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Mar 27 2015

LA VIOLENZA SULLE DONNE, SUI BAMBINI, SUGLI OMOSESSUALI E SUGLI ANIMALI

La violenza nasce dalla pretesa di un’arbitraria superiorità e impone una gerarchia in cui chi detiene il potere lo gestisce a proprio vantaggio, a discapito di chi è ritenuto più debole.

La coercizione e la prevaricazione che caratterizzano la violenza sono l’antitesi della cooperazione, dell’empatia e della fratellanza.

Per questo, chi esercita la violenza è sempre vittima di una patologica incapacità a costruire relazioni basate sull’ascolto, sulla condivisione e sulla reciprocità.

Le persone violente, infatti, nascondono, anche a se stesse, la percezione della propria fragilità e il bisogno interiore di trovare sostegno e conferma negli altri, manifestando un’indifferenza che corrisponde al surgelamento della vita interiore.

Nel tentativo di evitare la dolorosa scoperta della propria debolezza e la complessità del mondo emotivo, queste persone bloccano la crescita psicologica nella fase dell’egocentrismo, inibendo in se stesse lo sviluppo dell’empatia e la possibilità di riconoscere il dolore.

Nel ventre della mamma il cucciolo sente di essere una totalità capace di auto sostentarsi, una monade in cui il sé e il mondo si compenetrano.

Dopo la nascita, i piccoli devono affrontare l’incapacità di badare a se stessi e imparare a gestire sia la dipendenza che l’autonomia.

Al loro sguardo inesperto la realtà appare incomprensibile e piena di pericoli e, per sentirsi al sicuro, cercano rifugio, protezione e aiuto tra le braccia dei genitori.

La violenza sui bambini mina la fiducia istintiva che i più piccini ripongono nella vita e crea i presupposti degli abusi e della prevaricazione.

Infatti, quando sono vittime di un’educazione basata sulla prepotenza e sull’aggressività, i bambini scoprono dolorosamente la propria fragilità e, nel tentativo disperato di sfuggire all’impotenza, identificano se stessi con l’aggressore, riproducendone dentro di sé la forza, e imitandone i comportamenti a mano a mano che diventano adulti.

Quest’assimilazione con chi detiene il potere, perpetua la violenza tramandandola da una generazione all’altra, e annienta nella psiche la dolcezza e la valorizzazione dell’innocenza.

In questo modo, la strada da percorrere per diventare grandi si trasforma in un tentativo strenuo di acquisire potere, per uscire dalla propria dolorosa condizione di debolezza.

E, una volta diventati adulti, porta a manifestare l’autorevolezza con la forza, ostentando il disprezzo per tutto ciò che è considerato fragile o diverso da sé.

Questo percorso patologico verso la conquista di un’arroganza, impropriamente identificata con la maturità, distrugge l’ascolto e la comprensione del mondo interiore.

L’emotività e la sensibilità diventano le stimmate di un’ingenuità vissuta come pericolosa, e perciò da evitare o da combattere.

L’annientamento del mondo interiore e dell’ascolto di sé affonda le sue radici nella demonizzazione della femminilità e nella cultura maschilista.

Nel maschilismo, infatti, la violenza si annida dietro la pretesa di un’indiscutibile superiorità degli uomini sulle donne, sancita in virtù di un principio divino e per questo incontestabile.

In questo modo, la gerarchia e l’oppressione s’intrecciano con la spiritualità, dando vita a una religione dogmatica e fondata sull’assolutismo di un Dio autoritario, discriminante e vendicativo.

Il maschilismo legittima ogni genere di abusi sulle donne, considerate esseri inferiori e portatrici di qualità perverse e peccaminose, e impone ai bambini e alle bambine di seguire tappe di crescita diverse.

Nel ventre materno e subito dopo la nascita, sia i maschietti che le femminucce vivono entrambi un’identificazione con la mamma e con il suo potere nutriente e amorevole ma, diventando grandi, la costruzione dell’identità sessuale imposta dalla cultura maschilista prosegue lungo binari differenti.

Infatti, mentre le bambine sviluppano la propria identità senza modificare l’identificazione materna, i maschi per sentirsi veri uomini devono negare l’identificazione con la madre e rinunciare per sempre alla propria componente femminile.

