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Mag 16 2018

USCIRE DALLA DIPENDENZA ALIMENTARE

L’atto di mangiare è il nostro primo apprendimento: abbiamo appena messo il naso su questo pianeta che subito la mamma ci attacca al seno invitandoci ad assaporare il cibo.

E chi non vi si dedica e col dovuto entusiasmo è spronato a impegnarsi affinché non corra il rischio di morire d’inedia.

Eppure lo spettro della fame non esiste più nei paesi industrializzati.

Al suo posto incombe invece il pericolo dell’obesità.

Le statistiche mediche segnalano con urgenza i danni conseguenti alla sovralimentazione.

Tuttavia nessuno si preoccupa delle patologie legate all’abuso alimentare.

Siamo così convinti della necessità di mangiare più volte al giorno che non riusciamo nemmeno a immaginare cosa potrebbe succedere se le fonti alimentari fossero diverse e i bambini potessero scegliere spontaneamente le modalità nutritive congeniali al loro organismo.

Un mondo migliore presuppone la conoscenza di soluzioni alternative alla bulimia, all’anoressia e all’obesità che ammalano il nostro stile di vita.

Molte ricerche dimostrano che la vitalità e la luce sono i requisiti indispensabili per vivere in buona salute.

Tutti gli alimenti, infatti, possiedono un potere nutrizionale proporzionale alle radiazioni luminose che contengono (Il codice della luce).

Ci sono persone che hanno cambiato il proprio metabolismo e possono alimentarsi esclusivamente di energia (www.breatharianworld.com).

Queste persone non hanno bisogno di mangiare per vivere.

Esistono bambini nati da mamme che si nutrono grazie a una vibrazione luminosa e interiore (PFW 2016 conference).

Questi bambini hanno potuto scegliere quando e cosa mangiare, senza dipendere dal cibo per la loro sopravvivenza.

Andiamo incontro a un mondo dove la sopraffazione legata al piacere del gusto sarà sostituita dalla cooperazione e dal rispetto per tutte le creature.

Un mondo in cui l’empatia, la creatività e l’ascolto di sé modelleranno un sapere nuovo.

E, anche se questa civiltà ci appare ancora lontana e poco credibile, il cambiamento si sta già delineando.

Impercettibilmente, ma inesorabilmente.

La sofferenza psicologica e fisica conseguente alla sovralimentazione diventa ogni giorno più evidente e sempre più persone scelgono la via della consapevolezza e del cambiamento, nonostante il bombardamento mediatico agito dagli interessi economici.

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Una pericolosa bulimia sociale ci rende vittime di una fame insaziabile

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Esiste un mostro invisibile che stimola nella psiche il bisogno di mangiare in continuazione, intrecciando le necessità affettive con le dipendenze alimentari  fino a renderle indistinguibili.

Il primo passo per spingere i bambini a consumare ogni genere di dolcetti, merendine, snack, rompidigiuno, spuntini, stuzzichini… è mescolare le cure materne con il piacere dell’oralità.

Quasi tutti i cuccioli della specie umana nei primi mesi di vita sentono il bisogno di portare il dito in bocca o succhiare una tettarella di gomma.

Questo gesto comune e apparentemente innocente segnala una patologia.

I piccoli dell’uomo imparano molto presto a scambiare il cibo con l’affetto.

Per loro l’amore della mamma passa attraverso l’assunzione degli alimenti e questa sovrapposizione struttura una confusione tra il nutrimento affettivo e l’atto di portare qualcosa alla bocca.

Gli psicologi la chiamano fase orale e spiegano che soltanto dal suo superamento può prendere forma la maturità.

La crescita, infatti, passa attraverso la capacità di riconoscere all’altro una propria autonomia senza per questo aver bisogno di ingoiarlo.

A causa dei ritmi frenetici necessari alla sopravvivenza, sempre più spesso le madri della nostra specie si concedono il piacere di coccolare i figli solo durante il momento del pasto.

Questo trasforma l’atto di mangiare in una ricerca di affetto.

Dalla mescolanza tra cibo e intimità prende forma la dipendenza che sta ammalando l’umanità e distruggendo il pianeta.

