Archive for Luglio, 2015

Lug 31 2015

IL TRENO

“ Dammi una mano”, gli disse la madre. “ Questa valigia è pesante”.

Lui la aiutò, sostenendo uno dei manici: era felice di esserle utile.

Il padre procedeva gravato da un vecchio baule che trascinava a stento.

La sorella, sette anni appena, portava con sé una borsa leggera e una gabbietta con due cardellini.

Salirono in treno: subito dopo, la partenza.

Lo sguardo del bambino accarezzò la stazione e le case basse del paese, mentre il treno si allontanava e il fischio sembrava un addio, urlato nell’aria.

***

Non avevano ben capito perché fossero partiti: avevano visto i genitori raccogliere calmi le loro cose.

Solo questo era stato detto ai figli: che dovevano andare.

Nei vagoni, gente di tutti i tipi: anziani chiusi nei loro pensieri, donne che chiacchieravano tra loro, bambini che si inseguivano nei corridoi.

Lui guardava dal finestrino e ormai il panorama gli era sconosciuto.

Nove anni, ma già capiva la nostalgia, che attraverso i vetri sporchi gli rattristava il cuore.

***

Era passato diverso tempo: quel viaggio sembrava non finire…

Molte fermate si erano succedute, alcuni passeggeri erano scesi, altri avevano occupato i sedili rimasti liberi: quasi tutti trafelati, sistemavano alla meglio le loro cose e si guardavano intorno, magari conoscessero qualcuno.

***

A stento in prossimità delle stazioni si capiva il nome dei luoghi: il treno rallentava, una breve sosta e poi via di nuovo, verso la destinazione successiva.

A un certo punto il padre si alzò, inaspettatamente.

Cominciò a raccogliere le sue cose, con calma, con serietà, come tutto quello che aveva sempre fatto.

Il treno diminuì la velocità, si fermò.

Lui si volse verso di loro: la moglie lo guardava con tristezza, la bambina gli si gettò tra le braccia. Anche il figlio si strinse a lui e seppe che avrebbe rimpianto per sempre quell’abbraccio, quell’odore di uomo, la sua guancia pungente.

Il padre li avvolse in uno sguardo accorato e poi scese, lentamente.

***

Dopo molte altre fermate anche la madre si alzò.

I due figli tremarono nel cuore.

Lei si assicurò che il fratello proteggesse la sorella, chiedendogli un impegno d’onore.

Lui, commosso, chinò il capo e lei li baciò entrambi con forza, con una tenerezza struggente.

Poi, sorridendo mesta, scese a una stazione sconosciuta, nebbiosa e quasi deserta.

***

I due fratelli si accostarono l’uno all’altra.

Si guardarono rattristati.

Sapevano di dover continuare da soli il loro viaggio.

***

Una vecchia signora sferruzzava da tempo nel sedile accanto: dentro una borsa di stoffa, un cucciolo di cane, che trascorreva buona parte del tempo a dormire.

Quando la donna si alzò, come chiamata da una voce interiore, e sistemò i ferri da calza e la lana colorata, i fratelli capirono che anche lei si apprestava a scendere.

I due, partiti bambini, erano cresciuti durante quel viaggio: lei si era fatta una bella ragazzina, lui un giovanissimo uomo.

La donna sorrise loro e, preso in braccio il cucciolo, lo donò al ragazzo.

Poi, sostenendosi cautamente, si lasciò inghiottire dall’oscurità.

***

Ma quello che il ragazzo non si aspettava era che all’approssimarsi di un’altra stazione, anche la sorella si sarebbe alzata.

I due si strinsero in un abbraccio spasmodico e non ebbero la forza di parlare.

Lei raccolse la borsa leggera, con cui era partita, e la gabbietta con i cardellini.

Attraverso le lacrime, lui vide la sorella abbassare il finestrino del treno e aprire la gabbia: i due animali, ormai molto vecchi, si guardarono intorno ma rinunciarono a quel frustolo di libertà.

Poi il ragazzo la aiutò a scendere, accompagnandola con cautela lungo i gradini.

Lei rimase a guardarlo, dal basso, le braccia lungo il corpo, la gabbietta sul selciato.

***

Il ragazzo e il suo cane crebbero insieme, durante quel viaggio interminabile, stancante, attraente: tanti luoghi attraversati, persone diverse, sguardi d’amore, abbracci di saluto, singhiozzi di rimpianto, lacrime di nostalgia.

Ormai il ragazzo era un uomo e il suo cane faticava a reggersi sulle zampe.

