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Apr 20 2015

LA SCELTA VEGANA

Ci sono persone che, senza avere nessun problema di salute, scelgono di non magiare carne, latte, uova e formaggi, di non indossare pellicce, accessori di pelle, piumini fatti con la piuma d’oca, tessuti di seta… cioè di non utilizzare niente che comporti la sofferenza o l’uccisione degli animali.

Non sono persone superstiziose, non appartengono a una setta e non sono necessariamente religiose.

Sono individui molto diversi tra loro, accomunati dalla decisione di non infliggere sofferenza alle altre specie.

Una posizione ancora poco conosciuta e basata sul riconoscimento del valore di ogni vita e sul rispetto di tutti gli esseri viventi.

Queste persone credono fermamente che ogni creatura abbia diritto alla propria esistenza e si impegnano a evitare gli abusi commessi a danno degli animali.

Comunemente gli animali sono ritenuti inferiori all’uomo e, per questo, soggetti al predominio e allo sfruttamento.

La loro intelligenza non è riconosciuta e il loro dolore è ignorato, perché quando una vita non ha valore anche la sofferenza non ha valore.

La specie umana non riconosce altri parametri che quelli della propria cultura e, in nome di una presunta superiorità, si arroga arbitrariamente il diritto di maltrattare chiunque reputi diverso, e per questo inferiore.

Ma non tutti gli esseri umani riescono a mostrarsi indifferenti davanti ai soprusi e alle sevizie, e sempre più persone scoprono una sensibilità capace di riconoscere la sofferenza anche nelle creature che non appartengano alla nostra specie.

Queste persone, nonostante facciano parte dell’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza, provano pietà per il massacro cui sono condannate tante vite e si sforzano di compiere scelte più amorevoli e responsabili, nel tentativo di evitarlo.

Una di queste scelte è appunto la scelta vegana, cioè la decisione di non infliggere dolore agli animali con il proprio stile di vita.

Una decisione che comporta rinunce e difficoltà non solo dal punto di vista alimentare ma, soprattutto, dal punto di vista interiore.

I vegani, infatti, non possono più negare a se stessi l’olocausto degli animali (abilmente occultato dalle politiche commerciali) e sono costretti ad affrontare in prima persona le connivenze criminali che accompagnano la maggior parte delle nostre scelte quotidiane.

Così, mentre la rinuncia ai prodotti di origine animale può essere facilmente risolta grazie alle innumerevoli possibilità alternative reperibili sul mercato, la dolorosa scoperta della propria inconsapevole e ottusa crudeltà è invece lo scoglio più grande da superare, la barriera, spesso insormontabile, che impedisce la presa di coscienza davanti al martirio di tanti esseri innocenti.

Viviamo in un mondo in cui è molto facile addormentare la consapevolezza del sacrificio vissuto dagli animali nei macelli, negli allevamenti intensivi, nella sperimentazione, nei circhi, nei delfinari, nelle scommesse, nelle vendette, nelle torture…

Un mondo in cui è più comodo e più rassicurante chiudere gli occhi, lasciando la coscienza in balia di giustificazioni stereotipate e obsolete (si è sempre fatto così, è la legge del più forte, la catena alimentare, la tradizione, il karma…), piuttosto che riconoscere l’ingiustizia, la violenza e la responsabilità della nostra indifferenza.

Diventare vegani non vuol dire soltanto passare da un’alimentazione onnivora, incentrata sul consumo di carne, latte, uova e formaggi, a un’alimentazione basata esclusivamente su prodotti di origine vegetale, significa soprattutto aprire gli occhi davanti alle brutalità agite con leggerezza ai danni di chiunque appartenga a una specie diversa dalla nostra.

Svegliarsi da questa incoscienza mette l’anima in contatto con la responsabilità delle proprie scelte e mostra uno scenario drammatico, fatto di abusi e insensibilità.

