Tag Archive 'SepAmarsi'

Gen 23 2019

ADOTTARE IL BAMBINO INTERIORE E VIVERE A LUNGO FELICI E CONTENTI

Capita a tutti di perdersi nel labirinto del dolore, delle recriminazioni e delle colpe.

.

“Mio padre non voleva e ho imparato a non muovermi.”

“Mia madre era troppo severa e oggi sono pieno di paure.”

“Non è colpa mia, mi hanno insegnato che si deve fare così.”

.

Sono tante le ragioni con cui giustifichiamo noi stessi.

Quello che molti ancora non sanno è che questi pensieri ci incatenano pericolosamente alla nostra storia infantile ostacolando l’evolversi dell’amore.

Il segreto per vivere un’appagante vita di coppia si chiama:

RESPONSABILITÀ

E consiste nell’accettare le mancanze dei genitori senza compiangersi, assumendo in prima persona tutto il peso dell’esistenza.

infatti, dal punto di vista psicologico, diventare adulti significa comprendere il valore delle sofferenze che abbiamo dovuto attraversare.

Lo so, lo so, lo so!

I genitori hanno la responsabilità di crescere con attenzione i propri figli.

Ma non bisogna dimenticare che la maturità ci conduce a guardare oltre le aspettative della fanciullezza.

Come ho detto tante volte, la convinzione che nostro padre e nostra madre siano dei super eroi affonda le sue radici nella totalità della vita intrauterina.

E quella prima esperienza, magica e perfetta, impronta di sé la comprensione della realtà durante l’infanzia.

Questo significa che da bambini coltiviamo la certezza di meritare dei genitori onnipotenti e l’idea della loro imperfezione è vissuta come una inadeguatezza personale.

Quasi che ai bambini cattivi spettassero genitori cattivi e ai bambini buoni, invece, genitori buoni.

Questo succede perché l’egocentrismo e la simbiosi che caratterizzano i primi anni di vita limitano la comprensione degli avvenimenti e solo diventando adulti si impara a distribuire le responsabilità in modo adeguato.

Crescendo impariamo a comprendere che papà e mamma sono l’humus in cui germogliano i semi della nostra esistenza, gli ostacoli e i doni necessari a far emergere l’unicità che caratterizza ciascuno di noi.

Questo non vuol dire che i genitori siano esonerati dalle loro responsabilità.

Ma incolparli delle nostre problematiche ci incatena al ruolo di vittime e non risolve i problemi.

Quando possiamo scorgere anche le loro difficoltà e considerarne i limiti senza per questo sentirci sminuiti superiamo la dipendenza infantile e attiviamo la resilienza nel mondo interiore, trasformando le asperità in punti di forza.

Questo ci permette di prenderci finalmente cura del Bimbo Interiore dedicandogli tutte le attenzioni che non ha ricevuto in passato.

Adottare in prima persona il bambino che siamo stati evolve le parti immature della psiche ed è il presupposto indispensabile per costruire una relazione di coppia emotivamente appagante.

Infatti, quando il nostro cucciolo interiore parte alla ricerca di un genitore capace di compensare i torti della vita viene attratto inevitabilmente dalle situazioni che ripropongono le sofferenze antiche, nel tentativo impossibile di riuscire a risolverle.

È così che nascono tante delusioni d’amore.

Ripercorrono inconsciamente un copione perdente e nascondono l’attesa miracolosa che qualcun’altro possa colmare i nostri bisogni.

Tuttavia, questo progetto infantile è destinato a fallire.

Per risolvere molti drammi sentimentali è indispensabile prendersi cura personalmente del bimbo che siamo stati, ascoltando le sue sofferenze e costruendo con le nostre mani il percorso necessario a crescere.

In un rapporto di coppia si è sempre in tanti.

Anche quando sembra di essere solo in due.

Ci sono i Bambini Interiori, i Genitori Interiori, gli Adulti Interiori… e una cricca di gente varia che si alterna nella psiche rendendo i rapporti appassionanti e complicati insieme.

Accogliere in se stessi i propri Bambini Interiori è il primo passo per costruire una reciprocità in cui sia anche possibile farli giocare insieme… senza abbandonarli in adozione al partner e senza deluderne le aspettative.

Per vivere a lungo felici e contenti è necessario imparare ad amare le parti ferite, vulnerabili e insicure che nascondiamo anche a noi stessi.

Solo così l’amore diventa uno scambio disinteressato, coinvolgente, emozionante, intimo e profondo.

Carla Sale Musio

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Dic 27 2018

AMARE SENZA PRETENDERE NULLA IN CAMBIO

… Ma si può?!

 

Davvero si può amare senza pretendere nulla in cambio?

 

Be’… se il compenso dell’amore è amare… allora no, non si può.

Se ogni gesto d’amore è un atto di egoismo, perché amare è un piacere e perciò anche un guadagno… allora no, non si può.

Se amare vuol dire assecondare un impulso interiore senz’altra possibilità di scelta… allora no, non si può.

Insomma, se tutto, ma proprio TUTTO, è la conseguenza di un tornaconto egoistico… allora non si può amare senza pretendere nulla in cambio perché ogni gesto d’amore è in ultima analisi un atto di egoismo.

Credo però che la parola egoismo vada definita meglio.

Nel linguaggio comune, egoismo indica la pretesa insensata (e perciò patologica) che il proprio bisogno sia più importante di quello degli altri.

L’egoismo nei bambini è fisiologico e necessario.

Serve alla sopravvivenza e insegna a badare a se stessi.

Con la crescita, però, deve cedere il posto al suo contrario: l’altruismo.

Ossia: la capacità di mettere i propri bisogni in secondo piano per agevolare qualcun altro e creare le basi della cooperazione.

L’amore ci spinge in direzione dell’altruismo.

Insegna a dare solo per il piacere di far contenta un’altra creatura.

