convinzione che nostro padre e nostra madre siano dei super eroi affonda le sue radici nella totalità della vita intrauterina.

E quella prima esperienza, magica e perfetta, impronta di sé la comprensione della realtà durante l’infanzia.

Questo significa che da bambini coltiviamo la certezza di meritare dei genitori onnipotenti e l’idea della loro imperfezione è vissuta come una inadeguatezza personale.

Quasi che ai bambini cattivi spettassero genitori cattivi e ai bambini buoni, invece, genitori buoni.

Questo succede perché l’egocentrismo e la simbiosi che caratterizzano i primi anni di vita limitano la comprensione degli avvenimenti e solo diventando adulti si impara a distribuire le responsabilità in modo adeguato.

Crescendo impariamo a comprendere che papà e mamma sono l’humus in cui germogliano i semi della nostra esistenza, gli ostacoli e i doni necessari a far emergere l’unicità che caratterizza ciascuno di noi.

Questo non vuol dire che i genitori siano esonerati dalle loro responsabilità.

Ma incolparli delle nostre problematiche ci incatena al ruolo di vittime e non risolve i problemi.

Quando possiamo scorgere anche le loro difficoltà e considerarne i limiti senza per questo sentirci sminuiti superiamo la dipendenza infantile e attiviamo la resilienza nel mondo interiore, trasformando le asperità in punti di forza.

Questo ci permette di prenderci finalmente cura del Bimbo Interiore dedicandogli tutte le attenzioni che non ha ricevuto in passato.

Adottare in prima persona il bambino che siamo stati evolve le parti immature della psiche ed è il presupposto indispensabile per costruire una relazione di coppia emotivamente appagante.

Infatti, quando il nostro cucciolo interiore parte alla ricerca di un genitore capace di compensare i torti della vita viene attratto inevitabilmente dalle situazioni che ripropongono le sofferenze antiche, nel tentativo impossibile di riuscire a risolverle.

È così che nascono tante delusioni d’amore.

Ripercorrono inconsciamente un copione perdente e nascondono l’attesa miracolosa che qualcun’altro possa colmare i nostri bisogni.

Tuttavia, questo progetto infantile è destinato a fallire.

Per risolvere molti drammi sentimentali è indispensabile prendersi cura personalmente del bimbo che siamo stati, ascoltando le sue sofferenze e costruendo con le nostre mani il percorso necessario a crescere.

In un rapporto di coppia si è sempre in tanti.

Anche quando sembra di essere solo in due.

Ci sono i Bambini Interiori, i Genitori Interiori, gli Adulti Interiori… e una cricca di gente varia che si alterna nella psiche rendendo i rapporti appassionanti e complicati insieme.

Accogliere in se stessi i propri Bambini Interiori è il primo passo per costruire una reciprocità in cui sia anche possibile farli giocare insieme… senza abbandonarli in adozione al partner e senza deluderne le aspettative.

Per vivere a lungo felici e contenti è necessario imparare ad amare le parti ferite, vulnerabili e insicure che nascondiamo anche a noi stessi.

Solo così l’amore diventa uno scambio disinteressato, coinvolgente, emozionante, intimo e profondo.

Carla Sale Musio

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Gen 09 2019

ISTRUZIONI PER ROBOT SENZA CUORE

Per trasformarsi in robot senza cuore sono indispensabili due elementi:

  • una forte sofferenza durante l’infanzia;

  • una buona capacità di rimuovere il dolore.

Quando veniamo sopraffatti da un trauma, per evitare che l’angoscia dilaghi dappertutto, il cervello frammenta i ricordi.

Grazie a questa parcellizzazione le memorie dolorose vengono incapsulate dentro a tante cellette circoscritte e staccate dal flusso delle immagini interiori.

Questo meccanismo protettivo produce un’apparente armonia.

E la vita può riprendere a scorrere.

Per aprire l’archivio ermetico sono necessari dei segnali precisi: frasi, rumori, odori… in grado di bypassare il blocco protettivo e rievocare i vissuti sgradevoli.

Se una celletta di ricordi viene aperta il trauma si risveglia in tutta la sua intensità e le emozioni passate esplodono nella coscienza come se fossero eternamente presenti.

Chi ha avuto un incidente automobilistico sa che può bastare il rumore di una frenata improvvisa per scatenare un attacco di panico in piena regola.

Anche quando normalmente non ci sono più problemi nel salire in macchina, guidare, viaggiare, eccetera.

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LA SOFFERENZA DEI BAMBINI

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La sofferenza dei bambini può diventare traumatica con grande facilità.

Infatti, durante l’infanzia la psiche è malleabile, delicata e fragile.

Per tutelarla, l’inconscio utilizza principalmente la rimozione o la proiezione.

Tuttavia, quando il dolore supera la soglia di tolleranza, rimozione e proiezione non bastano più, e la mente è costretta a frammentarsi producendo una sorta di doppia realtà interiore:

  • da una parte scorre la quotidianità, protetta dall’anestesia emotiva che nasconde i ricordi e il dolore;

  • dall’altra esiste un eterno presente traumatico e devastante.

