Tag Archive 'coscienza'

Mag 31 2019

LA VITA È UNO STATO D’ANIMO

La parola coscienza è una parola che confonde perché si riferisce a più significati contemporaneamente.

Chiamiamo coscienza la consapevolezza di noi stessi.

Tuttavia diciamo: “Mettiti una mano sulla coscienza” per indicare un principio morale interiore.

La coscienza, inoltre, è spesso sinonimo di conoscenza e si allarga a un sapere che comprende il significato della vita e il senso del nostro essere al mondo.

Il fatto che il linguaggio possieda un unico termine per indicare tutte queste cose la dice lunga sulla mancanza di attenzione che regna intorno ai contenuti profondi.

Altre culture diverse dalla nostra (quella orientale ne è un esempio) possiedono termini differenti per indicare la conoscenza di ciò che non si vede.

E, siccome le parole sono scatole in cui incaselliamo la vita dandole forma, buttare alla rinfusa tanti concetti diversi dentro a un unico vocabolo significa precludere la comprensione della realtà.

In occidente siamo tutti tesi ai raggiungimenti materiali e spesso perdiamo di vista il valore di ciò che non si vede.

La coscienza non si può toccare, misurare, pesare… e (come tutte le cose invisibili) si riconosce dai suoi effetti.

L’amore non si può quantificare e dimostrare scientificamente.

Eppure la nostra vita può essere terribile quando ne siamo privi o fantastica quando lo incontriamo.

La sua presenza si evince dagli effetti.

La coscienza per noi psicologi è strettamente intrecciata con la soggettività.

E sappiamo bene che ognuno ha la sua, diversa da qualunque altra.

È il terreno in cui crescono le sofferenze o il benessere, la salute o la patologia, la gioia o il dolore.

Lavorare con la coscienza della gente ci costringe a fare i conti quotidianamente con ciò che non si può vedere e a scoprirne la presenza in tutto ciò che esiste.

Questo la rende estremamente importante.

Personalmente credo che la coscienza sia la sede di tutto ciò che è.

Il luogo intimo in cui hanno origine le percezioni, l’assoluto da cui prende forma la vita.

E ognuno deve farci i conti se vuole vivere un’esistenza appagante.

L’appagamento, infatti, non è, come si crede, il possesso di mille cose belle e preziose ma uno stato d’animo, un modo di essere e di interpretare la vita strettamente legato alla soggettività.

E la soggettività è la chiave per comprendere la coscienza.

La scienza ufficiale si ostina a cercare i parametri oggettivi necessari a definire la coscienza.

Tuttavia, per noi psicologi questa è una pretesa impossibile da raggiungere perché nella soggettività di ciascuno sono racchiusi i codici di comprensione delle cose.

Questi codici danno forma a tante verità.

Diverse le une dalle altre.

Ognuno ha la sua.

E con quella crea il mondo che conosciamo.

Perciò quando parliamo della coscienza dobbiamo considerare il valore e l’importanza della soggettività e abbandonare la pretesa infantile di un’omologazione che ci rassicura e ci deresponsabilizza.

Ognuno crea la propria realtà.

La crea da quando nasce a quando muore.

E forse anche dopo.

La crea in se stesso durante ogni minuto della vita.

E quella creazione costante, silenziosa e implacabile è la coscienza: il principio di tutte le cose e il nostro peculiare modo di leggere il mondo.

Carla Sale Musio

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Apr 06 2019

SPAZIO, TEMPO E COSCIENZA… DIMENSIONI DIVERSE DELLA REALTÀ

È difficile definire la coscienza.

Sembra sempre di parlare di un concetto astratto, qualcosa di filosofico che però non esiste realmente.

Siamo abituati a considerare vero soltanto ciò che possiamo toccare, misurare e riconoscere con i cinque sensi.

Tuttavia, da un punto di vista scientifico la realtà è un’altra cosa ed è imbevuta di… coscienza.