(I più puntigliosi sottolineano che proprio questo piacere trasforma l’altruismo in egoismo. Tuttavia comunemente non facciamo tanti cavilli e definiamo egoista la persona che pensa solo a se stessa e altruista colui che invece si prodiga per gli altri.)

Gli altruisti sono persone che sanno amare senza pretendere nulla in cambio.

E tutti lo siamo… ogni tanto.

Diventiamo altruisti ogni volta che anteponiamo le necessità di qualcuno alle nostre.

Di solito avviene inconsciamente, senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.

Succede soprattutto quando l’amore ci spinge a dare.

Amare senza pretendere nulla in cambio è un modo di voler bene istintivo e profondo.

Tutte le mamme lo esprimono spontaneamente con i loro cuccioli.

E tutti noi lo sperimentiamo quando ci prendiamo cura di una creatura in difficoltà.

Anche l’amore di coppia non sfugge a questa regola.

E ci regala momenti magici e di grande intensità.

Tuttavia, sovrapporre l’amore genitoriale a un rapporto coniugale è pericoloso.

Perciò in una coppia l’altruismo va osservato con attenzione, in modo da evitare che la relazione perda la sua intensità erotica e affettiva.

Nell’amore di coppia, infatti, la reciprocità è importantissima e sovvertirne le regole non è una buona idea.

L’amore vero è libertà.

Libertà di fare ciò che sentiamo giusto.

Libertà di assumerci la responsabilità delle nostre scelte.

Libertà per noi stessi e per chi amiamo.

Amare senza pretendere nulla in cambio significa lasciare all’altro la possibilità di essere se stesso.

Senza volerlo cambiare per renderlo funzionale ai nostri bisogni.

L’amore, quello vero, è sempre una scelta.

La scelta dell’onestà.

La scelta della disponibilità.

La scelta della condivisione.

Ma anche:

la scelta della solitudine.

La scelta dell’autonomia.

La scelta della diversità.

Amare senza pretendere nulla in cambio significa aprirsi alla possibilità di voler bene anche a chi non ci ama.

Senza opprimere l’altro con il nostro desiderio di reciprocità.

Senza condannare se stessi.

Senza perdere la dignità.

L’amore è un’energia e un potere.

Solo chi è capace di accoglierlo dentro di sé può cavalcare la vita senza paura di perdersi.

Carla Sale Musio

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Nov 25 2018

AMORE, LIBERTÀ E POSSESSO

Il possesso permea così tanto la nostra cultura che ci sembra naturale vantare diritti di proprietà anche sulle persone.

Le parole mio e tuo sono diventate parte del linguaggio amoroso.

Ma, l’amore prende forma nel mondo intimo senza che sia possibile circoscriverlo.

Confini e sentimenti sono incompatibili.

La vita emotiva è fatta di stati d’animo che prescindono dalla volontà.

Il coinvolgimento che proviamo verso un’altra persona è un sentire spontaneo e indipendente dai nostri desideri, appartiene all’anima.

Nessuno può decidere di innamorarsi.

L’amore segue leggi diverse da quelle del possesso e della volontà.

Ma soprattutto: diverse dall’economia.

Per questo, non è corretto usare mio e tuo parlando di sentimenti.

Non si può possedere l’amore.

Tuttavia, le regole del commercio dettano legge anche nella vita di coppia.

L’amore non produce reddito e per questo è considerato di poco conto.

Per sentirsi realizzati è necessario avere:

  • la macchina

  • la casa

  • i vestiti

  • il lavoro

  • le vacanze

  • gli amici

  • la famiglia

  • i figli

  • … … …

È difficile sostituire lo schema della proprietà con quello della libertà.

Chi ama senza aspettarsi nulla in cambio è considerato uno sciocco.

Eppure…

L’amore ha bisogno di indipendenza.

E di rispetto.

Si può amare una persona ma non si può avere una persona.

È vero:

  • la gelosia fa sentire fragili, vulnerabili e dipendenti

  • quando siamo innamorati l’altro può distruggerci con un gesto, lasciandoci feriti e impotenti in balia del dolore

  • il bisogno di sicurezza spinge a cercare garanzie per salvaguardare la continuità dei sentimenti

La paura reclama la sicurezza del mio e del tuo.

Ma l’amore è l’opposto della paura e per viverlo con pienezza è necessario esporsi al rischio della fragilità.

Solo affrontando quel rischio, infatti, si diventa grandi.

I piccoli hanno bisogno di stringere le cose tra le mani per conoscerle e apprezzarle.

Col tempo imparano a contemplarle.

Le emozioni sono come l’arcobaleno: le possiamo ammirare ma non le possiamo toccare.

Per diventare adulti è necessario imparare ad amare solo per il piacere di vivere il coinvolgimento.

Possesso e libertà sono poli opposti lungo la strada del voler bene.

La proprietà non garantisce l’amore.

La libertà, invece, sì.

È libero chi può amare senza pretendere la reciprocità.

L’amore è un sentimento spontaneo.

Possiamo nasconderlo o manifestarlo, ma non possiamo pilotarlo, indirizzarlo e circoscriverlo… senza perderlo.

Quando diciamo mio marito o mia moglie, la mia fidanzata o il mio fidanzato, senza saperlo ci autorizziamo a possedere quelle persone.

Non esiste un linguaggio che sia libero dal possesso e, ai nostri giorni, è impossibile parlare di marito e moglie, fidanzato e fidanzata, senza usare anche mio e tuo.

Una società nuova ha bisogno di parole nuove.

Liberare i sentimenti dalla tirannia del possesso è il primo passo verso un mondo migliore.

Carla Sale Musio

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Ago 30 2018

RELAZIONI INCESTUOSE

È difficile da credere.

Eppure…

La maggior parte delle relazioni di coppia sono incestuose.

Sì.

Avete letto bene, ho detto proprio: incestuose

Cioè si configurano come relazioni parentali e non coniugali.

