Ago 10 2018

SCOPRI I TUOI SÉ CREATIVI

La creatività è un modo di essere che utilizza coordinate diverse dalla logica, si muove sul filo dell’intuizione e permette l’accesso al mondo sommerso dell’inconscio.

Per questo durante il processo creativo possiamo dimostrare capacità insospettabili e ottenere risultati che normalmente non ci sogneremmo nemmeno di immaginare.

L’estasi creativa è uno spazio magico che si accende (e si spegne) senza l’intervento della volontà, una spinta interiore che permette di non sentire fame, sete, sonno, caldo, freddo… e che ci monopolizza quando siamo immersi in un’attività coinvolgente e appassionante.

Durante il lavoro creativo diventiamo una cosa sola con il nostro progetto mentre tutto il resto sparisce dalla consapevolezza: si perde la cognizione del tempo che passa, non si sente il dolore, ci si dimentica la propria identità… fino a fondersi completamente con l’obiettivo.

Per comprendere il funzionamento della creatività occorre aprirsi all’idea che la personalità è composta da tanti Sé diversi  e capaci di alternarsi nella quotidianità per far fronte alle situazioni che si presentano.

I Sé Creativi sono un gruppo di possibilità espressive che favoriscono l’emergere della creatività, regalandoci possibilità nuove per risolvere i problemi e affrontare le sfide dell’esistenza.

Per scoprire le caratteristiche di queste risorse esaminiamo nel dettaglio sette aspetti diversi:

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IL SÉ POLIEDRICO

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Questo Sé regala la capacità di vedere le cose sotto diverse prospettive contemporaneamente.

È quello che ci permette di immaginare l’arredo nuovo del soggiorno, che ci aiuta a trovare le parole giuste per consolare un amico in difficoltà, il burlone che imprevedibilmente rovescia i termini di un discorso facendo scoppiare a ridere l’uditorio.

La capacità di osservare la vita da un’altra angolazione è l’ingrediente fondamentale della creatività.

Le persone che hanno un buon rapporto con questo Sé possiedono una bacchetta magica per trasformare le difficoltà in risorse.

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IL SÉ PARANORMALE

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La paranormalità non gode una buona fama nell’immaginario collettivo e spesso è associata a fenomeni di spiritismo o esibizioni da baraccone.

Tuttavia, i fenomeni paranormali sono molto comuni tra i creativi perché appartengono alle peculiarità dell’emisfero destro del cervello (quello preposto alla creatività, all’intuizione e all’immaginazione).

Il Sé Paranormale ci permette di essere al posto giusto nel momento giusto.

E poiché attinge da una conoscenza istintiva non ha bisogno di utilizzare la logica.

Quando gli prestiamo ascolto: possiamo sapere chi ci sta telefonando anche senza guardare lo schermo del telefono, possiamo scegliere istintivamente di passare per una strada diversa ed evitare traffico o incidenti, possiamo intuire i sentimenti e i pensieri di chi ci sta vicino.

Affiancare le conoscenze di questo Sé alla razionalità (che utilizziamo abitualmente) permette di avere una marcia in più nell’affrontare la vita.

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IL SÉ EMPATICO

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L’empatia è la capacità di comprendere e vivere i sentimenti degli altri come se fossero i propri.

È una risorsa indispensabile in tutte le professioni di aiuto e l’ingrediente fondamentale per costruire un mondo basato sulla solidarietà, la cooperazione e la fratellanza.

Il Sé Empatico permette di accogliere i bisogni degli altri e di creare armonia tra le persone, è il presupposto di una leadership sana ed efficace e il fondamento dell’amore.

Ascoltare le ragioni di questo Sé ci rende sensibili, rispettosi e attenti ai valori di ogni forma di vita.

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IL SÉ EGO CENTRATO

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Il mondo interiore è il luogo delle sensazioni e delle emozioni, lo spazio in cui emergono i bisogni personali.

Il Sé Ego Centrato affianca il Sé Empatico aiutandoci a considerare i nostri bisogni insieme a quelli degli altri.

Per godere di una buona salute mentale il Sé Empatico e il Sé Ego Centrato devono cooperare ed essere presenti nella nostra quotidianità.

Infatti, quando prevale il Sé Empatico possiamo cadere in un altruismo patologico mentre se prevale il Sé Ego Centrato possiamo diventare eccessivamente concentrati su noi stessi trascurando le esigenze degli altri.

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IL SÉ SOLITARIO

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Tutti i creativi possiedono un Sé Solitario che li spinge a isolarsi periodicamente per ritrovare il proprio equilibrio emotivo.

Spostare il punto di osservazione con rapidità e agilità porta a vedere la vita da tante prospettive diverse e spesso fa perdere di vista il proprio sentire profondo.

Ecco perché diventa necessario passare del tempo in solitudine, lontano dalle voci del mondo e aperti alla propria verità.

Il Sé Solitario ci ricorda il valore della nostra unicità, permettendoci di recuperare le energie prima di lanciarci in nuove avventure.

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IL SÉ INVENTIVO

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I creativi non amano la competizione, per loro è molto più appassionante dare forma a progetti sempre diversi e… migliori.

Inventare qualcosa che prima non esisteva, riciclare un oggetto regalandogli una nuova identità, risolvere un problema in modo imprevedibile e sorprendente… sono le attività preferite da tutti quelli che possiedono una buona dose di creatività.

Il Sé Inventivo ci ricorda che la vita è trasformazione e ci guida alla scoperta di realtà sconosciute.

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IL SÉ MUTEVOLE

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Il cambiamento è il segreto di una vita piena e appagante.

Ogni cosa, infatti, è destinata a evolvere e, perciò, a modificarsi.

La sofferenza psicologica deriva spesso da una incapacità a cavalcare il ritmo della trasformazione nel tentativo di mantenere inalterate le nostre abitudini.

È vero che una certa dose di stabilità aiuta a sentirsi più sicuri, tuttavia, indulgere nella routine genera una pericolosa fissità e apre la porta alla sofferenza.

Il Sé Mutevole ci aiuta a vivere con entusiasmo e curiosità le situazioni nuove e ci regala una frizzante sensazione di libertà.

* * *

I Sé Creativi sono molti e in continuo cambiamento, come compete alla creatività.

