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Lug 27 2020

VIOLENZA SUGLI ANIMALI E PEDOFILIA

Quali sono le conseguenze psicologiche del nostro comportamento con gli animali. Cosa accomuna i bambini e gli animali. In che modo la violenza sugli animali crea le premesse per la pedofilia.

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Set 27 2014

ANTISPECISMO E PEDOFILIA

L’antispecismo è una corrente di pensiero che denuncia la violenza e l’immoralità nascoste dietro allo sfruttamento degli animali da parte dell’uomo.

L’approccio antispecista può essere sintetizzato in quattro punti fondamentali:

  • ogni essere senziente possiede dei diritti esistenziali che dovrebbero essere riconosciuti dall’umanità (indipendentemente dal modo di vivere, diverso da quello umano)

  • la capacità di provare piacere e dolore, di manifestare una volontà e di intrattenere rapporti sociali, non sono prerogative esclusive della nostra specie

  • riconoscere l’intelligenza emotiva e sociale delle altre specie animali comporta un cambiamento del loro status etico

  • e, di conseguenza, una trasformazione profonda nei rapporti tra individui umani ed individui non umani

La difesa dei diritti degli animali si contrappone allo specismo che, invece, sostiene la facoltà dell’uomo di usare ogni altra specie vivente per il proprio vantaggio ignorandone la sofferenza e l’abuso in virtù della assoluta e indiscutibile superiorità della specie umana.

L’antispecismo nasce nel XVIII secolo insieme al riconoscimento dei diritti alle donne e agli schiavi, vittime (proprio come gli animali) di sfruttamento e discriminazione, e mette in evidenza che il requisito fondamentale perché un individuo possa essere riconosciuto portatore di diritti è la capacità di provare piacere e dolore.

Nel momento in cui questa condizione è soddisfatta un principio di eguaglianza impone di prendere in considerazione l’interesse a non soffrire e a provare piacere, indipendentemente dalla specie di appartenenza.

La specie umana, infatti, non è l’unica in grado di patire il dolore e la sofferenza.

Nel valutare la gravità dell’atto di sacrificare una vita è indispensabile prescindere da specie, razza e sesso, e guardare, invece, il desiderio di continuare a vivere, la qualità dell’esistenza, ecc.

Come esseri umani siamo responsabili di quello che facciamo ma anche di quello che avremmo potuto impedire o che abbiamo deciso di non fare.

La capacità di riconoscere il dolore e la sofferenza degli altri è il requisito fondamentale della maturità e il presupposto di ogni socializzazione.

Una società evoluta è in grado di considerare le esigenze di tutti, senza emarginare né discriminare nessuno.

Nei secoli lo schiavismo, il razzismo e il maschilismo hanno fondato i loro privilegi sul potere e sulla prevaricazione, e costruito una piramide gerarchica in cui alla sofferenza sono state attribuite gradazioni e valori diversi secondo chi la vive.

La legge del più forte sostiene l’esistenza di un dolore da evitare e di un dolore che, invece, è possibile infliggere impunemente perché riguarda creature considerate inferiori e perciò portatrici di una coscienza e di una sensibilità poco importanti.

Tuttavia, affermare che esistono vite di serie A e vite di serie B significa occultare a se stessi e al mondo che la sofferenza è identica per tutti (a prescindere da chi la sperimenta), negando il diritto al benessere, al piacere e al rispetto della vita, in base a un criterio arbitrario basato sulla prepotenza.

Nei presupposti di questa discriminazione si annida il virus della violenza e prendono forma gli abusi agiti ai danni di chi non può difendersi.

La pedofilia è una delle tante espressioni di questa filosofia crudele ed egocentrica diffusa dappertutto e basata sulla legge del più forte.

I sostenitori della pedofilia affermano che i bambini sono creature inferiori, incapaci di rendersi conto di ciò che vivono e di ciò che provano, e perciò plasmabili senza conseguenze ai fini del piacere degli adulti.

La pedofilia nasce da un codice di comportamento che discrimina e sminuisce la diversità nell’interesse del più grande e del più forte.