Lui carezzava dolcemente l’animale, ne valutava le scarse forze, temeva il distacco imminente.

***

Ma ecco, inaspettato, il nome della stazione successiva: come un richiamo forte, che giungesse dal profondo del cuore.

Senza esitare lui si alzò.

Vedeva luci in lontananza: lasciò sul sedile le poche cose che aveva, prese in braccio il vecchio cane, che gli si poggiò morbidamente addosso, e attese che il treno si fermasse.

Si chiese con ansia cosa sarebbe accaduto.

***

Sotto la pensilina, alcune figure in attesa.

Le porte del treno si aprirono.

Lui scese, esitante.

Guardò con attenzione: erano loro?

Si avvicinò incredulo, accelerò il passo.

Finalmente fu sicuro e gli sembrò che il cuore gli scoppiasse in petto.

Erano davvero loro, sorridenti e luminosi: i genitori, giovani come un tempo, la sorella ancora ragazzina, la gabbietta sul selciato.

Lui ebbe appena il tempo di poggiare dolcemente il cane per terra: e affondò il volto tra i capelli morbidi della madre.

Mentre la stringeva forte, sentì la voce sottile di lei dire, sommessamente: “Quanto tempo!”.

Gloria Lai

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Lug 24 2015

CREATIVITÀ E PARANORMALITÀ

Chi possiede una personalità creativa ha spesso fenomeni paranormali di vario tipo.

E questo succede già quando si è molto piccoli.

I bambini vivono con naturalezza la paranormalità e, solo in seguito agli atteggiamenti ridicolizzanti o colpevolizzanti degli adulti, imparano a vergognarsene e a nasconderla come se fosse qualcosa di sbagliato.

Nella nostra società tutto ciò che accade a dispetto della fisica, della logica e della ragione è considerato paranormale.

Cioè A-normale, perciò sbagliato e quindi da evitare.

La parola paranormalità non piace.

Evoca sedute spiritiche e malvagità oppure giochi di prestigio e trucchi da baraccone.

La scienza ufficiale la deride e non la riconosce, le religioni la demonizzano e la vietano.

Noi psicologi, che non siamo né scienziati né religiosi, poiché ci occupiamo di mente, psiche e cervello, con la paranormalità dobbiamo fare i conti.

Il termine paranormale indica una serie di fenomeni psichici che trovano spiegazione nelle peculiarità dell’emisfero destro del cervello.

Poiché l’emisfero destro è sempre ben attivo in tutte le personalità creative, frequentemente accadono loro fenomeni paranormali.

L’emisfero destro utilizza una modalità conoscitiva basata sull’immediatezza e sulla sintesi, diametralmente opposta alla più comune modalità dell’emisfero sinistro incentrata sulla sequenza e sullo scorrere del tempo.

I programmi scolastici fanno sì che l’emisfero sinistro si sviluppi maggiormente rispetto al destro, perciò durante la crescita le peculiarità del destro diventano poco attive.

La maggior parte delle persone perde le proprie potenzialità paranormali entro i dodici anni.

Le personalità creative, invece, sono poco addomesticabili perciò, nonostante gli studi, non possono rallentare le attività dell’emisfero destro che in loro rimane sempre molto vitale.

Ecco perché hanno spesso fenomeni paranormali.

I fenomeni paranormali si producono grazie al buon funzionamento del loro emisfero destro che li informa inspiegabilmente e improvvisamente su fatti solitamente conosciuti nel corso del tempo o grazie a una sequenza di passaggi logici.

Oltre alla paranormalità, noi psicologi abbiamo una visione diversa da scienza e religione anche per quanto riguarda il tempo.

Per noi il tempo può presentarsi in due modi differenti.

Uno è lo scorrere del tempo, in cui ci sono: passato, presente, futuro e un durante che trascorre dal passato verso il futuro.

L’altro modo è il tempo dell’inconscio, dove ciò che succede esiste sempre in un costante presente che si conosce grazie ad associazioni affettive.

I traumi, ad esempio, nell’inconscio sono sempre presenti e, anche quando sono passati, mantengono invariate tutte le loro peculiarità. Purtroppo.

Per fortuna, anche i momenti felici mantengono nell’inconscio tutta la loro attualità.

Le proprietà del tempo nell’inconscio spiegano perché chi ha subito un trauma, per esempio un incidente d’auto, non riesce più a salire in macchina senza provare reazioni di paura e di fuga proprio come se l’incidente stesse succedendo in quel momento.

