Tag Archive 'altruismo'

Gen 03 2021

PARTE EGOISTA E PARTE ALTRUISTA

Com’è fatta e come funziona la Parte Egoista della personalità. Com’è fatta e come funziona la Parte Altruista. Esploriamo le loro caratteristiche, i loro punti di forza, le difficoltà che possono creare, quali doni ci portano, in che modo ci aiutano e come ci proteggono.

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Set 02 2017

LA CRUDELE VANITÀ DEI BUONI

La bontà ha tante sfaccettature e talvolta può riservare sorprese poco gradevoli.

Ci sono persone che nel manifestare la devozione finiscono per fare apparire gli altri come dei prepotenti.

I sintomi di questo altruismo (solo apparentemente incondizionato e inconsciamente narcisista) sono:

  • un segreto senso di superiorità nei confronti delle persone amate

  • la convinzione di essere indispensabili

  • autocommiserazione

  • vittimismo

Chi riceve questo tipo di premure vive interiormente una forte ambivalenza sentendosi contemporaneamente:

  • grato… e insofferente

  • importante… e inadeguato

  • amabile… e prepotente

  • desiderato… e insopportabile

Sentirsi amati lenisce la sfiducia nella vita regalandoci nuovi entusiasmi.

Tuttavia, nell’accettare una dedizione totale dovremmo sempre interrogarci sui costi psicologici che questo comporta.

Una bontà orientata a soddisfare soprattutto il bisogno di approvazione di chi la manifesta, infatti, può farci apparire sfruttatori e opportunisti e avere delle ripercussioni poco piacevoli sull’autostima.

Da bambini coltiviamo la speranza di un amore assoluto e perfetto, così onnipotente che nessun genitore riuscirà mai a incarnarlo totalmente.

Ecco perché, quando incontriamo una persona disposta a prendersi cura di noi anche a costo di sacrificare se stessa, le parti infantili della personalità esultano e si profondono in richieste di ogni tipo.

Succede spesso, però, che chi si prodiga senza tutelarsi stia intimamente cercando di convincere se stesso della propria bontà e inconsciamente usi gli altri per assolversi da colpe inconfessabili e rimosse.

In questi casi, la differenza tra il comportamento manifesto e il vissuto interiore suscita emozioni contrastanti di piacere e di rabbia, creando non poche sofferenze sia in chi dà sia in chi riceve.

Viviamo in una cultura che insegna a separare rigidamente il bene dal male, generando nella psiche una pericolosa dicotomia.

Nel mondo interiore, però, esiste la Totalità e bene e male sono facce inseparabili di una stessa medaglia.

Quando l’ascolto delle parti egoiste, prepotenti e aggressive è considerato inaccettabile, siamo costretti a spendere molte energie nel tentativo di preservare l’immagine immacolata cui vorremmo somigliare e, per confermare la nostra bontà, ci impegniamo a manifestare un altruismo impossibile da raggiungere, lamentando in continuazione quel doloroso sfruttamento autoimposto, quasi a rimarcarne il valore.

Sono proprio queste lamentele a far apparire dispotici e avari gli oggetti di quell’amore.

Il desiderio di migliorarsi è lodevole ma, se non rispetta il bisogno di tutelare anche se stessi, fomenta l’ingiustizia e chi è accudito si vedrà cucire addosso le vesti del prepotente mentre chi porge aiuto interpreta compiaciuto il ruolo della vittima.

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STORIE DI BONTÀ E CATTIVERIA

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Fiorella è innamorata di Nicola e desidera essere amata da lui.

Nel tentativo di piacergli asseconda tutte le sue richieste mostrandosi premurosa, compiacente e pronta a qualunque sacrificio.

È difficile resistere a quell’affascinante mix di seduzione e disponibilità e ben presto tra i due nasce una relazione intima e profonda.

Nicola cerca in tutti i modi di ricambiare la dedizione di Fiorella ma non è disposto a rinunciare totalmente a se stesso per accontentarla.

Fiorella non perde occasione per lamentare tutti i sacrifici che lei, invece, fa per lui e, sentendosi ingiustamente vittima, si chiude sempre più in se stessa.

