Dic 14 2018

LE FRESIE

“È un bel maschietto” le dissero.

La madre guardò il figlio.

“Hai avuto fretta?” gli sussurrò.

“Sei nato quindici giorni prima”.

Poi lo strinse tra le braccia.

*****

Quell’anticipo di vita gli pesò a lungo: aveva perso molti giorni di pace ovattata.

E forse per quel motivo, ebbe un personale senso del tempo.

*****

Arrivava in ritardo ovunque: alle elementari, finché lo accompagnò la madre, riuscì ad anticipare il suono della campanella, poi fu un disastro.

Alle medie e anche al liceo entrava in classe quando ormai tutti si erano accomodati.

I professori, dopo aver smesso di adirarsi, lo prendevano in giro.

“Stavi per arrivare domani” gli diceva qualcuno.

Oppure: “Sei in anticipo sul secondo quadrimestre”, gli diceva qualcun altro.

La prof di greco, all’ennesimo ritardo, lo interrogò a sorpresa su Euripide, sperando di costringerlo ad una disciplina rigorosa.

E meno male che lui aveva studiato.

In seguito, all’università perse buona parte delle lezioni diurne e dei seminari pomeridiani perché il bus era già passato o gli telefonavano prima che uscisse (e certamente doveva rispondere) o dimenticava i libri o il quaderno di appunti e tornava indietro a prenderli.

Poi incontrò lei, la donna della sua vita: la amò perdutamente, ma nessuna volta che rispettasse gli orari degli appuntamenti.

Lei, di indole paziente, si limitò a sospirare per i ritardi e lo aspettava sempre, come fanno anche le madri.

Le cose migliorarono con il matrimonio: lei attendeva a casa il suo rientro e si trovò ad aspettare anche il loro primo figlio.

Nel corso degli anni ne vennero altri e i ritardi di lui, del marito, si fecero meno lunghi.

Infatti cercava di migliorarsi, ma pretendere la puntualità fu un’utopia inarrivabile.

Al lavoro, inoltre, doveva timbrare il cartellino: i ritardi si cumularono e divennero un tempo eterno da recuperare.

******

Lui rifletteva sul suo comportamento, sul senso del tempo.

“Certo è quella nascita anticipata” si diceva.

“Quindici giorni in meno di delizie. Chi me li rende? “

******

Poi la pensione, l’età avanzata, i figli lontani e realizzati e lei, la donna amata, che un pomeriggio si mise in poltrona per guardare un documentario.

A sera, al rientro dalla passeggiata, lui la trovò ancora seduta.

Composta come era sempre stata, sembrava dormire un sonno tranquillo.

Ma non rispose al richiamo di lui.

 ******

Lo strazio fu immenso.

Non sapeva più perché vivere.

I figli furono teneri al funerale, poi ognuno tornò alla propria vita.

******

Trovare quel cagnetto fu una grande gioia.

Da tempo lui non riusciva a sorridere, ma quel randagio dalle zampe incerte gli restituì vigore.

Al mattino era il cane che lo svegliava e lo scortava a comprare il giornale, poi al parco aspettava che il padrone leggesse i titoli e gli saltellava intorno, quando l’uomo si alzava dalla panchina faticosamente per l’età e i dolori alle gambe e tornava a casa.

******

Da qualche tempo affannava nel camminare e ogni minimo sforzo gli costava una fatica immensa.

Pensò che il suo tempo si fosse concluso.

Per sé era rassegnato, ma si preoccupava del cane: allora chiamò un amico, tra i pochissimi che gli erano rimasti.

E quello promise che ci avrebbe badato lui.

******

Ripensò a tutta la sua vita: era stato un marito innamorato e fedele e un padre responsabile.

L’unica ombra della sua esistenza erano quei molti ritardi: decise che voleva chiudere il cerchio, rimediare all’errore.

Dopo aver riflettuto a lungo, seppe il da farsi.

Allora chiamò la Morte e le disse che era pronto: si offriva a lei quindici giorni prima del momento fatale.

Così avrebbe restituito quel tempo di vita, che pure non aveva chiesto.

Le dava appuntamento al parco ogni pomeriggio, disse ancora alla Morte.

Ma sperava che lei arrivasse di primavera: gli piaceva il pensiero di andarsene, respirando profumo di fresie.

******

Mentre aspettava, il giorno dopo, sentì un rumore rapido di zampe: il suo cane arrivava di corsa, le orecchie all’indietro e il guinzaglio penzolante.

Era riuscito a fuggire dalla casa dell’amico a cui lo aveva affidato.

Il cane gli balzò addosso, ansante e felice di rivederlo.

“Ma sai dove sto andando?” gli disse il padrone.

“Da lì non si torna”.

Gli occhi umidi dell’animale lo scrutarono in fondo all’anima.

“Staremo sempre insieme” sembrò dirgli quello sguardo.

“Non mi vuoi con te?”.

Allora l’uomo strinse il cane palpitante tra le braccia e accettò l’offerta.

*****

Non dovette attendere a lungo.

Alcuni pomeriggi dopo, eccola giungere.

Non sembrava avere fretta.

Alta, solenne, elegante, diversa da come l’aveva immaginata.

Gli si fermò davanti: “Sono onorata della tua richiesta” disse la Morte.

“È così difficile trovare persone rigorose.”

Poi gli sussurrò: “C’è qualcuno felice di vederti”.

Allora davanti a lui comparve la moglie, bella e sorridente come in gioventù.

“Ma ci pensi? Sarai con me quindici giorni prima” gli disse lei, con dolcezza.

Lui la guardò rapito, le prese la mano.

E sparirono felici con il loro cane, nella luce calda di un pomeriggio primaverile.

Intorno si sentiva forte il profumo delle fresie.

Gloria Lai

leggi anche:

L’AQUILONE

Opera tutelata da Patamu.com con il n° 93453 dell’1/11/2018

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Dic 08 2018

UN TEMPO PER SE STESSI E PER CONOSCERSI: il ruolo del paziente nella psicoterapia

Il paziente ha un ruolo fondamentale nella psicoterapia: quello di cambiare la prospettiva da cui guarda il mondo, fino a considerare la propria vita con soddisfazione e con amore.

Ogni richiesta di aiuto segnala la difficoltà a convertire il dolore in resilienza.

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Ma cos’è la resilienza?

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La parola resilienza indica la capacità di assorbire gli urti senza frantumarsi e in genere si riferisce ai materiali.

In psicologia segnala l’attitudine a superare un evento traumatico trasformando la sofferenza in un punto di forza.

Questa alchimia interiore svela i valori delle esperienze, aiutandoci a comprendere il significato nascosto dietro alle cose.

La spiritualità, quel sentire profondo che ispira i momenti importanti della vita, sottende sempre il lavoro interiore e permea il percorso di cambiamento.

Travolti dai ritmi frenetici della quotidianità, spesso perdiamo di vista il disegno che impronta il nostro destino, finendo per spaccare la realtà in fazioni contrapposte di bene e male, buono o cattivo, giusto o sbagliato.

Ma schierarsi dalla parte migliore non permette di comprendere la totalità che appartiene alla vita.

Per sentirsi bene è indispensabile riconoscere il mistero nascosto dietro gli eventi e coltivare la fiducia nei poteri dell’esistenza.

Non è un compito facile, spesso le cose ci mostrano realtà così crudeli che sembra impensabile possano contenere qualcosa di buono.

Eppure…

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Esiste un dono nascosto dentro ogni realtà

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A volte per scoprirlo bisogna attraversare il dolore, affrontare la paura, sperimentare la rabbia e lasciare che la ragione si perda.

In quei momenti sembra che niente possa essere salvato.

Tuttavia, chi ha sperimentato eventi terribili racconta di essere riemerso dalla sofferenza con una saggezza nuova, qualcosa che può nascere soltanto quando tutto sembra perduto.

Non voglio inneggiare alla tragedia.

Ma so per esperienza che il loto cresce nel fango.

E spesso le vicende più terribili si rivelano salvifiche.

È questo il significato psicologico della resilienza.

La capacità di trovare un valore nuovo trasforma il dolore in saggezza e regala una comprensione intima e profonda della realtà.

