Tag Archive 'solitudine'

Feb 03 2021

SENTIRSI SOLI IN MEZZO AGLI ALTRI

Perché a volte ci sentiamo soli in mezzo agli altri. Quali aspettative alimentano il vuoto che sentiamo dentro. Quali comportamenti sostengono la sensazione di reciprocità con gli altri.

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Mag 03 2014

SOLITUDINE, SENSIBILITÀ… E SALUTE MENTALE!!

Il bisogno di stare da soli è visto spesso come il sintomo di una patologia sociale.

Nell’immaginario collettivo la solitudine segnalerebbe la difficoltà a condividersi con gli altri e perciò una problematica, più o meno grave, nella socializzazione.

Tuttavia, nella realtà psichica la capacità di stare in compagnia di se stessi è il risultato dell’ascolto del proprio mondo interiore.

E si raggiunge con l’esperienza e la saggezza.

I bambini, infatti, hanno costantemente bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro aiutandoli ad affrontare le difficoltà della vita e, solo col tempo, imparano a darsi autonomamente ciò di cui hanno bisogno, senza ricorrere al sostegno degli adulti.

Ma, oltre ad essere una conquista dell’età adulta, la capacità di stare da soli è un presupposto indispensabile dell’equilibrio emotivo e della salute mentale.

L’empatia, l’altruismo e la generosità, infatti, spingono a prendersi cura dei bisogni degli altri come se si trattasse dei propri, causando spesso una sorta di sordità nei confronti del proprio sé.

In questo modo tante persone empatiche, altruiste e generose finiscono per essere assorbite dalle necessità di chi hanno intorno, dimenticandosi di dare anche a se stesse la medesima attenzione partecipe e attenta.

Passare del tempo in solitudine, perciò, diventa una medicina capace di ristabilire il contatto con la propria verità e con i propri bisogni, l’antidoto alla fuga dal proprio mondo interno.

Il desiderio di stare in compagnia, infatti, oltre a essere un’espressione naturale e spontanea del voler bene e del condividersi, può diventare un mezzo per evadere (più o meno inconsciamente) dai propri problemi.

Drogandosi con innumerevoli impegni sociali, molte persone sfuggono l’ascolto di sé e attuano una rigida censura nei confronti del proprio mondo intimo.

Chi possiede una personalità creativa è naturalmente dotato di un radar emotivo, una sorta di antenna invisibile capace di cogliere costantemente gli stati d’animo di tutti, anche quando la mente è concentrata su altro.

Queste persone vivono immerse nella percezione (inconscia) delle emozioni degli altri e spesso accusano una quantità di sintomi che sono la conseguenza di questo sovraffollamento interiore.

Una grande empatia funziona come un radar in grado di captare i vissuti di chi abbiamo intorno, intrecciandoli con i vissuti personali.

Quando questo afflusso d’informazioni supera una certa soglia diventa difficile distinguere i propri stati d’animo da quelli degli altri e la mescolanza che ne deriva genera spesso un senso di malessere, una sofferenza imprecisata e diffusa, difficile sia da identificare che da risolvere.

Può trattarsi di spossatezza, di irrequietezza o di un senso d’ineluttabile sfiducia nella vita… stati emotivi che evaporano soltanto quando restiamo da soli per un tempo sufficiente a strizzare la spugna, cioè a spurgare dal mondo interno tutto ciò che non ci appartiene e lo inquina.

La solitudine, infatti, consente di drenare le emozioni estranee ritrovando pian piano il contatto con la propria interiorità.

L’incontro con se stessi e con i propri bisogni ripristina le energie creative e rivitalizza la personalità caricandola di entusiasmo.

Avere una personalità creativa porta a sentire periodicamente la necessità di passare del tempo in solitudine ed è importante organizzare la vita nel rispetto di questa esigenza d’isolamento, senza scambiare per patologia il desiderio, sano e maturo, di stare in compagnia di se stessi.

In tutte le persone naturalmente dotate di empatia, il bisogno di solitudine affianca la socialità ed è un’espressione della salute mentale e della necessità di equilibrare l’ascolto degli altri con l’introspezione e la conoscenza di sé.