Queste caratteristiche ci aiutano a capire come mai si fa così tanta fatica a chiudere le storie che non vanno bene. Nell’inconscio i momenti belli trascorsi in passato (anche se pochi) esistono in un eterno presente e interferiscono con la consapevolezza delle miserie e delle tristezze attuali.

La paranormalità spiega tanti fenomeni strani che succedono alle personalità creative.

Fenomeni che solo alcuni accolgono con gioia e curiosità mentre la gran parte delle persone li demonizza e li vive con paura.

La scarsa conoscenza dei meccanismi che determinano l’accadere di questi fatti rende diffidenti e spaventati, mentre una maggiore dimestichezza permette di utilizzare al meglio le possibilità a nostra disposizione.

Questi fenomeni non sono pericolosi, anzi! Sono delle risorse in più da utilizzare.

Occorre comprenderli e liberarli dal manto di superstizione che li avviluppa, etichettando chi li vive come un pericoloso portatore di diversità e di negatività.

Aprire il dialogo su questi argomenti aiuta a prendere confidenza con una diversa modalità di conoscenza.

Una modalità immediata e istintuale che le specie animali utilizzano spontaneamente per sopravvivere e comunicare tra loro.

L’istinto si basa su una conoscenza che sfugge ai meccanismi della ragione, ma che può essere altrettanto valida ed efficace.

Ascoltare le proprie intuizioni non significa smettere di pensare o di ragionare, ma utilizzare degli strumenti in più per vivere meglio.

Carla Sale Musio

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Lug 18 2015

UCCIDERSI UN POCO ALLA VOLTA…


Nella nostra società malata di violenza e di prepotenza la depressione e il desiderio di morire non sempre si palesano apertamente ma, spesso, agiscono in maniera sotterranea, conducendo a un suicidio inconscio, lento e premeditato.

Un suicidio che sfugge alla consapevolezza e si nasconde dietro ai comportamenti stereotipati, incentivati dagli ingranaggi dell’economia.

La sofferenza, psicologica e fisica è funzionale alla vendita di così tanti prodotti da essere sponsorizzata e spacciata per convivialità.

Basta pensare alle feste di Natale.

Nel periodo natalizio il bombardamento mediatico (inneggiante allo scambio dei regali e alla condivisione di cene e pranzi succulenti) induce artificialmente il desiderio di trovare calore e conforto in un’armonia famigliare conseguente al mangiare insieme invece che frutto dell’ascolto reciproco e di una costante messa in discussione di sé.

Le festività, lungi dall’essere quel paradiso del volersi bene proposto dalle pubblicità, sono spesso un momento drammatico di confronto con se stessi e con gli altri.

Gli incontri preconfezionati imposti dalla tradizione, infatti, fanno emergere ogni genere di difficoltà che per non rovinare la festa vengono taciute, in nome di una reciprocità ostentata e priva dell’autenticità e dell’introspezione che accompagnano le relazioni profonde.

In tante occasioni lo scambio del cibo e dei regali sostituisce lo scambio affettivo, lasciando insoddisfatti e appesantiti nell’anima come nelle viscere.

Bere e mangiare in compagnia sono diventati gli indicatori privilegiati del coinvolgimento affettivo.

Più si mangia e più ci si vuole bene!

Ma soprattutto: s’incrementano i guadagni delle multinazionali, che hanno tutto l’interesse a concentrare l’attenzione dei consumatori sul sapore delle pietanze (e sulle immancabili medicine che ne accompagnano la digestione e l’assimilazione) piuttosto che sull’ascolto di sé e degli altri.

Il nostro modo di vivere, fondato sull’apparire invece che sul sentire, trascura lo scambio emotivo e lo sviluppo della sensibilità, incentivando uno stare insieme formale, privo di un’intima condivisione.

Mangiare diventa così il veicolo di uno sbandierato volersi bene, che non soddisfa i bisogni profondi ma che appaga un piacere effimero, goliardico e vuoto di una reale reciprocità.

Ingerire alimenti di vario tipo non è più il necessario approvvigionamento di nutrienti nel corpo, ma un sistema veloce e facilmente fruibile per stordirsi e abbandonare le preoccupazioni quotidiane, una droga, economica e alla portata di tutti, capace di mettere a riposo i pensieri spostando l’energia dalla mente alla pancia.

Le persone sensibili, però, faticano a seguire questo stile di vita e finiscono spesso per sentirsi diverse e strane in una società che abiura l’interiorità e il valore della vita emotiva.

