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Mag 29 2018

SPECISMO… O DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITÀ?

Coltiviamo la certezza di essere la specie più evoluta del pianeta: quella creata da Dio a propria immagine e somiglianza.

Ma ignoriamo che questa convinzione sia il sintomo di una patologia chiamata Disturbo Narcisistico di Personalità e basata sulla percezione di una superiorità soggettiva e onnipotente.

Da tempo immemorabile il dibattito sulle diverse forme dell’intelligenza ha portato gli studiosi a comprendere che le valutazioni della conoscenza non vanno circoscritte al sapere della maggioranza, ma è necessario calibrare le performance in modo da renderle adeguate a tutti.

Eppure… quando è in gioco l’antropocentrismo nemmeno le scoperte scientifiche valgono più! 

Essere umani contiene un diritto di supremazia.

Imprescindibile.

È una pretesa arbitraria che evidenzia la patologia insieme alla necessità di una cura.

E segnala l’urgenza di garantire a ogni essere vivente il diritto all’esistenza e al rispetto delle proprie peculiarità.

Forti di valutazioni che tengono conto esclusivamente delle caratteristiche umane consideriamo inferiori tutte le altre specie.

Poiché gli animali non utilizzano un linguaggio simile al nostro ci sentiamo autorizzati a postulare anche una mancanza di intelligenza, legittimando il diritto alla sopraffazione.

È difficile accettare che questa pretesa egocentrica sia il sintomo di una disfunzione che il DSM5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) definisce:

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Disturbo Narcisistico di Personalità

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Il Disturbo Narcisistico di Personalità è un disturbo della personalità i cui principali indicatori sono:

  • un eccessivo egocentrismo

  • un deficit nella capacità di provare empatia

  • una esasperata idealizzazione di sé

Si tratta di una patologia caratterizzata dalla percezione di un Sé Grandioso, dal sentimento esagerato della propria importanza e dalle difficoltà di coinvolgimento nella percezione dell’altro.

Le persone affette da questa sintomatologia manifestano un egoismo esorbitante di cui di solito non sono consapevoli, arrivando a tiranneggiare chi hanno vicino senza alcuno scrupolo e senza nessuna comprensione della propria crudeltà.

Il Disturbo Narcisistico di Personalità ci impedisce di analizzare con obiettività il sapere delle altre specie, occultandone le risorse, il valore, le potenzialità e i doni.

Occorrono: spirito di ricerca, capacità di ascolto, empatia, determinazione e rispetto, per cogliere la profondità di una cultura che utilizza principi differenti da quelli che ci sono abituali.

Per riconoscere la civiltà degli animali è necessario superare il Disturbo Narcisistico di Personalità e osservare con più umiltà i saperi delle specie diverse dalla nostra.

Ma soprattutto è indispensabile aprirsi a una comprensione biocentrica delle relazioni che uniscono gli esseri viventi dando vita a un ecosistema capace di garantire il benessere di tutti.

Quando ognuno contribuisce all’integrità della vita la capacità di mettersi in gioco si libera dall’egocentrismo formando una società volta al benessere del singolo e del pianeta nella sua interezza.

E questo è il requisito su cui poggiano tutte le culture degli animali.

Le altre specie possiedono una saggezza che noi abbiamo perduto.

Per loro la conoscenza dell’ecosistema e l’ascolto dei mondi interiori sono parte di una verità antica e piena di valore.

Biocentrismo, intuizione, istintività, paranormalità… appartengono a un sapere che li rende capaci di rispettare il pianeta, di frequentare le altre dimensioni e di conoscere il significato profondo della vita.

Valori che noi non riusciamo più a considerare tali.

È questa la conseguenza della patologia narcisistica in cui viviamo immersi.

Una patologia che ammala la civiltà umana dando origine a problematiche sconosciute a ogni altra specie.

Usura, pedofilia, schizofrenia, disturbi alimentari… sono malattie ignote agli altri animali.

Il loro sapere comprende valori e abilità impensabili per noi e questo dovrebbe indurci ad imparare piuttosto che a sfruttarli.

La capacità di riconoscere ciò che non si può toccare è un requisito importantissimo per la salute mentale.

Saper distinguere le emozioni e i sentimenti e comportarsi di conseguenza sono le risorse che permettono agli specialisti della psiche di aiutare tante persone in difficoltà.

Gli animali le utilizzano per muoversi nell’ambiente e comunicare tra loro.

Noi invece preferiamo la manipolazione e la menzogna, giudichiamo sconveniente l’autenticità e inibiamo l’ascolto della nostra verità… per ottenere un amore del quale non siamo mai sicuri.

Poi ci ammaliamo di depressione, di attacchi di panico, di ossessioni, di compulsioni e delle innumerevoli malattie che segnalano la perdita di un contatto profondo con la vita.

Tutti gli animali ci insegnano con l’esempio della loro esistenza a ritrovare il legame che unisce ogni creatura al suo ambiente e il valore di un ascolto intimo, fatto di conoscenza e di intuizione, di sensazioni e di percezioni visibili e invisibili.

Carla Sale Musio

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Giu 30 2015

ISTINTO O AMORE?

Quando un animale cura i suoi piccoli con sollecitudine parliamo di istinto.

Quando, invece, a compire gli stessi gesti è un essere umano preferiamo usare la parola amore.

Siamo convinti che gli animali possano essere utilizzati e maltrattati come oggetti senza valore e su questo presupposto abbiamo costruito la più grave forma di razzismo e di discriminazione che sia mai esistita.

Dall’abuso compiuto quotidianamente sulle loro vite, infatti, prende forma una cultura malata di cinismo e d’indifferenza, i cui danni sono sotto gli occhi di tutti.

Basta accedere la televisione e guardare un telegiornale!

Stragi, guerre e violenze di ogni tipo sono la conseguenza di uno stile di vita basato sulla prepotenza, sul disprezzo della debolezza e sulla legge del più forte.

La vita dovrebbe essere per tutti un diritto sacro e inviolabile, qualsiasi sia la specie di appartenenza.

Stabilire che esistono creature di serie A e creature di serie B significa autorizzare la prevaricazione e, per riuscirci, è necessario ottundere l’empatia, facendo in modo che la compassione si trasformi in indifferenza e che l’amore sia considerato una risposta automatica, priva di componenti affettive.

Solo così è possibile assistere col sorriso sulle labbra (e l’acquolina in bocca) all’uccisione di tante creature indifese e innocenti.

L’amore e l’istinto sono cose molto diverse e gli animali con i loro comportamenti ci mostrano spesso dei sentimenti talmente puri e disinteressati che gli esseri umani faticano a tenere il loro passo.

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AMORE!!!

M

A Villa Carlos Paz, in Argentina, Verónica Moreno, la proprietaria di un adorabile esemplare di pastore tedesco di nome Capitán, non riusciva più a trovarlo.

Il cane aveva iniziato a latitare da casa dopo la morte del marito di Verónica, Miguel Guzmán, e oramai non speravano più di rivederlo quando un giorno la donna e suo figlio recandosi al cimitero sentono un latrato simile ad un pianto e con enorme sorpresa si vedono comparire davanti Capitán!

Sono passati più di sei anni e Capitán è sempre lì a vegliare sulla tomba di Miguel.

Ogni tanto fa un salto a casa ma poi ritorna al cimitero che ormai è diventato la sua dimora fissa.

*  *  *

Lo scorso anno a ferragosto due persone abbandonano il loro cane sulla strada nei pressi di Riccione.

Ma il cucciolo, tagliando per i campi, riesce a raggiungere la vettura e quando arrivano i carabinieri (chiamati da una donna che ha assistito incredula all’abbandono e ha segnalato il numero di targa del veicolo) sta già scodinzolando dietro all’auto.

*  *  *

Qualche mese fa nel Parco Nazionale d’Abruzzo un orsetto cade accidentalmente dentro una vasca d’acqua alta tre metri.

Il piccolo tenta invano di venirne fuori e mamma orsa disperata si tuffa nella vasca per cercare di metterlo in salvo ma l’impresa è impossibile e, nel tentativo di salvarlo, l’orsa annega con lui.

