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Feb 17 2021

ISTINTO E INTELLIGENZA

Le persone che amano gli animali coltivano spontaneamente la propria sensibilità e sviluppano una grande empatia, con conseguenze non sempre facili da gestire nel nostro mondo malato di arroganza.

Da un punto di vista psicologico, amare gli animali significa amare la diversità dentro di sé e accogliere le proprie parti istintuali riconoscendone il giusto valore nella psiche.

L’antropocentrismo ha demonizzato l’istinto e gli animali, considerandoli entrambi: rozzi, ignoranti, sbagliati e in antitesi con l’intelligenza.

Ma l’intelligenza privata dell’istinto perde la sua profondità e si riduce a un nozionismo sterile (che può diventare perverso quando applicato alla vita quotidiana).  

L’istinto, infatti, non è una componente biologica, primordiale ed inutile (come ci viene fatto credere) ma una parte fondamentale nella comprensione della realtà (chiamata in gergo tecnico: intelligenza emotiva) e legata alla percezione, alla condivisione e all’ascolto del mondo interiore (quello che ci fa ammalare o stare bene, che ci rende tristi o felici, che ci spinge al suicidio o dà senso alla vita).

Saper ascoltare l’istinto e tutto ciò che anima la vita psichica è un presupposto inscindibile dell’intelligenza e della realizzazione personale.

Per vendere smodatamente prodotti tossici ed inutili è necessario zittire quella voce interiore capace di scegliere con chiarezza ciò che è buono (in mezzo a tanti prodotti nocivi) segnalandoci istintivamente la strada verso la salute.

Gli animali (quelli liberi in natura) lo sanno e scelgono d’istinto gli alimenti necessari alla vita, scartando quelli tossici.

Per noi umani, invece, l’istinto è diventato un peso, qualcosa che impedisce la vendita di prodotti superflui e nocivi e per questo è stato demonizzato e ottuso fino a sabotarne le potenzialità.

Chi ama gli animali mantiene vivo dentro di sé l’ascolto dell’istinto.

E istintivamente capisce che il dolore è uguale per tutti: uomini e animali, buoni o cattivi.

È un sapere innato che evidenzia le crudeltà commesse dalla nostra specie.

Rendendo chi lo possiede dolorosamente responsabile della sofferenza.

Di tutti: animali, piante, esseri umani, natura…

Queste persone si oppongono con ogni mezzo alla crudeltà e alla distruzione del pianeta e portano avanti con determinazione un mondo nuovo.

Sono uomini e donne che agiscono una rivoluzione profonda, basata sull’ascolto della propria verità a dispetto del pensiero comune.

Gente capace di distinguere il bene dal male basandosi su una comprensione interiore e legata ai ritmi della natura e della vita.

Proprio come fanno gli animali.

Persone invisibili per chi confonde l’intelligenza con la sopraffazione e uccide impunemente le altre specie per soddisfare il piacere del proprio palato.

Chi ama gli animali conosce istintivamente il valore della vita e il benessere che scaturisce dall’armonia con l’ecosistema.

(Ecco perché si dedica agli altri, scegliendo spesso professioni sociali e spendendo il proprio tempo libero in occupazioni volte all’aiuto e al volontariato.)

Sono persone preziose, apripista di un mondo nuovo.

Soli in mezzo al dilagare della prepotenza e grandi davanti alla propria anima.

Sono quelli a cui tutti dovremo dire grazie.

Perché la vita si alimenta nel rispetto.

E chi impone la morte a cuor leggero annienta la vitalità dentro di sé pagando il prezzo di tante sofferenze psicologiche e fisiche (spesso senza nemmeno riuscire a rendersene conto).

Carla Sale Musio

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Nov 11 2020

GENTE CHE NON RIESCE AD AMPUTARSI IL CUORE

Chi è capace di grande empatia ha un sistema emotivo potente e deve imparare a gestirlo per non incorrere in difficoltà e fraintendimenti.

Come ho detto altre volte, viviamo in un mondo gravemente malato di cinismo e avere un contatto intenso e vivo con le proprie emozioni è un’evenienza rara per i membri della nostra specie.

Tante persone preferiscono rinunciare all’ascolto dei mondi interiori per inseguire il mito dell’uomo forte, capace di prendersi ciò che vuole senza tentennamenti e (purtroppo) anche senza pietà per chi è meno aggressivo o arrivista.

Così, durante la crescita la naturale emotività dei bambini si riduce quasi a zero mentre l’analfabetismo emozionale dilaga nella psiche di tanti adulti incapaci di definire ciò che provano.

Alla domanda:

“Come stai?”

In molti replicano:

Si tira avanti.”

Confondendo la fatica di vivere con un vissuto emotivo.

E i più rispondono sbrigativamente:

“Bene.” 

Oppure:

“Male.”

Dimostrando una mancanza di ascolto e un’incapacità a definire i propri vissuti interiori.

Abituata a nascondere ciò che anima la vita intima, la maggior parte delle persone perde il contatto con il proprio cuore e ignora la dimensione affettiva.

Vittime di una pericolosa lobotomia emotiva, si concentrano soltanto sulla concretezza degli oggetti condannandosi a una vita priva di profondità interiore.

La depressione, gli attacchi di panico, l’ansia immotivata e tante patologie che ammalano la nostra specie prendono forma da questa aridità emozionale e rappresentano un tentativo estremo di rivitalizzare l’ascolto del mondo interno.

Ma nonostante il dilagare di questa sordità empatica, alcune persone non riescono ad amputarsi il cuore e preferiscono affrontare l’emarginazione e la critica piuttosto che rinunciare alla sensibilità.

In loro l’ascolto interiore è sempre vivo e pulsante, e permette di comprendere i bisogni e i sentimenti anche quando appartengono a una specie diversa dalla propria.

Occorre essere capaci di riconoscere la propria autenticità per potersi avventurare in quella di un’altra creatura.

A qualunque specie appartenga.