La percezione si sposta da una realtà all’altra grazie ai segnali in grado di aprire i sigilli che tengono celata l’angoscia.

Questa scissione, però, impedisce l’accesso all’empatia, alla sensibilità e all’altruismo.

E spiega perché, in seguito all’occultamento dei traumi infantili, tante persone diventano indifferenti arrivando a compiere atti crudeli senza alcun rimorso.

Ne abbiamo un esempio nelle persecuzioni agite contro gli ebrei, i negri, le donne, i bambini e gli animali.

In questi casi si può arrivare al punto di sentire l’acquolina in bocca o provare un desiderio sessuale osservando immagini di uccisioni, violenza e stupri.

Quando il sistema emotivo si frammenta e si parcellizza prende forma un’insensibilità che annienta le parti vulnerabili della psiche.

E questo meccanismo difensivo è la radice della freddezza e del cinismo.

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STORIE DI ANESTESIA E CRUDELTÀ

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Nicola è stato un bambino poco amato.

La mamma desiderava una femmina e perciò lo vestiva e lo trattava come una bambina.

Dopo la nascita della sorellina la disparità educativa diventa terribile e Nicola si sente ancora più trascurato e umiliato.

Tutti i vezzi, i giochi, i bacetti e i regali sono per lei.

A lui sono riservate le sgridate.

Il cuore non ce la fa.

Per sfuggire la sofferenza l’inconscio scinde i ricordi occultando quei vissuti infantili.

La mente si parcellizza.

Il dolore scompare.

L’insensibilità annulla l’angoscia.

E una deliziosa anestesia lo rende freddo, distaccato e indifferente.

È così che riesce a punire sua figlia senza comprenderne il dolore.

Forte di un ideale educativo privo di tenerezza e di empatia, Nicola diventa crudele.

E tramanda la sofferenza da una generazione all’altra.

Senza soluzione di continuità.

***

Efisio ha ricevuto in dono un agnellino, un cucciolo caldo e morbido che lo segue ovunque.

Efisio gioca con lui tutto il giorno e la notte, di nascosto, lo fa dormire nel suo letto sotto alle coperte.

Ma la mattina di Pasqua tornando dalla messa non lo trova più.

Lo cerca dappertutto disperato e in lacrime.

Il papà lo prende in giro:

“Sei una femminuccia! Non si piange per un agnello! Lo mangiamo oggi a pranzo e devi essere contento!”

Efisio sente il respiro spezzarsi.

La psiche non regge.

Di colpo diventa di ghiaccio.

Ora non ci pensa più.

Per non sentire il dolore la mente si frammenta e l’indifferenza emerge salvifica.

È così che impara a uccidere.

E a fare il pastore.

Come suo padre.

Come suo nonno.

Come tutti i maschi della sua famiglia.

Come un vero uomo.

***

Rocco ride soddisfatto.

Ha legato alla sedia il suo compagno di classe e gli ha messo in testa un cappello da clown minacciandolo e picchiandolo.

Il bambino piange terrorizzato ma Rocco ha imparato che quello è il modo giusto per farsi rispettare.

A casa i fratelli più grandi si divertivano a prenderlo in giro in modi anche peggiori.

E lui ha dovuto ingoiare la vergogna e diventare forte il più velocemente possibile.

Essere grande significa essere un duro.

Essere un duro vuol dire sottomettere qualcuno.

Rocco lo ha capito molto presto.

E per non sentirsi vittima ha occultato i ricordi delle sue umiliazioni conquistando una freddezza che oggi, a quattordici anni, lo rende rispettabile e temibile.

Invano gli insegnanti e i servizi sociali cercano di aiutarlo a ritrovare la sensibilità perduta.

Una censura nella psiche ha cancellato il dolore e conquistato l’indifferenza.

E Rocco ha deciso inconsciamente che non conviene MAI perdere questi vantaggi.

Carla Sale Musio

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Mar 22 2018

SCELTE ALIMENTARI E RICORDI D’INFANZIA

Nel momento in cui si prova ad abbandonare la strada battuta delle abitudini alimentari emergono da ogni parte mille difficoltà e, per conquistare il cambiamento desiderato, è necessario attraversare un sentiero irto di pericoli.

Le consuetudini sono difficili da trasformare e ogni cosa sembra cospirare al fine di rendere inamovibile lo status quo.

Improvvisamente:

  • mille ostacoli fanno capolino

  • accadono strane coincidenze a impedire di portare avanti i buoni propositi

  • ci si sente inspiegabilmente giù di tono

  • l’umore vacilla

  • e la determinazione si affievolisce… fino a sparire del tutto

Qualcosa si agita interiormente, segnalando il bisogno di riprendere a mangiare i piatti di sempre, forse poco sani nei valori nutrizionali ma rassicuranti dal punto di vista emotivo.

Davanti alla prospettiva di una dieta diversa, i cibi della tradizione si impongono alla coscienza come la strada maestra per il benessere e, nonostante la consapevolezza della loro nocività, un senso di appagamento e di sollievo accompagna la ripresa della normalità nel menù.