*  *  *

Capitán ha rinunciato alle comodità della casa per restare vicino al suo padrone anche dopo la morte, il cucciolo di Ricccione non esita a correre per chilometri pur di stare vicino ai suoi amici umani (nonostante la crudeltà con cui è stato abbandonato) e, come ogni altra mamma, l’orsa del Parco Nazionale d’Abruzzo non ha esitato a sacrificare la propria vita per salvare il suo bambino.

Ma trattandosi di animali invece di riconoscerne  i sentimenti preferiamo credere che a guidare i comportamenti sia stato l’istinto.

Mamma orsa, Capitán e il cucciolo abbandonato a Riccione hanno agito mossi dagli stessi vissuti che animerebbero un essere umano e in loro l’amore è così evidente che non ci sarebbe nemmeno bisogno di definirlo.

Eppure davanti a queste manifestazioni affettive si continua a parlare di comportamenti stabiliti biologicamente.

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ISTINTO

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Chiamiamo istinto un insieme di caratteristiche che fanno parte del patrimonio genetico e riguardano azioni compiute in modo analogo da individui diversi, come quando gli uccelli migrano o quando si ritrae la mano da un oggetto caldo o pungente.

Tra l’istinto e l’amore esiste un abisso!

Tuttavia, il rifiuto di attribuire diritti e dignità agli animali ci porta a non riconoscerne i sentimenti e a negare la loro capacità di vivere relazioni intense e profonde.

Per giustificare la nostra arroganza sosteniamo che sono privi di intelligenza, senza considerare che questo dovrebbe spingerci a proteggerli piuttosto che ad approfittare della loro ingenuità.

Servirsi di creature più deboli per soddisfare il proprio piacere, produce una cultura in cui la debolezza è disprezzata e abusata, e apre la strada allo sfruttamento non solo degli animali ma di chiunque possieda quelle stesse caratteristiche (la pedofilia e il femminicidio ne sono un drammatico esempio).

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L’AMORE NEGLI ANIMALI

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Per comprendere la psicologia degli esseri umani gli scienziati hanno usato spesso gli animali.

Tra il 1958 e il 1965 i coniugi Harlow per studiare il comportamento di attaccamento allevarono dei cuccioli di macaco privandoli della mamma.

I cuccioli, vittime dei loro crudeli esperimenti, venivano rinchiusi in una gabbia in cui avevano a disposizione soltanto un peluche di stoffa morbida e una sagoma di metallo con un biberon.

Naturalmente le povere scimmiette trascorrevano la maggior parte del tempo abbracciate al pupazzo di stoffa e si avvicinavano alla sagoma metallica esclusivamente per mangiare.

L’atroce deprivazione cui furono sottoposte nei primi mesi di vita le rese tristi e spaurite e, crescendo, diventarono indifferenti verso i piccoli e incapaci di far fronte ai loro bisogni affettivi.

In conformità a questi esperimenti i coniugi Harlow appurarono che l’attaccamento negli esseri umani si sviluppa all’interno di un legame affettivo e che le radici dell’amorevolezza possono essere rintracciate nelle prime relazioni tra i bambini e gli adulti che si prendono cura di loro.

*  *  *

Basare lo studio dell’affettività umana su ricerche che hanno come soggetti gli animali è possibile solo quando i vissuti degli uomini e degli animali sono identici, altrimenti la differenza inficerebbe i risultati degli esperimenti.

Studi di questo genere dimostrano che esiste un’uniformità emotiva tra l’uomo e gli animali e smascherano la finzione culturale costruita per nascondere gli abusi e lo sfruttamento.

Le specie animali provano amore, tenerezza, nostalgia, paura, tristezza, entusiasmo, malinconia, gioia, dolore… proprio come gli esseri umani!!!

Continuare a chiudere gli occhi davanti a questa verità ottunde l’empatia fino ad annichilirla e genera la pazzia che sta distruggendo il mondo.

La vita emotiva degli animali ci mostra un’autenticità e una trasparenza che la specie umana ha perduto, e ci aiuta a ritrovare il contatto con la nostra affettività.

Riconoscere i loro sentimenti vuol dire strappare il velo che nasconde i tanti crimini quotidiani giustificati con leggerezza dalla nostra cultura e contrastare il cinismo e l’indifferenza che stanno soffocando l’umanità.

Con la loro esistenza gli animali ci insegnano il valore della diversità, aiutandoci a risvegliare la nostra empatia intorpidita.

Abusare di loro significa abusare della nostra vulnerabilità e ammutolire la sensibilità interiore, fomentando la cultura della violenza.

Solo riconoscendo le somiglianze che esistono tra le specie potremo realizzare una società capace di rispettare l’autenticità e il valore di ciascuno.

Per costruire un mondo migliore è indispensabile mettere fine all’olocausto degli animali e promuovere il loro diritto alla vita, riconoscendone la profondità emotiva e affettiva.

Ma soprattutto è necessario aprire gli occhi davanti alla verità.

L’amore è lo stesso per tutti.

Senza distinzioni di specie.

Carla Sale Musio

leggi anche:

SCHIAVISMO ANIMALE

ANTISPECISMO E PEDOFILIA

LE RADICI DELLA VIOLENZA

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Apr 20 2015

LA SCELTA VEGANA

Ci sono persone che, senza avere nessun problema di salute, scelgono di non magiare carne, latte, uova e formaggi, di non indossare pellicce, accessori di pelle, piumini fatti con la piuma d’oca, tessuti di seta… cioè di non utilizzare niente che comporti la sofferenza o l’uccisione degli animali.

Non sono persone superstiziose, non appartengono a una setta e non sono necessariamente religiose.

Sono individui molto diversi tra loro, accomunati dalla decisione di non infliggere sofferenza alle altre specie.

Una posizione ancora poco conosciuta e basata sul riconoscimento del valore di ogni vita e sul rispetto di tutti gli esseri viventi.

Queste persone credono fermamente che ogni creatura abbia diritto alla propria esistenza e si impegnano a evitare gli abusi commessi a danno degli animali.

Comunemente gli animali sono ritenuti inferiori all’uomo e, per questo, soggetti al predominio e allo sfruttamento.

La loro intelligenza non è riconosciuta e il loro dolore è ignorato, perché quando una vita non ha valore anche la sofferenza non ha valore.

La specie umana non riconosce altri parametri che quelli della propria cultura e, in nome di una presunta superiorità, si arroga arbitrariamente il diritto di maltrattare chiunque reputi diverso, e per questo inferiore.

Ma non tutti gli esseri umani riescono a mostrarsi indifferenti davanti ai soprusi e alle sevizie, e sempre più persone scoprono una sensibilità capace di riconoscere la sofferenza anche nelle creature che non appartengano alla nostra specie.

Queste persone, nonostante facciano parte dell’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza, provano pietà per il massacro cui sono condannate tante vite e si sforzano di compiere scelte più amorevoli e responsabili, nel tentativo di evitarlo.

Una di queste scelte è appunto la scelta vegana, cioè la decisione di non infliggere dolore agli animali con il proprio stile di vita.

Una decisione che comporta rinunce e difficoltà non solo dal punto di vista alimentare ma, soprattutto, dal punto di vista interiore.

I vegani, infatti, non possono più negare a se stessi l’olocausto degli animali (abilmente occultato dalle politiche commerciali) e sono costretti ad affrontare in prima persona le connivenze criminali che accompagnano la maggior parte delle nostre scelte quotidiane.

Così, mentre la rinuncia ai prodotti di origine animale può essere facilmente risolta grazie alle innumerevoli possibilità alternative reperibili sul mercato, la dolorosa scoperta della propria inconsapevole e ottusa crudeltà è invece lo scoglio più grande da superare, la barriera, spesso insormontabile, che impedisce la presa di coscienza davanti al martirio di tanti esseri innocenti.

Viviamo in un mondo in cui è molto facile addormentare la consapevolezza del sacrificio vissuto dagli animali nei macelli, negli allevamenti intensivi, nella sperimentazione, nei circhi, nei delfinari, nelle scommesse, nelle vendette, nelle torture…

Un mondo in cui è più comodo e più rassicurante chiudere gli occhi, lasciando la coscienza in balia di giustificazioni stereotipate e obsolete (si è sempre fatto così, è la legge del più forte, la catena alimentare, la tradizione, il karma…), piuttosto che riconoscere l’ingiustizia, la violenza e la responsabilità della nostra indifferenza.