Ognuno di noi deve apprezzare la propria originalità riconoscendo il valore della verità individuale.

L’accettazione e l’ascolto di sé sono i presupposti della salute e della realizzazione personale.

Imparare a osservare la creatività che anima la realtà interiore permette di risolvere le difficoltà che costellano la vita e apre nuovi spazi di accoglienza per se stessi e per le altre creature.

Dall’espressione senza limitazioni e senza censure dei Sé Creativi prende forma una società di persone realizzate e felici.

Carla Sale Musio

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Ago 03 2018

CHE COS’È LA PSICOTERAPIA

Si parla tanto di psicoterapia ma poche persone conoscono davvero il senso di questa parola.

Secondo il dizionario la psicoterapia è:

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Una cura psicologica volta a rafforzare l’efficienza funzionale della personalità e basata sulle interazioni tra il terapeuta e il paziente.

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Secondo il buon senso comune la psicoterapia è:

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Un rimedio per chi ha qualche rotella fuori posto.

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L’incomprensione che aleggia intorno al significato della parola psicoterapia crea molta diffidenza e suscita paure diverse davanti al desiderio di rivolgersi a uno specialista della psiche.

Per quanto mi riguarda, da oltre trent’anni la psicoterapia è la mia occupazione principale e sento la responsabilità di sfatare i pregiudizi che annebbiano la comprensione in merito al lavoro psicologico e alla conoscenza interiore.

Secondo me la psicoterapia è:

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Un percorso di conoscenza di sé che si avvale del sostegno di uno specialista capace di far emergere le risorse sane della psiche durante uno o più colloqui amichevoli, intimi e piacevoli.

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Fare psicoterapia significa approfondire il proprio dialogo interiore per lasciare emergere possibilità nuove nella vita di tutti i giorni.

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Nel gergo della medicina chi segue un cammino di questo tipo viene chiamato: paziente o psicoterapeuta, a seconda della posizione che occupa rispetto alla scrivania.

Lo psicoterapeuta siede dietro alla scrivania mentre il paziente occupa un posto davanti.

Entrambi sono:

  • spinti dalla voglia di scoprire il mondo interiore

  • curiosi di conoscere l’anima delle cose e delle persone

  • incapaci di fermarsi alle apparenze

  • desiderosi di trovare in se stessi le risposte necessarie a migliorarne la qualità della vita e a far luce sul significato dell’esistenza

Dietro alla scelta di fare lo psicoterapeuta e dietro ogni richiesta di aiuto emerge sempre la domanda:

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“Perché si vive?”

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Seguita a ruota dal suo inevitabile corollario:

m

“Perché si muore?”

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Naturalmente né lo psicoterapeuta né il paziente possiedono la risposta definitiva a queste domande.

E di sicuro chi si rivolge a uno psicologo non desidera che quest’ultimo gli racconti la propria visione della vita o elargisca dei buoni consigli.

Quello che tutti quanti vogliamo quando ci sediamo davanti alla scrivania di uno psicoterapeuta è qualcuno che sappia aiutarci a tirare fuori la nostra verità, quel quid intimo e personale che ci rende unici e speciali.

Ognuno di noi, infatti, vive (e muore) per dare forma alla propria unicità e per esprimere le qualità profonde che ci rendono diversi da chiunque altro.

Un bravo psicoterapeuta non si vergogna di andare a sua volta da uno psicoterapeuta, ma anzi!

Proprio perché ha scelto di confrontarsi tutti i giorni con il mondo intimo delle persone ha bisogno di essere aiutato a comprendere i propri vissuti interiori, sollecitati quotidianamente dal coinvolgimento nel lavoro con i pazienti oltreché dagli eventi della vita.

Fare psicoterapia significa mettersi costantemente in gioco evidenziando gli atteggiamenti che inibiscono l’espressione di sé e affiancando nuovi modi di esprimersi alle abitudini comportamentali costruite nel tempo.

E questo vale sia per il terapeuta che per il paziente.

A prima vista può sembrare che non ci sia molta differenza fra i due ruoli: paziente e terapeuta parlano insieme impegnandosi a sostenere il cambiamento interiore e a migliorare la qualità della propria vita.

Un occhio più attento, però, si rende conto che mentre il paziente descrive le proprie difficoltà il terapeuta (che pure nota ciò che si agita nel proprio inconscio) sta bene attento a non parlare di sé e si concentra sul modo in cui far emergere i cambiamenti positivi nella vita di chi ha davanti.

Questo perché un terapeuta preparato e capace:

  • non si sostituisce al paziente nelle decisioni che quest’ultimo deve prendere

  • non vuole diventare un guru

  • non racconta le proprie esperienze come se fossero un modello da imitare

  • non pensa di essere il depositario di una indiscutibile saggezza

Un bravo terapeuta sa che, per la legge della risonanza, il simile attira il simile e ogni paziente indica un aspetto che egli stesso ha bisogno di analizzare e curare.

Così, mentre il paziente racconta i propri vissuti, il terapeuta mette in evidenza le risorse che possono essere utili a superare le difficoltà, formulando le domande necessarie a fare emergere comprensioni nuove (e non indicando quale strada seguire).

Essere un bravo terapeuta significa essere anche un paziente e accogliere in se stessi l’insegnamento che ogni richiesta di aiuto porta con sé.

La psicoterapia è un’occasione per sperimentare il valore di una relazione che lascia liberi e accende una profonda creatività interiore.

Carla Sale Musio

leggi anche:

COME VALUTARE UNA SEDUTA DI PSICOTERAPIA

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Lug 28 2018

UN PERCORSO PER INCONTRARE SE STESSI

Uscire dalla dipendenza alimentare è un cammino di conoscenza.

L’accesso a un diverso modo di nutrirsi segna un’importante trasformazione nella crescita individuale e rivela comprensioni altrimenti inaccessibili.

La maturità è fatta di conquiste successive che sviluppano una crescente abilità nell’accogliere il significato della vita.

Tuttavia, come in ogni rito di passaggio, per conquistare un nuovo stile alimentare è necessario superare delle prove.

Ogni iniziazione, infatti, è correlata a una simbolica morte e rinascita che comprende la fine dell’esistenza su un livello e l’ascensione al livello successivo.