Emerge la verità individuale.

Quella che caratterizza l’unicità di ciascuno.

Il dono che siamo venuti a portare nel mondo.

La psicoterapia ha la funzione di aiutare le persone a immergersi nel proprio vissuto intimo, fino a scoprire le luci che indicano la strada della realizzazione.

È un tempo per se stessi, necessario a conoscere anche ciò che non ci piace, le parti dolci e le parti amare della nostra personalità.

Il ruolo del terapeuta è quello di camminare affianco al paziente.

Perché le strade più impervie diventano meno aspre quando le si percorre in due.

Il ruolo del paziente è quello di rivelare la propria emotività, accogliendo le verità che stanno dietro alla vita e lasciando che nuovi equilibri illuminino il buio.

Ci vuole molto coraggio, molto amore, molta fiducia e molta determinazione.

Solo chi ha saputo varcare le soglie di un nuovo universo interiore può planare leggero nell’infinito e regalare a se stesso e al mondo la profondità della propria vita.

Carla Sale Musio

leggi anche:

… ma chi è e cosa fa uno PSICOTERAPEUTA?!

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Dic 02 2018

VIOLENZA NASCOSTA

Esistono violenze invisibili fatte di cose semplici e di un volersi bene che non vuole sapere tutta la verità.

C’è un mondo sotterraneo e crudele dietro l’amore che tiene unite le nostre famiglie.

Un mondo di brutalità e di soprusi.

Un orrore difficile da raccontare, perché la maggior parte di noi preferisce ignorarne l’esistenza.

Esiste una disumanità nascosta dietro tanti gesti quotidiani, dietro l’affetto, dietro le festività, dietro i momenti belli e le giornate speciali.

Sono disgrazie che non fanno notizia, che non compaiono nella cronaca nera e che alla maggior parte della gente fanno venire l’acquolina in bocca.

In quei gesti, apparentemente amorevoli, affondano le radici dell’aggressività che ammala la nostra civiltà.

Prendono forma in una superiorità scontata che ci spinge a dire:

“Sono solo animali.”

Come se questo bastasse a legittimare ogni abuso.

Ci sono creature che vivono soltanto per venire torturate e macellate.

Esseri allevati per il nostro piacere.

Individui senza valore, vittime di una disumanità inconsapevole.

Non c’è un modo etico per uccidere.

L’uccisione è sempre un assassinio.

Ma la parola assassinio non viene usata quando si tratta degli animali.

E nemmeno la parola cadavere.

Chiamiamo carne i loro corpi straziati e guardarli ci mette fame.

Dietro quest’incoscienza prosperano i semi di tanti orrori.

Crediamo che la supremazia della nostra specie sia un criterio sufficiente a legittimare il maltrattamento di ogni altro essere vivente.

“Sono solo animali.”

Sosteniamo con noncuranza.

Alimentando la convinzione che per loro non valgano il rispetto e la morale.

Così facendo, però, accettiamo di sfruttare chi è diverso, debole o ingenuo.

E questa legittimità autorizza l’abuso nella psiche.

L’inconscio, infatti, intesse le trame della vita basandosi sui principi che noi stessi abbiamo scelto.

Nel momento in cui permettiamo lo sfruttamento degli animali accogliamo il predominio e creiamo le basi per essere vittime e carnefici.

Decidendo che è giusto allevare, torturare e massacrare chi è incapace di difendersi, accettiamo di essere sfruttati e maltrattati da chi detiene un potere superiore al nostro.

Impariamo queste regole da bambini: nei pranzi della domenica, nei giorni di festa, nelle solennità, nelle cerimonie e in tutte quelle occasioni, grandi o piccole, in cui vengono uccisi con amore gli esseri che abbiamo scelto per rallegrare il nostro pasto.

I vitellini, gli agnelli, i porchetti, i polli, le quaglie, i conigli, i cinghiali, i cervi… l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Sono tanti gli animali che ci piace mangiare.

Creature che amano vivere, proprio come noi.

E che provano dolore, proprio come noi.

Esseri talmente uguali a noi che vengono usati nella ricerca, perché le loro reazioni, emozioni e sensazioni sono come le nostre.

Poiché hanno culture diverse abbiamo stabilito che non ci sia alcun male nel togliergli la vita.

Impariamo da piccoli a tollerare questa insensibilità.

E poi, da grandi, la crudeltà diventa normale.

È normale: allevare animali, cacciare, pescare e uccidere altre specie per divertimento.

È normale: vendere bombe, comprare armi, divertirsi a sparare, dividendo la terra in stati e nazioni contrapposte.

È normale: ricevere medaglie e sentirsi importanti per aver distrutto le case e i campi di gente come noi, vittime dei voleri di chi comanda il mondo.

La violenza è dappertutto.

Siamo convinti che sia naturale.

Lo abbiamo imparato presto.

E oggi non ci pensiamo nemmeno più.

Quando affermiamo la legittimità di uccidere chi è più debole e di mangiarne le carni, stabiliamo un principio di violenza che l’inconscio trasferisce nella nostra vita.

Dando forma al mondo che conosciamo oggi.

Il mondo del bullismo, del nonnismo, dell’omofobia, del femminicidio, della pedofilia, delle guerre, degli stupri e della paura.

Un mondo che vorremmo rendere migliore e di cui abbiamo perso il controllo coltivando la crudeltà dentro la psiche.

Ammazziamo la fratellanza.

Senza saperlo.

E, senza riconoscerne le cause, andiamo a caccia dei colpevoli all’esterno.

Come se non dipendesse da noi.

Carla Sale Musio

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Nov 25 2018

AMORE, LIBERTÀ E POSSESSO

Il possesso permea così tanto la nostra cultura che ci sembra naturale vantare diritti di proprietà anche sulle persone.

Le parole mio e tuo sono diventate parte del linguaggio amoroso.

Ma, l’amore prende forma nel mondo intimo senza che sia possibile circoscriverlo.

Confini e sentimenti sono incompatibili.

La vita emotiva è fatta di stati d’animo che prescindono dalla volontà.

Il coinvolgimento che proviamo verso un’altra persona è un sentire spontaneo e indipendente dai nostri desideri, appartiene all’anima.

Nessuno può decidere di innamorarsi.

L’amore segue leggi diverse da quelle del possesso e della volontà.

Ma soprattutto: diverse dall’economia.

Per questo, non è corretto usare mio e tuo parlando di sentimenti.

Non si può possedere l’amore.

Tuttavia, le regole del commercio dettano legge anche nella vita di coppia.

L’amore non produce reddito e per questo è considerato di poco conto.

Per sentirsi realizzati è necessario avere:

  • la macchina

  • la casa

  • i vestiti

  • il lavoro

  • le vacanze

  • gli amici

  • la famiglia

  • i figli

  • … … …

È difficile sostituire lo schema della proprietà con quello della libertà.

Chi ama senza aspettarsi nulla in cambio è considerato uno sciocco.

Eppure…

L’amore ha bisogno di indipendenza.

E di rispetto.

Si può amare una persona ma non si può avere una persona.

È vero:

  • la gelosia fa sentire fragili, vulnerabili e dipendenti

  • quando siamo innamorati l’altro può distruggerci con un gesto, lasciandoci feriti e impotenti in balia del dolore

  • il bisogno di sicurezza spinge a cercare garanzie per salvaguardare la continuità dei sentimenti

La paura reclama la sicurezza del mio e del tuo.

Ma l’amore è l’opposto della paura e per viverlo con pienezza è necessario esporsi al rischio della fragilità.

Solo affrontando quel rischio, infatti, si diventa grandi.

I piccoli hanno bisogno di stringere le cose tra le mani per conoscerle e apprezzarle.

Col tempo imparano a contemplarle.

Le emozioni sono come l’arcobaleno: le possiamo ammirare ma non le possiamo toccare.

Per diventare adulti è necessario imparare ad amare solo per il piacere di vivere il coinvolgimento.

Possesso e libertà sono poli opposti lungo la strada del voler bene.

La proprietà non garantisce l’amore.

La libertà, invece, sì.