Nella nostra società malata avere una grande sensibilità significa coltivare pericolosamente la diversità, con tutte le conseguenze che ne derivano:

  • discriminazione,

  • emarginazione,

  • critiche,

  • solitudine,

  • senso di inefficacia personale…

E l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Le persone che amano gli animali possiedono un sistema emotivo forte e in loro è tutto sempre tanto perché ciò che provano è in evidenza nella psiche e non censurato:

  • tanto amore,

  • tanto dolore,

  • tanta rabbia,

  • tanta delusione,

  • tanta gioia,

  • tanta soddisfazione,

  • tanto… tutto!

Tanto… rispetto a chi, invece, non sente niente.

Per sopravvivere nel mondo dell’impassibilità queste persone devono imparare a gestire una potente vitalità interiore, lasciandola fluire in azioni sane, come il contatto con la natura, la creatività, il gioco, lo sport, la condivisione e la cura per la vita in tutte le sue forme.

Vivere e riconoscere le proprie emozioni porta a identificarne la presenza anche negli altri e crea le premesse per un mondo migliore.

Tuttavia, la diversità fa sentire sbagliati e chi è ricco di empatia si accusa spesso di un’eccessiva sensibilità.

Ecco perché tante persone sane e capaci di amare la vita si rivolgono agli psicologi nel tentativo (disperato e impossibile) di amputarsi il cuore.

Come se conquistando in se stesse una maggiore indifferenza potessero vivere un’esistenza più facile.

Per fortuna non è possibile curare la sensibilità e l’amore!

Al contrario, sono risorse indispensabili a costruire un mondo basato sulla comprensione, la reciprocità e lo scambio.

Devono essere incentivate e coltivate.

L’unica cura necessaria in questi casi è il riconoscimento del proprio valore.

Chi ama gli animali vive emozioni intense e, come i membri delle altre specie, parla un linguaggio autentico e privo di menzogne.

Sono persone preziose, capaci di mantenere un contatto profondo con la vita.

E con l’Amore.

Quello con la A maiuscola.

L’idioma dell’amore è universale, non ha bisogno di parole, interpreti o traduttori.

(Ma in un mondo malato pochi se lo ricordano.)

Carla Sale Musio

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Ott 29 2020

IO NON SONO NORMALE: AMO GLI ANIMALI

Per amare gli animali bisogna avere la capacità di comprenderli, cioè di guardare il mondo dal loro punto di vista.

Uscire dalla propria visione per acquisire quella di qualcun altro è un’impresa difficile e tanto più encomiabile quanto l’altro è diverso da noi.

Infatti, per esplorare un punto di vista nuovo è necessario abbandonare i modi abituali di leggere la vita e lasciarsi “possedere” da modalità interpretative completamente differenti.

Questo processo genera un grande arricchimento nella psiche (che impara per immedesimazione ulteriori possibilità di stare al mondo) ma suscita anche disorientamento e confusione (nel momento in cui i nuovi codici affiancano i vecchi).

Le culture degli animali si rivelano soltanto a chi sa mettesi con umiltà al servizio della condivisione e della conoscenza.

Tuttavia, nel nostro mondo antropocentrico questo atteggiamento partecipe e attento suscita risolini di scherno e compatimento.

Il rispetto per le altre forme di vita è demonizzato.

Nella specie umana va di moda il narcisismo.

E chi non mostra i segni dell’arroganza è guardato con sospetto e disprezzato.

Ecco perché tante persone dotate di una grande intelligenza emotiva faticano a tenere il passo e preferiscono la solitudine al contatto con una “civiltà” che inneggia alla violenza dileggiando la sensibilità.

Nel corso del mio lavoro incontro spesso uomini e donne dotati di una grande capacità empatica ma sofferenti a causa della patologia narcisistica che ammala la nostra società.

Queste persone si sentono in difficoltà e si giudicano sbagliate perché non riescono ad agire i comportamenti necessari a integrarsi nella specie umana.

Tuttavia, davanti allo scambio con le altre forme di vita manifestano una competenza ed una capacità ignote alla maggior parte della gente, e sono in grado di creare relazioni sane, costruttive e gratificanti.

Nel tempo ho potuto verificare quanto la presenza di una forte sensibilità impedisca lo strutturarsi del cinismo e dell’arroganza che hanno reso l’uomo il predatore più terribile.

E nel corso dei colloqui mi è apparso evidente come sia proprio questa mancanza il movente che spinge tante persone sensibili a rivolgersi agli psicologi.

Per risolvere la sofferenza psicologica è indispensabile e urgente ridimensionare il narcisismo che dilaga nell’umanità.

E ripristinare le giuste proporzioni del rispetto di sé in chi si sente in deficit perché non riesce a omologarsi a una civiltà che sta distruggendo il pianeta.

L’empatia, l’intelligenza emotiva e la sensibilità sono doti preziose e rare di questi tempi.

E chi le porta tatuate nell’anima deve imparare a riconoscerne il valore in se stesso.

Solo così diventa possibile cambiare il mondo.

La rivoluzione parte dalle scelte di ogni giorno e dall’attenzione che sappiamo dare alla vita.

Uscire dall’antropocentrismo significa ripristinare l’importanza dell’empatia e scoprire i saperi delle altre specie per costruire un mondo nuovo.

A misura di tutti.

E non solo dei prepotenti.

Carla Sale Musio

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Set 19 2020

UOMINI E ANIMALI: modi diversi di rapportarsi alla vita

Come si è visto, le persone che amano gli animali hanno una percezione del mondo in armonia con la natura e sentono vive dentro di sé le leggi che regolano le relazioni con le altre forme di vita.

Queste leggi comprendono tre grandi categorie esistenziali:

  • ascolto del mondo interiore

  • libertà

  • responsabilità

Ogni categoria si articola in diversi aspetti comportamentali e implica modalità psicologiche differenti.

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ASCOLTO DEL MONDO INTERIORE

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Quando parliamo di ascolto del mondo interiore ci riferiamo alla capacità di accogliere le emozioni e le percezioni intime senza sfuggirle e senza modificarne il significato.