(Un codice di comportamento curiosamente identico a quello dello specismo.)

Invece di osservare con attenzione e rispetto la delicata emotività infantile i pedofili approfittano dell’innocenza e della fragilità dei bambini per soddisfare i propri desideri sessuali, violando costantemente i principi di uguaglianza e di libertà in favore di un più vantaggioso ed egoistico presupposto adultocentrico.

In questo modo il piacere erotico degli adulti diventa un diritto che permette l’abuso e lo sfruttamento dei più piccini grazie al fatto che, proprio in quanto piccoli, questi ultimi sono considerati individui di serie B, privi di potere e perciò di scarso valore.

Chi pratica la pedofilia non distingue le peculiarità e il dolore dell’infanzia ma afferma, invece, l’esistenza di una sessualità infantile forgiata a immagine e somiglianza di quella degli adulti, attribuita a creature giudicate poco importanti e quindi non meritevoli di rispetto, tutela e comprensione.

La pedofilia prende forma dagli stessi presupposti filosofici dello specismo e afferma, con la medesima arrogante impunità, il diritto del più forte e la discriminazione della diversità e della debolezza.

I bambini, docili e indifesi, subiscono lo stesso trattamento riservato agli animali, diventando strumenti di piacere nelle mani di chi si autoproclama superiore.

Nei secoli, bambini, donne e animali accomunati dalla stessa fragilità e arrendevolezza sono state le vittime preferite di chi professa: mors tua vita mea, sacrificando il rispetto, la comprensione e la condivisione, al predominio del più forte.

Mentre le donne, però, hanno potuto rivendicare nel tempo il proprio diritto al riconoscimento e all’uguaglianza, gli animali e i bambini, non potendo difendersi autonomamente, subiscono da sempre la prepotenza di chi sfrutta e abusa la loro ingenuità.

I bambini, infatti, possiedono una sensibilità diversa da quella degli adulti e un’emotività immediata e istintiva che li rende fragili e vulnerabili, proprio come gli animali, vittime degli umori e dei desideri di chi possiede armi e strumenti per sottometterli.

Una visione del mondo egocentrica e prepotente colloca l’essere umano adulto al centro dell’universo, legittimando ogni genere di sopruso compiuto nel suo esclusivo interesse.

Combattere la violenza e l’ingiustizia contenute in questa filosofia significa scoprire le radici (poco etiche) che la mantengono in vita e trasformare, dapprima in se stessi e poi nel mondo, i presupposti cruenti nascosti tra le pieghe delle nostre abitudini quotidiane.

C’è un nesso che lega l’antispecismo alla tutela dell’infanzia e al rispetto di chi non può difendersi da solo.

È un filo comune che passa attraverso il riconoscimento delle peculiarità di ciascuno e la capacità di discernere il dolore e la sofferenza in ogni essere vivente.

Per cambiare il mondo non basta denunciare le cose che non vanno scrollando la testa senza modificare i propri comportamenti e, soprattutto, senza individuare le connivenze interiori che perpetuano inconsapevolmente la prepotenza.

La pace deve essere raggiunta dapprima nella propria coscienza perché solo da lì può dispiegarsi anche nell’ambiente circostante.

Sconfiggere la violenza significa scoprire le cause che la alimentano, identificandone i sintomi anche dentro se stessi.

Considerare gli animali creature inferiori al servizio dell’uomo conduce, inevitabilmente, a postulare l’esistenza di esseri poco importanti, vite nate per sottomettersi, destinate a soddisfare i piaceri del più forte.

Vuol dire legittimare lo sfruttamento, aprendo le porte all’indifferenza verso il dolore altrui.

Soltanto riconoscendo la sofferenza anche in chi è diverso per sesso, razza, specie, età o qualsiasi altra cosa, diventa possibile costruire un mondo finalmente rispettoso della vita.

Di tutti.

E non solo di chi comanda.

Carla Sale Musio

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Feb 03 2012

SGUARDI PEDOFILI

La pedofilia è la conseguenza di una società malata che ha fatto della sopraffazione e della violenza il suo unico credo e usa la sessualità per discriminare, sfruttare ed emarginare.