Si struttura nei primi anni di vita e si mantiene viva grazie al bombardamento pubblicitario indispensabile a raggiungere gli standard di mercato.

Per liberarsi da questa patologia è necessario affrontare le crisi di astinenza che accompagnano l’uscita dalla dipendenza, seguendo un percorso progressivo capace di separare l’amore dalla necessità di sentire lo stomaco pieno.

Solo così può prendere forma una cultura libera dalle bugie dell’economia e dal bisogno compulsivo di sollecitare il senso del gusto.

La fase orale segnala la dipendenza più insidiosa che ci sia.

Si sviluppa nel rapporto intimo che ogni bambino vive con la mamma e si snoda attraverso un percorso di sollecitazioni pubblicitarie, di medicine, di merendine, di ricette e di tradizioni gastronomiche… dando forma a una dipendenza celata dietro la convinzione che mangiare sia indispensabile per vivere.

Di contro:

  • agli innamorati passa l’appetito perché il coinvolgimento affettivo basta da solo ad appagare il bisogno nutrirsi

  • i creativi si dimenticano di mangiare

  • e tutti quelli che sono immersi in un’attività appagante non sentono i sintomi della fame

Alimentarsi da fonti alternative significa cambiare il proprio stile di vita e permettersi il benessere grazie alle scelte di ogni giorno.

Vuol dire trascorrere del tempo all’aria aperta, dare valore al corpo, imparare ad ascoltare il proprio mondo interiore, riconoscere la connessione che unisce tutte le creature viventi a un ecosistema prezioso per la sopravvivenza.

Conduce a scoprire l’importanza di ogni vita.

Senza gerarchie, senza possesso e senza crudeltà.

Un mondo nuovo ha bisogno di una cultura nuova, capace di aprirsi all’energia invisibile che permea la creazione, fino ad accogliere ogni diversità.

Per superare la fase orale è necessario abbandonare l’egocentrismo dell’infanzia e incamminarsi lungo la strada che conduce alla maturità.

Sostituendo il bisogno di portare tutto alla bocca con il piacere della scoperta, della conoscenza e della reciprocità.

È un percorso di crescita interiore che ognuno deve affrontare dentro di sé, trasformando il narcisismo e l’onnipotenza dell’infanzia per incontrare l’amore.

Quello vero.  

Fatto di consapevolezza, di comprensione, di rispetto, di empatia e di solidarietà.

Solo allora la cooperazione prenderà il posto della predazione e la condivisione sostituirà la violenza che sta distruggendo la nostra civiltà.

Un mondo migliore nasce dal valore che sappiamo riconoscere alla vita.

A ogni vita.

Nessuna esclusa.

Perché il valore che diamo alla vita è quello che intimamente riconosciamo a noi stessi.

Carla Sale Musio

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Apr 28 2018

GLI PSICOFARMACI ALIMENTARI

L’atto di mangiare assolve funzioni diverse da quelle strettamente legate alla sopravvivenza perché l’effetto biochimico degli alimenti si intreccia con i bisogni psicologici dando forma ad una connessione difficile da risolvere.

Quasi tutti i piatti delle tradizioni gastronomiche stimolano nella psiche una pericolosa dipendenza, spingendoci a non poter più fare a meno di quei sapori e dei loro ingredienti.

Il piacere del gusto associato alla soddisfazione dei desideri affettivi esaspera la necessità di mangiare determinati cibi, mentre le reazioni chimiche indotte nel corpo dagli alimenti strutturano una obbligatorietà compulsiva insieme all’impossibilità di rinunciarvi o di ridurre le dosi.

E, una volta diventato indispensabile, il cibo, come tutte le droghe, crea l’esigenza di aumentare progressivamente le quantità per ottenere lo stesso effetto stupefacente.

Proprio come gli psicofarmaci, gli alimenti hanno conseguenze sulla psiche, portandoci a non poterne più fare a meno.

Quando decidiamo di cambiare le nostre scelte dietetiche dobbiamo sopportare le crisi di astinenza che inevitabilmente accompagnano l’abbandono di certe sostanze e riabituare progressivamente il nostro corpo a soluzioni più salutari.

