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Nov 04 2019

CONSAPEVOLEZZA O COSCIENZA?

La parola coscienza ha tante accezioni diverse e questo rende difficile comprendere il valore della Totalità che, invece, la caratterizza nel suo significato più profondo e più ampio.

La coscienza è il Tutto da cui prende forma la vita, ma… il linguaggio che adoperiamo sembra studiato apposta per nascondere questa verità.

Quando il termine coscienza diventa sinonimo di consapevolezza si perde la percezione della sua immensità.

Ciò di cui siamo consapevoli, infatti, è soltanto una piccola parte della realtà.

La consapevolezza definisce ciò che sappiamo, le cose di cui abbiamo fatto esperienza, la percezione che permette di muoversi con sicurezza nel mondo.

Mentre la coscienza indica qualcosa di più vasto e profondo della nostra comprensione intellettuale, qualcosa che si estende fino a includere tutto l’esistente: ciò che sappiamo insieme a ciò che la ragione non riesce a padroneggiare.

Oltre i confini della mente, la coscienza ci addita quelle verità che possiamo sentire soltanto in noi stessi, perché non fanno parte della concretezza ma esistono in una dimensione affettiva che compenetra la materialità e la trascende.

La coscienza attraversa la fisicità e la oltrepassa.

Tuttavia, è difficile aprirsi alla sua vastità senza prima aver compreso l’importanza della percezione interiore.

È lì, infatti, che possiamo incontrare la coscienza e imparare a riconoscere il suo potere creativo.

I miracoli appartengono alla coscienza, lo stupore appartiene alla coscienza, l’intuizione appartiene alla coscienza, l’amore (quello vero) appartiene alla coscienza… perché la coscienza impregna la materialità di sensibilità e risuona nel mondo interno di ciascuno, segnalando il valore di ciò che non si può toccare, misurare, pesare (… ma è capace di rendere la vita un’esperienza degna di essere vissuta).

La consapevolezza è soltanto una piccola parte della coscienza.

Oltre i limiti della fisicità esiste il mondo impalpabile della dimensione affettiva.

Qualcosa che la mente può intuire ma non riesce a spiegare, proprio perché prende forma in una realtà intima, diversa dalle coordinate spazio temporali in cui la ragione si muove abitualmente.

La dimensione affettiva esiste senza tempo e senza spazio, e segue le leggi dei paradossi e della Totalità.

Nel mondo dei sentimenti le cose sono sempre Tutto: fatte di bianco e nero, buono e cattivo, giusto e ingiusto… insieme.

Più diamo e più abbiamo, più impariamo e meno sappiamo, più amiamo e più diventiamo una cosa sola con tutto ciò che è.

Quel Tutto (completo, infinito e sempre in espansione) è la coscienza.

Il grande enigma che la mente non riesce a tollerare e il cuore riconosce d’istinto.

Proprio come gli animali ritrovano la strada di casa.

Carla Sale Musio

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Ott 29 2019

Dimagrire affidandosi a un principio più grande: IL DIVINO INTERIORE

Cambiare alimentazione non significa soltanto abbandonare vecchi schemi alimentari inadeguati.

Modificare le proprie scelte nutrizionali vuol dire aprirsi a un concetto nuovo della salute.

Qualcosa che va oltre le medicine, gli integratori, le carenze o le intolleranze e permette di ricongiungersi con la natura e con la sua vitalità.

Esiste una realtà più armonica, più semplice e più naturale delle merende, dei pranzi, delle cene, degli spuntini, degli aperitivi e di tutti quei “deliziosi” cibi tossici che ingeriamo senza scrupoli (nascosti dietro al pretesto che per vivere sia indispensabile mangiare).

In natura gli animali non consultano esperti, specialisti, dietologi o nutrizionisti.

Le altre specie seguono un sentire in grado di guidarle verso scelte adeguate ai bisogni della vitalità e capaci di non appesantire l’organismo con sostanze inutili e dannose.

Mangiare è un piacere occasionale e non lo scopo della vita (come sembra sostenere la specie umana).

Tanti animali preferiscono lasciarsi morire negli zoo, nonostante abbiano a disposizione tutto il cibo che vogliono.

Vivere non significa sollecitare compulsivamente il piacere del palato.

Vivere è realizzare se stessi, esprimere i propri talenti, dare spazio alla creatività e condividere i doni di questa avventura.

L’esistenza è un percorso volto a far emergere le risorse interiori di ciascuno.

E non la ricerca affannosa di sapori sempre nuovi.

Mangiare dovrebbe essere un piacere uguale a tanti altri.

Per sentirsi bene e in salute occorre muoversi, esplorare, giocare, amare, conoscersi, riposare… e abbandonarsi a qualcosa di più grande e sconosciuto.

Perché la vita è fatta di imprevisti, di cambiamenti e di scoperte che mettono continuamente in discussione le nostre acquisizioni.

Per vivere bene è indispensabile coltivare l’umiltà e la fiducia in un potere più grande, elevato e prodigioso, della mente umana.