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Ma cos’è l’incesto?

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Con il termine incesto (dal latino incestumnon casto, impuro) si intende una corrispondenza sensuale fra individui uniti da un vincolo di consanguineità o di familiarità. 

Secondo l’antropologo finlandese Edvard Westermarck (1862 – 1939) le persone che hanno passato insieme gran parte dell’infanzia provano reciprocamente una naturale repulsione sessuale.

Il tabù dell’incesto sancisce l’impossibilità di vivere una relazione erotica con qualcuno che sentiamo parte della nostra famiglia.

Gli studi antropologici hanno evidenziato come il tabù dell’incesto sia diffuso dappertutto e riguardi culture e gruppi sociali differenti.

Esiste un’incompatibilità tra la sensualità e le relazioni parentali.

Le cure materne o l’essere cresciuti insieme favoriscono l’emergere di rapporti affettivi intimi e profondi ma privi di erotismo.

In altre parole: quando una relazione diventa genitoriale o fraterna, nella psiche scatta qualcosa che la rende antitetica al manifestarsi della sensualità.

Ma torniamo alle relazioni di coppia.

Succede spesso che tra due persone innamorate prendano forma inconsapevolmente dei ruoli parentali invece che coniugali.

Mi riferisco a quelle unioni in cui uno dei partner si pone come genitore dell’altro, accudendolo e soddisfacendone i bisogni in tutto e per tutto.

In questo tipo di relazioni la sessualità si affievolisce fino a sparire, cedendo il posto a un’affettività fatta di condivisione e quotidianità ma priva di attrazione erotica.

Il calo della libido (di cui oggi tanto si discute) trova in queste situazioni una profonda radice.

Accudire il proprio partner come un figlio è un gioco affettivo antitetico al sesso e destinato ad affievolire il coinvolgimento erotico.

L’amore genitoriale coinvolge aspetti dell’affettività diversi dall’amore di coppia e scatena pulsioni opposte alla sensualità.

Eppure…

A livello profondo è proprio questo tipo di amore che molti uomini e donne ricercano nelle relazioni sentimentali.

Nascosto nell’inconscio, il sogno infantile di avere finalmente un genitore senza difetti attende pazientemente il momento della sua realizzazione.

E, spesso, l’amore di coppia sembra essere la compensazione perfetta di quella speranza mai sopita.

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“Voglio qualcuno che mi capisca, che sia capace di riconoscere il mio valore, che mi accetti per quello che sono, che sappia cogliere le mie necessità e i miei desideri anche senza bisogno di parole…”

.

Sono queste le aspettative magiche che spingono a sognare un partner, prima ancora che la scintilla dell’amore si sia accesa e una persona in carne e ossa abbia preso forma nella realtà.

Tuttavia, con queste attese andremo incontro al fallimento.

Infatti, la pretesa che lui (o lei) sia capace di soddisfare meravigliosamente ogni nostro bisogno d’amore segnala che sotto sotto stiamo cercando il genitore che ci è mancato nel passato.

E su queste basi, prima o poi, il rapporto sprofonderà nelle sabbie mobili della delusione.

L’amore è qualcosa che succede.

È un sentimento che prescinde dal prendere e, tantomeno, dal pretendere.

Agisce senza il controllo della volontà e ci coinvolge in un sentire profondo, fatto di condivisione e solitudine insieme.

E proprio la solitudine è un ingrediente importante della sensualità.

Infatti, l’amore senza solitudine è: simbiosi.

Ma la simbiosi è naturale soltanto nei primi anni di vita.

Dopo diventa patologica.

Nella maturità, la fusionalità segnala una profonda insicurezza e indica l’incapacità di camminare sulle proprie gambe, cioè di essere adulti.

Tuttavia, solo gli adulti possono avere una relazione di coppia.

I bambini hanno bisogno di vivere rapporti parentali: sbilanciati fisiologicamente e adatti alla loro crescita.

Il desiderio di qualcuno che mi renda felice, segnala che non ho ancora raggiunto la maturità psicologica indispensabile per vivere un rapporto erotico e appagante (e perciò devo ancora imparare a realizzare autonomamente la mia felicità).

Questo significa che la mia relazione, presto o tardi, perderà la magia per scivolare in un’unione di tipo parentale destinata inevitabilmente a finire.

Il rapporto con i genitori, infatti, DEVE essere superato.

Per definizione.

La dipendenza che caratterizza le relazioni con il padre e la madre è funzionale alla crescita e dura solo per un tempo limitato.

Un genitore EFFICACE insegna ai suoi piccoli come volare fuori dal nido.

I cuccioli possono godere di questo rapporto proprio perché crescendo non avranno più bisogno di quelle cure.

La genitorialità è sbilanciata per natura: papà e mamma danno e i figli prendono.

Quando questi ultimi diventeranno genitori, a propria volta daranno ai loro figli…

È una legge biologica e psicologica.

Trasferire questo modello evolutivo dentro un rapporto di coppia significa condannare la relazione a estinguersi e porta con sé incomprensioni e dolore.

La pretesa inconscia di trovare nel partner una compensazione affettiva alle sofferenze vissute durante l’infanzia è un presupposto impossibile per le relazioni coniugali.

L’amore erotico e sensuale ha bisogno di autonomia, mistero e reciprocità.

Non può esistere nello sbilanciamento emotivo che caratterizza i rapporti tra genitori e figli.

Il tabù dell’incesto garantisce il bisogno di vivere l’erotismo dentro una relazione matura, costruita grazie alla consapevolezza della solitudine, sostenuta dalla capacità di mettersi in gioco e concimata con il potere della libertà.

Non c’è posto per l’aspettativa magica di un Principe Azzurro (o di una Principessa Azzurra) arrivato a salvarci dalle rovine dell’infanzia.

Il passato è l’humus in cui sviluppiamo la nostra preziosa unicità.

Ognuno è l’eroe della propria storia e della propria vita.