Il clima tra loro diventa teso.

Fiorella pretende da Nicola la stessa devozione che lei offre senza risparmiarsi.

Nicola sente che per lui non è possibile rinunciare completamente alla sua vita, nemmeno per amore.

Fiorella lo dipinge come un egoista e Nicola, inadeguato e ferito, decide di chiudere la relazione.

* * *

Da piccola, Barbara si è sentita colpevole e sbagliata.

La mamma è morta quando lei aveva solo sei anni e la nonna, con cui è cresciuta, era sempre pronta a rimproverarla facendola sentire pigra, lavativa e opportunista.

Oggi Barbara è sposata e ha un bambino che accontenta in tutto e per tutto, nel timore di fargli vivere le sue stesse sofferenze infantili.

Per dimostrare al mondo di essere una brava mamma, nonostante le accuse della nonna che ancora bruciano dentro, la donna è disposta a fare qualsiasi sacrificio.

Così, chi la conosce non perde occasione di lodare la sua abnegazione e di sottolineare a suo figlio quanto sia capriccioso.

A Barbara dispiace che il bambino sia giudicato viziato e prepotente, ma solo in questo modo riesce a esorcizzare la paura di essere cattiva e il pericolo di non saper amare nessuno, nemmeno suo figlio.

* * *

Fausto è cresciuto in un ambiente molto esigente.

In casa tutto doveva essere fatto alla perfezione e suo padre non perdeva occasione per rimproverarlo chiamandolo: rammollito, fannullone, buono a nulla, incapace… e chi più ne ha più ne metta.

Crescendo, Fausto non è riuscito a misurarsi col mondo e, sentendosi inadeguato a svolgere qualsiasi lavoro, ha scelto una moglie forte, attiva, responsabile e pronta a farsi in quattro per lui e per la loro figlia.

Fausto ha deciso di occuparsi della bambina, rinunciando a qualsiasi autonomia per trasformarsi in un genitore a tempo pieno, perché tra le mura domestiche si sente al sicuro, protetto da una realtà esterna che lo spaventa e percepisce ostile.

Tuttavia, per rassicurare se stesso e vincere la sensazione intima di non valere niente, si lamenta in continuazione criticando la moglie.

“Sei incapace di amare tua figlia!”

“Che cosa faresti senza di me?”

“Sei attaccata ai soldi e alla carriera!”

In questo modo, sentendosi indispensabile e irreprensibile, Fausto rassicura se stesso e nasconde la paura di essere davvero un buono a nulla.

Carla Sale Musio

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Ago 27 2017

CREATIVITÀ E… ALTRUISMO INCOMPRENSIBILE

La grande capacità di comprendere gli altri spinge le personalità creative a considerare sempre le esigenze di tutti.

Spesso anche contro il proprio interesse.

E questo costituisce il loro talento meno compreso.

Occorre un’attenta valutazione per cogliere le ragioni cooperative celate dietro le azioni di chi possiede una grande empatia.

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L’ingegnere?

… meglio che faccia la casalinga!

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Quando s’innamora di Luciano, Roberta ha una laurea in ingegneria e una brillante carriera universitaria davanti a sé.

Creativa e piena d’interessi, sa coniugare dolcezza e determinazione in un mix veramente affascinante.

Luciano, folgorato da quella poliedrica intelligenza, le chiede di affrettare i tempi e insieme decidono di sposarsi e mettere su una bella famiglia.

Dopo qualche anno nasce Valeria, poi arriva Romina e infine Stefano.

Per seguire i bambini, Roberta abbandona il lavoro all’università sostituendo le attività creative con le attività domestiche.

Ma in breve tempo il brillante ingegnere si trasforma in una colf sottopagata e brontolona che insegue i figli per fargli fare i compiti e urla davanti a un calzino scompagnato.

“Sono confusa…”

Racconta mortificata e delusa da se stessa.

“I miei bambini sono la mia vita, li amo sopra ogni cosa, ma in famiglia sono diventata una strega cattiva e sembra che nessuno voglia più avermi vicina.”

Una strega che dichiara se stessa?!

È abbastanza inusuale nello studio di uno psicologo.