La fisica ha dimostrato che l’esistenza non è poi così concreta come ce l’aspettiamo perché tutto è fatto fondamentalmente di vuoto.

Protoni, neutroni ed elettroni, i componenti principali degli atomi, si muovono dentro uno spazio prevalentemente vuoto e la materia non è così piena, solida e compatta, come la percepiamo.

Siamo convinti di essere gli unici depositari della conoscenza e sosteniamo l’esistenza di un mondo (posto al di fuori di noi) a nostro uso e consumo e organizzato apposta per sostenerci.

Non ci sfiora l’idea che questa costruzione arbitraria sia basata esclusivamente sulla nostra percezione.

Eppure…

La comprensione della realtà è sempre la conseguenza di un’osservazione.

Può essere la nostra osservazione oppure l’osservazione degli scienziati, ma tutta la conoscenza nasce dall’osservare ciò che ci circonda e… senza un osservatore non esiste niente!

Parola della fisica quantistica.

Il cervello percepisce il mondo come avente uno spazio e un tempo.

E questo ci spinge a credere che lo spazio e il tempo siano dimensioni imprescindibili della realtà.

Ma ci riferiamo sempre alla nostra realtà, quella filtrata dal nostro cervello e osservata dalla nostra coscienza.

La coscienza è la consapevolezza di ciò che ci riguarda, quello che ognuno di noi sa.

Consciamente o inconsciamente.

Per questo quando vogliamo definire la coscienza non possiamo contrapporla a una realtà che esiste al di fuori di noi.

Dobbiamo invece considerare che la coscienza è ciò che dà forma alla realtà così come la percepiamo e la conosciamo.

La coscienza crea la realtà, cioè interpreta costantemente le informazioni che arrivano dal cervello.

Ma la coscienza non riguarda soltanto la consapevolezza e può essere anche inconscia.

Questo complica le cose.

Durante un attacco di panico la coscienza segnala un forte disagio psicologico e fisico.

Eppure gli strumenti medici non rivelano alcuna anomalia nell’organismo.

Per la medicina tutto funziona perfettamente.

Tuttavia, il paziente vive un’angoscia insopportabile e descrive una serie di sintomi fisici che lo fanno sentire come se fosse sul punto di morire.

In questi casi la percezione della realtà è conscia ma anche inconscia.

Conscia perché siamo consapevoli di una sofferenza.

Inconscia perché questa consapevolezza esiste dentro di noi ma non esiste realmente: il corpo appare sano e privo di problemi.

Chi vive un attacco di panico avverte un dolore che è vero soltanto nella sua percezione e le cause di questo dolore (che pure è fisico) non si trovano nel corpo ma in luogo della coscienza che noi psicologi chiamiamo inconscio.

Le dimensioni della coscienza non sono solo quelle della nostra consapevolezza fisica.

Quando parliamo di coscienza ci riferiamo a qualcosa che va oltre i cinque sensi e comprende una realtà intima e più grande.

La coscienza è un principio vitale che avviluppa tutte le cose.

Ma quali cose?!

Le cose che noi percepiamo, studiamo, analizziamo, esploriamo, testiamo… e chiamiamo realtà.

La vita e la coscienza sono una cosa sola.

Ma quale vita?!

La vita che conosciamo, ciò che ognuno definisce tale, quel mix di sensazioni fisiche, pensieri, consapevolezze e percezioni che ci fanno sentire di esistere.

Può cessare questo mix?

Nessuno lo sa.

Perché non esistono un prima e un dopo per poterlo verificare.

Possiamo solo constatare la presenza di quel principio vitale chiamato coscienza che intreccia costantemente il nostro essere noi stessi e l’esperienza di vivere.

La coscienza è ciò che sono costantemente.

Non possiede un prima e un dopo.

Perché non esistono un prima di me e un dopo di me che io possa percepire, ricordare o condividere.

È un presente senza tempo.

Il tempo e lo spazio sono gli strumenti che permettono alla coscienza di fare esperienza di se stessa.