In questa capacità si evidenzia la più grande differenza tra esseri umani e animali.

Infatti, mentre la nostra specie deforma la percezione interiore in favore di un’omologazione sociale, gli animali non perdono mai il contatto con le proprie emozioni e si relazionano tra loro proprio grazie a quelle.

Nel mondo degli animali la comunicazione è basata su un’immediatezza emotiva che la nostra specie trova sconveniente e di conseguenza tende a nascondere.

Per noi l’espressione delle emozioni è mediata dalle circostanze sociali.

Per gli animali, invece, le circostanze sociali sono la conseguenza dei vissuti emotivi.

Così, per gli esseri umani è inopportuno:

  • piangere in un momento di festa,

  • ridere a un funerale,

  • giocare durante una riunione di lavoro.

Per gli animali, invece:

  • la festa è la conseguenza di una assenza di pericolo e della spensieratezza che ne consegue,

  • la morte è un evento inevitabile della vita che annienta ogni reazione fisica,

  • il gioco è un’espressione di relax ricreativo indispensabile alla sopravvivenza,

  • il lavoro non esiste in quanto non fa seguito a nessuna espressione emotiva.

Come si può facilmente intuire, l’ascolto del mondo interiore determina profonde differenze fra la nostra specie e gli altri animali.

Differenze che riguardano l’istintualità, l’autenticità, la fisicità, l’empatia, l’intelligenza emotiva, l’osservazione della realtà e il rapporto con la natura.

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LIBERTÀ

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La libertà è legata alla possibilità di agire ciò che si sente dentro.

E assume un diverso significato in conseguenza dei vissuti che animano il mondo interno.

Per la nostra specie la vita interiore spesso è la conseguenza di un bisogno di appartenenza al branco che condiziona le emozioni in misura molto più grande di quanto non siamo disposti ad ammettere.

Per gli animali, invece, l’appartenenza riguarda soprattutto la natura e la libertà deriva dalla possibilità di ascoltarne i ritmi biologici assecondandone l’espressione in se stessi e nell’ecosistema.

Questo diverso rapporto con la natura determina un diverso sviluppo della responsabilità.

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RESPONSABILITÀ

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Per gli uomini la responsabilità è fatta di limiti e obblighi da sostenere.

L’appartenenza, infatti, definisce lo sviluppo di codici, leggi, norme e divieti.

Per gli animali, invece, la responsabilità riguarda l’espressione di sé e della propria esperienza nell’ambiente.

Per le altre specie l’appartenenza è sempre legata all’ecosistema e alla sua condivisione con tutte le forme di vita.

E questa condivisione è una responsabilità imprescindibile per la sopravvivenza.

Per gli uomini è responsabile colui che non viola le leggi del gruppo.

Per gli animali, invece, è responsabile chi non confligge con l’ecosistema e, quando l’ecosistema si deteriora, l’estinzione può diventare l’unico comportamento responsabile.

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Queste diverse categorie esistenziali (ascolto interiore, libertà e responsabilità) determinano la percezione del mondo e le scelte che ne conseguono, e spiegano le profonde differenze che esistono tra la specie umana e le altre specie.

Le persone che amano gli animali, tuttavia, mantengono viva dentro di sé la percezione biocentrica della realtà insieme alla visione antropocentrica tipicamente umana, e questo crea loro non pochi problemi.

Eppure…

Nonostante le difficoltà le persone che amano gli animali non possono (e non vogliono) rinunciare all’ascolto interiore e alla libertà e responsabilità che ne derivano.

L’amore per gli animali è qualcosa che si sente dentro a prescindere dalla volontà o dalle convenienze sociali, attraversa l’anima e rivela un sapere così profondo che nessuna tecnologia è mai riuscita a uguagliare.

Carla Sale Musio

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Gen 12 2016

SCUOLA, COOPERAZIONE E SCHIAVISMO ANIMALE


La coercizione e la prevaricazione che caratterizzano ogni forma di violenza sono l’antitesi del sostegno, dell’ascolto e dell’aiuto reciproco.

In un mondo migliore, la cooperazione, l’empatia e la fratellanza, dovrebbero essere i valori sostenuti da ogni aggregazione umana.

Nel nostro mondo, invece, ciò che conta è il successo e, per raggiungerlo, ognuno si sente autorizzato a calpestare i bisogni e i sentimenti degli altri.

La sofferenza è considerata un impiccio da eliminare rapidamente.

Si deve essere sempre efficienti, produttivi e pronti a cogliere le opportunità senza preoccuparsi troppo delle conseguenze.

Così, mentre l’egoismo e la sopraffazione si tramandano da una generazione all’altra consolidiamo una civiltà fondata sull’abuso.

Una civiltà che ha fatto del guadagno e dell’individualismo i sui obiettivi e che, per raggiungerli, non esita a sacrificare i sentimenti, l’intimità, la crescita interiore e il significato profondo della vita.

Stimolare la competizione e abolire la collaborazione sembrano essere i principi fondanti di tante istituzioni e, in questo, la scuola ha una grossa responsabilità.

La didattica e i sistemi di valutazione previsti dagli ordinamenti scolastici, infatti, fomentano la competizione tra gli studenti, imbavagliando la cooperazione dietro la maschera del rendimento e della preparazione.

Sembra che la cultura non riguardi la vita interiore e che la competenza emotiva non faccia parte del Sapere.

E, quei docenti che, nonostante tutto, s’impegnano a proporre l’ascolto e l’aiuto reciproco come parte integrante delle discipline scolastiche, incontrano non poche difficoltà nel tentativo di conciliare lo svolgimento dei programmi ministeriali con il tempo necessario al dialogo e alla conoscenza intima tra gli alunni (indispensabile per sviluppare empatia e solidarietà).

Nel periodo della vita in cui i bambini affrontano il mondo esterno (e per la prima volta imparano a costruire relazioni profonde anche al di fuori del nido famigliare) è sorprendente che non esista una materia in grado di aiutarli a sviluppare l’ascolto, la comprensione e la condivisione dei vissuti interiori.