Durante il cambiamento le tappe da attraversare riguardano trasformazioni fisiche, mentali, emotive, psicologiche e spirituali.

Spesso sono impedimenti interiori che, una volta superati, ci guidano alla scoperta di una nuova etica, rivelando una saggezza più rispettosa dell’esistenza.

Nel mio percorso personale e professionale ho individuato sei ostacoli ricorrenti:

  1. lo stomaco vuoto

  2. la memoria cellulare

  3. la paura dell’ignoto

  4. la paura di morire

  5. la paura della leggerezza

  6. la paura della Totalità

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LO STOMACO VUOTO

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Una volta presa la decisione, la sfida più grossa riguarda la sensazione di avere lo stomaco vuoto.

E mette in luce il gioco socioeconomico volto a tenerci schiavi di una dipendenza nascosta dietro l’alibi della sopravvivenza.

Ci viene insegnato che mangiare è indispensabile per vivere.

Eppure…

Mentre il digiuno è uno strumento fondamentale per ripristinare la salute (gli animali lo utilizzano spontaneamente), la sovralimentazione è la causa più frequente di malattia.

Il bisogno smodato di mangiare è il sintomo di una disfunzione e la conseguenza inevitabile di una mancata accoglienza del valore della vita.

Ciò che cambia durante il percorso verso scelte più sane è il significato attribuito all’esistenza.

E la chiave che permette di accedere a soluzioni non più basate sulla violenza e attente all’energia che permea la creazione è proprio la sensazione di avere lo stomaco vuoto.

L’ascolto intimo dell’empatia consente di accogliere il dono della vita per condividerlo nel mondo grazie a un atteggiamento riconoscente.

Infatti, quando il benessere si accompagna al dare: comprensione, ascolto, riconoscimento, gratitudine… la pienezza non riguarda più lo stomaco ma il cuore.

Se il cuore è pieno la fame sparisce e la realtà acquista un sapore nuovo.

La capacità di avere lo stomaco vuoto è il primo passo verso un modo di essere rispettoso e attento alla vita.

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LA MEMORIA CELLULARE

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Le nostre cellule mantengono il ricordo delle emozioni che abbiamo vissuto.

Queste memorie condizionano gli atteggiamenti, rendendo difficile l’acquisizione di comportamenti nuovi.

Cambiare vuol dire percorrere una strada solitaria, priva della condivisione con la maggior parte delle persone che ci sono vicine.

La memoria cellulare conserva le sensazioni legate alle tradizioni della nostra famiglia e del nostro paese.

Quando decidiamo di seguire un criterio alimentare diverso dal consueto è importante vivere e condividere emozioni gratificanti, in modo da affiancare ai ricordi antichi, impressi nelle cellule, le nuove competenze.

Un’adeguata programmazione di valori più rispettosi del benessere e della vita sostiene il cambiamento, aiutandoci a vivere le trasformazioni che accompagnano le nuove scelte.

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LA PAURA DELL’IGNOTO

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Cambiare significa abbandonare le certezze per affrontare la novità.

Durante le fasi di progettazione può apparire esaltante vivere esperienze sconosciute.

Tuttavia, nella pratica, insieme all’entusiasmo si attivano tante paure.

Ciò che non conosciamo suscita sospetto e timore.

L’ignoto è guardato con diffidenza e rende difficile portare avanti i progetti.

Nonostante le consuetudini ci tengano intrappolati dentro situazioni invivibili e irte di difficoltà, l’ansia di affrontare la novità paralizza spesso le risorse evolutive creando i presupposti della malattia.

La paura dell’ignoto affianca la paura della morte e tiene in scacco il desiderio di sperimentare situazioni nuove.

Occorrono forza di volontà e determinazione per abbandonare l’apparente sicurezza che deriva delle abitudini e avventurarsi in territori ancora inesplorati.

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LA PAURA DI MORIRE

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Spesso è la paura di morire il motivo per cui abbandoniamo tutto e torniamo a seguire un’alimentazione sbagliata.

Nella realtà ciò che muore sono le abitudini alimentari malsane, i pregiudizi e il bisogno di uccidere per vivere.

Al loro posto prende forma uno stile di vita armonico e rispettoso delle altre creature.

Tuttavia, la mancanza di approvazione può diventare insopportabile e costringerci ad abbandonare tutto.

Lo spauracchio della morte agisce scatenando insicurezze e paure.

Rinunciare al consenso di amici e parenti presuppone una profonda riflessione interiore e un ascolto attento della propria intima verità.

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LA PAURA DELLA LEGGEREZZA

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Quando diminuisce la quantità di cibo che l’organismo è abituato a consumare quotidianamente si sperimenta una leggerezza nuova.

Sembra quasi che il corpo modifichi la propria densità e la forza di gravità agisca diversamente.

Il pensiero diventa veloce, la comprensione limpida, i colori vividi, l’udito pronto, le movenze sciolte… tutte le percezioni si potenziano e i sensi sottili si attivano.

Un’alimentazione sana regala sensazioni nuove e ci avvicina a un mondo altrimenti invisibile.

Aprirsi all’accoglienza di tutte le forme di vita spalanca le porte alla scoperta di nuovi piani dell’esistenza.

Tutto questo può creare un senso di disorientamento e di vertigine.

Non è facile passare dall’intorpidimento causato da una dieta tossica alla scoperta di potenzialità ancora inespresse.

È necessario imparare a leggere la realtà con uno sguardo capace di contenere l’infinito.

Aprirsi alla Totalità significa scoprire una parte di sé in ogni cosa che esiste, rinunciando per sempre ai privilegi e alla prepotenza nella quale siamo cresciuti.

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LA PAURA DELLA TOTALITÀ

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Avvicinarsi all’idea della Totalità significa allontanarci dalle coordinate spazio temporali con cui abbiamo imparato a muoverci nel mondo.

La mente perde la sua sicurezza e ci si ritrova facilmente in un territorio scivoloso dove tutto e il contrario di tutto possiedono il medesimo valore.

Il linguaggio dei paradossi appartiene all’Amore e alla Totalità ma sfugge alla linearità cui siamo abituati, facendoci sentire vittime di una pericolosa schizofrenia.

Tuttavia, il desiderio di raggiungere una comprensione più ampia spinge ad aprirsi all’impossibile guidandoci a contattare una saggezza fatta di intuizioni e basata su una conoscenza soggettiva, empirica e affettiva.