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Mar 19 2019

VERSO UNA NUOVA EPISTEMOLOGIA DELLA COSCIENZA

L’epistemologia è la materia che si occupa dei fondamenti e dei metodi delle diverse discipline scientifiche, l’insieme dei principi da cui prende forma il nostro sapere.

Nel corso del tempo l’applicazione dell’epistemologia ha affiancato il cammino evolutivo dell’umanità analizzando i criteri della scienza ed evidenziando i presupposti teorici con cui interpretiamo il mondo.

Infatti, le prospettive assunte dalla comunità scientifica cambiano a seconda dei periodi storici, modificando la comprensione delle cose.

In passato, l’epistemologia della scienza sosteneva l’esistenza di un principio lineare di causa ed effetto che permetteva agli scienziati di osservare l’andamento degli eventi in maniera asettica e distaccata.

Allora, tutta la ricerca era orientata a spiegare una realtà unica e immodificabile della quale era necessario individuare le leggi.

Oggi, invece, i fondamenti della scienza sono cambiati e gli scienziati ci mostrano la coesistenza di più punti di vista differenti, sottolineando il ruolo di chi osserva e il rapporto tra l’osservazione e ciò che viene osservato, e descrivendo una realtà cangiante fatta di relazioni e possibilità infinite.

Ogni cambiamento epistemologico scompiglia i presupposti teorici del pensiero e modella un diverso modo di stare al mondo.

Progressivamente e impercettibilmente, infatti, i risultati delle indagini scientifiche si spostano dal chiuso dei laboratori al fermento della vita quotidiana, improntando i nostri modi di pensare e di vivere.

Così, mentre la vita influenza la scienza, la scienza influenza la vita … e insieme danno forma a un percorso di conoscenza fatto di aggiustamenti continui e in continua evoluzione.

In un tempo non molto lontano dal presente, lo studio della psicologia non esisteva e gli scienziati non si preoccupavano di analizzare ciò che accade nel mondo interiore.

La psiche era considerata materia esclusiva degli psichiatri che ne esaminavano i meccanismi nel tentativo di risolvere il malfunzionamento del cervello.

Ai primi del novecento, però, il neurologo austriaco Sigmund Freud postulò l’esistenza di un inconscio capace di incidere sul corpo fisico e sulla vita delle persone, e posto in uno spazio introspettivo oltre la percezione cosciente.

Non molto tempo dopo, uno dei suoi allievi, lo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung, approfondì la scoperta del mondo interiore evidenziando la presenza di un inconscio collettivo depositario di una conoscenza ancestrale e infinita.

Oggi la psicologia clinica non può prescindere dall’inconscio (individuale e collettivo) e la psicoterapia vanta una casistica molto ampia di remissione dei sintomi ottenute grazie al lavoro con la dimensione interiore.

L’epistemologia che sostiene la ricerca sulla salute ha avvalorato la scoperta dell’inconscio estendendo il concetto di coscienza fino a comprendere una percezione più vasta della mente razionale e posta al di fuori dei limiti del cervello.

La coscienza, perciò, ha subito nel tempo una profonda evoluzione e, se in passato indicava esclusivamente ciò che esiste entro l’orizzonte della consapevolezza, oggi ha assunto una connotazione più ampia, segnalando una dimensione che oltrepassa i limiti angusti della mente e del corpo per collocarsi al di fuori delle coordinate spazio temporali.

Sia la meccanica quantistica che il biocentrismo, infatti, segnalano l’importanza di un principio vitale che intreccia il mondo interiore con quello esteriore dando forma a una realtà mutevole e soggettiva.

La dimensione psichica perciò non riguarda più soltanto la percezione individuale ma comprende qualcosa di più ampio e trascendente chiamato: coscienza.

Come espone il primo principio del Biocentrismo: 

.

“Quello che percepiamo come realtà è un processo che coinvolge la nostra coscienza. Se esistesse una realtà esterna a noi stessi, dovrebbe trovarsi in uno spazio, ma lo spazio e il tempo non sono assoluti, sono solo strumenti usati dalle menti umane e animali.”