Eliminare gli alimenti di origine animale non è facile perché questi, in proporzioni più o meno grandi, si trovano nella composizione di quasi tutti i cibi che consumiamo comunemente e, per poterli selezionare, è necessario controllare scrupolosamente sia le componenti del menù che le lavorazioni che conducono al raggiungimento di un determinato prodotto.

Questa ricerca spesso evidenzia a che prezzo e in seguito a quali torture le vivande arrivano sulle nostre tavole.

L’orrore che fa seguito a queste rivelazioni appesantisce il cuore e, se da un lato rende irreversibile la scelta vegana, dall’altro conduce alla scoperta della propria passata complicità con i mandanti dell’abominio che si sta cercando di combattere.

La visione delle atrocità che questa indifferenza comporta è difficile da accettare, perché sporca l’immagine idealizzata che ciascuno di noi ha costruito di se stesso, e perché costringe a prendere su di sé il peso delle violenze commissionate quotidianamente ai sicari della morte (macellai, allevatori, scienziati, toreri, cacciatori, pescatori…).

Questa consapevolezza mette fortemente in crisi l’identità che abbiamo costruito nel tentativo di ricevere approvazione e riconoscimento dagli altri, costringendoci a vedere quanto fragile sia la nostra etica davanti al bisogno conformista di ottenere accettazione e stima.

Ogni vegano affronta dentro di sé una dura battaglia, per smascherare l’inconsapevole crudeltà di una società che vive immersa nell’indifferenza e che ritiene naturale il maltrattamento non solo degli animali, ma di chiunque sia considerato inferiore, malato, pericoloso o semplicemente strano.

La scelta vegana è una scelta coraggiosa, adatta a persone capaci di mettere in discussione il proprio stile di vita fino a vedere i crimini commessi nell’ignoranza, e conduce a un profondo cambiamento etico, basato sul rispetto e sull’accoglienza degli animali e della diversità.

Smettere di mangiare prodotti animali non basta per considerarsi vegani.

Essere vegani è una scelta etica e comporta la rinuncia ad ogni forma di prepotenza e il rispetto per tutte le individualità.

Nessuna esclusa.

Carla Sale Musio

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Gen 09 2015

SI PUO’ VIVERE SENZA MANGIARE LA CARNE…?!?

Nonostante tanti studi abbiano dimostrato la necessità di una dieta esclusivamente vegetale per sentirsi in forma e godere di una buona salute, a molti sembra impossibile restare in vita senza mangiare la carne, il pesce, il latte, le uova e il formaggio.

Ci hanno insegnato che le proteine di origine animale contengono otto amminoacidi essenziali che non possono essere prodotti direttamente dall’organismo umano: leucina, isoleucina, valina, lisina, triptofano, tronina, metionina e fenilalanina.

E che, di conseguenza, senza la carne, il pesce, il latte, le uova e il formaggio il corpo va incontro rapidamente a malattia e morte.

Per questo, in nome degli amminoacidi essenziali e delle proteine animali, siamo stati costretti a sacrificare l’amore e il rispetto verso le altre specie viventi sull’altare della sopravvivenza, convincendoci che le leggi della sopraffazione e della violenza siano indispensabili per poter stare al mondo.

Fedeli a prescrizioni alimentari insindacabili, anche se ormai superate, molte persone buone, amorevoli e sensibili hanno dovuto nascondere in un angolo del loro cuore la dolorosa consapevolezza che il cibo di cui si nutrono, prima di essere soltanto una voce sul menù, era il corpo di una creatura vivente (che certamente non desiderava trasformarsi nel pasto di nessuno).

La norma “mors tua vita mea” è diventata il simbolo di una catena alimentare in cui la specie umana si colloca sempre al primo posto, la regola indiscutibile che giustifica l’allevamento e l’uccisione di milioni di animali per soddisfare il palato dell’uomo.

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Ma è davvero necessario uccidere per vivere?