È il linguaggio dell’amore.

Gli animali lo conoscono d’istinto.

Gli esseri umani invece devono misurarsi con la pretesa egocentrica di poter padroneggiare l’esistenza.

Uscire dalla dipendenza dal cibo significa avvicinarsi a una libertà in cui tutto (ma proprio tutto) manifesta il suo valore e il diritto di esistere.

Per superare la paura della Totalità è importante aprirsi a una conoscenza fatta di sensazioni e di acquisizioni interiori, lasciando emergere la propria intima spiritualità.

Carla Sale Musio

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Lug 22 2018

SPECIE UMANA O DISUMANA?

La razza umana è la razza più crudele e più pericolosa del pianeta.

Convinta del proprio indiscutibile diritto alla supremazia non si cura degli equilibri ecologici e condanna alla distruzione tutto ciò che incontra sul suo cammino.

È così evidente l’abuso fatto dagli esseri umani ai danni di ogni altra creatura vivente che non ci sarebbe nemmeno bisogno di parlarne.

Basta guardarsi intorno per vedere in azione la disumanità dell’uomo.

Eppure…

In molti coltivano la certezza che il diritto del più forte sia una legge indiscutibile, senza mai fermarsi a riflettere sull’importanza di valori come l’ascolto, l’accoglienza, la comprensione, il rispetto e la fratellanza con le altre forme di vita.

Un narcisismo patologico e perverso affligge l’umanità rendendoci insensibili davanti al dolore di chi appare diverso.

Coltiviamo con orgoglio la cultura dell’arroganza e ignoriamo l’esempio di civiltà che ci offrono le altre specie.

Gli animali ci mostrano stili di vita differenti dal nostro e basati su un’integrazione con la natura che noi non conosciamo.

Nei loro saperi è presente un valore profondo fatto di civiltà e di rispetto, di armonia con le altre forme di vita e di umiltà davanti alla morte.

Noi invece chiamiamo intelligenza la capacità di sfruttare e uccidere a piacimento ogni essere vivente.

E ci sentiamo superiori proprio perché promuoviamo senza nessuno scrupolo lo schiavismo delle altre specie.

Non ci sfiora l’idea che la crudeltà con cui infliggiamo tante sofferenze sia invece un segno di inciviltà.

O di malattia.

Abbiamo costruito una diagnostica psichiatrica dettagliata e volta a indicare il disagio mentale di chi non riesce a sostenere l’integrazione e la cooperazione necessarie alla vita.

Tuttavia siamo i primi a mostrare le stigmate di quelle disfunzioni.

Il narcisismo e l’incapacità di costruire relazioni basate sulla reciprocità con le altre forme di vita evidenziano il deficit della nostra intelligenza emotiva e segnalano la patologia piuttosto che la cultura.

L’evoluzione poggia sulla capacità di scambiare i saperi l’uno con l’altro sviluppando la conoscenza grazie al cambiamento.

Tuttavia davanti alle culture differenti dalla nostra erigiamo un muro di arroganza e incomprensione.

Non vediamo che la civiltà sta nella possibilità di vivere senza depredare e senza sfruttare nessuno e che l’umanità è la capacità di aiutarsi l’un l’altro.

Creature come noi: con il nostro stesso desiderio di vivere, con emozioni, speranze, sogni e ambizioni, vengono condannate a subire le peggiori torture in nome di un razzismo che annienta l’intelligenza emotiva e segnala una patologica mancanza di empatia.

È in questo modo che perdiamo il contatto con la vita coltivando in noi stessi i presupposti della follia.

Chi si muove nel rispetto della natura e dell’ambiente armonizzando se stesso con gli equilibri necessari alla creazione ci appare stupido, privo di valore e buono soltanto a soddisfare i nostri bisogni come fosse un oggetto.

Non importa che l’etologia abbia mostrato la presenza di saperi, sentimenti ed emozioni in tutte le altre specie animali.

Non importano le ricerche e lo studio della psicologia.

La nostra intelligenza finisce davanti alla coercizione che imponiamo a cuor leggero convinti di una superiorità arbitraria e patologica.

Lo schiavismo è un comportamento sconosciuto a qualunque altro animale non umano.

Specie più sane della nostra sostengono una cultura del rispetto, adeguando con umiltà le proprie esigenze alla sopravvivenza del pianeta.

L’evoluzione è la capacità di modellare i propri comportamenti per permettere la salute del mondo da cui tutti dipendiamo.

Una capacità sconosciuta alla specie umana: l’unica specie che pretende di sottomettere la natura ai propri voleri annientando se stessa nel degrado che infligge alla vita.

Carla Sale Musio

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ANIMALI, ECOSISTEMI E MALATTIE MENTALI

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Lug 16 2018

CAMMINARE ABBRACCIANDO LA VIOLENZA E L’AMORE

Cerchiamo tutti la pace.

Il problema è che la cerchiamo fuori di noi.

Ci auguriamo che succeda qualcosa in grado di risolvere magicamente le difficoltà, senza per questo sentirci responsabili dei tormenti che affliggono il mondo.

A prima vista sembra impossibile che le radici di ogni guerra si annidino nella vita interiore.

Eppure…

Il seme della brutalità cresce insieme all’amore, e possiede la stessa energia!

Per avere la pace è indispensabile accettare anche la violenza e permetterne la presenza nella psiche.

Quando riconosciamo in noi stessi le parti che più disprezziamo, eliminiamo il razzismo alla radice e creiamo i presupposti per una realtà migliore.

La dualità ci costringe a fare esperienze contrapposte e per evolvere è necessario esplorare la Totalità con coraggio e senza censure.

Accettando l’incoerenza che ne consegue e che ci fa sentire vittime di una insopportabile follia.

Ogni giorno ci sforziamo di diventare migliori ma, spesso, per ottenere questo risultato incateniamo nell’inconscio l’energia dell’autoaffermazione (che chiamiamo: aggressività) e nascondiamo (anche a noi stessi) l’odio e l’ostilità che derivano dalla paura di sentirsi calpestati o ignorati.

È difficile accogliere il rancore, l’egoismo, l’orgoglio, la prepotenza, il pregiudizio… soprattutto quando ci riguardano personalmente.

