Tag Archive 'immortalità'

Mar 06 2019

CHE COS’È LA COSCIENZA: guardare la morte con occhi nuovi

Nel linguaggio comune coscienza è sinonimo di consapevolezza e indica tutto ciò di cui abbiamo cognizione.

Tuttavia, da un punto di vista psicologico, si può essere consapevoli consciamente ma anche inconsciamente.

E questo rende la coscienza molto più ampia di quanto non si creda.

Per definizione l’inconscio è la sede delle cose di cui siamo inconsapevoli, il contenitore dove sono raccolte le memorie della nostra vita, della nostra famiglia, della nostra specie, della nostra… Totalità.

L’inconscio, l’infinito e la coscienza hanno in comune la mancanza di confini, cioè appartengono a un diverso modo di guardare la vita: non più soggetto ai parametri dello spazio e del tempo ma… pervasivo.

Esiste qualcosa che osserva il mondo dal primo all’ultimo minuto.

Come individui possiamo essere a conoscenza di questa percezione oppure ignorarla.

Tuttavia, la sua presenza silenziosa e profonda ci accompagna sempre.

La coscienza è una percezione intima e neutrale, fatta di totalità e soggettività insieme.

E non dipende dal cervello.

Il cervello è lo strumento che la coscienza utilizza per codificare i vissuti emotivi e muoversi nella realtà materiale.

Ecco.

Lo so.

Questa affermazione fa saltare subito la mosca al naso.

Ma qualcuno deve pur dirlo.

E non può che essere uno psicologo.

Cioè uno studioso che si occupa della coscienza.

Tutto il giorno.

Tutti i giorni.

(Tranne quando è in ferie.)

Agli scienziati newtoniani la sudditanza del cervello alla coscienza non piace.

Preferiscono rapportarsi a un’oggettività ben distinta dalla soggettività di chi guarda.

Tuttavia, la fisica moderna ha dimostrato che senza un osservatore la realtà che noi conosciamo non potrebbe esistere.

Infatti, le coordinate con cui interpretiamo i fenomeni dipendono dal punto di vista attraverso il quale strutturiamo la nostra osservazione.

Chi osserva dà forma a ciò che avviene.

Difficile da digerire dopo anni di fisica newtoniana studiata alle elementari, alle medie e anche alle superiori.

Già.

Perché a scuola non si insegna mica la fisica dei quanti!

Non è nemmeno prevista nei programmi ministeriali.

Gli psicologi, però, con la coscienza devono fare i conti e, proprio come i fisici quantistici, sono costretti a considerare l’importanza del punto di vista.

Il cambiamento epistemologico di questo nuovo millennio poggia sull’acquisizione che la coscienza è un principio infinito, onnicomprensivo, privo di materialità e perciò non soggetto ai codici spazio temporali che definiscono il mondo fisico.

Ogni psicoterapeuta lo verifica quando cura usando le parole e aiutando i pazienti a modellare la propria vita grazie a una diversa lettura degli avvenimenti.

Sono proprio gli psicologi i divulgatori di una visione più ampia della coscienza.

I primi a sostenere il peso di questa nuova epistemologia.

Durante le sedute di psicoterapia, infatti, l’osservatore/paziente agisce sulla realtà materiale orientando il cervello a scorgere comprensioni nuove e più funzionali mentre esplora la dimensione infinita della coscienza.

Per aiutare i pazienti a far emergere le proprie risorse gli psicoterapeuti li conducono a superare i limiti del cervello, avventurandosi costantemente tra le profondità della psiche e muovendosi nella dimensione impalpabile e incommensurabile della coscienza.

Questo lavoro permette di sperimentare la pregnanza della dimensione immateriale fino a modificare la propria vita.

Non è un procedimento concreto.

Durante la psicoterapia si parla… e basta.

Ma il potere della coscienza diventa evidente nei comportamenti di chi, al termine di quel lavoro, si sente meglio.

La coscienza non è materiale e non è fisica.

È una dimensione che comprende la fisicità ma utilizza i parametri della Totalità.

Tutto è uno.

Come sopra così sotto.

Sono affermazioni dell’ermetismo che ne propongono una buona sintesi.

Quando si affronta il problema della morte non si può che accogliere questa nuova epistemologia restituendo alla coscienza la sua priorità.

Infatti, solo riconoscendone la pervasività diventa possibile aprirsi alle realtà interiori e comprendere il valore della soggettività.

Tutti quanti sperimentiamo la preminenza della coscienza quando ci innamoriamo.

In quei momenti l’osservatore, la soggettività e il punto di vista diventano strumenti imprescindibili per validare la realtà.

Nessuno può provare scientificamente l’amore al di fuori di chi lo vive.

Tuttavia, l’amore esiste.

(E, di sicuro, anche gli scienziati newtoniani ogni tanto si innamorano.)

L’amore ci aiuta a comprendere il valore di quella percezione onnipresente e personale che permea ogni cosa.

In quella presenza infinita e soggettiva possiamo abbracciare anche chi non possiede più un corpo e ritrovare la continuità dei legami, ben oltre i limiti della fisica imparata a scuola.

Nella coscienza ogni inizio e ogni fine perdono quella demarcazione che li rende antagonisti e incompatibili per congiungersi in una circolarità capace di accostarsi alla morte con occhi nuovi, rivelando il potere che sta dietro alle cose, il Tutto da cui prende forma la realtà.

Carla Sale Musio

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Feb 22 2019

HO SCRITTO UN LIBRO PER DARE VOCE A CHI NON HA PIÙ UN CORPO

Sono convinta che la morte riguardi soltanto il termine dell’esperienza fisica e che l’amore non finisca mai perché esiste in una dimensione della coscienza che è fuori dalle coordinate dello spazio e del tempo.

In quel luogo fatto di percezioni e sensazioni intime è possibile ritrovare le persone che non hanno più una fisicità.

Siamo abituati a pensare in termini di concretezza e materialità, tuttavia, facendo il mio mestiere si impara a muoversi anche in dimensioni diverse.

Sono territori poco concreti ma reali e capaci di regalarci la gioia o la sofferenza, l’armonia o la paura, il benessere o la malattia.

Nel mondo psicologico ci si avventura sempre sui terreni scivolosi e poco frequentati dell’immaterialità e capita spesso di vivere esperienze di vita oltre la morte.

