Mag 03 2014

SOLITUDINE, SENSIBILITA’… E SALUTE MENTALE!!

Published by at 11:04 under Psicologia,Psicoterapia

Il bisogno di stare da soli è visto spesso come il sintomo di una patologia sociale.

Nell’immaginario collettivo la solitudine segnalerebbe la difficoltà a condividersi con gli altri e perciò una problematica, più o meno grave, nella socializzazione.

Ma nella realtà psichica, la capacità di stare in compagnia di se stessi è il risultato dell’ascolto del proprio mondo interiore, e si raggiunge con l’esperienza e con la saggezza.

I bambini, infatti, hanno costantemente bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro aiutandoli ad affrontare le difficoltà della vita e, solo col tempo, imparano a darsi autonomamente ciò di cui hanno bisogno, senza ricorrere al sostegno degli adulti.

Ma, oltre ad essere una conquista dell’età adulta, la capacità di stare da soli è un presupposto indispensabile dell’equilibrio emotivo e della salute mentale.

L’empatia, l’altruismo e la generosità, infatti, spingono a prendersi cura dei bisogni degli altri come se si trattasse dei propri, causando spesso una sorta di sordità nei confronti del proprio sé.

In questo modo, tante persone empatiche, altruiste e generose, finiscono per essere assorbite dalle necessità di chi hanno intorno, dimenticandosi di dare anche a se stesse la medesima attenzione partecipe e attenta.

Passare del tempo in solitudine, perciò, diventa una medicina capace di ristabilire il contatto con la propria verità e con i propri bisogni, l’antidoto alla fuga dal proprio mondo interno.

Il desiderio di stare in compagnia, infatti, oltre a essere un’espressione naturale e spontanea del voler bene e del condividersi, può diventare un mezzo per evadere (più o meno inconsciamente) dai propri problemi.

Drogandosi con innumerevoli impegni sociali, molte persone sfuggono l’ascolto di sé e attuano una rigida censura nei confronti del proprio mondo interno.

Chi possiede una personalità creativa è naturalmente dotato di un radar emotivo, una sorta di antenna invisibile che coglie costantemente gli stati d’animo di tutti, anche quando la mente non è attenta e magari, apparentemente, è concentrata su altro.

Queste persone vivono immerse nella percezione (inconscia) delle emozioni degli altri e spesso accusano una quantità di sintomi che sono la conseguenza di questo sovraffollamento interiore.

Una grande empatia funziona proprio come un radar che capta i vissuti di quanti abbiamo intorno, intrecciandoli con i vissuti personali e portandoci a confonderli con i nostri.

Quando questo afflusso d’informazioni supera una certa soglia, infatti, diventa difficile distinguere i propri stati d’animo da quelli degli altri e la mescolanza che ne deriva genera spesso un senso di malessere, una sofferenza imprecisata e diffusa, difficile sia da identificare che da risolvere.

Può trattarsi di spossatezza, di irrequietezza o di un senso d’ineluttabile sfiducia nella vita… stati emotivi che evaporano soltanto quando restiamo da soli per un tempo sufficiente a strizzare la spugna, cioè a spurgare dal mondo interno tutto ciò che non ci appartiene e che lo inquina.

La solitudine, infatti, consente di drenare le emozioni estranee ritrovando pian piano il contatto con la propria interiorità.

L’incontro con se stessi e con i propri bisogni ripristina le energie creative e rivitalizza la personalità caricandola di entusiasmo.

Avere una personalità creativa porta a sentire periodicamente la necessità di passare del tempo in solitudine ed è importante organizzare la vita nel rispetto di questa esigenza d’isolamento, senza scambiare per patologia il desiderio, sano e maturo, di stare in compagnia di se stessi.

In tutte le persone naturalmente dotate di empatia, il bisogno di solitudine affianca la socialità ed è un’espressione della salute mentale e della necessità di equilibrare l’ascolto degli altri con l’introspezione e la conoscenza di sé.