Affidarsi alla spiritualità interiore e ascoltarne la voce dentro di sé è il presupposto di ogni trasformazione.

Soprattutto alimentare.

Mangiare per vivere (e non vivere per mangiare) significa affidarsi a qualcosa che sta oltre i limiti della ragione.

Qualcosa che trascende i sensi e la sopravvivenza perché sottende la vita stessa e la produce.

L’origine di tutte le cose è da sempre un enigma.

Anche per la scienza.

Riconoscere l’esistenza di un principio divino interiore oltrepassa le ristrettezze della logica umana e permette di aprirsi alla vastità della creazione accogliendone la grandezza.

Senza identificarsi.

Senza cadere vittime di un patologico egocentrismo.

Senza dimenticare la dimensione umana e la propria piccola parte in una Totalità infinitamente più grande.

Quando decidiamo di trasformare il nostro modo di nutrirci possiamo combattere la dipendenza dal cibo con la determinazione, la volontà e la disciplina.

Tuttavia questo difficilmente basterà a farci raggiungere un risultato soddisfacente e duraturo.

Affidarsi all’immensità della vita e accettarne la profonda saggezza dentro di sé apre il cuore a un sentire in contatto con la natura e con i suoi ritmi.

Quei ritmi che abbiamo perduto nella corsa sfrenata verso la civiltà.

E fatichiamo a riconoscere e ascoltare.

La bulimia sociale che ammala le nostre vite (e sta distruggendo inesorabilmente il pianeta) può essere sconfitta solamente grazie a un rispetto profondo e sincero per la natura e per la sua intrinseca verità.

Solo ripristinando il ritmo naturale delle giornate potremo ritrovare il senso di un nutrimento sano e costruire un modo nuovo di alimentare noi stessi, fatto di luce e buio, aria fresca e sole, gioco, silenzio, ritmo, creatività, avventura, energia e riposo.

Carla Sale Musio

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Ott 16 2019

ADOTTARE IL BAMBINO INTERIORE: la ricetta per la felicità

Mettere in relazione l’adulto che siamo diventati con il bambino che siamo stati è l’unica medicina capace di curare le ferite dell’infanzia e sviluppare una relazione sana con noi stessi e con il mondo che ci circonda.

L’attesa magica di un genitore capace di accudire ogni esigenza trova la sua soluzione quando nella personalità si struttura la possibilità di badare a se stessi fino a soddisfare autonomamente i propri bisogni affettivi.

Questo non significa perdersi in un solipsismo egocentrico e narcisista, al contrario! È il fondamento di ogni relazione di reciprocità.

Infatti, solo quando l’adulto interiore adotta il bambino interiore si sviluppa la possibilità di vivere uno scambio emotivo appagante.

Il sogno di trovare miracolosamente tutte le risposte alle proprie necessità emotive appartiene all’infanzia ed è destinato a scontrarsi inevitabilmente con la realtà e con i limiti dei genitori.

Nessuna mamma e nessun papà potrà mai essere perfetto, nonostante l’impegno.

La vita è fatta di un continuo appropriarsi delle responsabilità… fino a scoprire che tutto (ma proprio tutto!) è un’opportunità per sviluppare la resilienza e trasformare le difficoltà in risorse.

I genitori ci offrono un’occasione per crescere.

Le loro imperfezioni sono l’humus in cui si sviluppa la nostra verità.

Evolvere in saggezza il dolore che deriva dalle loro incapacità fa parte della crescita.

Mentre abdicare al potere che si nasconde dietro al superamento di quelle sofferenze vuol dire rinunciare all’autonomia e all’indipendenza.

Siamo liberi soltanto nel momento in cui possiamo cambiare il nostro destino.

E questo avviene quando riveliamo il significato nascosto dietro a ciò che fa male e non ci piace.

Il dolore dell’infanzia è il dolore più terribile che si possa provare, perché la psiche dei piccoli non possiede ancora i confini entro cui arginarlo.

Eppure… proprio da quel dolore può prendere forma la libertà.

La sofferenza costringe a guardare oltre e a cercare il valore nascosto dietro alle cose.

Sviluppare la resilienza significa evolvere l’handicap in abilità e trasformare in saggezza la paura e il dolore.

Non è facile.

E non è impossibile.

Quando osserviamo con gli occhi dell’adulto la storia della nostra vita e riviviamo le emozioni del passato con la sensibilità del bambino, nel mondo intimo ha luogo un’alchimia capace di ridare profondità all’esistenza.

Adottare il bambino interiore non è un atto magico e nemmeno un’azione fisica.

È un atteggiamento volto ad accogliere i vissuti infantili senza censurare l’angoscia e senza vendicarla.

È la capacità di prendere gli eventi sulle proprie spalle come se fossero una responsabilità personale.

L’adulto sa che tutto dipende da lui.

Il bambino si fida e può abbandonarsi alle emozioni.

Da questa sinergia scaturisce la libertà, non perché si cancellano le proprie radici e la propria storia ma perché se ne evidenzia la necessità nel disegno più ampio della vita.

