Lug 10 2014

QUANDO MUORE UN ANIMALE

Published by at 09:34 under Psicologia,Psicoterapia


Quando muore un animale va via un pezzetto di amore dal mondo.

E la vita diventa più vuota.

Gli animali conoscono i segreti di un sapere che noi abbiamo perduto e ci aiutano a ritrovare il senso della vita e della morte.

Siamo esseri presuntuosi, convinti che la nostra cultura sia l’unica ad avere il diritto di essere definita tale.

Ma, nonostante l’arroganza e la superiorità con cui spadroneggiamo su tutto il pianeta, davanti alla morte ci ritroviamo inermi e pieni di paure.

Molto più fragili e angosciati di ogni altra forma vivente.

Le specie animali hanno un’intelligenza diversa da quella umana.

Coltivano un sentire intimamente collegato ai ritmi della natura.

Non perdono il contatto con il corpo e conoscono d’istinto la profondità che appartiene alla fisicità.

Così, mentre gli uomini si smarriscono nei labirinti della mente, alla ricerca di un motivo in grado di spiegare il senso del morire, gli animali riconoscono intimamente i cambiamenti che fanno parte delle dimensioni dell’esistenza e accolgono la morte con semplicità.

Le culture delle altre specie partecipano alla sapienza del creato con il corpo e con l’energia della vita stessa, e conoscono sulla pelle, senza bisogno di parole, il significato del morire.

Sanno che esiste un perché intrecciato all’esistenza e per scoprirlo non servono discorsi, ma è necessario abbandonarsi con fiducia alla vita.

Perché la vita non tradisce se stessa e la morte le appartiene intrinsecamente.

Quando nel fisico matura una trasformazione evolutiva che porta a trascendere la materialità, abbandonare il corpo è un passaggio necessario per proseguire il percorso in dimensioni diverse da quella della fisicità.

Nel momento della morte, gli animali, con la loro disarmata accettazione, ci trasmettono un sapere profondo, aiutandoci a ritrovare il legame con l’interiorità dell’esistenza.

Tutte le bestie conoscono i poteri della natura e sono Maestri nell’accogliere le leggi del mondo, accettando di attraversare le dimensioni con fiducia, rispetto e umiltà.

Il loro atteggiamento dignitoso e arrendevole ci aiuta a rompere quella corazza di cinismo che abbiamo costruito intorno alla nostra anima per non sentire il dolore, e permette alla sensibilità di scorrere oltre le chiusure del nostro cuore, consentendoci di percepire insieme alla sofferenza anche l’ineluttabile verità che la morte porta con sé.

Per questo, assistere un animale, durante il suo passaggio nella dimensione immateriale, è un dono incommensurabile, l’ultimo insegnamento che i nostri amici ci regalano prima di abbandonare questa dimensione.

Quando ci permettono di partecipare a quel momento così importante, la possibilità di osservare la loro calma interiore, nonostante la sofferenza che provano nel corpo, è una grande lezione per noi esseri umani abituati a sfuggire il dolore con ogni mezzo.

Troppo spesso, però, nel tentativo disperato di aiutarli finiamo col torturarli inutilmente.

La nostra cultura della medicina, infatti, prevede un combattimento con la morte che alle altre specie è sconosciuto.

Per loro la fine della vita è qualcosa che richiede concentrazione, silenzio, solitudine e presenza interiore.

Qualcosa che ha ben poco a che vedere con ospedali, operazioni, luci, disinfettanti, farmaci, medici, ricoveri, esami, terapie… e tutto quell’accanimento che caratterizza il nostro modo umano di morire.

Chi convive con un animale, può osservare quanto sia difficile per loro accettare e condividere la nostra scienza fatta di medicine e chirurgia.

Le specie animali, infatti, in prossimità della fine della vita preferiscono isolarsi, entrando nel silenzio interiore e accogliendo, senza contrastarle, tutte le fasi del passaggio evolutivo che noi umani chiamiamo sinteticamente morte.

In quei momenti, accettano la presenza di chi sa accogliere il loro modo di accomiatarsi dal mondo accostandoli con rispetto, comprensione e umiltà.

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Nella nostra cultura, la morte è sempre un male da evitare

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Per noi è molto difficile assecondare le scelte dei nostri animali, soprattutto se abbiamo condiviso insieme un pezzetto di vita.

Più li amiamo e più vorremmo fare in modo che restino al nostro fianco, ancora per un po’.

Travolti dal dolore della separazione perdiamo di vista la lezione che i nostri amici ci trasmettono con il loro comportamento.

La superiorità che ci attribuiamo rende difficile riconoscere come, dietro quella inerme arrendevolezza al destino, possano esistere una sapienza e un sentire capaci di cogliere il significato della vita tanto profondamente da non contrastare la morte.

La presunzione che caratterizza la nostra società non prevede l’umiltà necessaria per accogliere il loro intimo messaggio d’amore.

Per questo a volte, senza comprenderne le difficoltà, ci accaniamo a tenerli in vita, forzando la natura e le sue leggi, incapaci di affrontare il distacco con la presenza necessaria ad accompagnarli nel passaggio.

Gli animali hanno una cultura diversa da quella umana ma altrettanto importante e, forse, più profonda.

Avvicinarli e imparare da loro ci permette di ritrovare l’energia e la profondità emotiva che la tecnologia e la medicina hanno disperso irrimediabilmente, portandoci a dimenticare la spontaneità e l’umiltà indispensabili per vivere.

E per morire.

Quando muore un animale, il dolore ci coglie all’improvviso e ci trova impreparati, incapaci di far fronte alla scoperta che quell’essere, silenzioso e privo di potere, ha saputo insegnarci qualcosa che nessuno di noi ricorda più: l’amore, la dignità e il rispetto per la saggezza che appartiene alla vita.

E alla morte.

Carla Sale Musio

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