Lo strappo che questo comporta sulla psiche li costringe a disprezzare le donne, nel tentativo di prendere le distanze dalla femminilità, e costituisce la radice del machismo e della violenza.

Studi etologici e antropologici hanno dimostrato che culture diverse dalla nostra non cadono nelle trappole del maschilismo, ma integrano i valori del femminile nella personalità, senza abiurarli né demonizzarli.

Nel maschilismo tutto ciò che compete alla femminilità: la cura dei piccoli, la ricettività, l’empatia, la sensibilità, l’accoglienza… è scartato e deriso in nome della virilità, della forza e della ottusa prevaricazione di chi la possiede.

E questa è anche la ragione che spinge gli esseri umani a maltrattare gli animali.

Poiché gli animali nell’immaginario collettivo mantengono anche da adulti l’innocenza, la fragilità e la semplicità dei bambini, diventano le vittime designate di chi, per crescere, ha dovuto uccidere dentro di sé la stessa ingenuità e arrendevolezza.

Il maschilismo proclama un’arbitraria superiorità dell’uomo sulla donna e genera di conseguenza una cultura basata sul disprezzo per tutto ciò che è femminile, interiore, accogliente, ricettivo e creativo.

Il maschilismo è la radice di ogni prevaricazione e la sua diretta conseguenza: il sessismo, esprime la paura di entrare in contatto con i valori della femminilità e con il mondo interiore che la caratterizza.

Machismo, bullismo, nonnismo, sessismo, omofobia, pedofilia, specismo e pedagogia nera, sono tutte conseguenze del maschilismo e dell’affermazione di una superiorità che autorizza la prevaricazione su chi è ritenuto inferiore.

Il maschilismo è una grave patologia dell’eterosessualità, segnala l’uccisione della femminilità all’interno del sé e il bisogno di acquisire l’identità maschile nel disprezzo di tutto ciò che appartiene al mondo femminile, invece che nell’ascolto, nella comprensione e nella partecipazione emotiva.

In questo quadro, l’identificazione con la madre incarna lo spettro della debolezza, diventando un mostro da combattere e da uccidere, dapprima dentro di sé e poi nelle donne, nei bambini, negli omosessuali e negli animali.

Invece di essere la culla di un’identità che si sviluppa progressivamente attraversando la dolcezza interiore del femminile per arrivare alla determinazione e alla volontà del maschile, la prima identificazione con la figura materna diventa l’origine della fragilità e perciò l’antitesi della mascolinità, la debolezza da sottomettere per conquistare la virilità.

La mascolinità ottenuta in questo modo perde i connotati della spiritualità e dell’espressione interiore per trasformarsi nell’esaltazione di una forza brutale, priva d’immedesimazione e di tenerezza.

E chiunque si discosti da questo modello patologico e aggressivo è combattuto ed emarginato, non solo con la violenza ma anche con la derisione, l’umiliazione e l’esclusione.

La legge del padre diventa, così, una dittatura del più forte, il codice che autorizza la prostituzione e lo sfruttamento delle donne, dei bambini e degli animali, la causa dell’omofobia e la legittimazione delle persecuzioni agite contro chiunque si discosti dalla visione di una sessualità malata di dispotismo.

Forti della propria superiorità e legittimati nella violenza, gli uomini sono autorizzati ad appropriarsi del potere generativo delle donne, garantendosi una sorta d’immortalità con la certezza della propria progenie.

In questo modo esorcizzano il mistero femminile della nascita e della morte, evitando le dimensioni interiori della coscienza.

All’origine dei meccanismi patologici sottesi dal maschilismo, infatti, si nasconde la paura del potere procreativo, l’unico capace di generare la vita.

La violenza sulle donne, sui bambini, sugli omosessuali e sugli animali, fa parte di una perversione dell’eterosessualità e segnala una patologia gravissima chiamata, appunto, maschilismo.

Una patologia che impedisce la comprensione del mondo interiore e l’espressione dei valori della femminilità, negando l’accesso alla creatività e alla spiritualità.

Curare questa patologia è il compito che tutti, uomini e donne, devono assolvere per costruire un mondo privo di violenza e di abusi.

Accogliere il femminile dentro di sé, infatti, permette alla sensibilità di ritrovare il giusto riconoscimento nella psiche e porta al raggiungimento di una società libera da condizionamenti sessuali.