La scuola dell’obbligo è focalizzata su acquisizioni nozionistiche e lontane anni luce dalle necessità psicologiche degli studenti.

Sembra che una volontà perversa abbia decretato l’inutilità di coltivare l’intimità, sostenendo l’importanza di perseguire il successo individuale, anche a costo di ignorare le esigenze della collettività.

Tuttavia, se da bambini impariamo a sottovalutare la fratellanza e la cooperazione diventa molto difficile realizzare una società orientata verso il bene di tutti.

La scarsa importanza attribuita dalla scuola alle relazioni affettive e al mondo dei sentimenti genera un annichilimento della vita emotiva e una grande sofferenza psicologica.

Questo malessere interiore cerca all’eterno una soluzione in grado di arginare quell’insoddisfazione esistenziale che ammutolisce l’anima, ma il male di vivere proiettato sugli oggetti genera una bulimia consumistica che non sfama il bisogno d’amore e provoca soltanto altro malessere.

In un circolo vizioso senza fine.

Bullismo, nonnismo, cinismo, abusi e persecuzioni di ogni genere, sono la conseguenza della grave analfabetizzazione affettiva che ammala il mondo.

In questo quadro desolante, lo sfruttamento degli animali diventa la via maestra per permettere al dolore interiore di fluire all’esterno, proiettando sui rappresentanti dell’ingenuità, dell’istintualità, dell’arrendevolezza e dell’emotività, la rabbia che consegue all’uccisione delle proprie parti infantili.

Uccisione inevitabile per crescere e conquistare, finalmente, il rispetto degli adulti.

Le bestie, infatti, incarnano proprio le qualità che gli uomini hanno soppresso dentro di sé per diventare grandi e sentirsi parte della società.

Lo sfruttamento e la violenza di cui gli animali sono oggetto quotidianamente, ci mostrano lo sfruttamento e la violenza con cui da bambini siamo stati costretti a sopprimere la nostra vulnerabilità, nel tentativo di sentirci apprezzati e riconosciuti.

Abolire lo schiavismo e rispettare la diversità e le peculiarità di ogni specie, sono passi indispensabili per costruire una società che sappia cooperare invece che sopraffare.

La fratellanza è la conseguenza della capacità di riconoscere la vita affettiva, dapprima dentro di sé e poi in tutti gli altri esseri viventi.

Senza discriminazioni di età, di genere, di sesso, di razza o di specie.

Carla Sale Musio

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Dic 21 2015

FEMMINILE ANIMALE


L’archetipo del femminile ci porta in dono la sensibilità, l’empatia e la creatività, ma una cultura eccessivamente maschilista ha sviluppato uno stile di vita che esalta il successo e la produttività a discapito dell’ascolto interiore e della cura delle relazioni.

Il risultato è un mondo costruito sulla violenza e sull’indifferenza e una società che ha perso la connessione con il significato profondo della vita.

La sofferenza psicologica dilaga dappertutto, i casi di suicidio sono in aumento e, nonostante i progressi della medicina, le malattie sono sempre più insidiose.

Questo scenario preoccupante è la diretta conseguenza del disprezzo e quindi dell’eliminazione dalla coscienza di tutto ciò che è considerato debole, ingenuo, emotivo, sensibile, fantasioso e… stupido!

Detto in una parola: femminile.

Dobbiamo mostrarci impassibili anche davanti alla sofferenza e pronti a barattare la tenerezza e l’ascolto del mondo interiore con il successo sociale, cioè con il conseguimento di tanti status raggiungibili grazie ad un unico potere (stimato e venerato come un Dio): il potere d’acquisto.

I soldi hanno sostituito l’amore e l’intimità, degenerando il maschilismo in un’ancora più perversa capacità economica.

Questo miraggio, costruito ad hoc dalla piccola elite che governa il mondo, ci spinge a obbedire ciecamente agli imperativi del commercio, nella speranza di guadagnare ammirazione e stima.

Così nel tempo uomini e donne hanno perso la connessione con il mondo interiore e oggi è diventato impossibile prestare ascolto a se stessi e rivelare la propria autenticità senza sentirsi diversi, emarginati e soli.

L’amputazione del femminile dalla vita provoca un’insoddisfazione esistenziale e per sfuggirla cerchiamo conforto nei tanti beni materiali proposti dal mercato.

Oggetti sempre nuovi e spesso inutili sembrano riempire il vuoto per qualche istante ma poi, inevitabilmente, ci sprofondano dentro le sabbie mobili dell’inquietudine, perché nessun oggetto può colmare la mancanza di profondità della vita, e i valori invisibili dell’amore e dei sentimenti, murati in una segreta dell’inconscio, fanno sentire la loro voce generando sintomi di ogni tipo.

Attacchi di panico, depressione e innumerevoli altre patologie, sono la diretta conseguenza di questa perdita di contatto con la verità interiore e con gli aspetti femminili della personalità.

La forza archetipica maschile privata della sensibilità femminile diventa brutalità.

E proprio la brutalità sta ammalando il mondo, alimentando la sofferenza in tutti noi.

Abiurare i valori archetipici del femminile ci ha portato a costruire una società violenta e superficiale che alimenta i guadagni di pochi e sottomette i molti, costringendoci a inseguire bisogni indotti, effimeri e insoddisfacenti.

La violenza agita contro tutto ciò che in noi è debole, delicato, dolce e sensibile, ha generato lo schiavismo degli animali.

Armi, guerre e abusi di ogni genere, ne sono le dirette conseguenze.

Gli animali, infatti, portano le stigmate dell’ingenuità, dell’arrendevolezza, dell’istintualità, dell’emotività, dell’immediatezza, dell’innocenza… e di tutto ciò che culturalmente è considerato “femminile”.

Colpirli, ucciderli, violentarli e sfruttarli dà voce al bisogno di reprimere in sé quegli stessi valori, permettendo di trasferire all’esterno il conflitto interiore tra le parti fragili e gli aspetti di potere.