* * *

Benedetta non sa perché ma, ogni volta che entra in un centro commerciale, sta male. La testa comincia a ronzare, le gambe le diventano molli e si sente sul punto di svenire.

Di solito però non perde i sensi e, nonostante il malessere, si trascina da un reparto all’altro per portare a termine i suoi acquisti.

Poi si accascia in macchina per almeno mezz’ora, prima di potersi rimettere alla guida per tornare a casa.

Oramai il suo è un appuntamento fisso, le basta entrare in qualche luogo affollato per sentirsi male.

In un primo momento ha pensato che potesse trattarsi di attacchi di panico e ha consultato un neurologo, ma il medico che l’ha visitata non ha trovato niente di rilevante e l’ha congedata consigliandole soltanto di riposarsi un po’.

Gli amici le ripetono che la sua è tutta suggestione e che dovrebbe cercare di distrarsi pensando ad altro, ma lei sostiene, invece, che fare shopping è una distrazione! E che il malessere si ripresenta ogni volta, soprattutto quando non ci sta pensando!

* * *

Silvana, da quando ha trovato lavoro, soffre di una fastidiosa forma d’ansia.

Ha intrapreso diverse terapie, psicologiche e farmacologiche, ma senza risultati efficaci.

E’ stata assunta in un centro di ricerca e trascorre la maggior parte della giornata lavorando fianco a fianco con i  colleghi d’ufficio.

Poiché il centro rimane aperto anche il sabato e il suo tempo libero è poco, la sera è diventato il momento dedicato agli amici e perciò raramente cena da sola a casa.

Nella pausa di pranzo, invece, ne approfitta per mangiare qualcosa insieme ai genitori e ai suoi numerosi fratelli e sorelle.

Silvana passa la maggior parte del tempo insieme a tanta gente.

Non sta da sola nemmeno la notte perché, per risparmiare sulle spese, divide la stanza con un’amica.

L’ansia però non la abbandona mai, rendendo difficile la sua vita.

* * *

Fabrizio è un ragazzo simpatico e socievole, e tutti ricercano la sua compagnia.

Per non scontentare nessuno, ma soprattutto perché ama stare con gli altri, Fabrizio si lascia trascinare a vedere ogni genere di film… solo che poi la notte non riesce a dormire!

Davanti a certe immagini, infatti, rimane profondamente colpito e rivive per giorni le emozioni che il cinema gli ha suscitato.

Fabrizio sa che un certo tipo di spettacoli lo impressiona profondamente, proprio come se si trattasse di fatti realmente avvenuti, ma si vergogna di questo suo modo di essere e, giudicandosi inadeguato e infantile, si sforza ogni volta di essere diverso.

Senza riuscirci.

* * *

Benedetta, Silvana e Fabrizio hanno una personalità creativa caratterizzata da una grande capacità di cogliere gli stati d’animo, sia quando gli altri sono realmente presenti che quando, invece, sono attori in un film.

L’inconscio, infatti, quando si tratta di emozioni, non fa differenza tra la finzione e la realtà.

Il  malessere di Benedetta, l’ansia di Silvana, l’angoscia di Fabrizio, sono la conseguenza di un mancato riconoscimento delle caratteristiche della loro personalità e di una scarsa considerazione dei propri bisogni interiori.

Passare tanto tempo in mezzo alla gente, o davanti a immagini molto coinvolgenti, infatti, provoca nel mondo interno un sovraffollamento emotivo e, per ritrovare la serenità e l’equilibrio interiore, ognuno di loro ha bisogno di rispettare maggiormente il proprio desiderio di solitudine.

Solo così, infatti, l’inconscio può finalmente liberarsi dei contenuti che non gli appartengono e ripristinare il contatto con la propria verità individuale, indispensabile per ritrovare la serenità, l’entusiasmo, l’equilibrio emotivo e la salute mentale.

Carla Sale Musio

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