.

Partendo dalla considerazione che nessuna disciplina scientifica è mai stata capace di spiegare in che modo la coscienza possa emergere dalla materia, il biologo americano Robert Lanza dimostra che non esiste una realtà separata da chi la sperimenta perché la coscienza intreccia ogni cosa e la vita precede l’esistenza dell’universo (e non viceversa).

Come scrive nel suo libro Oltre il biocentrismo:

.

“Non esiste un universo senza percezione. La coscienza e il cosmo sono correlati; sono una cosa sola.”

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Ecco quindi che negli anni duemila prende forma una diversa epistemologia della scienza e della coscienza capace di fornire risposte nuove ai quesiti sulla vita e sulla morte che da sempre tormentano l’animo umano.

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Mar 06 2019

CHE COS’È LA COSCIENZA: guardare la morte con occhi nuovi

Nel linguaggio comune coscienza è sinonimo di consapevolezza e indica tutto ciò di cui abbiamo cognizione.

Tuttavia, da un punto di vista psicologico, si può essere consapevoli consciamente ma anche inconsciamente.

E questo rende la coscienza molto più ampia di quanto non si creda.

Per definizione l’inconscio è la sede delle cose di cui siamo inconsapevoli, il contenitore dove sono raccolte le memorie della nostra vita, della nostra famiglia, della nostra specie, della nostra… Totalità.

L’inconscio, l’infinito e la coscienza hanno in comune la mancanza di confini, cioè appartengono a un diverso modo di guardare la vita: non più soggetto ai parametri dello spazio e del tempo ma… pervasivo.

Esiste qualcosa che osserva il mondo dal primo all’ultimo minuto.

Come individui possiamo essere a conoscenza di questa percezione oppure ignorarla.

Tuttavia, la sua presenza silenziosa e profonda ci accompagna sempre.

La coscienza è una percezione intima e neutrale, fatta di totalità e soggettività insieme.

E non dipende dal cervello.

Il cervello è lo strumento che la coscienza utilizza per codificare i vissuti emotivi e muoversi nella realtà materiale.

Ecco.

Lo so.

Questa affermazione fa saltare subito la mosca al naso.

Ma qualcuno deve pur dirlo.

E non può che essere uno psicologo.

Cioè uno studioso che si occupa della coscienza.

Tutto il giorno.

Tutti i giorni.

(Tranne quando è in ferie.)

Agli scienziati newtoniani la sudditanza del cervello alla coscienza non piace.

Preferiscono rapportarsi a un’oggettività ben distinta dalla soggettività di chi guarda.

Tuttavia, la fisica moderna ha dimostrato che senza un osservatore la realtà che noi conosciamo non potrebbe esistere.

Infatti, le coordinate con cui interpretiamo i fenomeni dipendono dal punto di vista attraverso il quale strutturiamo la nostra osservazione.

Chi osserva dà forma a ciò che avviene.

Difficile da digerire dopo anni di fisica newtoniana studiata alle elementari, alle medie e anche alle superiori.

Già.

Perché a scuola non si insegna mica la fisica dei quanti!

Non è nemmeno prevista nei programmi ministeriali.

Gli psicologi, però, con la coscienza devono fare i conti e, proprio come i fisici quantistici, sono costretti a considerare l’importanza del punto di vista.

Il cambiamento epistemologico di questo nuovo millennio poggia sull’acquisizione che la coscienza è un principio infinito, onnicomprensivo, privo di materialità e perciò non soggetto ai codici spazio temporali che definiscono il mondo fisico.

Ogni psicoterapeuta lo verifica quando cura usando le parole e aiutando i pazienti a modellare la propria vita grazie a una diversa lettura degli avvenimenti.

Sono proprio gli psicologi i divulgatori di una visione più ampia della coscienza.

I primi a sostenere il peso di questa nuova epistemologia.