Carla Sale Musio

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Ott 10 2019

PAURA DELLA MORTE E PSICOTERAPIA

La paura della morte è la più grande di tutte le paure.

Il mostro che occhieggia dietro ogni difficoltà psicologica, ogni attacco di panico, ogni fobia, ogni depressione…

La paura della morte non è la paura di morire.

Morire (a volte) può apparire una liberazione, la soluzione magica capace di mettere fine a tutti i problemi.

La paura della morte è la paura dell’ignoto, della trasformazione che inghiotte le certezze e cambia i parametri della vita.

Questa paura inconfessabile si nasconde dietro a tante difficoltà emotive ed è saldamente intrecciata alla paura di vivere.

Infatti: la paura della morte annichilisce la vita.

Vivere significa perdere le proprie sicurezze, avventurarsi in una dimensione della realtà ancora sconosciuta.

E affidarsi a qualcosa di più grande.

Qualcosa che rivela aspetti nuovi e ci costringe a cambiare.

Qualcosa che va oltre la ragione, la prevedibilità e l’abitudine.

Sfuggire il confronto con questa imprevedibilità significa spegnersi, smarrire il senso della propria esistenza.

Eppure…

Quasi sempre finiamo per chiamare vita la sicurezza che deriva delle abitudini, dimenticando il valore della trasformazione. 

Affrontare l’ignoto ci terrorizza.

Evitiamo di pensarci, sforzandoci di credere che non ci sarà mai una fine e tutto potrà continuare immutabile nel tempo.

Tuttavia, dal primo giorno di vita cominciano i cambiamenti: cambiamo fisicamente, interiormente, socialmente, professionalmente, emotivamente…

L’esistenza si dispiega tra scelte e imprevisti, dipingendo nel tempo un disegno preciso e mostrandoci l’essenza del vivere, la nostra intima e personale verità.

La paura della morte è la paura di guardare in faccia la propria vita, accogliendo il significato di ogni cambiamento e aprendo il cuore alle profondità che scaturiscono dall’esperienza.

Ci spaventa l’idea di perdere il controllo, di non poter pianificare, anticipare, prevedere… niente.

Preferiamo convincere noi stessi che la morte sia la fine di tutto e oltre le sponde del nostro sapere collaudato non esista altro, coltivando la certezza che con la perdita del corpo ogni cosa sparisca inghiottita dal nulla. 

Ma proprio questa convinzione genera la paura, alimentando le radici di tante sofferenze psicologiche.

Viviamo in un mondo dove tutto è in evoluzione.

Siamo abituati a considerare naturali e inevitabili i cambiamenti.

Pretendere che la vita finisca di colpo, senza continuità e senza lasciare tracce, ci sgomenta facendoci sentire soli, angosciati e impotenti.

Qualcosa in fondo all’anima si ribella.

E rivendica il diritto all’immortalità.

La dimensione interiore non è concreta.

Esiste in uno spazio privo di confini e delle coordinate che caratterizzano la fisicità.

Si muove fuori dal tempo e dallo spazio.

La paura della morte è legata alla paura di affrontare l’imprendibilità del mondo affettivo.

Per questo ci sgomenta.

Quando trascorriamo la vita costruendo una fortezza intorno alla sensibilità, la concretezza ci travolge e la scoperta di una dimensione che non si può toccare ci trova inermi, incapaci di abbandonare quella materialità tanto idolatrata da essere diventata l’unica verità possibile.

Affrontare la paura della morte è un passaggio inevitabile durante la psicoterapia.

E per poterlo attraversare è indispensabile che il terapeuta abbia affrontato a sua volta la stessa tematica.

Per accogliere questi argomenti, infatti, è indispensabile lasciare emergere le proprie angosce in modo da riconoscerle e potersi aprire ai vissuti dei pazienti senza che queste interferiscano.

Un terapeuta timoroso di affrontare in se stesso quella stessa paura non può essere d’aiuto.

Il rischio è che si finisca per insabbiare i discorsi, lasciando ai pazienti la convinzione che non sia possibile accogliere un’angoscia tanto profonda.

La paura della morte è una paura che non può trovare soluzioni definitive, ma evolve verso un’accettazione sempre maggiore dell’incapacità a risolvere (con la logica) gli enigmi interiori.

Dall’accoglienza di una dimensione più grande della ragione e dall’accettazione dei propri limiti prende forma l’umiltà necessaria a sostenere la totalità del vivere e del morire, e la possibilità di aiutare se stessi e gli altri nell’evoluzione interiore.

Come un potente maestro zen, la paura della morte ci insegna a esistere con rispetto: forti della nostra debolezza, attenti ai valori della trasformazione, fiduciosi che la vita non tradisce se stessa e l’unico nemico di cui aver timore è soltanto la presunzione che alberga nei nostri cuori.

Carla Sale Musio

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Ott 03 2019

CAMBIO DIETA… CON UN MANTRA!

Per realizzare un cambiamento nelle abitudini alimentari può essere utile avvalersi di un mantra personale.

Il mantra è una frase capace di attivare memorie interiori profonde, orientando la psiche verso determinate direzioni, ogni volta che viene ripetuta.