Una società la cui forza sia la capacità di amare e non di sopraffare, e dove la creatività sia l’unica arma in grado di vincere senza bisogno di competizioni e gerarchie.

Una società in cui il vantaggio di tutti sia il vantaggio di ognuno, perché il Tutto e il singolo sono sempre anche la stessa cosa.

Come nel grembo della mamma.

Carla Sale Musio

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Lug 04 2014

FAMIGLIE FONDATE SULL’AMORE

Nella ricetta della felicità l’ingrediente fondamentale è l’amore che riceviamo da bambini.

L’autostima, infatti, affonda le sue radici dentro i legami affettivi vissuti durante l’infanzia.

L’amore che respiriamo da piccoli ci permette di sperimentare la fiducia e la sicurezza, facendoci sentire amati e importanti nella nostra unicità.

Ricevere affetto, approvazione e stima per ciò che siamo (e non in conseguenza delle qualità o dei difetti che abbiamo) alimenta la sicurezza e il valore personale, permettendoci di affrontare gli aspetti immaturi del carattere e stimolando la fiducia necessaria a liberare la curiosità, l’affettività, l’empatia e la creatività.

Per raggiungere la maturità e l’autonomia, i bambini hanno bisogno di essere amati per se stessi, senza ricatti e senza pretese.

L’indipendenza e la libertà, infatti, sono la conseguenza della fiducia nelle proprie risorse e nascono dall’accettazione sperimentata durante i primi anni di vita.

Molte persone, però, coltivano la convinzione che educare significhi abituare i piccoli a seguire un insieme di regole necessarie alla convivenza e al vivere civile, e sacrificano la naturale espressione dell’affetto per paura che questo corrisponda a viziarli.

Dal punto di vista psicologico, invece, è vero proprio il contrario!

I bambini cresciuti nell’amore e nel rispetto saranno adulti capaci di amare e di rispettare, mentre chi diventa grande in mezzo alla prepotenza e alla rigidità manifesterà innumerevoli difficoltà comportamentali e affettive.

Per questo l’educazione dovrebbe sempre mirare a far emergere le potenzialità e la sensibilità, aiutando i più piccini nella scoperta e nell’ascolto delle emozioni.

Proprie e degli altri.

Educare, infatti, significa letteralmente far emergere, permettere a ciò che esiste dentro di essere scoperto e favorire l’espressione delle capacità e delle inclinazioni personali, in modo che queste possano prendere forma nella vita ed essere condivise con gli altri.

L’amore è l’elemento fondamentale di una relazione affettiva capace di sostenere la realizzazione individuale e la possibilità di vivere una vita piena di significato.

Soltanto dall’amore, infatti, possono nascere nella personalità la fiducia e la sicurezza necessarie a manifestare la propria unicità, e l’umiltà indispensabile per condividere le proprie potenzialità.

Quando le relazioni educative sono improntate all’amore e all’accettazione, le norme e le regole del vivere insieme diventano una conseguenza dell’empatia, della sensibilità e della conoscenza reciproca, piuttosto che essere principi indiscutibili da rispettare per paura.

Per costruire una società libera dalla violenza, è indispensabile che i bimbi crescano nell’accoglienza, nell’ascolto e nel rispetto della loro personalità.

Ed è soprattutto con il comportamento che i genitori trasmettono ai propri figli i principi e i valori profondi in cui credono.

I bambini imitano gli atteggiamenti che osservano tra le pareti domestiche, e costruiscono la propria personalità riproducendo i gesti e le azioni dei grandi.

Per questo, una famiglia fondata sull’amore, sull’ascolto, sull’accoglienza delle differenze e sull’aiuto reciproco farà crescere degli adulti capaci di voler bene e di accogliere l’individualità di ciascuno senza paura, senza sopraffazione e senza pregiudizi, dando vita a una società in cui la comprensione, la cooperazione e la creatività rappresentano valori fondamentali.

All’opposto, una società violenta prende le mosse dalla prevaricazione agita in casa, a discapito dei deboli e degli indifesi, e si perpetua ricorrendo a regolamenti, divieti e sanzioni, indispensabili per sopperire alla mancanza di responsabilità e alle carenze nello sviluppo interiore.

Una famiglia basata sull’amore è il dono più grande che si possa fare a un bambino… e il presupposto per un mondo migliore!