Molti uomini e donne chiedono aiuto quando il lutto rende terribile l’esistenza.

In quei momenti si sta talmente male che niente sembra dare sollievo al dolore.

Eppure…

Sono tante le persone che raccontano sogni, emozioni ed esperienze a testimonianza di una vita che prosegue sempre.

Anche senza il corpo.

.

L’AMORE NON HA CONFINI

.

E i legami affettivi dopo la morte crescono e si evolvono, costruendo un ponte capace di unire la vita fisica con la vita non fisica e permettendo a chi si vuole bene di ritrovarsi e di abbracciarsi ancora.

Certo, non è facile.

Occorre imparare un nuovo modo di stare insieme e di comunicare.

Ma ciò che a prima vista appare impossibile a poco a poco prende forma rivelando possibilità insperate.

Quando studiamo una lingua straniera dobbiamo abbandonare gli schemi conosciuti e avventurarci in una grammatica nuova e in un diverso gergo espressivo.

Allo stesso modo quando esploriamo il mondo della coscienza e della Totalità dobbiamo aprirci a una modalità differente di leggere gli avvenimenti, tollerando l’inesperienza e la goffaggine che caratterizzano ogni apprendimento.

Il libro:

.

COMUNICARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO

. 

tratteggia un’epistemologia dell’anima capace di aiutare la ragione a sopportare le stranezze del cuore.

E delinea una via per dialogare con chi non fa più parte della nostra fisicità ma esiste in una realtà immateriale da cui è possibile leggere e condividere i sentimenti con grande intensità.

L’amore è un linguaggio primordiale e infinito.

Nella nostra società è guardato con sospetto, insofferenza e derisione.

Per questo è difficile riconoscerlo, soprattutto nei momenti di dolore.

Chi affronta la morte di una persona cara sa che la vita non può avere un capolinea.

Lo sente dentro… anche se fa fatica a crederci.

La paura di trovare una consolazione ingenua e a buon mercato è sempre dietro l’angolo.

Tuttavia, la scienza ha dimostrato l’esistenza di mondi che erano sconosciuti fino a qualche tempo fa.

E oggi la coscienza non è più considerata solamente un prodotto del cervello ma uno stato dell’essere che intreccia inscindibilmente ogni realtà e si avvale dello spazio, del tempo e dell’amore per fare un’esperienza di sé.

Comunicare con chi non ha più un corpo è possibile, avviene sempre e tutte le creature che abbiamo amato e hanno lasciato la dimensione terrena cercano di ricordarcelo costantemente.

Sta a noi decidere se ascoltare il loro messaggio interiore o chiudere ogni comunicazione confinando tutto ciò che non si può toccare in un angolo del nostro inconscio.

Il tempo è soltanto uno strumento per muoverci nella fisicità.

Nel mondo intimo della coscienza esiste un SEMPRE carico di significato.

E sempre pronto a rivelarci la sua realtà nel momento in cui saremo capaci di accettarla.

Carla Sale Musio

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Mar 28 2018

AL DI LÀ DEL BENE E DEL MALE: il linguaggio dei paradossi

Proveniamo da una Totalità senza confini e adattarci a vivere dentro le coordinate dello spazio e del tempo non è facile.

Da sempre una conoscenza antica racconta alla coscienza le origini profonde da cui scaturisce la vita.

Ma per l’orecchio umano, assuefatto ai suoni della fisicità, è difficile percepirne i sussurri.

Arriviamo da uno spazio immemore che la mente non può contenere, e impariamo a muoverci con fatica dentro i limiti imposti dall’identità necessaria per muoversi nella fisicità.

Così, una vota raggiunta la capacità di decodificare l’ambiente che ci circonda, con i codici condivisi della materialità, abbiamo paura di perdere il controllo sulla realtà e nascondiamo nelle profondità di noi stessi il ricordo di quella Totalità originaria.

Tuttavia, eclissare la vastità della vita nei confini angusti della nostra percezione fisica limita inevitabilmente la comprensione dell’esperienza terrena e disperde il significato dell’esistenza, frammentandolo in tante verità, spesso antitetiche.

L’esperienza materiale permette di individuare ogni singola componente del Tutto dentro un percorso di conoscenza che non ha fine.

Solo così, infatti, quel Sempre senza spazio né tempo, da cui ogni cosa ha origine, può finalmente individuare se stesso.

Questa frammentazione, indispensabile alla conoscenza, spezza l’Infinito nell’esperienza della nostra quotidianità, dando origine a tante opposizioni, a tante guerre e a tanta violenza.

Quando il bene e il male prendono forma nella psiche, la Totalità sperimenta la propria molteplicità, abbandonando il vuoto senza confini, che pure le appartiene, per identificarsi in ogni singola identità di se stessa.

È il meccanismo che dà forma all’io e al tu e scinde l’Eterno nello spazio e nel tempo, forgiando la materia così come la conosciamo e portandoci a combattere le innumerevoli apparenti fazioni contrarie, dentro il gioco di specchi che chiamiamo: vita.

Vero e falso, giusto o sbagliato, buono o cattivo… sono aspetti divisi di una stessa realtà infinita e il cammino della conoscenza (intrapreso per rivelare ciò che è) ci conduce un passo dopo l’altro a scoprire quella integrità interiore in grado di contenere gli opposti dentro un’unica verità.

È un percorso evolutivo lungo e difficile.

Ricomporre il mandala della Totalità colorando ogni singolo punto di vista con la propria verità significa attraversare la vita sentendo vibrare l’Infinito dentro ogni polarità contrapposta.

L’effetto è quello di un’insostenibile incoerenza.

Ciò nonostante, solo l’accoglienza di questa poliedricità permette alla psiche di comprendere la propria multidimensionalità, superando le barriere imposte dalla logica grazie al valore maieutico dei paradossi.

È in quello spazio indefinito e creativo che la mente può accogliere l’imponderabile e modellare una cultura nuova: capace di rivelare l’Eternità (con il suo progressivo srotolarsi nelle forme dell’identità) e di intrecciare il sapere misterioso del cuore insieme a quello della ragione.

Carla Sale Musio

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Mar 05 2018

TUTTO & UNO. TUTTO È UNO?

La percezione della Totalità è un ricordo inciso a fuoco nella nostra Anima e impregna di sé l’esperienza della vita intrauterina da cui tutti proveniamo.

Nella pancia della mamma il me e il Tutto sono la stessa cosa.

