Set 29 2015

VORREI SEPARARMI MA…

Published by at 10:38 under Psicologia,Psicoterapia

Quando si affronta una separazione è molto facile addossare sul coniuge le responsabilità della crisi coniugale.

Il desiderio di evitare la presa in carico delle proprie responsabilità è sempre in agguato e invita a deformare gli eventi, modellandoli dentro scenari più generosi e lusinghieri della stima di sé.

“È colpa sua se il matrimonio è arrivato al capolinea! Non ha saputo ascoltarmi, comprendermi, apprezzarmi, coinvolgermi, amarmi… “

La lista potrebbe continuare all’infinito.

Sentendoci vittime di una delusione devastante ci apriamo all’idea di proseguire da soli il nostro percorso di vita, immaginando che il partner paghi le conseguenze della sua crudele mancanza di reciprocità.

Ma poi… il senso di colpa che fa seguito ai desideri di vendetta si trasforma in un alibi che nasconde la paura del cambiamento sotto un’infinità di pretesti per restare.

“Senza di me… morirà. Non posso andarmene!”

Sciogliere un matrimonio significa rimboccarsi le maniche e cominciare a cambiare da soli le cose che non ci piacciono più, affrontando con coraggio la solitudine e il fallimento dei progetti costruiti insieme.

L’inadeguatezza, la perdita di fiducia (in se stessi e nella vita), la sensazione di aver sbagliato tutto e il disorientamento che ne consegue accompagnano sempre la decisione di separarsi, provocando una ferita nell’autostima che si rimarginerà solo col tempo, quando una nuova consapevolezza di sé e dell’amore avrà preso forma nel mondo interiore.

Il bisogno di preservare l’immagine idealizzata (che abbiamo costruito per nascondere le insicurezze e i lati negativi del nostro carattere) ci spinge a sottovalutare le mancanze personali per focalizzare l’attenzione esclusivamente sui difetti e sulle difficoltà dell’altro.

Il coniuge diventa così l’unico responsabile delle problematiche che hanno azzerato l’amore e (per sfuggire il tumulto che sconvolge il mondo interiore ogni volta che è necessario affrontare una trasformazione) si finisce per proiettare su di lui tutte quelle difficoltà impossibili da ammettere in se stessi.

Il bisogno narcisistico di evitare le responsabilità, la solitudine e i cambiamenti, fa sì che la persona che un tempo ci faceva sentire il batticuore e le farfalle nello stomaco si trasformi in un essere terribile, colpevole, egoista e svantaggiato… così infelice da incatenarci, con le sue difficoltà, ad una vita di coppia priva di entusiasmo e di significato.

“Vorrei tanto separarmi ma lui (o lei) finirebbe per fare qualche sciocchezza e non posso avere questo peso sulla coscienza!”

La paura di una pericolosa depressione o di ripercussioni gravi sulla vita dei figli danno forma a un alibi inattaccabile che consente di rimandare all’infinito il temuto confronto con la propria autonomia.

In genere, questi resoconti carichi di sciagure nascondono la paura di non farcela a proseguire da soli e il bisogno di occultare la dipendenza emotiva dietro le innumerevoli defaillance del partner.

L’angoscia che l’altro non riesca a sopravvivere senza il nostro aiuto nasconde una presunta superiorità e alimenta il narcisismo e l’onnipotenza infantile, evitandoci ogni doloroso confronto con la realtà.

Prendono forma in questo modo tante storie di separazioni impossibili, nascono dalla paura di affrontare una vita diversa e incatenano marito e moglie dentro un gioco al massacro in cui, impersonando i ruoli della vittima protettiva e del carnefice disabile, si evita ogni cambiamento necessario a far evolvere la relazione.

Separarsi è sempre un gesto d’amore che restituisce all’altro e a se stessi la libertà, la dignità e la responsabilità della propria esistenza.

Erigersi a tutore di un coniuge emotivamente incapace e povero di risorse, priva se stessi e il partner della stima e della considerazione indispensabili per avere un rapporto di reciprocità, alienando la gestione della propria vita dietro una presunta, e mai realmente diagnosticata, infermità mentale.

Spesso, questa ostentata benevolenza nasconde sentimenti inespressi di rabbia e di disprezzo, che puniscono il partner negandogli sordidamente il diritto a rifarsi una vita.

Andando incontro a una separazione è indispensabile evitare di focalizzarsi sui bisogni del coniuge, permettendosi e permettendogli la libertà di esprimere le proprie necessità e le proprie scelte.

Necessità e scelte che, inevitabilmente, saranno in contrasto e che, proprio per questo, andranno gestite autonomamente da ciascuno, senza interferenze salvifiche da parte dell’altro.

Separarsi significa lasciarsi liberi.

Liberi di essere diversi.

Liberi di deludere per seguire il proprio percorso.

Liberi di ricominciare.

Liberi di gestire ognuno il proprio cambiamento.

È un cammino lungo e difficile perché non è possibile concedere la libertà se prima non l’abbiamo conquistata in noi stessi.

Tenere incatenato il partner, con la scusa della sua inabilità a stare solo, nasconde la pretesa onnipotente di non cambiare niente e coltiva il disprezzo per se stessi e per l’altro, alimentando un legame privo di amore.

Permettersi l’autonomia significa concedere la stessa indipendenza, e crea le premesse perché il rapporto possa evolvere nella fiducia e nel rispetto.

Non sempre vivere insieme è la forma più alta dell’amore.

Talvolta è soltanto un modo per garantirsi il possesso e nascondere abilmente la paura di camminare con le proprie gambe.

Carla Sale Musio

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