Durante le sedute di psicoterapia, infatti, l’osservatore/paziente agisce sulla realtà materiale orientando il cervello a scorgere comprensioni nuove e più funzionali mentre esplora la dimensione infinita della coscienza.

Per aiutare i pazienti a far emergere le proprie risorse gli psicoterapeuti li conducono a superare i limiti del cervello, avventurandosi costantemente tra le profondità della psiche e muovendosi nella dimensione impalpabile e incommensurabile della coscienza.

Questo lavoro permette di sperimentare la pregnanza della dimensione immateriale fino a modificare la propria vita.

Non è un procedimento concreto.

Durante la psicoterapia si parla… e basta.

Ma il potere della coscienza diventa evidente nei comportamenti di chi, al termine di quel lavoro, si sente meglio.

La coscienza non è materiale e non è fisica.

È una dimensione che comprende la fisicità ma utilizza i parametri della Totalità.

Tutto è uno.

Come sopra così sotto.

Sono affermazioni dell’ermetismo che ne propongono una buona sintesi.

Quando si affronta il problema della morte non si può che accogliere questa nuova epistemologia restituendo alla coscienza la sua priorità.

Infatti, solo riconoscendone la pervasività diventa possibile aprirsi alle realtà interiori e comprendere il valore della soggettività.

Tutti quanti sperimentiamo la preminenza della coscienza quando ci innamoriamo.

In quei momenti l’osservatore, la soggettività e il punto di vista diventano strumenti imprescindibili per validare la realtà.

Nessuno può provare scientificamente l’amore al di fuori di chi lo vive.

Tuttavia, l’amore esiste.

(E, di sicuro, anche gli scienziati newtoniani ogni tanto si innamorano.)

L’amore ci aiuta a comprendere il valore di quella percezione onnipresente e personale che permea ogni cosa.

In quella presenza infinita e soggettiva possiamo abbracciare anche chi non possiede più un corpo e ritrovare la continuità dei legami, ben oltre i limiti della fisica imparata a scuola.

Nella coscienza ogni inizio e ogni fine perdono quella demarcazione che li rende antagonisti e incompatibili per congiungersi in una circolarità capace di accostarsi alla morte con occhi nuovi, rivelando il potere che sta dietro alle cose, il Tutto da cui prende forma la realtà.

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Dic 28 2012

VITE PRECEDENTI: quei ricordi che non mi ricordo


L’odore del pesce fritto evoca sempre in me una nostalgia struggente. Qualcosa che scalda il cuore e mi fa sentire improvvisamente in pace…

Camminavamo in silenzio sulla sabbia tenendoci per mano nell’aria calda e umida della sera.

Ricordo il profumo salmastro delle alghe e i colori scuri della notte che lentamente avvolgevano il sole nel loro abbraccio quieto.

E quella tua presenza così naturale, quella nostra consuetudine del pesce…

La trattoria era proprio a ridosso della spiaggia, con i muretti di cemento ancora caldi dal sole e i tavolini all’aperto sotto la tettoia di canne.

Andavamo spesso lì a mangiare il pesce. Era una tradizione nostra. Intima, rassicurante e quasi quotidiana. Un modo per stare insieme e scambiarci le emozioni della giornata.

Ma perché ci andavo? E con chi ero? Chi tenevo per mano? Chi era quella presenza così familiare?

Per quanti sforzi faccia, non riesco a ricordarlo.

La scena s’interrompe sempre su quel frammento così preciso ma anche così incompleto.

Niente altro. Buio. Come se avessi perso la memoria. Come se fossi devastato da una mutilazione al cervello.

Eppure… il ricordo si accende immancabilmente ogni volta che fiuto l’aroma della frittura di pesce.

È un ricordo dolce e pieno d’amore che io purtroppo non ho mai vissuto.

(Sono vegetariano da quando ero bambino e non mangio il pesce)

Ma è così intimo che riesce sempre a emozionarmi.

Alessandro

* * *

Dopo la laurea, Francesca ha programmato una vacanza di dieci giorni a New York.