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STORIE DI EMPATIA E SOLITUDINE

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Benedetta non sa perché ma sta male ogni volta che entra in un centro commerciale.

La testa comincia a ronzare, le gambe le diventano molli e si sente sul punto di svenire.

Di solito non perde i sensi e, nonostante il malessere, si trascina da un reparto all’altro per portare a termine i suoi acquisti.

Poi si accascia in macchina per almeno mezz’ora, prima di potersi rimettere alla guida e tornare a casa.

Oramai il suo è un appuntamento fisso, le basta entrare in qualche luogo affollato per sentirsi male.

In un primo momento ha pensato potesse trattarsi di attacchi di panico e ha consultato un neurologo, ma il medico non ha trovato niente di rilevante e l’ha congedata consigliandole di riposarsi un po’.

Gli amici le ripetono che la sua è suggestione e dovrebbe cercare di distrarsi pensando ad altro.

Lei, invece, sostiene che lo shopping è una distrazione e il malessere si presenta soprattutto quando non ci sta pensando.

* * *

Silvana soffre di una fastidiosa forma d’ansia da quando ho trovato lavoro.

Ha intrapreso diverse terapie, psicologiche e farmacologiche, senza risultati efficaci.

È stata assunta in un centro di ricerca e trascorre la maggior parte della giornata lavorando fianco a fianco con tanti  colleghi.

Poiché il centro rimane aperto anche il sabato e il suo tempo libero è poco, la sera è diventato il momento dedicato agli amici e perciò raramente cena sola a casa.

Nella pausa pranzo, invece, ne approfitta per mangiare qualcosa insieme ai genitori e ai suoi numerosi fratelli e sorelle.

Silvana passa la maggior parte del tempo insieme a tanta gente.

Non sta da sola nemmeno la notte perché, per risparmiare sulle spese, divide la stanza con un’amica.

L’ansia, però, non la abbandona mai, rendendo difficile la sua vita.

* * *

Fabrizio è un ragazzo simpatico e socievole, e tutti ricercano la sua compagnia.

Per non scontentare nessuno, ma soprattutto perché ama stare con gli altri, Fabrizio si lascia trascinare a vedere ogni genere di film… poi la notte non riesce a dormire!

Davanti a certe immagini, infatti, rimane profondamente colpito e rivive per giorni le emozioni vissute al cinema.

Fabrizio sa che un certo tipo di spettacoli lo impressiona profondamente, proprio come se si trattasse di fatti realmente avvenuti, ma si vergogna di questo suo modo di essere e, giudicandosi inadeguato e infantile, si sforza ogni volta di essere diverso.

Senza riuscirci.

* * *

Benedetta, Silvana e Fabrizio hanno una personalità creativa caratterizzata da una grande capacità di cogliere gli stati d’animo, sia quando gli altri sono realmente presenti che quando, invece, sono attori in un film.

L’inconscio non fa differenza tra la finzione e la realtà quando si tratta di emozioni.

Il  malessere di Benedetta, l’ansia di Silvana, l’angoscia di Fabrizio, sono la conseguenza di un mancato riconoscimento delle caratteristiche della loro personalità e di una scarsa considerazione dei propri bisogni interiori.

Passare tanto tempo in mezzo alla gente o davanti a immagini molto coinvolgenti provoca un sovraffollamento emotivo nel mondo interno e, per ritrovare la serenità e l’equilibrio interiore, ognuno ha bisogno di rispettare il proprio desiderio di solitudine.

Solo così, l’inconscio potrà liberarsi dei contenuti che non gli appartengono e ripristinare il contatto con la verità individuale, indispensabile per ritrovare la serenità, l’entusiasmo, l’equilibrio emotivo e la salute mentale.

Carla Sale Musio

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Apr 27 2013

IO MI SPOSO DA SOLA


Io mi sposo da sola:

  • perché ho deciso di seguire me stessa nella buona e nella cattiva sorte

  • perché conquistare se stessi è il compito più difficile della vita

  • perché, quando avrò un figlio, voglio lasciargli in dono la stessa libertà

Sposarsi, avere dei bambini, formare una famiglia… sono obiettivi che tanti desiderano raggiungere ma solo pochi sanno che, per avere una relazione felice, è indispensabile aver prima imparato a vivere da soli.