Il cancro che sta distruggendo il pianeta nasce dalla pretesa di ripudiare la propria vulnerabilità per far crescere il controllo e l’autorità, dentro e fuori di sé.

Tuttavia, potere, controllo e autorità, privati della profondità che deriva dal riconoscimento della fragilità, della fiducia, dell’arrendevolezza e dell’ingenuità, si trasformano in cinismo e crudeltà e causano ogni forma di sopruso.

Dapprima sui diretti rappresentanti di quei valori: animali, donne e bambini, e poi su tutti quelli che, in un modo o nell’altro, incarnano quelle qualità.

Per salvare il pianeta non serve fare la rivoluzione e opporre alla violenza altra violenza.

Per costruire un mondo finalmente migliore è indispensabile riappropriarsi delle parti deboli e istintuali, ingiustamente censurate in se stessi.

Quelle parti che, da secoli, hanno reso gli animali: oggetti invece che individui, e che permettono agli uomini di sfruttare impunemente e senza scrupoli la loro ingenua semplicità.

L’antispecismo, la biodiversità e una cultura del rispetto e dell’ascolto di ogni forma di vita, sono le uniche armi capaci di salvare il mondo dalla violenza e dal cinismo che lo stanno distruggendo.

Smettere di sfruttare gli animali è il primo passo per restituire dignità ai valori archetipici femminili e per ritrovare il contatto interiore con il significato della vita.

La pretesa di una presunta superiorità in grado di abilitare la violenza e lo sfruttamento su creature docili e innocenti, rinnega l’intelligenza, uccide la sensibilità e ferisce l’Anima, trasformando la guerra interiore nella distruzione che oggi avvelena il mondo.

Carla Sale Musio

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Nov 06 2015

LA VIOLENZA: sugli uomini e sugli animali


Viviamo in un mondo tutto teso a raggiungere il benessere economico e ci siamo convinti che le comodità, la ricchezza o il prestigio, siano ingredienti fondamentali per realizzare un’esistenza piena di successo e di significato.

Per raggiungere questi obiettivi, non esitiamo a sacrificare la vita interiore nascondendo (anche a noi stessi) la consapevolezza del flusso emozionale ed energetico che accompagna costantemente i pensieri, le scelte e le opinioni.

In questa nostra società malata, tutto ciò che non è commerciabile è considerato privo di importanza.

Il valore di mercato ha sostituito il valore etico.

E, sull’altare dei guadagni, sacrifichiamo la sensibilità, pronti a trasformarci in cinici arrivisti, pur di accrescere il nostro prestigio.

Ma, segregato nelle profondità della coscienza, si agita un mondo invisibile, fatto di energia e di emozione.

Un mondo che fatica a reggere i ritmi del progresso e del mercato e che, per questo, è ridicolizzato e snobbato.

Ciò che succede interiormente non è commercializzabile, non si può misurare, pesare, toccare o prezzare.

Perciò, nonostante determini la qualità della vita umana, viene occultato dietro una maschera d’indifferenza.

Questa durezza, agita contro la sensibilità interiore, è la matrice da cui scaturiscono le prepotenze, i soprusi e gli abomini compiuti dalla specie umana a danno del pianeta e di se stessa.

Infatti, dalla coercizione del mondo interno scaturisce la sopraffazione nel mondo esterno.

Una sopraffazione che prende forma durante l’infanzia e si rinnova da una generazione all’altra, provocando guerre e distruzione, e costringendoci a indossare una rigida armatura d’impassibilità, per sopravvivere.

Sfuggire a questa trappola crudele e ben congegnata è quasi impossibile.

Pedagogia nera, maschilismo, competizione, conformismo ed emarginazione, sono le armi usate per uccidere la delicatezza d’animo ed erigere il muro dell’indifferenza, l’humus in cui prolifica la crudeltà che dilaga nel mondo.

Serve a poco: fare la rivoluzione, ribellarsi o proporre nuovi stili di vita, più rispettosi e amorevoli.

Certo, per cambiare la società è indispensabile trasformare la cultura della prepotenza e realizzare una comunità umana capace di rispetto per tutte le creature.

Ma, per raggiungere questo traguardo è necessario un mutamento che tenga conto delle radici della violenza e agisca nella vita intima di ciascuno, perché è da lì che prendono forma tutte le persecuzioni.

Sia sugli uomini che sugli animali.

Eliminare da se stessi la sensibilità in favore del distacco e dell’indifferenza, è il compito innaturale che la civiltà degli uomini porta avanti ormai da millenni, lo strumento che consente alla specie “creata a immagine e somiglianza di Dio” di porsi sopra ogni altra specie, arrogandosi il diritto di sfruttare impunemente le altre forme di vita, senza riconoscerne il valore.

Infatti, una volta amputata da sé la comprensione emotiva, ogni sopruso può essere compiuto senza scrupoli e senza pentimenti.

Forti di una superiorità ottenuta con l’indifferenza e con l’arroganza, gli esseri umani si comportano come se fossero i padroni del pianeta.

Il cinismo e la freddezza, conquistati grazie all’educazione e al plagio culturale collettivo, ci permettono di accogliere l’aggressività come se fosse uno strumento inevitabile del progresso.

La violenza sugli uomini e sugli animali appartiene a una stessa identica matrice, nasce dalla mancanza di attenzione per ciò che non si può comprare e si sviluppa in una collettività che esalta la materialità a discapito dei sentimenti.

Per combatterla è necessario uscire dall’anestesia indotta abilmente nella psiche umana e riprendere in mano il potere della vulnerabilità, fatto di ascolto e accoglienza per il mondo interiore, e di rispetto per l’energia invisibile che dà forma all’amore.

Carla Sale Musio

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Ott 19 2015

AFFRONTARE LA MORTE DI UN ANIMALE…

Esiste una relazione invisibile che unisce il cuore umano al cuore degli animali che vivono con noi.

È un legame energetico impercettibile per i sensi fisici ma in grado di congiungerci ben oltre le coordinate di spazio e tempo.

