Archive for Giugno, 2019

Giu 30 2019

IL CIELO

 

Era stato un parto lungo, sofferto.

Lei, una donna sola.

L’uomo che conosceva da qualche tempo, dopo aver saputo che sarebbero stati in tre, si era inventato un lavoro in miniera, lontano dal paese.

Nessuno l’aveva più visto.

E lei, abituata alla vita dura, aveva continuato a lavorare a giornata, nelle case o in campagna, finché il ventre gonfio glielo aveva permesso.

Poi, i dolori violenti del parto, le invocazioni, le urla, le mani sapienti della levatrice del paese.

Infine un essere incerto, contorto: una femmina.

Era magra, piangente, il collo piegato verso terra, terribilmente storpio, come se il rifiuto paterno l’avesse costretta al capo chino: allo stesso modo degli umili, dei perdenti, degli sconfitti senza speranza.

***

Da piccola aveva una sua grazia particolare: gli occhi grandi e acquosi, una certa timidezza nel parlare, il collo costantemente chino, come a guardare le cose misere che scorrevano sulla terra.

Poi, con l’adolescenza, iniziarono il massacro, la sofferenza, l’irrisione violenta dei suoi pari.

E così il resto della vita: usciva sempre meno, temeva di mostrarsi.

Gli sguardi degli altri scorrevano rapidi dal capo chino al suo collo piegato.

Per guardare in alto, doveva torcere il busto, ma anche così le era difficile godersi la vista del cielo: ne aveva una visione rapida, spezzata, come la linea incerta del suo collo.

***

Lo sguardo verso il basso le permetteva, però, di osservare la vita brulicante degli insetti, quelli che attraversavano la terra perché privi di ali, o quelli che si poggiavano su steli, fiori, cespugli e di cui ammirava i voli brevi e colorati.

Si incantava a guardare coccinelle, maggiolini, api: osservava il lavoro potente delle loro zampe e li seguiva per poco con lo sguardo, quando si innalzavano verso il cielo.

Nel camminare, evitava le formiche: addirittura si fermava, quando si spostavano in file tanto dense che era faticoso saltarle.

Ammirava il loro impegno: si fermava a guardarne due che portavano una foglia, dividendosi il peso, come i buoni amici devono fare, o le osservava mentre si scontravano nell’andare e si fermavano un attimo, quasi a chiedersi scusa.

Sentiva quegli esseri simili a sé: vicini alla terra e senza speranza del cielo.

***

Con il passare degli anni, la sua figura divenne più contorta, come una quercia nodosa. Stava a lungo a casa: comprava il cibo indispensabile, usciva quando il sole sorgeva o calava e nascondeva il capo sotto uno scialle scuro.

Nel percorrere le strade, rasentava i muri, sperando di essere invisibile agli altri e al loro sarcasmo.

Niente della vita altrui le apparteneva: non conosceva l’amore, di cui aveva desiderato il mistero; non aveva più affetti, da quando la madre se n’era andata per sempre, dopo averla benedetta.

Una vita così, ai margini.

L’unica consolazione, le sue uscite in campagna, dove al vento, all’erba e agli insetti non importava nulla del suo aspetto, dove si sentiva accolta: una creatura come le altre, dono del mondo.

***

Ma una sera primaverile, mentre passava per i campi accompagnata dal vento, sentì che le sue forze finivano.

Cercò di raggiungere il paese per rifugiarsi a casa e non le fu possibile.

Le gambe cedettero.  

Cadde sulla schiena e sentì la morbidezza dell’erba che l’accoglieva: allora finalmente, con lo sguardo rivolto verso l’alto, poté vedere il cielo nella sua ampiezza sconosciuta.

E seppe che era la fine.

***

Rapidi, le si accostarono mosche, coccinelle, api, maggiolini: ognuno di loro prendeva con le zampe un lembo dei suoi vestiti per portarla vicina a quel cielo, che finalmente poteva ammirare.

Cercarono insieme di sollevarla, ma non ci riuscirono.

A lei sembrava di sognare.

Ma ecco giungere rapidamente passeri, cornacchie, colombi, rondini e i potenti gabbiani, accorsi veloci dalla costa.