Tutti quanti, purtroppo, viviamo immersi in questa patologia crudele e, senza saperlo, ne diventiamo complici ogni volta che trasformiamo la sessualità in volgarità e in aggressività, cosa che accade molto più spesso di quanto non si creda.

Nel linguaggio parlato, ad esempio, le espressioni scurrili sono all’ordine del giorno e contribuiscono a rendere brutale la sessualità.

Gli intercalari cazzo o minchia, tanto usati, fanno riferimento alla violenza sessuale e l’intero repertorio delle parolacce rimanda a contenuti cruenti e prevaricatori.

Senza che ce ne rendiamo conto conviviamo con l’abuso e con la violenza, infatti, l’abuso e la violenza fanno parte della nostra vita quotidiana e, purtroppo, evitarli di questi tempi è impossibile.

Viviamo in una cultura che usa e getta, senza guardare se si tratta di una vita oppure no.

Purtroppo, però, quando manca il rispetto per la vita si afferma che la vita non merita rispetto e si autorizza l’uso di qualsiasi cosa/creatura come oggetto nelle mani di qualcun altro.

Da questa violenza alla pedofilia il passo è molto breve.

Permettendo lo sfruttamento e i soprusi sulle donne il maschilismo autorizza implicitamente l’abuso sessuale anche sui bambini.

Infatti, quando un essere umano può essere adoperato come uno strumento di piacere a uso e consumo di un altro non fa molta differenza se quest’essere ha meno o più di diciotto anni.

Incoraggiata dalla sopraffazione la pedofilia si è insinuata dappertutto e per i pedofili ci sono tante possibilità di agire in modi leciti e senza che nessuno se ne accorga.

Esistono aggressioni impalpabili che è difficile identificare e che non si possono denunciare.

Maltrattamenti che non lasciano segni visibili e feriscono senza che sia possibile definire dove.

I soprusi che non si riconoscono sono le manifestazioni peggiori della violenza, perché non se ne può parlare e anche soltanto ammetterne la realtà umilia la dignità e fa sentire sporchi nell’anima.

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LA VIOLENZA DELLO SGUARDO

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Lo sguardo è un aspetto della pedofilia che è non è facile interpretare come violenza, perché colpisce le vittime senza toccarle e al momento opportuno si ammanta di falsa innocenza.

Eccovene qualche triste esempio…

Sofia ha dieci anni e le forme femminili stanno già cominciando a disegnarle il corpo.

D’estate, al mare, ha chiesto alla mamma di poter indossare un costume da bagno con il reggiseno.

“Ma che dici!”

La mamma la guarda con disapprovazione.

“Il seno non ce l’hai ancora!”

“Io, però, lo sento che mi sta crescendo…”

Protesta Sofia.

“Smettila di imitare i grandi, e non dire sciocchezze! Sei solo una bambina, il reggiseno lo porterai quando sarà il momento.”

La mamma chiude la conversazione bruscamente.

Non le piace che Sofia si comporti come una donna e teme che, assecondandola, possa trovarsi in situazioni spiacevoli.

Ma le paure della mamma, purtroppo, trasformano l’estate di Sofia in un incubo.

Gli altri bambini vedendo i suoi capezzoli che cominciano a gonfiarsi non fanno altro che scambiarsi risolini e parlottare ammiccando.

E c’è quell’uomo che non le stacca gli occhi di dosso un secondo e continua a fissarla, qualsiasi cosa faccia.

Cercando di sfuggire quegli sguardi così insistenti che sembrano toccarla Sofia sta sempre in acqua.

Ma la mamma la sgrida, intimandole di uscire.

“Basta, Sofia! Stai un po’ al sole. Sei viola dal freddo e finirai per ammalarti!”

Sofia tiene le spalle curve nel tentativo di nascondere il seno (che ancora non è cresciuto e già è troppo appariscente), le piacerebbe giocare con gli altri sulla sabbia ma si vergogna.

