Mar 08 2021

CHI SONO I COVIDIOTI E COME TRATTARLI

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ATTENZIONE

Questo articolo tratta delle tematiche che possono creare frustrazione e rabbia, per la natura dell’argomento. Nell’approcciarvi alla lettura vi prego di tener conto esclusivamente dell’orientamento psicologico e scientifico, abbandonando la vana tentazione di farne una questione politica. Nessuna autorità dello Stato viene messa in discussione, se non le metodologie nella gestione dei mezzi di informazione. Che, come segnalato dai più recenti protocolli di ricerca scientifica sul campo (uno fra tanti: https://comunicatopsi.org), durante la pandemia, sono state fonti di traumi e stress per la maggior parte dell’intera popolazione mondiale.

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Vengono definiti con disprezzo covidioti quegli uomini e quelle donne che credono ciecamente al telegiornale e alla versione della pandemia proposta dai media di regime.

Personalmente non condivido questo termine, che trovo sprezzante e offensivo, e credo che la definizione giusta sia: spaventati o addormentati (contrapposto a risvegliati che invece indica quanti coltivano uno spirito critico nei confronti delle fonti ufficiali di informazione.)

Nel corso di questo scritto, quindi, userò le parole: spaventati o addormentati in sostituzione di covidioti.

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Gli addormentati sono persone buone, sensibili, umili e pronte a sacrificarsi per vivere in pace.

Sono i bambini che ubbidiscono ai genitori anche quando questi ultimi li maltrattano.

Quelli che credono alla benevolenza dei grandi pur provando dolore, vergogna, angoscia o paura a causa loro.

Sono i tanti che non hanno sacrificato la propria innocenza sull’altare della verità e conservano vivo nel cuore il ricordo di una Totalità Infinita da cui (forse) tutti proveniamo.

(Nella dimensione psichica che precede la nascita non esiste una separazione tra l’io e il tu ma tutto esiste contemporaneamente, senza spazio, tempo o identità.)

Gli spaventati hanno imparato nell’infanzia a credere che gli adulti abbiano sempre ragione e agiscano mossi da un’intenzione protettiva, anche quando le loro azioni sono incomprensibili, dolorose o crudeli.

Ai loro occhi innocenti, infatti, la sofferenza, la vergogna, l’angoscia e la paura appaiono un prezzo necessario per crescere e acquisire, un giorno, quella stessa supremazia.

Per gli addormentati la fiducia nell’autorità procede di pari passo con il bisogno di protezione.

E allevia la sensazione di inadeguatezza che accompagna l’inesperienza e la consapevolezza della propria fragilità.

Nel corso delle relazioni familiari, gli spaventati hanno imparato presto che contestare gli adulti mette in pericolo la vita stessa.

I grandi, infatti, sono forti fisicamente e determinati a raggiungere i propri fini educativi, con le buone o con le cattive.

Fino al punto di uccidere chi non si sottomette di buon grado alle loro regole.

Nei primi anni di vita gli spaventati si sono trovati davanti a un paradosso educativo che recita più o meno così:

“Ciò che faccio è per il tuo bene. Anche ucciderti, se necessario.”

E, non avendo le risorse per evitarlo, contestarlo o risolverlo, hanno dovuto accettarlo.

Acriticamente.

Questa fiducia dogmatica (e perciò indiscutibile) appartiene ad uno stile di pensiero tipico della fanciullezza e si imprime nella psiche quando il cervello non ha ancora formato appieno la memoria, riflettendosi inconsapevolmente nelle successive scelte di vita.

Per questo motivo è difficile ricordare le circostanze in cui si è formata e, di conseguenza, riconoscerla e cambiarla.

La paura della morte, che deriva dal paradosso educativo, è il nemico più grande degli spaventati, il mostro da combattere con tutte le forze.

E, pur di sfuggire a quell’angoscia antica, sono disposti ad accettare qualsiasi imposizione provenga da un’autorità riconosciuta come più forte.

Ogni autorità, infatti, incarna le sembianze di quella genitorialità onnipotente vissuta nell’infanzia, ciecamente benevola e pronta ad uccidere i figli quando non si comportano bene.