Le si affollarono intorno tutti quegli esseri alati.  

Allora la sostennero con dolcezza, sollevandola per i vestiti, e riuscirono finalmente a portarla in alto, mentre il suo sguardo si perdeva nell’azzurro scuro del cielo.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com del 21/06/2019, n° 107651

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Giu 24 2019

GENITORI, FIGLI, EGOCENTRISMO E FISICA QUANTISTICA

La psicologia ci insegna che i bambini: più sono piccoli e più sono egocentrici.

Atterrano nella vita ancora immersi nella conoscenza dell’Infinito.

E in quello spazio immateriale (da cui provengono) non esistono l’io e il tu, la dualità e la separazione ma tutto è sempre Tutto.

È difficile abituarsi a vivere nel mondo delle polarità e imparare a gestire gli opposti: il bene e il male dentro di sé.

Occorre una esistenza intera (e forse anche più di una…).

Nella Totalità della coscienza non ci sono confini e chi ancora si muove immerso in quella sapienza originaria fatica a comprendere l’identità, la responsabilità, la gestione di sé, il desiderio, l’attesa e la fatica di procurarsi le cose.

Ecco perché i bambini sono egocentrici.

Nel mondo prima della nascita ogni realtà esiste SEMPRE e non c’è bisogno di cercarla o chiederla.

Ogni cosa è a disposizione.

Senza distinzione, senza separazione, senza tempo.

In quel luogo privo di coordinate fisiche non ci sono buoni e cattivi, giusto e sbagliato, mancanza, distanza, dolore o delusione.

È una scoperta lacerante quella che ci aspetta quando arriviamo in questa realtà materiale.

Per comprendere appieno l’immensità della coscienza è necessario sperimentarla da tutti i punti di vista.

E per ottenere questo la Totalità si parcellizza.

Cioè acquisisce tante identità, ognuna in relazione con le altre componenti del Tutto.

Per conoscere ogni aspetto di sé l’Infinito ha bisogno di frammentarsi.

Difficile parlarne senza deformare la percezione.

Difficile capirlo e capirsi.

Le parole sono scatole piccole per contenere ciò che non ha confini.

Eppure…

I bambini arrivano nella vita ancora immersi in quella dimensione originaria fatta di onnipotenza, onniscienza, immediatezza e trascendenza.

Il tutto e il nulla per loro sono presenti, reali e pieni di significato.

Imparare a muoversi nel corpo e utilizzare le leggi della fisicità è difficile.

Istintivamente cercano il potere che caratterizza la completezza e lo identificano nelle persone che li accudiscono.

Ai loro occhi ancora aperti sull’immensità il principio onnipotente prende forma nelle persone che li accudiscono e queste diventano il punto di riferimento, la guida, i depositari del sapere e della verità.

Nel mondo della polarità questo passaggio è fisiologico e necessario a creare l’attaccamento, la relazione e la possibilità di far convivere la dimensione affettiva con quella materiale.

Quando i genitori sono a conoscenza dei meccanismi che determinano la dipendenza infantile possono aiutare i loro figli a conciliare le leggi dell’Infinito con quelle della parcellizzazione, permettendo ai piccoli di sviluppare un sano senso di responsabilità verso se stessi (e verso ogni altra creatura).

Quando invece i genitori pretendono di incarnare la divinità, nel mondo infantile la comprensione della materialità si fonde con l’onnipotenza che appartiene alla Totalità, deformando la percezione della realtà e provocando pericolose idealizzazioni.

Aspettarsi che i genitori possiedano un potere divino dà origine alla maggior parte della sofferenza che esiste nel mondo.

I cuccioli sono naturalmente portati a credere in un principio magico capace di soddisfare ogni loro necessità.

E su questa aspettativa miracolosa e impossibile basano la comprensione degli avvenimenti.

Sono convinti che i genitori conoscano tutte le loro esigenze e sappiano sempre soddisfarle.

Si aspettano che papà e mamma portino avanti il compito di aiutarli a crescere come se fosse l’unico e il più grande dovere della loro vita.