I cani, i gatti, le cavie… e tutti gli animali che ci accompagnano nella vita sono piccoli angeli venuti a rammentarci l’esistenza di una preziosa parte sensibile: emotiva, ingenua, vulnerabile e capace di amare con un’intensità che la società umana non si permette di riconoscere.

Le specie diverse dalla nostra comprendono d’istinto l’energia sottile che dà forma alle cose e sanno cogliere il linguaggio silenzioso dei vissuti interiori.

Per questo non hanno bisogno di usare le parole.

Sono amici pelosi (o pennuti) che ci affiancano lungo un tratto di strada ricordandoci l’immediatezza delle emozioni e l’abbandono fiducioso al potere dell’esistenza.

Il loro modo di essere è così naturale e spontaneo che, spesso, perdiamo di vista  l’insegnamento di cui ci fanno dono.

Poi un giorno, in punta di piedi come sono arrivati… se ne vanno via.

E di colpo quell’inestimabile contributo affettivo sparisce, lasciandoci interdetti e disperati davanti a una voragine di dolore.

C’è molto pudore nel condividere la sofferenza che fa seguito alla morte di questi amici a quattro (o a due) zampe.

Spesso ci vergogniamo di dichiarare l’intensità dei sentimenti che proviamo per loro.

In un mondo che ha fatto del cinismo la sua bandiera e del guadagno il suo più grande perché, non è permesso soffrire per creature considerate di serie B e perciò prive di valore.

Tuttavia, quando arriva il momento di separarci da questi bambini ormai anziani, una pena infinita costringe a guardare la profondità di un legame che, spesso, abbiamo cercato di nascondere anche a noi stessi.

In quei momenti ci sforziamo di superare l’angoscia utilizzando le armi a nostra disposizione: prima la medicina, con il suo armamentario di analisi e torture a fin di bene, e dopo la ragione col suo incrollabile repertorio di motivazioni indiscutibili.

“Abbiamo fatto tutte le cure… ma non c’è stato nulla da fare.”

“Quando arriva il momento non si può fermare il destino.”

“Era troppo vecchio per vivere.”

Affermiamo sconsolati cercando di convincere noi stessi.

Ma niente serve a colmare lo strappo energetico che lacera l’anima.

Tutto è inutile.

E il dolore ci sommerge, segnalando l’importanza che questi spiriti celesti assumono nella nostra vita.

Nella trilogia fantastica – Queste oscure materie – Philip Pullman racconta che l’Anima assume le sembianze di un animale (daimon) che ci accompagna nel corso della vita.

E spiega che il daimon è una creatura che sente e vive le nostre emozioni, un protettore che s’incarica di impersonare per noi la realtà interiore, affiancandoci costantemente.

Privato del proprio daimon un essere umano perde la connessione col mondo emotivo, sentendosi senza energia e costantemente in pericolo.

Come spesso accade, la narrativa racconta una verità che la scienza fatica ad ammettere e ci mostra l’importanza del legame tra uomini e animali.

Gli animali ci aiutano a mantenere vivo il contatto con l’Anima.

Quando ci abbandonano perdiamo il riferimento interiore che abbiamo delegato loro e questo provoca un acuto dolore, mostrandocene di colpo la profondità e il valore.

Soffrire la morte di un animale significa ricongiungersi a una pulsante sensibilità e fa parte del dono che i nostri piccoli amici ci regalano, lasciando che i sentimenti scorrano liberi e immediati.

Il dolore sveglia l’anima umana dal suo torpore e permette una crescita interiore che onora il rapporto con questi Maestri e approfondisce il legame nelle dimensioni invisibili della coscienza.

Nessun daimon può abbandonare per sempre il suo protetto della specie umana.

Il passaggio negli spazi più rarefatti dell’esistenza (che noi esseri umani chiamiamo morte) rinsalda il patto che abbiamo stretto insieme, aiutandoci a costruire un rapporto più intimo con l’amore e con il significato della vita.

Carla Sale Musio

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Giu 30 2015

ISTINTO O AMORE?


Quando un animale cura i suoi piccoli con sollecitudine parliamo di istinto.

Quando, invece, a compire gli stessi gesti è un essere umano preferiamo usare la parola amore.

Siamo convinti che gli animali possano essere utilizzati e maltrattati come oggetti senza valore e su questo presupposto abbiamo costruito la più grave forma di razzismo e di discriminazione che sia mai esistita.

Dall’abuso compiuto quotidianamente sulle loro vite, infatti, prende forma una cultura malata di cinismo e d’indifferenza, i cui danni sono sotto gli occhi di tutti.

Basta accedere la televisione e guardare un telegiornale!

Stragi, guerre e violenze di ogni tipo sono la conseguenza di uno stile di vita basato sulla prepotenza, sul disprezzo della debolezza e sulla legge del più forte.

La vita dovrebbe essere per tutti un diritto sacro e inviolabile, qualsiasi sia la specie di appartenenza.

Stabilire che esistono creature di serie A e creature di serie B significa autorizzare la prevaricazione e, per riuscirci, è necessario ottundere l’empatia, facendo in modo che la compassione si trasformi in indifferenza e che l’amore sia considerato una risposta automatica, priva di componenti affettive.

Solo così è possibile assistere col sorriso sulle labbra (e l’acquolina in bocca) all’uccisione di tante creature indifese e innocenti.

L’amore e l’istinto sono cose molto diverse e gli animali con i loro comportamenti ci mostrano spesso dei sentimenti talmente puri e disinteressati che gli esseri umani faticano a tenere il loro passo.

M

AMORE!!!

M

A Villa Carlos Paz, in Argentina, Verónica Moreno, la proprietaria di un adorabile esemplare di pastore tedesco di nome Capitán, non riusciva più a trovarlo.

Il cane aveva iniziato a latitare da casa dopo la morte del marito di Verónica, Miguel Guzmán, e oramai non speravano più di rivederlo quando un giorno la donna e suo figlio recandosi al cimitero sentono un latrato simile ad un pianto e con enorme sorpresa si vedono comparire davanti Capitán!