In quei primi nove mesi di vita, il concetto d’identità non ha ancora preso forma nella psiche e la realtà è un’unica indistinta sensazione di esistere.

È nel momento del parto che la Totalità idilliaca della gravidanza si incrina e l’identità è costretta a prendere forma, dando vita a un me che dovremo imparare a distinguere dall’altro, il diverso, ciò che appare separato e sembra non appartenerci più.

Dopo la nascita la vita si frammenta in polarità: coppie di opposti tra le quali ci sentiamo spinti a operare una scelta.

Diventiamo adulti selezionando le cose in categorie contrapposte: buono o cattivo, bello o brutto, giusto o sbagliato…

In questo modo abbandoniamo la nostra integrità originaria e scopriamo la diversità: tutto ciò che crediamo non faccia più parte di noi.

È per sfuggire a quell’alienità che continuiamo a scegliere e ad avventurarci nella vita, selezionando quello che ci piace e scartando ciò che non ci piace, nel tentativo di impersonare nell’esistenza l’immagine idealizzata di noi stessi.

Tuttavia l’esperienza della vita è un lungo e progressivo riappropriarsi dell’integrità, fino a raggiungere una completezza che al termine dell’esperienza terrena si arricchisce di una nuova consapevolezza: la coesistenza delle polarità nel mondo interiore.

Come ci insegna la fisica dei quanti, esistono sempre un’onda e una particella che sono diverse e anche la stessa cosa.

Sembra un paradosso, eppure spiega una profonda verità rivelandoci il segreto del nostro esistere.

Noi stessi siamo costantemente: un’onda di probabilità infinite e coesistenti e anche una particella limitata e relativa.

Il nostro percorso di crescita è il percorso di consapevolezza con cui il Tutto, durante l’esperienza della materialità, esplora ogni parte di sé, analizzandone le peculiarità e le diversità e acquisendo la conoscenza di ogni aspetto dell’infinito: l’identità insieme alla completezza dell’esistere, la coesistenza delle polarità.

L’unico modo per conoscere la propria infinità, infatti, è osservarne le caratteristiche dall’esterno, spostando il punto di vista fino a comprendere ogni possibile angolazione.

Solo così l’oceano e la goccia (che lo compone) imparano a coesistere in un’identità parcellizzata e totale insieme.

È la logica dei paradossi, quella che conosce il linguaggio dell’Anima e spiega il percorso della vita, l’apparente incoerente coesistenza del particolare e dell’universale in un’unica verità.

La mente fatica a tenere il passo.

I paradossi parlano il linguaggio dell’Infinito e spiegano al cuore ciò che la logica non riesce a decifrare.

Quando ci avviciniamo alla realtà dei mondi invisibili dobbiamo lasciare che l’emozione guidi i nostri passi e arrenderci ai limiti di una razionalità che è utile soltanto nei ristretti confini della materialità.

Oltre le coordinate dello spazio e del tempo esiste il Tutto, l’infinito vuoto che comprende ogni cosa, l’enigma irrisolvibile che paralizza la mente e che il cuore riconosce d’istinto.

Senza bisogno di parole.

Carla Sale Musio

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Nov 20 2017

L’IMMATERIALITÀ NON PUÒ MORIRE

La nostra certezza di esistere poggia su una consapevolezza che sfugge al pensiero concreto.

La percezione di sé non è misurabile con gli strumenti della scienza, non è oggettiva, ripetibile o quantificabile, appartiene a un sentire interiore che possiamo convalidare soltanto ascoltando noi stessi.

“Penso, dunque sono.”

Sosteneva Cartesio, per confermare la propria realtà senza perdersi nell’ingannevole percezione materiale dei sensi.

La nostra più profonda verità è personale, intima, esiste al di fuori dello spazio e del tempo in una dimensione della coscienza diversa da quella della corporeità.

L’immaterialità non trova conferme nei laboratori scientifici, non è contemplata dai programmi scolastici e non ne parlano i telegiornali, tuttavia si tratta di un sapere con cui ci dobbiamo confrontare.

Inevitabilmente.

Soprattutto quando ci interroghiamo sul significato della vita e della morte.

Chi bazzica il mondo interiore, per mestiere o per scelta, è facilitato in questo compito perché impara a orientarsi nella soggettività che caratterizza i vissuti emotivi.

Chi invece ha bisogno di ottenere le proprie conferme da una dottrina esterna a sé, quando si trova davanti alla morte delle persone che ama, sprofonda in un baratro di dolore e di difficoltà.

La mancanza fisica, infatti, provoca uno strappo nell’anima, una ferita che si rimargina grazie alla fiducia nel proprio sentire e nella permanenza dei legami affettivi.

Tuttavia, parliamo di una certezza indimostrabile in laboratorio, perché l’amore sfugge agli strumenti della scienza e si convalida soltanto ascoltando il proprio cuore.

Così, se vogliamo comprendere cosa succede quando il corpo non c’è più, dobbiamo aprirci a una realtà soggettiva, fatta di sentimenti più che di apparecchiature mediche o di rituali religiosi, e abbracciare un sapere fondato sull’ascolto della propria intima verità.

“Cogito, ergo sum.”

Ci ricorda Cartesio, sottolineando il valore imprescindibile del nostro pensiero e del nostro sentire interiore, e affermando l’importanza di una realtà che esiste dentro noi stessi.

Come il pensiero anche l’amore possiede una pregnanza che è irraggiungibile basandosi soltanto sui cinque sensi.

Eppure, nonostante la sua mancanza di prove concrete, è una verità che nessuno può ragionevolmente mettere in discussione.

Non è possibile affermare che l’amore non esiste.

Sappiamo tutti con matematica certezza che un’esistenza senza amore perderebbe il suo valore riducendosi a un cumulo di esperienze prive d’intensità e di significato.

(Lo verificano quotidianamente gli specialisti della psiche che si occupano di patologie conseguenti alla mancanza di amore.)

L’amore è un’energia imprescindibile e immortale perché si colloca fuori dalla caducità della materia, in uno spazio intimo fatto di sensibilità.

Non si può misurare con gli strumenti della scienza, tuttavia determina la salute o la malattia ed è la causa prima della nostra sopravvivenza e di una esistenza appagante.  

Senza amore si muore.

Ma soprattutto muore la consapevolezza della profondità della vita.