All’ultimo momento, però, l’amica con cui aveva organizzato il viaggio ha un imprevisto e non può più partire con lei.

Francesca non se la sente di rimandare tutto.

Dieci giorni da sola in una città sconosciuta le fanno un po’ paura ma decide di partire ugualmente e di vivere quell’avventura.

Non è mai stata a New York e l’emozione è grande!

Appena scesa dall’aereo si sente improvvisamente a casa. Ogni cosa le è familiare. Odori, rumori, colori… tutto. Ricorda strade, negozi, nomi e scorciatoie.

Incuriosita, si lascia pian piano guidare da quella strana consapevolezza e, senza chiedere informazioni a nessuno, trova d’istinto tutto ciò che le serve: oggetti, monumenti, mezzi di trasporto, punti ristoro, divertimenti, parchi, centri commerciali…

Ogni cosa le venga in mente ha la sua risposta in quel “già vissuto” che a New York l’accompagna dappertutto facendola sentire straordinariamente diversa. Disinvolta, sicura, propositiva e… a suo agio.

In un angolo di sé, Francesca si osserva e non si riconosce.

L’indecisione e la timidezza di sempre sono scomparse cedendo il posto a una personalità nuova, più intraprendente e sicura.

Dieci giorni che scappano via in un nanosecondo e che le sembrano una vita intera.

Rientra a casa emozionata e confusa, abbandonando a malincuore quella che ormai chiama affettuosamente “la mia città”.

Come in un sogno, sul volo di ritorno la personalità newyorkese cede il posto alla ragazza di sempre (avventurosa e dinamica ma anche timida e riservata) che porta a casa una valigia piena di regalini e conserva nel cuore il ricordo di quell’altra se stessa così incredibilmente diversa da lei.

* * *

Non so perché ma i bambini che si esibiscono sul palcoscenico mi fanno provare qualcosa di lacerante e… terribile.

Talmente doloroso che comincio a piangere senza riuscire più a fermarmi.

Quando mia figlia era piccolina pensavo fosse la commozione nel vederla recitare a scuola o ballare ai saggi di danza.

Ma l’altro giorno sono entrata per caso in un centro commerciale proprio mentre un gruppo di bambini si esibiva in una performance di tango.

Erano così carini, tutti con i costumi di lamé, colorati e carichi di lustrini, che mi sono avvicinata a curiosare un po’ ma… è stato impossibile.

Ho dovuto allontanarmi in tutta fretta per nascondere le lacrime che mi scorrevano sul viso come un fiume in piena.

E lo stesso mi è successo a teatro, qualche mese fa, quando sono entrati in scena alcuni giovanissimi attori che certamente avevano meno di dieci anni.

La loro parte era festosa e allegra e non sarà durata più di dieci minuti. Ma a me è sembrata un’eternità. Non riuscivo a fermare i singhiozzi.

Più mi sforzo di controllarmi e peggio è!

Allora cerco di farmene una ragione e di ricordare da cosa e quando abbia avuto origine tutto questo dolore, ma camminando all’indietro con la memoria non trovo nulla. Nessun indizio per una reazione tanto esagerata e inopportuna.

È qualcosa di triste e mostruoso insieme… qualcosa che non ricordo, che non mi appartiene e che inevitabilmente mi provoca il pianto.

Marina

* * *

Alcune persone hanno ricordi che non fanno parte delle esperienze di questa vita.

Sono avvenimenti che non potremmo ricordare perché non li abbiamo vissuti nello stato di coscienza con cui li riviviamo oggi e che ci appaiono sotto forma di emozioni o di immagini frammentarie, slegate da ciò che stiamo vivendo in quel momento.

Sono ricordi che segnalano un movimento della coscienza su piani diversi della sua infinita realtà.

La nostra identità è limitata alle poche esperienze che la ragione considera “reali”.

Tutto il resto è censurato e nascosto nell’inconscio, per non turbare l’idea che ci siamo costruiti di noi stessi e della vita.