È libero chi può amare senza pretendere la reciprocità.

L’amore è un sentimento spontaneo.

Possiamo nasconderlo o manifestarlo, ma non possiamo pilotarlo, indirizzarlo e circoscriverlo… senza perderlo.

Quando diciamo mio marito o mia moglie, la mia fidanzata o il mio fidanzato, senza saperlo ci autorizziamo a possedere quelle persone.

Non esiste un linguaggio che sia libero dal possesso e, ai nostri giorni, è impossibile parlare di marito e moglie, fidanzato e fidanzata, senza usare anche mio e tuo.

Una società nuova ha bisogno di parole nuove.

Liberare i sentimenti dalla tirannia del possesso è il primo passo verso un mondo migliore.

Carla Sale Musio

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linee guida per una separazione amorevole

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Nov 19 2018

CREATIVITÀ: camminare abbracciando la saggezza e la follia

Quando parliamo di creatività intendiamo quell’insieme di punti di vista, mutevoli e cangianti, che ci permettono di osservare la realtà in modi sempre nuovi.

Essere creativi non è facile, significa assecondare costantemente il cambiamento dentro di sé.

E questo di solito è faticoso.

Tuttavia, è anche l’unica strada per raggiungere quella pienezza di vita capace di farci sentire bene e carichi di entusiasmo.

La creatività presuppone un contatto continuo con la sensibilità che caratterizza il mondo interiore.

La salute mentale costruisce le sue basi sull’ascolto intimo e profondo di se stessi e su una sincerità emotiva… difficile da raggiungere in questa nostra società della finzione.

Il prezzo che paghiamo per sentirci amati comporta spesso la perdita dell’ unicità.

Ci sforziamo di essere come tutti gli altri.

Quando però ci riusciamo… scopriamo di aver perso interesse alla vita.

La depressione è il sintomo di una pericolosa mancanza di creatività, il tentativo estremo e disperato di ricondurci alla nostra essenza per ripristinarne i valori di base: l’amore e la curiosità per ciò che abbiamo intorno.

Per esplorare l’esistenza con desiderio e passione è necessario permettere che i nostri talenti rivelino tutta la loro misteriosa potenza, ascoltando le voci interiori che ci guidano verso mete diverse.

La creatività sposta le prospettive e costringe a cambiare.

Vivere significa mettersi in gioco.

Ricominciare da capo.

Aprirsi ai codici dell’Anima, fatti di sensazioni, intuizioni ed emozioni.

Realtà poco concrete, poco razionali e poco attente agli aspetti monetari.

Quel genere di cose che fanno scrollare la testa agli economisti.

Ma la salute mentale e l’economia sono condizioni molto differenti.

La prima è tesa al compimento della vita.

La seconda è un’invenzione della specie umana volta a incrementare i profitti dei pochi e lo sfruttamento costante dei molti.

Coltivare la creatività significa mantenere vivo il contatto con la propria interiorità e permettersi di seguire i richiami del cuore, la passione che rende bella la vita.

È necessario imparare a fidarsi dei propri Sé Creativi, coltivando l’empatia, la sensitività, l’ascolto intimo, la fantasia, il cambiamento, la solitudine e una molteplicità di punti di vista tutti insieme.

Cose non facili di questi tempi.

Non esistono: una ricetta, un manuale delle istruzioni, un protocollo o un’equazione che garantisca il successo.

Occorre assumersi tutte le responsabilità e tutti i rischi.

Lasciando che la logica, la determinazione e il rigore affianchino i sogni, il desiderio e l’impulsività.

Solo così i Sé Creativi ci regalano gli strumenti necessari all’evoluzione e permettono alla vita di rivelare il suo profondo significato.

Ognuno è unico, irripetibile e speciale.

Per vivere ogni giorno con pienezza, la saggezza e la follia devono camminare a braccetto accompagnandoci nell’esistenza come due alleate.

Inseparabili e fidate.

Carla Sale Musio

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LA PERSONALITÀ CREATIVA

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Nov 13 2018

… ma chi è e cosa fa uno PSICOTERAPEUTA?!

Lo psicoterapeuta è un professionista che ha scelto di sostenere le persone lungo un percorso di cambiamento e di realizzazione.

Chi decide di svolgere questo mestiere coltiva la convinzione che la vita meriti di essere vissuta e si impegna a trasformare il malessere interiore fino a renderlo un prezioso alleato.

Mi piace pensare che la psicoterapia sia l’unica competizione in cui si vince insieme o si perde insieme.

A essere sfidata, infatti, è la sofferenza.

E la vittoria si ottiene trasformandola in un’occasione di crescita e di potere personale.

Come sostiene Bert Hellinger:

“Tutti i terapeuti hanno imparato il mestiere da bambini, nel tentativo impossibile di curare uno o entrambi i genitori”.

La propensione a occuparsi del dolore psichico, infatti, è una vocazione che si manifesta molto presto, una spinta interiore insopprimibile legata alla certezza intima e profonda che l’esistenza sia un’esperienza interessante e piena di valore.

Quando la sofferenza psicologica ammala uno o entrambi i genitori, i piccoli futuri psicoterapeuti rivelano una determinazione e una fiducia incrollabile nel proprio potere maieutico di guarigione e si impegnano in una battaglia senza esclusione di colpi per curare il dolore delle persone che amano.

Questo allenamento precoce è destinato a fallire.

Infatti, nessun figlio potrà mai risolvere l’angoscia di chi lo ha messo al mondo.

Tuttavia, proprio questa prima esperienza diventa la palestra in cui cimentare la propria volontà di debellare il malessere interiore.

L’umiltà che deriva dall’inevitabile sconfitta di quelle prime ambizioni salvifiche è l’ingrediente fondamentale per diventare uno psicoterapeuta efficace.

Solo arrendendosi alla propria inadeguatezza, infatti, si diviene capaci di ascoltare con rispetto e accoglienza le esperienze di un altro essere vivente e si impara a riconoscere le possibilità latenti, fino a trasformare il dolore in una risorsa di cambiamento.

L’abilità a condividere la sofferenza psicologica di chi abbiamo intorno si struttura da bambini e trova la sua espressione nell’impulso irresistibile ad ascoltare le storie degli altri.

I giovani futuri psicoterapeuti sono quelli a cui tutti finiscono per confidare i propri drammi, quelli a cui anche gli sconosciuti chiedono consiglio, quelli che diventano subito i migliori amici di un sacco di gente.

Ma anche quelli che sanno ascoltare ma non sanno chiedere, quelli che spesso si sentono invisibili perché gli altri parlano ma a nessuno viene in mente di domandare “Tu come stai?”, quelli che sentono il bisogno di isolarsi perché a furia di immedesimarsi nelle vicende altrui finiscono per perdere di vista se stessi.

Il tirocinio svolto durante l’infanzia, con il suo corollario di delusione e fragilità, costituisce la base di una futura professionalità: forte della capacità di mettersi in gioco sperimentandosi continuamente nei ruoli di paziente e di terapeuta.

In quell’humus germoglieranno in seguito le conoscenze teoriche, le esperienze professionali, le specializzazioni, i titoli e la competenza necessaria ad esercitare la psicoterapia.

Il primo oggetto di studio di ogni specialista della psiche è il proprio mondo intimo.

E tanto più a fondo scenderà nell’inconscio tanto più ampia e profonda diverrà la sua esperienza.

Naturalmente, la capacità di autoanalisi deve essere affiancata dall’attitudine a farsi da parte per lasciare a chi chiede aiuto lo spazio di rivelarsi.

Il ruolo del terapeuta è un ruolo cangiate, fatto di un interesse spontaneo per la vita delle persone, dell’abilità a cogliere le risorse inespresse e della sensibilità che deriva dall’ascolto costante di sé e degli altri.

Sigmund Freud paragonava se stesso a un archeologo in grado di recuperare i tesori di un tempo antico sepolti sotto le macerie del presente.

Tuttavia, se in passato il terapeuta era visto come una guida oggi l’accento è posto soprattutto sulla partecipazione attiva del paziente, che deve essere accompagnato nel proprio mondo interiore fino a riappropriarsi delle risorse perdute durante la crescita.