Quando recitiamo un mantra entriamo in una sorta di trance e l’inconscio si apre alle direttive contenute nelle parole che lo compongono.

Il ritmo cantilenato e la ripetizione sono ingredienti fondamentali per indirizzare i comportamenti verso obiettivi predefiniti.

Lo sa bene chi si occupa di pubblicità.

Gli slogan basati sulla ripetizione e sulla ritmica delle parole, infatti, ci inducono a scegliere inconsciamente i prodotti più reclamizzati (anche quando non sono convenienti e nemmeno di buona qualità).

Per fortuna i mantra non sono usati esclusivamente a fini commerciali!

Nascono come strumenti spirituali in grado di armonizzare il mondo interiore con le leggi universali, avvicinando l’anima al divino.

Un uso mirato e consapevole dei mantra ha un grande potere sulla psiche.

E può essere utile per liberarci da credenze e abitudini improprie.

Quando vogliamo modificare un’abitudine per raggiungere un nuovo stile alimentare possiamo fabbricare il nostro mantra personale seguendo le regole utilizzate comunemente dalle pubblicità: ritmo, frasi brevi, credibilità, rima e ripetizione.

Vediamole in dettaglio.

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RITMO

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Per essere efficace un mantra deve avere una sua musicalità.

Infatti, un ritmo semplice e armonico viene memorizzato facilmente fino ad essere interiorizzato e agito al di sotto della mente logica.

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FRASI BREVI

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Poche asserzioni brevi sono più efficaci di complesse circonlocuzioni verbali.

Le frasi devono essere affermative, prive di negazioni (l’inconscio non riconosce l’avverbio NON perché legge le affermazioni come se fossero immagini e non esiste un’immagine per raffigurare il NON) e stimolanti dal punto di vista sensoriale.

Più il richiamo verbale coinvolge i cinque sensi più il nostro mantra si rivelerà efficace.

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CREDIBILITÀ

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Ciò che si afferma con un mantra personale deve essere credibile altrimenti l’inconscio lo rifiuta e non ci sono risultati.

Quindi: anche se mi piacerebbe, non posso affermare di perdere dieci chili in un giorno se ho la convinzione che sia impossibile.

È preferibile costruire una frase in cui sostengo di sentirmi più agile e più leggero, lasciando che l’inconscio si muova spontaneamente in quella direzione.

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RIMA E RIPETIZIONE

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L’uso della rima e della ripetizione facilita l’automatismo mnemonico necessario ad aprire le porte dell’inconscio e a stimolare le risorse creative ad esso connesse.

In pratica:

  • Quando vogliamo cambiare un comportamento l’uso di un mantra personale facilita il compito e abbrevia i tempi, attingendo a potenzialità che agiscono sotto la soglia della consapevolezza.

  • Per costruirlo occorre comporre una frase ritmica (o più frasi, ma meno sono meglio è) di senso compiuto e ripeterla più e più volte come una litania.

  • È preferibile concentrarsi e lavorare con un solo mantra e con un obiettivo alla volta.

Un lavoro di riprogrammazione mentale può dare ottimi risultati nel tempo e si rivela un aiuto prezioso durante i cambiamenti dello stile alimentare.

Carla Sale Musio

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Set 26 2019

I BISOGNI E LE ASPETTATIVE DEGLI ADULTI

Gli adulti sono tali quando prendono su di sé le responsabilità della vita.

Questo significa smettere di delegare, di fare le vittime e di aspettare l’arrivo di un salvatore in grado di cancellare magicamente le difficoltà.

Il confine tra l’infanzia e la maturità è racchiuso nella capacità di soddisfare autonomamente i propri bisogni (soprattutto quelli interiori).

L’unica risorsa che permette di diventare grandi è chiamata resilienza e indica la capacità di trasformare le situazioni difficili in opportunità.

Essere adulti significa sviluppare la resilienza dentro di sé, cioè rendere la sofferenza uno strumento di crescita emotiva.

Ecco perché essere adulti non corrisponde al raggiungimento di un’età anagrafica o cronologica ma alla conquista della libertà.

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Ma cos’è la libertà?

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La libertà non è, come si crede comunemente, la possibilità di soddisfare indisturbati ogni desiderio, bensì il raggiungimento di un’autonomia interiore, quella capacità di modellare il destino grazie alla comprensione intima e profonda di ciò che succede.

In altre parole: siamo adulti quando sappiamo prenderci totalmente cura di noi stessi.

E questo è anche il presupposto indispensabile a una buona socializzazione.

Diventare grandi significa abbandonare la dipendenza e l’egocentrismo, che caratterizzano l’infanzia, per aprirsi all’ascolto degli altri e alla reciprocità necessaria a costruire relazioni sane e gratificanti.

La maturità si raggiunge quando si diventa capaci di rapportarsi con rispetto, solidarietà, comprensione e empatia.

Dapprima con se stessi e con il proprio passato e poi con tutti gli altri.

Da grandi possiamo curare le ferite dell’infanzia, sviluppare la resilienza e vivere la vita con pienezza e con amore.