La sensualità e l’erotismo sono doni che solo gli adulti possono assaporare.

I bambini hanno bisogno di crescere, non sono pronti per la sessualità.

Ed è giusto che sia così.

Carla Sale Musio

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Giu 28 2018

AMORI SBAGLIATI

Perché mi innamoro sempre della persona sbagliata?

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Facendo il mio mestiere, questa è una domanda che si sente ripetere spesso.

Sembra quasi che un destino maligno si diverta a condurci tra le braccia di chi… non ci merita!

Ma siamo davvero le vittime di amori sbagliati o si tratta, piuttosto, di scelte inconsce?

Sono convinta che tante situazioni poco felici in un primo momento possano apparire così familiari da farci sentire a casa, spingendoci verso l’abbandono e la fiducia tipiche della fanciullezza.

Le nostre parti bambine si aspettano un risarcimento danni per i torti che hanno vissuto nel passato, e coltivano l’illusione che, da grandi, un partner possa compensare quelle sofferenze donando loro l’amore che i genitori non hanno saputo offrire.

Questa visione risente dell’egocentrismo e della dipendenza che caratterizzano i primi anni di vita.

Una volta adulti, infatti, siamo noi stessi a doverci prendere cura del Bambino Interiore, riservandogli le attenzioni e le cure che gli sono mancate.

A prima vista può sembrare un compito impossibile, quasi un film di fantascienza!

Come si fa a tornare indietro nel tempo per coccolare i bimbi che siamo stati?

Eppure…

La maturità si raggiunge quando nel mondo intimo le Parti Adulte decidono di adottare le Parti Infantili, occupandosene con la dedizione che avrebbero voluto ricevere dai genitori.

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“Vorrei accudire il mio Bambino Interiore ma non so come fare.”

.

Anche questa è una affermazione che sento ripetere spesso.

Il corpo è uno solo: cresce, cambia e diventa adulto.

Tuttavia nel mondo intimo convivono un’infinità di aspetti differenti.

Nell’inconscio siamo sempre: bambini, adolescenti, adulti, ingenui, saggi, folli, giocosi, ribelli, responsabili, incoscienti…

La vita interiore è composta da un numero illimitato di possibilità che, per vivere una vita soddisfacente, dobbiamo riconoscere e gestire.

Il bambino che siamo stati vive i suoi drammi in un eterno presente e attende che qualcuno si prenda cura di lui.

Da adulti dobbiamo aiutarlo a sentirsi protetto e importante, riconoscendo i traumi e il suo bisogno di giocare, accogliendo l’ingenuità e l’entusiasmo insieme al dolore e alle profondità che lo caratterizzano.

La capacità di osservare le cose da un’angolazione giocosa e innocente è un presupposto della saggezza.

E appartiene all’infanzia.

Prendersi cura del proprio Bambino Interiore significa lasciare il giusto spazio alla sua energia, liberando i doni e la vitalità della fanciullezza insieme all’equilibrio e alla competenza della maturità.

Questo processo di integrazione ci consente di costruire una relazione affettiva scevra dal bisogno di delegare ad altri la risoluzione delle angosce passate e capace di comprendere la fragilità insieme all’autonomia.

Di se stessi e del partner.

Troppo spesso l’aspettativa magica di un Principe Azzurro (o di una Principessa Azzurra) ci stimola a coltivare il sogno di un’unione in grado di sanare miracolosamente le sofferenze del passato esonerandoci dal percorso necessario ad evolvere le parti immature della psiche.

Su questo equivoco nascono tanti amori sbagliati.

Crescono sul presupposto di una compensazione affettiva e coltivano la pretesa di ricevere dall’altro la dedizione che siamo incapaci di darci.

Si tratta di una richiesta che spinge a idealizzare il partner e conduce inevitabilmente alla delusione, con il suo corollario di colpevolizzazioni, recriminazioni e rancori.

Infatti, quando il Bambino Interiore reclama l’amore incondizionato che avrebbe voluto ricevere dai genitori, la scelta ricade inconsciamente su chi sembra poterne compensare le mancanze e che, perciò, ne incarna anche i difetti.

Sono proprio quei difetti che ci fanno sentire a casa creando la magia di tante storie impossibili.

Atteggiamenti e comportamenti così familiari da passare quasi inosservati… diventano presto gli scogli che impediscono l’amore.

Un impulso infantile ci spinge a scegliere chi impersona le qualità idealizzate del genitore che avremmo voluto avere insieme a quelle del genitore che abbiamo realmente avuto.

Tuttavia, ripetere il dramma di un tempo non fa che reiterare lo stesso tragico finale.

Chi meglio di noi può sapere di cosa abbiamo bisogno per sentirci bene?

Per liberarsi dalle sofferenze antiche è necessario assumersi pienamente la responsabilità di sé, abbracciando il cucciolo interiore con l’amore che avrebbe voluto ricevere, piuttosto che abbandonarlo tra le braccia di un partner nella speranza di poter cambiare il finale della nostra storia passata.

Carla Sale Musio

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Gen 09 2018

SEPAMARSI, UN LIBRO D’AMORE

Cari lettori, amici e curiosi è appena uscito il mio ultimo libro, frutto di una ricerca durata più di trent’anni:

SEPAMARSI

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e finalmente disponibile in tutti gli store on line e ordinabile nelle librerie.

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Sono emozionata e felice di condividere oggi con voi la bellissima recensione della poetessa e scrittrice Anna Cristina Serra, che ha curato l’editing del testo rendendolo meravigliosamente… perfetto!

Carla Sale Musio

Iniziamo dalla dedica: 

“A mia madre che non ha mai voluto separarsi.

A  mio padre che l’ha sempre tradita.”

Dirompente, coraggiosa, leale.

Dice molto di questo libro e della sua Autrice.

Li identifica, li connota, li svela.

Diversi.