Il bisogno di riconoscimento sociale spinge a conformarsi agli standard imposti dagli ingranaggi della macchina economica, trasformando la fame di reciprocità in una fame nervosa: compulsiva e insaziabile.

Una fame che costringe a mangiare molto più del necessario, per non sentire il dolore della solitudine e per sfuggire la difficoltà di essere se stessi in una società intossicata di superficialità.

Prende forma così quel suicidio inconsapevole che fa ammalare tante persone, incrementando la fortuna delle multinazionali alimentari e farmaceutiche.

Mangiare per riempire il vuoto emotivo e per stordire il bisogno di verità, diventa una scelta (quasi) obbligata, la via più rapida per evitare l’ascolto di sé.

È risaputo che un’alimentazione eccessiva e ricca di sostanze tossiche conduce inevitabilmente verso la malattia e la morte ma, inconsciamente, cerchiamo di dimenticarcene, sommersi dalla miriade di consigli e di buone ragioni che invitano a ingurgitare sempre di più.

Invece di responsabilizzarci e seguire uno stile alimentare frugale e calibrato alle esigenze dell’organismo preferiamo scegliere le vivande in base al sapore e alle immagini colorate stampate sulle confezioni dei prodotti.

Sappiamo che troppi grassi fanno male, le farine sono dannose, i latticini provocano innumerevoli malattie, la carne è piena di ormoni e intrisa della paura degli animali condotti al macello.

Ma, grazie a un meccanismo patologico chiamato rimozione, possiamo dimenticare queste informazioni e comprare ogni genere di alimento, lasciando che il nostro corpo si deteriori progressivamente mentre tamponiamo i sintomi con tante pastigliette colorate, studiate apposta per sostenere una cronica dipendenza dal cibo e dalle medicine.

L’informazione ufficiale, ovviamente, non ne parla.

E i tanti studi che evidenziano le correlazioni tra l’alimentazione e le malattie che affliggono la nostra vita moderna, sono abilmente sepolti sotto una coltre di luoghi comuni, volti a mantenere in piedi il mercato alimentare e i guadagni delle case farmaceutiche.

L’insensatezza è la patologia evidente di una società che scrive: “NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE” sui pacchetti delle sigarette e poi ne consente la vendita, guadagnandoci sopra grazie al monopolio di stato.

Non sorprende che sia spacciata per sana e salutare un’alimentazione che conduce alla decadenza del corpo e alla malattia.

Scoprire l’imbroglio commerciale che tiene in piedi la vendita di tanti prodotti tossici genera un senso di sfiduciata impotenza.

Un’insidiosa e invisibile depressione permette all’incoscienza di dilagare nella psiche, facendo sì che la malattia e la morte siano: inevitabili conseguenze degli anni che passano, invece che segnalare un danno a carico delle nostre scelte di vita.

Uccidersi un poco alla volta divorando cibo nocivo è la scelta che tante persone portano avanti (più o meno consapevolmente), convinte che:

“Intanto… di qualche cosa si deve pur morire!”

e che:

“Si vive una volta soltanto!”.

E dimentiche che il benessere è la conseguenza di scelte responsabili e consapevoli ma, soprattutto, di una condivisione fraterna profonda e capace di accogliere la fragilità, invece che annegarla in un mare di sapori senza sostanza.

Carla Sale Musio

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Lug 12 2015

INCONTRARSI DOPO LA MORTE

Quando il corpo fisico non c’è più ciò che resta è soltanto l’amore, che diventa più intenso a mano a mano che la capacità di amare evolve nelle dimensioni intangibili della coscienza.

Il nostro coinvolgimento profondo, infatti, è un’energia che oltrepassa la realtà materiale e si estende nell’immensità dell’esistenza.

Senza limiti.

Crediamo che la coscienza sia circoscritta alle percezioni fisiche e facciamo fatica a comprendere una realtà formata soltanto da emozioni.

La cultura dell’indifferenza e della materialità in cui viviamo ci ha portati a dimenticare che, insieme alla nostra rassicurante fisicità, esiste una dimensione fatta di vissuti privi di densità ma reali e importanti ai fini della salute, del benessere e della crescita interiore.

Una dimensione che appartiene alla coscienza e che è indispensabile conoscere per poter incontrare le persone che non hanno più il corpo.

Le emozioni hanno una componente somatica (battito cardiaco, sudorazione, contrazioni muscolari, risate, lacrime…) che ci permette di riconoscerne gli effetti nella materia ma, insieme a questi aspetti concreti, possiedono anche una realtà interiore priva di fisicità e altrettanto importante.