Occorre del tempo per superare la fase critica legata alla mancanza di tossicità e poter finalmente godere i vantaggi di un organismo sano.

Spesso la sensazione salutare di leggerezza e di frizzante vitalità ci fa sentire a disagio, come se ci mancasse qualcosa.

Siamo talmente abituati agli effetti nocivi degli alimenti che la salute ritrovata può scatenare una angosciante sensazione di pericolo.

Tutto ciò che non conosciamo mette in allarme e crea uno stato di allerta.

Così, quando usciamo dalla pesantezza indotta dalla digestione di alimenti poco salutari la sensazione di benessere che ne consegue non è familiare.

Anzi!

Sentire lo stomaco vuoto, le percezioni amplificate, vedere i colori più vividi, avere meno bisogno di dormire… sono tutti effetti conseguenti ad una pulizia interiore che non siamo abituati a sperimentare e che ci disorientano.

Emerge il bisogno di costruire nuove consuetudini e nuovi modi di pianificare le giornate per realizzare e sostenere una nuova qualità della vita.

La trasformazione dello stile alimentare ha ripercussioni molto più profonde di quanto si possa immaginare perché coinvolge profondamente l’identità, il valore che diamo a noi stessi , le nostre scelte e il nostro modo di essere.

È importante imparare ad ascoltarsi e individuare i passi necessari al percorso di cambiamento assumendosene in prima persona la responsabilità.

Nessuno può sindacare l’identità di qualcun’altro.

I buoni consigli sono utili e graditi ma l’ultima parola, la scelta determinante, poggia tutta sulle nostre spalle.

In questo modo diventa possibile sperimentare un cambiamento soddisfacente ed efficace.

Finché agiamo perché lo ha detto il medico o qualche altro specialista, non ascoltiamo veramente noi stessi e non permettiamo alla coscienza di esprimere la propria verità.

Ognuno deve trovare l’equilibrio, imparando a gestire il desiderio di mangiare e l’esperienza del piacere (che non è circoscritta al mangiare ma coinvolge la vita nella sua molteplicità).

Procurarsi il piacere con le droghe si rivela sempre una scelta dolorosa e perdente.

E il cibo non sfugge a questa regola.

Finché useremo gli alimenti alla stregua di psicofarmaci indispensabili per sopportare uno stile di vita inadeguato alla sopravvivenza e malsano, andremo incontro a quella grave dipendenza alimentare che sta distruggendo l’umanità insieme al pianeta.

Per costruire un mondo migliore non serve delegare le responsabilità e continuare a sopportare in silenzio la propria insoddisfazione esistenziale.

Serve piuttosto rimboccarsi le maniche e muovere i passi necessari al cambiamento, mettendo al primo posto l’ascolto delle proprie priorità.

Solo così può prendere forma una realtà capace di sostenere l’impatto con la salute.

Nessuno può tollerare il benessere se prima non impara a guardare negli occhi la propria verità.

Qualunque essa sia.

Carla Sale Musio

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Gen 03 2018

I RITUALI ALIMENTARI

Nella nostra frenetica società dei consumi i pasti hanno assunto una funzione rituale, scandiscono i tempi della giornata e spesso sono l’unico momento dedicato a noi stessi e alla famiglia.

Ma cos’è un rituale?

Chiamiamo rituale l’insieme delle norme che regolano una cerimonia sacra.

E nel mondo occidentale mangiare è diventato un evento venerato e idolatrato quanto una celebrazione religiosa.

In ogni famiglia esiste un cerimoniale alimentare che comprende la preparazione, il consumo e la condivisione del cibo.

Si tratta di un rito talmente diffuso e importante da prevedere una o più stanze della casa.

Nelle nostre abitazioni abbiamo:

  • una cucina (o almeno un angolo cottura), indispensabile per la preparazione degli alimenti

  • una sala da pranzo dedicata alla condivisione dei pasti

  • ed infine (ma non meno importante) un gabinetto, necessario all’eliminazione delle scorie

Trascorriamo gran parte della giornata a scegliere i cibi, prepararli, mescolarli, cuocerli, renderli appetitosi, masticarli, ingoiarli, digerirli e ripulire gli ambienti dai residui di tutto questo lavorio.