Preferiamo scegliere di essere comprensivi, disponibili, generosi, tolleranti, semplici… e puntiamo la bussola della crescita personale sulle qualità che ci piacerebbe vedere emergere nel mondo.

Le nostre buone intenzioni, però, non bastano a sopprime l’altro polo della dualità.

Il bene resta comunque l’opposto del male.

Il giorno non esiste senza la notte.

La scelta di coltivare un comportamento o un valore non annienta nella coscienza l’esistenza del suo contrario.

E per raggiungere l’armonia occorre aprirsi anche a tutto ciò che non ci piace, tollerando la coesistenza delle polarità dentro se stessi.

La realizzazione personale prende forma dal riconoscimento delle contrapposizioni che animano il mondo interiore e poggia sull’accettazione della loro presenza simultanea nella coscienza.

Questa accoglienza permette di dosare gli ingredienti di ogni azione dando forma a una comunità attenta alle esigenze di tutti.

Un pizzico di sale fa più buona ogni torta.

Così, riconoscere nel mondo interiore la violenza e la guerra insieme all’amore e alla fratellanza è il primo passo per costruire una società migliore.

La parola integrità esprime bene questo concetto.

Integrità è sinonimo di onestà e anche di pienezza.

L’onestà (dapprima con se stessi e poi con gli altri) è il presupposto di una civiltà capace di accogliere senza discriminare.

La pienezza è la conseguenza della ricchezza interiore e l’espressione di una molteplicità di risorse.

L’amore possiede un’energia che si manifesta nella compassione e nella distruzione.

Possiamo scegliere e calibrare i nostri comportamenti solo nella consapevolezza della Totalità che appartiene alla Vita.

Quando escludiamo un polo di quella interezza abbandoniamo le redini del nostro potere personale e rinunciamo ai doni che l’oscurità porta con sé.

Come ho ripetuto tante volte, questo non vuol dire lasciare emergere la brutalità nelle nostre giornate.

Al contrario!

Significa osservarne la pericolosità e gestirne consapevolmente l’energia e l’intensità.

Dalla frammentazione della Totalità in unità contrapposte nascono gli schieramenti, le fazioni, le guerre, la crudeltà e la sofferenza che stanno distruggendo l’umanità.

Dalla ricomposizione di quelle fratture apparentemente insanabili prende forma la possibilità di riconoscere un aspetto di sé in ogni cosa che esiste, restituendo valore e importanza a ogni vita.

Una società evoluta è capace di distinguere il bene dal male senza cancellare gli opposti dalla coscienza.

Ricomporre l’Infinito con consapevolezza restituisce a ogni colore il suo potere, consentendoci di esplorare la realtà senza paure.

Carla Sale Musio

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CAOS INTERIORE & PACE NEL MONDO

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Lug 09 2018

ANIMALI, ECOSISTEMI E MALATTIE MENTALI

L’ecologia è la scienza che si occupa degli ecosistemi, cioè dei rapporti tra gli esseri viventi e l’ambiente.

Si chiama ecosistema l’insieme degli organismi e della materia non vivente che interagiscono tra loro costituendo un sistema autosufficiente e in equilibrio dinamico.

Tutte le forme di vita partecipano alla realizzazione dell’ecosistema.

Perciò, chi studia questa materia ritiene che le interazioni fra gli esseri viventi siano importantissime per l’armonia e per la salute del pianeta, e osserva con attenzione la cooperazione tra le creature.

La partecipazione di tutto ciò che esiste ai cicli della vita prende il nome di biodiversità.

Gli ecologisti hanno scoperto che gli ecosistemi regolano il clima, plasmano il suolo, controllano l’erosione, proteggono dalle inondazioni e compiono molte altre attività di qualità inestimabile per la sopravvivenza.

Ecologia, ecosistema, biosfera e biodiversità sono parole importanti perché sottolineano il valore della vita nelle sue molteplici manifestazioni, mettendo in evidenza i collegamenti che ci uniscono ad ogni essere vivente fino a comporre un unico disegno in cui ciascuno costituisce una parte fondamentale.

Le ricerche sull’ambiente sottolineano il rispetto per ogni forma di vita perché tutto, ma proprio tutto, contribuisce al benessere e alla salute e perdere di vista questa circolarità evolutiva conduce inevitabilmente al degrado e alla sofferenza.

Quando gli esseri umani dimenticano il proprio ruolo nell’ecosistema provocano gravi danni e vanno incontro a malattie fisiche e mentali.

Il nostro organismo, infatti, è programmato per svilupparsi in comunità dove l’interazione con le altre forme di vita è un valore indispensabile per la salute.

Nostra e del pianeta.

Gli animali conoscono l’importanza degli ecosistemi e nutrono una profonda fiducia nell’esistenza.

Per questo accolgono gli insegnamenti della natura con umiltà e si sottomettono ai suoi dettami certi che ogni accadimento sia un dono, anche quando appare terribile o ingiusto.

Gli esseri umani, invece, considerano stupide tutte le altre specie e, forti di un’arbitraria superiorità, sfruttano impunemente ciò che li circonda condannando se stessi e il mondo alla sofferenza.

Le bestie sono capaci di vivere in armonia con la natura e possono arrivare anche ad estinguersi quando le condizioni ambientali non rispettano le esigenze del pianeta.

Gli uomini, invece, preferiscono sfruttare ogni cosa a proprio piacimento senza riguardo per gli equilibri ecologici e senza pietà per il dolore che infliggono alle altre creature.

Convinti di essere una razza superiore abbiamo perso l’umiltà necessaria alla cooperazione e mancando di rispetto alla vita tradiamo costantemente noi stessi.

Autorizziamo lo sfruttamento, la prevaricazione, la crudeltà e la violenza e travisiamo il valore di ciò che abbiamo intorno, condannandoci a vivere secondo ritmi che non rispettano le esigenze della vita.

Tuttavia, la paura di finire vittime della prepotenza che imponiamo alle altre specie crea nella psiche un senso di angoscia e produce le patologie mentali chiamate: guerra, usura, sfruttamento, pedofilia, intolleranza, pregiudizio, alienazione, psicosi, attacchi di panico, depressione

Malattie sconosciute alle altre forme di vita.