Nei vissuti infantili inconsci, questa visione del potere trasforma la morte in una punizione giusta, scatenando le peggiori paure e di conseguenza promuovendo le peggiori azioni.

(In questo modo, infatti, si perde di vista il valore naturale e trasformativo del fine vita e il suo significato di passaggio verso ulteriori dimensioni della coscienza.)

Combattere i fratelli, tradire gli amici, compiere gesti di cui non ci si domanda il senso, agire rituali scaramantici e obbedire ciecamente ai dettami del più forte… sono tutti modi per evadere le paure infantili attivate dalla paura di morire.

E pur di sfuggire alla paura gli addormentati sono pronti anche… a morire.

In loro il paradosso educativo:

“Per il tuo bene posso anche ucciderti.”

Si trasforma in un altro paradosso, altrettanto pericoloso e terribile:

“Per non morire, sono pronto a morire.”

Paradosso che sostiene l’atteggiamento acritico verso l’autorità costituita.

Vedere i limiti e le incongruenze di chi detiene il potere, infatti, significherebbe rinunciare all’innocenza e alla fiducia in una Totalità onnipotente e divina (incarnata prima dai genitori e in seguito dallo Stato, dal datore di lavoro, dal superiore in grado, dalla religione, eccetera) per rassegnarsi ai limiti di questa nostra realtà duale, complicata e spesso incongruente.

È vero che da quella rassegnazione prende forma la ricerca della propria verità, ma per gli spaventati accollarsi la responsabilità della propria vita mettendo in discussione le parole dei grandi genera angosce assai peggiori della morte stessa.

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Come comportarsi, quindi, quando ci si trova davanti a un individuo spaventato e pronto a tutto pur di non contestare la legge, anche davanti a scelte ingiuste e drammatiche?

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La prima cosa da fare è rendersi conto che si tratta di una creatura in difficoltà, vittima di una percezione influenzata dalla visione infantile dell’autorità.

Alla luce di questa valutazione diventa possibile costruire una comunicazione rispettosa delle paure che inconsciamente ne muovono le scelte.

Naturalmente non si potrà sostenere una argomentazione critica nei confronti del potere costituito, perché proprio la critica è stata compromessa.

(E questo per chi è risvegliato è sicuramente lo scoglio più difficile da superare.)

Tuttavia, solo dalla comprensione delle difficoltà psicologiche di chi abbiamo davanti può nascere una forma di interazione costruttiva (anche se limitata), altrimenti impossibile.

La seconda cosa da fare, quando ci si trova davanti a uno spaventato, è cercare di abbassare il livello di angoscia e di stress scatenato dalle informazioni terroristiche diffuse dai media di regime.

In ultimo, ma non meno importante, occorre tenere conto della loro pericolosità ed evitare lo scontro mantenendo alta la guardia, perché le persone in preda al panico possono diventare estremamente aggressive e imprevedibili.

L’unica soluzione definitiva e auspicabile rimane quella dell’aiuto psicologico volto a risolvere i traumi infantili.

Tuttavia per arrivarci è necessario svolgere prima un lavoro di ascolto che ne conquisti la fiducia, non sempre realizzabile quando il bombardamento mediatico imperversa.

Credo che in passato l’uso di misure educative autoritarie e coercitive abbia determinato l’attuale situazione di paura collettiva e lo sviluppo di una grande massa di spaventati.

E sono convinta che l’unica vera rivoluzione sia una progressiva desensibilizzazione dei vissuti traumatici infantili e una nuova visione della morte, non più punitiva e persecutoria ma naturale e inevitabile, in quanto parte della vita stessa.

Solo quando la morte sarà accolta nel suo significato trasformativo e multidimensionale, diventerà possibile aprirsi alla molteplicità della coscienza e comprendere come l’esistenza sia l’espressione di una profonda esperienza interiore.

Un’esperienza in cui non ci sono più buoni e cattivi, spaventati e risvegliati, ma un’unica umanità fatta di tante persone diverse, libere dal dominio di qualsiasi autorità che non sia quella della propria coscienza.

Carla Sale Musio

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Mar 02 2021

LE PERSONE RESPONSABILI…

La più grande espressione della maturità è la responsabilità.