Quando nella psiche prende forma una parte adulta è possibile raggiungere nuove armonie e nuove consapevolezze.

L’adulto interiore, infatti, può finalmente prendersi cura del bambino che siamo stati e dialogare con lui, curando le ferite dell’infanzia e colmandone i bisogni insoddisfatti con l’attenzione, l’ascolto e la comprensione che gli sono mancati un tempo.

Sviluppare una parte adulta forte ed efficace è l’obbiettivo di ogni psicoterapia e di ogni cammino di crescita personale.

Quando l’adulto che vive in noi adotta il bambino interiore si aprono le porte ai cambiamenti e si scoprono possibilità inaspettate.

Il prezzo di questa magia è fatto di tempo, impegno e attenzione.

L’adulto interiore è efficace solo quando con pazienza si occupa delle parti infantili e porta avanti scelte di vita rispettose della maturità come dell’entusiasmo, della creatività e dei sogni dei bambini.

Carla Sale Musio

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Set 07 2019

OTTO MOSSE INDISPENSABILI PER ALIMENTARSI IN MODO SANO

Per cambiare le abitudini alimentari non basta semplicemente ridurre le quantità di cibo o la tipologia del menù.

È indispensabile modificare lo stile di vita e restituire al corpo la sua naturale dignità.

Viviamo in una società che ci spinge a usare il fisico come fosse una macchina e non una creatura vivente.

Pretendiamo sia sempre efficiente, pronto a soddisfare ogni nostra pretesa.

Lo travestiamo per renderne attraente la carrozzeria.

Lo stordiamo con ogni genere di sostanze funzionali a ottenere gli effetti psicologici voluti: rilassamento, eccitazione, concentrazione, ottundimento, sonno… eccetera.

E gli imponiamo una forzata inattività, necessaria a soddisfare le più svariate esigenze ma deleteria per la salute.

In questo contesto il cibo è diventato una droga indispensabile a placare la vitalità fino a renderci docili ai voleri del sistema produttivo.

Il corpo, però, è un’antenna in grado di connetterci al ritmo della vita.

All’ambiente, alla natura, agli altri, a noi stessi e all’Infinito.

Quando quest’antenna non funziona bene la realtà perde la sua naturale armonia e scivoliamo nella patologia.

In questo modo le case farmaceutiche aumentano i loro profitti, l’economia mantiene il suo slancio e la psiche sprofonda nella paura e nella depressione.

Gli animali selvatici hanno un ascolto del proprio organismo che noi abbiamo perduto e con l’esempio della loro vita ci mostrano la strada per la salute fisica e mentale.

Se vogliamo cambiare il nostro modo di nutrirci non possiamo trascurare il corpo ma dobbiamo imparare ad assolvere le sue esigenze profonde.

Un’antenna ben funzionante ci consente di attingere energia anche da fonti diverse dalla fisicità, come fanno gli animali, e favorisce il dispiegarsi di risorse nuove.

Corpo e mente sono un binomio inscindibile, perciò vanno trattati con la stessa attenzione.

Quando le loro potenzialità naturali sono rispettate e valorizzate prende forma un diverso modo di gestire la vita e i cambiamenti alimentari diventano possibili.

La ricercatrice spirituale australiana Jasmuheen (una dei miei Maestri preferiti) evidenzia otto mosse indispensabili al raggiungimento di una perfetta salute fisica, emotiva e spirituale:

  1. dieta cruelty free

  2. esercizio fisico

  3. silenzio nella natura

  4. maestria della mente

  5. musica sacra

  6. servizio

  7. meditazione

  8. preghiera

Si tratta di attività capaci di aiutarci a mantenere vivo l’equilibrio con l’ecosistema e a manifestare il nostro potere creativo.

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DIETA CRUELTY FREE

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La scelta di non uccidere per vivere è il primo passo verso una coscienza mirata al rispetto per l’ambiente e alla convivenza pacifica con le altre forme di vita.

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ESERCIZIO FISICO

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La vitalità del corpo è indispensabile per coltivare l’ascolto interiore. Infatti, la mancanza di energia fisica provoca spesso una mentalizzazione eccessiva e pericolosa per l’equilibrio psicologico (oltreché per la salute).

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SILENZIO NELLA NATURA

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Trascorrere del tempo in silenzio in luoghi naturali attiva spontaneamente i bioritmi e gli scambi energetici necessari alla vita.

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MAESTRIA DELLA MENTE

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Riprogrammare la mente liberandola da concezioni improprie e orientandola verso valori volti al benessere del pianeta è un passo fondamentale per sostenere il cambiamento. Solo una mente in grado di accogliere la profondità della vita può conseguire l’equilibrio necessario alla salute. Di se stessi e del mondo.

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MUSICA SACRA

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L’ascolto di melodie connesse alla spiritualità individuale favorisce il contatto con le vibrazioni dell’anima permettendoci di attingere alle sue miracolose potenzialità.