Il sapere degli animali ci insegna in che modo scelte differenti producano culture differenti in armonia con la natura e con la salute: libere dalla necessità di lavorare, dalla dittatura del denaro, dalle ingiustizie dell’economia e dal bisogno compulsivo di colmare il vuoto che trasforma le nostre giornate in una corsa senza fine e che ci trova impreparati e soli quando arriva il momento della morte.

Le altre forme di vita non hanno le psicopatologie, la psichiatria, gli psicofarmaci, il DSM5, il TSO, le ASL, le CAM, i CPS, le NPI, i PSSP… e tutte le etichette che emarginano come prigioni invisibili chi non riesce a reggere il ritmo incalzante di una società lanciata al galoppo verso la distruzione.

L’ecologia ci aiuta a ritrovare il filo che ci unisce a tutto ciò che esiste e ci ricorda che ogni creatura è unica, importante e speciale.

L’esistenza è un percorso di conoscenza di noi stessi e degli altri.

Ignorare il valore della diversità significa uccidere l’empatia dentro di sé e condannarsi alla sofferenza.

Gli animali lo sanno e con l’esempio delle loro vite ci regalano ogni giorno una lezione profonda e preziosa di civiltà.

Carla Sale Musio

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LA SAGGEZZA DEGLI ANIMALI

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Lug 04 2018

AIUTO… HO LA PANCIA VUOTA!!!

Ci viene fame a intervalli regolari e, mediamente ogni tre ore, sentiamo la necessità di mettere qualcosa sotto i denti.

A prescindere da quanto e da cosa mangiamo.

Gli specialisti della psiche spiegano che l’inconscio ama i rituali e che la mente, per avere il controllo della realtà, ha bisogno di stabilità e di ripetitività.

Ma proprio la ritualità e la ripetitività sono gli ingredienti psicologici che cementano le dipendenze.

Impariamo presto ad associare la sensazione di avere lo stomaco pieno con il rilassamento che deriva dal potersi concedere un break.

Nella nostra società il tempo dedicato a mangiare è quasi sempre l’unico momento di pausa durante la giornata, il pretesto che consente di fermarsi a riprendere fiato.

Questo fa sì che il cibo si carichi di significati che hanno poco a che vedere con la nutrizione e riguardano invece il desiderio di dedicarsi a se stessi.

Un desiderio negato dalle esigenze incalzanti della civiltà del benessere.

Tuttavia, quando il nutrimento serve a compensare i bisogni affettivi si trasforma in qualcosa di molto diverso dalla necessità di preservare la vita.

Sentirsi amati, riconosciuti e valorizzati sono aspetti imprescindibili della salute mentale e, delegarne l’assolvimento all’alimentazione significa trasformare l’oralità in una fonte di appagamento psicologico.

È in questo modo che la pienezza dello stomaco ruba il posto alla pienezza dell’amore, trasformando la nutrizione in una dipendenza da cui è (quasi) impossibile uscire.

La digestione e l’intorpidimento che consegue allo spostamento dell’energia dal cervello alla pancia… diventano segnali associati al benessere emotivo e perciò indispensabili per sentirsi bene.

Ma hanno poco a che fare con la fame e con l’alimentazione.

Quando l’atto di mangiare si trasforma nel canale privilegiato per ricevere affetto, nel mondo interiore si consolida una pericolosa dipendenza dal cibo.

E la scimmia, che colpisce chi decide di cambiare le proprie abitudini alimentari, si fa sentire immediatamente.

Basta pronunciare la parola dieta.

Soltanto il pensiero di ridurre le dosi scatena nella psiche e nel corpo terribili crisi di astinenza.

Nella nostra cultura l’idea di avere la pancia vuota è associata alla sensazione di avere il cuore vuoto e provoca un doloroso stato di angoscia.

Questo spiega come mai ciò che è facilmente digeribile genera spesso un malessere interiore, facendoci sentire abbandonati e soli.

La pesantezza che spesso accompagna la digestione prolunga la possibilità di avere lo stomaco pieno, amplificando la percezione affettiva legata al cibo (quel senso di completezza e benessere che appartiene all’amore).

È un piacere destinato a sparire rapidamente per cedere il posto alla sonnolenza, al torpore e allo stordimento e, tuttavia, conferma la dipendenza alimentare e la reitera.

Nel panorama delle scelte nutritive tante indicazioni salutiste consigliano una disintossicazione a base di liquidi, proprio perché ciò che è fluido attraversa rapidamente il canale digestivo senza appesantire gli organi interni, permettendo al fisico di riprendere immediatamente le proprie attività abituali.

Scegliere esclusivamente cibi liquidi può essere un passaggio importante per liberare i pasti dalla dipendenza affettiva, permettendo al corpo di ricevere il nutrimento in modi salutari.

Eppure…

Chiunque abbia seguito una dieta liquida, anche solo per poco tempo, riferisce di aver provato una forte insoddisfazione insieme all’esigenza di tornare rapidamente a nutrirsi nei modi consueti, certamente più impegnativi per la digestione ma psicologicamente più gratificanti.

Ecco perché le diete sane e corroboranti sono difficili da seguire: non soddisfano i bisogni emotivi nascosti dietro il pretesto dell’alimentazione e scatenano dolorose crisi di astinenza.

Per cambiare le proprie abitudini alimentari è necessario slegare il piacere dell’affettività dal desiderio del cibo.

Finché l’alimentazione rappresenta un surrogato delle esigenze emotive non è possibile modificare la propria dieta senza incappare nello scoraggiamento.

La salute è prima di tutto libertà dalle dipendenze che ammalano il corpo e la psiche.

Un mondo nuovo prende forma grazie alla responsabilità di ciascuno.

Nutrire in modi appropriati il riconoscimento dei sentimenti e la soddisfazione delle necessità affettive è il primo passo verso una società capace di prendersi cura del benessere di tutti.

Non riempiendo la pancia ma colmando adeguatamente il bisogno d’amore.

Carla Sale Musio

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Giu 28 2018

AMORI SBAGLIATI

Perché mi innamoro sempre della persona sbagliata?

.

Facendo il mio mestiere, questa è una domanda che si sente ripetere spesso.

Sembra quasi che un destino maligno si diverta a condurci tra le braccia di chi… non ci merita!