Responsabilità di sé, delle proprie scelte, della propria vita…

Ma anche responsabilità verso gli altri, verso chi è più debole, verso la natura e il pianeta.

La responsabilità è la capacità di comprendere che la realtà è uno specchio dei pensieri di ciascuno…

Fino a raggiungere la consapevolezza che per cambiare quello che non ci piace è necessario cambiare noi stessi.

Gli altri, infatti, sono il riflesso di ciò che anima il mondo interno.

E appaiono o scompaiono dalla nostra esistenza seguendo un principio di attrazione legato ai movimenti profondi della psiche.

Le persone responsabili sono in grado di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e sostenerne il prezzo.

Sono uomini e donne che non delegano la gestione delle scelte quotidiane ma imparano a pensare con la propria testa.

Per farlo occorre permettersi un ascolto attento alle verità interiori.

Anche quando questo vuol dire essere in disaccordo con chi abbiamo intorno.

Nella nostra civiltà, malata di onnipotenza e narcisismo, va di moda la delega.

Grazie a una passiva accondiscendenza, infatti, si incrementano le vendite e lo sfruttamento.

Le persone responsabili compiono scelte insolite per la maggioranza: combattono in difesa della natura e si rendono conto delle conseguenze che un comportamento sconsiderato può avere sulla vita di tutti.

In loro è viva la consapevolezza che una società sana prende forma dal rispetto per ogni specie vivente.  

Sono certe che ogni cosa nasce da un sentire profondo e modellano le proprie scelte sui valori dell’ascolto e dell’aiuto per tutte le creature.

Comprendono che il benessere dipende dall’impegno di ciascuno e difendono chi è in difficoltà, riconoscendo un pezzetto di sé in ogni cosa che esiste.

Capiscono quanto è importante vivere in armonia con la natura.

E con l’esempio della propria vita portano avanti la solidarietà, la cooperazione e la fratellanza.

Compiono grandi imprese ma appaiono invisibili ai più.

Le loro scelte sono considerate complicate, inutili o poco importanti, da chi vive senza farsi domande ignorando la sofferenza degli altri.

Le persone responsabili hanno imparato a rinunciare al sostegno del mondo.

Sanno che per ognuno arriverà il momento dell’illuminazione.

E, mentre seguono il loro cuore con determinazione, camminano nella vita senza clamori.

Come solo l’amore, quello vero, è capace di fare.

Carla Sale Musio

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Feb 24 2021

VOLDEMORT: il mostro che ognuno ha dentro (e rinnega)

Nella saga di Harry Potter, Lord Voldemort è il mago oscuro capace di compiere qualsiasi atrocità pur di accrescere il proprio potere ed esaltare se stesso.

Tutto teso al raggiungimento di una gloria disumana, fondata sul terrore e sulla sottomissione dei suoi seguaci, vive ingannando gli altri e tradendo con freddezza chi lo segue.

La malvagità e il narcisismo fanno di lui un temibile antagonista di Harry: il mago giovane, buono e leale che rischia la vita in continuazione per salvare gli amici.

A una prima lettura potrebbe sembrare che queste due figure non abbiano niente in comune e rappresentino soltanto la contrapposizione tra il bene e il male.

Tuttavia, ad uno sguardo attento non sfuggono gli indizi che occhieggiano tra le pagine del libro, lasciando evincere un’unione profonda tra i due personaggi:

  • si comincia dalle similitudini vissute durante l’infanzia,

  • per continuare con la scelta della bacchetta magica fatta della medesima sostanza,

  • e finire con lo scontro all’ultimo sangue in cui Harry, nonostante il vantaggio ottenuto, non riesce ad uccidere Voldemort (o non può).

L’autrice semina qua e là allusioni velate ad una medesima storia di vita che segue binari differenti in seguito alle scelte compiute da entrambi.

Scelte diverse corrispondenti a caratteri diversi.

E proprio l’ultima scena mostra un’ennesima volta all’identità nascosta tra i due personaggi, segnalando tra le righe una condivisione animica così pregnante che uccidendo Voldemort Harry (forse) finirebbe per uccidere anche se stesso.

Come ho sostenuto più volte, la saga di Harry Potter racconta il difficile cammino del mago: un percorso pieno di insidie in cui ognuno deve riconoscere la propria verità senza lasciarsi distrarre dalle apparenze della vita.

