LA SCELTA

I compleanni gli pesavano addosso e oramai non li festeggiava.

Si limitava a ringraziare per gli auguri che riceveva e che diventavano sempre più scarsi.

Infatti, quasi tutti i parenti e gli amici erano andati via, sottratti da malattie o dal tempo: alcuni di loro, però, erano sicuri di ritrovarsi altrove e di finire quella partita a briscola, magari per prendersi la rivincita.

***

Ogni tanto scambiava parole con il vicino di casa, vecchio pure lui, che aveva una famiglia numerosa e molti nipoti.

Attraverso i muri sentiva il chiasso dei pranzi domenicali, quando i familiari si riunivano nella casa del vicino: allora gli sembrava che, nonostante il confine delle pareti, quelle voci parlassero anche con lui.

A rallegrargli le giornate, e ormai da anni, c’era un cane: divideva con il padrone la casa e le passeggiate che il vecchio faceva lentamente, muovendosi per il quartiere e fermandosi al parco, sempre alla stessa panchina, dove lui e il suo animale aspettavano il crepuscolo.

Il rientro a casa, un pasto leggero, poi il sonno breve e interrotto.

Il cane invece sognava: e gli sembrava di correre veloce, come quando era cucciolo.

Ad ogni risveglio, si guardava in giro felice per il nuovo giorno e salutava con gioia il padrone.

***

Il vecchio trovava sempre più difficile andare avanti: era un’attesa lenta, il tempo scandito nell’aspettare quel momento.

Come sarebbe accaduto?

Avrebbe sofferto?

E cosa fare degli oggetti che ingombravano la casa?

A quest’ultima domanda rispondeva tagliando fotografie, stracciando carte ormai inutili, buttando oggetti, conservati perché raccontavano pezzi di vita, regalando tutti gli abiti che non usava.

Ma la stoffa era buona, diceva: poteva servire ancora.

Bisognava arrivare leggeri al momento finale, lo sapeva.

Aveva ancora dei pesi sulle spalle ed era troppo vecchio per reggerli.

Adesso sentiva la mancanza di una famiglia, degli affetti che altri vivevano, ma aveva deciso della sua vita molto tempo prima.

Non aveva voluto figli, né una moglie: e ormai lo affaticava anche ripensare a queste scelte.

***

Telefonò ai pochi amici che ancora gli restavano e che non vedeva da tempo: vecchi come lui, erano ospitati da parenti o vivevano in case di riposo.

Ad uno disse che gli dispiaceva per un litigio ormai lontano e si stupì nel sentire che quello non se ne ricordava più, ad un altro rivelò che una volta aveva barato a carte, perché ad assistere alla partita c’era l’unica donna che gli agitasse il cuore.

Voleva solo la sua ammirazione.

Lei aveva sorriso al vincitore, è vero.

Ma poi aveva scelto il compagno di giochi, quello sconfitto a carte.

***

Dopo lunghe meditazioni, pensò che della propria fine doveva decidere lui.

Si recò dal vicino, al quale da tempo aveva lasciato un doppione delle chiavi, e gli chiese se potesse occuparsi del cane.

Sarebbe stato via due o tre giorni, gli disse.

Poteva passare quella sera stessa a nutrire l’animale e portarlo fuori per la passeggiata quotidiana?  

Il vicino acconsentì e fu felice e stupito di sentire che finalmente l’altro si prendeva una vacanza, anche se breve.                                                                                                               

***

Poi andò in salotto.

Trovava inutile attendere ancora: tutto era compiuto, si disse.

Ormai aveva riflettuto a lungo e il momento era giunto.

***

Prese il cane: non voleva allontanarlo a forza da sé e lo rassicurò parlandogli piano, mentre lo legava saldamente ad un mobile.

C’era una trave sul soffitto: lui aveva sempre ammirato la solidità di quella casa e certo il legno avrebbe retto il suo peso.

Avvicinò una sedia, ci mise sopra un giornale: gli dispiaceva sporcarla.

Aveva una fune che gli era servita per dei lavori domestici: la provò, tirandola forte, e la sentì robusta.

Gli venne facile prepararla: poi salì sulla sedia e pose il cappio intorno al collo.

In quel momento pensò con disagio a come lo avrebbe visto il vicino, poche ore dopo.

***

Infine chinò lo sguardo verso il suo cane, inerme e legato: allora quello, come se avesse capito quanto accadeva, cominciò a guaire con sofferenza, con dolore.

E il lamento cresceva, diventava più forte.

Sembrava portare il ricordo di tutte le paure antiche: il timore del buio, la fuga dai predatori, lo sguardo impaurito dallo splendore della luna, l’angoscia per i rami degli alberi, scossi e abbattuti dai venti invernali.

Quel guaito raccontava la solitudine dei deserti, la disperazione e la fame, la fuga dai campi in fiamme, l’abbandono straziante di un amico, la desolazione davanti alla morte.  

Il cane guaiva e si agitava, cercando disperatamente di raggiungere il padrone: quel lamento gridava il richiamo antico e potente dell’amore.

E urlava la sofferenza, disarmata e pura, degli innocenti. 

***

L’uomo ne fu scosso dal profondo: il guaito del suo cane, così dolente e sconfitto, fu più forte di ogni richiamo umano, di ogni ricordo di vita.

Vide la disperazione in quegli occhi umidi.

E decise.

Per un affetto così innocente e limpido, pensò, si poteva ancora vivere.

Scese lentamente dalla sedia, si avvicinò al cane e quello lo salutò, come se fosse appena sorta una nuova alba.

Poi l’uomo prese il guinzaglio.

“E’ ancora bella questa giornata”, disse.

“Usciamo?”.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com con il n° 114356 del 10/11/2019.

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