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Il nostro inconscio registra pensieri, azioni, scelte, opinioni… e costruisce su quei valori gli scenari che colorano l’esistenza.

Affermare la legittimità di uccidere altri esseri per il proprio esclusivo vantaggio autorizza la sopraffazione e stabilisce la liceità del sopruso, decretando nell’inconscio la legge del più forte e dipingendo di normalità la prepotenza.

Non c’è da sorprendersi poi, nel vedere dilagare la violenza dappertutto.

La legalità degli abusi è giustificata da un atteggiamento interiore rassegnato all’ineluttabile necessità di sottomettere e questo, purtroppo, non solo per vivere ma anche per soddisfare il proprio egoismo.

Nell’ottica predatoria che stabilisce “mors tua vita mea” chi è più forte, infatti, acquisisce automaticamente il diritto di decidere le sorti del più debole in base al criterio del predominio e della prepotenza, invece che assecondare i parametri della fratellanza, dell’uguaglianza e del rispetto.

La comunione, la cooperazione e la condivisione sono subordinate alla supremazia di chi detiene il potere, autorizzando i più forti a spadroneggiare impunemente sui più deboli in nome di una presunta naturalezza della prepotenza e della disuguaglianza.

Mangiare la carne di altri esseri viventi implica una gerarchia tra le creature, stabilisce che esistono esseri di serie A e esseri di serie B e, di conseguenza, l’inconscio trasferisce automaticamente questo principio in tutti gli altri settori della vita, rendendoci docili e arrendevoli davanti a chi si arroga, con la forza o con l’astuzia, il diritto di comandarci.

Uccidere per vivere, annienta la fratellanza e il bisogno di reciprocità, istituendo nel mondo interiore i valori della violenza e della prepotenza, e dando vita a un’interpretazione della realtà basata sul predominio e sull’abuso invece che sulla solidarietà e sulla fiducia.

Dal punto di vista psicologico, perciò, consumare prodotti di origine animale non è scevro da ripercussioni sia sul benessere emotivo che sulla salute.

Infatti, la legge del più forte, indispensabile per sopprimere senza scrupoli altre creature viventi, si riflette nella percezione del mondo, generando un pericoloso disprezzo dell’ingenuità e della debolezza, e un atteggiamento reattivo di indifferenza e di insensibilità davanti al dolore, proprio e degli altri.

Questa censura agita sulla fragilità impedisce l’ascolto di se stessi e genera un senso di pericolo di fronte alla vita, causando paure, depressione, sfiducia, ansia, panico e numerosi altri sintomi tristemente noti agli psicologi e pericolosamente in aumento in questo periodo storico.

Mangiare carne, pesce, latte, uova e formaggio, insomma, non fa bene alla psiche.

E nemmeno al corpo.

Recenti studi sulle malattie del benessere, infatti, hanno messo in luce come le proteine definite nobili non siano poi così nobili nei loro effetti sull’organismo e quanto, invece, i prodotti di origine animale generino una pericolosa acidosi metabolica che è all’origine del cancro, del diabete e di tante altre patologie autoimmuni.

L’acidosi metabolica è uno scompenso che provoca un aumento di acidi nell’organismo.

Quando nel corpo si accumulano troppi acidi, senza che i reni riescano a filtrarli eliminando gli eccessi, si parla di acidosi metabolica.  

Si evidenzia cioè una condizione di squilibrio che provoca gravi problemi di salute. 

Le cause che portano a questo scompenso dipendono soprattutto dal consumo di prodotti di origine animale.

Numerosi studi epidemiologici e clinici hanno dimostrato che un’alimentazione a base di vegetali fornisce tutti gli aminoacidi necessari nelle giuste quantità e proporzioni senza introdurre colesterolo e grassi saturi (dannosi per la salute e inevitabilmente presenti in tutti i cibi animali).