L’urgenza di diventare grandi e guadagnarsi un posto nel mondo, infatti, ci spinge a coltivare ciò che permette di ottenere approvazione, affetto e stima, tralasciando le capacità poco valorizzate da chi abbiamo intorno.

Una volta adulti, però, nuovi scenari si aprono al nostro orizzonte e percorrere a ritroso la strada della maturità consente l’emergere di nuove possibilità.

Tornare indietro significa spesso: incontrare i mostri del passato.

Non sempre è facile.

Di solito è doloroso.

Ma scendere in fondo al proprio inferno interiore in compagnia di un testimone attento e partecipe cambia gli equilibri intimi rivelando significati impensabili.

Il ruolo dello psicoterapeuta è quello di sostenere l’energia del paziente con la propria presenza, evidenziando insieme alle attitudini nascoste i nessi che legano tra loro le diverse esperienze.

È un mestiere e anche una missione di vita.

Chi lo esercita deve essere pronto a porgere aiuto e a scoprire la maestria che caratterizza ogni essere vivente.

Ogni persona porta in dono la bellezza della propria unicità.

Osservare lo scorrere delle emozioni è un’opportunità, un privilegio e un insegnamento.

Senza fine.

Carla Sale Musio

leggi anche:

LA RELAZIONE TERAPEUTICA

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Nov 07 2018

L’AQUILONE

Percorreva tutti i giorni la spiaggia.

Era un aquilone, il più alto di una fila variopinta che proiettava ombra sui bagnanti ed entusiasmava i bambini.

A reggere il filo un uomo di colore, da così tanti anni in quei luoghi che ormai aveva imparato il dialetto oltre alla lingua nazionale, pronunciata come si usava lì, con la robusta potenza delle consonanti

**********

L’aquilone conduceva la schiera dei suoi fratelli di carta: li precedeva in cielo, agitato dal vento, e aveva la forma di un volatile con le ali colorate.

Dall’alto vedeva il mare, la spiaggia ondulata di vento e i colori degli ombrelloni, poi guardava con attenzione i bagnanti.

Alcuni stavano sdraiati al sole, altri leggevano, altri si proteggevano con cappelli ampi, altri ancora portavano al mare i loro cani.

Era una spiaggia tollerante quella, si diceva l’aquilone: nessuno protestava per gli animali che correvano a perdifiato; poi, richiamati dai padroni,  i cani invertivano la corsa e si buttavano sulla sabbia, a prendersi le carezze energiche di quelli.

**********

Erano le carezze a suscitare il desiderio struggente dell’aquilone.

Quando veniva preparato per innalzarsi verso il cielo ed era  toccato dalle mani dell’uomo, provava un senso strano di conforto.

E allora pensava a come sarebbe stato bello essere un cane, avere un padrone da onorare e riceverne carezze forti. 

**********

Il filo si stava logorando.

L’uomo si riprometteva ogni volta di sistemarlo, ma poi aveva fretta di andare: la fila degli aquiloni era il suo segno distintivo.

Lo si vedeva di lontano procedere con il braccio teso, il resto del corpo gravato di mercanzie: abiti, braccialetti, accendini, cappelli.

Tutto colorato come gli aquiloni che tracciavano il suo cammino.

Ma un giorno di vento terribile e potente, uno strappo: il primo aquilone si staccò di netto dalla fila dei suoi compagni. L’uomo che lo aveva portato sino ad allora lo guardò sconcertato: si allontanava, un cartone variopinto sbattuto dal vento e libero di fuggire.

**********

Volò sino a quando i soffi lo sostennero.

Poi, al calare di quelli cadde tra i cespugli, in un luogo che non conosceva.

**********

La voce di un bambino lo scosse.

“Mamma, c’è un cane qui.” 

Una corsa rapida, due gambe magre, le mani calde.

“Poverino, sei tutto sporco.” 

Continuò la voce infantile.

“Possiamo prenderlo, mamma?”

“Lascia quell’animale.”

Rispose la madre.

“Chi ha tempo di occuparsi di lui?”

Il bambino la guardò implorante.

Era sempre stato timido, incerto con gli altri, troppo piccolo e magro per la sua età e la madre lo proteggeva con forza, con una  tenacia che non credeva di avere.

Lo aveva cresciuto da sola e vederlo fragile la addolorava.

Ma, davanti a quell’animale comparso per caso, pensò che un cane avrebbe aiutato il bambino e lo avrebbe difeso, quando lei non avesse potuto.

E, allora, disse di sì. 

L’estate successiva decisero di andare al mare.

Lei sapeva che, non troppo distante da casa, c’era una spiaggia in cui i cani potevano stare indisturbati.

Allora ci andarono, lei, il figlio e il cane.

Li guardò correre, l’animale che precedeva il bambino, poi si voltava ad aspettarlo con attenzione gelosa.

E quando erano vicini, il bambino gli buttava le braccia al collo e lo accarezzava forte.

Di lontano, intanto, si vide giungere una fila di aquiloni colorati, mossi dal vento.

La loro ombra oscurava per un attimo i bagnanti.

L’uomo che li teneva, gravato di mercanzie, richiamava l’attenzione delle persone anche con frasi in dialetto: da tanto tempo ormai viveva in quei luoghi.

Giunse presso la madre e il figlio: il bambino guardò incantato quegli oggetti colorati e chiese di poter tenere il filo, anche solo per un attimo.

L’uomo gli lesse in viso un desiderio così forte, che accettò la richiesta.

Ma gli tenne la mano tra le proprie.

Poi si rivolse alla madre e le disse, rafforzando le consonanti, come faceva la gente di lì :

”Devo stare attento al vento. L’anno scorso, ho perso il più bello degli aquiloni. Peccato, ci tenevo molto. Chissà che fine ha fatto!”

In quel momento il cane, tornato verso il bambino, guardò gli aquiloni colorati.

Ripensò a un tempo non lontano.

E, senza rimpianti, si ricordò di come fosse bello anche allora: essere scossi dal vento e guardare il mondo dall’alto, legati ad un filo.

Gloria  Lai

leggi anche:

LA PROMESSA

 

Opera tutelata da Patamu.com con il num. 91179 del 27/09/2018

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Ott 31 2018

LA DETOX: un cammino di guarigione

Decidere di cambiare il proprio stile alimentare significa affrontare un percorso di disintossicazione che permetta di liberarsi dalle tossine accumulate nel corso degli anni.

Il protrarsi di scelte sbagliate provoca un sovraccarico di sostanze nocive nel corpo, costringendo tutti gli organi a un lavoro logorante per riuscire a gestire i rifiuti.

E purtroppo le nostre abitudini gastronomiche sono spesso basate su piatti poco salutari:

  • le farine formano nell’intestino una sostanza adesiva che ostacola la corretta assimilazione dei cibi. Il loro consumo incolla i villi intestinali impedendo il passaggio dei nutrienti. Questo malassorbimento non permette alla fame di raggiungere il suo sollievo naturale, spingendoci a mangiare sempre di più.

  • prodotti animali provocano una pericolosa acidosi metabolica che danneggia l’organismo causando gravi malattie (per sentirci sani e in forma il PH del sangue deve essere sempre leggermente alcalino e ricco di ossigeno). Durante la digestione, carne, latte, uova, formaggio, salumi, pesce, frutti di mare creano fermentazioni e putrefazioni, causando un aumento della acidità nel sangue. L’acidosi metabolica genera un’alterazione delle funzioni cellulari che ha gravi ripercussioni sulla salute: intossicazione, stanchezza, stati infiammatori, irritabilità, aumento delle tossine e dei radicali liberi, indebolimento del sistema immunitario, intossicazione del fegato e del sistema linfatico, ne sono solo alcuni esempi.