Perciò decido di non fidarmi troppo di quelle affermazioni.

Nel corso dei colloqui, infatti, emerge una mamma divertente, complice e capace di organizzare giochi, feste e merende non solo per i suoi figli ma anche per i loro amici.

Ma allora?!

Roberta ha mentito?

Quand’è che si presenta la strega?

Come scoprirò durante il percorso terapeutico, la strega appare alla presenza di Luciano.

E con le sue sfuriate e i suoi rimbrotti riesce a sollevarlo dalla paura segreta di non farcela a reggere il ritmo dell’ingegnere, poliedrico e creativo, che ha sposato.

Nascosta dietro la veste da strega, scopro una grande passione.

Per amore di Luciano, Roberta ha occultato le sue qualità professionali e creative.

Abbandonando il lavoro da ingegnere e lasciando alla strega il compito di gestire il ruolo della casalinga, rassicura il marito facendolo sentire costantemente il migliore.

È per merito della strega, infatti, che Luciano (che ha soltanto la licenza media e si è fatto da solo) diventa l’unico ad avere successo professionalmente, economicamente e con i bambini.

Rinunciare a usare molti aspetti di sé è lo stratagemma che Roberta utilizza inconsciamente, per non far pesare al marito il suo titolo di studio, le sue possibilità di guadagno, la sua creatività e la sua empatia.

Quando diventa strega, Roberta perde ogni successo mentre Luciano diventa ricco.

Forse non ricco di titoli… ma, certamente, ricco di possibilità e risorse.

Nel corso della terapia Roberta imparerà a riappropriarsi della carriera professionale e a lasciare che il suo anticonformismo entri a far parte della relazione di coppia.

Solo così il rapporto con i tre figli potrà essere vivificato dai metodi nuovi e originali con cui è solita risolvere i problemi e superare le difficoltà.

Gettata la veste da strega, Roberta potrà permettere alla passione e alla creatività di trasformarla in una sciamana (invece che in una megera) capace di muoversi con maestria tra le tante dimensioni della vita famigliare, lavorativa, sociale e coniugale.

Carla Sale Musio

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Mag 17 2012

EGOISMO malfamato

La parola egoismo indica il bisogno di centrarsi sul proprio ego, per ascoltarne le esigenze e assecondarne le necessità.

Quando siamo bambini questi compiti sono assolti dai nostri genitori, che si preoccupano di rifornirci costantemente della protezione, dell’amore e delle attenzioni indispensabili per vivere.

Con la crescita impariamo a provvedere da soli a noi stessi e l’egoismo assume un ruolo preminente, diventando una guida preziosa per la sopravvivenza e per la salute mentale.

Nessuno è in grado di sopravvivere autonomamente senza il proprio egoismo.

Tuttavia “egoismo” è una parola malfamata.

Nell’immaginario collettivo è associata a una personalità avida, prepotente, insensibile e crudele.

Anche la necessità di pensare a se stessi è malfamata.

Il mondo non vuole che ci si concentri troppo su di sé, preferisce che la nostra attenzione sia sempre rivolta all’esterno.

Esiste un sottile condizionamento culturale che ci obbliga a pensare agli altri.

Dobbiamo stare attenti a cosa fanno gli altri. A come si vestono. A cosa pensano. A cosa credono. E, soprattutto, a cosa dicono di noi!

In questo mondo malato di sopraffazione, gli altri sono spesso i nostri carcerieri. Coloro che ci costringono a vivere dentro una prigione di conformismo, condizionando le nostre scelte e i nostri pensieri.

Ma “gli altri” siamo anche noi.

Noi che giudichiamo, valutiamo, soppesiamo, critichiamo… gli altri.

L’egoismo, bandito dalla personalità, come un servitore infido e malevolo, ci lascia vuoti di comprensione, di tolleranza e di amore.

La psicologia insegna che non è possibile amare nessuno se prima non si è capaci di amare se stessi.

E l’egoismo, tanto screditato e denigrato, è lo strumento fondamentale per volersi bene, il radar che orienta i nostri pensieri e le nostre scelte sull’ascolto di ciò che siamo e di ciò che vogliamo davvero.

