Corriamo nella vita senza sosta, tutti presi ad assolvere gli interminabili impegni della giornata.

E quando infine diventiamo vecchi ci sembra di non avere ancora vissuto abbastanza.

Allora incolpiamo il destino, la sfiga, il caso, i parenti, i vicini, i nemici o il governo… ma la nostra amarezza interiore non si calma.

E quel senso di incompiutezza e di rimpianto alimenta la paura della morte, proprio come un tempo ha coltivato la paura della vita.

In quei momenti di sofferenza è troppo tardi per cambiare le scelte e riappropriarsi delle occasioni perdute.

Vorremmo accogliere la fine dell’esistenza terrena con l’entusiasmo di chi è pronto ad affrontare il più importante dei cambiamenti, eppure ci sentiamo inermi e soli.

E, mentre le cose costruite con impegno e fatica si rivelano vuote e prive di significato, sembra che niente sia davvero utile per accompagnarci in quel passaggio.

È doloroso scoprire in ritardo il valore della vita… così preferiamo cercare all’esterno i colpevoli della nostra insoddisfazione interiore.

Tuttavia, c’è solamente un responsabile per quella sensazione di angoscia che attanaglia l’anima.

E va cercato nelle scelte compiute lungo il percorso dell’esistenza.

A cosa abbiamo dato la priorità?

E perché?

L’avvicinarsi della morte apre le porte ai bilanci interiori.

Ai rimpianti e al desiderio di ritornare indietro si contrappone la voglia di ricominciare tutto daccapo, forti della consapevolezza che la vita va vissuta ascoltando se stessi e non i tanti dettami di comportamento imposti dalle circostanze sociali, dal bisogno di farsi benvolere, dalle paure, dall’indolenza, dalla superficialità…

Non ci fermiamo mai a chiederci perché viviamo e quale sia per noi il modo giusto di vivere.

Scrolliamo le spalle e proseguiamo a testa bassa, intrappolati in quello che si DEVE fare.

Perché:

  • si è sempre fatto così!

  • altrimenti che cosa mangiamo?

  • prima il dovere e poi il piacere!

  • con tutto quello che bisogna fare… non rimane tempo per pensare!

È in questo modo che tramandiamo una cultura della prepotenza.

Convinti di non avere responsabilità perché la vita ci sovrasta e bisogna accettare le sue regole anche quando non ci piacciono.

In quella solitudine che morsica il cuore scopriamo che ogni scelta ha il suo valore e le azioni che ne conseguono hanno il potere di farci sentire vivi davanti alla morte o morti anche nel pieno della vita.

Ciò che facciamo ogni giorno non è la conseguenza di un’organizzazione prestabilita e immutabile ma il prodotto del nostro volere, l’espressione di un modo di essere intimo e profondo, la voce di una realtà interiore così potente da improntare di sé ogni istante.

La vita è il risultato del nostro sentire interiore, di un pensiero che affonda le radici nel mondo psichico colorando le giornate delle sue sfumature: dolci, ombrose, tenere o amare… a seconda del rispetto con cui abbiamo trattato le innumerevoli parti che compongono la nostra identità.

L’indifferenza che troppo spesso riserviamo a noi stessi è il nemico più crudele, il mostro che combattiamo all’esterno nelle guerre che ammalano il pianeta, il morbo che terrorizza e non possiamo sfuggire perché si annida dentro la nostra anima.

L’indifferenza è quell’atteggiamento insensibile che ci porta a non ascoltare i bisogni interiori; la prigione crudele in cui teniamo segregato il bisogno di uno stile di vita attento alla pace, alla condivisione, alle relazioni e alla reciprocità; è una fame giudicata impossibile di amore e di qualità.

Viviamo nell’era della prepotenza e l’egoismo la fa da padrone.

Anche nella psiche.

Non ci rendiamo conto che l’insensibilità è una malattia capace di uccidere la voglia di vivere fino a lasciarci tramortiti e soli.

Il cinismo è la patologia del secolo, il male oscuro che annichilisce la gioia e trasforma l’amore in una sdolcinata pantomima per gli sciocchi.

L’indifferenza è il contrario dell’amore.

E la disumanità è la sua conseguenza.

Ma una vita senza amore perde la profondità per trasformarsi in un cumulo di doveri senza senso.

Ciò che chiamiamo “amore” non è lo scambio di affettuosità con le persone cui siamo legati ma un sentimento di rispetto e di cura per la nostra anima.

Ascoltare quella delicata voce interiore è il segreto di un’esistenza appagante, non perché si raggiungono: il successo, la ricchezza o la fama, ma perché si afferma il valore della parte più vera di sé.

E questo arricchisce la vita di verità, di amore, di pienezza e di considerazione.

Solo così il cinismo scompare e al posto dell’indifferenza si fanno strada: l’empatia, la fratellanza, la condivisione e la comprensione.

Dapprima per se stessi e poi per ogni creatura vivente.

Volersi bene è la conseguenza di un ascolto intimo, costante e partecipe, che se ne infischia delle convenzioni perché rispetta il valore della vita e ci mostra, istante dopo istante, come si vive una vita di valore.

Carla Sale Musio

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