Poco importano il colore della pelle o il sesso dei genitori, contano invece i valori trasmessi ai piccoli con l’esempio e con i comportamenti.

Valori su cui impercettibilmente, ma inesorabilmente, si modella l’educazione.

In questa chiave, risulta evidente che avere genitori dello stesso sesso o di sesso diverso non cambia il carattere dei piccoli, né cambia i principi che gli adulti trasmettono ai bambini.

Negare alle coppie omosessuali il diritto a formare una famiglia e ad avere dei figli è, purtroppo, ancora oggi, la conseguenza di un pensiero malato di omofobia, la punta dell’iceberg di una patologia che si ostina a considerare l’omosessualità alla stregua di una malattia, invece che una variante naturale e possibile della sessualità.

Il pregiudizio omofobo si trincera dietro la convinzione arbitraria che la coppia omosessuale possa trasmettere valori sbagliati ai propri figli e costituisca un modello familiare scorretto.

Ma quest’affermazione, priva di valore scientifico, potrebbe essere considerata vera soltanto nel caso in cui l’omosessualità fosse una malattia virale o una grave perversione psicologica.

Già dal 1994 il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders  e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno dichiarato che l’amore tra persone dello stesso sesso non è una perversione più di quanto non lo sia l’amore tra persone di sesso diverso.

Lo sviluppo dell’orientamento sessuale nei bambini, infatti, avviene secondo una propensione naturale e, con la crescita, si modella sui valori e sui comportamenti dei grandi.

Per diventare adulti emotivamente sani i piccoli devono avere genitori capaci di dare loro affetto, comprensione, accettazione e rispetto.

Valori troppe volte pericolosamente assenti nelle coppie eterosessuali, in cui spesso lo sfruttamento e la violenza, da parte degli uomini sulle donne, costituiscono la normalità, purtroppo, e non l’eccezione.

Ben vengano quindi le coppie omosessuali a sovvertire i ruoli tradizionali di maschio e femmina e a trasformare la violenza eterosessuale agita dagli uomini sulle donne, in una nuova cultura delle pari opportunità.

Che entrambi i genitori siano maschi o femmine o che siano maschi e femmine, non fa differenza sulla capacità di crescere dei bambini sani e felici.

Ciò che conta, invece, è il modo in cui si relazionano tra loro e con i propri figli.

E su questi aspetti, purtroppo, il maschilismo ha rappresentato fino ad oggi una grave patologia dell’eterosessualità.

E’ auspicabile perciò che una ventata di cambiamento rivoluzioni la famiglia tradizionale e che il dibattito sulle coppie omosessuali evidenzi finalmente anche i limiti della famiglia eterosessuale tradizionale, favorendo lo sviluppo di una diversa cultura e di una nuova sensibilità.

Affermare che non è il sesso di mamma e papà a definire una famiglia degna di essere considerata tale, ma la loro maturità affettiva, permette ai bambini di crescere con genitori sempre più capaci di dare loro: amore, considerazione e rispetto, e in grado di condividere una genitorialità che preveda per entrambi i partner le stesse possibilità comportamentali.

In questo modo prende forma una società libera dai ruoli di potere che caratterizzano il maschilismo e aperta all’incontro e alla condivisione, tanto delle mansioni genitoriali che delle responsabilità famigliari.

Non più, quindi, papà assenti e impegnati fuori di casa e mamme costrette a occuparsi da sole delle faccende domestiche e dei bambini (anche quando lavorano e portano uno stipendio pari a quello dei mariti).

Ma una famiglia in cui gli adulti siano capaci di condividere il “fare i genitori” con semplicità e umiltà, piuttosto che rimanere ancorati a una rigida gestione sessista del potere e dei compiti domestici.

Una famiglia senza padri padroni e mamme sottomesse, dove i figli non sono più un possesso dei genitori ma persone dotate di una propria individualità e cresciute nel rispetto, nella condivisione e nell’amore, è il primo passo verso la realizzazione di una società migliore.

Carla Sale Musio

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ETEROSESSUALITA’ MALATA

OMOFOBIA: la paura di scoprirsi diversi

AIUTO!!!Ho paura di essere omosessuale!