Questo in parte è vero: i piccoli dipendono dagli adulti e senza il loro supporto non potrebbero vivere.

Tuttavia, da qui a credere nell’onnipotenza dei genitori ce ne passa!

Gli adulti sono persone che a loro volta stanno imparando a vivere, bambini cresciuti in mezzo a tante difficoltà e tante sofferenze.

Esiste una catena di inconsapevolezza che si tramanda da una generazione all’altra e riguarda la percezione della Totalità.

Pensare che i bambini siano degli adulti in miniatura ha creato innumerevoli fraintendimenti e provocato altrettanto dolore.

Per realizzare un mondo a misura dei più piccini è necessario comprendere i codici dell’Infinito e ricordarsi che la psiche infantile arriva nella fisicità ancora immersa in quelle verità.

La mancata comprensione di questo principio genera una sequenza di aspettative e delusioni senza soluzione di continuità:

  • I genitori pretendono di incarnare una saggezza e una sapienza impossibili da raggiungere nel mondo della dualità;

  • I bambini sollecitano una disponibilità e un’onniscienza che gli adulti non possiedono.

Manca un dialogo aperto e sincero sulle diverse acquisizioni della personalità (matura e immatura), un confronto onesto che consenta ai più grandi di condividere le incertezze e l’imperfezione lasciando ai piccoli il tempo e il compito di assimilare tutta la complessità della vita.

Ognuno è responsabile di se stesso e delle proprie azioni.

La sensibilità dei bambini si deve abituare all’impatto con l’identità e con la separazione che caratterizzano l’esperienza fisica.

Gli adulti hanno il compito di proteggerli e aiutarli… senza erigersi a depositari del sapere.

Accollandosi il peso della propria incapacità.

Rispettare le fragilità di ogni generazione permette di costruire un mondo basato sull’accoglienza delle tante dimensioni della coscienza e restituisce a tutti il valore e la profondità della vita.

In questa chiave il successo non è il conseguimento di status sociali stabiliti da altri ma l’ascolto di sé e della propria intima verità.

Come insegna la fisica moderna: la vita è il percorso che consente di essere onda e particella insieme, materiale e immateriale, identità e infinito, Tutto e tutti… contemporaneamente.

Carla Sale Musio

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Giu 18 2019

ANIMALI E SALUTE MENTALE: la cultura invisibile

Rompere il silenzio sulla crudeltà e sulle violenze commesse quotidianamente da ognuno di noi a discapito degli animali (e combattere lo specismo che ne impedisce la comprensione) significa entrare in contatto con un sapere basato sull’essenzialità delle emozioni e dare forma (finalmente) a una cultura dell’invisibile.

La dimensione affettiva segue leggi diverse da quelle della materialità.

Gli animali lo sanno.

E mantengono vivo il contatto con le proprie parti emotive, intuitive e sensitive.

Gli esseri umani, invece, deridono gli aspetti interiori e delegano la comprensione delle situazioni alla tecnologia o agli esperti, perdendo di vista il valore della soggettività.

Un mondo senza violenza è capace di ascoltare la verità intima di ciascuno, restituendo ai sentimenti un posto di preminenza nelle relazioni.

Solo così si può percorrere la strada dell’empatia, della solidarietà, della fratellanza e dell’accoglienza delle diversità.

Solo così l’unicità di ogni creatura diventa un dono.

E non una colpa.

Solo così la creatività può prendere il posto dell’omologazione e la salute dilagare nella psiche.

Senza bisogno di psicofarmaci, psichiatri o psicologi.

Imparare dagli animali ci permette di osservare con attenzione, umiltà e rispetto le loro scelte di vita e di scoprire un sapere diverso dal nostro ma altrettanto profondo.

Fino ad oggi gli esseri umani hanno coltivato un’intelligenza prevalentemente cognitiva.

Gli animali, invece, hanno sviluppato un’intelligenza emotiva.

Entrambe sono importanti.

E stabilire una priorità tra le due fa perdere elementi essenziali della realtà.

Ci sono cose che non si possono vedere con gli occhi e toccare con le mani.

Cose che se ne infischiano della logica o della ragione perché rispondono alle leggi interiori.