Quasi che modificare la tipologia degli alimenti mettesse a repentaglio la fiducia, compromettendo la capacità di far fronte alle richieste della vita e della salute (magari non quella fisica, ma certamente quella psicologica!).

In fase di progettazione sembrava tutto così facile e, invece, dopo aver fatto il primo passo verso il cambiamento, tante difficoltà insormontabili sbarrano la strada della trasformazione, annientando le buone intenzioni e costringendoci al fallimento.

Allarmati da questa dolorosa incoerenza osserviamo delusi la nostra mancanza di disciplina e, sconfitti nell’amor proprio, riprendiamo a mangiare come sempre.

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Cosa è successo?

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Cosa ha fatto precipitare la decisione di conquistare il benessere e una nuova forma fisica?

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Qualcuno, nascosto nelle segrete dell’inconscio, ha manomesso le nostre scelte attirando come una calamita gli eventi necessari al boicottaggio.

E adesso quel bambino interiore si sfrega le mani soddisfatto.

Non può e non vuole rinunciare ai sapori dell’infanzia, memorie indelebili di un passato sempre vivo nel mondo intimo, strumenti capaci di rievocare ricordi colmi di significato.

Non è possibile avventurarsi verso scelte alimentari diverse da quelle familiari senza rispettare la voce che parla della nostra fanciullezza.

Il cucciolo che siamo stati rivendica il suo diritto a fidarsi degli insegnamenti di mamma e papà, vuole credere nella loro illuminata sapienza anche in campo alimentare, fatica a stare al passo con i tempi e con i cambiamenti.

Per lui la vita è fatta della protezione dei genitori e di un abbandono senza riserve tra le loro braccia possenti.

Anche quando l’adulto che siamo diventati, ha già affrontato i limiti di quella fisiologica dipendenza e oggi percorre sentieri nuovi, in vista di un equilibrio e di una armonia al passo con la complessità della propria vita.

Per ottenere un’efficace trasformazione del menù è indispensabile coinvolgere il bimbo del passato in scelte rispettose delle sue necessità emotive.

Questo non significa continuare a magiare come un tempo.

Occorre permettergli di partecipare alle decisioni adulte, contrattando con lui le diverse strategie alimentari e rispettando la sua visione della vita: fiduciosa e appassionata insieme.

I bambini hanno bisogno di sperimentare il piacere.

E il piacere è fatto di appagamento, soddisfazione, godimento, pienezza, entusiasmo e allegria.

Nella nostra cultura l’atto di mangiare assolve spesso tutte queste funzioni e, a mano a mano che diventiamo grandi, finisce per essere l’unica fonte di benessere nella quotidianità delle cose improrogabili da assolvere.

Quando questo succede, un cambiamento nelle scelte nutritive diventa impossibile.

Per modificare le preferenze di sempre, infatti, bisogna preventivare l’astinenza che accompagna l’abbandono della tossicità alimentare, e sostituire l’appagamento legato al cibo con altri momenti altrettanto gratificanti.

È questo il passaggio più difficile da attuare, perché i piaceri non legati al cibo nella nostra cultura sono demonizzati ed evitati scaramanticamente, quasi che contattarli bastasse per attirare la sciagura.

Credo che una visione della sofferenza come indispensabile percorso di crescita sia il retaggio di un cattolicesimo superstizioso e pernicioso.

Tuttavia, non si può non tenerne conto quando si elabora una diversa impostazione alimentare, altrimenti il bambino che vive in noi impegnerà tutte le sue risorse nel boicottaggio dei nuovi programmi.

Quel piccolino, infatti, è portavoce di un’esigenza indispensabile alla sopravvivenza: il bisogno di provare piacere, senza il quale la vita stessa è compromessa e si trasforma in un carico di doveri senza senso.

Tante malattie fisiche e psichiche affondano le radici in uno stile di vita che ha inibito il piacere, e il cui antidoto è l’esperienza di un appagamento profondo, fatto di amore, realizzazione, creatività, positività, curiosità e abbandono… tutto insieme.

Questo magico mix è l’elisir di lunga vita cui attingere nei momenti di cambiamento, per evitare il fallimento e l’emergere di una pericolosa sensazione d’impotenza.

Quando stabiliamo di agire una diversa strategia alimentare, l’esperienza del piacere deve ampliarsi, spostandosi dal cibo per coinvolgere anche altri settori della vita.

Non perché il cibo non sia un piacere, ma perché il piacere non deve essere limitato al cibo.

Cambiare alimentazione significa portare la propria attenzione sull’appagamento e sul benessere che circola (o non circola) nella nostra esistenza, ed effettuare un check up completo di questi valori prima di intraprendere qualsiasi modifica relativa al menù.

Se nella giornata l’atto di mangiare detiene il primato del piacere un cambiamento di alimentazione è impossibile.

E, per poter realizzare una diversa modalità alimentare, occorre dare spazio a nuove occasioni di appagamento: effettuando scelte capaci di permettere al bambino che siamo stati di esprimere se stesso liberando la creatività, l’amore, la positività, la curiosità e l’abbandono.