Infatti, quando “marito e figli” (o “moglie e figli”) diventano la stampella che nasconde la paura della solitudine una reale reciprocità affettiva è impossibile.

La relazione di coppia è basata sulla capacità di condividersi e per questo occorre aver raggiunto una grande autonomia personale.

Infatti il coraggio nel rivelare la propria verità comincia con se stessi e solo dopo può estendersi anche agli altri.

Il bisogno di appoggiarsi a un partner rende difficile svelarsi fino in fondo con sincerità.

Quando il marito (o la moglie) “serve” e di lui (o di lei) “non si può fare a meno” il rapporto d’amore si trasforma in un rapporto utilitaristico compromettendo irrimediabilmente l’autenticità della relazione.

Nel matrimonio la dipendenza è uno dei pericoli più insidiosi e, per evitarne le trappole, è importante sperimentare l’autonomia prima di formare una famiglia.

Tuttavia, in Italia, alla scelta di vivere da soli non viene data nessuna importanza, mentre la decisione di lasciare la casa dei genitori per sposarsi è accolta sempre con feste e acclamazioni.

(Il solo fatto di essere single è ritenuto poco felice e, sotto sotto, un tantino patologico)

Psicologicamente, però, l’esperienza di vivere per conto proprio è indispensabile per conoscere le proprie fragilità e scoprire i propri punti di forza.

Il bisogno di autonomia prende vita quando siamo molto piccoli e intorno ai trenta anni si trasforma in una necessità improrogabile.

Nasciamo con una grande voglia di esplorare, di imparare e di metterci in gioco.

Poi cresciamo e non vediamo l’ora di esprimere le nostre capacità e dare forma al nostro personale modo di interpretare la vita.

Ma spesso questo desiderio di libertà e di volare fuori dal nido si traduce nel progetto di formare una famiglia.

Abbandonare la casa di mamma e papà per convolare a nozze può sembrare una soluzione per sperimentare finalmente l’indipendenza ma, dal punto di vista psicologico, non è possibile realizzare l’autonomia nello stesso momento in cui si decide di metter su famiglia perché, per occuparsi di una famiglia, è indispensabile aver già consolidato la capacità di badare a sé stessi.

Saper vivere autonomamente, infatti, è il requisito indispensabile per potersi prendere cura di qualcun altro.

Avere una casa propria e saper accudire se stessi senza ricorrere all’aiuto dei genitori, sono passaggi importanti lungo il percorso della crescita, della maturità e della libertà.

Uno spazio personale, consente di scoprire la propria forza, i propri limiti, i propri sogni e le proprie necessità, e favorisce un incontro autentico con l’altro.

Proprio come la tana è il rifugio degli animali, la casa è il rifugio degli esseri umani, il laboratorio alchemico in cui trasformare il piombo delle proprie paure nell’oro della creatività.

Sposarsi da soli diventa perciò una tappa importante lungo la strada della maturità e della condivisione.

Per questo, sempre più persone scelgono di sperimentare l’autonomia prima di cominciare l’avventura di una vita insieme.

Il matrimonio con se stessi, infatti, permette di accogliere e comprendere la propria unicità e di aprirsi alla unicità degli altri.

Questo non significa che presto avremo un mondo popolato soltanto da scapoli e zitelle.

Al contrario! È il presupposto per costruire una società in cui le responsabilità non siano delegate e dove la capacità di prendersi cura di sé sostituisca l’aspettativa magica ( e destinata a fallire) che qualcun altro risolva i problemi al posto nostro.

Carla Sale Musio

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Mag 05 2012

SOLI È BELLO


Stare da soli è considerata da molti una condizione poco attraente e svantaggiata.

Si è portati a pensare che le persone realizzate e di successo vivano circondate dagli amici e conducano un’intensa vita mondana, fatta di locali, spettacoli e divertimenti.

Ai nostri giorni, è ancora difficile immaginare la solitudine come una condizione privilegiata, auspicabile, interessante e appassionante.

Soltanto a pronunciarla, la parola solitudine evoca scenari desolati, di abbandoni, rifiuti ed emarginazione.