Diversi da ciò che spesso incontriamo: persone,  messaggi, letture in apparenza portatori delle verità che ricerchiamo.

Ognuno la propria.

Di frequente però ci imbattiamo in patine di sostanza.

Qui, invece, percepiamo immediatamente la sincerità profonda, la ricerca, la verità del cammino.

E l’Amore.  

Quello che da questo libro trabocca ribaltando  i luoghi comuni delle nostre certezze.  

Amor che move il Sole e l’altre stelle recitava il Sommo e oggi la dottoressa Carla Sale Musio indaga perché move il sole e l’altre stelle.

E ci mette di suo.

Molto.

Per proporci un concetto d’Amore che travalica quello finora dai più conosciuto e propagandato.

E, con il suo cuore e la sua esperienza, ci conduce su strade certo non facili, aprendoci talvolta prospettive dolorose ma…la scommessa che ci porge , se vinta, dà in premio non solo la scoperta di sé stessi ma la LIBERTÀ del cuore.

E l’Amore.

Quello infinito.

Come sempre capace di esplorare i punti più bui dell’Universo e del cuore per renderli al prossimo quali fonte di luce Carla Sale Musio prosegue nella sua missione.

E quest’opera, forse più di altre, è anche un valido e pratico aiuto, quasi un manuale, per chi si sente tentennante e impaurito/a,  ad andare a “cogliere le stelle”.

Le storie delle altre Donne presenti nel libro e che mettono  a disposizione le loro esperienze, le loro lacrime e la loro forza, funzionano un po’ come apripista, un po’ come sostegno per mettere le ali e volare più in alto.

Lì dove si incontrano tutte le pienezze delle scommesse vinte, i premi che la nostra Vita ci ha riservato.

Anna Cristina Serra

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Dic 03 2017

PRINCIPI, BAMBINI E DELUSIONI D’AMORE

Allo sguardo infantile, ancora immerso nella Totalità del mondo intrauterino, i genitori appaiono creature simili a Dio: onnipotenti, perfetti e capaci di soddisfare ogni necessità.

Si tratta di un’aspettativa impossibile da realizzare nella realtà.

Tuttavia, nella delicata psiche dei piccoli, trasforma le mancanze di mamma e papà in ingiustizie, traumi e angosce terribili a cui sarà necessario porgere la dovuta riparazione… da grandi.

Infatti, una volta raggiunta la maturità, le parti bambine della personalità ci tireranno la manica, sicure che finalmente saremo noi a prenderci cura di loro nel modo giusto.

Spesso, però, gli adulti che siamo diventati trattano quelle sofferenze con la stessa distratta considerazione vissuta nel passato, costringendo il cucciolo interiore a cercare all’esterno le compensazioni necessarie per sanare le proprie ferite.

Atterriamo nella vita portando con noi la sicurezza di un potere divino pronto a soddisfare ogni nostra esigenza con sollecitudine, e questo ci spinge a credere in una reciprocità affettiva miracolosa e impossibile nella nostra realtà.

Da piccoli e, spesso, anche da grandi, pretendiamo un amore incondizionato, perfettamente sovrapponibile alle esigenze che animano il mondo interiore.

Come se le persone deputate a volerci bene dovessero essere sempre al corrente dei nostri bisogni e pronte a soddisfarli di momento in momento.

Questa aspettativa infantile trasforma l’innamoramento nel sogno di un partner capace di farci raggiungere l’appagamento che è mancato in passato.

È un desiderio inconscio che affonda le proprie radici nel pensiero egocentrico dei bambini e spinge a cercare una compensazione nella relazione di coppia.

Quando non viene riconosciuto, nel tentativo di realizzare la magia affettiva tanto desiderata, perdiamo di vista il significato della reciprocità e smarriamo il percorso di consapevolezza che l’amore porta con sé.

Perché, senza rendercene conto, sovrapponiamo i codici della Totalità (da cui proveniamo) ai limiti della dualità (in cui viviamo), caricando l’oggetto del nostro desiderio di aspettative e significati che trascendono la reciprocità e investono la relazione di un compito impossibile.

Infatti, per sanare il bilancio emotivo rimasto in sospeso e mettere in scena il copione dell’infanzia (trasformando il finale in un happy end) è necessario che il partner di cui ci innamoriamo impersoni le caratteristiche negative dei genitori.

Tanti amori controversi prendono vita dalla familiarità e dall’attrazione per chi incarna qualità e difetti delle persone che più abbiamo amato da bambini, spingendoci a cercare un appagamento miracoloso destinato a deluderci.

L’amore è un sentimento disinteressato che prescinde dalle ingiustizie vissute nel passato.

Incatenarlo ai traumi infantili alimenta la richiesta di una diponibilità affettiva impossibile da raggiungere e impedisce alla crescita emotiva di svilupparsi nella reciprocità.

La cultura romantica coltiva da sempre il mito del Principe Azzurro (e della Principessa Azzurra), idealizzando un rapporto di coppia in cui tutto scorre spontaneamente nella direzione voluta, senza difficoltà e senza responsabilità.

Ma dal punto di vista psicologico questo scenario incantato ci trascina inevitabilmente verso il fallimento.

Un partner scelto con tali criteri, infatti, rievoca emozioni, atteggiamenti e sentimenti sperimentati in famiglia e, se da un lato offre l’occasione per superare le difficoltà di un tempo, dall’altro rischia di imprigionarci dentro un copione ripetitivo e malsano fatto di frustrazioni insormontabili.

È difficile assumersi la responsabilità delle proprie azioni rinunciando a quel risarcimento danni tanto ambito e incentivato dalla letteratura, dalle fiabe e dal mito.

Comprendere i limiti di queste scelte significa accettare che i nostri genitori siano stati carenti, inadeguati e imperfetti.

Non i super eroi che ci saremmo aspettati da bambini, ma persone qualunque: con tante difficoltà e tante incertezze, incapaci di rappresentare nel mondo fisico la Totalità da cui proveniamo.