L’amore è una di queste.

Il mondo intimo si muove spesso al di fuori della razionalità.

Eppure…

Il benessere e la salute mentali dipendono dall’equilibrio di questo mondo.

Immateriale, soggettivo e a volte paradossale.

Lo sanno bene gli specialisti della psiche che con la sua apparente illogicità devono fare i conti ogni giorno e lo sanno anche tutti quelli che soffrono di depressione, attacchi di panico, fobie, paure, insicurezze…

Gli animali percepiscono verità che al nostro sguardo imbevuto di razionalità sono precluse.

Vivere in armonia con la natura significa accogliere dentro di sé l’insegnamento delle altre forme di vita e comprendere che, a volte, le loro conoscenze possono superare le nostre.

Non si tratta di stabilire delle gerarchie ma di condividere i saperi.

Per vivere meglio.

La vita è un insieme infinito di relazioni volte a mettere in contatto la fisicità con l’immaterialità, la soggettività con la collettività, l’ecosistema con ogni singola componente del tutto… fino a raggiungere un’espressione armonica delle potenzialità di ciascuno.

Ogni specie porta in dono una peculiarità.

Gli esseri umani possiedono la creatività.

E questa dovrebbe essere messa al servizio delle altre creature e non usata per dominare, sottomettere e sfruttare.

Uccidere significa sempre: annientare una parte di sé.

Il mondo esteriore rispecchia il mondo interiore.

Non si può stare bene quando gli altri non stanno bene.

È una legge intima e profonda che trova le sue conferme nel malessere che ammala l’umanità.

Superare la paura dell’ignoto permette di avvicinarsi con fiducia, umiltà e rispetto a ogni altra forma di vita e realizzare una civiltà nuova: capace di onorare la morte senza infliggerla impunemente a chi è più debole, diverso, ingenuo o sconosciuto.

Il cuore lo sa.

La ragione lo deve imparare.

Rispettare gli animali ci conduce ad accogliere il valore dell’emotività, dell’istintualità e della sensitività, permettendoci di ritrovare i saperi che abbiamo perduto nel tentativo di omologarci a un mondo che corre a perdifiato verso la propria distruzione.

La paura della morte affonda le radici nelle innumerevoli morti che infliggiamo ogni giorno a cuor leggero, certi di una supremazia arbitraria, prepotente e crudele.

La legge del più forte asserisce l’inutilità di tante vite, ignorando la sofferenza di chi ci appare debole e perciò privo d’importanza.

Tuttavia nel momento del trapasso quella stessa indifferenza ci colpisce come un boomerang trasformandoci nelle vittime impotenti di un destino imprevedibile e ingiusto finché lo interpretiamo con i criteri della prepotenza secondo cui abbiamo vissuto.

Cambiare i codici con cui leggiamo la realtà per aprirci all’ascolto di ogni essere vivente significa accogliere la nostra stessa fragilità per riconoscerne il potere, il valore e l’importanza.

Gli animali ci insegnano con l’esempio della loro esistenza come vivere in relazione gli uni con gli altri e in contatto con tutto ciò che c’è.

Senza psicofarmaci, malattie mentali, ricoveri coatti o elettroshock.

Senza allevamenti, schiavismo, guerre, usura e distruzione.

Senza bulimia, anoressia, obesità, diabete e cancro.

Senza avvelenare il pianeta.

Un mondo migliore nasce dal cambiamento che ciascuno porta avanti dentro di sé con le scelte compiute ogni giorno.

Carla Sale Musio

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Giu 12 2019

LA REALTÀ? … L’HO CREATA IO!

Crediamo di muoverci in una realtà indipendente ed estranea ai nostri voleri: una sorta di teatro in cui gli attori improvvisano la parte inconsapevoli della regia.

Ma è davvero così?

Le cose avvengono tutte al di fuori della nostra coscienza?

Oppure è la coscienza che crea la realtà per fare un’esperienza… di se stessa?

La nostra percezione non si arresta mai, ci accompagna dal primo all’ultimo minuto della vita.

Anche quando non vi prestiamo attenzione.