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Nov 05 2013

OMOFOBIA: la paura di scoprirsi diversi

La parola “omofobia” indica la paura e la repulsione nei confronti dell’omosessualità e delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

L’omofobia è una malattia occultata, nascosta tra le pieghe del razzismo che infetta la nostra società e, proprio perché è il sintomo di una patologia di cui si parla poco e malvolentieri, non ottiene dalla psicologia e dalla psichiatria l’attenzione e le cure che sarebbero indispensabili al suo risanamento.

L’omofobia evidenzia l’epidemia di crudeltà oggi diffusa tra la gente di ogni ceto, senza distinzione di reddito, classe, cultura o professione.

Si tratta di un morbo i cui sintomi più appariscenti sono: un razzismo sotterraneo e radicato e la violenza che inevitabilmente ne consegue.

La nostra società indulge sull’aggressività e sulla prepotenza.

Impropriamente consideriamo la mancanza di rispetto e di attenzione come un segno di carattere e di forza, piuttosto che riconoscere le stimmate di una pericolosa mancanza di sensibilità.

Così, offendere e maltrattare chi vive la sessualità in un modo diverso dal nostro, guardare e commentare con commiserazione, divertimento, scherno e ironia, è diventato un luogo comune, un gioco sociale cui non prestiamo nemmeno più molta attenzione.

Strizziamo l’occhio a quelli che consideriamo scherzi innocenti capaci di farci sorridere e, senza nemmeno rendercene conto, alimentiamo l’intolleranza e la prepotenza.

Fanno scalpore i fatti di cronaca nera, quelli si!

Ci si sorprende davanti ai maltrattamenti gravi e ai suicidi di tanta gente, colpevole soltanto di provare amore per le persone del proprio sesso.

Messi di fronte a queste evidenti perversioni del nostro modo di vivere, scrolliamo il capo indignati e colmi di orrore.

Non ci rendiamo conto che il bullismo e la violenza si annidano nei tanti fatterelli di ogni giorno, nelle battute, nei sorrisini, negli ammiccamenti e nei gerghi apparentemente innocui che emarginano, discriminano e feriscono chi è portatore di una diversità.

Questi sintomi (superficialmente considerati inoffensivi) di una cultura malata, segnalano la patologia nella vita di ogni giorno e alimentano il virus della brutalità e del pregiudizio.

Il razzismo, infatti, non è confinato soltanto nei campi di concentramento, nello sfruttamento dei popoli di pelle scura, nello schiavismo e in tutti i gravi abusi che scuotono le coscienze.

Quella è soltanto la punta di un iceberg che affonda le radici molto più in profondità.

Il razzismo è uno stile di pensiero che discrimina ed emargina ciò che non può essere accolto dentro di sé, perché ritenuto inaccettabile e di conseguenza giudicato pericoloso e da combattere.

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OMOFOBIA E RAZZISMO

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La rimozione e la proiezione sono due meccanismi di difesa primitivi.

Si formano molto presto nella psiche dei bambini e funzionano automaticamente, sotto la soglia della consapevolezza.

La rimozione e la proiezione hanno la funzione di preservare la mente delicata dei piccoli dal dolore e dalla paura.

  • La rimozione permette di cancellare dalla coscienza tutto ciò che spaventa o provoca sofferenza.

  • La proiezione fa in modo che le cose e i sentimenti che non ci piacciono siano spostati da noi stessi all’esterno, e proiettati sopra un altro essere che da quel momento potrà essere evitato e considerato diverso e negativo.

Grazie a questi meccanismi di difesa possiamo sfuggire le esperienze e i sentimenti che ci fanno paura come se non ci riguardassero, con la coscienza a posto e la convinzione di esserne totalmente immuni.

La rimozione e la proiezione nell’infanzia sono fisiologiche e hanno una funzione protettiva ma nell’età adulta segnalano un deficit nell’intelligenza emotiva perché tutelano e favoriscono l’ignoranza dei reali vissuti interiori, facendo crescere l’insensibilità e il surgelamento interiore.

Per superare questo patologico ottundimento nell’ascolto del proprio mondo interno bisogna avere coraggio e autenticità.

Accogliere la propria verità, qualunque essa sia, richiede onestà e assenza di giudizio.

Requisiti rari in un momento storico che elogia l’apparenza, la superficialità e il conformismo.