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STORIE DI CAMBIAMENTO E DI PIACERE

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Maria porta avanti una quotidianità affollata di impegni inderogabili.

Tutto deve essere fatto presto e bene!

Senza concessioni all’indulgenza e senza cedere al desiderio di prendersi una pausa.

A fermare la sua corsa kamikaze ci pensa un sospetto diabete che la costringe a occuparsi della salute e a fare scelte più attente ai suoi bisogni profondi.

La paura la spinge a cercare un supporto psicologico e Maria scopre con disappunto di aver escluso se stessa dalla sua vita.

Nelle sue giornate tutti hanno la precedenza.

E per fermare questo meccanismo letale qualcuno, dentro di lei, ha dovuto manomettere la salute. 

Davanti allo sguardo stupito di Maria si apre un mondo nuovo, fatto di scelte alimentari più oculate ma anche di amore per la vita e per l’ambiente.

Un contatto diverso con la propria realtà la costringe a fare lunghe passeggiate nel silenzio della natura.

In quei momenti emerge un piacere profondo, fatto di intimità e di contatto con le energie sottili che permeano gli spazi verdi e il mare.

Oggi Maria non mangia più come un tempo e il suo percorso l’ha condotta dal diabete… al fruttarismo.

Per raggiungere questo risultato ha dovuto modificare tante abitudini e organizzare le sue giornate in modo che il tempo da trascorrere in mezzo alla natura occupi uno spazio importante.

Ogni giorno.

* * *

Alberto era un bambino solitario innamorato dei pastelli e delle immagini colorate stampate sui libri di favole.

Il suo sogno era fare l’illustratore da grande, ma la morte prematura del papà lo ha costretto a lavorare presto dimenticando i progetti infantili.

L’amore per gli animali, però, non lo abbandona mai e, quando scopre le torture che vengono loro inflitte per trasformarli nel pasto dell’uomo, decide di cancellare dalla sua alimentazione ogni prodotto che non sia vegetale.

Tuttavia, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… e Alberto ricade spesso in un consumo smodato e compulsivo proprio di quegli alimenti crudeli e poco etici che vorrebbe eliminare dalla dieta.

Deluso da se stesso chiede aiuto a un nutrizionista che lo invita a prendersi cura anche delle sue parti infantili: riscoprendo il piacere del disegno e i sogni coltivati tanto tempo fa.

Un libro confezionato a mano per i suoi bambini, un corso di acquarello e tante filastrocche buffe illustrate per gioco e per passione… nasce così un hobby capace di calmare la fame nervosa e di sostenere Alberto nel suo nuovo stile alimentare volto al rispetto per la vita.

La vita di tante creature innocenti a cui dedica i suoi lavori grafici.

Inutile dire che il piacere del cibo ha ceduto un po’ di spazio al piacere del gioco, mentre la disciplina e la volontà hanno finalmente potuto fare il resto.

* * *

Barbara lavora in una fabbrica di tessuti e la sua giornata è scandita dai turni e dall’impegno che dedica alla casa, al marito, ai parenti e agli amici.

È una ragazza sensibile, sempre pronta a farsi in quattro per tutti, tanto da diventare spesso il punto di riferimento delle persone che le stanno intorno: ognuno la cerca per avere un consiglio o più semplicemente per ricevere il suo ascolto premuroso e partecipe.

Spinta da questa centralità si decide a partecipare a un percorso di studi per ottenere il titolo di counselor.

Prima la formazione, poi il tirocinio, gli esami, il titolo e l’inizio di una nuova attività, questa volta scelta per passione e non per il bisogno urgente di rendersi indipendente.

Nel tempo, la nuova professione le permetterà di lasciare la fabbrica, trasformando le sue capacità di aiuto in un lavoro vero.

Oggi Barbara condivide uno studio insieme ad altre figure professionali e si mantiene grazie ai proventi della nuova occupazione.

Ma ciò che ancora non finisce di sorprenderla è stata la scomparsa di quei chili di troppo apparsi quando aveva cominciato a lavorare in fabbrica e dileguatisi misteriosamente insieme alla decisione di dare a se stessa una nuova possibilità professionale.

Carla Sale Musio

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Leggi il libro: 

DROGHE LEGALI

verso una nuova consapevolezza alimentare

anche in formato ebook

Puoi trovarlo su youcanprint.it e in tutti gli store on line: IbsAmazon, Kobo, Apple, Google Play,  Feltrinelli, Mondadori, Barnes&Noble… 

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Mar 03 2017

PRINCIPI AZZURRI E RISARCIMENTO DANNI

“Il mondo è fatto male, c’è troppa corruzione, troppa confusione, troppo opportunismo, troppa falsità…”

L’imperfezione ci rende critici, insofferenti e nervosi.

Vorremmo vivere un’esistenza perfetta in cui regnano la pace, l’amore e il rispetto.

E, quando costatiamo che invece non è così, ci aspettiamo che la vita ci porga delle scuse e ci compensi, ripagando i torti con altrettante opportunità.