Studiare le dimensioni dell’amore significa uscire dalla tirannia della materialità e avventurarsi in un mondo sottile, fatto di soggettività e di evidenze interiori.

La morte è una di queste.

E l’orrore che l’accompagna è tale soltanto quando la osserviamo indossando gli occhiali della corporeità.

Quando muore una persona cara la sofferenza per la perdita della fisicità ci toglie il respiro.

Ma spesso l’anima sembra imperturbabile di fronte alla catastrofe che pure stiamo vivendo interiormente.

Tante persone raccontano un’inspiegabile indifferenza nonostante la scomparsa di qualcuno che hanno amato moltissimo.

“Ero come anestetizzato.”

“Sapevo che era successo qualcosa di terribile eppure non mi sembrava reale.”

“Non provavo nulla.”

“Mi sentivo quello di sempre, come se non fosse successo niente.” 

Sono parole cariche di sgomento, quasi uno scoprirsi aridi e privi di sentimenti.

Tuttavia sono proprio queste le sensazioni che segnalano la continuità dell’amore, la convinzione inconfessabile che nulla sia realmente cambiato.

L’amore, infatti, non finisce.

Nemmeno quando si muore.

Vive al di fuori del tempo, in un piano della coscienza che non è misurabile con i cinque sensi.

In quello spazio intimo e profondo tutto esiste in un eterno SEMPRE e il legame che ci unisce continua a svilupparsi, perché è fatto di un’energia che non può morire.

La certezza di questa immortalità dimora in una dimensione infinita e onnipresente.

E ci accompagna in ogni istante della nostra esistenza.

La morte è la fine del corpo e dell’esperienza materiale.

Se ci diamo il permesso di guardare oltre i confini della fisicità, scopriamo un mondo nascosto fatto della stessa essenza impalpabile di cui è fatto il pensiero e altrettanto vitale.

Ammettere la permanenza dell’amore significa osservare la morte da un punto di vista nuovo, capace di accogliere la Totalità dell’esistenza superando i limiti della concretezza e imparando i codici dell’infinito.

Solo così è possibile ascoltare le voci di chi non esiste più nello spazio e nel tempo ma cerca di raggiungerci parlando al nostro cuore.

Carla Sale Musio

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PARLARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO 

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Nov 01 2017

A PROPOSITO DELLA PAURA DELLA MORTE…

Finché siamo giovani la vecchiaia e la morte ci appaiono così lontani che non sembrano riguardarci davvero.

Siamo catturati dal bisogno di esprimere e realizzare noi stessi e l’idea che prima o poi dovremo lasciar perdere tutto appare lontana e imprendibile.

Eppure gli anni scappano via uno dopo l’altro e, più rapidamente di quanto non avessimo previsto, ci ritroviamo ad abbandonare la corporeità per affrontare un evento sconosciuto, angosciante e misterioso.

In quel momento, la paura e il dolore rendono difficile comprendere pienamente ciò che accade.

Viviamo fingendo che la morte non esista.

Totalmente assorbiti dal raggiungimento di beni materiali e spesso effimeri, non ci fermiamo mai a valutare davvero la portata e il valore della fine dell’esperienza terrena.

Corriamo nella vita evitando di pensare che un giorno avrà termine e, quando si avvicina il momento di lasciare il corpo, scopriamo di essere del tutto impreparati ad accoglierne il significato e la profondità.

Nessuno ci insegna come attraversare quella metamorfosi così definitiva e importante.

I programmi scolastici non prevedono la conoscenza del mondo immateriale.

La scienza analizza soltanto i dati concreti: il cuore smette di battere, l’elettroencefalogramma è piatto, l’organismo si decompone e, infine, diventa polvere.

Le religioni raccontano che l’anima si sposta in un altro luogo dove non è possibile raggiungerla (paradiso, purgatorio, inferno, reincarnazione…) e dove Dio, il karma o qualcos’altro, giudicheranno le nostre azioni destinandoci al premio o al castigo; ma parlano per dogmi e richiedono fede.

La ragione, lacerata tra il bisogno di comprendere e la paura di non farcela, finisce per accantonare il problema impegnandosi nelle mille imprese che costellano la quotidianità.

È così che un brutto giorno scopriamo che è giunto il momento di oltrepassare le Colonne d’Ercole.

La fine della vita è arrivata e noi non siamo pronti per accettarla e per attraversare i piani della coscienza senza lasciarci travolgere dalla paura dell’ignoto.

Tuttavia, il corpo si prepara molto tempo prima di quell’istante conclusivo; comincia a darci i segnali del cambiamento un giorno dopo l’altro, all’inizio quasi impercettibilmente e poi sempre più chiaramente.

Sta a noi accordargli la giusta attenzione fermando il vorticoso meccanismo della distrazione per accogliere il passaggio in tutta la sua intima e profonda intensità.

La vecchiaia, quel cambiamento progressivo e inesorabile che rende il fisico sempre meno prestante ad affrontare le prove dell’esperienza materiale, corrisponde al formarsi di uno strumento adatto a muoversi nelle forme più rarefatte in cui la morte ci accompagnerà.

Se osserviamo la decadenza fisica dalla prospettiva immateriale, scopriamo che il “deterioramento” è in realtà uno spostamento sui livelli sottili dell’esistenza.

Il declino fisico segnala che un altro corpo sta prendendo forma.

Gli animali lo chiamano “fare il bozzolo”, indicando con ciò il trasferimento progressivo della consapevolezza al di fuori dalla dimensione terrena.

Per questo quando arrivano in prossimità della morte preferiscono isolarsi lasciando che la natura faccia il suo corso senza ostacolarla.

Nelle loro culture legate ai ritmi della creazione la morte non è combattuta con la foga con cui noi l’avversiamo.

Dal nostro punto di vista carico di superiorità e di giudizio i loro atteggiamenti possono essere scambiati erroneamente per indifferenza, tuttavia nel loro stile di vita sempre attento all’ecosistema, la medicina, i farmaci e l’accanimento terapeutico, che caratterizzano la società umana non sono contemplati.

Per le altre specie la morte è un passaggio, a volte doloroso, ma inevitabile.

È con questa consapevolezza che lasciano andare i loro simili e se stessi nel momento del trapasso.

Proprio come il bruco diventa inutile e isolandosi si trasforma in una meravigliosa farfalla, così il corpo perde le sue funzionalità permettendo all’energia individuale di trasferirsi nelle configurazioni necessarie a continuare l’avventura della conoscenza su altri livelli della realtà.

