Quando una donna si separa, oltre al dolore per il fallimento del suo progetto matrimoniale deve fare i conti con la disapprovazione e il giudizio negativo del mondo.

Il pettegolezzo, infatti, serpeggia bisbigliato di bocca in bocca…

“Lui non l’ha voluta…”

“Non ha saputo tenerselo…”

“Non era una brava moglie…”

“Probabilmente ha qualche brutto vizio…”

“Dev’essere piena di pretese…”

Purtroppo la femminilità (sinonimo di dolcezza, tenerezza, delicatezza, garbo, disponibilità, bellezza, eleganza) nel pensiero comune è ancora saldamente intrecciata alla capacità di avere una vita matrimoniale stabile e senza interruzioni.

E le donne che decidono di non proseguire il matrimonio “finche morte non ci separi!” sono considerate donne difettose…

… prepotenti, arroganti, scansafatiche, brutte, mascoline…

o peggio!

… scarsamente affidabili, infedeli, lascive, leggere, poco di buono, viziose…

Chi più ne ha più ne metta!

Per garantirsi il diritto alla propria rispettabilità e salvaguardare l’autostima, una donna separata deve mostrare agli altri le stigmate della sofferenza e della disgrazia.

E imparare a sostenere gli sguardi pieni di commiserazione e diffidenza.

 

 “Non sa tenersi un uomo”

 

Esiste un pregiudizio culturale che, superata una certa età, impone alle donne per bene di vivere con un marito a fianco.

Perciò, quelle che decidono di lasciare libero il proprio partner, invece che tenerlo saldamente legato a sé anche quando l’amore è finito, sono condannate a subire le critiche di chi le circonda.

Separarsi è ancora giudicato un fallimento invece che una conquista, un dramma e non una tappa lungo la strada dell’amore.

Le donne separate sono spesso considerate donne pericolose, creature che hanno scelto impunemente la libertà e l’autonomia invece dell’abnegazione e del sacrificio.

Infatti, nell’immaginario collettivo una brava ragazza deve essere: dolce, sensibile, remissiva e pronta alla rinuncia pur di fare contento il suo uomo.

Le pari opportunità non hanno intaccato di molto l’archetipo dell’angelo del focolare e così, qualunque siano le circostanze che hanno spinto una donna alla separazione, per il solo fatto di essersi separata si ritroverà cucita addosso l’etichetta di femmina avariata e scadente.

La libertà è ancora una prerogativa maschile, alla donna perfetta è riservato lo spazio della casa, l’accudimento dei bambini, il regno della cucina e forse… una piccola autonomia economica (perché in tempi di crisi uno stipendio soltanto non basta più).

Avere l’ardire di sfidare tutto questo per affermare il diritto alla propria indipendenza è uno smacco al maschilismo e ha un prezzo da pagare.

Chi osa arrivare a tanto deve almeno mostrare su di sé i segni di una profonda sofferenza.

Così, le donne in grado di rinascere dalle proprie ceneri come la fenice, non devono rivelare la loro brillante capacità di ricostruirsi la vita dal nulla.

Non possono essere gioiose, soddisfatte, realizzate e felici.

Incorrerebbero in un’accanita disapprovazione sociale.

Per mantenere in piedi la propria onorevole reputazione, devono dare soddisfazione al pregiudizio che le vuole: sfatte dal dolore, abbruttite dall’incapacità di provvedere a sé stesse, inadeguate ad affrontare le difficoltà della vita senza un uomo.

Soltanto così potranno ricevere il conforto di quanti, scrollando la testa e sentendosi migliori, ricorderanno loro che: 

“il matrimonio non è una passeggiata, ma è fatto di pazienza, sopportazione e rinunce.”

Tante donne finiscono per crederci davvero e conformarsi allo stereotipo della separata inadeguata e incasinata, invece che spalancare le ali e solcare i cieli dell’autonomia.

Poche riescono ad ammettere di aver avuto un miglioramento nel proprio stile di vita dopo la separazione.

Pochissime si concedono l’entusiasmo nel ricominciare daccapo una vita appagante e piena di soddisfazioni.

Tuttavia, segregate in un angolo della femminilità, l’indipendenza, la curiosità, lo spirito di avventura e la voglia di esplorare possibilità nuove aspettano che i riflettori sociali siano spenti per poter finalmente liberare nella personalità tutto il loro potenziale creativo, dando vita a un prepotente desiderio di vivere.

È grazie a loro che le donne separate, dopo il primo momento di delusione e sconforto, rifioriscono e sperimentano una seconda giovinezza, abbandonandosi al piacere della creatività e al desiderio di rimettersi in gioco.

Non più all’ombra di un marito.

Forti dell’esperienza conquistata durante gli anni del matrimonio.

Sono donne bellissime che hanno saputo trasformare le difficoltà in saggezza e che possiedono un’energia nuova, maturata al sole della propria voglia di ricominciare e di conquistarsi il diritto a una vita nuova.

Donne che vanno incontro alla rinascita con coraggio e con determinazione.

Donne con una marcia in più.

Carla Sale Musio

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