Reprimere il proprio egoismo è psicologicamente pericoloso e impedisce lo sviluppo di comportamenti altruisti e amorevoli.

Infatti, solo riconoscendo le proprie necessità e imparando a soddisfarle è possibile identificarsi negli altri e prestare loro aiuto.

L’egoismo non è l’antitesi dell’altruismo ma il basamento da cui prendono vita la comprensione, la generosità, la condivisione.

Preoccuparsi per gli altri trascurando sistematicamente se stessi, nasconde una distorsione dell’egoismo e porta con sé, inevitabilmente, sofferenze e incomprensioni.

L’altruismo patologico è una deformità dell’egoismo e nasce dall’incapacità di provvedere da soli alle proprie necessità.

Chi dà in continuazione agli altri… senza mai pensare a sé, nasconde il bisogno di essere accudito.

E con il proprio comportamento altruista mostra ciò che desidera per se stesso (inconsciamente e senza permetterselo).

Il bisogno di dare eccessivamente è una forma patologica dell’altruismo, fa sentire abusati e sfruttati e ci mette in una posizione di superiorità.

“Io sì, che sono bravo e generoso! Gli altri, invece, sono degli incapaci.”

Capita spesso che le persone troppo dedite al prossimo finiscano, prima o poi, per sentirsi sfruttate.

Le circostanze della vita… rispecchiano il mondo interno!

Perciò, chi segretamente sfrutta se stesso finisce per trovarsi in situazioni di sfruttamento.

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, osservate il vostro egoismo con maggiore comprensione e tenerezza.

E accoglietelo nella vostra personalità.

Nessuno può darvi le cose di cui avete bisogno se non imparate a darvele da soli.

Nessuno vi può amare se non vi sapete amare.

Nessuno può sorprendervi, se non vi sapete sorprendere.

Nessuno vi può coccolare se non vi sapete coccolare.

L’egoismo è stato censurato ingiustamente per secoli.

Questo ha portato a una società che sposta all’esterno la propria attenzione e rende le persone insensibili, incapaci di prestare ascolto ai propri bisogni autentici e incapaci di riconoscere quelli degli altri.

La sopraffazione è una conseguenza dell’insensibilità.

E oggigiorno possiamo scorgerla dappertutto.

Non si combatte con la violenza ma con un atteggiamento amorevole e tenero che nasce nel cuore di ciascuno e prende le mosse dall’ascolto di sé.

Una cultura fondata sulla tolleranza e sull’amore non può essere imposta, nasce dal rispetto e dalla comprensione di tutte le individualità.

Una persona capace di amarsi sa riconoscere e soddisfare anche le necessità degli altri.

Chi, invece, ha ottuso l’ascolto dei propri bisogni coltiva segretamente l’insensibilità in se stesso.

Carla Sale Musio

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Apr 27 2012

BISOGNO DI PROTEZIONE E ALTRUISMO PATOLOGICO

Nella prima infanzia il bisogno di protezione è un vissuto spontaneo, indispensabile alla crescita e allo sviluppo della personalità, e corrisponde al desiderio di sentirsi amati e accuditi dai propri genitori.

Diventando grandi, la necessità di essere protetti cede il posto al bisogno di autonomia, cioè al desiderio di essere indipendenti e capaci di badare a se stessi.

In alcuni adulti, però, il bisogno di protezione non si esaurisce con la crescita e questo causa tante sofferenze emotive.

Infatti, quando questo bisogno non è stato saturato da bambini, la necessità di sentirsi protetti stimola, anche da grandi, il sogno di avere affianco qualcuno capace di risolvere le difficoltà e di colmare magicamente le lacune affettive lasciate dai genitori.

E spinge a vivere relazioni con persone credute (impropriamente) più forti, più capaci e più mature.

Questa esigenza psicologica, solitamente inconscia, riflette il tentativo di compensare nel presente le mancanze del passato e, purtroppo, è destinata a provocare delusioni.