  • i nutrizionisti di tutto il mondo concordano sul fatto che lo zucchero sia la causa di molte problematiche tra cui: obesità, malattie cardiovascolari, diabete, tumori. E non solo quello che aggiungiamo nel caffè o assumiamo con dolci e biscotti, ma anche quello nascosto negli yogurt, nelle bibite gassate, in quelle analcoliche, nei tè freddi e quello che il nostro corpo ricava dalla pasta, dal pane, dai cracker, dalla pizza e dalle farine raffinate. Praticamente, l’ottanta percento di ciò consumiamo abitualmente. L’industria alimentare spende ingenti quantità di denaro nel tentativo di occultare il rapporto fra assunzione di zucchero e malattie. Tuttavia, una mole sempre crescente di ricerche sottolinea che lo zucchero crea dipendenza costringendoci a consumarne sempre di più. Infatti, quando ingeriamo dello zucchero (o i carboidrati ad alto indice glicemico come la pizza, il riso e la pasta) il cervello va incontro a modificazioni uguali a quelle che si verificano dopo l’assunzione di droghe come la morfina o la cocaina. E nel momento in cui smettiamo di assumerlo, siamo costretti ad affrontare vere e proprie crisi di astinenza.

Per ripristinare il funzionamento sano dell’organismo è necessario eliminare la maggior parte dei cibi che consumiamo abitualmente.

Questo significa intraprendere un percorso di disintossicazione per permettere al corpo di liberarsi dalle sostanze tossiche.

La frutta e la verdura sono gli alimenti più idonei a ripristinare il naturale andamento delle funzioni vitali.

Soprattutto quando si possono mangiare crudi.

In natura, infatti, le specie simili all’uomo (gorilla, oranghi, scimpanzé, bonobo) si nutrono di bacche, germogli e foglie verdi, che non consumano in quantità esagerate come facciamo noi, ma gustano fino a quando raggiungono il naturale stop della fame.

Si è visto che queste specie non soffrono di diabete, bulimia, anoressia, obesità e tutte le altre patologie che affliggono la specie umana, perché il contatto con la natura unito a un’alimentazione sana e frugale permette al corpo di mantenere la sua vitalità anche durante la vecchiaia.

Scegliere di abbandonare uno stile alimentare dannoso per la salute significa avviare un processo spontaneo di disintossicazione.

Durante questa depurazione l’organismo si libera dai veleni rilasciando le sostanze tossiche che ha accumulato.

E i vari sintomi sgradevoli (muco, mal di testa, dolori, spossatezza) segnalano che il corpo ha iniziato un processo di guarigione.

È importante comprendere che la mente può giocare brutti scherzi.

La dipendenza, infatti, spinge a ripristinare le abitudini nocive suscitando un desiderio insaziabile dei cibi dannosi cui siamo assuefatti.

Per superare le crisi di astinenza occorre dare ascolto alle parti bulimiche della personalità senza lasciarsi travolgere dai loro bisogni e senza ricadere nelle cattive abitudini.

Un percorso ponderato di cibi di transizione permette di raggiungere in maniera efficace e senza drammi uno stile alimentare improntato al benessere e alla salute.

Evitare i piatti raffinati e malsani (incentivati da un mercato alimentare privo di scrupoli) significa percorrere un cammino di conoscenza e autonomia volto a liberarci dalla dipendenza di cui siamo prigionieri.

La migliore cura per tutte le malattie è l’efficienza del corpo e consiste nel riconquistare uno stile di vita sano e naturale.

Mangiare alimenti freschi, senza elaborate preparazioni gastronomiche, permette di ripristinare le funzioni di autoguarigione dell’organismo e crea le premesse per un diverso modo di vivere: libero dai bisogni indotti da interessi economici poco attenti alla salute e capace di accogliere il valore di ogni vita.

Carla Sale Musio

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Ott 25 2018

LA RIVOLUZIONE È NELLE SCELTE DI OGNI GIORNO

Consideriamo lecito, morale e indiscutibile utilizzare gli animali per i nostri scopi.

Non ci sfiora l’idea che queste creature siano esseri viventi: capaci di provare dolore proprio come noi.

E siamo certi di non commettere alcun crimine uccidendoli per il nostro divertimento.

Ma cosa ci rende così sicuri nel decidere la loro morte?

Sono convinta che l’insensibilità della specie umana sia il sintomo di una grave patologia.

Uccidere è sempre un atto criminale.

E diventa una malattia quando è considerato divertente.

La mancanza di empatia è la manifestazione di una disfunzione psicologica: segnala la scissione tra ragione e sentimenti.

E provoca gravi conseguenze nella vita di tutti i giorni.

La violenza che imperversa dappertutto ne è il sintomo più evidente.

Le leggi che sosteniamo interiormente, infatti, sono le stesse che l’inconscio trasferisce nella quotidianità, applicandone i principi.

Se affermiamo la liceità di ammazzare per divertimento stabiliamo inconsciamente che l’opportunismo e la crudeltà possono imperversare senza remore.

Un tacito assenso asseconda le scelte criminali che stanno distruggendo la nostra salute, e affonda le sue radici nei gesti di ogni giorno.

L’insensibilità è la norma che accompagna le nostre preferenze alimentari.

Quando facciamo la spesa scegliamo i corpi insanguinati di tante creature innocenti, senza pensare al dolore che abbiamo inflitto e senza sentirci colpevoli per questo.

Al contrario!

Cuciniamo quelle carni straziate convinti di compiere un gesto d’amore verso noi stessi e verso gli altri commensali.

Tuttavia, con la medesima incoscienza applichiamo gli stessi principi di indifferenza e crudeltà alla nostra salute, lasciando che la mancanza di empatia nasconda alla coscienza i danni che questa decisione comporta.

Preferiamo ignorare che i prodotti di origine animale sono la causa principale di tante malattie giudicate incurabili.

Infatti, mantenere attiva l’incoscienza che guida la maggior parte delle scelte alimentari significa nascondere la disumanità del nostro stile di vita, cancellando dalla consapevolezza le tracce degli orrori necessari a solleticarci il palato.

L’ottundimento indispensabile a sostenere il mercato alimentare è la conseguenza della tossicità del cibo che consumiamo e il frutto di un’abile manipolazione pubblicitaria.

La droga alimentare è onnipresente, colora i nostri giorni di festa e diventa il pretesto per riunioni di ogni tipo.

Che festa sarebbe senza le ghiottonerie preparate con le carni di qualcuno?

Più importante è l’occasione e più numerosi saranno i corpi immolati sulle nostre tavole imbandite.

Oggi l’uccisione e l’incoscienza tengono in piedi interessi smisurati.

Per spezzare questa catena di violenza e omertà bisogna avere coraggio.

La scelta di rispettare gli animali è impopolare, nonostante innumerevoli ricerche ne confermino il valore ecologico, etico e salutista.

Si preferisce ignorare che gli allevamenti intensivi sono i maggiori responsabili della deforestazione, dell’effetto serra e della fame nel mondo.

Il narcisismo patologico, indotto ad arte dagli interessi dell’economia, ci tiene schiavi della prepotenza e vittime di una pericolosa irresponsabilità.

In questo modo coltiviamo l’incoscienza, rendendoci prigionieri di pubblicità ingannevoli e senza scrupoli.

Smettere di consumare prodotti animali vuol dire informarsi e ragionare con la propria testa.

Ma soprattutto significa ascoltare la voce della coscienza.

Quel principio morale che conosce il valore di ogni vita e parla al nostro cuore.

L’etica della reciprocità è il fondamento della dignità, della convivenza pacifica, della legittimità, della giustizia, del riconoscimento e del rispetto.

La regola d’oro:

“Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.”

È una norma ancestrale.

Il cuore la conosce d’istinto.

Senza bisogno di parole.

Carla Sale Musio

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Ott 18 2018

LA PICCOLA FATTORIA DEGLI ANIMALI

Forse i telegiornali non ne parlano…

Ma, se ci guardiamo intorno, possiamo scorgere tante piccole luci che illuminano il buio e seguire l’esempio di quanti hanno affrontato con determinazione le difficoltà fino a concretizzare un progetto che appariva impossibile. 

A volte inseguire un sogno può sembrare un’utopia, l’abbaglio di una mente immatura e priva di senso pratico, ma chi ha osato sfidare il pregiudizio camminando sul filo della propria emozione ci mostra la possibilità di conquistare una nuova autonomia e di costruire una società migliore.