Diventare vegani non vuol dire soltanto passare da un’alimentazione onnivora, incentrata sul consumo di carne, latte, uova e formaggi, a un’alimentazione basata esclusivamente su prodotti di origine vegetale, significa soprattutto aprire gli occhi davanti alle brutalità agite con leggerezza ai danni di chiunque appartenga a una specie diversa dalla nostra.

Svegliarsi da questa incoscienza mette l’anima in contatto con la responsabilità delle proprie scelte e mostra uno scenario drammatico, fatto di abusi e insensibilità.

Eliminare gli alimenti di origine animale non è facile perché questi, in proporzioni più o meno grandi, si trovano nella composizione di quasi tutti i cibi che consumiamo comunemente e, per poterli selezionare, è necessario controllare scrupolosamente sia le componenti del menù che le lavorazioni che conducono al raggiungimento di un determinato prodotto.

Questa ricerca spesso evidenzia a che prezzo e in seguito a quali torture le vivande arrivano sulle nostre tavole.

L’orrore che fa seguito a queste rivelazioni appesantisce il cuore e, se da un lato rende irreversibile la scelta vegana, dall’altro conduce alla scoperta della propria passata complicità con i mandanti dell’abominio che si sta cercando di combattere.

La visione delle atrocità che questa indifferenza comporta è difficile da accettare, perché sporca l’immagine idealizzata che ciascuno di noi ha costruito di se stesso, e perché costringe a prendere su di sé il peso delle violenze commissionate quotidianamente ai sicari della morte (macellai, allevatori, scienziati, toreri, cacciatori, pescatori…).

Questa consapevolezza mette fortemente in crisi l’identità che abbiamo costruito nel tentativo di ricevere approvazione e riconoscimento dagli altri, costringendoci a vedere quanto fragile sia la nostra etica davanti al bisogno conformista di ottenere accettazione e stima.

Ogni vegano affronta dentro di sé una dura battaglia, per smascherare l’inconsapevole crudeltà di una società che vive immersa nell’indifferenza e che ritiene naturale il maltrattamento non solo degli animali, ma di chiunque sia considerato inferiore, malato, pericoloso o semplicemente strano.

La scelta vegana è una scelta coraggiosa, adatta a persone capaci di mettere in discussione il proprio stile di vita fino a vedere i crimini commessi nell’ignoranza, e conduce a un profondo cambiamento etico, basato sul rispetto e sull’accoglienza degli animali e della diversità.

Smettere di mangiare prodotti animali non basta per considerarsi vegani.

Essere vegani è una scelta etica e comporta la rinuncia ad ogni forma di prepotenza e il rispetto per tutte le individualità.

Nessuna esclusa.

Carla Sale Musio

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Gen 09 2015

SI PUO’ VIVERE SENZA MANGIARE LA CARNE…?!?

Nonostante tanti studi abbiano dimostrato la necessità di una dieta esclusivamente vegetale per sentirsi in forma e godere di una buona salute, a molti sembra impossibile restare in vita senza mangiare la carne, il pesce, il latte, le uova e il formaggio.

Ci hanno insegnato che le proteine di origine animale contengono otto amminoacidi essenziali che non possono essere prodotti direttamente dall’organismo umano: leucina, isoleucina, valina, lisina, triptofano, tronina, metionina e fenilalanina.

E che, di conseguenza, senza la carne, il pesce, il latte, le uova e il formaggio il corpo va incontro rapidamente a malattia e morte.

Per questo, in nome degli amminoacidi essenziali e delle proteine animali, siamo stati costretti a sacrificare l’amore e il rispetto verso le altre specie viventi sull’altare della sopravvivenza, convincendoci che le leggi della sopraffazione e della violenza siano indispensabili per poter stare al mondo.

Fedeli a prescrizioni alimentari insindacabili, anche se ormai superate, molte persone buone, amorevoli e sensibili hanno dovuto nascondere in un angolo del loro cuore la dolorosa consapevolezza che il cibo di cui si nutrono, prima di essere soltanto una voce sul menù, era il corpo di una creatura vivente (che certamente non desiderava trasformarsi nel pasto di nessuno).

La norma “mors tua vita mea” è diventata il simbolo di una catena alimentare in cui la specie umana si colloca sempre al primo posto, la regola indiscutibile che giustifica l’allevamento e l’uccisione di milioni di animali per soddisfare il palato dell’uomo.

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Ma è davvero necessario uccidere per vivere?

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Il nostro inconscio registra pensieri, azioni, scelte, opinioni… e costruisce su quei valori gli scenari che colorano l’esistenza.

Affermare la legittimità di uccidere altri esseri per il proprio esclusivo vantaggio autorizza la sopraffazione e stabilisce la liceità del sopruso, decretando nell’inconscio la legge del più forte e dipingendo di normalità la prepotenza.

Non c’è da sorprendersi poi, nel vedere dilagare la violenza dappertutto.

La legalità degli abusi è giustificata da un atteggiamento interiore rassegnato all’ineluttabile necessità di sottomettere e questo, purtroppo, non solo per vivere ma anche per soddisfare il proprio egoismo.

Nell’ottica predatoria che stabilisce “mors tua vita mea” chi è più forte, infatti, acquisisce automaticamente il diritto di decidere le sorti del più debole in base al criterio del predominio e della prepotenza, invece che assecondare i parametri della fratellanza, dell’uguaglianza e del rispetto.

La comunione, la cooperazione e la condivisione sono subordinate alla supremazia di chi detiene il potere, autorizzando i più forti a spadroneggiare impunemente sui più deboli in nome di una presunta naturalezza della prepotenza e della disuguaglianza.

Mangiare la carne di altri esseri viventi implica una gerarchia tra le creature, stabilisce che esistono esseri di serie A e esseri di serie B e, di conseguenza, l’inconscio trasferisce automaticamente questo principio in tutti gli altri settori della vita, rendendoci docili e arrendevoli davanti a chi si arroga, con la forza o con l’astuzia, il diritto di comandarci.

Uccidere per vivere, annienta la fratellanza e il bisogno di reciprocità, istituendo nel mondo interiore i valori della violenza e della prepotenza, e dando vita a un’interpretazione della realtà basata sul predominio e sull’abuso invece che sulla solidarietà e sulla fiducia.

Dal punto di vista psicologico, perciò, consumare prodotti di origine animale non è scevro da ripercussioni sia sul benessere emotivo che sulla salute.

Infatti, la legge del più forte, indispensabile per sopprimere senza scrupoli altre creature viventi, si riflette nella percezione del mondo, generando un pericoloso disprezzo dell’ingenuità e della debolezza, e un atteggiamento reattivo di indifferenza e di insensibilità davanti al dolore, proprio e degli altri.

Questa censura agita sulla fragilità impedisce l’ascolto di se stessi e genera un senso di pericolo di fronte alla vita, causando paure, depressione, sfiducia, ansia, panico e numerosi altri sintomi tristemente noti agli psicologi e pericolosamente in aumento in questo periodo storico.

Mangiare carne, pesce, latte, uova e formaggio, insomma, non fa bene alla psiche.

E nemmeno al corpo.

Recenti studi sulle malattie del benessere, infatti, hanno messo in luce come le proteine definite nobili non siano poi così nobili nei loro effetti sull’organismo e quanto, invece, i prodotti di origine animale generino una pericolosa acidosi metabolica che è all’origine del cancro, del diabete e di tante altre patologie autoimmuni.

L’acidosi metabolica è uno scompenso che provoca un aumento di acidi nell’organismo.

Quando nel corpo si accumulano troppi acidi, senza che i reni riescano a filtrarli eliminando gli eccessi, si parla di acidosi metabolica.  

Si evidenzia cioè una condizione di squilibrio che provoca gravi problemi di salute. 

Le cause che portano a questo scompenso dipendono soprattutto dal consumo di prodotti di origine animale.

