Archive for settembre, 2018

Set 29 2018

SI PUÒ VIVERE SENZA UCCIDERE?

La predatorietà ci sembra una componente inscindibile della vita.

Siamo convinti di appartenere a una catena alimentare che intreccia la morte con il cibo e sosteniamo che uccidere per vivere sia la norma della sopravvivenza.

“Mors tua vita mea

Ripetiamo con sussiego, augurandoci che la morte sia sempre quella degli altri e mettendoci in pace la coscienza davanti al massacro che crediamo indispensabile per il nostro sostentamento.

Partendo dall’assunto che qualsiasi organismo è obbligato a mangiare per vivere (e può a sua volta essere mangiato), ai nostri occhi ogni cosa trova collocazione dentro un’interdipendenza la cui regola base è: uccidere e/o essere uccisi.

La visione umana dell’esistenza poggia sul presupposto di una predatorietà ineliminabile.

Tuttavia, se analizziamo con attenzione la catena alimentare scopriamo che l’unico alimento realmente insostituibile è l’energia.

In ultima analisi, infatti, tutte le forme di vita si cibano dell’energia prodotta dagli organismi posti alla base della catena alimentare e chiamati: produttori.

Queste creature sono capaci di convertire le radiazioni solari in glucidi, producendo autonomamente i mattoni energetici indispensabili alla sopravvivenza.

I produttori non hanno bisogno di uccidere per vivere.

Ammazzarsi l’uno con l’altro è la soluzione utilizzata da chi è non è in grado di sintetizzare l’energia in maniera diretta.

Nei piani bassi della catena alimentare, subito dopo i produttori, troviamo le piante (capaci di trasformare la luce e l’acqua in nutrimento), a seguire gli erbivori, poi i carnivori e gli onnivori.

All’apice abbiamo posizionato la nostra specie: la più evoluta e la più intelligente.

Quella che distrugge per divertimento, anche quando la sopravvivenza non rappresenterebbe un problema.

Un patologico narcisismo impedisce agli esseri umani di scorgere il valore delle altre creature, rendendoci impossibile apprendere dai loro stili di vita.

Non ci fermiamo mai a pensare che l’indipendenza dimostrata dai produttori costituisca una preziosa risorsa evolutiva e una capacità da imitare.

Eppure…

Se l’umanità smettesse di uccidere prenderebbe forma un mondo fondato sulla cooperazione e sul riconoscimento dell’unicità di ciascuno.

Un mondo in cui l’amore sarebbe l’unico alimento indispensabile per sentirsi bene, senza bisogno di guerre, psicofarmaci e medicine.

Uccidere significa affermare la superiorità, la divisione e il sopruso.

Spacca la realtà in fazioni, gerarchie e prepotenza.

E impedisce alla psiche di conoscere la Totalità.

Dividere le cose in buoni e cattivi, giusto o sbagliato, bene e male… vuol dire allontanare ciò che crediamo diverso, disconoscendolo dentro di noi e combattendolo all’esterno come un nemico.

La predatorietà è l’antitesi della comunità, della fratellanza e della solidarietà.

La catena alimentare a cui ci appelliamo per giustificare le crudeltà inflitte alle altre specie al fine di soddisfare i nostri piaceri, non è una struttura circolare dove ognuno mangia l’altro in un continuum potenzialmente infinito.

Al contrario!

Ha una forma piramidale alla cui base sono poste quelle forme di vita che non hanno bisogno di uccidere per garantirsi la sopravvivenza.

Avremmo molto da imparare da questi esseri che conoscono il potere dell’autonomia e si sviluppano nel rispetto di ogni esistenza.

Dovremmo onorarli e apprendere come vivere in armonia con ogni cosa.

Smettere di dare la morte è un passaggio necessario per costruire una società capace di considerare ogni individuo.

Cambiare modo di mangiare significa sostenere un criterio etico, imparando ad accogliere il valore che sta dietro a tutte le cose.