Le proteine vegetali, infatti, stimolano la produzione di glucagone e contribuiscono a ridurre i livelli di insulina che costituiscono un pericoloso fattore di rischio per obesità e tumori.

Queste ricerche hanno ampiamente dimostrato come le diete prive di prodotti animali siano perfettamente in grado di coprire il fabbisogno proteico di qualunque persona, anche di chi pratica sport o compie lavori pesanti, evidenziando l’esistenza di una stretta correlazione tra il consumo di proteine nobili e le gravi patologie incurabili che affliggono questo nostro secolo.

Patologie definite incurabili… proprio perché sostenute da un’alimentazione pericolosamente acidificante e, purtroppo, ritenuta indiscutibile!

Vivere senza mangiare carne, pesce, latte, uova e formaggio è perciò un’assicurazione sulla vita che favorisce la buona salute e ristabilisce nella psiche i valori della reciprocità, della fratellanza e del rispetto per tutte le creature.

Ma, per avventurarsi nel percorso necessario a cambiare le abitudini alimentari malsane è indispensabile guardare oltre i falsi miti proposti da una medicina sempre più schiava delle case farmaceutiche e dei loro interessi economici, procurandosi da soli le informazioni giuste e sperimentando sul proprio corpo la veridicità delle ricerche e degli studi.

E, soprattutto, è necessario imparare ad ascoltare il proprio cuore a dispetto degli interessi di chi detiene il potere economico.

Un mondo migliore nasce da un diverso modo di interpretare la vita, dapprima nelle piccole cose di ogni giorno e in seguito nei cambiamenti che fanno la storia.

Scegliere la fraternità invece che dare la morte è un passaggio importante sulla via che conduce a una società capace di accogliere senza discriminare nessuno.

Per cambiare il mondo… basterebbe cambiare il modo di fare la spesa.

Carla Sale Musio

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Set 15 2014

MALEDETTI VEGANI!!!

Nonostante la scelta vegana sia in costante aumento prendersela con chi decide di non utilizzare più prodotti di origine animale sembra essere lecito e incoraggiato dalla cultura della violenza e dell’indifferenza nella quale siamo immersi.

“Chi sceglie di non uccidere per vivere, probabilmente ha qualche rotella fuori posto!”

Si mormora da più parti.

E, come minimo, deve mostrare un certificato medico che autorizzi a non cibarsi della morte di nessuno!

Altrimenti è additato come un appestato e accusato di fanatismo, ossessione e rigidità, ma soprattutto: mancanza di rispetto, nei confronti di chi, invece, preferisce infliggere torture e sofferenza per soddisfare i piaceri del palato.

La scelta giusta è ancora quella dell’uccisione e della prepotenza.

La non violenza è guardata con sospetto, suscita insofferenza, irritazione e colpevolizzazione.

Il codice “Mors tua vita mea” è diventato un dogma, nella cultura dello sfruttamento e dell’opportunismo.

Il mondo appartiene ai furbi.

E i furbi, si sa, si fanno pochi scrupoli.

Così, chi ha un cuore deve nasconderlo, per non venir emarginato e deriso.

Voci autorevoli hanno dimostrato che oltre ad essere una pratica crudele, mangiare carne fa male alla salute e sta creando danni gravissimi all’ecosistema.

Ma chi gestisce l’industria della morte (carne, armi, prostituzione, pedofilia…) ha tutto l’interesse a soffocare queste informazioni, sponsorizzando l’indifferenza e l’ignoranza, per incrementare i propri lucrosi guadagni.

Per questo, le battute sul fanatismo vegano occhieggiano qua e là, sostenendo con bonaria ironia il massacro di tante creature innocenti.

Scorgere la violenza nascosta dietro ai riti alimentari presuppone capacità d’immedesimazione e un’empatia che il mondo consumista demonizza.

Si preferisce osannare la superiorità dell’uomo e in nome del diritto del più forte continuare a uccidere con indifferenza.