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SERVIZIO

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Il dono disinteressato delle proprie risorse e del proprio tempo per aiutare gli altri apre i canali della compassione, della fratellanza e della solidarietà, permettendoci di ritrovare il significato intimo della realtà e la pace del cuore.

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MEDITAZIONE

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La meditazione tocca i ritmi segreti delle dimensioni interiori, accordi che permettono di acquisire consapevolezze nuove e consolidare i cambiamenti, armonie affettive che la ragione spesso non riesce a padroneggiare.   

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PREGHIERA

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Arrendersi a un principio spirituale superiore ripristina l’umiltà necessaria alla vita, acquieta la ragione e favorisce l’abbandono alla saggezza nascosta dietro agli eventi.

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Seguire queste semplici indicazioni ci aiuta a modificare lo stile di vita fino a renderlo funzionale ai cambiamenti necessari per alimentarsi in modo sano, spontaneo, rivitalizzante e naturale.

Carla Sale Musio

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Set 01 2019

INCONSCIO E COSCIENZA: diversi o uguali?

Quando si parla di inconscio e di coscienza si tende a fare una grande confusione.

La parola coscienza assume significati diversi a seconda del contesto in cui è inserita.

E questo genera non pochi fraintendimenti.

Coscienza è sinonimo di consapevolezza, rappresenta l’etica e la morale, i valori personali che muovono le azioni di ciascuno, lo stato vigile della veglia, il principio creativo che genera la realtà e la vita.

È interessante notare come una sola parola condensi tanti concetti diversi.

Se il linguaggio esprime le peculiarità di una cultura… qui è evidente la scarsa considerazione che la nostra società attribuisce al mondo interiore.

L’indifferenza per i valori profondi è l’origine di molte sofferenze psicologiche e la matrice dell’analfabetismo affettivo che ammala l’umanità.

La coscienza dovrebbe essere l’opposto dell’inconscio.

Infatti, definiamo inconscio tutto ciò che esiste sotto la soglia della consapevolezza.

Tuttavia, la coscienza è uno stato dell’essere che ci permette di osservare la vita da un punto di vista neutrale, posto al di fuori delle emozioni e dei conflitti che animano la vita intima.

In questo caso la coscienza rappresenta quella sensazione di esistere che ci accompagna costantemente, istante dopo istante.

Il biocentrismo afferma che la coscienza è il principio e la fine di tutte le cose, la possibilità di esperire la vita in ogni sua forma, ciò che genera la realtà così come la conosciamo.

Ma è posta al di fuori delle coordinate spazio temporali (in una dimensione che comprende la materialità e la trascende).

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“Quello che noi percepiamo come realtà è un processo che coinvolge la nostra coscienza. Se esistesse una realtà esterna a noi stessi, dovrebbe trovarsi in uno spazio, ma lo spazio e il tempo non sono assoluti, sono solo strumenti usati dalle menti umane e animali.”

Robert Lanza

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In questa prospettiva la coscienza contiene l’inconscio.

Si dice spesso che l’inconscio sia infinito.

E si dice anche che la coscienzasia infinita.

Pensare alle dimensioni immateriali mette in crisi la razionalità.

Per la logica: nulla può contenere l’infinito.

Perciò, sempre per la logica, l’infinito chiamato coscienza non può contenere l’infinito chiamato inconscio.

Il problema non sta nella coscienzae nemmeno nell’inconscio.

La difficoltà è tutta in un linguaggio che nega l’esistenza delle realtà immateriali.

E per questo non possiede termini idonei a spiegare l’immensità.

Il cuore, però, sente che c’è qualcosa che oltrepassa i confini della logica.

L’amore non è razionale.

È reale.

Noi psicologi abbiamo a che fare tutti i giorni con una dimensione affettiva che di materiale non ha proprio nulla ma determina la salute e la malattia di tante persone.

Si tratta di verità diverse dalla fisicità.

Realtà fatte di regole paradossali e spesso indefinibili.

Esperienze che mandano in crisi la mente perché la mente è lo strumento necessario a muoversi nel mondo della concretezza e nella dimensione affettiva perde le sue coordinate.

La coscienza racchiude il mondo della concretezza… e lo trascende.

Il cuore lo sa.

E spesso si arrende a un qualcosa che è reale e incomprensibile con la ragione.

Chiamiamo inconscio questo genere di resa, la sensazione che accompagna un sapere carente di linguaggio e privo di scientificità.

Qualcosa di importante, grande e profondo che ci segue sempre, in ogni istante della nostra vita.

Qualcosa che va oltre la vita, così come la conosciamo, e si avventura in un infinito senza spazio né tempo.

Una realtà che le parole fanno fatica a definire perché pensate solo per raccontare ciò che succede nella materialità.

L’inconscio e la coscienza spesso sono sinonimi.

Tuttavia l’inconscio guarda la coscienza da una prospettiva materiale, si sporge sull’orlo della fisicità e cerca di delineare ciò che è oltre.

(Quando la mente non s’imbizzarrisce)

La coscienza invece accoglie tutto.

Possiede la nostra vita come se fosse un libro oppure un dvd.