Per riuscirci è necessario sostituire il narcisismo con la fiducia.

Dapprima in se stessi e poi nella vita.

La predatorietà con cui ci rapportiamo al mondo manifesta nella psiche la legge del più forte, finendo per colpire come un bumerang proprio noi stessi e condannandoci a vivere nella paura e nella sofferenza.

Non è possibile stare bene sentendosi minacciati e in pericolo.

La frase “mors tua vita mea” sancisce nell’inconscio il predominio di chi ha più potere, trasformando la quotidianità in un campo di battaglia.

Modificare interiormente la supremazia della prevaricazione è il primo passo per costruire il benessere e la salute.

Per farlo è necessario fermarsi a riflettere su ciò che oggi appare indiscutibile, aprendo la porta a nuove possibilità.

Il bisogno di uccidere per vivere occulta il valore dell’esistenza e trasforma la morte in un’atrocità.

Con cui tutti, prima o poi, dovremo fare i conti.

Imparare dalle specie diverse, riconoscendone la preziosità e le peculiarità, permette alla vita di donarci il suo più profondo significato.

Quando anche ai nostri occhi ogni essere vivente avrà riconquistato il valore della propria unicità, potremo scorgere la dignità e la saggezza in tutto ciò che esiste.

E alimentare il cuore oltreché il corpo.

Carla Sale Musio

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Set 23 2018

MA QUANTO DURA UNA PSICOTERAPIA?!

Difficile rispondere a questa domanda.

Una psicoterapia può durare un’ora o anche… per sempre!

Dipende dagli obiettivi che si vogliono raggiungere e dalla velocità con cui ci si apre ai cambiamenti.

In linea generale, possiamo dire che il percorso di crescita è proporzionale alla sofferenza che abbiamo attraversato.

Più a lungo abbiamo vissuto nel dolore e maggiore sarà il tempo necessario a sciogliere i nodi psicologici.

Questo non vuol dire che se per vent’anni ho convissuto con l’angoscia saranno necessari altri vent’anni per ritrovare il benessere e la voglia di vivere.

Tuttavia, per superare la tristezza e fare emergere la salute e l’entusiasmo  è indispensabile curare le ferite del passato.

E per farlo è necessario del tempo.

La psiche si abitua alle situazioni e tende a riproporle automaticamente.

Per operare un cambiamento nel mondo interiore bisogna imparare ad accogliere la sofferenza, scoprendo i doni che il dolore ci ha offerto e attraversando la paura che ogni trasformazione porta con sé.

Anche quando si tratta di trasformazioni positive.

Per evitare sprechi di energia, infatti, un meccanismo inconscio di autoregolazione tende a riproporre sempre lo stesso equilibrio, ricreando le condizioni che ci sono familiari.

È questa la ragione per cui tante vincite milionarie finiscono in investimenti sbagliati o perdite improvvise.

I cambiamenti sono fonte di stress… anche quando ci regalano una migliore qualità della vita.

Per fare in modo che i progressi siano duraturi è indispensabile procedere per gradi, abituando il mondo interiore alle nuove condizioni di esistenza.

Le vacanze, i viaggi, le storie d’amore improvvise e coinvolgenti, proprio come le vincite milionarie… sono tutte fonti di stress, anche se auspicabili e positive.

E ci regalano il benessere solo quando abbiamo il tempo di abituarci a vivere con pienezza le emozioni che conosciamo poco.

Quando si intraprende una psicoterapia è importante considerare il bisogno di stabilità insieme all’esigenza di uscire dalle situazioni difficili, muovendosi con maestria e alternando i momenti di riflessione alle azioni di cambiamento, in modo da creare equilibri nuovi senza traumi e senza forzature.

Ognuno segue un proprio cammino fatto di esperienze e di ascolto di sé, di ricordi e di conquiste.

Ognuno decide autonomamente a quale profondità vuole spingersi nella conoscenza interiore.