In questa chiave, il rapporto tra Harry e Voldemort segnala l’impossibilità a liberarsi dal male se prima non se ne riconoscono le radici dentro alla propria anima.

Come un alter ego perverso e crudele, Voldemort indica a Harry (e al lettore) tutto ciò che quest’ultimo non ha scelto (tanto più quanto ne sente la presenza nelle viscere).

“Non voglio andare a Serpe Verde…” implora Harry durante la cerimonia di assegnazione alle case di Hogwarts (presentendo inconsciamente la propria idoneità anche alla casa dei cattivi).

Vorremmo essere migliori e ci impegniamo con tutte le nostre forze a coltivare il bene ma, proprio questo sforzo costante, sostiene un’idealizzazione che ignora la malvagità aumentandone il potere occulto.

Il bene, infatti, è tale solo quando si distingue dal male e più cerchiamo di renderlo immacolato dentro di noi più, involontariamente, rendiamo brillante anche il male.

Che fare quindi per uscire da questa polarità conflittuale?

L’unica soluzione è accogliere anche il male in se stessi, senza censurarlo o demonizzarlo, imparando a conoscerne il limite e la pericolosità in modo da poterlo gestire senza danni.

Bontà e crudeltà sono entrambe scelte possibili, biforcazioni che la vita ci propone costantemente.

La violenza e il potere rappresentano vie che a volte ci piacerebbe percorrere ma, proprio per questo, ci costringono a scegliere.. facendo crescere la nostra responsabilità.

Il male, infatti, è quella imperfezione che sporca l’idealizzazione immacolata di noi stessi, riportandoci continuamente all’interno del nostro percorso evolutivo.

Senza soluzione di continuità.

La somiglianza tra Voldemort ed Harry sottolinea le scelte buone di Harry e racconta ai lettori le conseguenze della malvagità.

Nella realtà della vita quotidiana, ognuno di noi sarà chiamato a misurarsi con entrambe le possibilità e si troverà davanti alla necessità di integrare il proprio male interiore.

Senza agirlo e senza negarlo.

Osservandone con lucidità (e umiltà) l’esistenza dentro di sé.

La magia è quella straordinaria capacità di compiere i miracoli nella vita di tutti i giorni.

E il più grande miracolo che si possa attuare è osservare i propri demoni con sincerità.

Perché solo da questa comprensione può prendere forma un mondo migliore.

Carla Sale Musio

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Feb 17 2021

ISTINTO E INTELLIGENZA

Le persone che amano gli animali coltivano spontaneamente la propria sensibilità e sviluppano una grande empatia, con conseguenze non sempre facili da gestire nel nostro mondo malato di arroganza.

Da un punto di vista psicologico, amare gli animali significa amare la diversità dentro di sé e accogliere le proprie parti istintuali riconoscendone il giusto valore nella psiche.

L’antropocentrismo ha demonizzato l’istinto e gli animali, considerandoli entrambi: rozzi, ignoranti, sbagliati e in antitesi con l’intelligenza.

Ma l’intelligenza privata dell’istinto perde la sua profondità e si riduce a un nozionismo sterile (che può diventare perverso quando applicato alla vita quotidiana).  

L’istinto, infatti, non è una componente biologica, primordiale ed inutile (come ci viene fatto credere) ma una parte fondamentale nella comprensione della realtà (chiamata in gergo tecnico: intelligenza emotiva) e legata alla percezione, alla condivisione e all’ascolto del mondo interiore (quello che ci fa ammalare o stare bene, che ci rende tristi o felici, che ci spinge al suicidio o dà senso alla vita).

Saper ascoltare l’istinto e tutto ciò che anima la vita psichica è un presupposto inscindibile dell’intelligenza e della realizzazione personale.

Per vendere smodatamente prodotti tossici ed inutili è necessario zittire quella voce interiore capace di scegliere con chiarezza ciò che è buono (in mezzo a tanti prodotti nocivi) segnalandoci istintivamente la strada verso la salute.

Gli animali (quelli liberi in natura) lo sanno e scelgono d’istinto gli alimenti necessari alla vita, scartando quelli tossici.