Numerosi studi epidemiologici e clinici hanno dimostrato che un’alimentazione a base di vegetali fornisce tutti gli aminoacidi necessari nelle giuste quantità e proporzioni senza introdurre colesterolo e grassi saturi (dannosi per la salute e inevitabilmente presenti in tutti i cibi animali).

Le proteine vegetali, infatti, stimolano la produzione di glucagone e contribuiscono a ridurre i livelli di insulina che costituiscono un pericoloso fattore di rischio per obesità e tumori.

Queste ricerche hanno ampiamente dimostrato come le diete prive di prodotti animali siano perfettamente in grado di coprire il fabbisogno proteico di qualunque persona, anche di chi pratica sport o compie lavori pesanti, evidenziando l’esistenza di una stretta correlazione tra il consumo di proteine nobili e le gravi patologie incurabili che affliggono questo nostro secolo.

Patologie definite incurabili… proprio perché sostenute da un’alimentazione pericolosamente acidificante e, purtroppo, ritenuta indiscutibile!

Vivere senza mangiare carne, pesce, latte, uova e formaggio è perciò un’assicurazione sulla vita che favorisce la buona salute e ristabilisce nella psiche i valori della reciprocità, della fratellanza e del rispetto per tutte le creature.

Ma, per avventurarsi nel percorso necessario a cambiare le abitudini alimentari malsane è indispensabile guardare oltre i falsi miti proposti da una medicina sempre più schiava delle case farmaceutiche e dei loro interessi economici, procurandosi da soli le informazioni giuste e sperimentando sul proprio corpo la veridicità delle ricerche e degli studi.

E, soprattutto, è necessario imparare ad ascoltare il proprio cuore a dispetto degli interessi di chi detiene il potere economico.

Un mondo migliore nasce da un diverso modo di interpretare la vita, dapprima nelle piccole cose di ogni giorno e in seguito nei cambiamenti che fanno la storia.

Scegliere la fraternità invece che dare la morte è un passaggio importante sulla via che conduce a una società capace di accogliere senza discriminare nessuno.

Per cambiare il mondo… basterebbe cambiare il modo di fare la spesa.

Carla Sale Musio

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Set 15 2014

MALEDETTI VEGANI!!!

Nonostante la scelta vegana sia in costante aumento prendersela con chi decide di non utilizzare più prodotti di origine animale sembra essere lecito e incoraggiato dalla cultura della violenza e dell’indifferenza nella quale siamo immersi.

“Chi sceglie di non uccidere per vivere, probabilmente ha qualche rotella fuori posto!”

Si mormora da più parti.

E, come minimo, deve mostrare un certificato medico che autorizzi a non cibarsi della morte di nessuno!

Altrimenti è additato come un appestato e accusato di fanatismo, ossessione e rigidità, ma soprattutto: mancanza di rispetto, nei confronti di chi, invece, preferisce infliggere torture e sofferenza per soddisfare i piaceri del palato.

La scelta giusta è ancora quella dell’uccisione e della prepotenza.

La non violenza è guardata con sospetto, suscita insofferenza, irritazione e colpevolizzazione.

Il codice “Mors tua vita mea” è diventato un dogma, nella cultura dello sfruttamento e dell’opportunismo.

Il mondo appartiene ai furbi.

E i furbi, si sa, si fanno pochi scrupoli.

Così, chi ha un cuore deve nasconderlo, per non venir emarginato e deriso.

Voci autorevoli hanno dimostrato che oltre ad essere una pratica crudele, mangiare carne fa male alla salute e sta creando danni gravissimi all’ecosistema.

Ma chi gestisce l’industria della morte (carne, armi, prostituzione, pedofilia…) ha tutto l’interesse a soffocare queste informazioni, sponsorizzando l’indifferenza e l’ignoranza, per incrementare i propri lucrosi guadagni.

Per questo, le battute sul fanatismo vegano occhieggiano qua e là, sostenendo con bonaria ironia il massacro di tante creature innocenti.

Scorgere la violenza nascosta dietro ai riti alimentari presuppone capacità d’immedesimazione e un’empatia che il mondo consumista demonizza.

Si preferisce osannare la superiorità dell’uomo e in nome del diritto del più forte continuare a uccidere con indifferenza.

Per consuetudine, conformismo e ignoranza. 

Tuttavia, il diritto del più forte abilita la disonestà e la prepotenza.

Non solo sugli animali.

Su chiunque possa essere usato per soddisfare gli interessi di chi comanda.

C’è un nesso che lega l’alimentazione carnea al razzismo, al bullismo, al femminicidio, alla pedofilia, allo schiavismo, alla prostituzione… e a tutto ciò che fa della prepotenza e dell’abuso uno stile di vita.

L’indifferenza con cui sacrifichiamo tante vite giustifica le guerre, l’emarginazione e lo sfruttamento, e perpetua quella cultura della violenza che miete vittime ovunque in nome del guadagno.

Ma tutto questo, naturalmente, non bisogna farlo sapere in giro!

Si corre il rischio di veder calare le vendite mandando in crisi la supremazia dei pochi eletti che gestiscono il mondo.

Per far girare l’economia è obbligatorio nascondere i soprusi e ottundere le coscienze drogandole con cibi   insaporiti e poco salutari.

La carne dà dipendenza e provoca una sorta di eccitazione che ne mantiene alta la desiderabilità perché sembra alleviare la fatica della vita quotidiana.

Come tutte le droghe la sua tossicità anestetizza la mente e incrementa l’assuefazione.

In un circolo vizioso senza fine.

Ribellarsi all’uccisione degli animali presuppone una volontà capace di resistere alle sollecitazioni alimentari e alle aggressioni di chi si infastidisce di fronte a quelle scelte che mettono in crisi la coscienza perché denunciano la crudeltà.

Uccidere è sempre una violenza.

E in un mondo evoluto va evitato.

La norma “Mors tua vita mea” appartiene a un codice ingiusto.

Che tutti quanti subiamo con dolore in tante sfere della nostra vita.

Purtroppo.

Trasformare i presupposti violenti che stanno distruggendo il mondo significa smettere di credere alla legge del più forte e cominciare a leggere oltre le apparenze, scovando la verità nascosta dietro alla superiorità con cui l’essere umano guarda gli animali.

Ci vuole molto coraggio per sfidare da soli i presupposti di un mondo ingiusto e prepotente.

Eppure… soltanto così può nascere una società migliore.

Uccidere non è mai lecito.

Meno che mai quando serve soltanto a soddisfare un capriccio del palato.

Per comprendere questa verità non ci vuole una grande intelligenza.

E chi deride i vegani lo sa benissimo.

Anche se preferisce mettersi in pace la coscienza pagando il pizzo a quell’élite che gestisce le sorti del pianeta e guardando con commiserazione chiunque scelga di camminare controcorrente.

Non si può essere liberi annegando le responsabilità grazie alle tante droghe legali chiamate impropriamente alimentazione.

L’indipendenza passa attraverso l’ascolto e la conquista della propria sensibilità.

Nasce dalla capacità di superare l’egocentrismo per costruire una più profonda reciprocità.

Ogni creatura ha diritto alla vita.

La legge del più forte afferma l’ingiustizia e costruisce un mondo di crudeltà.

Scegliere di pensare con la propria testa porta a denunciare le false verità di una società basata sulla violenza e sullo sfruttamento di tante vite colpevoli soltanto di un’eccessiva addomesticabilità.

È una via solitaria.

Adatta a chi è capace di trovare in se stesso l’approvazione e il riconoscimento senza cercare il consenso del mondo.

La libertà si raggiunge quando si diventa capaci di seguire soltanto la propria coscienza.

Carla Sale Musio

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Dic 17 2013

NON SI PUÒ “TOLLERARE” LA VIOLENZA

Recentemente ho pubblicato un post (da quando ho smesso di mangiare la carne…) in cui ho condiviso le ripercussioni che la scelta di non mangiare più carne ha avuto sulla mia vita.

Questo post ha ricevuto moltissimi consensi ma è anche diventato il bersaglio di forti critiche.

Sono stata accusata d’intolleranza nel definire ingiusta la morte di tante creature innocenti al solo scopo di soddisfare il piacere degli esseri umani.