C’è chi ha bisogno di mettere subito in pratica le acquisizioni e corre nella vita senza sentire il bisogno di approfondire le nuove scoperte.

E c’è chi invece si immerge sempre più profondamente nel mondo intimo, dando forma a realtà ogni volta diverse.

Non esiste un limite e nemmeno una regola.

L’espressione individuale è unica: non si può standardizzare né omologare.

È importante sottolineare, però, che lo psicoterapeuta è sempre e solo un accompagnatore capace di aiutare chi ha davanti a fare emergere le proprie risorse di cambiamento.

Uno specialista competente utilizza le domande e il colloquio per stimolare la riflessione lasciando che ognuno decida per sé.

Solo così è possibile aprirsi a possibilità nuove e ancora inesplorate.

Una psicoterapia efficace utilizza il tempo necessario a sciogliere le rigidità interiori per aiutarci a sviluppare la missione che siamo venuti a svolgere nel mondo.

Carla Sale Musio

leggi anche:

CHI PUÒ FARE UNA PSICOTERAPIA?

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Set 17 2018

LA PROMESSA

La picchiava da tempo. 

Poi le diceva: “Ti amo, perdonami”.

E lei ci credeva perché lui tornava tenero, dolce, seduttivo, l’uomo di cui si era innamorata.

Voleva credergli, sembrava un altro inizio.

Invece, di nuovo, l’inferno.

*** *** *** *** *** ***

A volte tornava a casa dopo aver bevuto con gli amici: era intrattabile, fastidioso, maligno.

Lei taceva intimorita: bastava un nulla per scatenare l’ira di lui.

Ma almeno sul viso non la picchiava più, da quando uno zigomo gonfio e bluastro aveva attirato l’attenzione preoccupata della sorella di lei.

Sono caduta dalle scale” fu la risposta.

Non ho proprio visto un gradino”.

Lui divenne più scaltro.

Sarebbe stato fastidioso affrontare la famiglia della moglie.

Tutti loro avevano cercato inutilmente di distoglierla dal matrimonio.

Non gli piaceva quell’uomo, anche se buon lavoratore e certamente bellissimo.

*** *** *** *** *** ***

Un’altra serata terribile: liti, urla, una spinta violenta.

Era bastata una sciocchezza per accendere l’ira dell’uomo.

Lei, caduta sul divano, il viso sfatto di lacrime.

Fortunatamente non c’erano figli, la donna pensava, ma forse per loro avrebbe trovato il coraggio di andarsene.

E invece restava e nell’assenza del marito scrutava i segni sulle braccia, sul corpo e anche sulle gambe, quando era capitato che la scalciasse, mentre lei era già a terra.

*** *** *** *** *** ***

Dopo averla spinta sul divano, stava per schiaffeggiarla, ma si trattenne.

Infilò la porta.

Fuori lo accolse il freddo di una notte invernale.

In giro senza meta, a sbollire la rabbia, infuriato contro di lei, contro il mondo, contro se stesso.

Quando fu stanco di andare, si sedette sul gradino di un portone, e restò così, la testa tra le mani.

*** *** *** *** *** ***

Come hai potuto diventare uguale a lui?

La voce era scaturita dal nulla.

Si riscosse intimorito: gli stava di fronte una figura femminile.

Bella come un tempo, sua madre lo guardava.

E l’aspetto era quello di quando lui da bambino ne aveva combinata qualcuna e lei lo rimproverava acerba, poi lo perdonava sempre.

Ma il volto di lei cambiava quando tornava il marito: lo sguardo si spauriva, i gesti diventavano incerti, timorosa di infastidire quell’uomo, di cui un tempo era stata innamorata.

E spesso le serate si trasformavano in un incubo: urla, offese, percosse.

Il figlio si nascondeva in una stanza e cercava disperatamente di non sentire, premendosi le mani sulle orecchie.

Il gatto di casa, terrorizzato da quelle grida, cercava inutilmente una via di fuga e allora il bambino lo tratteneva vicino a sé, accarezzandolo piano.