Ecco perché “invecchiare” dal punto di vista immateriale indica uno spostamento e non un deterioramento.

Se osserviamo la vecchiaia da una diversa prospettiva, scopriamo che è un tempo necessario a prendere confidenza con le leggi che governano i piani impalpabili della coscienza.

Un tempo in cui l’organismo perde le sue capacità mentre chi lo abita, l’io, l’osservatore, il testimone che ci accompagna silenzioso dal primo all’ultimo giorno della vita, non invecchia.

Quella presenza consapevole percepisce che il corpo si sta fermando ma sa che tu non ti stai fermando, al contrario, stai accelerando!

Ti liberi dalle strettoie del tempo e dello spazio e impari a fluttuare nell’immensità.

In quei momenti l’inconscio schiude le sue potenzialità e spalanca le porte dell’eterno presente mostrando la coesistenza di infinite possibilità.

Tutto cambia.

Nel passaggio che conduce alla rarefazione, l’organismo perde la sua funzione di veicolo fisico e l’io si sente sempre più vivo, leggero e pronto ad affrontare una nuova avventura.

Ecco perché gli anziani dormono spesso e si confondono facilmente, scambiano il giorno con la notte, il prima con il dopo, il presente con il passato: ondeggiano nel tempo mentre imparano a esistere senza il tempo.

Il cervello, che è stato lo strumento principale per decodificare la materialità, diventa inutile a leggere i nuovi codici della rarefazione.

Prende forma un’essenza più lieve, capace di planare nelle dimensioni come una farfalla.

Per lo stesso motivo anche i piaceri che appartengono alla fisicità perdono d’importanza lasciandoci scoprire appagamenti nuovi.

Non più il cibo, la sessualità, il chiasso, le feste, le chiacchiere, le emozioni forti… ma un ascolto intimo e profondo che conduce fuori dalle passioni nel mondo senza confini della Totalità.

Un mondo che in tanti hanno provato a raccontarci, sia dopo le esperienze di premorte che nei sogni, nelle comunicazioni telepatiche e nel channeling post morte, ma che è così difficile da accettare e da comprendere quando la fisicità fa sentire ancora con urgenza il suo richiamo.

La paura della morte intreccia l’ignoranza sul significato della vita.

Aprirsi a una conoscenza che va oltre i cinque sensi per accogliere una realtà intima fatta di sensazioni, di intuizioni e di un sapere che nasce dentro di sé un attimo prima che sia stata formulata la domanda, permette di comprendere i cambiamenti impercettibili che ci conducono oltre la materialità, creando un ponte tra le dimensioni.

Una cultura nuova abbraccia ciò che attiene alla fisicità e ciò che invece la trascende, aiutandoci a colmare i vuoti che riducono la fine della vita a una perdita d’identità, di valore e di presenza.

Per costruire un mondo migliore è necessario abbattere il pregiudizio che ammanta la morte di tristezza, e oltrepassare i limiti dello spazio e del tempo dando forma a un’unione profonda fatta di legami autentici e immortali.

Solo così si permette all’amore di dispiegare tutta la sua verità.

Carla Sale Musio

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ANIMALI E COMUNICAZIONE CON I DEFUNTI

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Ago 21 2017

PARLARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO

Parlare con chi non possiede più un corpo è un’impresa difficile in un mondo abituato a usare le parole per diluire le emozioni.

I vocaboli veicolano l’energia dei sentimenti dentro suoni carichi di significato, ma l’abitudine a comunicare solo grazie al linguaggio parlato ci spinge a dimenticare il valore intimo che lo sottende.

Succede a tutti di esprimere frasi prive di una reale carica emotiva, suoni vuoti di energia, involucri senza contenuto.

Amiamo la poesia perché i poeti fanno vibrare le parole di vissuti interiori, ricordandoci il valore di una comunicazione che intreccia la mente con il cuore.

Quando i vocaboli sono privi di risonanza con la vita intima, il dialogo diventa un atto sterile e artefatto.

Ne abbiamo un esempio evidente in tutte le espressioni formali:

“Come stai?”

“Bene grazie, e tu?”

“Buongiorno”

“Buonasera”

“Sentite condoglianze”

“Buon Compleanno”

“Tanti auguri”

“Cento di questi giorni”

“Congratulazioni”

Modi gentili che rispettano le consuetudini ma che spesso sono privi di una reale energia emotiva.

Per comunicare con i defunti bisogna abbandonare le parole e avventurarsi nel mondo delle sensazioni.

Dobbiamo prestare attenzione a ciò che succede dentro di noi e fidarci di quelle percezioni che accompagnano i nostri discorsi senza fare rumore.

Questo tipo di ascolto può rivelarsi molto difficile per quanti sono soliti concentrarsi sui suoni piuttosto che sulle emozioni.

Sono visioni, ricordi, impressioni, stati d’animo, consapevolezze veloci e sfuggenti che appaiono (e scompaiono rapidamente) sotto la soglia del mondo fisico in cui siamo abituati a focalizzare la nostra attenzione.

Per incontrare chi fisicamente non c’è più, occorre fidarsi di ciò che si sente dentro, senza pretendere una verifica formale.

Perché la vita interiore non può avere altre conferme di quelle che riceve da se stessa.

Per comunicare con le persone che vivono nelle dimensioni immateriali, è indispensabile assumersi la responsabilità di ciò che ci succede intimamente e non ostinarsi a cercarne le prove concrete.

La concretezza, infatti, non appartiene alle realtà interiori.

In quei luoghi ciò che è corporeo non funziona.

La realtà al di fuori del mondo fisico utilizza codici diversi dalla materialità e per comprenderne il significato è indispensabile seguire il proprio cuore.

Solo il cuore, infatti, può stabilire la veridicità delle emozioni e fidarsi della loro autenticità, a dispetto di ogni prova scientifica.

L’amore non è scientifico.

È reale.

E possiede una certezza così pregnante per chi la vive, da non aver bisogno di dimostrazioni.

La soggettività è il linguaggio dell’amore e l’unica convalida possibile quando si tratta di comunicare con chi è privo di corporeità.

Cercarne le conferme all’esterno non ci aiuta.

È necessario concedersi il permesso di credere senza pretendere altra prova che quella del proprio ascolto interiore.