Per rendercene conto basta pensare ai momenti in cui ci siamo sentiti profondamente coinvolti: uno sguardo pieno d’amore, il sorriso di un bambino, la delusione conseguente a un insuccesso, la paura di essere abbandonati, la rabbia davanti alla prepotenza…

Sarebbe riduttivo e poco realistico limitare queste esperienze alle loro manifestazioni fisiche!

Le emozioni sono molto più che un insieme di percezioni corporee.

Sono la chiave che dalla concretezza della quotidianità consente di accedere all’immensità dell’esistenza.

Dopo la morte del corpo, la vita affettiva acquista maggiore pregnanza e diventa il canale che ci permette di incontrare ancora le persone che abbiamo amato.

È grazie alle sensazioni interiori, infatti, che è possibile stabilire un contatto con chi ha lasciato il corpo e ricreare l’intimità e l’unione vissute durante la vita materiale.

Le comunicazioni tra chi ha ancora un corpo e chi invece non lo possiede più sono possibili e frequenti, ma per ottenerle è necessario accettare l’evoluzione che i nostri cari sperimentano nell’immaterialità.

Dopo la morte del corpo oltre alla fisicità si abbandona anche la personalità, cioè quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti che ci caratterizzano e sono strettamente intrecciati alla corporeità.

Ciò che rimane è la sapienza acquisita grazie alle esperienze interiori, una saggezza capace di aiutarci a cogliere il senso profondo della vita, oltre le apparenze materiali.

Quando il corpo non c’è più, la comprensione emotiva (finalmente libera dalle zavorre della fisicità) può dispiegare tutto il suo potenziale, permettendo al coinvolgimento di manifestarsi.

E, per chi ancora possiede un corpo, diventa possibile ritrovare coloro che si sono spostati nelle dimensioni immateriali, incontrandoli nel proprio mondo interiore.

Le emozioni danno forma al linguaggio che permette questi dialoghi, un codice fatto di sensazioni intime, vive e pulsanti, che rimane attivo anche dopo la morte.

L’amore diventa un’antenna capace di captare la presenza di chi abbiamo amato e garantire la comunicazione.

Si tratta di contatti che avvengono unicamente nel mondo interiore ma che possiedono una profonda autenticità.

Le esperienze emotive, infatti, si verificano dentro una dimensione immateriale della coscienza e perciò non si possono riprodurre, standardizzare, quantificare o misurare.

L’amore è un fenomeno soggettivo.

Ma questo non ne scalfisce l’importanza.

Ognuno può affermare con sicurezza di essere stato innamorato, anche senza bisogno di prove ottenute in laboratorio e di conferme da parte degli scienziati!

Dopo la morte la capacità di amare si sviluppa e prosegue il percorso di crescita iniziato durante la vita fisica.

I nostri cari nella dimensione immateriale, perciò, non rimangono sempre uguali a come li abbiamo conosciuti quando ancora avevano il corpo, ma cambiano, crescono e diventano migliori.

Proprio come nel mondo della materia i bambini diventano adulti.

La crescita psicologica non finisce mai e, quando abbandoniamo la fisicità, prosegue nelle profondità più rarefatte dell’esistenza.

I nostri cari disincarnati spesso manifestano una saggezza e un’amorevolezza diverse rispetto a quando erano in vita, e questo può disorientarci e rendere difficile il riconoscimento e i colloqui.

Occorre abbandonarsi con fiducia all’esperienza dell’incontro, lasciando da parte il giudizio e accogliendo il contatto affettivo senza aspettative, con la curiosità e l’ingenuità che hanno i bambini.

Chi non possiede più il corpo è desideroso di condividere la propria esperienza immateriale, e sussurra nella nostra coscienza la sua nuova consapevolezza della realtà.

È una comunicazione fatta di sensazioni intime, d’immagini e di comprensioni telepatiche che trovano una coerenza logica soltanto nel tempo, quando la nostra percezione (razionale e intrisa di materialità) riesce a tradurle in parole senza deformarne il senso.

Non sempre è facile comprendersi e attribuire autenticità a questi dialoghi che non siamo abituati a identificare e ad ammettere.

È un cammino nuovo che occorre imparare a riconoscere e permette di affrontare la morte con una diversa apertura, sfatando il mostro dell’annientamento e restituendo all’amore la sua giusta importanza nell’esperienza della vita. 

La morte è soltanto un passaggio evolutivo in dimensioni nuove della coscienza.