Ma una volta l’ira del padre si era scatenata anche sul figlio e la madre, allora, lo aveva difeso come una furia, con un coraggio animale che non trovata per sé.

Il bambino cercava di consolarla, quando il padre era assente e le diceva che mai, proprio mai, avrebbe picchiato una donna.

*** *** *** *** *** ***

Come hai potuto?” gli ripeté la voce materna.

Lui rimase sconvolto.

Cercò di stringere la madre a sé e di poggiarle il capo sul grembo, come quando era bambino.

Ma le mani restarono vuote: allora la guardò col rimpianto di cui non aveva più ricordo.

Prometti” disse ancora la madre, quando già la sua immagine spariva.

Prometti di mantenere quanto dicevi da bambino”.

E lui, con la voce rotta di nostalgia per lei, promise.

*** *** *** *** *** ***

Si era fatta mattina.

Già le auto scorrevano, qualche passante lo guardava, mentre lui era ancora seduto sul gradino.

Si alzò, sfatto dal ricordo della notte, dalla stanchezza e dai rimorsi. 

Andò verso casa.

Un venditore di fiori al semaforo.

Lui si fermò e comprò un rosa rossa, la più bella.

Poi, mentre camminava, con attenzione e cautela tolse dal gambo del fiore tutte le spine.

Neanche il graffio di una rosa, pensò, doveva ferire la pelle di lei.

Gloria Lai

Opera tutelata da Patamu.com, n.° 89492 del 2/9/2018

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Set 11 2018

AMORE, ECOLOGIA & LIBERTÀ: imparare dagli animali

Nel nostro mondo esistono: la pedagogia, la psicologia, l’educazione, la scuola e le buone maniere. 

Tutte cose che consideriamo indispensabili per crescere sani, realizzati e felici.

Il dizionario spiega che la pedagogia è una disciplina volta a studiare i metodi e i problemi inerenti all’educazione dei giovani.

E che l’educazione è il processo attraverso il quale vengono trasmessi ai bambini gli atteggiamenti culturali della società.

Gli obiettivi della pedagogia e dell’educazione sono quelli di crescere individui conformi agli standard collettivi.

E naturalmente per ottenere questo risultato c’è bisogno della psicologia.

Ossia di una scienza che, grazie allo studio dei processi psichici, garantisca l’efficienza dei metodi educativi.

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Ma come sarebbe il modo se gli esseri umani non lo avessero forgiato a propria immagine e somiglianza?

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Osservando le specie diverse dalla nostra possiamo scoprire altre culture e altri modi di rapportarsi con la realtà.

E valutare soluzioni interessanti.

Tra gli animali, ad esempio, non esistono la pedagogia, la psicologia e l’educazione.

Le culture delle altre specie seguono percorsi evolutivi differenti e danno valore all’istinto.

Per la specie umana, invece, ascoltare l’istinto è impossibile.

Il bisogno di ricevere approvazione dalla collettività deforma costantemente la percezione, rendendo incomprensibili i messaggi che arrivano dalle parti intuitive della psiche.

Nella nostra cultura, l’ascolto del corpo e il rispetto della sua relazione con l’ambiente sono stati sostituiti dai codici comportamentali che regolamentano la convivenza.

E questo ha snaturato l’interazione con l’ecosistema e con i valori ecologici.

L’habitat di cui gli esseri umani si interessano è solo quello sociale e l’ascolto è focalizzato soprattutto sui bisogni dell’economia.

Le altre specie non sentono la necessità di lavorare per vivere, non subiscono le leggi di mercato e non conoscono le psicopatologie che affliggono l’umanità.

Gli animali non impazziscono.

(Almeno quelli che non vivono a stretto contatto con l’uomo)

Si muovono ascoltando i ritmi della natura e del proprio mondo interiore, coltivano il valore della vita nella sua Totalità, onorano il rapporto con ciò che esiste, focalizzandosi sul presente e accogliendo ogni esperienza di momento in momento.