E sono volati i commenti con considerazioni inneggianti all’uccisione e alla tortura.

I contenuti offensivi e razzisti non saranno pubblicati ma riporto qui un passaggio esemplificativo:

“Per me siete voi vegani o vegetariani a eleggervi razza giusta e superiore, non rispettando minimamente le opinioni di chi mangia carne. Vi credete migliori, ma sbagliate di grosso. Io non ti/vi critico per la vostra scelta e vi rispetto. Rispettate dunque la scelta di chi mangia carne. Smettiamola con questi discorsi assurdi, assurdi veramente! Al limite del ridicolo. Datevi tutti una regolata con le cazzate perché qui si sta esagerando.”

Molte persone cercano la polemica e lo scontro perché sentono intimamente l’importanza della scelta vegana e tentano in questo modo di combattere il richiamo della propria anima.

Spesso l’aggressione nasconde un desiderio sentito interiormente come impossibile e perciò proiettato e combattuto all’esterno.

A tutti quelli che ritengono irrispettosa la mia decisione di non uccidere per vivere rispondo che non è possibile “tollerare” la violenza.

La violenza è una patologia e pertanto non può essere “rispettata”, deve essere compresa e curata.

M

MA CHE COS’E’ LA VIOLENZA?

M

Con il termine violenza s’intende comunemente un’azione, fisica o psichica, compiuta senza tenere conto della vita, della dignità, dei sentimenti e del dolore di chi la subisce.

La violenza perciò è sempre un atto privo di empatia e di sensibilità.

Chi la agisce sperimenta una distanza emotiva tra il proprio sé e quello della vittima.

Questa distanza impedisce l’identificazione e la percezione dei vissuti dell’altro ed è la conseguenza di un meccanismo di difesa chiamato: surgelamento emotivo.

Il surgelamento emotivo serve a proteggere l’io dal dolore e fa si che il supplizio delle vittime sia ignoto alla coscienza dell’aguzzino, permettendogli di attuare qualunque sopruso senza provare colpa o sofferenza.

La pedofilia, il bullismo, il nonnismo, i maltrattamenti sessuali, l’omofobia, il femminicidio… sono tutte forme di violenza che segnalano una mancanza d’identificazione e un disturbo dell’affettività e della capacità di fare relazione.

Chi agisce con violenza non può essere “tollerato”, va compreso e aiutato a liberarsi dalla anestesia emotiva che imprigiona la sua sensibilità dentro a una corazza di durezza.

Per fare questo è necessario creare le condizioni in cui sia possibile sviluppare l’empatia e l’intelligenza emotiva e intervenire per impedire i comportamenti brutali, evitando alle vittime inutili sofferenze e impedendo a chi è portatore di una patologia di indurirsi ulteriormente.

In questo nostro mondo gravemente malato di crudeltà il surgelamento emotivo è un morbo diffuso e caratterizza gli atteggiamenti di uomini e donne che, ignari delle proprie difficoltà psicologiche, agiscono in modi aggressivi e prevaricatori convinti di essere nel giusto e di condurre una vita adeguata.

Queste persone vanno aiutate a uscire dall’indifferenza che ottunde la loro intelligenza emotiva, facendo in modo che non commettano altri crimini e sviluppino una maggiore sensibilità.

Chi è dotato di empatia e comprensione emotiva non può sottrarsi al dovere di intervenire nel riconoscimento della dignità e dei diritti, uguali e inalienabili, di tutti gli esseri viventi.

Rispettare la scelta di abusare sessualmente i bambini, rispettare la scelta di seviziare chi è più debole, rispettare la scelta di umiliare chi è più giovane e inesperto, rispettare la scelta di maltrattare i gay, rispettare la scelta di picchiare le donne… significa ignorare la sofferenza e non vedere la patologia di chi compie gesti di quel tipo.

Il rispetto è qualcosa di diverso dalla tolleranza.

Accondiscendere alla crudeltà non aiuta la vittima e aggrava la patologia del carnefice.

Il rispetto si manifesta nell’individuazione della sofferenza inconscia che affligge chi agisce un comportamento crudele, e si palesa nella cura e nel tentativo di portare alla coscienza le motivazioni interiori che sostengono e reiterano gli atteggiamenti di chiusura. 

“Rispettare” la scelta di chi mangia la carne di qualcuno significa chiudere gli occhi davanti all’atrocità di una cultura intrisa di violenza e sottovalutarne la gravità e la patologia.

Chi ha aperto il proprio cuore e la propria vita alla comprensione della sofferenza delle altre specie viventi non può più mostrarsi indifferente davanti all’abominio insito nel cibarsi della morte di tanti esseri innocenti.

Carla Sale Musio

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Gen 17 2013

CULTURE ANIMALI


Gli psicologi hanno verificato che l’egocentrismo, fisiologico fino ai tre anni di età, con la maturità deve cedere il posto alla socializzazione, cioè allo scambio, alla condivisione e al rispetto per gli altri.

Dopo i tre anni, infatti, la mancanza di socializzazione segnala una falla nello sviluppo dell’intelligenza e un’attenzione patologicamente centrata su se stessi.

Per essere intelligenti bisogna aver conquistato la capacità di considerare la presenza degli altri e di fraternizzare con loro.

Per fortuna gli psicologi non applicano le scale di intelligenza alla specie umana ma solo ai singoli individui… altrimenti saremmo costretti a constatare una grave deficienza intellettiva nella nostra specie!

La razza umana è ancora molto egocentrica e per questo, purtroppo, patologica.

Immersa nella propria presunzione e in un campanilistico autocompiacimento, ritiene di essere l’unica depositaria del sapere.

La sua arroganza è evidente nel definire “cultura” solo ciò che rientra dentro i parametri stabiliti dall’uomo stesso.

Non ci fermiamo mai a considerare che al mondo esistono anche altri saperi differenti dal nostro.

Gli esseri umani vengono educati fin da piccoli alla sopraffazione e alla violenza sulle altre specie.

Perciò, crescendo, ci comportiamo come se per noi fosse un diritto usare qualunque altro essere vivente a nostro piacimento.

La nostra civiltà, malata di razzismo e prepotenza, non ci insegna il rispetto per la vita, ci spinge, invece, a sfruttare l’indole disponibile delle altre specie.

Consideriamo l’accondiscendenza di tante razze animali non come un aspetto della cooperazione ma come una mancanza d’intelligenza e, dopo aver bollato la tolleranza con l’etichetta di stupidità, ci sentiamo autorizzati a compiere ogni tipo di maltrattamento su chi, per carattere o per scelta, non opponga troppa resistenza.

Macellare, uccidere, cacciare, vivisezionare, sfruttare, abusare… sono per noi attività lecite, quando vengono compiute sulle specie diverse dalla nostra.

Poco importa se le altre razze soffrono, amano, s’innamorano, hanno paura, gridano e provano dolore, proprio come noi.

Una cappa d’indifferenza e di cinismo giustifica i nostri crimini quotidiani e ci permette di sentirci migliori, nonostante le torture e i soprusi che infliggiamo.

Siamo convinti che l’intelligenza stia nella capacità di sopraffare e non, invece, nell’accoglienza e nel rispetto per gli altri e per la vita.

La convivenza pacifica non è considerata dall’uomo una capacità o un valore delle altre specie, né tantomeno l’aspetto di una cultura differente.

Perciò abusiamo di chiunque impunemente, convinti di essere più intelligenti e superiori proprio per questo.

Non ci sfiora nemmeno il pensiero che gli animali possiedano una cultura.

L’unica cultura che riconosciamo è la nostra, cioè quella del predominio e della legge del più forte.

Viviamo immersi nell’indifferenza e in nome del nostro piacere consideriamo giustificato l’abuso e lo sfruttamento di qualsiasi vita.

Quando la sopravvivenza diventa impossibile, molte specie animali ritengono preferibile estinguersi piuttosto che distruggere l’habitat nel quale poi dovrebbero vivere.

Ma ai nostri occhi questo diverso punto di vista sull’esistenza appare privo d’intelligenza e perciò non lo consideriamo il presupposto di un’altra cultura ma solo il segno di una genetica idiozia.