Per noi umani, invece, l’istinto è diventato un peso, qualcosa che impedisce la vendita di prodotti superflui e nocivi e per questo è stato demonizzato e ottuso fino a sabotarne le potenzialità.

Chi ama gli animali mantiene vivo dentro di sé l’ascolto dell’istinto.

E istintivamente capisce che il dolore è uguale per tutti: uomini e animali, buoni o cattivi.

È un sapere innato che evidenzia le crudeltà commesse dalla nostra specie.

Rendendo chi lo possiede dolorosamente responsabile della sofferenza.

Di tutti: animali, piante, esseri umani, natura…

Queste persone si oppongono con ogni mezzo alla crudeltà e alla distruzione del pianeta e portano avanti con determinazione un mondo nuovo.

Sono uomini e donne che agiscono una rivoluzione profonda, basata sull’ascolto della propria verità a dispetto del pensiero comune.

Gente capace di distinguere il bene dal male basandosi su una comprensione interiore e legata ai ritmi della natura e della vita.

Proprio come fanno gli animali.

Persone invisibili per chi confonde l’intelligenza con la sopraffazione e uccide impunemente le altre specie per soddisfare il piacere del proprio palato.

Chi ama gli animali conosce istintivamente il valore della vita e il benessere che scaturisce dall’armonia con l’ecosistema.

(Ecco perché si dedica agli altri, scegliendo spesso professioni sociali e spendendo il proprio tempo libero in occupazioni volte all’aiuto e al volontariato.)

Sono persone preziose, apripista di un mondo nuovo.

Soli in mezzo al dilagare della prepotenza e grandi davanti alla propria anima.

Sono quelli a cui tutti dovremo dire grazie.

Perché la vita si alimenta nel rispetto.

E chi impone la morte a cuor leggero annienta la vitalità dentro di sé pagando il prezzo di tante sofferenze psicologiche e fisiche (spesso senza nemmeno riuscire a rendersene conto).

Carla Sale Musio

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Feb 12 2021

CORRERE VERSO IL SUCCESSO SENZA MAI GODERSI LA VITA

In che modo l’Attivista Interiore ci costringe a correre sempre verso nuovi traguardi. Perché non riusciamo ad assaporare ciò che abbiamo costruito. Cosa possiamo fare per gustare i frutti delle nostre fatiche.

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Feb 11 2021

MENTE E MAGIA

Ragionare sulle cose è sicuramente un segno di intelligenza.

Tuttavia non sempre la ragione si rivela uno strumento efficace nell’affrontare la vita.

Nonostante la logica sia indispensabile per muoversi nel mondo, quando non è sostenuta dai sentimenti l’intelligenza svanisce.

I computer possiedono capacità matematiche così ampie da superare di gran lunga le possibilità intellettuali umane.

Tuttavia, l’intelligenza artificiale appartiene ancora alla fantascienza.

Proprio perché l’intelligenza è tale solo quando comprende un ascolto del mondo interiore.

Se il pensiero non include anche la comprensione emotiva la sua efficacia si vanifica e, nonostante le capacità di memorizzazione e di calcolo, non si può più parlare di intelligenza.

La mente è uno strumento indispensabile per muoversi nel mondo ma non è sufficiente per muoversi nella vita.

L’esistenza è fatta da mente e cuore insieme.

E quando il cuore non è considerato nella lettura della realtà, la comprensione inevitabilmente è carente e l’abilità personale limitata.

Per essere efficaci mente e cuore devono sostenersi vicendevolmente, colmando le carenze l’uno dell’altro.

Ecco perché la mente da sola non è intelligente.

E un suo uso esclusivo scivola inevitabilmente nella patologia, rendendoci ossessivi, freddi e controllanti.

Un grosso limite della ragione è il suo eccessivo bisogno di controllo.

La logica pretende di affrontare la vita pianificandola e gestendola metodicamente.

Ma questo è utile solo parzialmente.

“La vita è quello che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti” diceva John Lennon.

E per vivere con pienezza occorre aprirsi a una comprensione intima, capace di illuminare quel disegno unico e speciale che siamo venuti a compiere nel mondo.

Il senso di ogni avvenimento, infatti, è racchiuso nell’insegnamento che porta con sé.