Infatti, una volta superato il periodo infantile, i meccanismi biologici che favoriscono l’attaccamento ai genitori vengono meno e l’idealizzazione, necessaria a garantire la sopravvivenza dei cuccioli (trasferita da adulti su figure genitoriali sostitutive) si trasforma in una pericolosa deformazione della realtà.

Una volta cresciuti, gli esseri umani hanno bisogno di soddisfare autonomamente le necessità della vita e devono sperimentare l’indipendenza per potersi sentire realizzati.

Delegare a un altro la soddisfazione dei propri bisogni, materiali o affettivi, porta a svalutare se stessi, mina l’autostima e apre la strada a quel senso di inutilità dell’esistenza che è l’origine della depressione.

Di solito, le personalità creative non cadono in questo errore psicologico, perché la loro natura indipendente le spinge a cercare l’autonomia già da molto piccole.

Per soddisfare indirettamente il loro bisogno di protezione possono manifestare, però, una protettività esagerata.

I creativi, infatti, hanno la capacità di spostare agilmente il proprio punto di vista e questo li rende molto empatici e portati a immedesimarsi nei vissuti degli altri.

Se da bambini si sono sentiti soli, in balia di forze più grandi di loro, incapaci di difendersi e senza nessuno che intervenisse a soccorrerli, sviluppano il desiderio di mettere fine alla sofferenza impedendo il suo esistere ovunque sia.

(Per chi è dotato di empatia che si tratti della propria sofferenza o di quella di un altro non fa differenza.)

Si forma così un altruismo patologico, cioè una spinta compulsiva e irrefrenabile a prestare aiuto, soprattutto alle persone amate.

In questi casi, il bisogno di protezione si trasforma nel desiderio di proteggere gli altri.

Le personalità creative possono usare le loro capacità empatiche per colmare il bisogno di protezione insoddisfatto, appagandolo mentre aiutano il prossimo.

Questo tentativo, però, nonostante la sua generosità, si rivela totalmente inadeguato a raggiungere gli scopi che lo determinano.

Infatti, nell’intimo, coloro che si sono sentiti deboli e indifesi durante l’infanzia rimangono sempre i bambini deprivati che sono stati.

E risolvere i problemi altrui, anche se lodevole e altruista, non aiuta a cancellare i propri.

Perciò, mentre combattono come leoni per tutelare chi amano, queste persone rimangono insicure e fragili quando si tratta di proteggere se stesse.

L’altruismo patologico, originariamente finalizzato a superare la paura e la solitudine vissute da bambini, spinge a donarsi eccessivamente deprivando se stessi e rende vulnerabili e insicuri.

Chi lo agisce non risolve le problematiche infantili e rimane intrappolato dentro un enigma relazionale irrisolvibile, non riuscendo a decidere se le persone ricambiano l’amore oppure cercano soltanto di ottenere protezione e accudimento per se stesse.

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, occorre prestare molta attenzione al bisogno di protezione.

È vero che da bambini abbiamo creduto in una indiscussa superiorità dei genitori, ritenendoli invincibili, potenti e capaci di mettere fine immediatamente alle nostre difficoltà.

Tuttavia la crescita ci ha costretto a sperimentare che non è affatto così!

I genitori sono bambini diventati grandi in mezzo alle difficoltà e cercano di fare quel che possono con ciò che hanno.

Imparando dai loro sbagli i figli costruiscono strategie migliori.

Ognuno di noi è solo davanti alla vita e deve fare i conti con l’incertezza e con la fragilità.

Il bisogno di protezione ci ricorda che abbiamo il dovere di proteggere noi stessi perché, se non ci proteggiamo da soli, nessuno potrà farlo al posto nostro e perché nessuno meglio di noi può sapere di cosa abbiamo bisogno e come darcelo.

Rimbocchiamoci le maniche, quindi, e concediamoci le attenzioni di cui abbiamo bisogno, senza aspettare che lo faccia qualcun’altro.

Perché quando potremo prenderci da soli i permessi necessari per vivere potremo concedere anche agli altri la stessa indulgente libertà.

E perché, potremo amare, coccolare e proteggere gli altri solo quando avremo imparato ad amare, coccolare e proteggere noi stessi.

Nella responsabilità e nell’autonomia di ciascuno si nasconde il segreto di una vita libera e poggiano le fondamenta di un mondo migliore.