La coscienza non è separata dall’esistenza:

LA COSCIENZA È L’ESISTENZA

Infatti senza una coscienza che la percepisce la vita smette di esistere.

Lo attesta la fisica quantistica.

Lo sostengono gli psicologi.

E nel suo terzo principio lo afferma il biocentrismo:

“Il comportamento delle particelle subatomiche, in realtà di tutte le particelle e oggetti che percepiamo, sono collegati in modo inestricabile ad un osservatore. Senza la presenza di un osservatore cosciente esiste solamente uno stato indeterminato di onde di probabilità.”

Credere in una realtà separata ci aiuta a sperimentare la fisicità.

Tuttavia cancellare dalla consapevolezza l’intreccio inestricabile di vita e coscienza impedisce di aprirsi alla verità e preclude il benessere e la salute mentale.

Ciò che non si vede ha un forte impatto sulla comprensione degli avvenimenti.

A farci stare bene o male sono stati d’animo intimi.

E invisibili.

Emozioni e sentimenti capaci di trasformare la vita in un paradiso oppure in un inferno.

La pretesa di un’oggettività priva di relazioni interiori con chi ne fa esperienza è un concetto superato negli ambienti scientifici.

Tuttavia, il nostro linguaggio non possiede ancora termini adeguati a descrivere l’invisibile e questo impedisce di distinguerne l’importanza e di gestirne l’influenza sulla nostra vita.

L’universo oggettivo è un concetto astratto.

Forse necessario a studiare la meccanica degli eventi ma privo di rilevanza e fuorviante quando ci si muove nelle tante dimensioni della realtà.

Confinare la coscienza dentro i limiti della materialità è un paradosso che deforma la comprensione della vita rinchiudendoci in un range limitato di possibilità e dando origine alla violenza che sta distruggendo il pianeta.

Infatti, se le cose non hanno alcun legame con il nostro sentire (immateriale e reale) diventa lecito infliggere dolore a chi appare diverso (e perciò separato) perseguendo la legge del più forte senza scrupoli e senza etica, solo per soddisfare il capriccio di un momento.

La negazione dell’invisibile annienta i sentimenti dietro il disprezzo riservato a ciò che è immateriale, sostenendo il cinismo, la competizione e la sopraffazione al posto della condivisione, della fratellanza e dell’empatia.

Sui principi della divisione e dell’abuso si regge il dominio dei pochi sui molti.

Prende forma dalla sordità emotiva necessaria a cancellare l’empatia e si sviluppa sulla pretesa di una dualità fatta di schieramenti giusti o sbagliati, di bene e male, di buoni e cattivi.

Questa contrapposizione interiore costringe la psiche a rinnegare le parti inaccettabili di sé fomentando il desiderio di una perfezione idealizzata e impossibile, e dando forma al mondo crudele e distruttivo in cui ci muoviamo oggi.

La pretesa di un universo oggettivo ha ripercussioni gravissime sul nostro stile di vita poiché nasconde la consapevolezza della molteplicità che anima il mondo interiore dietro la pretesa di un’omologazione illusoria e irraggiungibile, modellando la realtà che crediamo esteriore su parametri pericolosamente ingiusti.

Solo riconoscendo dentro di sé i semi della crudeltà e assumendosi la responsabilità del Tutto diventa possibile mettere fine alle guerre e realizzare una società rispettosa di tutte le creature.

La coscienza è quella parte di noi stessi che intreccia l’etica con la realtà destinandoci a vivere le conseguenze delle nostre scelte profonde.

Nel mondo interiore:

  • affermare la legge del più forte imprime di sé la fisicità creando una vita in cui impera la prepotenza,

  • censurare le proprie imperfezioni dà forma a un mondo fatto di nefandezze inconfessabili,

  • aspirare alla perfezione modella una società in cui la diversità è inaccettabile.

La coscienza è la creta di cui è fatta la vita, il Tutto che genera ogni cosa, il luogo intimo della verità.

Carla Sale Musio

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Giu 06 2019

DIETA E PIACERE: UN BINOMIO IMPRESCINDIBILE

Quando vogliamo agire un cambiamento nel nostro modo di mangiare il primo scoglio che incontriamo è lo stravolgimento delle consuetudini.