Per consuetudine, conformismo e ignoranza. 

Tuttavia, il diritto del più forte abilita la disonestà e la prepotenza.

Non solo sugli animali.

Su chiunque possa essere usato per soddisfare gli interessi di chi comanda.

C’è un nesso che lega l’alimentazione carnea al razzismo, al bullismo, al femminicidio, alla pedofilia, allo schiavismo, alla prostituzione… e a tutto ciò che fa della prepotenza e dell’abuso uno stile di vita.

L’indifferenza con cui sacrifichiamo tante vite giustifica le guerre, l’emarginazione e lo sfruttamento, e perpetua quella cultura della violenza che miete vittime ovunque in nome del guadagno.

Ma tutto questo, naturalmente, non bisogna farlo sapere in giro!

Si corre il rischio di veder calare le vendite mandando in crisi la supremazia dei pochi eletti che gestiscono il mondo.

Per far girare l’economia è obbligatorio nascondere i soprusi e ottundere le coscienze drogandole con cibi   insaporiti e poco salutari.

La carne dà dipendenza e provoca una sorta di eccitazione che ne mantiene alta la desiderabilità perché sembra alleviare la fatica della vita quotidiana.

Come tutte le droghe la sua tossicità anestetizza la mente e incrementa l’assuefazione.

In un circolo vizioso senza fine.

Ribellarsi all’uccisione degli animali presuppone una volontà capace di resistere alle sollecitazioni alimentari e alle aggressioni di chi si infastidisce di fronte a quelle scelte che mettono in crisi la coscienza perché denunciano la crudeltà.

Uccidere è sempre una violenza.

E in un mondo evoluto va evitato.

La norma “Mors tua vita mea” appartiene a un codice ingiusto.

Che tutti quanti subiamo con dolore in tante sfere della nostra vita.

Purtroppo.

Trasformare i presupposti violenti che stanno distruggendo il mondo significa smettere di credere alla legge del più forte e cominciare a leggere oltre le apparenze, scovando la verità nascosta dietro alla superiorità con cui l’essere umano guarda gli animali.

Ci vuole molto coraggio per sfidare da soli i presupposti di un mondo ingiusto e prepotente.

Eppure… soltanto così può nascere una società migliore.

Uccidere non è mai lecito.

Meno che mai quando serve soltanto a soddisfare un capriccio del palato.

Per comprendere questa verità non ci vuole una grande intelligenza.

E chi deride i vegani lo sa benissimo.

Anche se preferisce mettersi in pace la coscienza pagando il pizzo a quell’élite che gestisce le sorti del pianeta e guardando con commiserazione chiunque scelga di camminare controcorrente.

Non si può essere liberi annegando le responsabilità grazie alle tante droghe legali chiamate impropriamente alimentazione.

L’indipendenza passa attraverso l’ascolto e la conquista della propria sensibilità.

Nasce dalla capacità di superare l’egocentrismo per costruire una più profonda reciprocità.

Ogni creatura ha diritto alla vita.

La legge del più forte afferma l’ingiustizia e costruisce un mondo di crudeltà.

Scegliere di pensare con la propria testa porta a denunciare le false verità di una società basata sulla violenza e sullo sfruttamento di tante vite colpevoli soltanto di un’eccessiva addomesticabilità.

È una via solitaria.

Adatta a chi è capace di trovare in se stesso l’approvazione e il riconoscimento senza cercare il consenso del mondo.

La libertà si raggiunge quando si diventa capaci di seguire soltanto la propria coscienza.

Carla Sale Musio

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Gen 17 2013

CULTURE ANIMALI


Gli psicologi hanno verificato che l’egocentrismo, fisiologico fino ai tre anni di età, con la maturità deve cedere il posto alla socializzazione, cioè allo scambio, alla condivisione e al rispetto per gli altri.