È per questo (e per la grade ammirazione che ho per lei) che ho chiesto a Federica Trivelli di raccontare come è riuscita a realizzare il suo desiderio più grande:.

.

La Piccola Fattoria degli Animali

un rifugio dedicato ai maiali salvati dal macello e dagli allevamenti intensivi

(ma all’interno del quale sono ospiti anche tanti altri animali che arrivano dai maltrattamenti e dall’abbandono)

Ciao Fedy!

Vuoi raccontare com’è nata questa idea e quali sono stati i passi che nel 2009 ti hanno portata a realizzarla?

Per iniziare, ti racconto una breve storia che ti sorprenderà.

Mia madre, lo scorso anno, tre giorni prima del mio compleanno, mi disse che dovevo nascere l’11 Novembre.

Tutti mi aspettavano quel giorno con trepidante attesa, insomma in ospedale era già stata decisa quella data.

Un caro amico di mio padre (anche lui un appassionato cacciatore, purtroppo), nato l’11 Novembre, desiderava moltissimo farmi da padrino.

Ma quel fatidico 11 Novembre fu un giorno interminabile, perché non mi decidevo mai a uscire dal pancione di mia madre, lasciando tutti nello sgomento.

L’11 Novembre passò e i dottori non riuscivano più a dare una data di nascita certa a mia madre.

Il cacciatore, ormai rassegnato, abbandonò quindi il suo desiderio, ma nei giorni successivi, ci fu un altro uomo (il migliore amico di mia madre, un avvocato) che espresse il suo volere di farmi da padrino.

Bene, mi decisi finalmente ad arrivare nel mondo 11 giorni dopo.

Capisci ora?

La mia anima aveva scelto: la mia nascita non devessa essere “sporcata” da un “legame” con un cacciatore.

Scelsi quindi di nascere dopo, e un uomo che non si macchiò mai di sangue uccidendo vite innocenti, diventò il mio padrino.

Ti ho raccontato questo per farti capire che ci sono legami inscindibili, radicati nel DNA, e questo è il mio legame con Madre Natura.

E ora ti spiego come è nato il Rifugio.

Nelle mie esperienze come attivista animalista/ambientalista in Italia, in Inghilterra e negli Stati Uniti, porto dentro di me, nel mio profondo, ricordi di posti che ho visitato, odori che ho percepito, immagini che ho visto, suoni e urla che ho udito legati a delle realtà agghiaccianti che le lobby e le multinazionali tengono nascoste e non hanno interesse a far conoscere, perché altrimenti il loro business cadrebbe.

E mi riferisco agli allevamenti intensivi e ai macelli, per fare un esempio.

Ci fu un evento, in particolare, che cambiò radicalmente la mia vita.

Negli anni ’90, quando vivevo in California, una notte d’estate, mi trovavo con altri attivisti all’interno di un enorme allevamento intensivo di maiali.

Avevo 18 anni.

Ed eravamo lì dentro per filmare, fotografare e portare la nostra testimonianza nel mondo, affinché la gente prendesse coscienza delle atrocità che avvenivano in quei luoghi di morte, violenza, sofferenza, agonia e solitudine.

Quella notte, ma non soltanto quella notte, fu terribile, ma avevamo una missione da compiere e doveva essere portata a termine come deciso.

All’improvviso, vidi in un angolo, chiusa in una gabbia strettissima, una scrofa enorme e accanto a lei tutti i suoi piccoli.

Erano meravigliosi.

Lei maestosa, sembrava un grosso orso rosa dalle grandi orecchie

Alcuni suoi piccoli erano rimasti schiacciati.

Lei non poteva muoversi e non riusciva più ad alzarsi.

Fu terribile vederla in quello stato.

Mi avvicinai a lei e le accarezzai la schiena.

Lei si voltò e mi guardò dritto negli occhi: ebbi una scossa dalla testa fino ai piedi.

Aveva gli occhi azzurri, occhi che sembravano umani.

Rimasi scioccata.

E poi guardò i suoi piccoli, e mi fissò ancora.

In quell’istante ci fu un incontro di anime, e qualcosa di magico e visceralmente profondo accadde quella notte.

In un secondo avevo percepito tutto il suo dolore, la sua agonia e la sua solitudine.

E avevo capito cosa mi stava chiedendo: salvare i suoi figli.

Corsi dagli altri attivisti, volevo portare al sicuro lei e la sua famiglia.

Salvammo tutti i suoi piccoli che, nel retro del furgone, sotto il bagliore della luna amica, russavano come neonati.

Ma, purtroppo, in quel preciso momento non fu possibile salvare lei.

Le promisi che sarei tornata la notte dopo.

I suoi occhi penetrarono nei miei e poi posò la sua testa in un angolo.

La notte seguente tornammo in quel capannone, ma lei non c’era più.

Guardammo in lungo e in largo, ma lei era sparita.

L’avevano macellata la mattina.

Non me lo perdonai, per me fu un totale fallimento.

Ancora oggi, dopo trascorsi molti anni, non sono ancora riuscita a perdonarmi per non essere riuscita a salvarla.

Non dimenticherò mai i suoi occhi e il suo sguardo.

E spesso le ho chiesto perdono per aver fallito.

Così come chiedo perdono a tutti quegli animali che non riesco a salvare.

Da quella notte promisi a quella bestiona dalle grandi orecchie che sarei stata la loro voce e che un giorno, non lontano, avrei creato un Santuario enorme a loro dedicato, per regalare loro vita, rispetto, libertà, dignità, pace e serenità.

Un patto solenne, inscindibile ed eterno.

Un patto di sangue e di anime.

Parole molto forti e profonde le mie, ma chi vive come me la missione come attivista ne comprende perfettamente il significato.

E così con moltissimi sacrifici, enorme passione e grande determinazione è nato il Rifugio a loro dedicato.

.

Che storia dolce e insieme terribile!! Ci puoi raccontare quali erano le tue insicurezze nel combattere e dare forma al tuo progetto e alla tua missione?

Non ne ho mai avuta nessuna.

Ho sempre saputo dentro di me quale fosse il mio cammino, la strada che dovevo seguire.

Ho avuto momenti difficili, in cui ho sofferto molto, o quando senti che tutto è più difficile o non va nel verso giusto o come vorresti tu.

Ma è la vita, e ho capito che erano prove da superare e che mi hanno resa la persona che sono oggi.

Ogni evento, ogni esperienza, ogni persona che incontriamo nel nostro cammino non è mai a caso.

Succede perché dobbiamo fare un percorso, e imparare.

Nulla è a caso, mai, avviene sempre per una ragione.

E, soprattutto, nessuno di noi è qui sulla Terra per caso.

.

Quali sono stati invece i tuoi punti di forza?

Avere un obiettivo, un ideale, ovvero una missione nella vita.

Sapere di aver trovato il mio posto nel mondo e di fare la mia parte per cambiare e migliorare la nostra umanità, cambiando, migliorando prima me stessa.

Se vuoi cambiare il mondo, devi prima cambiare te stesso.

Sono un’idealista e una passionale per natura, chi mi conosce bene, lo sa questo.

Il fatto di crederci profondamente, di lavorare sodo, in squadra, con tenacia, determinazione e perseveranza, e nel meglio delle mie possibilità.

Ecco, questo è stato il mio punto di forza.

La mia perseveranza.

Il dire a me stessa: “Non mollare Fedy, ce la farai. Ce la faremo. E ancora di più se tutti noi resteremo uniti”.

.

Come hanno reagito le persone che avevi attorno?

È un discorso lungo, articolato, complesso, delicato, e molto personale e riservato.

Ognuno ha la sua testa, il suo carattere, le sue emozioni, le sue esperienze di vita, come è giusto che sia. In generale, ti rispondo così: qualcuno ha reagito bene e mi ha seguita o mi ha confortata o detto di andare avanti.

Altri hanno cercato di mettermi i bastoni tra le ruote.

E qualcuno in amore mi ha persino chiesto di scegliere.

Ma finisco questo pensiero dicendoti che non ho mai avuto bisogno delle pacche sulle spalle da parte di nessuno per fare le cose in cui credo.