Viviamo in un periodo in cui il conformismo ci fa sentire sicuri e integrati spingendoci ad adottare i modi e le convinzioni delle persone che abbiamo intorno.

Ma, per ritrovare chi abbiamo amato, anche dopo la morte, è necessario abbandonare questo bisogno di omologazione e sopportare il peso dell’autonomia.

Solo tu puoi sapere se ciò che senti è un sogno, una visone, una comunicazione o una fantasia!

Così, mentre la logica scrolla la testa, dobbiamo imparare a camminare a braccetto con l’incertezza, lasciando che il cuore ci guidi a incontrare le creature cui siamo legati.

Oltre le coordinate dello spazio e del tempo.

Nelle profondità dell’Amore.

L’empatia non ha bisogno di essere provata scientificamente, trova le sue verifiche nello scambio affettivo che abbiamo con le altre forme di vita.

Quando attiviamo le potenzialità dell’emisfero destro del cervello, ci muoviamo negli spazi dell’emotività e della sensazione e grazie a queste facoltà (diverse dalla razionalità che caratterizza l’emisfero sinistro) incontriamo gli altri su un piano intimo, intenso e profondo.

Gli animali lo sanno e si lasciano guidare dall’istinto.

Sentono interiormente cosa è giusto fare o non fare, dove è meglio andare, di chi ci si può fidare… e lasciano che queste percezioni dirigano la loro vita e le loro scelte.

Senza bisogno di usare le parole.

Gli esseri umani, invece, hanno costruito una civiltà fatta di finzioni e imparano a nascondere la verità dietro alle maschere necessarie per sentirsi parte della società.

In questo modo la nostra specie ha perso il contatto con le potenzialità dell’emisfero destro e, per sapere se qualcosa è vero, si sente costretta a dimostrarlo… in laboratorio.

Ma l’amore non si può comprovare.

Bisogna viverlo e sperimentarne in se stessi l’autenticità.

I legami affettivi appartengono al mondo dei sentimenti.

Per questo, dopo la morte di una persona cara, è indispensabile permettersi di seguire il richiamo del cuore e lasciare emergere la certezza di ritrovarsi ancora, a dispetto dei ragionamenti, del dolore, della mancanza e della scienza.

Solo l’amore può contenere l’eternità.

E, quando il corpo non esiste più, ci guida a incontrare chi abbiamo amato.

Oltre le barriere del linguaggio e della concretezza.

Nel mondo intimo e scivoloso dell’affettività.

Carla Sale Musio

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Giu 27 2017

INCONTRARSI DOPO LA MORTE

  • È possibile riconoscere la presenza di una persona che non ha più un corpo?

  • Come facciamo a sapere che si tratta proprio di chi abbiamo amato e non di un prodotto della nostra fantasia?

  • È il dolore che spinge a cercare una consolazione nel sogno di una vita che continua dopo la morte, o davvero ci si può ritrovare ancora?

Per rispondere a queste domande è indispensabile cambiare prospettiva e osservare gli eventi con lo sguardo del cuore, senza lasciarsi intrappolare negli stereotipi culturali che ammalano la civiltà.

Nella nostra cultura, il cuore è considerato una romanticheria adatta a persone poco concrete, inattendibili e con la testa tra le nuvole.

Le cose reali sono quelle che si possono quantificare, misurare, calcolare e, possibilmente, trasformare in business.

L’economia detta legge in tutti i settori e arriva a sindacare persino nelle profondità di noi stessi.

Viviamo nella dittatura del sistema produttivo e l’arroganza monetaria ha trasformato i sentimenti in smancerie, prive d’intelligenza.

Per inseguire il reddito dimentichiamo che il benessere e la salute affondano le radici dentro una soggettività fatta soprattutto di sensibilità.

La crescita esponenziale di tante patologie psicologiche indica una falla nella gestione materialista della vita e segnala l’urgenza di un cambiamento capace di ridare valore al mondo intimo di ciascuno.

L’amore è un fatto personale: poco quantificabile, poco misurabile, poco riproducibile in laboratorio.

E, per questo, è stato dichiarato scientificamente: inesistente.

Eppure, l’amore è reale.

Lo sanno con certezza tutti quelli che ne sperimentano gli effetti dentro di sé.

La sensibilità ha un potere che non si può comprare e permette alla vita di dispiegarsi nelle sue infinite possibilità.

L’amore è uno stato d’animo.

Perciò, è sempre un fatto personale.

Ognuno lo vive a modo suo.

Questo non significa che non esista.

La vita psichica è soggettiva.

Soggettiva non vuol dire inesistente.

Vuol dire che ognuno se ne assume la responsabilità, senza dover cercare all’esterno le conferme necessarie a convalidare ciò che vive.

Tutta la psicologia poggia sull’assunto di una soggettività che si fa legge e diventa verità per chi la sperimenta.

Agli specialisti della psiche non verrebbe mai in mente di mettere in dubbio l’autenticità dei vissuti interiori.

Tuttavia, nessuno psicologo si sognerebbe di estendere la soggettività, trasformando in verità universali le percezioni individuali.

Per la psicologia: realtà, verità, soggettività ed emotività, camminano a braccetto, accompagnando ogni persona lungo un percorso unico, ricco di realtà e di significato.

La ricerca scientifica basata sulla riproducibilità è funzionale alle statistiche e ai business, ma non si adatta alle esperienze interiori, che trovano il proprio valore nella sensibilità individuale.

La perdita di una persona cara è un evento personale.

Addentrasi nel mondo intimo della percezione della morte, ci porta a esplorare una realtà che trova nella ricettività di ciascuno le proprie conferme.

È un concetto difficile da digerire in una società che pretende di cancellare i sentimenti e che ha trasformato il consumo nell’unico obiettivo degno di valore.

Ma l’amore e l’economia sono diversi e non possono essere valutati con gli stessi strumenti.

Quando affrontiamo il tema di una continuità dopo la morte, dobbiamo usare i codici della psiche, ed esplorare gli accadimenti permettendoci di convalidare gli incontri sulla base della nostra esperienza personale.

Le persone che non hanno più il corpo, per coltivare una relazione hanno bisogno di comunicare in un profondo legame emotivo.

E il legame emotivo è qualcosa che succede dentro, non fuori, di noi.

Perciò, le prove necessarie alla ricerca scientifica sperimentale e ripetibile, sono inadatte.