Bene” e “male” sono spesso la conseguenza di un uso indiscriminato e compulsivo di questi meccanismi di difesa e del misconoscimento di se stessi che ne consegue.

È molto facile, infatti, sentirsi nel giusto evitando di considerare la complessità delle motivazioni e delle scelte che muovono i pensieri e le azioni (nostre e degli altri).

Le guerre e la violenza poggiano sempre su valutazioni superficiali, vuote di comprensione, d’immedesimazione e di empatia.

Superata l’età infantile l’uso indiscriminato di meccanismi di difesa primitivi porta a evitare la complessità del proprio sé e rende possibile condannare con indifferenza chiunque rappresenti ciò che intacca l’immagine che abbiamo scelto d’impersonare nella vita.

La rimozione e la proiezione, indispensabili finché siamo bambini, diventano compulsive (e perciò patologiche) nella maturità, quando bisognerebbe aver conquistato la forza e le capacità necessarie ad accogliere le molteplici sfaccettature emotive e comportamentali senza pregiudizi e con sincerità 

Rimuovere e proiettare all’esterno le parti di sé considerate negative, blocca l’umanità dentro un razzismo morboso, privo di empatia e di comprensione (dapprima verso se stessi e poi verso gli altri).

Per superare questo pericoloso stato d’insensibilità e d’ignoranza, è indispensabile imparare ad accogliere anche chi si fa portavoce di ciò che non condividiamo, non consideriamo o non conosciamo, ascoltandone la verità con la sensibilità del cuore.

Naturalmente la comprensione di nuovi punti di vista è possibile solo quando la realtà interiore non ci spaventa e quando non è pericoloso condividerne la risonanza.

Ma se, nella maturità, la rimozione e la proiezione impediscono lo scambio e la conoscenza reciproca e bloccano lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, l’ascolto e la condivisione di ciò che giudichiamo “diverso” diventano impossibili.

L’omofobia prende forma dal mancato riconoscimento in se stessi delle diverse possibilità espressive della sessualità.

Come Freud ha dimostrato, ormai più di un secolo fa, veniamo al mondo dotati di una sessualità poliedrica e multiforme e, soltanto in seguito alla pressione della società, la naturale bisessualità umana s’indirizza in una scelta di genere prestabilita.

Le preferenze sessuali sono mutevoli e variegate, nessuna è migliore di un’altra ma tutte esprimono l’amore nelle sue infinite possibilità.

La nostra società, però, ha relegato i sentimenti dentro il confine della stupidità e, deridendo la sensibilità, esalta la freddezza, il distacco e l’impassibilità e scinde la sessualità dall’amore rendendola uno strumento di controllo invece che la naturale espressione dell’affetto e della creatività di coppia.

La pretesa di stabilire regole e modi in cui la sessualità deve essere espressa dimentica che l’amore e la creatività non possono essere circoscritti dentro un range di comportamenti stereotipati.

Nasce da queste limitazioni la fobia per le persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

Cresce nella paura di scoprire dentro di sé un analogo modo di essere e di vivere il sesso e l’affettività.

Si sviluppa nel terrore dell’emarginazione e della derisione.

E provoca a sua volta emarginazione e derisione.

Quando non siamo capaci di accogliere una realtà diversa dalla nostra, la sensibilità e la comprensione empatica non possono svilupparsi e si va incontro a un blocco nell’intelligenza emotiva.

L’omofobia è l’espressione di un basso Q.I. emotivo, segnala la paura di scoprirsi diversi e una pericolosa perdita di autonomia.

Tutto ciò che non siamo capaci di accettare, infatti, ci costringe a sfuggirlo, imponendo un limite alla libertà personale.

La nostra società esige una sessualità preconfezionata e prevedibile perché, solo così è possibile incasellarla in uno schema, bloccandone l’energia creativa e indipendente.

I sentimenti non possono essere circoscritti a modelli stereotipati, esprimono l’autonomia e la creatività del cuore e manifestano la sua libertà.

L’amore non è normale.

È vero.

L’omofobia pretende d’incasellare il sesso dentro un cliché prestabilito e perciò antitetico e incompatibile con l’amore stesso.

Chi vive con paura l’omosessualità e condanna le persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, coltiva in se stesso una pericolosa rimozione della sessualità e impedisce all’amore di manifestarsi nella propria vita.

Carla Sale Musio

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