E il suo valore si comprende appieno affidandosi a una comprensione interiore, fatta di umiltà e di fiducia nella profondità dell’esistenza.

Una percezione magica e imprendibile solo con la ragione.

Il bisogno di tenere la vita sotto controllo è una pretesa tipicamente babbana e facilmente sfocia nella patologia, trasformandosi in ossessioni, rituali e stereotipie che tengono in scacco la mente annullandone le potenzialità.

I maghi sentono profondamente dentro di sé il valore di ciò che non si vede e imparano a fidarsi di una conoscenza interiore: sensitiva, intuitiva e creativa.

Creare significa… far nascere qualcosa dal nulla.

La creatività non è logica.

È immediata, potente e bellissima… come la magia!

Muoversi nella vita ascoltando la voce del cuore permette ai miracoli di prendere forma e regala il misterioso potere della magia.

Quella capacità di affidarsi alla vita riconoscendone il profondo valore.

Senza volerla possedere.

Senza farsene un vanto.

E senza volerla imbrigliare dentro le gabbie della ragione.

Sapendo che l’amore è l’unica cosa capace di sopravvivere alla morte.

Carla Sale Musio

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Feb 04 2021

AIUTOOO!!! NON RIESCO A FARMI PAGARE…

Soldi, soldi, soldi!

I soldi non bastano mai!

Sembra che il mondo giri soltanto in funzione del guadagno.

Eppure…

Non tutti sono interessati al tornaconto economico.

Ci sono persone che preferiscono barattare il proprio tempo e le proprie capacità con altre risorse, anziché scambiarsi quei pezzi di carta colorati così ambiti dalla maggior parte della gente.

Sono uomini e donne che non riescono a trasformare in un costo l’amore che mettono in ciò che fanno.

“L’amore non ha prezzo” recita un famoso detto popolare.

E lo sentono profondamente dentro di sé tutti quelli che hanno difficoltà a chiedere dei soldi in cambio del proprio impegno.

Queste persone sanno che non è possibile evitare gli scambi monetari perché il nostro mondo gira intorno all’economia.

Ma portano impresse nell’anima le stigmate di una società diversa.

Sentono visceralmente la povertà dei soldi e del guadagno, e sono pronti a vivere in una civiltà evoluta, dove l’amore è il motore delle scelte lavorative e gli scambi si basano su un’analoga disponibilità a dare, anziché sul tornaconto.

Questo non perché i soldi siano sbagliati, ma perché il prezzo circoscrive l’amore dentro un range sempre troppo limitato.

L’amore è un dono a cui si può rispondere soltanto con un altro dono.

Per questa ragione chi svolge la propria attività con amore incontra spesso delle difficoltà a farsi pagare e fatica a omologarsi alle regole del profitto.

Il profitto, infatti, quando si tratta dell’amore… è l’amore stesso.

Il piacere di offrire il proprio tempo e le proprie risorse ripaga lo sforzo e l’impegno (e i soldi diventano solo uno strumento necessario alla sopravvivenza).

Ecco perché solo un gesto analogo e altrettanto disinteressato può compensarlo.

Ma questo stile di vita e di pensiero si trova agli antipodi della società in cui viviamo.

E le persone che amano profondamente ciò che fanno spesso trovano complicato dare un valore commerciale alle proprie opere.

Sembra quasi che la vita sia più facile per chi svolge senza passione il proprio lavoro rispetto a chi, invece, mette tutto se stesso in ciò che fa.

Dal punto di vista psicologico, però, è vero il contrario!

Queste problematiche segnalano una falla nell’organizzazione sociale e, lungi dall’essere gli indicatori di una disfunzione, evidenziano la distanza tra uno stile di vita innaturale, e perciò patologicizzante, e l’ascolto naturale dei valori interiori.

Scambiare con amore il proprio tempo e le proprie capacità dovrebbe essere la normalità in una società umana.

Mentre la disumanità andrebbe curata, fino a rendere sensibile chi ancora non riesce a comprendere le leggi della solidarietà e della creatività individuale.

Un mondo migliore è fatto di condivisione e non di competizione, di umanità e non di mercificazione, di scambi e doni liberamente offerti ed accettati, di responsabilità assunte in prima persona: non solo a tutela dei propri interessi ma anche della natura e della vita tutta.