Carla Sale Musio

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Lug 06 2015

LE RONDINI

Era vecchio e camminava lento.

Sceglieva portoni di chiese e panchine per la notte.

Portava con sé una coperta ormai logora, dono lontano di una donna pietosa.

Lo accompagnavano un cane e un gatto, vecchi anche loro come lui.

I tre conducevano vita randagia: si fermavano dove l’aria leggera li attraeva o la bellezza di una piazza li chiamava.

Lui chiedeva l’elemosina: i suoi animali, miti e pazienti, attiravano carezze.

Sul volto e sul corpo dell’uomo i segni di una bellezza lontana.

*** *** *** *** *** ***

Passavano in strada quasi tutte le ore, le sere d’estate trascorse a guardare le rondini, a vederle sfrecciare nel cielo.

Negli occhi dei tre si specchiava l’andare veloce degli esseri alati: incantato da quei voli felici, lui provava una gioia che gli feriva il cuore.

*** *** *** *** *** ***

Anni prima amava una donna, viveva con lei, lavorava.

La sua presenza lo rendeva orgoglioso.

Poi, la fine di tutto: un altro amore per lei.

Lui, da solo, si lasciò andare, si trascurò.

In realtà non amava lottare: era fragile, docile, bello.

Non lottò neanche allora.

Ma senza di lei si sentiva un inetto.

Si diede colpa di tutto: non trovò più la forza di uscire di casa.

Si chiuse al mondo, perse il lavoro, gli mancarono i soldi per pagare l’affitto.

Infine, la strada.

Una scelta sofferta agli inizi, ma dopo fu tutto più facile.

*** *** *** *** *** ***

I due animali li aveva trovati per caso: il cane, smarrito da padroni distratti.

Bastò che lui lo chiamasse e quello accorse, nello sguardo una nuova speranza.

Il gatto, invece, lo vide sfuggire al bastone brandito da un uomo: per calmare quell’essere terrorizzato, lui impiegò ore intere a parlargli, a stanarlo da un buco nel muro dove si era infilato.

Poi il gatto sporse la testa e accolse esitante le carezze di lui.

Decisero di vivere insieme il tanto che gli restava.

E lui, guardando gli occhi di quegli animali, tornò ad amare docilmente la vita.

*** *** *** *** *** ***

Avevano attraversato città e campagne: accolti pietosamente, altre volte cacciati con ira.

Quel giorno, dopo aver camminato per ore, decisero di fermarsi.

Sconosciuto il paese.

Imbruniva: era un sabato estivo.

Una strada deserta, un tetto spiovente, la coperta per terra: poi il sonno, pesante e immediato.

*** *** *** *** *** ***

Tre balordi uscivano da un’osteria: ubriachi, gretti e annoiati.

Il tedio del sabato sera li rendeva più insofferenti, li spingeva a cercare uno svago.

Bevevano ancora, scambiandosi rapidi la bottiglia di vino.

*** *** *** *** *** ***

In fondo a una strada deserta, qualcosa per terra: i tre si accostarono, li videro dormire sereni.

I balordi risero e scossero il vecchio.

Lui si svegliò, domandò che cosa volessero.

Non giunse nessuna risposta.

I tre cominciarono a scuoterlo, lo videro debole e inerme.

Ma il cane e il gatto balzarono avanti in difesa di lui.

Allora i tre si accesero d’ira.

Colpirono a calci e a pugni, incuranti dei denti del cane, dei fragili artigli del gatto.

Si rivolsero all’uomo, che voleva salvare gli animali.

Non li fermò lo sguardo di lui.

Smisero solo quando li videro immobili.

Poi, un rivolo caldo e lucente.

Rosso come vino di novembre.

*** *** *** *** *** ***

Quanto tempo era passato?

Lui aprì gli occhi per primo.

Provava un vigore lontano, la stessa forza di quand’era ragazzo.

Accanto a sé i due animali, vitali e agili come nel tempo andato.

E intorno le nuvole terse, simili alla luce del diamante.

Si stupì e guardò in basso: a grande distanza vide alberi e fiumi, monti e città.

E le persone, minuscoli punti indistinti.

Allora lui ricordò l’accaduto, ma non provava ira, non voleva vendetta: era al di là delle cose del mondo, immensamente oltre il dolore e il rimpianto.

Lui, il suo cane e il suo gatto ormai respiravano la bellezza del cielo.

E dall’alto si incantarono a guardare i voli felici delle rondini.

Gloria Lai

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