Ma siamo davvero le vittime di amori sbagliati o si tratta, piuttosto, di scelte inconsce?

Sono convinta che tante situazioni poco felici in un primo momento possano apparire così familiari da farci sentire a casa, spingendoci verso l’abbandono e la fiducia tipiche della fanciullezza.

Le nostre parti bambine si aspettano un risarcimento danni per i torti che hanno vissuto nel passato, e coltivano l’illusione che, da grandi, un partner possa compensare quelle sofferenze donando loro l’amore che i genitori non hanno saputo offrire.

Questa visione risente dell’egocentrismo e della dipendenza che caratterizzano i primi anni di vita.

Una volta adulti, infatti, siamo noi stessi a doverci prendere cura del Bambino Interiore, riservandogli le attenzioni e le cure che gli sono mancate.

A prima vista può sembrare un compito impossibile, quasi un film di fantascienza!

Come si fa a tornare indietro nel tempo per coccolare i bimbi che siamo stati?

Eppure…

La maturità si raggiunge quando nel mondo intimo le Parti Adulte decidono di adottare le Parti Infantili, occupandosene con la dedizione che avrebbero voluto ricevere dai genitori.

.

“Vorrei accudire il mio Bambino Interiore ma non so come fare.”

.

Anche questa è una affermazione che sento ripetere spesso.

Il corpo è uno solo: cresce, cambia e diventa adulto.

Tuttavia nel mondo intimo convivono un’infinità di aspetti differenti.

Nell’inconscio siamo sempre: bambini, adolescenti, adulti, ingenui, saggi, folli, giocosi, ribelli, responsabili, incoscienti…

La vita interiore è composta da un numero illimitato di possibilità che, per vivere una vita soddisfacente, dobbiamo riconoscere e gestire.

Il bambino che siamo stati vive i suoi drammi in un eterno presente e attende che qualcuno si prenda cura di lui.

Da adulti dobbiamo aiutarlo a sentirsi protetto e importante, riconoscendo i traumi e il suo bisogno di giocare, accogliendo l’ingenuità e l’entusiasmo insieme al dolore e alle profondità che lo caratterizzano.

La capacità di osservare le cose da un’angolazione giocosa e innocente è un presupposto della saggezza.

E appartiene all’infanzia.

Prendersi cura del proprio Bambino Interiore significa lasciare il giusto spazio alla sua energia, liberando i doni e la vitalità della fanciullezza insieme all’equilibrio e alla competenza della maturità.

Questo processo di integrazione ci consente di costruire una relazione affettiva scevra dal bisogno di delegare ad altri la risoluzione delle angosce passate e capace di comprendere la fragilità insieme all’autonomia.

Di se stessi e del partner.

Troppo spesso l’aspettativa magica di un Principe Azzurro (o di una Principessa Azzurra) ci stimola a coltivare il sogno di un’unione in grado di sanare miracolosamente le sofferenze del passato esonerandoci dal percorso necessario ad evolvere le parti immature della psiche.

Su questo equivoco nascono tanti amori sbagliati.

Crescono sul presupposto di una compensazione affettiva e coltivano la pretesa di ricevere dall’altro la dedizione che siamo incapaci di darci.

Si tratta di una richiesta che spinge a idealizzare il partner e conduce inevitabilmente alla delusione, con il suo corollario di colpevolizzazioni, recriminazioni e rancori.

Infatti, quando il Bambino Interiore reclama l’amore incondizionato che avrebbe voluto ricevere dai genitori, la scelta ricade inconsciamente su chi sembra poterne compensare le mancanze e che, perciò, ne incarna anche i difetti.

Sono proprio quei difetti che ci fanno sentire a casa creando la magia di tante storie impossibili.

Atteggiamenti e comportamenti così familiari da passare quasi inosservati… diventano presto gli scogli che impediscono l’amore.

Un impulso infantile ci spinge a scegliere chi impersona le qualità idealizzate del genitore che avremmo voluto avere insieme a quelle del genitore che abbiamo realmente avuto.

Tuttavia, ripetere il dramma di un tempo non fa che reiterare lo stesso tragico finale.

Chi meglio di noi può sapere di cosa abbiamo bisogno per sentirci bene?

Per liberarsi dalle sofferenze antiche è necessario assumersi pienamente la responsabilità di sé, abbracciando il cucciolo interiore con l’amore che avrebbe voluto ricevere, piuttosto che abbandonarlo tra le braccia di un partner nella speranza di poter cambiare il finale della nostra storia passata.

Carla Sale Musio

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Giu 22 2018

CAOS INTERIORE & PACE NEL MONDO

La pace nel mondo è la conseguenza di un cambiamento della coscienza.

La rivoluzione decisiva avviene dentro se stessi e poggia sull’accoglienza della molteplicità che caratterizza la psiche e sulla capacità di tollerare il caos interiore che ne consegue.

È questo lo scoglio più difficile da superare se vogliamo costruire un mondo migliore.

Sapere che dentro di noi convivono infinite possibilità espressive è il primo step di un percorso che attraverso l’accettazione dell’incoerenza (corollario inevitabile della molteplicità) raggiunge l’integrazione interiore e la consapevolezza della Totalità, anche nella dualità in cui viviamo.

Ogni cosa richiama il suo opposto.

Tuttavia, permetterne la convivenza dentro di sé non è facile.

Bisogna sopportare l’incoerenza e la confusione, quel senso di insostenibilità che accompagna la saggezza insieme alla follia.

Significa comprendere che l’identità è soltanto un vestito che scegliamo di indossare più spesso degli altri e che possiamo decidere di cambiare in ogni momento.

Vuol dire tollerare che la bontà non può prescindere dalla cattiveria, che l’egoismo accompagna sempre la generosità, che la flessibilità porta con sé la rigidità e che la tolleranza richiama l’intransigenza. 

È difficile far convivere gli opposti nel mondo interiore senza sentirsi vittime di una pericolosa patologia psichica.

Eppure…

Dall’accettazione di questa complessità prende forma una società capace di abbracciare la diversità e di gestire la convivenza di tante creature differenti.

E uniche.

Dobbiamo assumerci la responsabilità della Totalità da cui tutti proveniamo e imparare che ogni evento è un’occasione per conoscere la nostra multiforme verità.