Tuttavia la coscienza è qualcosa di molto più ampio di quanto la logica sia disposta ad ammettere.

La coscienza è l’insieme di tutte le realtà possibili.

(Quelle logiche e quelle che la logica non può processare)

Si è tanto parlato di vite precedenti… vite che abbiamo già vissuto con un corpo e un’identità differente da quella di adesso, in cui abbiamo sperimentato situazioni e stati d’animo diversi.

Le vite precedenti sono esperienze che appartengono alla coscienza ma non al corpo e all’identità con cui ci identifichiamo abitualmente.

 

Ma cos’è la coscienza?

 

Siamo parte di un tutto più grande, chiamato coscienza, che trascende i limiti del corpo e dell’identità di ciascuno e si frammenta in infiniti altri corpi e identità per fare esperienze circoscritte della sua totalità.

La frase mistica “Tutto è uno.” esprime questo concetto.

Ma nel mondo della logica le cose sono finite e l’infinito è troppo espanso e privo di limiti per poter essere compreso, valutato e considerato nelle esperienze che viviamo abitualmente.

Per questo esiste un grande calderone chiamato inconscio dove archiviamo tutte le cose che la ragione non riesce a spiegare.

L’inconscio e la coscienza probabilmente sono la stessa cosa.

Solo che uno per definizione non lo si può conoscere. È appunto: inconscio.

Mentre l’altra la si può almeno tentare di esplorare. È coscienza… quindi potenzialmente consapevole.

Possiamo avere ricordi che non ricordiamo di avere mai vissuto perché non ne abbiamo fatto esperienza con questo corpo e con questa identità.

Quando permettiamo a noi stessi di essere di più del nostro corpo e della nostra identità, possiamo ammettere di avere delle consapevolezze vissute in corpi diversi e con identità diverse da quelle attuali, ma non per questo meno reali.

Poiché gli effetti di queste esperienze si possono sperimentare con il corpo e con l’identità di adesso, quei ricordi (vissuti con corpi diversi e identità diverse) possono essere ritenuti reali.

Il tempo ingarbuglia le cose, però.

Infatti, se li ricordo adesso, ma non li ho mai vissuti, come fanno a essere ricordi?

In quale tempo ne avrei fatto esperienza?

In un tempo successo prima, in cui io ero io ma non ero ancora nato?

Queste domande sono mal poste e perciò non trovano risposte adeguate.

Il tempo non è qualcosa che esiste a prescindere dalla coscienza che lo sperimenta.

Il tempo è uno stratagemma della coscienza che permette di frammentare la totalità in una sequenza.

Dentro quella sequenza io nasco, vivo e muoio.

Fuori da quella sequenza, io sono nato, vivo e morto contemporaneamente.

Perché senza il tempo, tutto semplicemente è.

(Tutto-insieme-in-un-eterno-adesso)

E in quell’eterno adesso ci sono altre esperienze che interferiscono col mio mondo interiore e che permettono ai ricordi di prender forma nel corpo e con l’identità che ho ora (e che chiamo “la mia vita attuale” per distinguerla dalla totalità della coscienza e delle infinite vite che le appartengono).

Quei ricordi che ogni tanto fanno inspiegabilmente capolino nella nostra realtà ci segnalano una identità più grande e più articolata e arricchiscono la nostra esperienza di vissuti diversi.

Vissuti che meritano un’esplorazione più approfondita e un’integrazione nella vita attuale perché intrecciano l’esperienza corrente con la loro carica emotiva.

Recuperare le storie e i traumi di altre vite serve a illuminare la nostra esistenza presente e permette di sciogliere i traumi che ancora interferiscono con la crescita interiore e con lo sviluppo della nostra identità.

Siamo tutti parte di un’unica infinita coscienza che srotola se stessa in tante vite per dare forma alla sua molteplicità.

Comprendere l’irrazionale nella nostra esperienza ci porta a contatto con una saggezza profonda e permette al mondo interiore di dispiegare tutta la sua poliedrica verità.

Carla Sale Musio

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