Contiene la concretezza prima di srotolarla e anche dopo, quando ne dispiega la consistenza fatta di spazio, tempo e fisicità.

La coscienza osserva il mondo ed è il mondo: tutto insieme.

L’inconscio, invece, è quello che non sappiamo.

E questo spesso lo rende identico all’immensità.

Carla Sale Musio

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Ago 12 2019

COME CAMBIARE LE ABITUDINI ALIMENTARI

Quando decidiamo di cambiare il nostro modo di alimentarci è importante stabilire perché vogliamo farlo.

Di solito ci preoccupiamo di come fare le cose.

Vogliamo avere la certezza del percorso, sapere quali saranno i passi che ci guideranno fino al compimento del progetto e trascuriamo il movente profondo, la verità che sottende le scelte.

Tuttavia, per raggiungere il traguardo è fondamentale conoscere i motivi che stanno dietro alle decisioni.

Interrogarsi con sincerità sul perché aiuta a scoprire i conflitti interiori che ostacolano i cambiamenti e permette di stabilire l’armonia emotiva necessaria al raggiungimento dei risultati.

Cambiare modo di nutrirsi non è facile.

L’inconscio ama i rituali ed è abitudinario.

Se facciamo sempre le stesse cose alla stessa ora, nel mondo intimo si struttura una sorta di pilota automatico che organizza la sequenza delle azioni al di sotto della consapevolezza.

Questo meccanismo ripetitivo serve a liberare la coscienza da sforzi inutili, in modo da rendere disponibile l’attenzione per attività diverse.

Nascono così tanti rituali quotidiani, utili per semplificare la vita ma pericolosi quando decidiamo di cambiare.

Infatti, più abbiamo coltivato un comportamento automatico e meno sarà facile abbandonarlo.

L’alimentazione non sfugge a queste regole.

Ci viene fame sempre alla stessa ora e desideriamo sempre gli stessi cibi perché gestiamo i gusti e i ritmi della nutrizione in base a scelte che sfuggono al controllo razionale.

Normalmente è l’inconscio a decidere per noi quandoquanto e cosa mangiare, seguendo criteri che si sono formati nel passato e non sono più stati messi in discussione.

Criteri legati a scelte emotive, rituali familiari e tradizioni sociali mosse da interessi economici o disponibilità affettive che spesso hanno poco a che fare con i bisogni della sopravvivenza e con la salute.

Indagare le motivazioni che stanno dietro a un cambiamento significa esplorare i vissuti nascosti e ascoltare anche quelle parti della psiche che a cambiare… non ci pensano affatto!

Infatti, insieme al sì compare anche il no.

E mentre analizziamo il perché vogliamo farlo dobbiamo ascoltare anche il perché non vogliamo farlo.

Di solito ad agire nell’ombra boicottando le scelte innovative (per paura del dolore e dell’abbandono) sono le Parti Tradizionaliste e Conservatrici.

Incarnano vissuti legati alla storia della nostra vita e della nostra famiglia.

Raccontano aspetti interiori memori di sofferenze antiche e pronti a tutto pur di evitarle.

Così, se a casa nei giorni speciali si mangiavano le frittelle, rinunciare a quel piatto farà insorgere le Parti Infantili della psiche che si sentiranno abbandonate e sole senza il sapore delle feste.

Per affrontare il cambiamento e smettere di mangiare le frittelle dovrò trovare qualcosa di altrettanto buono e affettivamente nutriente da offrire al bambino che vive nel mondo interiore.

Non deve necessariamente essere un cibo, può trattarsi di un giro in giostra, di un quaderno con le pagine colorate, di un libro magico o di un sacchetto di perline… andrà bene qualsiasi cosa susciti lo stesso piacere e la stessa sensazione di amore e appartenenza provocata dalle frittelle.

Se, però, non terrò conto di questi valori emotivi (e semplicemente mi imporrò di non mangiare più frittelle) quelle Parti Infantili trameranno nell’ombra e, non appena abbasserò la guardia, faranno in modo di sabotare i miei propositi.

Magari facendomi venire un inspiegabile nervosismo, un forte mal di testa, i crampi allo stomaco, la depressione… qualsiasi cosa permetta di trasgredire le nuove norme per riportare in auge le abitudini di sempre.

Analizzare il perché dei cambiamenti struttura i criteri necessari ad abbandonare le consuetudini e disegna strategie alternative, volte a compensare le perdite (affettive) indispensabili al formarsi di uno stile di vita più sano.

Sostituendo i rituali del passato con scelte diverse (legate ai ricordi ma in grado di non intralciare i progetti del presente) prende forma un nuovo modo di nutrirsi: non più succube di antichi bisogni d’amore e (finalmente) libero di scegliere possibilità ancora sconosciute.

Carla Sale Musio

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Lug 31 2019

GENITORI CATTIVI E ANIME GEMELLE: un binomio pericoloso

Tutti i bambini sono convinti di meritarsi i genitori che hanno.

E questo vale nel bene e nel male.

L’egocentrismo (fisiologico durante l’infanzia) li spinge a credere che il mondo rifletta il loro valore.