Abbiamo costruito un sapere incapace di comprendere la diversità.

E tutto ciò che non è omologabile ai parametri del nostro arbitrio lo ignoriamo come inesistente.

 

Ma cosa significa la parola cultura?

 

Il termine “cultura” indica il bagaglio delle conoscenze di un popolo.

Tutte le culture possiedono un insieme di saperi che si tramandano da una generazione all’altra.

In culture diverse da quella umana, però, la trasmissione delle informazioni non utilizza il linguaggio parlato o la forma scritta.

Questo certamente le rende insolite ai nostri occhi.

Ma non inesistenti.

La loro diversità è una ricchezza che dovremmo considerare e valorizzare, piuttosto che ignorare.

Modi diversi di trasmissione delle conoscenze dovrebbero essere per noi uno spunto di riflessione e di apprendimento, non l’autorizzazione alla violenza.

Invece ci sentiamo in diritto di affermare che non esiste alcun “sapere” al di fuori del nostro.

Forti del fatto che le altre razze, non usando codici scritti, non possiedono niente a testimonianza della loro cultura.

In questo modo cadiamo dentro un patologico antropocentrismo.

E diventiamo vittime di una presuntuosa autoreferenzialità.

Poiché noi tramandiamo la cultura in forma scritta, riteniamo inesistenti tutte le culture che utilizzano canali di comunicazione differenti.

Gli animali:

  • possiedono un linguaggio telepatico (che l’essere umano non sa più utilizzare e che non è in grado di comprendere)

  • trasmettono i loro valori geneticamente ed emotivamente

  • leggono i campi energetici in cui sono immerse le cose e le persone

  • comunicano tra loro utilizzando la sensitività ( I poteri straordinari degli animali di R. Sheldrake; Parliamo con il cavallo di H. Blake)

Dal punto di vista etico, la loro cultura è più sviluppata della nostra perché tiene conto dell’esistenza delle altre specie e si muove nel rispetto, senza depredare il pianeta.

Nel mondo animale non esistono l’allevamento e lo sfruttamento di una razza a vantaggio di un’altra.

Sono soltanto gli esseri umani a prevaricare e abusare la Terra, distruggendo le risorse di tutti e approfittando, stupidamente e crudelmente, della tolleranza degli altri esseri viventi.

Ciò che la nostra razza non capisce, affetta da un pericoloso senso di onnipotenza, è che le specie diverse dalla nostra preferiscono rinunciare a se stesse piuttosto che agire l’abuso e il massacro del pianeta.

Questa scelta di olocausto rende le culture animali eticamente e spiritualmente più evolute della nostra.

Tra loro non esistono gli allevamenti, i macelli, i circhi, gli zoo, la sperimentazione e la vivisezione.

Esistono, invece, una tolleranza, una convivenza e un’accettazione della vita, del dolore e della morte, che per gli uomini sono impensabili.

Avremmo molto da imparare da queste scelte diverse dalla nostra ma, per riuscire a coglierne la saggezza, dobbiamo prima crescere psicologicamente, sviluppare la nostra intelligenza emotiva e liberarci dall’onnipotenza e dall’egocentrismo che bloccano l’evoluzione dentro un patologico antropocentrismo.

Tante culture animali sono patrimoni di conoscenze pacifiste.

Ci mostrano saperi che hanno a cuore la vita e che rifuggono la distruzione dell’ecosistema, anche a costo di estinguersi.

Offrirsi in sacrificio per il genere umano ha reso un uomo il simbolo indiscusso della saggezza e della pace.

Ma questo succedeva più di duemila anni fa.

Non fa scalpore, invece, chi muore oggi per una scelta analoga.

Esseri di specie diverse da sempre immolano se stessi per l’umanità, senza clamori e senza alcuna croce.

Carla Sale Musio

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Ott 13 2012

CRUDELTÀ INVISIBILI


«Non esistono animali superiori e inferiori, così come non esistono razze umane superiori e inferiori, ma esistono esseri viventi dotati di peculiarità uniche e come tali rispettabili e inviolabili. Il problema non è: “Possono ragionare?”, né: “Possono parlare?”, ma: “Possono soffrire?”»

Jeremy Benthan

Purtroppo la crudeltà si annida inconsapevolmente dietro alle scelte di tutti i giorni e occulta nell’indifferenza i nostri crimini quotidiani.

La scelta di non uccidere è ancora una scelta coraggiosa in un mondo che ha fatto della violenza un luogo comune e che deride quanti rifiutano di conformarsi ai dettami del sopruso e della sopraffazione.

L’uccisione è talmente abituale che spesso non ci si fa caso.

Sorprende, invece, l’omissione della violenza.

Così, le persone che scelgono di non maltrattare gli animali non mangiando carne, non indossando pellicce, non comprando prodotti testati su altri esseri viventi sono ancora guardate con sospetto o commiserazione, come se si trattasse di esaltati e di illusi.

È talmente ovvio che il più forte possa spadroneggiare senza remore che fa scalpore chi volta le spalle al proprio potere rifiutandosi di usarlo per uccidere o per fare male.

Esiste un movimento chiamato anti-specismo che sostiene il rispetto e la tutela di ogni specie vivente.

L’antispecismo è una scelta non violenta basata sul riconoscimento che ogni creatura ha diritto a condurre un’esistenza libera.

Questo movimento sostiene che le idee di superiorità di specie limitino, o addirittura impediscano, la possibilità degli esseri umani di vivere in armonia con la natura, gli altri animali, i propri simili e perfino con se stessi.

Chi crede nella dignità e nel rispetto verso tutte le razze, sa che appartenere a una diversa specie non giustifica il privilegio di disporre della vita di altre creature.

La parola antispecismo, però, non si trova sui vocabolari e la maggior parte delle persone ne ignora l’esistenza e il significato.

È talmente scontato per la razza umana utilizzare a suo piacimento ogni altra specie vivente che non se ne discute nemmeno.

Anzi!

Si tratta con bonaria sufficienza chi rifiuta di conformarsi ai dettami crudeli della prevaricazione.

“Come si fa a vivere senza carne?”

Ci domandiamo colmi di ironica incredulità.

“E senza latte, senza uova, senza pesce, senza pellicce, senza piume d’oca, senza pellame?!”

“No, è ridicolo! Non è possibile. Per vivere è necessario uccidere.”

Affermiamo con convinzione.

In un mondo malato di prepotenza sembra assurdo non assassinare qualcuno e condurre un’esistenza dignitosa, assolvendo tutte le necessità indispensabili alla sopravvivenza.

La dittatura del più forte ha lobotomizzato la sensibilità, l’empatia, la compassione, la pietà e tutto ciò che appartiene all’amore.

L’emotività e la tenerezza sono considerate fantasie per gli sciocchi, favole da raccontare ai bambini.

E proprio i bambini sono le prime vittime di questa nostra cultura degli orrori, i cuccioli a cui estirpiamo il cuore per abituarli a vivere serenamente in mezzo alla violenza che li circonda.

Tutti i bambini nascono spontaneamente attratti dalle altre specie viventi.

Soltanto crescendo si sviluppano in alcuni di loro le paure e le fobie.

Finché sono piccoli giocano con peluche e pupazzetti di animali che vivono, pensano, parlano, si muovono e amano… proprio come gli esseri umani.

Ma diventando grandi imparano dagli adulti che le altre razze sono creature al nostro servizio, nate per essere sfruttate e martirizzate impunemente.

Così, mentre insegniamo loro i nomi degli animali, li abituiamo anche a cibarsi della carne degli altri.

Quasi che la carne non fosse affatto il corpo di qualcuno ma qualcosa di scisso dalla fisicità, dall’emozione e dalla vitalità.

Privata dei riferimenti all’identità, la carne è diventata un oggetto di cui disporre e di cui si può tranquillamente ignorare la soggettività.

Mostriamo il vitellino dipinto sull’etichetta degli omogeneizzati e nascondiamo lo strazio dei cuccioli portati via alle loro mamme e uccisi per prendere il latte e per mangiarne il corpicino ancora tenero.