Non ci si ferma mai a riflettere che saper stare da soli è una conquista.

Dimostra la capacità di stare con se stessi, segnala il raggiungimento della maturità ed è un traguardo… desiderabile!

Stare da soli non fa tendenza.

La nostra vita è tutta organizzata in formato famiglia.

Dalle buste dei surgelati, all’auto o ai viaggi… le cose sono pensate per gruppi di quattro.

Minimo.

Spesso, purtroppo, anche essere in due non basta.

La coppia è solo il primo passo di una successione prestabilita dal codice dei comportamenti sociali.

“Vi siete sposati? Bene! Allora adesso dovete fare un bel bambino!”

“Avete avuto il primo bambino? Bravi! E quando gli darete la sorellina?”

Matrimonio.

Figli.

Almeno due e possibilmente maschio e femmina.

La sequenza dei raggiungimenti sociali prevede sempre lo stesso iter, come se ogni raggiungimento fosse il passaggio successivo di una trafila obbligatoria, ritenuta naturale, inevitabile e necessaria.

Se non segui il copione, se non fai le scelte giuste al momento opportuno, ti senti fuori posto, sbagliato, diverso, poco normale.

E tra poco normale ed emarginato, il passo è breve.

Stare da soli è poco normale.

Per questo, chi sta da solo è considerato un emarginato o, altrimenti, un malato.

“Era solo? Poverino… dev’essere depresso.”

L’unica ragione che il buon senso comune individua dietro alla scelta di stare con se stessi è la depressione.

Che, naturalmente, va combattuta ed evitata.

“Cosa fai sabato sera? Non vorrai mica stare solo!”

Così, quei pochi che da soli ci sanno e vogliono stare si sentono diversi.

E spesso si giudicano sbagliati.

Eppure…

La capacità di stare soli è una conquista della maturità.

I bambini hanno bisogno di appartenere a un gruppo e di sentire al loro fianco la presenza di papà e mamma che vegliano sui loro passi e provvedono alle loro necessità.

Crescendo, l’alone protettivo dei genitori è sostituito dagli amici.

Durante l’adolescenza sono i coetanei a suggerirci la via da intraprendere, ciò che è giusto o sbagliato fare.

Tra i dodici e i diciotto anni gli amici prendono il posto della famiglia, aiutandoci e sostenendoci nel trovare le risorse per emanciparci e raggiungere l’autonomia individuale.

L’indipendenza è il traguardo finale della crescita.

Passa per l’esperienza della dipendenza (prima dalla famiglia, poi dal gruppo) e infine la supera quando si raggiunge la maturità.

Ma che cos’è la maturità?

Psicologicamente, la maturità è la capacità di pensare con la propria testa, senza lasciarsi condizionare dalle mode, dal conformismo o dal branco.

Saper stare da soli è un elemento fondamentale della maturità.

Soli, infatti, non vuol dire: senza nessuno.

Soli significa: insieme a se stessi.

Cioè, capaci di pensare a se stessi, di ascoltare se stessi, di assecondare se stessi, di correggere se stessi, di aiutare se stessi.

Ma in un mondo di consumatori (fatto di gente che DEVE costantemente comprare per tenere in piedi la società) stare da soli è poco funzionale e, perciò, malvisto.

Che vantaggio può esserci per il consumo se le persone non dipendono dal gregge e sanno pensare con la propria testa?!

Che cosa consumerà chi sa valutare autonomamente l’utilità o l’inutilità delle cose?

Si corre il rischio che i consumatori consumino definitivamente il consumismo!!!

Al sistema produttivo la solitudine conviene poco.

L’economia predilige il branco.

Infatti, il branco si condiziona molto più facilmente di tante singole individualità.

Chi è capace di stare solo è antieconomico e pericoloso, va contro gli interessi su cui è costruita la società, cammina controcorrente… e rischia la patologia!

La solitudine non va di moda.

Star bene da soli è guardato con sospetto.

“Nasconde qualcosa? Forse una malattia? Cela la depressione.”

In questo nostro mondo malato, a stare volentieri con se stessi si corre il rischio di essere bollati con la diagnosi di qualche patologia!

Carla Sale Musio

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