Ma come nasce questa pretesa di perfezione?

Dove ha origine il bisogno di vivere un’esistenza facile, nitida, senza fatiche e senza sbavature?

L’equivoco che ci spinge a pretendere più che a dare, è racchiuso nelle impostazioni educative vissute durante l’infanzia.

Atterriamo nella vita portando con noi la certezza che esista un Principio Assoluto capace di farsi carico dei nostri bisogni.

E ci aspettiamo la devozione incondizionata da parte di chi si prende cura di noi.

Poi, quando scopriamo che questa perfezione non esiste, incolpiamo i nostri genitori, sicuri che le loro mancanze siano un affronto che andrà ripagato in qualche modo.

Arriviamo da una dimensione immateriale in cui i codici della Totalità obbediscono a leggi diverse da quelle della fisicità.

E portiamo con noi la certezza che quelle leggi, fatte di onnipresenza, onniscienza, pienezza, interezza e completezza, si applichino anche alla materialità di cui siamo diventati parte.

Forti di una memoria soprannaturale e istintiva, ci aspettiamo che gli adulti impersonino un Potere Divino, capace di assecondare le nostre esigenze.

Ma, nonostante la buona volontà e l’impegno smisurato, nessun genitore potrà mai incarnare quel Principio Assoluto che governa l’immaterialità, fuori dai limiti imposti dallo spazio, dal tempo e dalla dualità in cui ci muoviamo.

In questa nostra dimensione terrena, ciò che rende un genitore competente non è l’onnipotenza ma la possibilità di ammettere le difficoltà e la propria inesperienza.

L’onestà nel riconoscere le mancanze personali è alla base di un rapporto sano e, per raggiungerla, è necessario che mamma e papà abbandonino le vesti della Divinità per indossare quelle dell’umanità, accettando i propri limiti e costruendo le fondamenta di un dialogo che renderà i loro cuccioli migliori, pronti a volare fuori dal nido per confrontarsi con la vita.

Nel mondo fisico, la sicurezza non deriva da modelli di comportamento irreprensibili, ma dalla capacità di accettare le proprie fragilità, misurandosi con l’impegno necessario ad affrontare la realtà.

Avere genitori simili a Dio, rende insicuri, vittime di un confronto impari e sbilanciato in cui il senso d’inadeguatezza si cronicizza nel tempo, facendoci sentire schiavi del giudizio e dell’approvazione degli altri.

L’autostima e l’efficacia personale sono frutto di un’adeguata accettazione delle proprie paure e della volontà necessaria per evolvere i limiti, fino a renderli punti di forza.

La capacità di far fronte alle difficoltà trasforma la vita in un’avventura coinvolgente e appassionante.

Mentre la sensazione d’impotenza che deriva dal raffronto con un’autorità infallibile, annienta la volontà e rende vittime di un potere forte della propria arrogante superiorità.

Una pedagogia nera, vecchia di secoli ma ancora in vita nei metodi educativi che permeano l’educazione moderna, impone al padre e alla madre un’indiscussa superiorità, etichettando le ragioni dei figli come: pretese, capricci, prepotenze, eccetera.

E, quei genitori che non riescono ad adeguarsi al target di perfezione imposto dagli standard pedagogici, pagano il prezzo di un ostracismo sociale e di un’insicurezza interiore, che limita il dialogo e la possibilità di un confronto costruttivo con i figli.

In questo modo, anche chi cerca di costruire un rapporto meno autoritario, finisce per sentirsi inadeguato.

È così che la pretesa di un risarcimento danni s’insinua nella coscienza.

Prende forma dalla rivalsa verso l’autoritarismo subito nell’infanzia e alimenta l’invidia, il rancore, il vittimismo e la paura, occultando il bisogno d’amore e portandoci ad esigere un compenso per le battaglie che è necessario affrontare durante la vita.

Compenso che, nell’immaginario collettivo, giungerà nel momento in cui un Principe Azzurro o una Principessa Azzurra, faranno la loro comparsa per renderci felici.

Nei sogni coltivati da bambini, saranno proprio loro a donarci, finalmente, tutto l’amore che ci è mancato durante l’infanzia, ripagando le inadeguatezze dei genitori e i torti della vita, grazie a una devozione incondizionata.

Il mito di una relazione perfetta e compensativa prende forma nelle fiabe della tradizione, modellando nel tempo una pretesa illusoria e irraggiungibile.

Nessun rapporto di coppia potrà mai ripagare l’angoscia vissuta durante i primi anni di vita.

Ognuno deve scoprire dentro di sé le risorse necessarie per far fronte al dolore, trasformando la sofferenza in saggezza e sviluppando la capacità di vivere con profondità e creatività.

Il rischio di essere pienamente se stessi fa paura e blocca l’espressione dell’autenticità.

Temiamo di ritrovarci soli, privi del sostegno e del riconoscimento delle persone cui vogliamo bene.

Eppure, nella solitudine e nell’ascolto della nostra interiorità si sviluppa una capacità di amare fatta di comprensione e reciprocità.