Questa verità disincantata evidenzia gli scenari infantili mettendo in luce imperfezioni e limiti.

Il partner che scegliamo (proprio come noi e come i nostri genitori) è una persona impegnata a combattere la difficile battaglia per la realizzazione di sé e non l’eroe che il destino ci ha mandato per salvarci da una fanciullezza infelice.

Cambiare il finale della nostra infanzia non è possibile: nessuno nel presente potrà salvarci dal passato.

La musica familiare delle reminiscenze infantili va ascoltata, danzata, compresa e gestita dentro noi stessi.

Proiettarla su di un partner idealizzato crea non pochi fraintendimenti, alimentando nella psiche le fantasie delle parti immature.

Non serve cercare qualcuno che si prenda cura dei bambini che siamo stati.

Occorre invece che i nostri sé adulti si rivolgano con amore al mondo infantile e finalmente regalino al cucciolo interiore la dedizione necessaria per crescere.

Nessuno meglio di noi può sapere di cosa ha bisogno e quando.

Soddisfare autonomamente i sogni del passato significa prendere in adozione quel bambino sperduto che ancora vive dentro noi stessi, permettendogli di raccontarci la sua sofferenza senza sfuggirla (come hanno fatto gli adulti di un tempo) e senza delegare ad altri il compito di occuparsene.

Solo così diventa possibile andare incontro all’Amore.

Quello vero.

Quello che non dipende dalla reciprocità dell’altro ma dal piacere di donarsi.

Senza pretendere.

Quando offriamo a noi stessi un ascolto disinteressato e pieno di attenzioni possiamo vivere la reciprocità anche nelle relazioni con gli altri. 

L’amore prende forma nel mondo intimo e poi si avventura nella vita.

Non per cercare un Principe Azzurro o una Principessa Azzurra ma per colorare la nostra esistenza del suo profondo significato.

Carla Sale Musio

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Set 22 2017

SEPARAZIONE E SOLITUDINE

La solitudine è uno spauracchio che incombe sul futuro di chi decide di separarsi.

Ripartire da soli dopo aver assaporato le gioie e i dolori della convivenza è una strada irta di pericoli.

L’autonomia fa paura.

Senza più l’alibi della convivenza a giustificare la fatica di vivere, il peso di ogni scelta si trasforma in responsabilità mentre doversi sobbarcare l’intero carico delle incombenze quotidiane appare un compito insormontabile.

Improvvisamente tanti piccoli rituali, tante abitudini condivise, tanti appuntamenti gestiti in due confluiscono in un elenco interminabile di cose da fare… senza altro aiuto che quello che sapremo dare a noi stessi.

La solitudine addita senza pietà debolezze e risorse di ciascuno, mostrando i punti di forza insieme alle ombre e alle paure.

Per questo vivere da soli è un banco di prova che pochi indomiti spiriti liberi hanno il coraggio di sperimentare.

Bisogna essere capaci di sopportare un silenzio… colmo soltanto della propria presenza.

In quello spazio intimo emergono i bilanci, i sogni, i fallimenti, i desideri, le aspirazioni, le ansie, le fragilità… e tutti i vissuti che erano nascosti dietro il pretesto del non c’è tempo, è tutta colpa sua, se solo potessi ritornare indietro… e via dicendo.

Stare da soli significa essere in compagnia di se stessi.

E questo è un compito difficile.

Il nostro stile di vita sembra fatto apposta per dirottare l’attenzione verso l’esterno, spinge a inseguire traguardi sempre nuovi e crea una pericolosa dissociazione dal mondo interiore.

Poco importa se tutto questo provoca una frattura nella psiche e genera un’infinità di malattie.

Ci sono pillole adatte per ogni occasione: analgesici, ansiolitici, ipnotici, sedativi, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore, stimolanti, euforizzanti, incentivanti… tutto fa brodo quando l’obiettivo è non sentire ciò che si agita in fondo all’anima.

L’amore, però, non ce lo possono procurare nemmeno le medicine.

Bisogna conquistarselo.

E per viverlo appieno è indispensabile imparare ad ascoltare noi stessi.

Altrimenti continueremo a proiettare all’esterno i bisogni irrisolti e a dipendere da chi, di volta in volta, ci sembra in grado di soddisfarli.

La solitudine è l’unica cura capace di sanare le ferite che accompagnano la scelta di separarsi.

Vivere da soli, infatti, consente di osservare la vita con maggior chiarezza, prendendo le distanze dai coinvolgimenti eccessivi e dall’incalzare delle emozioni.

In quel silenzio, nel vuoto che si crea al termine di una convivenza, le passioni si smorzano e progressivamente cedono il posto alla comprensione.

Per se stessi e per il partner.

A volte, la mancanza si fa sentire… e nella coppia il fuoco si riaccende magicamente.

Più spesso, la rabbia e le recriminazioni cedono il posto a una visione obiettiva della realtà, creando i presupposti per un rapporto sereno e per una migliore gestione delle incomprensioni che ancora è necessario dipanare insieme.

Stare da soli permette al dialogo interiore di manifestarsi e lascia emergere un’autenticità intima e profonda.

È in questo modo che si sviluppa la capacità di amare e prende forma un nuovo step del volersi bene, non più vittima delle passioni ma forte di una conoscenza maturata nel tempo e capace di accogliere anche le diversità che hanno portato alla conclusione del matrimonio.

Per proseguire sulla strada dell’Amore, quello con la A maiuscola, è necessario un ascolto attento dei propri vissuti, perché solo accettando le parti nascoste e ombrose di sé potranno emergere il rispetto, la fiducia e la stima necessarie a proseguire la vita su binari diversi.

La solitudine è un momento cruciale lungo il cammino della crescita affettiva.

Imparando a convivere con se stessi, infatti, è possibile concedersi l’onestà necessaria all’Amore.