Senza assurgere a padroni della realtà, proclamare proprietà, arrogarsi il possesso di ciò che hanno intorno e stravolgere i ritmi della natura.

A nostri occhi imbevuti di prepotenza il loro stile di vita appare stupido, umile, misero e privo di intelligenza.

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Ma è proprio vero?

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Come sarebbe la nostra vita se al primo posto invece del denaro ci fosse l’ascolto di sé e la convinzione che ogni evento ci porta in dono un messaggio di crescita aiutandoci a comprendere ciò che esiste?

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È difficile anche solo immaginarlo.

Siamo talmente dipendenti dalle abitudini sociali da non riuscire a postulare una realtà diversa da quella in cui viviamo.

Ci sembra naturale: ammalarci, soffrire, impazzire, rimpinzarci di cibo e medicine, lavorare e dipendere dal denaro per poter sopravvivere.

L’onnipotenza e il narcisismo ci impediscono di imparare osservando modelli di vita differenti dal nostro.

Per noi è impossibile un mondo in cui ognuno esprima se stesso senza essere forgiato al fuoco dell’omologazione imposta dalla società.

La chiamiamo civiltà e ne andiamo fieri.

Tuttavia, guardandola da un punto di vista differente, appare una prigione imposta alla creatività e al bisogno di esprimere la propria verità.

Gli animali negli zoo muoiono di dolore.

Eppure hanno cibo fresco ogni giorno, vivono in un habitat ottimale e conducono un’esistenza serena in cui non corrono nessun pericolo.

A molti esseri umani piacerebbe l’idea di trovarsi in un luogo dove non sia necessario combattere per vivere, in cui tutto sia a disposizione senza bisogno di procurarselo lavorando e faticando.

Tuttavia, negli zoo agli animali manca una cosa fondamentale: la relazione con l’ecosistema e con le altre specie viventi.

Un valore importantissimo per la salute mentale e la qualità della vita.

Un bene che a noi sfugge, perché legato all’umiltà e alla cooperazione tra tutto ciò che esiste.

Impossibile da comprendere per chi vive con il mito del posto fisso, aspettando lo stipendio a fine mese per acquistare i nuovi prodotti lanciati sul mercato.

Gli animali non educano i propri figli: li amano e li proteggono finché sono cuccioli.

Poi li lasciano liberi.

Senza secondi fini di tipo assistenziale (non ne fanno il bastone della loro vecchiaia).

Senza pretendere nulla in cambio (non chiedono di essere rispettati, amati, ringraziati e onorati per averli fatti nascere).

Senza volerli possedere (sono i figli della vita e non una proprietà dei genitori).

Tutti valori sconosciuti alla specie umana cui la pedagogia, l’educazione e la psicologia insegnano che è pericoloso lasciare che ognuno esprima se stesso senza volerlo dominare.

La specie umana ha perso il valore della libertà, il potere della cooperazione e l’amore per la natura.

Accecata dalla paura e dalla pazzia che deriva dalla mancanza di ascolto interiore, corre a grandi falcate verso la distruzione.

E la chiama con orgoglio: civiltà.

Carla Sale Musio

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Set 05 2018

CHI PUÒ FARE UNA PSICOTERAPIA?

La psicoterapia non è una cura di tipo medico ma un percorso di crescita personale volto a far emergere risorse nuove e a illuminare di significato gli eventi della vita.

Crediamo che la realtà esista a prescindere dalla nostra partecipazione.

Tuttavia, questa visione ignora il potere della psiche.

L’esistenza non è uno scorrere imprevedibile di avvenimenti casuali, è piuttosto la conseguenza del nostro modo di essere e di interpretare quello che succede.

Ogni cosa si muove in risonanza con ciò che profondamente sentiamo vero.

Ma è difficile comprendere questo concetto in un mondo che deride la sensibilità e fa spallucce davanti alle emozioni.