E non ne avrò mai bisogno.

Non cerco gloria, audience, eroismo, protagonismo, riconoscimenti personali, ringraziamenti per quello che faccio per il Pianeta.

Lo faccio perché ci credo visceralmente, perché è il mio credo, la strada che la mia anima ha scelto di percorrere, un compito da portare avanti con onore, rispetto e dignità, e per il quale ho trovato il mio posto nel mondo.

Capisci?  

Fare di questo mondo un posto migliore per tutti in cui vivere dovrebbe essere un impegno collettivo.

Parliamo della nostra umanità.

.

Quali sono state le tappe importanti che hai dovuto percorrere?

Ogni tappa lo è stata, per portarmi a fare meglio, a migliorare, a crescere, e a diventare più forte.

La vita è fatta di incontri e insegnamenti preziosi.

Le mie esperienze di vita e di volontariato come attivista animalista/ambientalista sono state un profondo insegnamento per me.

E così anche le mie amicizie.

I miei affetti più cari.

Gli uomini ai quali sono stata sentimentalmente legata, e grata per il loro supporto.

I rapporti umani che insegnano a evolverci sono un grande insegnamento.

Il rapporto con gli animali che mi insegna ogni singolo giorno quanto noi umani abbiamo da imparare da loro è la mia scuola di vita.

E sai che ti dico?

Che si impara qualcosa ogni giorno.

Il segreto è capire cosa, condividerlo e custodirlo come un insegnamento prezioso.

Ho fatto un pezzo di strada e ce l’ho fatta, il Rifugio esiste e sono grata a coloro che mi hanno aiutata a realizzarlo, ma ho ancora tanta strada da fare, da imparare, compiti da portare avanti.

La vita è un viaggio e io dico sempre che è il viaggio più entusiasmante che si possa fare.

Ho chiesto all’Universo di darmi la possibilità di incontrare grandi persone con cui fare grandi cose per il Pianeta e per la nostra umanità.

.

Gestire un rifugio non è un’impresa facile, quali sono le difficoltà che incontri ogni giorno?

Il Rifugio è completamente autofinanziato e vive del mio stipendio e delle donazioni che ricevo tramite la mia piccola associazione di volontariato “La Vie en Rose Onlus”, donazioni che arrivano da persone affezionate al Rifugio da tempo e alle quali sono profondamente grata.

E sono donatori non soltanto in Italia, ma anche all’estero.

Mi divido tra il lavoro che svolgo al Rifugio e che è una naturale passione, e quello che svolgo al pomeriggio, in una grande società di ingegneria, per portare i soldi a casa a fine mese e mantenere me stessa e garantire il meglio a tutte le creature meravigliose del Rifugio.

La gestione del Rifugio è un impegno, una responsabilità e doveri quotidiani, e non puoi permetterti di sbagliare quando ci sono delle vite in gioco.

Porto avanti questo progetto facendo del mio meglio e con le risorse che ho accanto (i volontari) al massimo delle mie possibilità.

Poiché ho fondato questo Rifugio con il sudore e la passione, sta a me cercare le migliori risorse perché diano un valore aggiunto al progetto.

Sono molto attenta e selettiva nella ricerca dei volontari e dei collaboratori: desidero il meglio per questo progetto.

I miei volontari sono brave persone, sanno lavorare in gruppo e vogliono bene agli animali, e questo è quello che conta per me.

Nel mio ruolo ho responsabilità legali, organizzative, economiche e gestionali.

Ho scelto io questo cammino e intendo percorrerlo fino alla fine.

E poi c’è la parte dura della storia, sai?

Quando entri in quei luoghi terribili, poi quando ne esci, devi abituarti a ritornare alla vita di tutti i giorni, e a recitare una parte, proprio come un attore.

E chi ha visto l’orrore da vicino, come ho fatto io, sa molto bene cosa intendo dire….

Sono scelte.

E la vita è fatta di scelte.

Le scelte comportano dei sacrifici, e i sacrifici sono necessari per arrivare agli obiettivi che ci prefiggiamo.

Gli attivisti so che capiscono bene le mie parole: c’è un alto prezzo da pagare nella propria vita sociale e privata.

Ma ripeto, sono scelte.

E ognuno segue la sua strada.

E quando il tuo compito è diffondere un messaggio di pace, libertà, compassione, amore, rispetto, ti interfacci con il mondo, con mille teste e cervelli diversi.

E devi saper esprimerti e agire nel migliore dei modi.

Metti la collettività di fronte alle ingiustizie verso gli animali e ai disastri che facciamo nel nostro ambiente giornalmente.

Noi attivisti sensibilizziamo, portiamo un messaggio nel mondo.

Ognuno lo recepisce a suo modo, e reagisce con il suo libero arbitrio.

Non le chiamo “difficoltà” ma “responsabilità”.

Spero di aver risposto alla tua domanda.

.

Hai risposto e mi fai riflettere… cosa ti spinge a fare quello che fai?

Tutte le cose orribili e inimmaginabili che vedo ogni volta che entro in quei luoghi terrificanti insieme con altri attivisti.

È qualcosa che non potrà mai dimenticare.

Fa parte di me.

Lo sai, sono un’idealista.

È il mio credo a spingermi.

Il mio amore per Madre Natura e Madre Terra.

Il rispetto per il Pianeta e la piena consapevolezza che la vita è un grande dono che ci è stato donato dal Cielo, e non dobbiamo darla per scontato.

Siamo tutti parte di un tutt’uno e siamo connessi gli uni con gli altri.

Rispetto profondamente la vita e la libertà, ed è per questi valori che mi batto.

Sono molto legata al popolo dei Nativi d’America.

Loro credono che quando il sangue di un uomo si mischi con quello di un animale, l’uomo e l’animale diventino una sola cosa, un’unica entità, una sola anima.

È vero.

Ho scelto di dedicarmi in particolar modo ai maiali per la ragione che ti ho spiegato, per quell’incontro che ha cambiato la mia vita.

Loro sono anime meravigliose, sono creature viventi con grande dignità, forza e saggezza, con un grande senso della famiglia, estremamente riservate, intelligenti, protettive e curiose.

Sono animali estremamente sensibili, percettivi, calmi e pacifici.

Sanno essere terribilmente divertenti e grandi amici.

Sono animali molto puliti e adorano sdraiarsi sulla paglia e ricoprirsi di fango all’aperto per proteggersi dalle scottature e dalle punture degli insetti.

La gente pensa che siano sporchi, ma probabilmente non sa che negli allevamenti intensivi di oggi, gli animali sono ammassati a migliaia in sporchi capannoni senza finestre e stipati in gabbie metalliche.

Questi animali non faranno mai nulla di naturale e importante per loro e non sentiranno mai il calore del sole o respireranno aria fresca fino al giorno in cui saranno caricati sui camion diretti ai macelli e ammazzati senza pietà.

I maiali sono animali socievoli, anche se restano territoriali e diffidenti.

Con loro non devi mai dare nulla di scontato, devi guadagnarti la loro fiducia.

E hanno quegli occhi che sembrano umani…

E poi lo sai, nella scala alimentare e sociale, sono considerati “gli ultimi degli ultimi”, ed è per questo che al Rifugio loro sono invece i veri protagonisti.

Quelli che hanno scritto un nuovo capitolo della storia.

.

Hai mai pensato di mollare tutto?

MAI!

Neanche per una frazione di secondo.

Sono una testa dura, sai?

Come può mollare una persona che crede ciecamente e visceralmente in quello che fa?

Come può mollare una persona che ha trovato la propria strada?

Come può mollare una persona che ha una missione nel mondo da portare avanti?

“Mollare tutto” non fa parte del mio DNA.

La causa è la mia vita.

Io sono sposata con la causa.

Tutto questo ha un valore inestimabile e ineguagliabile.

Senza prezzo e di una forza accecante.

Gli attivisti, le persone che dedicano la loro vita alla causa, a un ideale possono capire perfettamente le mie parole.

È un qualcosa di profondo che hai radicato dentro di te, nelle viscere, nel sangue, in ogni parte di te, e che niente e nessuno potrà mai portarti via.