Occorre spostare il punto di vista e permettersi di credere alle percezioni interiori, sviluppando un ascolto fatto di sensazioni, di simboli, di archetipi, di visioni, di improvvise rivelazioni, di emozioni indefinibili e di magia.

Perché sono proprio queste le peculiarità della vita emotiva.

E perché è all’interno di quei piani della coscienza che possiamo incontrare chi abbiamo amato.

Bisogna tenere sempre presente, però, che la personalità è strettamente intrecciata alla fisicità e che la mancanza di fisicità cambia l’identità.

Per questo motivo, la pretesa di ritrovare i nostri cari, nelle stesse forme in cui li conoscevamo quando possedeva il corpo, è destinata a essere delusa.

Quando il corpo muore, infatti, muore anche la personalità.

E quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti che determinavano il carattere durante l’esperienza materiale, va perduto.

Questa è una delle principali ragioni che ci spingono a rifiutare la continuità della vita dopo la morte.

Il dolore e la mancanza ci inducono a cercare le persone che abbiamo amato nelle loro sembianze del passato e a volerle ritrovare con le modalità che un tempo le hanno rese uniche e speciali, ma questa pretesa di continuità non permette di evolvere il legame e inibisce l’ascolto interiore.

Dopo la trasformazione che si accompagna alla perdita del corpo, i nostri cari sono diversi da prima e, per poterli incontrare, è indispensabile accettare la loro evoluzione.

Quando il corpo e la personalità non ci sono più, ciò che resta è una profonda consapevolezza di sé, affrancata dagli aspetti necessari a muoversi nella vita fisica.

Dopo la morte, l’amore si libera dai bisogni di appartenenza e riconoscimento, e può esprimere se stesso in una totalità più ampia, più profonda e più intima.

Per ritrovare i nostri cari, dobbiamo essere pronti a seguirli nel loro percorso di cambiamento e accettare le trasformazioni che la morte del corpo porta con sé.

Solo così diventa possibile coltivare i legami, evolvendo insieme nella capacità di amare.

Ecco perché, di solito, le immagini che i disincarnati utilizzano sono un’icona, necessaria soltanto per farsi riconoscere.

Al di là di quella percezione, si estende il mondo impalpabile della loro realtà, lo spazio della coscienza in cui dobbiamo imparare a protenderci, per creare un ponte che avvicini le dimensioni e permetta all’amore di fluire.

Oltre i limiti dello spazio, del tempo e della corporeità.

Carla Sale Musio

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Apr 15 2017

LA DITTATURA DELLA MATERIALITÀ

Quando muore una persona cara, il dolore della perdita impedisce di coltivare il legame costruito durante la vita del corpo e rende impossibile percepirne ancora la presenza.

La morte è uno scrollone inammissibile per la ragione, abituata a misurare, pesare, valutare e pianificare.

Nell’immaginario collettivo la mancanza di un corpo fisico corrisponde alla fine di tutto, e il silenzio che avvolge la relazione affettiva  recide come una rasoiata ogni possibilità di ritrovarsi.

Le religioni e la scienza, entrambe con i loro dogmi, impediscono alla consapevolezza di far fronte alla perdita e al cambiamento che conseguono alla morte, alimentando una fede cieca e ingenua.

“Dopo la morte soltanto Dio decide cosa ci aspetta!”

Asserisce la religione cattolica, chiudendo le porte a qualunque verifica individuale.

“Dopo la morte non c’è più niente!”

Affermano amaramente gli scettici, delusi dalle spiegazioni sacre e devoti al sapere di una conoscenza scolastica ormai superata.

Pochi animi liberi hanno il coraggio di avventurarsi in una ricerca capace di restituire dignità, pregnanza ed esistenza, anche a chi ha perduto per sempre la fisicità.

Eppure…

La spiritualità sussurra, nell’intimo di ciascuno, l’esistenza di una realtà impalpabile ma capace di interagire con gli eventi che ci succedono, mentre le nuove frontiere della fisica descrivono un’immaterialità più significativa della materia, e la psicologia evidenzia l’importanza di uno spazio interiore che trascende la corporeità e la condiziona.

Le più recenti rivelazioni scientifiche confermano l’esistenza di un’incorporeità fatta di possibilità infinite, un’onda di probabilità che collassa nelle forme materiali solo quando la nostra attenzione ne determina la concretezza.

Ciò che crediamo e pensiamo, insomma, ha un impatto sugli avvenimenti e rende possibile o impossibile la conoscenza della vita dopo la morte.

Siamo vittime di una dittatura della materialità che impedisce al pensiero di avventurarsi oltre il limite della fisicità e rende impossibile ascoltare la voce intima dell’intuizione.

La mancanza di una corretta informazione scientifica unita a una sorta di superstizione religiosa, paralizza ogni possibilità di incontrare chi abbiamo amato, quando questi non possiede più un corpo fisico.

Superare le barriere delle nostre abitudini mentali non è un’impresa da poco.

Occorre determinazione, forza di volontà e spirito di ricerca, per oltrepassare i limiti imposti dal materialismo e aprirsi alla comprensione di un mondo fatto di sensazioni e soggettività.

La paura di essersi inventati ogni cosa imprigiona le certezze interiori dentro la pretesa di una scientificità scolastica, ormai superata.

Oggi, la soggettività è la nuova epistemologia della ricerca scientifica, il presupposto indispensabile per studiare le cose con obiettività.

Per la scienza moderna, infatti, la percezione di ciò che succede è sempre soggettiva e, solo nel riconoscimento di quella soggettività, diventa possibile costruire un’ipotesi rigorosa.

La psicologia ha affermato l’importanza di una comprensione individuale della vita, sostenendo che nella soggettività si nascondono i semi del benessere o del malessere, e il significato profondo di ogni esistenza.

Nella scuola dell’obbligo, però, non si parla di tutto questo, la scienza è ancora quella, ormai datata, degli esperimenti oggettivi.

La fisica quantistica è esclusa dai programmi ministeriali e il buon senso comune, imbevuto di nozioni superate, impedisce all’amore di ritrovare i nostri cari dopo la loro morte.

Avventurarsi fuori dalle colonne d’ercole dell’indottrinamento scolastico è difficile.