Così, quando non può nuotare, se ne resta ingobbita in un angolo avvoltolata dentro l’asciugamano e i parenti per gioco la chiamano Signorina Snob.

* * *

Lidia è figlia unica e i suoi genitori lavorano anche durante l’estate.

Quando compie otto anni, lo zio Federico si offre di portarla al mare con i suoi tre figli.

Antonio, Marco e Simone, i cugini di Lidia, sono un po’ più piccoli di lei e insieme a loro Lidia si è sempre divertita moltissimo, però al mare non ci vuole più andare e inventa mille scuse nel tentativo di evitare quelle vacanze, per lei terribili.

Nello stabilimento balneare hanno affittato una cabina in comproprietà e, con la scusa della fretta e di qualcuno che potrebbe arrivare, lo zio obbliga Lidia a cambiarsi insieme con lui e con i cugini.

“Sbrighiamoci a liberare la cabina, che serve agli altri inquilini!” esclama a gran voce lo zio Federico anche se in giro non si vede nessuno.

“Io mi cambio dopo di voi perché sono femmina…”

Ha protestato Lidia il primo giorno di mare.

Ma lo zio Federico non ha fatto altro che prenderla in giro dalla mattina alla sera e, per insegnarle che non ci si vergogna tra parenti, ogni giorno la costringe a spogliarsi davanti a tutti.

Al mare Lidia non ci vorrebbe andare mai più.

Però la mamma ha detto che non sta bene respingere un invito tanto gentile e poi si sa…lo zio è fatto a modo suo, ma non è cattivo!

Sarebbe un’offesa rifiutare soltanto per un po’ di vergogna.

Al mare ci si cambia in fretta e nessuno ci fa caso.

Avanti, Lidia non fare un dramma di tutte le cose!

Lidia non ha il coraggio di protestare ancora, si sente sporca a pensare male dello zio e si vergogna di se stessa.

Per far contenti i genitori andrà al mare tutte le estati (dai suoi otto anni fino ai diciotto anni) imparando a negare il pudore del proprio corpo perché mostrarsi nuda con i parenti (e soprattutto con lo zio Federico) è un segno di adattabilità e di maturità.

* * *

Alessia ha venticinque anni e ultimamente non riesce più a stare nella stessa stanza con suo padre senza sentirsi profondamente irritata e disgustata.

Quando è a casa fa di tutto per evitarlo ma l’uomo mostra di non accorgersi delle difficoltà della figlia e, con i pretesti più svariati, sembra farlo apposta a girarle intorno.

Delle tre figlie Alessia è la più piccola e l’unica a essere rimasta con i genitori.

Le sue sorelle più grandi si sono sposate giovanissime e adesso hanno una loro famiglia.

Lei, invece, ha preferito continuare a studiare.

Tuttavia, la convivenza con il padre è diventata sempre più difficile.

Sin da quando le figlie erano bambine, per ragioni di sicurezza e praticità, il papà ha deciso di eliminare le chiavi da tutte le porte della casa e ancora oggi, quando Alessia si cambia, si fa la doccia o è al gabinetto, entra senza bussare, attardandosi nella stanza (quella di Alessia o il bagno) e guardandola con studiata noncuranza.

Alessia vive un disagio doppio, da un lato la vergogna nel sentirsi osservata e dall’altro l’imbarazzo nel pensare suo padre in malafede.

Quegli sguardi la riempiono di repulsione e il disgusto che prova per lui la fa sentire sporca e sbagliata.

* * *

Queste tre storie, tragicamente vere, sono soltanto alcuni dei tanti resoconti che ho ascoltato nel segreto della mia professione e, purtroppo, si commentano da sole.

Molto spesso le vittime di questi maltrattamenti faticano a identificarli come tali o ad ammetterne la violenza.

E finiscono col colpevolizzare se stesse per la sofferenza, il disgusto e l’imbarazzo che provano e che, invece, rappresentano la conseguenza di quei soprusi.

Per questo è diventato necessario, importante e urgente rompere il silenzio e aprire il dialogo anche su questi temi.

Carla Sale Musio

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