Anche quando a prima vista non ci piace.

Dietro ogni esperienza si nasconde un tesoro, un prezioso insegnamento che è necessario liberare per scoprirne le qualità.

Proprio come si fa con un diamante ancora grezzo.

Ogni cosa che ci succede è lo specchio del nostro mondo intimo.

E combattere non servirà ad altro che a far crescere la guerra.

Dentro e fuori di sé.

Occorre piuttosto apprendere a distillare la consapevolezza da ogni avvenimento.

Il loto cresce nel fango.

Così, la pace è la conseguenza di una Democrazia Interiore capace di accogliere senza combattere, lasciando emergere i doni preziosi nascosti dietro alle cose che non ci piacciono.

La nostra identità è l’Infinito.

Un Infinito che forse non riusciremo mai a padroneggiare totalmente in una vita sola, ma che ci guida verso una conoscenza sempre più ampia e sempre più intima.

Fino a raggiungere quell’integrità in grado di far convivere il particolare con l’universale, lo Ying con lo Yang, la luce con il buio, il bene con il male.

La rivoluzione è una trasformazione intima e profonda, un cambiamento nella lettura degli eventi, una magia capace di mostrarci ciò che siamo e farci diventare Tutto e Niente nello stesso momento.

Solo così la saggezza può prendere a braccetto la follia e danzare al ritmo della Vita attraversando le dimensioni.

Della coscienza come della realtà.

Carla Sale Musio

leggi anche:

TUTTO È ENERGIA

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Giu 16 2018

LA SAGGEZZA DEGLI ANIMALI

Travolti dalla presunzione di essere la specie più intelligente del pianeta pretendiamo di adeguare anche la Vita alle nostre necessità.

Necessità che dipendono dagli interessi dell’economia, dal pil, dallo spread, dall’indice mib… e che si impongono sull’ascolto di noi stessi trasformandoci in automi: privi di una propria volontà e di un proprio sentire.

È così che l’unica specie creata da Dio a sua immagine e somiglianza si lascia plasmare dai flussi di mercato da cui dipende per la propria sopravvivenza.

A ben guardare non sembra una scelta felice.

Tuttavia è quello che succede in tutti i paesi occidentali.

Coltiviamo un’arbitraria superiorità rispetto a ogni altra specie vivente e, occupati a inseguire il successo indispensabile per sentirci parte della nostra civiltà, non ci fermiamo mai ad osservare le culture, i comportamenti e gli stili di vita che appartengono agli animali.

Facciamo le spallucce e andiamo avanti impettiti.

Perché, si sa: le bestie sono poco intelligenti e non hanno proprio nulla da insegnarci!

Ignoriamo che la Vita possiede una profonda saggezza.

Un sapere che le altre specie riconoscono d’istinto e che noi sottovalutiamo, forti del diritto auto conferito all’utilizzo e alla distruzione di ciò che abbiamo intorno.

Trascuriamo l’ascolto partecipe e attento che rende gli animali capaci di uniformarsi alle esigenze dell’ecosistema.

Le bestie possiedono una sapienza ignota agli esseri umani.

Comprendono che la Vita rivela i suoi segreti a chi è in grado di riconoscerne il valore.

E possiedono una salute mentale che per noi non esiste più.

Vivono nel presente.

Lasciano che l’esistenza compia il suo percorso di momento in momento.

Senza ostacolarlo.

Hanno fiducia in ciò che accade.

Sanno che ogni esperienza evolve in un cammino di conoscenza che trascende la volontà del singolo e proclama l’immensità del creato.

Conoscono il valore del silenzio.

Noi esseri umani, invece, facciamo molte ricerche e scriviamo tanti libri.

Libri sull’illuminazione, sulla conoscenza e sulla salute mentale.

Testi scientifici e filosofici che proclamano l’importanza di vivere nel presente: senza correre avanti e indietro con la mente rincorrendo il passato e il futuro senza mai assaporare ciò che succede ADESSO.

Scritti che spiegano come la Vita sia ciò che accade in questo esatto momento e l’unica esperienza importante sia lasciarsene attraversare con consapevolezza, ascoltando il potere del proprio respiro, senza inseguire la girandola dei pensieri che annebbia la comprensione e annichilisce la saggezza nascosta nelle profondità dell’esistenza.

Dentro ognuno di noi, esiste un sapere fatto di sensazioni e percezioni legate al corpo, alla natura e al momento.

È il sapere del presente.

L’unica vera realtà.

Immediata e da vivere.

Come spiegano i saggi e gli scienziati: non importa l’azione.

Importa la presenza che accompagna ogni piccolo gesto.

Sedere in silenzio sulla riva del mare, camminare tra le vie del centro, lavare i piatti, bere una tazza di the… qualsiasi cosa ha la stessa importanza e richiede la stessa profonda attenzione.

Ogni istante è un valore.

Non per ciò che si fa ma per come si è mentre lo si fa.

Per come lo si fa.

Gli animali lo sanno e vivono intensamente nel presente.

Noi, però, li giudichiamo sciocchi.

Poi spendiamo i nostri soldi e il nostro tempo per imparare a vivere… senza impazzire.

Senza lasciarci trascinare dal pensiero, dalle parole, dalla paura e dalla confusione.

Non sappiamo cosa vuol dire accogliere ogni attimo con consapevolezza, totalmente centrati sul momento.

Proprio come fanno loro.

Come le bestie sanno fare da sempre.

Gli animali possiedono una conoscenza intima di se stessi e della natura, ammirano la Vita e ne rispettano la volontà.

Senza opporsi.

Affrontano ogni cosa con umiltà, devozione e dignità.

Avremmo molto da imparare osservando il loro modo di stare al mondo.

Apprezzando l’autenticità dei loro comportamenti.

E provando a sperimentare la sincerità con cui si relazionano gli uni con gli altri.

Avremmo bisogno di una cultura nuova: fatta di ascolto, di comprensione e di condivisione.

Non si può eliminare la violenza che caratterizza la nostra civiltà se prima non si rimuove l’arroganza dai nostri gesti quotidiani.

Il razzismo si annida nelle piccole cose di ogni giorno, nel disprezzo invisibile con cui guardiamo la Vita.

Incapaci di riconoscerne le profondità.

Carla Sale Musio

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