E alla libertà.

Carla Sale Musio

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Lug 15 2017

ANIME GEMELLE & GENITORI IMPERFETTI

I genitori sbagliano.

È un dato di fatto.

Sbagliano anche quando ce la mettono tutta per dare ai figli l’attenzione, la partecipazione, la comprensione e la considerazione, indispensabili per crescere sani, realizzati e felici.

I genitori “sbagliano” perché la vita è un percorso individuale in cui dobbiamo imparare ad accollarci la responsabilità degli eventi che ci succedono.

Anche quando le cause sembrano indipendenti dalle nostre scelte e dalla nostra volontà.

È un discorso difficile da accettare, ma libertà e responsabilità camminano a braccetto.

Non è possibile vivere pienamente l’una senza l’altra.

Ogni volta che ci sentiamo vittime, sacrifichiamo la nostra libertà sull’altare della volontà di qualcun altro.

Quando invece ci assumiamo totalmente la responsabilità delle situazioni, diventiamo padroni della realtà.

In questa chiave, gli errori commessi dai genitori ci guidano a scegliere noi stessi.

Ponendoci davanti a un bivio.

Possiamo delegare le colpe delle nostre difficoltà e diventare vittime di un’educazione sbagliata, oppure possiamo assumerci l’onere della nostra vita e cogliere il messaggio contenuto negli avvenimenti.

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“Mia mamma non mi ha mai abbracciato, era sempre indaffarata con la casa, il lavoro e i problemi di mia nonna e mio nonno. Per me non aveva tempo. Quando, raramente, capitava che stessimo insieme non sapevamo come avvicinarci, lei burbera, severa e arrabbiata e io pronto a recriminare e a chiudermi.”

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Durante un incontro di gruppo, Pietro condivide la propria esperienza.

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“Col tempo, ho imparato a scegliere come interpretare quei fatti. Potevo sentirmi vittima di una madre fredda e assente oppure, grazie alle sue mancanze, potevo scoprire il valore dell’affettività e provare a sperimentare quello che mi era mancato. Un giorno ho deciso di sfidare me stesso e, nonostante l’imbarazzo, ho abbracciato mia madre con l’amore e la tenerezza che avrei voluto ricevere. Lei si è irrigidita, come sempre, ma quando ha visto che non desistevo, è scoppiata a piangere. Abbiamo pianto insieme. È difficile spiegare cosa succede in quei momenti. È stato lì che ho capito che ogni cosa dipende da me.”

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La vita è un’occasione per imparare.

Possiamo subire il peso degli avvenimenti o coglierne la sfida e impersonare il cambiamento suggerito da quegli ostacoli.

Come racconta Pietro, non è facile scorgere il messaggio trasformativo racchiuso nelle ferite dell’infanzia.

Tuttavia, assistere impotenti alle proprie difficoltà è altrettanto doloroso.

Quando siamo bambini, i genitori possiedono un’autorevolezza assoluta e ci aspettiamo da loro: perfezione e accettazione illimitate.

Ai nostri occhi infantili, papà e mamma appaiono dotati di poteri grandissimi e questa fisiologica idealizzazione ci spinge a crederli capaci di risolvere ogni problema.

La crescita ci restituisce il peso delle difficoltà insieme alla possibilità di superarle e, col passare degli anni, l’alone di onnipotenza cede il posto alla consapevolezza dei limiti e delle fragilità di chi ci ha messo al mondo.

In un angolo della psiche, però, la speranza di incontrare qualcuno pronto a donarci l’amore incondizionato e miracoloso che avremmo voluto ricevere da bambini, mantiene intatta la propria vitalità e attende pazientemente l’occasione giusta per manifestarsi.

Prendono forma in questo modo le aspettative magiche sull’anima gemella.

Si alimentano nei miti, nelle favole e nei sogni.

E ignorano la complessità della vita interiore.

Nelle fantasie collettive, infatti, l’anima gemella è gemella soltanto in una reciprocità idealizzata e compiacente, pronta a donare amore, stima e accettazione, ma ignara del disprezzo con cui segretamente trattiamo noi stessi.

Quando incontriamo il partner che ci fa battere il cuore, si riaccende la speranza di ottenere l’amore idealizzato dell’infanzia, e quell’aspettativa prodigiosa intreccia la devozione con la crudeltà, dando vita alle innumerevoli relazioni ambivalenti che popolano la vita di tutti i giorni.

Relazioni di amore e di guerra, di recriminazioni e di dipendenza, di passione e di delusione… prive della considerazione necessaria a comprendere la realtà intima di ciascuno.

Il mondo interiore è fatto di emozioni contrapposte che si riflettono negli occhi dell’altro come in uno specchio.

È lì che il sogno di un amore salvifico e compensatorio riprende vita, allontanandoci dall’ascolto di noi stessi e dalla comprensione della nostra intima poliedricità.

Il partner che scegliamo, infatti, ci porta in dono ciò che abbiamo sempre desiderato ma non abbiamo mai avuto il coraggio di prenderci.

E, come uno specchio, ci costringe a guardare la brutalità con cui trattiamo le parti di noi che, per diventare grandi, abbiamo dovuto rifiutare.

Detto in parole semplici, la nostra anima gemella è gemella anche nei modi che usiamo per criticare noi stessi e ci amerà con l’identica intensità con cui noi ci amiamo.

Nel bene e nel male.

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“Sono cresciuta in una famiglia in cui gli uomini potevano fare tutto ciò che volevano, mentre le donne dovevano servirli e compiacerli. Dentro di me odiavo quell’ingiusta distribuzione del potere, ma avevo imparato a essere una ragazza dolce, accondiscendente e gentile, e a farmi benvolere per la mia disponibilità. Segretamente disprezzavo quel modo di fare e mi giudicavo una vigliacca perché, pur di sentirmi amata, ero disposta a barattare anche la dignità. Mi ci sono voluti molti anni di lavoro personale per accettare le mie responsabilità nell’imbattermi sempre in fidanzati prepotenti e poco affettivi. Oggi so che quel disprezzo funzionava come un radar e richiamava nella mia vita le persone pronte a mostrarmelo con i loro comportamenti.”