Chi si trova in difficoltà a chiedere dei soldi in cambio del proprio lavoro segnala la necessità di un mondo nuovo.

E indica, con l’esempio del proprio sentire, la via verso scelte più umane e più sane.

Carla Sale Musio

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Feb 03 2021

SENTIRSI SOLI IN MEZZO AGLI ALTRI

Perché a volte ci sentiamo soli in mezzo agli altri. Quali aspettative alimentano il vuoto che sentiamo dentro. Quali comportamenti sostengono la sensazione di reciprocità con gli altri.

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Gen 29 2021

ISTRUZIONI PER UN MONDO MIGLIORE

Viviamo in un mondo dove la manipolazione dell’informazione è all’ordine del giorno… e ognuno deve scoprire da solo la propria verità.

Sì, la propria verità.

Perché ormai la verità non è più una soltanto e siamo chiamati a scegliere in cosa credere, affrontando una grande complessità esistenziale.

Non parlo delle verità scientifiche, mi riferisco a quelle verità interiori che ci aiutano a completare il quadro della realtà.

Le cose che riteniamo vere disegnano il nostro destino molto più di quanto sembri possibile.

La legge dell’attrazione, la fisica quantistica e la psicologia ci ricordano il potere della mente e ci invitano a prendere posizione in merito al cambiamento cui stiamo assistendo.

Astenersi non è possibile.

Anche la rinuncia, infatti, è una scelta.

Ogni evento può essere interpretato in modi differenti e diventa sempre più evidente come il mondo là fuori sia lo stimolo che anima la nostra psiche.

Ecco perché osservare la vita interiore è uno strumento importantissimo.

L’ascolto del mondo intimo permette di evidenziarne la poliedricità, portandoci a riconoscere le contrapposizioni, l’incoerenza e le guerre che lo agitano.

Questa osservazione, libera dal giudizio, genera un nuovo ordine interno riflettendosi magicamente in quella che chiamiamo realtà.

L’universo è un grande frattale olografico dove il piccolo rispecchia il grande e viceversa.

Il nostro mondo personale si riflette nel mondo degli eventi e la responsabilità di noi stessi (e delle nostre molteplici dualità interiori) si rivela in un potere psichico mai abbastanza considerato.

A uno sguardo attento, infatti, ciò che succede all’esterno addita la via della trasformazione.

Trasformazione che avviene dapprima nella psiche per poi manifestarsi esteriormente.

Ma come si fa a trasformare se stessi?

Per trasformarci dobbiamo accogliere la nostra bruttezza… tollerando con umiltà i suoi limiti senza pretendere di cambiarli.

Questo atteggiamento è in sé un potente CAMBIAMENTO.

Non perché modifichiamo la nostra immagine ma perché l’accoglienza priva di giudizio cambia l’energia.

E un’energia basata sull’ascolto del nostro personale male interiore è una medicina potentissima, capace di curare la vita tutta.

Dentro e fuori.

Giudicare e punire quello che non ci piace finisce sempre per aumentarne il potere.

Il male non si elimina combattendolo, ma facendo crescere il bene.

Come ho detto tante volte, l’amore parla il linguaggio dei paradossi e aprirsi alla sua conoscenza significa imparare a gestire le contrapposizioni senza schierarsi, accogliendo semplicemente ciò che c’è.

Da questa accettazione prende forma il cambiamento.

Non perché vogliamo annientare il brutto ma perché ci apriamo alla sua esistenza, tollerando la nostra imperfezione.

E questo è un grande atto d’amore.

Nei confronti di noi stessi e del mondo.

L’amore fa miracoli… e davanti agli scenari dolorosi a cui stiamo assistendo di un miracolo c’è davvero bisogno.

Ma per compiere il miracolo bisogna avere fede.

E la fiducia nell’amore è qualcosa che va coltivato.

Schiacciati sotto il peso di norme sempre più restrittive e annichiliti dalla paura di un futuro incerto, finiamo per ignorare l’amore in favore di un crescente senso di insoddisfazione.

In questo modo scivoliamo nella depressione e perdiamo le redini dell’esistenza, dimenticando che l’esperienza (qualsiasi esperienza) è sempre un percorso di conoscenza di noi stessi.