Siamo convinti che le cose importanti siano poste al di fuori di noi.

E sosteniamo una visione dell’esistenza funzionale all’economia e al bisogno di creare un popolo di consumatori omologati e ubbidienti (indispensabili per fare crescere i profitti delle multinazionali).

Eppure…

Nel mondo intimo di ciascuno si nascondono le leve che danno forma alla realtà.

Lavorare sulla propria interiorità significa comprendere che la vita è sempre la conseguenza del modo in cui trattiamo noi stessi.

Consciamente o inconsciamente.

Le paure, le ansie, l’arroganza, il dolore… modellano la comprensione degli eventi e, come tante calamite, attirano le situazioni corrispondenti ai movimenti emotivi.

Immergersi nei propri vissuti è indispensabile per realizzare una democrazia interiore capace di restituire dignità e valore a ogni aspetto della psiche.

Non tutti possono fare una psicoterapia.

La crescita emotiva presuppone: coraggio, autonomia, umiltà, rispetto, dedizione, pazienza, sincerità e libertà.

Valori poco comuni di questi tempi.

Uno smisurato egoismo insieme ad un eccessivo altruismo imperversano nella personalità, modellando il mondo delle ingiustizie del quale ci lamentiamo.

Per cambiare la società è necessario trasformare le prevaricazioni che alimentano la sofferenza interiore.

Fino a dare forma a una cultura basata sul rispetto di ogni vita.

La psicoterapia segue strade diverse dalla medicina, è un cammino di crescita personale in cui non trovano posto deresponsabilizzazione e pastigliette miracolose.

Ognuno deve assumersi il peso e il valore del proprio cambiamento.

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“Ma allora a che serve lo psicoterapeuta?!”

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Lo psicoterapeuta:

  • aiuta le persone a liberare nuove risorse e a rivelare la missione che sono venute a svolgere nel mondo

  • non è un guru e non è un saggio

  • è un professionista che affronta costantemente il proprio percorso di crescita, sedendosi spesso dall’altra parte della scrivania e chiedendo aiuto a un altro collega

La funzione di uno psicoterapeuta è quella di stimolare la riflessione e la conoscenza di sé.

I suoi strumenti sono: l’ascolto, il dialogo e le domande.

In un mondo basato sulla cooperazione piuttosto che sulla competizione, la condivisione e il sostegno reciproco dovrebbero costituire le basi della vita sociale, le psicopatologie non dovrebbero esistere e gli psicoterapeuti potrebbero fare un altro mestiere. 

Nel nostro mondo, invece, una pericolosa sordità emotiva crea innumerevoli malattie, occultando le chiavi del benessere e della realizzazione personale.

Lo psicoterapeuta è una persona che ha scelto di dedicare la propria vita a cambiare.

Non perché il mondo là fuori sia sbagliato ma perché ognuno ha il PROPRIO universo e per stare bene è necessario cavalcare il cambiamento di momento in momento, armonizzando le polarità dentro di sé.

Ogni psicoterapeuta è il primo paziente di se stesso (e le sue armi sono il rispetto, l’umiltà e la capacità di chiedere aiuto).

Gli studi, le competenze, i titoli e le ricerche sono soltanto il corollario dell’abilità di ascoltare (prima se stessi e poi gli altri).

Per fare una psicoterapia occorre avere il coraggio di incontrare i mostri interiori e imparare a gestire il benessere che deriva dalla realizzazione di una nuova visione della realtà.

Non tutti sono adatti a vivere questa esperienza.

Chi spera di cambiare senza cambiare niente, delegando ad altri le responsabilità della propria vita, non è idoneo ad affrontare una psicoterapia.

In un mondo sano l’aiuto reciproco è un valore imprescindibile.

Va dato con amore e chiesto senza deleghe.

Carla Sale Musio

leggi anche:

PSICOTERAPIA: paure, risorse, cambiamento

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