Perciò se i genitori sono bravi significa che loro (i figli) sono bravi, mentre se i genitori sono cattivi vuol dire che loro (i figli) sono cattivi.

Questa visione autoreferenziale impernia il mondo dei piccoli ma determina anche tante convinzioni sbagliate che ci portiamo appresso nell’età adulta.

Da bambini, infatti, traiamo conclusioni sulla vita e su noi stessi che in seguito non correggiamo più.

Sono giudizi a cui arriviamo in base alle conoscenze del momento e con un’esperienza fatta soprattutto di emotività.

La logica, la razionalità, il pensiero astratto, l’obiettività, la riflessione… si formano col tempo, quando ormai le decisioni sono state prese.

È solo nel corso di un’attenta crescita personale che il pensiero infantile può essere compreso alla luce dell’esperienza adulta.

Ognuno di noi costruisce le proprie credenze durante le emergenze della vita e quasi sempre archivia quelle convinzioni senza metterle in dubbio.

A scuola ci vengono insegnate tante nozioni.

Tuttavia nessuno spazio è riservato alla comprensione del mondo interiore.

I telegiornali non ne parlano.

Le pubblicità… meno che mai!

Senza rendercene conto diamo per scontate opinioni che si sono formate in un periodo in cui non avevamo gli strumenti necessari a decodificare gli avvenimenti.

La maggior parte delle persone cresce senza mai fermarsi a riflettere sulla propria infanzia e sugli errori di valutazione che scaturiscono dall’inesperienza.

Per molti la psicologia è ancora un argomento sconosciuto e (ahimè!)… poco credibile.

Ecco perché da adulti la pretesa di un risarcimento danni da parte del destino si fa largo nella psiche senza che sia possibile metterla ragionevolmente in discussione.

E il pensiero di essersi meritati i genitori… assume le sembianze di un dogma, una valutazione su se stessi e sull’esistenza che condiziona la qualità della vita.

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Ma cosa comporta questa certezza e che ripercussioni può avere sulle scelte quotidiane?

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Il pensiero di essersi meritati i genitori è imbevuto di egocentrismo e sostiene l’idea della colpa e della punizione.

Alla luce di queste convinzioni bambine, avere dei genitori poco amorevoli significa avere in sé qualcosa di sbagliato che merita la punizione e perciò la cattiveria di papà e mamma.

Chi vive un’infanzia difficile spesso è convinto di avere dentro qualcosa che non va, un difetto che diventa una colpa e che spiega in termini semplici e spietati il perché della sofferenza patita.

In questo modo l’ingiustizia si trasforma nella legittima espiazione di crimini commessi non si sa dove e non si sa quando ma che devono esistere per motivare il dolore subito.

Nasce così quella bassa autostima che paralizza tante persone nonostante l’evidenza del successo e delle proprie capacità.

Superare da soli questi vissuti infantili spesso è impossibile e per sentirsi in pace con la propria identità è indispensabile ripercorrere all’indietro la strada della crescita grazie all’aiuto di uno psicologo, sciogliendo i nodi stretti intorno alle conclusioni di un tempo.

Tuttavia esiste una scorciatoia veloce (e pericolosa) che passa attraverso l’idealizzazione del partner.

Infatti, se mamma e papà sono stati cattivi senza che io abbia meritato l’angoscia vissuta durante l’infanzia, la vita ha un debito con me: mi deve un risarcimento grazie al quale finalmente potrò godermi quell’amore incondizionato che sento di meritare.

Ecco quindi nascere il mito dell’anima gemella!

Prende forma dalle fiabe e dalle aspettative egocentriche del passato e si dispiega rigoglioso… fino a diventare un’aspettativa indiscutibile.

In seguito a questo meccanismo il Principe Azzurro o la Principessa Azzurra incarneranno il sogno di un amore unico, speciale e illimitato: lo stesso che avremmo voluto ricevere dai genitori.

Quello che nessun genitore sarà MAI in grado di dare… perché appartiene a una dimensione affettiva e spirituale che esiste fuori dalle coordinate spazio temporali in cui viviamo la nostra esperienza umana.

Un amore intriso di vissuti infantili e foriero di tante incomprensioni.

Un amore che possiamo trovare soltanto dentro noi stessi, una volta diventati adulti.

Solo gli adulti che siamo diventati, infatti, sono in grado di comprendere e di accogliere il bisogno d’amore dei bambini che siamo stati e possono colmare il vuoto spirituale ed emotivo vissuto alla nascita (durante il passaggio dalla dimensione infinita e immateriale nell’esperienza fisica fatta di concretezza e di polarità: buono/cattivo, bene/male, giusto/sbagliato).

Ascoltare il dolore dell’infanzia significa prendersi finalmente cura di sé in prima persona.

Senza delegare.

E senza pretendere dagli altri quello che non siamo capaci di darci da soli.

L’amore è un sentimento che nasce nell’anima e poi si dispiega nel mondo, dando forma a un piacere libero dalle pretese e dalla dipendenza che caratterizzano i vissuti infantili.

Carla Sale Musio

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