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Lug 18 2011

Le personalità creative: SONO ALTRUISTE

La grande capacità di comprendere gli altri spinge le personalità creative a considerare sempre le esigenze di tutti.

A volte anche contro il loro stesso interesse.

Questo costituisce, probabilmente, il loro talento meno compreso.

Infatti, la generosità che ne guida le azioni non è facilmente intuibile e le motivazioni altruistiche possono non essere immediatamente chiare neanche a loro stessi.

Occorre, spesso, un’attenta valutazione per cogliere le ragioni cooperative celate dietro le azioni delle personalità creative.

.

L’ingegnere?

… meglio che faccia la casalinga!!

.

Quando s’innamora di Luciano, Roberta ha una laurea in ingegneria e una brillante carriera universitaria davanti a sé.

Creativa e piena d’interessi, sa coniugare dolcezza e determinazione in un mix veramente affascinante.

Luciano è incantato da quella poliedrica intelligenza e le chiede di accelerare i tempi del matrimonio.

Così, insieme decidono di sposarsi e di mettere su una bella famiglia.

Dopo qualche anno nasce Valeria, poi arriva Romina e infine Stefano.

Per seguire meglio i bambini Roberta abbandona il lavoro all’università e ben presto le attività creative cedono il posto alle attività domestiche.

In breve tempo il brillante ingegnere si trasforma in una colf sottopagata e brontolona che insegue i bambini per fare i compiti e urla davanti a un calzino scompagnato.

“Sono confusa e non so neanche perché vengo qua da lei…”

Racconta.

“I miei bambini sono la mia vita, li amo sopra ogni cosa! Ma ormai per loro sono diventata la strega cattiva e mi sembra che nessuno voglia più avermi vicina.”

Una strega che dichiara se stessa?!

È abbastanza inusuale nello studio di uno psicologo…

Perciò decido di non fidarmi troppo di quelle affermazioni.

Nel corso dei colloqui, infatti, emerge una mamma divertente, complice e capace di organizzare giochi, feste e merende non solo per i suoi figli ma anche per i loro amici.

Ma allora?!

Roberta ha mentito?

Quand’è che si presenta la strega?

Riflettendo tra me sento crescere i sospetti…

Durante il percorso terapeutico scoprirò che la strega appare alla presenza di Luciano.

E con le sue sfuriate e i suoi rimbrotti riesce a sollevarlo dalla paura (segreta) di non farcela a reggere il passo dell’ingegnere poliedrico e creativo che ha sposato.

Nascosta dietro la veste da strega scopro una grande passione!

Infatti, per amore di Luciano Roberta ha occultato (anche a se stessa) quasi tutte le sue risorse professionali e creative.

Abbandonando il suo lavoro da ingegnere e lasciando alla strega il compito di gestire il ruolo della casalinga, rassicura il marito facendolo sentire costantemente il migliore.

Per merito della strega Luciano (che ha soltanto la licenza media e che si è fatto tutto da se) diventa l’unico ad avere successo professionalmente, economicamente e con i bambini.

Rinunciare a usare molti aspetti di se stessa è il modo che Roberta ha trovato istintivamente per non far pesare al marito il suo titolo di studio, le sue possibilità di guadagno, la sua creatività e la sua empatia.

Quando diventa strega Roberta perde ogni successo mentre Luciano diventa ricco.

Forse non ricco di titoli… ma certamente ricco di possibilità, empatia, creatività e risorse!

Nel corso della terapia Roberta dovrà riappropriarsi della carriera professionale e lasciare che il suo anticonformismo entri a far parte della relazione di coppia.

Solo così il rapporto con i tre figli potrà essere vivificato dai metodi nuovi e originali con cui è solita risolvere i problemi e superare le difficoltà.

Gettata la veste da strega e ritrovata quella da sposa Roberta dovrà lasciare che la passione e la creatività la trasformino in uno sciamano (invece che in una megera) capace di muoversi con maestria tra le tante dimensioni della vita familiare, lavorativa, sociale e coniugale.