Dopo i tre anni, infatti, la mancanza di socializzazione segnala una falla nello sviluppo dell’intelligenza e un’attenzione patologicamente centrata su se stessi.

Per essere intelligenti bisogna aver conquistato la capacità di considerare la presenza degli altri e di fraternizzare con loro.

Per fortuna gli psicologi non applicano le scale di intelligenza alla specie umana ma solo ai singoli individui… altrimenti saremmo costretti a constatare una grave deficienza intellettiva nella nostra specie!

La razza umana è ancora molto egocentrica e per questo, purtroppo, patologica.

Immersa nella propria presunzione e in un campanilistico autocompiacimento, ritiene di essere l’unica depositaria del sapere.

La sua arroganza è evidente nel definire “cultura” solo ciò che rientra dentro i parametri stabiliti dall’uomo stesso.

Non ci fermiamo mai a considerare che al mondo esistono anche altri saperi differenti dal nostro.

Gli esseri umani vengono educati fin da piccoli alla sopraffazione e alla violenza sulle altre specie.

Perciò, crescendo, ci comportiamo come se per noi fosse un diritto usare qualunque altro essere vivente a nostro piacimento.

La nostra civiltà, malata di razzismo e prepotenza, non ci insegna il rispetto per la vita, ci spinge, invece, a sfruttare l’indole disponibile delle altre specie.

Consideriamo l’accondiscendenza di tante razze animali non come un aspetto della cooperazione ma come una mancanza d’intelligenza e, dopo aver bollato la tolleranza con l’etichetta di stupidità, ci sentiamo autorizzati a compiere ogni tipo di maltrattamento su chi, per carattere o per scelta, non opponga troppa resistenza.

Macellare, uccidere, cacciare, vivisezionare, sfruttare, abusare… sono per noi attività lecite, quando vengono compiute sulle specie diverse dalla nostra.

Poco importa se le altre razze soffrono, amano, s’innamorano, hanno paura, gridano e provano dolore, proprio come noi.

Una cappa d’indifferenza e di cinismo giustifica i nostri crimini quotidiani e ci permette di sentirci migliori, nonostante le torture e i soprusi che infliggiamo.

Siamo convinti che l’intelligenza stia nella capacità di sopraffare e non, invece, nell’accoglienza e nel rispetto per gli altri e per la vita.

La convivenza pacifica non è considerata dall’uomo una capacità o un valore delle altre specie, né tantomeno l’aspetto di una cultura differente.

Perciò abusiamo di chiunque impunemente, convinti di essere più intelligenti e superiori proprio per questo.

Non ci sfiora nemmeno il pensiero che gli animali possiedano una cultura.

L’unica cultura che riconosciamo è la nostra, cioè quella del predominio e della legge del più forte.

Viviamo immersi nell’indifferenza e in nome del nostro piacere consideriamo giustificato l’abuso e lo sfruttamento di qualsiasi vita.

Quando la sopravvivenza diventa impossibile, molte specie animali ritengono preferibile estinguersi piuttosto che distruggere l’habitat nel quale poi dovrebbero vivere.

Ma ai nostri occhi questo diverso punto di vista sull’esistenza appare privo d’intelligenza e perciò non lo consideriamo il presupposto di un’altra cultura ma solo il segno di una genetica idiozia.

Abbiamo costruito un sapere incapace di comprendere la diversità.

E tutto ciò che non è omologabile ai parametri del nostro arbitrio lo ignoriamo come inesistente.

 

Ma cosa significa la parola cultura?

 

Il termine “cultura” indica il bagaglio delle conoscenze di un popolo.

Tutte le culture possiedono un insieme di saperi che si tramandano da una generazione all’altra.

In culture diverse da quella umana, però, la trasmissione delle informazioni non utilizza il linguaggio parlato o la forma scritta.

Questo certamente le rende insolite ai nostri occhi.

Ma non inesistenti.

La loro diversità è una ricchezza che dovremmo considerare e valorizzare, piuttosto che ignorare.