Facciamo a gara nel sollecitare il palato con stuzzichini e gusti sempre diversi.

Amiamo:

  • scambiarci le ricette

  • parlare di cosa abbiamo mangiato

  • programmare quello che mangeremo

  • decidere dove andremo ad assaggiare nuove pietanze

  • pianificare quando capiterà ancora…

E così via, in un’interminabile ricerca di sapori appetitosi, elaborati e stimolanti.

Abbiamo costruito una sacralità alimentare totalmente incentrata sul gusto, al punto che mettere qualcosa in bocca sembra essere l’unico piacere in grado di appagarci davvero.

Una cultura gastronomica, compulsiva e maniacale, ha trasformato l’esistenza in un insaziabile bisogno di nutrirsi.

Così una volta riempita la pancia non resta altro da fare che lavorare per poterla riempire ancora.

E ancora.

E ancora.

È difficile proporre occasioni d’incontro che non prevedano uno scambio di vivande.

I rituali alimentari hanno invaso tutti gli spazi ricreativi, tanto che oggi nemmeno al cinema o a teatro si può evitare di sbocconcellare qualcosa.

Nella borsa bisogna avere almeno una caramella, una liquerizia, una mentina… per scongiurare il pericolo di morire di fame.

Eppure la fame, quella vera, esiste soltanto in rari luoghi del mondo: pochi paesi sottomessi a un potere economico che ha trasformato la nutrizione in uno strumento di sopraffazione (e che approfitta delle popolazioni povere per ingrassare e drogare sempre di più gli abitanti dei paesi ricchi).

Per soddisfare gli interessi economici di quella piccola élite che governa il mondo il cibo è diventato un rituale, con un cerimoniale ben più importante e coinvolgente di qualsiasi celebrazione religiosa.

Un rituale che prevede dedizione, impegno, abnegazione e lavoro.

E che imprigiona dentro una dipendenza difficile da scardinare.

Per liberarsene, infatti, è necessario rinunciare ai ricordi, alle abitudini, alle condivisioni…  e a tutti quei comportamenti indispensabili per sentirsi parte della nostra società.

A causa di tutto questo è difficile modificare le proprie scelte nutrizionali.

I neuroni a specchio, sollecitati dal comportamento delle persone a cui vogliamo bene, spingono verso valutazioni condivise anche se poco salutari.

Il bisogno di appartenenza conduce a cercare nel piatto quello scambio affettivo capace di farci sentire importanti e amati.

Cambiare alimentazione è una sfida, un percorso solitario fatto di scelte impopolari, di ricerche costanti, di sperimentazione e di trasformazioni interiori.

Modificare la propria dieta significa seguire uno stile di vita nuovo e agire un’importante rivoluzione.

Dapprima dentro se stessi.

E poi nei rapporti con gli altri.

È un cambiamento che spaventa e presuppone il coraggio di ascoltare tutte le parti di sé: quelle che amano la trasformazione e quelle che invece vogliono mantenere stabili le abitudini di sempre.

Dentro di noi abbiamo tanti punti di vista in contrasto, portavoce di esigenze diverse e pronti a farsi la guerra pur di raggiungere ognuno i propri obiettivi.

Modificare le scelte alimentari significa comprendere ogni singolo sé e armonizzare le esigenze di tutti, costruendo una democrazia interiore in grado di soppiantare la dittatura che il conformismo impone nella psiche.

È un’impresa ardua.

Occorre rimboccarsi le maniche e sopportare l’incoerenza che caratterizza la vita emotiva.

Solo così diventa possibile superare le paure e costruire uno stile di vita finalmente rispettoso.

Di noi stessi, degli altri e del pianeta.

Un mondo migliore nasce dalle scelte di ogni giorno e si sviluppa nell’attenzione che sappiamo donare alla vita.

Di tutte le creature.

Carla Sale Musio

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Feb 08 2014

CIBI METADONE

La dipendenza dal cibo è una delle tossicodipendenze più insidiose e più difficili da vincere.