Eppure…

Quando il dolore appesantisce il cuore, la speranza di incontrare di nuovo chi abbiamo amato spinge a superare i pregiudizi e incoraggia l’anima ad avventurarsi nel mondo scivoloso e imprendibile della soggettività e dei sentimenti.

È lì, infatti, che possiamo incontrare i nostri cari.

Solo dando ascolto al silenzio che sussurra nel mondo interiore, diventa possibile distinguere la Vita anche oltre la vita, e riconoscere, nell’imprendibile assenza della fisicità, la voce delle persone cui abbiamo voluto bene e che ancora si raccontano al nostro cuore con il linguaggio senza parole dei sentimenti.

Carla Sale Musio

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COSA C’È DOPO LA MORTE?

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Apr 03 2017

COSA C’È DOPO LA MORTE?

Sarebbe bello sapere cosa c’è dopo la morte, ma nessuno è mai tornato indietro a dircelo.

Quest’affermazione non è vera.

Tutti i nostri cari tornano indietro a dircelo.

E tutti cercano di farci sapere cosa succede durante la morte e cosa c’è dopo.

Il problema è che, senza avere un corpo, è molto difficile farsi capire da chi usa soltanto i sensi fisici per decodificare l’esistenza.

Senza il corpo non si può parlare, non si può essere visti, non si può essere ascoltati e non si è riconosciuti nemmeno quando si riesce a dare un segnale di sé, manipolando l’energia o le immagini interiori degli interlocutori.

Così, le persone che abbiamo amato e che dopo la morte sono tornate a raccontarci cosa è successo dal momento in cui il loro cuore ha cessato di battere, hanno trovato la porta chiusa, perché la nostra comprensione non prevede altro ascolto che quello uditivo, visivo, tattile, olfattivo o gustativo.

E queste vie di comunicazione sono precluse a chi non possiede più una struttura fisica.

Quando il corpo muore, infatti, rimangono soltanto i legami che abbiamo costruito.

L’amore che dai è l’amore che resta ci insegna Miryam Jael Riboldi nel suo bellissimo libro, evidenziando una profonda verità.

Solo l’amore sopravvive al corpo e, dopo la morte, i legami che abbiamo realizzato diventano autostrade in grado di condurci a incontrare i nostri cari.

Ma tutto questo succede in quello stesso spazio interiore in cui li abbiamo amati durante la vita.

Un luogo della coscienza che non tutti frequentano abitualmente.

Il ritmo frenetico che impronta le nostre giornate non prevede l’ascolto dei movimenti emotivi.

La corsa a comprare, lavorare, guadagnare e… comprare ancora, deride il silenzio e l’attenzione necessari a coltivare i sentimenti.

Eppure…

Il benessere e la salute mentale dipendono proprio da quell’ascolto e dal tempo dedicato all’intimità.

Con se stessi e con gli altri.

Quel mondo intimo in cui scopriamo la nostra affettività è ciò che sopravvive alla morte e, quando il corpo non c’è più, la percezione della vita interiore diventa uno strumento prezioso per ricongiungerci con chi abbiamo amato.

Naturalmente questo succede sempre.

Anche quando il corpo lo abbiamo.

Ma durante la vita fisica, tendiamo a privilegiare la concretezza, lasciandoci sfuggire tra le dita l’opportunità di imparare a gestire le profondità dell’amore e dei sentimenti.

Il nostro stile di vita, proteso al raggiungimento del successo e al disprezzo dei valori interiori, è l’ostacolo più grande alla comunione emotiva e impedisce la continuità dell’amore dopo la perdita del corpo fisico.

Le esigenze della civiltà, infatti, non si curano dell’interiorità.

Al contrario, per raggiungere un’affermazione sempre maggiore, è necessario sacrificare la sensibilità e imparare a far finta di niente davanti ai soprusi necessari per ottenere il benessere previsto dall’economia.

In questo scenario, la morte diventa inevitabile e funzionale al potere dei pochi sui molti.

Che si tratti di una legge naturale, della catena alimentare, dell’homo homini lupus o di altre cose del genere, il risultato non cambia: per vivere bisogna uccidere e per uccidere bisogna zittire la propria sensibilità, ammutolire il cuore, imbavagliare l’empatia e trasformarsi in cinici robot, indifferenti davanti alla sofferenza di chi è considerato inferiore, strumento di soddisfazione del più forte.

Nella cultura della sopraffazione, quella stessa morte che infliggiamo quotidianamente con leggerezza (per divertimento, per interesse, per soddisfare i piaceri del palato o perché si è sempre fatto così) diventa un mostro con cui non è più possibile confrontarsi.

La barriera che impedisce la continuità dell’amore, quello con la A maiuscola.

L’amore, infatti, non può convivere con l’uccisione e con la violenza di cui ogni giorno siamo mandanti e vittime.

Nascondere a noi stessi l’orrore che sta dietro una società improntata alla prevaricazione e al dominio dei forti sui deboli, ci spinge a nascondere il valore delle cose che non si vedono e impedisce che l’evoluzione interiore possa proseguire il suo percorso.

Sia prima sia dopo la perdita del corpo.

I nostri cari tornano sempre a raccontarci cosa succede dopo la morte, cercando di creare un ponte che unisca le dimensioni della coscienza: quella fisica della materialità e della concretezza e quella intima dei sentimenti e dell’impalpabilità dell’Amore.

Il tentativo di costruire una comunione che sopravviva alla morte del corpo, è un’esigenza ancestrale che tutti noi ci portiamo dentro e che annientiamo con sofferenza, per riuscire a omologarci alla nostra società dei consumi.

Consumare, infatti, tiene in piedi l’economia e il potere dei pochi sui molti, ma annienta la sensibilità e la creatività indispensabili per vivere con pienezza l’esistenza.

La morte ci riporta bruscamente al valore dell’immaterialità e del mondo della sensibilità ma, per accogliere il messaggio di chi abbiamo amato, è indispensabile permettersi l’empatia e camminare nel mondo dei sentimenti senza paura.

Senza sentirsi ridicoli, stupidi, ingenui, infantili, visionari, creduloni o poco intelligenti.

E, soprattutto, senza dover nascondere a se stessi le morti inflitte a cuor leggero:

“… perché si è sempre fatto così e perchè, si sa, nella nostra civiltà uccidere è indispensabile.”

Carla Sale Musio

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FISICA QUANTISTICA E SENSIBILITÀ: leggere il mondo con gli occhi del cuore

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