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Lug 01 2011

Le personalità creative: SONO EMPATICHE

La capacità di ascoltare, comprendere e condividere i sentimenti sviluppa l’altruismo e l’emotività.

Chi possiede una Personalità Creativa é interessato ai bisogni degli altri, sensibile, accomodante e disposto a sacrificarsi per il bene comune.

Ma deve stare attento a non lasciarsi trascinare dalle necessità altrui perché dimenticandosi dei propri bisogni sacrifica il suo equilibrio emotivo.

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EMOZIONI PERICOLOSE!

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Pietro gestisce una bella palestra nel centro storico della città e conduce una vita ricca di soddisfazioni e di amicizie.

Ma nonostante i ritmi indaffarati che riempiono le sue giornate ogni tanto la solitudine gli morsica il cuore e si ritrova a piangere un fiume di lacrime solitarie.

È uscito da più di un anno da un rapporto importante e si considera ormai single per vocazione quando, all’età di circa quarant’anni, s’innamora di Simone.

Premuroso e sollecito, Simone esprime il suo affetto soprattutto in cucina e imbandisce per lui ogni genere di manicaretti, coccolandolo con i cibi e conquistandolo con i suoi modi materni.

Orfano di entrambi i genitori, Pietro ha imparato presto a cavarsela da solo e trova nelle attenzioni di Simone il rifugio e la protezione che gli sono mancate da bambino.

Tuttavia, mentre Pietro si lascia conquistare Simone (che pure è affascinato dalla poliedrica creatività del partner) appare poco partecipe e distante davanti all’energia degli entusiasmi di Pietro.

Per lui le passioni hanno sempre costituito un rischio da evitare con cura.

La scarsa attenzione di Simone per gli stati d’animo (suoi e degli altri) inizialmente rassicura Pietro, a cui sembra di essere protetto anche dall’intensità delle proprie emozioni.

Ma presto l’apatia di Simone comincia a farlo sentire insofferente e nervoso e, nel tentativo di coinvolgerlo, Pietro confida a Simone le angosce che a volte lo tormentano nei momenti di solitudine.

Simone, però, evita il dialogo trincerandosi dietro a una prigione di luoghi comuni:

“Stai male? Avanti, non farne un dramma. Tutti hanno i loro problemi.”

“Ti senti solo? Ma cosa dici! Non puoi sentirti solo. Conosci un sacco di gente!”

“Insicuro tu? Dai, non farmi ridere!”

In breve tempo il muro dell’apatia emozionale di Simone rende Pietro insoddisfatto e ansioso.

Simone disprezza sistematicamente i suoi interessi e le sue proposte, vuole soltanto vagabondare per i locali, commentando i vestiti e gli amanti degli altri e lamentandosi per la noia che sembra consumare la sua vita.

Percependo che la monotonia nell’esistenza di Simone è frutto della sua sordità emotiva, Pietro spinge al massimo il volume dei propri sentimenti, diventando sempre più passionale, irascibile, impulsivo e geloso e alimentando in questo modo le critiche e il disprezzo da parte del compagno, in un parossismo di passione e incomprensione cui diventa difficile sottrarsi.

Quando infine approda alla terapia si sente intrappolato in un circolo vizioso di delusione e dipendenza.

Piange per un nonnulla, è geloso fino a perdere le staffe e spaccare tutto ciò che gli capita a tiro, implora Simone di vivere con lui ma subito dopo lo supplica di lasciarlo, ha paura degli altri e non riesce più a stare solo.

Vorrebbe allontanarsi da Simone che giudica troppo diverso e lontano da sé, eppure cerca di smuoverne l’inerzia emozionale amplificando i propri sentimenti in un crescendo che spaventa lui stesso.

Il percorso che affronteremo insieme lo aiuterà a riconoscere dentro di sé l’empatia che muove quei comportamenti esagerati e il dono di impulsività che istintivamente e inconsciamente offre a Simone nel tentativo di aiutarlo a riprendere contatto con le emozioni rimosse.

Un dono talmente generoso da minare l’equilibrio emotivo di Pietro e da rendere impossibile proprio quella reciprocità che egli tenta di costruire inutilmente.

Carla Sale Musio

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