Sono passati più di sei anni e Capitán è sempre lì a vegliare sulla tomba di Miguel.

Ogni tanto fa un salto a casa ma poi ritorna al cimitero che ormai è diventato la sua dimora fissa.

*  *  *

Lo scorso anno a ferragosto due persone abbandonano il loro cane sulla strada nei pressi di Riccione.

Ma il cucciolo, tagliando per i campi, riesce a raggiungere la vettura e quando arrivano i carabinieri (chiamati da una donna che ha assistito incredula all’abbandono e ha segnalato il numero di targa del veicolo) sta già scodinzolando dietro all’auto.

*  *  *

Qualche mese fa nel Parco Nazionale d’Abruzzo un orsetto cade accidentalmente dentro una vasca d’acqua alta tre metri.

Il piccolo tenta invano di venirne fuori e mamma orsa disperata si tuffa nella vasca per cercare di metterlo in salvo ma l’impresa è impossibile e, nel tentativo di salvarlo, l’orsa annega con lui.

*  *  *

Capitán ha rinunciato alle comodità della casa per restare vicino al suo padrone anche dopo la morte, il cucciolo di Ricccione non esita a correre per chilometri pur di stare vicino ai suoi amici umani (nonostante la crudeltà con cui è stato abbandonato) e, come ogni altra mamma, l’orsa del Parco Nazionale d’Abruzzo non ha esitato a sacrificare la propria vita per salvare il suo bambino.

Ma trattandosi di animali invece di riconoscerne  i sentimenti preferiamo credere che a guidare i comportamenti sia stato l’istinto.

Mamma orsa, Capitán e il cucciolo abbandonato a Riccione hanno agito mossi dagli stessi vissuti che animerebbero un essere umano e in loro l’amore è così evidente che non ci sarebbe nemmeno bisogno di definirlo.

Eppure davanti a queste manifestazioni affettive si continua a parlare di comportamenti stabiliti biologicamente.

M

ISTINTO

M

Chiamiamo istinto un insieme di caratteristiche che fanno parte del patrimonio genetico e riguardano azioni compiute in modo analogo da individui diversi, come quando gli uccelli migrano o quando si ritrae la mano da un oggetto caldo o pungente.

Tra l’istinto e l’amore esiste un abisso!

Tuttavia, il rifiuto di attribuire diritti e dignità agli animali ci porta a non riconoscerne i sentimenti e a negare la loro capacità di vivere relazioni intense e profonde.

Per giustificare la nostra arroganza sosteniamo che sono privi di intelligenza, senza considerare che questo dovrebbe spingerci a proteggerli piuttosto che ad approfittare della loro ingenuità.

Servirsi di creature più deboli per soddisfare il proprio piacere, produce una cultura in cui la debolezza è disprezzata e abusata, e apre la strada allo sfruttamento non solo degli animali ma di chiunque possieda quelle stesse caratteristiche (la pedofilia e il femminicidio ne sono un drammatico esempio).

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L’AMORE NEGLI ANIMALI

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Per comprendere la psicologia degli esseri umani gli scienziati hanno usato spesso gli animali.

Tra il 1958 e il 1965 i coniugi Harlow per studiare il comportamento di attaccamento allevarono dei cuccioli di macaco privandoli della mamma.

I cuccioli, vittime dei loro crudeli esperimenti, venivano rinchiusi in una gabbia in cui avevano a disposizione soltanto un peluche di stoffa morbida e una sagoma di metallo con un biberon.

Naturalmente le povere scimmiette trascorrevano la maggior parte del tempo abbracciate al pupazzo di stoffa e si avvicinavano alla sagoma metallica esclusivamente per mangiare.

L’atroce deprivazione cui furono sottoposte nei primi mesi di vita le rese tristi e spaurite e, crescendo, diventarono indifferenti verso i piccoli e incapaci di far fronte ai loro bisogni affettivi.

In conformità a questi esperimenti i coniugi Harlow appurarono che l’attaccamento negli esseri umani si sviluppa all’interno di un legame affettivo e che le radici dell’amorevolezza possono essere rintracciate nelle prime relazioni tra i bambini e gli adulti che si prendono cura di loro.

*  *  *

Basare lo studio dell’affettività umana su ricerche che hanno come soggetti gli animali è possibile solo quando i vissuti degli uomini e degli animali sono identici, altrimenti la differenza inficerebbe i risultati degli esperimenti.

Studi di questo genere dimostrano che esiste un’uniformità emotiva tra l’uomo e gli animali e smascherano la finzione culturale costruita per nascondere gli abusi e lo sfruttamento.

Le specie animali provano amore, tenerezza, nostalgia, paura, tristezza, entusiasmo, malinconia, gioia, dolore… proprio come gli esseri umani!!!

Continuare a chiudere gli occhi davanti a questa verità ottunde l’empatia fino ad annichilirla e genera la pazzia che sta distruggendo il mondo.

La vita emotiva degli animali ci mostra un’autenticità e una trasparenza che la specie umana ha perduto, e ci aiuta a ritrovare il contatto con la nostra affettività.

Riconoscere i loro sentimenti vuol dire strappare il velo che nasconde i tanti crimini quotidiani giustificati con leggerezza dalla nostra cultura e contrastare il cinismo e l’indifferenza che stanno soffocando l’umanità.

Con la loro esistenza gli animali ci insegnano il valore della diversità, aiutandoci a risvegliare la nostra empatia intorpidita.

Abusare di loro significa abusare della nostra vulnerabilità e ammutolire la sensibilità interiore, fomentando la cultura della violenza.

Solo riconoscendo le somiglianze che esistono tra le specie potremo realizzare una società capace di rispettare l’autenticità e il valore di ciascuno.

Per costruire un mondo migliore è indispensabile mettere fine all’olocausto degli animali e promuovere il loro diritto alla vita, riconoscendone la profondità emotiva e affettiva.

Ma soprattutto è necessario aprire gli occhi davanti alla verità.

L’amore è lo stesso per tutti.

Senza distinzioni di specie.