Modificare le abitudini alimentari non è difficile… è DIFFICILISSIMO!

Nel ritmo incalzante delle giornate l’unica occasione in cui ci concediamo una sosta sono i pasti.

E in quei momenti sembra che anche il mondo si fermi.

Gli uffici chiudono, le strade si svuotano… e finalmente il relax arriva… con il cibo.

Nell’immaginario collettivo rinunciare a nutrirsi in modo tradizionale significa privarsi di un piacere insostituibile e prolungare la fatica quotidiana senza soluzione di continuità.

Molte persone a stomaco vuoto non riescono nemmeno a dormire, figuriamoci a lavorare!

Quando mangiare è l’unico godimento concesso rinunciare alle abitudini sbagliate diventa impossibile.

Ecco perché per cambiare la dieta è necessario agire sul piacere.

Cioè permettersi di coltivare momenti di appagamento diversi dai riti quotidiani intrecciati al cibo.

Infatti, se la gioia è raggiunta soltanto grazie al menù cambiare alimentazione diventa una missione impossibile.

Chi di noi rinuncerebbe alla felicità per condurre una vita fatta soltanto di fatiche?!

Per trasformare le abitudini alimentari è necessario osservare cosa amiamo fare e quanto tempo concediamo a queste attività durante la giornata.

Solo coltivando il piacere si può sfidare la dipendenza alimentare.

Infatti, imporsi il cambiamento grazie a una rigida disciplina amplifica il desiderio di cibi gratificanti (in genere cibo spazzatura) e può funzionare solo per tempi molto brevi.

Lo sanno bene le industrie alimentari che ci sommergono di pubblicità volte a enfatizzare l’aspetto rilassante e consolatorio delle pietanze (nascondendo con cura gli ingredienti e le conseguenze tossiche che la maggior parte dei prodotti hanno sulla salute).

Lo sanno bene anche gli interessi delle multinazionali che aumentano in maniera esponenziale facendo leva sul bisogno di concedersi una pausa gradevole, a buon mercato e (soprattutto) veloce.

Poco importa se per raggiungere i target economici è necessario sacrificare la salute di tante persone ingenue e disponibili.

A curarle ci pensano le case farmaceutiche che con le loro pillole colorate gestiscono un impero basato proprio sulla sofferenza.

Per difendersi da questo business è necessario prendere in mano le proprie scelte e gestire in prima persona il delicato equilibrio tra piacere e dovere, facendo in modo che il bello della vita non sia soltanto sedersi a tavola per mangiare.

Le pubblicità ci raccontano un mondo assai lontano dai nostri reali bisogni e desideri.

Una realtà fatta apposta per tenerci schiavi di bisogni indotti ad arte.

Per mantenerci sani abbiamo bisogno di condividere le emozioni (soprattutto l’amore: terapia miracolosa e priva di ricetta medica), di giocare, di sviluppare la creatività, di muoverci in mezzo alla natura.

Cose semplici e poco costose delle quali ci scordiamo troppo spesso.

Domandarsi ogni giorno Cosa mi piace fare?” è una medicina a costo zero che costringe ad ascoltare anche le parti libere, solari e indipendenti di sé, aiutandoci a verificare  quotidianamente la qualità della nostra vita.

Al contrario, rimpinzarsi di cibo serve a non pensare e allontana dall’ascolto della propria intima verità.

Mangiare tanto e in modo poco salutare è funzionale agli interessi dell’economia ma tradisce il progetto profondo che nascendo siamo venuti a svolgere su questo pianeta.

Non si atterra per caso nel mondo… e non si vive a caso.

Ognuno porta in dono la propria unicità e il proprio peculiare modo di interpretare l’esistenza.

Ottunderci di cibo e omologarsi a esigenze improprie spinge a dimenticare che la vita è un percorso di crescita personale e non il palcoscenico di vanità irraggiungibili e spesso inutili.

La salute è la conseguenza di uno stare bene con se stessi che non è fatto di grandi abbuffate ma di un ascolto costante dei propri valori e della creatività nascosta nelle scelte di ogni giorno.

Carla Sale Musio

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