Il nostro bisogno di mangiare, infatti, è solo apparentemente giustificato dalla necessità di tenerci in vita.

E’ risaputo che nei paesi occidentali si muore soprattutto di obesità, eppure l’idea che saltare anche un solo pasto possa portarci rapidamente all’inedia, giustifica e abilita la compulsione a ingurgitare sempre maggiori quantità di alimenti, senza doversi chiedere quanto sia necessario e salutare tutto questo. 

Più che indicare il bisogno di nutrimento, quella che comunemente chiamiamo fame è il segnale di una crisi di astinenza in atto, e i suoi cosiddetti morsi sono di solito spasmi nervosi, cioè spie grazie alle quali l’organismo segnala la mancanza delle sostanze tossiche da cui è dipendente.

Proprio come ogni altra droga, quando si tenta la via della disintossicazione, la tossicodipendenza alimentare genera un corollario di sintomi fisici, mentali ed emotivi, talmente ampio da far naufragare ogni determinazione.

Basta soltanto parlare di limitare le quantità di cibo per sentire immediatamente il desiderio di mettere qualcosa in bocca.

Sembra che anche solo pensare alla dieta possa creare nel corpo uno stato di allarme e di ansia!

Tendiamo perciò a evitare accuratamente l’argomento, riducendolo a una lista di buoni propositi sempre posposti nel tempo.

La pubblicità e i mass media ci bombardano ogni giorno di sollecitazioni nuove per stuzzicare l’appetito e incrementare i guadagni delle industrie alimentari, mentre contemporaneamente incentivano una moda anoressica fatta di ragazze diafane, emaciate e filiformi, a cui diventa impossibile conformarsi senza praticare il digiuno.

Nasce così un conflitto tra i peccati di gola e il bisogno di emulare l’immagine delle modelle esili e patinate, proposte dagli stilisti.

Un conflitto che spinge inevitabilmente a riempirsi ulteriormente di cibo (nel tentativo di dimenticare, almeno per un poco, il disagio della propria diversa conformazione fisica, annegando l’inadeguatezza nel piacere della buona tavola e della compagnia) e che finisce per ingigantire la dipendenza alimentare, in un circolo vizioso senza fine.

“Se mangio ingrasso.

Se ingrasso mi vedo brutta/o.

Più mi vedo brutta/o più sento il bisogno di drogarmi col cibo per sfuggire alla sgradevole sensazione di non andare bene con i miei chili di troppo.

Ma più mangio, più ingrasso.

Più ingrasso più mi vedo brutta/o.”

Eccetera…

Allora provo a mettermi a dieta.

E qui si scatena la peggiore delle frustrazioni perché, dopo aver cercato di limitare il cibo soffrendo terribili crisi di astinenza, e magari aver raggiunto l’agognato peso forma, l’organismo, esasperato dall’astensione forzata che gli è stata imposta, si impegna subito ad accumulare ancora più grasso di prima (per tutelarsi da eventuali carenze future) col risultato di rendere sempre più difficile il dimagrimento, sempre più grande l’insoddisfazione e sempre più vorace la fame nervosa.

Dopo qualche tentativo, la sola parola dieta finisce per scatenare una voglia di mangiare esagerata e compulsiva.

Perciò, terminate le restrizioni e concluso il periodo necessario a dimagrire, il peso perso con tanta fatica si riacquista in men che non si dica!

Insomma, smettere di drogarsi con l’alimentazione è quasi sempre un’impresa impossibile, irta di difficoltà fisiche, psichiche e sociali!  

L’alimentazione tocca corde segrete e delicate, in ciascuno di noi.

Il cibo, più che essere una necessità è un momento di intenso piacere, un rituale intimo, rilassante e privato che ognuno celebra a modo suo e che difficilmente si riesce a cambiare senza tenere conto della dipendenza, fisica e psicologica, che scatena.

Nel mio percorso professionale e nella vita privata, ho lavorato molto sulla necessità di superare le dipendenze alimentari.