Modi diversi di trasmissione delle conoscenze dovrebbero essere per noi uno spunto di riflessione e di apprendimento, non l’autorizzazione alla violenza.

Invece ci sentiamo in diritto di affermare che non esiste alcun “sapere” al di fuori del nostro.

Forti del fatto che le altre razze, non usando codici scritti, non possiedono niente a testimonianza della loro cultura.

In questo modo cadiamo dentro un patologico antropocentrismo.

E diventiamo vittime di una presuntuosa autoreferenzialità.

Poiché noi tramandiamo la cultura in forma scritta, riteniamo inesistenti tutte le culture che utilizzano canali di comunicazione differenti.

Gli animali:

  • possiedono un linguaggio telepatico (che l’essere umano non sa più utilizzare e che non è in grado di comprendere)

  • trasmettono i loro valori geneticamente ed emotivamente

  • leggono i campi energetici in cui sono immerse le cose e le persone

  • comunicano tra loro utilizzando la sensitività ( I poteri straordinari degli animali di R. Sheldrake; Parliamo con il cavallo di H. Blake)

Dal punto di vista etico, la loro cultura è più sviluppata della nostra perché tiene conto dell’esistenza delle altre specie e si muove nel rispetto, senza depredare il pianeta.

Nel mondo animale non esistono l’allevamento e lo sfruttamento di una razza a vantaggio di un’altra.

Sono soltanto gli esseri umani a prevaricare e abusare la Terra, distruggendo le risorse di tutti e approfittando, stupidamente e crudelmente, della tolleranza degli altri esseri viventi.

Ciò che la nostra razza non capisce, affetta da un pericoloso senso di onnipotenza, è che le specie diverse dalla nostra preferiscono rinunciare a se stesse piuttosto che agire l’abuso e il massacro del pianeta.

Questa scelta di olocausto rende le culture animali eticamente e spiritualmente più evolute della nostra.

Tra loro non esistono gli allevamenti, i macelli, i circhi, gli zoo, la sperimentazione e la vivisezione.

Esistono, invece, una tolleranza, una convivenza e un’accettazione della vita, del dolore e della morte, che per gli uomini sono impensabili.

Avremmo molto da imparare da queste scelte diverse dalla nostra ma, per riuscire a coglierne la saggezza, dobbiamo prima crescere psicologicamente, sviluppare la nostra intelligenza emotiva e liberarci dall’onnipotenza e dall’egocentrismo che bloccano l’evoluzione dentro un patologico antropocentrismo.

Tante culture animali sono patrimoni di conoscenze pacifiste.

Ci mostrano saperi che hanno a cuore la vita e che rifuggono la distruzione dell’ecosistema, anche a costo di estinguersi.

Offrirsi in sacrificio per il genere umano ha reso un uomo il simbolo indiscusso della saggezza e della pace.

Ma questo succedeva più di duemila anni fa.

Non fa scalpore, invece, chi muore oggi per una scelta analoga.

Esseri di specie diverse da sempre immolano se stessi per l’umanità, senza clamori e senza alcuna croce.

Carla Sale Musio

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Lug 01 2012

CARNE O ANIMA? amore o sesso?


Queste domande non dovrebbero esistere.

La carne e l’anima formano un binomio inscindibile.

(Almeno finché si è vivi)

Invece, in questa nostra civiltà malata abbiamo carni che hanno un’anima e carni che a noi sembrano esistere solo per essere mangiate.

La carne nella nostra cultura è ritenuta antitetica all’anima e associata al peccato o al macello.

La consideriamo causa di scandali, vizi e perversioni.

Oppure la pesiamo al chilo come se fosse una merce qualunque e non la vita di un essere vivente.

Consideriamo la carne e il corpo opposti all’anima e alla spiritualità.