L’amore che riceviamo è lo specchio dell’amore che sappiamo dare a noi stessi.

Le relazioni di coppia mettono a fuoco le imperfezioni, spingendoci verso l’evoluzione e il cambiamento.  

Per vivere la vita con pienezza e l’amore con Amore, dobbiamo incontrare noi stessi così intimamente da scoprire che il Principe Azzurro e la Principessa Azzurra siamo proprio noi.

Sono le parti di cui abbiamo più paura.

Quelle che ci portano in dono un nuovo punto di vista e ci regalano il coraggio di cambiare gli schemi limitanti, ancorati alla paura della sofferenza.

Nessuno può colmare le lacune del passato senza attraversare il fuoco del cambiamento e senza rivivere il dolore dell’infanzia.

L’ascolto delle proprie parti infantili permette agli adulti che siamo diventati di prendersi cura dei bambini che siamo stati, accogliendo la vulnerabilità insieme alla forza e dando forma a un amore in grado di offrirsi invece che pretendere.

La maturità non è una presunta asetticità emotiva, ma si rivela nella capacità di far convivere la saggezza con l’ingenuità, la fiducia con la paura, l’incoerenza con il bisogno di uniformità.

Nell’accoglienza della propria multiforme autenticità sono nascoste le chiavi dell’amore e il segreto di una relazione libera da potere e presunzione, pronta ad attraversare la vita nella sua infinità generosità.

Carla Sale Musio

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Gen 17 2017

NON MI SOPPORTO PIÙ!!!

 

“Aiutooooo!!! Non mi sopporto più! Come posso liberarmi di me?!”

Succede, a volte.

Qualcosa dentro comincia a bastonarci di rimproveri e più cerchiamo di sfuggire quel borbottio assillante e brontolone, più la voce nella testa si accanisce snocciolando un rosario interminabile di disgrazie.

Un Critico Interiore non perde occasione per rimproverarci, lasciandoci sconfitti e privi di fiducia nelle nostre possibilità.

Nascosto tra le sue gambe c’è un Bimbetto Spaventato che teme il giudizio degli altri.

Il Critico, per paura di esporlo al biasimo del mondo, non gli risparmia la sua arringa, certo che sia preferibile una disapprovazione intima e costante piuttosto che la condanna della società.

Nel tentativo di proteggere la nostra vulnerabilità da delusioni ben peggiori, il Critico ci critica in continuazione, spinto dal nobile obiettivo di fortificarci e renderci capaci di misurarci con la durezza dell’esistenza, ma ignaro di quanto le sue accuse ininterrotte possano diventare esasperanti.

Per sfuggire a questa tirannia è indispensabile ridimensionare il confronto spietato con le persone che abbiamo attorno, imparando a vivere con più tolleranza noi stessi e gli altri.

Possiamo stimarci e volerci bene solo quando smettiamo di proiettare il disprezzo e accettiamo la molteplicità dei punti di vista come una ricchezza, invece che come una pericolosa mancanza di uniformità.

I Maya si salutavano l’un l’altro con il detto tradizionale: 

in lak’ech 

che significa: 

io sono un altro te stesso

In lak’ech esprime una fratellanza basata sull’accoglienza di tutte le diversità.

Ogni persona che incontriamo ci racconta qualcosa di noi, mostrandoci una differente possibilità di essere.

Ognuno incarna un aspetto del nostro mondo interiore.

I Maya avevano compreso che alla base di ogni rapporto ci deve essere unità e sapevano scorgere nell’altro una manifestazione diversa della stessa Fonte.

Oggi, il razzismo si annida in fondo all’anima e ci impedisce di accogliere la pluralità del Tutto, rinchiudendoci in schemi di pensiero prestabiliti che chiamiamo: razze, istruzione, intelligenza… scatole di pregiudizi che imprigionano la molteplicità e impediscono di avvicinarci gli uni agli altri.

Una cultura nuova deve partire da un modo nuovo di interpretare se stessi e la vita.

Non più vittime di un giudizio discriminante e foriero di guerre, ma intenzionati a scoprire la vastità dell’esistenza osservando nell’altro i modi di essere che ancora non siamo riusciti a integrare dentro di noi.

Facile a dirsi!

Le cose si complicano quando chi abbiamo di fronte impersona gli aspetti che giudichiamo sbagliati in noi stessi.

La brutalità, l’ingiustizia e la prepotenza sono modi di essere che non vorremmo vivere.

MAI.

Caratteristiche che non ci piace avere e che cerchiamo a tutti i costi di evitare.

Tra il bene e il male, scegliamo sempre il bene.

Questa nitida divisione, però, è l’origine di tanti conflitti e di tanta sofferenza.

La violenza e la crudeltà in principio esistono dentro noi stessi e, benché non ci piacciano, fanno parte del pacchetto di possibilità che la vita ci ha messo a disposizione e che dobbiamo imparare a gestire.

E ad evolvere.

Salvaguardare il bene eliminando il male può diventare molto pericoloso, quando ci spinge a proiettare all’esterno le cose che giudichiamo sbagliate.