Mai!

.

Cosa ti motiva a continuare?

Io, come molti altri attivisti impegnati nella causa, stiamo facendo questo per la nostra umanità.

Ecco cosa mi motiva a continuare.

Come ben sai, le nostre scelte di vita (in questo caso alimentari) hanno un fortissimo impatto sull’ambiente per il quale ho un grandissimo rispetto.

E, spesso, da parte del consumatore ci sono scelte che compie inconsapevolmente quando decide di nutrirsi di prodotti animali.

Se la collettività viene informata su quello che realmente accade in quei luoghi, ha la possibilità di decidere e fare la sua scelta.

E non potrà mai dire: “Non lo sapevo”.

Cambiamenti climatici, riscaldamento globale, povertà, fame nel mondo, deforestazione, scarsità d’acqua (…la lista non è finita ed è lunga, sai?).

Chi è l’artefice di tutto questo?

L’uomo, ovviamente, con i suoi disastri che combina giornalmente.

Amo profondamente Madre Terra e non voglio vederla distrutta per colpa dell’uomo.

Sono qui, forte, sana, in piedi e viva, non seguo le masse, lotto ogni giorno, cercando di dare il mio contributo.

Il Rifugio gioca un ruolo fondamentale, essenziale sull’argomento “empatia”.

In sostanza non mangi colui che è amico.

“Lavorando” sull’empatia, sulle emozioni, sul lato sensibile degli uomini, sui “sentimenti” insomma, la gente smette di mangiare carne.

E credimi, nonostante tutto l’orrore che ho visto, mi sono promessa, nel mio “ruolo”, di non imporre niente a nessuno.

Perché l’imposizione porta alla sconfitta totale.

Tu non immagini quanta gente da tutto il mondo mi scriva per dirmi che, seguendo le avventure dei teneri ciccioni sulla pagina di Facebook (La Piccola Fattoria degli Animali/The Little Animal Farm), si è intenerita così tanto che ha smesso di mangiare carne.

Riesci a capire la grande forza, l’importanza e la potenza che c’è in questo messaggio?

La costante e quotidiana divulgazione del messaggio porta a un risveglio di coscienza a livello mondiale, affinché la gente si renda conto che una vita senza crudeltà e uccisioni è possibile.

È una scelta non soltanto etica, mi spiego?

Ma economica, sociale, ecologica e salutistica.

E ne va della sorte del nostro meraviglioso Pianeta.

Ti ricordi la frase “Chi salva una vita, salva il mondo intero”?

Bene, questa frase esprime tutto.

.

Quali sono le soddisfazioni che ricevi?

Vedere un risveglio di coscienza mondiale, sempre più persone sensibilizzate.

Tutto questo è contagioso, motivante e porta ispirazione.

È possibile cambiare il mondo, ma prima dobbiamo cambiare noi stessi.

E poi un cuore alla volta.

E un passo alla volta.

Vedere felici gli animali che hanno sofferto terribilmente è meraviglioso.

Con chi ha un ideale di vita e si impegna per fare di questo mondo un posto migliore si instaura un rapporto profondo: è meraviglioso vivere in pace e armonia con i propri simili (gli umani) e con ogni specie vivente.

Vedere la pace, la vita, la libertà, il rispetto, l’amore, la felicità nel mondo tra le persone e nel nostro rapporto con gli animali ha un valore encomiabile.

Ecco le soddisfazioni che ricevo.

Ed è immenso.  

.

Qual è il tuo sogno?

Un mondo vegano, ovviamente.

Un mondo diverso, dove ogni specie vive in pace e armonia.

Un Movimento in Italia finalmente unito per la causa e la missione, perché solo insieme si vince, con strategia, organizzazione e spirito vincente.

Sempre più attivisti sentono questo desiderio e cercano di unire il Movimento.

Ma da sempre ho un grande sogno nel cassetto, per il quale il mio cuore non ha mai smesso di battere.

Ma per arrivare alla sua piena realizzazione, ho bisogno di avere uno sponsor potente, una grande voce per gli animali e l’ambiente, per poter creare quello che ho in mente, ovvero un Santuario dedicato ai maiali salvati dal macello, dagli allevamenti intensivi e dai laboratori di vivisezione, ma anche dedicato ai cinghiali salvati dalla caccia e dal bracconaggio(quelli che rimangono feriti o orfani durante le battute di caccia e che reintegrati morirebbero perché troppo deboli).

Perché i cinghiali mi chiederai?

Mio padre ne ha ammazzati talmente tanti da farmi restare traumatizzata.

Vedi?

Alcune donne cercano il marito, l’uomo ideale.

Trovarmi marito è l’ultima cosa che mi interessa.

Io cerco uno sponsor che mi aiuti a fare qualcosa di grande per il Pianeta e per la nostra umanità, e solo con il suo aiuto possiamo farcela insieme con la mia squadra.

Sogno un RISVEGLIO DI COSCIENZA MONDIALE, affinché ci sia rispetto per gli uomini, gli animali, ogni essere vivente, l’ambiente, Madre Terra.

.

Qual è la tua paura?

Ti rispondo così: non voglio averne.

E quando ne ho, cerco subito di spostare l’attenzione sui pensieri postivi, perché è su quelli che voglio concentrarmi, sulla realizzazione delle cose che voglio fare, ricordando sempre a me stessa di dare il massimo e fare il meglio in ogni momento.

Capisci?

Voglio che l’energia positiva vada sulle cose positive.

E ti ripeto, credo visceralmente in quello che sto facendo e nella missione che porto avanti.

Ognuno di noi deve essere contagioso in quello che fa, e contagiare gli altri, e contribuire a fare di questo mondo un posto migliore per tutti in cui vivere, uomini e animali.

.

Che cosa vorresti veder realizzato nei prossimi anni?

Ovviamente il Santuario dedicato ai maiali e ai cinghiali (ma nel quale vivrà ogni animale il cui sguardo incroceremo nel nostro cammino e che avrà bisogno di aiuto) che ergerà su immensi ed estesi ettari di terreno.

Ci saranno alberi, fiori, un’unità abitativa per il presidio giornaliero e notturno, un piccolo ambulatorio per le urgenze.

Un team di persone fidate, motivate e che hanno voglia di darsi da fare per dare un valore aggiunto al progetto.

E tutto questo potrà essere realizzabile grazie al supporto di un grande Sponsor che ci aiuterà a fare la storia, e che sono certa sarà orgoglioso di aver finanziato questo progetto.

Saranno salvate moltissime vite.

Ci sarà un grande risveglio di coscienza collettivo.

Un’estensione della diffusione del messaggio etico.

Un maggior rispetto tra le persone, per gli animali, per l’ambiente.

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Secondo te cosa rende una vita degna di essere vissuta?

Avere una ragione per vivere e per la quale combattere ogni giorno.

Si deve vivere, non sopravvivere.

È importante seguire il proprio cuore, saperlo ascoltare e comprendere dove ti vuole portare.

L’universo ci manda segnali continuamente per farci capire quale sia la nostra strada da percorrere.

Io ho capito quale è il mio compito, la missione che devo portare avanti, la mia vocazione.

E ho scelto gli animali e l’ambiente.

È fondamentale amare quello che si fa, bisogna metterci passione, crederci fino alla fine, anche nei momenti difficili.

Tutto ci rende più forti.

Bisogna perseverare, avere coraggio, rischiare, lottare con tutte le forze.

Ecco, sì, tutto questo è per me una vita degna di essere vissuta.

E quando il mio cuore si spegnerà, saprò di aver fatto la mia parte, di aver contribuito a scrivere un pezzo di storia per la salvezza del Pianeta.

Ma è un discorso più ampio, perché questo impegno etico riguarda la collettività, la nostra umanità.

E se non capiamo e impariamo che la vita che abbiamo non ci è stata donata per caso, ma per una ragione sacra (e sta a noi comprendere quale essa sia) e che siamo tutti connessi e parte di un Tutt’uno e che dobbiamo rispettarci, avremo fallito clamorosamente come esseri umani e non avremo capito quale sia veramente il senso magnifico della VITA.

Federica Fedy Trivelli

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