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Mentre racconta le fasi del suo cambiamento interiore, Rossana ha gli occhi lucidi e si commuove ripensando al passato.

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“Mi sembrava impossibile che quella sfilza di storie sentimentali fallite fosse la conseguenza del mio modo di comportarmi con me stessa. Eppure, quando ho cominciato a permettermi una maggiore dignità, quando ho smesso di essere sempre gentile, quando ho lasciato emergere anche la mia irruenza… in quel momento le cose hanno cominciato a cambiare. Oggi ho una relazione diversa. Ho capito che il potere è un argomento che mi riguarda personalmente e l’abuso che ho vissuto da bambina è un tema da approfondire principalmente dentro di me.”

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I genitori “sbagliano” e con i loro “sbagli” ci costringono a esplorare una realtà interiore che ci riguarda.

Possiamo accettare l’insegnamento della vita e accollarci la profondità di quell’esperienza, oppure possiamo incolparli delle nostre difficoltà e aspettare che un principe azzurro, o una principessa azzurra, arrivi a pagare il conto di quegli errori, alimentando il sogno di un amore incondizionato, senza aver sviluppato dentro di noi la capacità di accoglierlo.

In quest’ultimo caso, la relazione non potrà funzionare e la delusione sarà inevitabile.

Nessuno può vivere un’intensità emotiva, se prima non ha imparato a gestirla dentro di sé.

Carla Sale Musio

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Mag 28 2017

SEPARAZIONE: la confusione fa parte del gioco

“Ho deciso: mi separo. Ma… in concreto… adesso cosa faccio?!”

È difficile rimanere lucidi, obiettivi, equilibrati e strategici, quando dentro di noi ogni cosa sembra andare in frantumi.

Il matrimonio non funziona più e la vita ci spinge a scrivere un capitolo nuovo della nostra esistenza.

Tuttavia, una volta presa la decisione e stabilito il da farsi, ecco che un malessere interno rimescola le carte, rendendoci vulnerabili, spaventati e insicuri.

La mente logica vorrebbe programmare il percorso che dalla convivenza conduce verso una nuova autonomia, ma nel mondo emotivo il caos la fa da padrone, il disorientamento annebbia l’intelligenza e un pericoloso senso d’impotenza paralizza qualsiasi capacità.

In quei momenti carichi d’incertezza è necessario arrendersi e imparare a convivere con l’inquietudine.

La confusione fa parte del gioco e non può essere eliminata.

Bisogna sopportarla.

Almeno per un po’.

Non è possibile abbandonare un progetto in cui abbiamo investito tante risorse, senza sentirci svuotati e privi di qualsiasi capacità: logica, pratica e coerente.

La vita sotto lo stesso tetto è stata un’esperienza che ha coinvolto tante energie.

Soprattutto nei momenti in cui abbiamo cercato di mantenere salda la rotta della convivenza nonostante i maremoti emotivi.

Le ragioni che oggi sostengono la scelta della separazione poggiano su un vissuto di fallimento, e fanno emergere la delusione che accompagna la fine dei progetti costruiti insieme.

Ecco perché, una volta imboccata la strada dell’indipendenza, è inevitabile sentire di aver sbagliato ed essere assaliti dai ripensamenti, dai dubbi e dalla nostalgia.

Il matrimonio presuppone una condivisione totale, sia della quotidianità che del tempo libero, e ritrovarsi di colpo a gestire un’esistenza autonoma in un primo momento può apparire un’impresa insormontabile.

La paura della solitudine dilaga nella psiche, alimentando il rimpianto dei momenti trascorsi insieme, e oscurando le innumerevoli ragioni che hanno condotto alla decisione di concludere il matrimonio.

È un effetto della trasgressione che ancora è necessario affrontare per sciogliere il vincolo coniugale.

Esiste un pregiudizio che stigmatizza quanti decidono di separarsi, quasi che chiudere il contratto matrimoniale fosse segno di una pericolosa incapacità affettiva.

I preconcetti religiosi e gli interessi economici spingono a sostenere che lo stare in coppia indichi sempre una scelta matura e responsabile e che, al contrario, vivere da soli segnali un egoismo congenito, sintomo di una cronica impossibilità a voler bene.

Così, chi sceglie di mettere fine al matrimonio deve fare i conti con la sensazione di essere sbagliato, irresponsabile, prepotente, narcisista, infantile, inaffidabile e… chi più ne ha più ne metta.

Oltrepassare le barriere di questi luoghi comuni è un’impresa piena d’insidie.

Occorre guardare con autenticità dentro se stessi e permettersi la paura insieme al desiderio di ricominciare.

È indispensabile affrontare il proprio cambiamento interiore, accogliendo la molteplicità del mondo emotivo e permettendo alle proprie parti arrabbiate, deluse, avventurose, sognatrici, razionali e vulnerabili, di esprimersi e di trovare il proprio spazio nella consapevolezza.

Gestire quest’apparente incoerenza, non è facile.

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Eppure, solo ascoltando le tante voci che parlano nel nostro inconscio (senza reprimerle e senza giudicarle) diventa possibile cavalcare la trasformazione che dal possesso e dall’egoismo conduce al rispetto, alla libertà e all’amore.

Separasi fa parte di un percorso intimo importante, profondo e ricco di doni.

Chi è capace di sciogliere un legame, attraversando la dipendenza e la libertà, può camminare  tenendo a braccetto la vulnerabilità insieme all’autonomia, e avventurarsi lungo il sentiero che conduce all’Amore.

Quello con la A maiuscola.

Per se stessi, per gli altri e per la vita.

Carla Sale Musio

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