Dividere il mondo in buoni e cattivi, porta a combattere i cattivi come se fossero dei nemici.

Le divisioni generano le guerre.

Una società della pace deve imparare ad accogliere anche la malvagità, non per autorizzare la sopraffazione ma per evolvere l’aggressività, convogliandone l’energia in forme più gratificanti e positive.

Integrare ciò che consideriamo mostruoso permettendoci il coraggio di scorgerne l’esistenza in noi stessi, è il passaggio fondamentale nella transizione verso un mondo migliore.

In lak’ech ci rivela il segreto di una cultura basata sull’amore.

Non escludere niente da se stessi.

Per raggiungere questo traguardo è necessario osservare con sincerità i propri vissuti profondi, esplorando il dolore nascosto dietro gli atteggiamenti che ci appaiono negativi.

In natura niente è sbagliato e tutto esiste in continuo mutamento e miglioramento.

Ma nelle profondità dell’inconscio:

  • l’ansia di essere giudicati, crea il giudizio

  • l’angoscia di essere emarginati, genera il disprezzo

  • la paura di essere abbandonati nasconde l’autenticità dietro l’urgenza di compiacere gli altri

  • il desiderio negato di affermare i propri talenti crea la violenza

Nessun bambino nasce cattivo.

La cattiveria è la conseguenza di un surgelamento emotivo che segnala una difficoltà a esprimere le proprie capacità.

Quando nel mondo interno la sofferenza diventa insopportabile, la proiezione consente di allontanare il dolore combattendolo all’esterno, come se non ci appartenesse più.

In lak’ech è la chiave che aiuta a ritrovare la Totalità da cui tutti proveniamo e che restituisce profondità alla vita.

Ma per comprenderne il significato senza distorsioni è necessario affrontare l’angoscia celata dietro ogni discriminazione.

Senza sfuggirla.

Etichettare gli altri come mostri, conduce a combatterne la violenza con violenza.

I mostri, infatti, incarnano i comportamenti che abbiamo escluso dalla nostra consapevolezza, le colpe che preferiamo occultare anche a noi stessi.

Nel mondo intimo di ciascuno, le cose che disapproviamo diventano orrori da eliminare, nemici da distruggere senza se e senza ma.

La crudeltà, l’emarginazione e la guerra sono espressioni della paura distorta di essere pienamente se stessi e segnalano una mancanza di verità interiore.

Fuori dal gioco difensivo della proiezione e della rimozione, infatti, possiamo osservare la vita in tutte le sue manifestazioni, senza accanirci a combatterle ma concentrando le energie e le risorse per creare armonia.

Così, mentre siamo pronti a puntare il dito contro i nostri simili, la musica cambia quando la violenza è considerata naturale e non riflette vissuti giudicati illeciti.

I fenomeni della natura sono meno evocativi per i nostri scenari interiori e questo ci consente di accoglierli senza combatterli, cercando di evolverne l’energia in forme più produttive e appaganti.

Tutto ciò che è naturale, non è né buonocattivo, fa parte della vita e possiamo impegnarci a evitarne i danni senza bisogno di giudicarlo.

Sappiamo tutti che il vento forte può distruggere le abitazioni, ma non lo osteggiamo come fosse un avversario malevolo, abbiamo imparato a sfruttarne la potenza in modi utili e a costruire edifici più stabili.

Osserviamo un gattino che si diverte a cacciare i passeri in giardino, ma non lo consideriamo un pericoloso criminale. Facciamo in modo che non possa tormentare i nostri amici pennuti, mentre tentiamo di abituarlo a una convivenza pacifica.

Le cose che non coinvolgono direttamente il mondo interno, possono essere accolte e gestite con intelligenza, cercando di trasformarne le peculiarità in risorse.

I mostri prendono forma quando evocano qualcosa che un tempo era vivo dentro di noi e che è stato rinnegato.

La violenza con cui ci sforziamo di eliminare dalla psiche gli aspetti che non ci piacciono, genera la violenza nel mondo.

Una cultura nuova, priva di discriminazione e di giudizio, ha bisogno di integrare anche le nostre parti crudeli.

Questo non vuol dire permettersi di agire impunemente la crudeltà.

Al contrario!

Significa accettare l’aggressività annidata dentro noi stessi per evolverla e trasformarla, fino a liberarne le potenzialità costruttive.

La strada per la pace è l’accoglienza della Totalità del mondo interiore.

Integrare i Sé Rinnegati senza giudicarli e senza discriminarli è il primo passo verso una società capace di vivere in armonia.

Con tutti.

Carla Sale Musio

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CRUDELTÀ PERFEZIONE E PACE NEL MONDO

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Dic 17 2016

CRUDELTÀ, PERFEZIONE E PACE NEL MONDO

Viviamo in un mondo malato di guerre, di dolori e di aggressività.

Un mondo che spesso ci riempie di orrore, lasciandoci inermi davanti al dilagare della sofferenza.

