C’erano una volta un uomo e una donna.

Lontani i luoghi in cui vivevano.

E diverse le loro sensibilità.

Lui forte, colto, prepotente, egoista, tenero, spietato e, in fondo, fragile.

Quando si commuoveva, si stupiva delle sue lacrime, da cui però ricavava conforto.

Aveva temuto le sue debolezze, ma l’età, l’esperienza, le sofferenze e, forse, l’incontro con lei, gli avevano permesso di accettarle.

Lei sensibile, sofferta, partecipe, generosa, disordinata e testarda.

Alcune delusioni l’avevano resa incerta e contava solo su se stessa ma, anche senza dirselo, sapeva bene che la forza più potente era l’amore.

L’incontro tra i due, casuale e bellissimo: una folgore.

Chiedevano cose diverse, però.

Lei avrebbe voluto tutta l’attenzione di lui, i suoi pensieri, la sua forza.

Lui forse pensava di concederle molto, ma a lei non bastava, sembrandole di essere così: soltanto un’isola nel mondo di lui.

*** *** *** ***

Venezia: da tempo lei desiderava andarci durante il carnevale.

E si incontrarono lì, a febbraio.

Gran freddo, bellissima la città, difficoltoso il cammino, traghetti sbagliati, un Guggheneim raggiunto attraverso la neve.

E proprio lì al museo lui si era trattenuto a parlare con una, forse di arte.

E lei, stanca, era andata via, pensando che lui l’avrebbe seguita.

Non era successo.

Lui era rimasto lì ancora un poco.

*** *** *** ***

Magari non era grave, ma per lei era un’altra conferma: lui era forse distratto, forse lontano, forse noncurante.

E lei si chiedeva se non fosse meglio chiudere.

Pensava alla vita senza di lui, senza le telefonate, senza città a metà strada da percorrere insieme, senza la curiosità e lo stupore per i pensieri dell’altro, senza la tenerezza imprevista e struggente.

Ma quello, lo stare insieme, era la felicità?

E per mantenerla, la felicità, quanto bisognava pagare?

Forse bisognava diventare umili, stupirsi di più, rimediare al male, anche a quello fatto senza saperlo…

*** *** *** ***

Si trovò a ripensare la vita e le sembrò di aver sbagliato tante cose, ma forse poteva ancora porvi rimedio.

Davanti agli occhi le scorsero gli anni, gli errori fatti, il dolore provocato e sofferto….

E allora chiese perdono alla farfalla uccisa per ignoranza, alla biscia schiacciata, all’uomo che chiedeva acqua, agli occhi bassi di suo padre dopo una rispostaccia di lei ( ma come si erano risollevati, celesti e luminosi, quando lei aveva cercato di rimediare!), alla sorella, percossa da un suo schiaffo, alle parole taciute, a quelle urlate, alla madre che chiedeva “E ora, perché?”.

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E quando ebbe finito, lentamente si guardò allo specchio.

Aveva occhi umidi e nuovi.

Gloria Lai

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