Da una parte abbiamo la fisicità, con impulsi, istinti e bisogni, e dall’altra l’anima, la purezza, la sensibilità, la capacità di amare.

Separare la carne dall’anima autorizza il predominio, giustifica l’uso di tante specie animali per il piacere e il divertimento della nostra razza e, purtroppo, porta con sé conseguenze abominevoli.

Infatti, dove non c’è l’anima lo sfruttamento diventa lecito!

È con questi presupposti che la cultura maschilista ha oppresso e violentato le donne per secoli.

E, sempre in questo modo, la pedofilia argomenta la propria perversione.

Se la carne è priva di anima può essere considerata semplicemente un oggetto.

E come tale sarà trattata.

Considerare delle creature viventi alla stregua di cose legittima violenza e abusi.

Siamo convinti che ci siano carni prive di anima.

Ma la carne priva di anima segnala un’esistenza di serie B.

Appartiene a esseri con poco valore.

Esseri che sono stati creati per il piacere di altri esseri.

Esseri… nati per servire.

Esseri senz’anima, appunto.

Nella nostra cultura, gli animali sono giudicati: carne senz’anima.

E perciò al servizio della specie umana.

Anche le donne, spesso, subiscono la stessa sorte e diventano carne senz’anima al servizio del sesso maschile.

I bambini sono carne senz’anima quando vengono usati come strumenti di piacere nelle mani degli adulti.

Animali, donne, bambini.

Creature sottoposte al predominio e allo sfruttamento di altre creature!

L’abominio, contenuto nella separazione arbitraria della carne dall’anima priva la razza umana della sua dignità e ci rende inermi e sgomenti davanti alla morte.

Infatti, la morte inflitta con noncuranza e crudeltà si trasforma facilmente in un enigma senza senso.

Legittimando il massacro di tanti esseri occultiamo il significato della vita (e della morte) dietro una maschera di insensibilità.

La violenza è la malattia di questa civiltà.

Si annida dappertutto e, come un virus, contagia il nostro cuore rendendolo cieco e sordo davanti ai soprusi cui assistiamo ogni giorno e dei quali siamo complici, spesso senza nemmeno rendercene conto.

Compriamo e mangiamo la vita di altri esseri viventi con assoluta indifferenza.

Poi, con la stessa indifferenza, riteniamo la carne uno strumento di piacere.

E separiamo il sesso dai sentimenti.

Ci arroghiamo il diritto di poter scegliere se fare sesso o fare l’amore.

Ma l’amore e il sesso, come la carne e l’anima, non possono essere disgiunti.

Il sesso è un’estensione dell’amore, è la condivisione della propria intimità anche fisica.

Invece, nella nostra società il sesso è usato spesso per far violenza e dell’intimità si è perso completamente il significato e il valore.

Ostentiamo le nostre nudità ma occultiamo l’anima vergognandoci di possedere anche una sensibilità oltre al corpo.

Ci vantiamo di innumerevoli conquiste sessuali, di avventure vissute con poca o nessuna reciprocità, di rapporti fatti principalmente di carne e privi di anima.

Collezioniamo esperienze erotiche come trofei in un album delle figurine.

E le archiviamo orgogliosi, senza fermarci a condividere insieme al corpo anche la nostra interiorità.

La nudità non è la carne spogliata dei vestiti ma l’anima senza censure e senza veli.

Condividere l’anima permette di condividere il corpo e rende l’unione sessuale un momento di estasi e di sacralità.

La carne e l’anima non sono separabili.

Appartengono inscindibilmente alla vita.

Negarne l’unità abilita il massacro e lacera il cuore lasciandoci confusi e soli a ricercare il senso della nostra presunta umanità.

La carne e l’anima appartengono a una stessa identica realtà.

Qualcosa che chiamiamo: vita.

Qualcosa che esiste, indivisibile, nella perfetta unicità di ognuno.

Maschio o femmina, adulto o bambino, uomo o animale.

Carla Sale Musio

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