Vorremmo costruire una cultura nuova (in cui la morte sia il sereno compimento della vita e la vita sia un percorso volto a condividere i frutti della saggezza e della creatività) ma ci sentiamo piccoli davanti allo smisurato potere dei pochi che decidono le sorti dei tanti.

E ogni azione ci sembra inutile.

“Una goccia nell’oceano non può fare la differenza…”

Affermiamo arresi, mentre il ritmo frenetico delle incombenze quotidiane inghiottisce la volontà, intrappolando le speranze dentro una pericolosa indifferenza.

Se niente può essere fatto per costruire una realtà a misura d’uomo, allora tanto vale approfittare delle opportunità più o meno lecite, senza preoccuparsi delle conseguenze.

E i pochi che ancora sperano nel cambiamento, finiscono col delegare al soprannaturale il progetto di una società più giusta, auspicando un “al di là” capace di ribaltare le sorti sfortunate del “al di qua”.

Oscilliamo tra il cinismo e la spiritualità, inseguendo una stabilità in grado di farci sentire in pace con noi stessi e con gli altri.

E ci schieriamo dalla parte dei giusti, additando la cattiveria o la stupidità, nel tentativo di eliminarle dal mondo.

Poi condanniamo la crudeltà, invocando pene più severe per chi si fa beffe della debolezza e abusa del proprio potere.

Oppure sosteniamo di doverci occupare soltanto del nostro tornaconto, certi che “ognuno deve pensare per sé” perché “a essere gentili ci si rimette sempre”.

È in questo modo che alimentiamo la guerra nelle profondità di noi stessi e, senza saperlo, coltiviamo la brutalità nel mondo.

Inseguendo il sogno di una società più sana, ci sforziamo di eliminare tutto ciò che giudichiamo sbagliato confinandolo dentro una segreta dell’inconscio, convinti di potercene dimenticare per dedicarci alle nostre parti migliori.

Per essere come pensiamo che dovremmo essere e conformarci al modello di una vita perfetta, selezioniamo con cura le possibilità espressive a nostra disposizione, facendo spazio agli aspetti adeguati e reprimendo quelli poco presentabili.

Un Sé Perfezionista ed Esigente addita ciò che non va bene, colpevolizzando le emozioni che si discostano dall’immagine ideale e costringendoci a rinnegare le parti che manifestano atteggiamenti, pensieri e sentimenti poco gradevoli.

Un Giudice Interiore gli da man forte, condannando la cattiveria del mondo e incitandoci a schierarci dalla parte dei buoni, o dei forti, o dei furbi… a seconda dei casi.

Così occultiamo le imperfezioni dentro di noi, e combattiamo con ardore tutto ciò che le rappresenta nel mondo esterno, dando vita a tante guerre sante e alimentando l’ostilità e i conflitti.

Un Bambino Crudele, poco incline alla condivisione, ci istiga costantemente all’egoismo, incurante dei bisogni degli altri e delle buone maniere.

È impulsivo, prepotente, suscettibile, avido e opportunista.

Incarna tutto ciò che non ci piace.

È difficile ammetterne l’esistenza nella psiche.

È più facile nasconderlo, reprimendo e ignorando la sua voce interiore, piuttosto che accoglierne le ragioni mandando in pezzi l’immagine idealizzata di noi stessi.

Il Bambino Crudele rovina il gioco immacolato della perfezione, inchiodandoci alle responsabilità della nostra energia emotiva.

Non serve nasconderlo dietro un moralismo di facciata, separando arbitrariamente il bene dal male.

Una cultura nuova deve imparare a contenere interiormente gli opposti, accogliendo “i buoni” e “i cattivi” senza falsi perbenismi.

La vita emotiva è ricca di contrasti, e “il bene” e “il male” sono aspetti complementari di una stessa vitalità.

Imparare a tollerare la propria imperfezione interiore permette di accogliere anche l’imperfezione del mondo.

E ci aiuta a comprendere la profondità dell’esistenza, senza discriminare.

Questo non vuol dire permettere il dilagare della prepotenza.

Smettere di proiettare all’esterno le nostre parti negative significa guardare con sincerità se stessi e il mondo, e coltivare l’onestà necessaria a evolvere gli aspetti immaturi della psiche.

L’energia dei vissuti interiori non è né buona né cattiva e ci mostra, un passo dopo l’altro, il percorso di crescita che dall’ego conduce alla fraternità, riflettendosi nell’ambiente.

Non può esistere l’altruismo se prima non si riconosce l’egoismo in se stessi, non ci può essere la fratellanza se prima non si attraversa l’indifferenza, non si può condividere l’amore senza comprendere le proprie parti sgradevoli.

Religioni, guerre sante e buonismo vendicativo danno voce al bisogno inconscio di esprimere il Bambino Crudele (nascosto dietro un falso moralismo) e attuano una separazione arbitraria e pericolosa tra bene e male.

Uccidere i giudicati illeciti, dentro o fuori di sé, coltiva la prepotenza, la violenza e le guerre nel mondo.

Carla Sale Musio

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IL BAMBINO CRUDELE

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