Acquistiamo i piumini colorati, col cartellino che raffigura le ochette bianche e felici, e occultiamo la sofferenza degli animali a cui abbiamo strappato le piume per imbottire le nostre giacche alla moda.

Facciamo tutto questo (e tanto altro) con amore.

Uccidiamo, torturiamo, martirizziamo… con amore.

Ignari della sofferenza che infliggiamo ad altri esseri per il nostro piacere e per il nostro divertimento.

In questo modo, abituiamo i bambini a crescere nell’indifferenza del dolore delle altre razze e li prepariamo a una vita adulta costruita tutta sull’occultamento della violenza.

Non sorprende che poi, da grandi, si debba ricorrere a farmaci che addormentano le emozioni.

Le case farmaceutiche fanno affari.

L’industria della morte prospera.

L’uccisione è diventata parte integrante della vita.

Si vendono armi.

Si chiama sport sparare sugli animali per divertimento.

Non ci si chiede perché.

È normale.

Ci si anestetizza, invece, per non tormentarsi con il dolore.

Soprattutto con il dolore che non ci riguarda da vicino, con il dolore che interessa altri esseri incapaci di difendersi, di protestare e di ribellarsi.

Coltiviamo il cinismo, l’indifferenza e l’arroganza come se fossero un porto sicuro, indurendo il nostro cuore e nascondendo nell’ignoranza e nell’incomprensione la disperazione di tante vittime.

In questo modo permettiamo a un mondo malato di crudeltà di crescere se stesso nell’orrore, svuotando i sentimenti della loro energia sovversiva per renderli cliché stereotipati e prevedibili.

Qualcuno, però, nonostante tutto, non è capace di ignorare il martirio di tanti esseri e cerca di ribellarsi al conformismo che livella le emozioni dentro la mediocrità dell’abominio.

Ci sono persone che scelgono di non assecondare i maltrattamenti.

Ci sono persone che non mangiano la carne degli altri.

Che non vivono distruggendo altre vite.

Che protestano contro la violenza sugli animali.

Queste persone hanno una vita dura.

Devono affrontare la derisione, il sarcasmo e l’accusa di stupidità.

Sono considerate: poco normali, fanatiche, montate, estremiste, intransigenti, esagerate, esaltate.

È gente che non riesce ad amputarsi il cuore.

“Homo homini lupus” la legge del più forte, è dappertutto.

Non la si può evitare.

Bisogna farci i conti…

Chi sceglie di seguire la strada dell’amore, deve avere il coraggio di guardare negli occhi la crudeltà.

L’ardire di affrontare la solitudine.

La testardaggine di cercare soluzioni alternative al massacro.

Ma soprattutto deve sfidare l’emarginazione.

Quel risolino di disapprovazione stampato sulla faccia dei tanti che hanno abiurato per sempre la sensibilità interiore e, forti della loro indifferenza, deridono chi non rinuncia al proprio cuore.

L’amore non può essere normale.

Può solo essere attento, premuroso e leale.

Anche quando ogni altro ti deride.

Anche quando tu stesso ti deridi.

Nessuno è normale quando ama.

L’amore non è normale.

È vero.

Carla Sale Musio

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Set 05 2012

IL DOLORE DELLE VITTIME

C’è qualcosa che la mente rifiuta di sapere e il cuore è incapace di ascoltare.

Qualcosa che non vorremmo conoscere perché frantuma la nostra sicurezza e ci fa vivere un’insopportabile impotenza.

È il dolore delle vittime.

Vittime dell’abominio e della crudeltà.

Vittime.

Nel significato più cupo di questa parola.

Vittime, che non hanno potuto sottrarsi alla disgrazia.

Che hanno dovuto subire senza nessun perché.

Questo dolore è difficile da condividere e da accogliere dentro di sé, perché non ci sono ragioni, consigli o soluzioni in grado di alleviarlo.

Si può solo accettarlo, lasciando che la mente impazzisca nel tentativo di risolverlo e il cuore si perda in un buio senza significato.

Il dolore delle vittime è privo di speranza e non esiste spiegazione capace di aiutare la ragione a comprenderlo e l’amore a perdonare.

Non ci sono parole in grado di consolare chi ha subito una violenza.

Non ci sono cure capaci di alleviare quella sofferenza.

È talmente devastante che la consapevolezza viene meno, sfumandone i contorni, distraendo la mente, nel tentativo di evitare anche i ricordi.

Chi non l’ha vissuto fatica ad ammetterne l’esistenza.

Evita l’argomento, sposta il pensiero, colpevolizza la propria malizia, s’illude di non aver capito.

Questo meccanismo di fuga o negazione rende più dolorosa l’esperienza delle vittime che si vedono rifiutare anche il conforto della condivisione e della comprensione.

Davanti a un sopruso non c’è umiliazione più amara dell’indifferenza.

Eppure…

Tutti noi agiamo quotidianamente questi meccanismi di evitamento.

Lo facciamo senza saperlo, per il bisogno inconscio di avere certezze, per sentirci al sicuro nella nostra vita.

Niente è più atroce e devastante che subire impotenti la violenza.

E niente è più doloroso che condividere il peso di quei ricordi.

Per questo cerchiamo di non ammetterne l’esistenza e deformiamo la crudezza della realtà raccontandoci che le cose … forse non sono andate proprio così!

Poi crediamo al racconto che ci siamo fatti e, ritrovata in questo modo la tranquillità, ci distacchiamo inconsciamente da quei destini pieni di dolore.

Davanti alla freddezza del mondo, le vittime della violenza diventano vittime due volte: vittime della catastrofe e vittime della nostra insensibilità.

Ma di questo doppio dolore noi, che non abbiamo subito il sopruso, non siamo consapevoli.

La mente allontana ciò che fa troppa paura.

L’indifferenza è un meccanismo di difesa che consente all’equilibrio interiore di mantenersi indisturbato grazie all’ignoranza.

E chi soffre il martirio dell’abuso può solo nascondere (a volte anche a se stesso) l’orrore che ha dovuto attraversare.

Occorrono coraggio e determinazione per ascoltare davvero la voce delle vittime oltre il frastuono della nostra tranquillità.

Ci vuole tanto amore, tanta pazienza e tanta forza interiore per non scappare via, abbandonandole al loro destino.

Quando riusciamo a superare il muro della paura, la verità distrugge l’ingenuità, rivelando scenari colmi di orrore.

Ma le ferite dell’anima si medicano con il disinfettante della comprensione e il cicatrizzante dell’ascolto, condividendo la mancanza di soluzioni, l’angoscia e la disperazione.

La partecipazione al dolore e all’impotenza delle vittime è un passo indispensabile per costruire un futuro senza violenza.

 

IL DOLORE DELLE VITTIME

 

Valentina tiene gli occhi bassi e parla a fatica.

“Eravamo in macchina… io glielo avevo detto a Luca di non fermarci in pineta… che era pericoloso! Ma lui è testardo e dice sempre che ho troppe paure… così siamo andati.”

Piange sommessamente.

“Sono arrivati in due. Hanno aperto di colpo la portiera puntandoci contro una pistola. Hanno imbavagliato Luca e l’hanno legato a un albero con del nastro da pacchi. Poi sono saliti in macchina e mi hanno violentata. Ci hanno rubato tutto quello che avevamo: soldi, occhiali, cellulari. E se ne sono andati, portandosi via le chiavi dell’auto. Ho male dappertutto e mi fa schifo tutto. Non trovo più nessun significato nelle cose.”

“Con chi ha potuto parlare di quello che le è successo?” domando.

“Quando siamo riusciti a fare la denuncia, ho raccontato tutto ai carabinieri e ai miei genitori, ma poi non ne ho parlato più con nessuno. Gli amici non capiscono cosa si prova. Hanno cose diverse da pensare. Stanno a guardare la marca del cellulare nuovo, pensano alla serata in discoteca, alla maglietta da indossare… cose che a me non importano. Ho provato a raccontare qualcosa alle amiche più care, ma hanno paura di ascoltarmi. Mi trattano come se fossi un’appestata. Oppure risolvono tutto dicendomi di reagire e di non pensarci. Ma non sono i fatti che bruciano! Quello che fa più male è quello che senti dentro. Io penso sempre all’odio. Agli occhi di quei due. Al loro sguardo pieno di disprezzo. Perché tanta rabbia? Non mi conoscevano neanche… cosa gli avevo fatto?”