Il bisogno compulsivo di mangiare, da soli o in compagnia, mi è sempre apparso un serio problema, diffuso dappertutto, ignorato nella sua gravità ma condiviso e giustificato da innumerevoli occasioni sociali, proprio per evitare di prendere atto della sua reale portata e della sua drammaticità.

I pochi coraggiosi che, nonostante tutto, cercano di cambiare il proprio stile alimentare, modificando le abitudini a vantaggio di menù più ecologici e salutari, incontrano spesso l’ironia del mondo e sono costretti a fare i conti con la sensazione di stupidità, di inutilità e di emarginazione che di solito accompagna la diversità.

Socialmente, esiste una sorta di nonnismo alimentare che porta a deridere, insultare, maltrattare ed emarginare, quanti non si conformano alle scelte nutrizionali più diffuse.

Sono convinta che il sadismo con cui tante persone ridicolizzano la scelta vegana dipenda dalla profonda consapevolezza della tossicodipendenza determinata dal cibo, e che la rinuncia a sostanze stimolanti, come la carne, il latte o le uova, evidenzi negli onnivori l’incapacità di liberarsene.

Prova ne sia il fatto che davanti alle intolleranze alimentari (oggi tanto diffuse) quasi tutti, invece, si mostrano dispiaciuti e comprensivi, partecipi della disgrazia toccata in sorte a chi non può più abusare di piatti tossici.

Insomma, scegliere di liberarsi dal bisogno compulsivo di mangiare, per seguire una via alimentare più etica, per dimagrire, per evitare alcune patologie fisiche o semplicemente per sentirsi meglio, è un percorso in salita pieno di difficoltà e di ricadute che è necessario imparare a considerare e ad affrontare per ottenere dei risultati soddisfacenti.

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NUOVI MENU’ E METADONE ALIMENTARE

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Uno strumento utile per superare le crisi di astinenza e avanzare di qualche passo lungo la strada della libertà, sono i cibi metadone.

I cibi metadone sono alimenti simili, negli effetti o nel gusto, ai cibi da cui si è dipendenti ma meno tossici e perciò meno dannosi.

Si usano nella transizione da uno stile alimentare a un altro e servono per rendere meno traumatico e più piacevole il passaggio.

I cibi metadone aiutano ad affrontare le crisi di astinenza durante la disintossicazione e riducono la sofferenza fisica ed emotiva, perché gratificano i bisogni psicologici sottesi dall’atto di mangiare, permettendo di costruire un rituale alimentare nuovo, più adeguato e meno patologico.

I cibi metadone, però, sono sempre estremamente soggettivi e possono variare nel tempo.

Ognuno deve scoprire da sé la propria formula creativa ed efficacemente sostituiva, perché l’atto di mangiare soddisfa bisogni intensi e diversissimi, ed è indispensabile individuare il sapore, la consistenza o la forma, in grado di supplire egregiamente un alimento tossico, gratificando il gusto, il senso di sazietà e i ricordi.

Si deve selezionare una propria combinazione personale, un mix di sensazioni fisiche ed emotive che dovranno essere stimolate dagli alimenti nuovi e diventare quel metadone che permette di superare senza troppa sofferenza il passaggio da uno stile alimentare a un altro.

Se adoro la cioccolata, ad esempio, ma per qualche ragione decido di non mangiarla, posso cominciare a sostituirla con qualcosa che le somiglia molto nell’aspetto e nel gusto pur non avendo gli stessi ingredienti. Per qualcuno potrebbe essere la crema di carrube, per qualcun altro un budino al caramello, per un altro ancora la marmellata di castagne… non c’è una ricetta ma un bisogno di ascoltarsi e di sperimentare.

Una scelta strategica e mirata di cibi metadone consente di ridurre moltissimo la fame nervosa e lascia all’organismo il tempo di abituarsi alla disintossicazione, riducendo l’astinenza da una determinata sostanza.

Individuare i propri cibi metadone e costruire un programma efficace di sostituzioni è il primo passo per il raggiungimento della libertà alimentare.

Consente di non delegare ad altri la responsabilità della propria vita e permette di gestire in prima persona il bisogno di nutrimento, non solo alimentare ma emotivo, creativo e spirituale.

 Carla Sale Musio

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