Carla Sale Musio

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Apr 20 2015

LA SCELTA VEGANA


Ci sono persone che, senza avere nessun problema di salute, scelgono di non magiare carne, latte, uova e formaggi, di non indossare pellicce, accessori di pelle, piumini fatti con la piuma d’oca, tessuti di seta… cioè di non utilizzare niente che comporti la sofferenza o l’uccisione degli animali.

Non sono persone superstiziose, non appartengono a una setta e non sono necessariamente religiose.

Sono individui molto diversi tra loro, accomunati dalla decisione di non infliggere sofferenza alle altre specie.

Una posizione ancora poco conosciuta e basata sul riconoscimento del valore di ogni vita e sul rispetto di tutti gli esseri viventi.

Queste persone credono fermamente che ogni creatura abbia diritto alla propria esistenza e si impegnano a evitare gli abusi commessi a danno degli animali.

Comunemente gli animali sono ritenuti inferiori all’uomo e, per questo, soggetti al predominio e allo sfruttamento.

La loro intelligenza non è riconosciuta e il loro dolore è ignorato, perché quando una vita non ha valore anche la sofferenza non ha valore.

La specie umana non riconosce altri parametri che quelli della propria cultura e, in nome di una presunta superiorità, si arroga arbitrariamente il diritto di maltrattare chiunque reputi diverso, e per questo inferiore.

Ma non tutti gli esseri umani riescono a mostrarsi indifferenti davanti ai soprusi e alle sevizie, e sempre più persone scoprono una sensibilità capace di riconoscere la sofferenza anche nelle creature che non appartengano alla nostra specie.

Queste persone, nonostante facciano parte dell’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza, provano pietà per il massacro cui sono condannate tante vite e si sforzano di compiere scelte più amorevoli e responsabili, nel tentativo di evitarlo.

Una di queste scelte è appunto la scelta vegana, cioè la decisione di non infliggere dolore agli animali con il proprio stile di vita.

Una decisione che comporta rinunce e difficoltà non solo dal punto di vista alimentare ma, soprattutto, dal punto di vista interiore.

I vegani, infatti, non possono più negare a se stessi l’olocausto degli animali (abilmente occultato dalle politiche commerciali) e sono costretti ad affrontare in prima persona le connivenze criminali che accompagnano la maggior parte delle nostre scelte quotidiane.

Così, mentre la rinuncia ai prodotti di origine animale può essere facilmente risolta grazie alle innumerevoli possibilità alternative reperibili sul mercato, la dolorosa scoperta della propria inconsapevole e ottusa crudeltà è invece lo scoglio più grande da superare, la barriera, spesso insormontabile, che impedisce la presa di coscienza davanti al martirio di tanti esseri innocenti.

Viviamo in un mondo in cui è molto facile addormentare la consapevolezza del sacrificio vissuto dagli animali nei macelli, negli allevamenti intensivi, nella sperimentazione, nei circhi, nei delfinari, nelle scommesse, nelle vendette, nelle torture…

Un mondo in cui è più comodo e più rassicurante chiudere gli occhi, lasciando la coscienza in balia di giustificazioni stereotipate e obsolete (si è sempre fatto così, è la legge del più forte, la catena alimentare, la tradizione, il karma…), piuttosto che riconoscere l’ingiustizia, la violenza e la responsabilità della nostra indifferenza.

Diventare vegani non vuol dire soltanto passare da un’alimentazione onnivora, incentrata sul consumo di carne, latte, uova e formaggi, a un’alimentazione basata esclusivamente su prodotti di origine vegetale, significa soprattutto aprire gli occhi davanti alle brutalità agite con leggerezza ai danni di chiunque appartenga a una specie diversa dalla nostra.

Svegliarsi da questa incoscienza mette l’anima in contatto con la responsabilità delle proprie scelte e mostra uno scenario drammatico, fatto di abusi e insensibilità.

Eliminare gli alimenti di origine animale non è facile perché questi, in proporzioni più o meno grandi, si trovano nella composizione di quasi tutti i cibi che consumiamo comunemente e, per poterli selezionare, è necessario controllare scrupolosamente sia le componenti del menù che le lavorazioni che conducono al raggiungimento di un determinato prodotto.

Questa ricerca spesso evidenzia a che prezzo e in seguito a quali torture le vivande arrivano sulle nostre tavole.

L’orrore che fa seguito a queste rivelazioni appesantisce il cuore e, se da un lato rende irreversibile la scelta vegana, dall’altro conduce alla scoperta della propria passata complicità con i mandanti dell’abominio che si sta cercando di combattere.

La visione delle atrocità che questa indifferenza comporta è difficile da accettare, perché sporca l’immagine idealizzata che ciascuno di noi ha costruito di se stesso, e perché costringe a prendere su di sé il peso delle violenze commissionate quotidianamente ai sicari della morte (macellai, allevatori, scienziati, toreri, cacciatori, pescatori…).

Questa consapevolezza mette fortemente in crisi l’identità che abbiamo costruito nel tentativo di ricevere approvazione e riconoscimento dagli altri, costringendoci a vedere quanto fragile sia la nostra etica davanti al bisogno conformista di ottenere accettazione e stima.

Ogni vegano affronta dentro di sé una dura battaglia, per smascherare l’inconsapevole crudeltà di una società che vive immersa nell’indifferenza e che ritiene naturale il maltrattamento non solo degli animali, ma di chiunque sia considerato inferiore, malato, pericoloso o semplicemente strano.

La scelta vegana è una scelta coraggiosa, adatta a persone capaci di mettere in discussione il proprio stile di vita fino a vedere i crimini commessi nell’ignoranza, e conduce a un profondo cambiamento etico, basato sul rispetto e sull’accoglienza degli animali e della diversità.

Smettere di mangiare prodotti animali non basta per considerarsi vegani.

Essere vegani è una scelta etica e comporta la rinuncia ad ogni forma di prepotenza e il rispetto per tutte le individualità.

Nessuna esclusa.

Carla Sale Musio

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DROGHE LEGALI

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