* * *

Enrico ha due anni e col papà non ci vuol proprio andare.

Piange, si nasconde sotto il letto, grida, ribellandosi e divincolandosi come può… ma niente! Il tribunale ha decretato la scaletta degli incontri e la mamma la DEVE rispettare.

Il bimbo ha incubi frequenti e fa dei giochi strani con i suoi genitali.

In terapia racconta a gesti e a frasi mozze che il papà è cattivo e fa le cose brutte.

Il tribunale ordina una perizia.

Il padre dice che è la madre a mettergli contro il bambino, la mamma dice che di lui non si può fidare.

I periti interrogano Enrico.

Ma il bambino ancora non sa parlare bene e solo con i gesti una perizia accurata sembra impossibile.

Enrico prende a calci un bambolotto/papà tirandogli tante volte i genitali, ma non racconta a parole quali siano le cose brutte che ha subito.

“È evidente che il piccolo non va d’accordo con suo padre, ma per il resto… sono soltanto fantasie di bambino!” decreta il neuropsichiatra incaricato di ascoltarlo.

Il tribunale non se la sente d’incriminare un uomo se non ci sono delle prove concrete e per la legge le urla, i giochi e gli incubi di Enrico non costituiscono un motivo sufficiente.

Gli incontri con il padre, però, saranno sospesi e all’uomo viene tolta la potestà.

“Papà è cattivo e l’hanno messo in prigione, vero mamma?” domanda ansioso Enrico, cercando di sfuggire quella paura che non lo abbandona mai.

“No tesoro, il giudice ha detto di no…” risponde la mamma a malincuore.

Solo molto più tardi Enrico troverà, finalmente, le parole per spiegare gli orrori subiti nella casa di suo padre.

Ha otto anni e ancora ricorda con dolore quelle cose brutte che non lo lasciano dormire la notte.

Adesso è tardi, però, per raccontare ai periti, con vocaboli sicuri, la sua devastante verità.

La legge non gli ha dato ragione.

I bambini, si sa, hanno tanta fantasia.

* * *

“Allora? La scrofa ha partorito?” Giovanna si sposa tra pochi giorni e vuole essere certa che tutto sia organizzato bene.

“Guarda che deve partorire in tempo, i maialini da latte non possono mancare! Li voglio arrostiti allo spiedo tutti e sei! Ma… siamo sicuri che ne faccia sei? Se sono di più, va bene lo stesso… l’importante è che non siano di meno!! Appena esco dall’ospedale voglio venire a controllare io stessa…”

Poi chiude la telefonata e mi guarda smarrita.

Quindi riprende a piangere.

Ha avuto un aborto spontaneo e non sa darsi pace.

“Il mio bambino è morto senza che io potessi farci niente! Senza che lo potessi abbracciare. Senza lasciarmi il tempo di guardarlo negli occhi almeno una volta.” racconta tra le lacrime.

“È terribile crescere un cucciolo dentro di te e poi non poterlo stringere al seno, non poterlo allattare, non poterlo cullare… Avevamo anticipato la cerimonia in chiesa per dargli il tempo di nascere con calma ma adesso… anche il pensiero del matrimonio mi mette tristezza…” mormora singhiozzando disperata.

Ignora d’infliggere, con le sue nozze, quello stesso drammatico destino a una mamma di un’altra specie.

Carla Sale Musio

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Lug 01 2012

CARNE O ANIMA? amore o sesso?


Queste domande non dovrebbero esistere.

La carne e l’anima formano un binomio inscindibile.

(Almeno finché si è vivi)

Invece, in questa nostra civiltà malata abbiamo carni che hanno un’anima e carni che a noi sembrano esistere solo per essere mangiate.

La carne nella nostra cultura è ritenuta antitetica all’anima e associata al peccato o al macello.

La consideriamo causa di scandali, vizi e perversioni.

Oppure la pesiamo al chilo come se fosse una merce qualunque e non la vita di un essere vivente.

Consideriamo la carne e il corpo opposti all’anima e alla spiritualità.

Da una parte abbiamo la fisicità, con impulsi, istinti e bisogni, e dall’altra l’anima, la purezza, la sensibilità, la capacità di amare.

Separare la carne dall’anima autorizza il predominio, giustifica l’uso di tante specie animali per il piacere e il divertimento della nostra razza e, purtroppo, porta con sé conseguenze abominevoli.

Infatti, dove non c’è l’anima lo sfruttamento diventa lecito!

È con questi presupposti che la cultura maschilista ha oppresso e violentato le donne per secoli.

E, sempre in questo modo, la pedofilia argomenta la propria perversione.

Se la carne è priva di anima può essere considerata semplicemente un oggetto.

E come tale sarà trattata.

Considerare delle creature viventi alla stregua di cose legittima violenza e abusi.

Siamo convinti che ci siano carni prive di anima.

Ma la carne priva di anima segnala un’esistenza di serie B.

Appartiene a esseri con poco valore.

Esseri che sono stati creati per il piacere di altri esseri.

Esseri… nati per servire.

Esseri senz’anima, appunto.

Nella nostra cultura, gli animali sono giudicati: carne senz’anima.

E perciò al servizio della specie umana.

Anche le donne, spesso, subiscono la stessa sorte e diventano carne senz’anima al servizio del sesso maschile.

I bambini sono carne senz’anima quando vengono usati come strumenti di piacere nelle mani degli adulti.

Animali, donne, bambini.

Creature sottoposte al predominio e allo sfruttamento di altre creature!

L’abominio, contenuto nella separazione arbitraria della carne dall’anima priva la razza umana della sua dignità e ci rende inermi e sgomenti davanti alla morte.

Infatti, la morte inflitta con noncuranza e crudeltà si trasforma facilmente in un enigma senza senso.

Legittimando il massacro di tanti esseri occultiamo il significato della vita (e della morte) dietro una maschera di insensibilità.

La violenza è la malattia di questa civiltà.

Si annida dappertutto e, come un virus, contagia il nostro cuore rendendolo cieco e sordo davanti ai soprusi cui assistiamo ogni giorno e dei quali siamo complici, spesso senza nemmeno rendercene conto.

Compriamo e mangiamo la vita di altri esseri viventi con assoluta indifferenza.

Poi, con la stessa indifferenza, riteniamo la carne uno strumento di piacere.

E separiamo il sesso dai sentimenti.

Ci arroghiamo il diritto di poter scegliere se fare sesso o fare l’amore.

Ma l’amore e il sesso, come la carne e l’anima, non possono essere disgiunti.

Il sesso è un’estensione dell’amore, è la condivisione della propria intimità anche fisica.

Invece, nella nostra società il sesso è usato spesso per far violenza e dell’intimità si è perso completamente il significato e il valore.

Ostentiamo le nostre nudità ma occultiamo l’anima vergognandoci di possedere anche una sensibilità oltre al corpo.

Ci vantiamo di innumerevoli conquiste sessuali, di avventure vissute con poca o nessuna reciprocità, di rapporti fatti principalmente di carne e privi di anima.

Collezioniamo esperienze erotiche come trofei in un album delle figurine.

E le archiviamo orgogliosi, senza fermarci a condividere insieme al corpo anche la nostra interiorità.

La nudità non è la carne spogliata dei vestiti ma l’anima senza censure e senza veli.

Condividere l’anima permette di condividere il corpo e rende l’unione sessuale un momento di estasi e di sacralità.

La carne e l’anima non sono separabili.

Appartengono inscindibilmente alla vita.

Negarne l’unità abilita il massacro e lacera il cuore lasciandoci confusi e soli a ricercare il senso della nostra presunta umanità.

La carne e l’anima appartengono a una stessa identica realtà.

Qualcosa che chiamiamo: vita.

Qualcosa che esiste, indivisibile, nella perfetta unicità di ognuno.

Maschio o femmina, adulto o bambino, uomo o animale.

Carla Sale Musio

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