E questo è POTERE.

La conoscenza di sé è l’unica arma in grado di cambiare il mondo.

Ma cosa significa conoscere se stessi?

Conoscersi vuol dire aprirsi all’ascolto dei vissuti interiori e alla complessità che li anima.

Grazie a questa capacità introspettiva ogni avvenimento diventa l’occasione per scoprire i lati dolci e oscuri che compongono la nostra autenticità.

Questa visione lucida accresce l’empatia e permette di osservare le cose con occhi nuovi.

Infatti, solo dalla comprensione della nostra verità (qualunque essa sia) prende forma la possibilità di comprendere gli altri.

E solo nella comprensione reciproca possiamo realizzare un mondo migliore.

La prepotenza è frutto di una scarsa intelligenza emotiva, si sviluppa nella mancanza di empatia e genera un patologico narcisismo.

I pochi che governano i molti sfruttano abilmente questi meccanismi per sollecitare l’egocentrismo, ostacolare la solidarietà e garantirsi la fedeltà di chi vive nella paura e nel bisogno di sentirsi protetto.

Pur di trovare una sicurezza (anche se effimera) tante persone rinunciano al potere e alla libertà che derivano dalla conoscenza di sé, per assumere un’identità preconfezionata, ai loro occhi l’unica via in grado di fornire protezione e guida.

In questa scelta ogni amore per se stessi va perduto e l’unico obiettivo diventa seguire le indicazioni di un leader che garantisce la sopravvivenza grazie all’arroganza e alla paura.

Eppure… proprio quel leader cerca avidamente l’amore.

Non perché ne capisca l’importanza, ma perché ne desidera il potere.

L’amore, infatti, permette di compiere miracoli agendo sulla materia e sulla realtà.

Chi pratica l’amore non è omologabile, non è assoggettabile e possiede una ricchezza più ambita del petrolio e dell’oro.

Qualcosa che non si può comprare, perché si trova solo dentro di sé.

L’amore è una magia senza padroni.

E per amore si sviluppano risorse impensabili.

Ma cos’è l’amore?

L’amore è un’energia che cresce insieme all’empatia e unisce in un’unica realtà interiore creature diverse, fino a farle sentire una cosa sola (con se stessi, con l’altro e con la vita).

L’amore è un modo di essere, privo di limiti.

L’unica arma che non miete vittime, ma solo vincitori.

Ecco perché l’amore sfugge ai potenti che sfruttano la terra.

Coltivare l’amore per se stessi è il primo passo per cambiare il mondo.

È un cambiamento che nasce da dentro e genera una diversa percezione della realtà.

Amore e realtà, infatti, non sono valori contrapposti ma il risultato di un unico sentire.

L’amore permette un ascolto che si fa forte della propria debolezza e per questo è capace di non discriminare.

Questa conoscenza, fatta di bene e male insieme, calma la guerra nel mondo intimo e cambia il nostro riflesso esterno, generando contenuti nuovi nella realtà.

Ma, come dicevo all’inizio, ognuno è libero di scegliere ciò che rispecchia la propria verità.

Esistono tante vie.

Una è la via facile: fatta di deleghe e passiva obbedienza alle indicazioni del più forte.

Un’altra è la via complessa: dove la prepotenza riflette una contrapposizione interiore e, per risolverla, è necessario aprirsi a un ascolto democratico di sé: senza vincitori e vinti, senza schieramenti e censure, senza paura, malati e malattie.

Un ascolto capace di accogliere la verità anche della propria bruttezza.

Perché proprio da quell’ascolto prende forma una trasformazione che non ha più bisogno di carcerieri.

Così, mentre evolviamo l’empatia con noi stessi… l’amore si riflette nella realtà.

Creando i presupposti di mondo sano.

Carla Sale Musio

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LA PERSONALITÀ CREATIVA

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

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Gen 26 2021

RESTRIZIONI, AFFETTI E DEPRESSIONE

In che modo le restrizioni inducono uno stato depressivo nella psiche, distruggendo la sicurezza interiore e la salute che deriva dai legami affettivi e aprendo le porte alle malattie psicologiche e fisiche.

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