OSPEDALE. Strategie di sopravvivenza psichica.

Una domenica di inizio estate vengo ricoverata in ospedale per una sospetta malattia infettiva…

Ricordando quella giornata ci sono almeno due elementi che sembrano nascondere un velato presagio.

La mattina io, il mio compagno e mio figlio di 5 anni, usciamo per fare una passeggiata.

Mentre scendiamo le scale Robert si gira e, guardandomi negli occhi, mi dice: “Mamma come sei forte”.

Mi viene da sorridere per questa sua convinzione perché in realtà mi sento stanca!

E’ una bellissima giornata e decidiamo di mangiare fuori casa.

Mentre sorseggio una bibita, Robert mi dice che vorrebbe assaggiarla: “Bevi pure dal mio bicchiere tanto non sono neanche raffreddata” gli rispondo!

Torniamo a casa, mi sento sempre più stanca, c’è caldo e ci rilassiamo sul divano.

D’improvviso un colpo di tosse e… subentra il panico!

Immediatamente mi sdoppio: spaventatissima avviso Giancarlo, e contemporaneamente cerco di tenere un atteggiamento “composto ed equilibrato” con mio figlio.

Un veloce consulto telefonico con mio cognato medico mentre infilo freneticamente dentro uno zainetto di Robert un pigiama e dei giochi, tra i quali la sua amata talpina per la notte, poi lo affido a mia sorella dopo avergli detto che devo andare da un dottore per farmi curare la tosse.

Giancarlo mi accompagna in ospedale. Ricordo un viaggio breve e muto. Sono molto spaventata.

In ospedale rimarrò per 18 lunghi giorni e per reagire alla paura ho trovato catartico scrivere!

Appunti in libertà, scritti di getto e senza alcun ordine, una sorta di terapia per vincere il senso di sconforto.

Una sera, mentre riordinavo gli appunti, Robert si è avvicinato e con tono serio mi ha detto: “Ho trovato il titolo per il tuo libro dell’ospedale. Si chiama: – Il primo giorno della vita –.

Sono rimasta senza parole.

Credo che i bambini siano depositari di una saggezza antica che noi adulti lentamente distruggiamo.

Quindi Robert cosa voleva insegnarmi suggerendomi quel titolo?

Ho interpretato il suo messaggio in questo modo: devo utilizzare il tempo che mi ha richiesto questa malattia come il periodo necessario per iniziare a costruire una vita più consapevole, il primo giorno di una nuova vita.

Una rinascita…


IL RICOVERO


Al mio arrivo in ospedale, sono ormai le 21.00, vengo accompagnata in una stanza e visitata dalla dottoressa in turno.

Mi viene data un’unica regola: se qualche essere umano dovesse entrare in camera devo indossare la mascherina.

Sul tavolino viene deposta una triste cena e la prima manciata di anonime pastiglie.

Coperta dalla mia nuova mascherina, guardo sconcertata Giancarlo. Mi accorgo che, dietro una calma apparente, anche lui è frastornato.

In quel momento elaboro la frase che occuperà la mia mente per un’intera giornata: “Non riesco a capacitarmene! Io non voglio restare qui, voglio andare a casa! E Robert?”

Giancarlo cerca di tranquillizzarmi ma deve andar via anche lui.

Sono sola, in una stanza con due letti, mi accorgo che la stanza vicina è occupata da diversi uomini, il lungo andito è buio e silenzioso. Ho una sensazione di disagio, sono in pigiama, in un posto che non conosco.

Chiudo piano la porta e mi corico, penso al mio bambino e mi sento profondamente triste, finora non avevamo mai dormito separati.

Trascorrerò la prima notte in ospedale completamente insonne con una luce accesa.


STRANE PRESENZE


Nelle istituzioni totali c’è una distinzione fondamentale fra un grande gruppo di persone controllate, chiamate opportunamente internati, e un piccolo staff che controlla. Gli internati vivono generalmente nellistituzione con limitati contatti con il mondo da cui sono separati, mentre lo staff presta un servizio giornaliero di otto ore ed è socialmente integrato nel mondo esterno. Ogni gruppo tende a farsi unimmagine dellaltro secondo stereotipi limitati e ostili. Lo staff tende a sentirsi superiore e a pensare di aver sempre ragione; mentre gli internati, almeno in parte, tendono a ritenersi inferiori, deboli, degni di biasimo e colpevoli.

Così come è ridotta la possibilità di comunicare fra un livello e laltro, è altrettanto limitato il passaggio di informazioni, in particolare quelle che riguardano i piani dello staff nei confronti dei ricoverati. Il ricoverato è escluso, in particolare, dalla possibilità di conoscere le decisioni prese nei riguardi del suo destino.

Erving Goffman –Asylums-


I MEDICI


IL GRANDE CAPO


Kling….Klang….Kling

E’anticipato dal rumore delle ruote del suo carrellino guidato da una donna vestita di rosso…

Kling… Klang…Kling

Si apre la porta e appare il carrellino con sopra i pazienti… ops le cartelle cliniche!

Lui troneggia in posizione centrale, è maestoso, capelli bianchi, voce impostata da attore drammatico.

Chiede se sei migliorata. Ovviamente non ti visita. Che schifo. Roba da trogloditi!

Legge la tua cartella chiedendo delucidazioni su esami “scomparsi” mentre la donna vestita di rosso allaccia con te un dialogo muto ma denso di complicità, sottolineato da preziose espressioni facciali.

“So io come gestirlo… perde sempre tutto… che pazienza che ci vuole!”

Un giorno azzardo una domanda alla Lubrano, quelle che richiedono necessariamente una risposta, ma l’occhiataccia che ricevo mi fa pentire di essere stata così ardita!

Vengo rimproverata perché ho usato un termine medico sbagliato poi, dopo essersi scusato per essere costretto ad utilizzare dei termini poco scientifici ma adatti alla mia limitata comprensione, ricevo la mia prima lezione di medicina.

Però quante cose sto imparando in ospedale!

Il grande capo arriva sempre in compagnia e io osservo incuriosita il campionario umano che mi si presenta.

Intimidita al suo cospetto c’è la giovane dottoressa. Con fare diligente spiega come ha svolto i compiti a casa, sperando in un suo sguardo di approvazione.

La giovane dottoressa è l’unica che utilizza ancora gli antichi metodi, infatti, la sera del mio ricovero mi ha visitato! Tra noi poteva nascere un bel rapporto ma, ahimè, mi sono bruciata questa opportunità quando l’indomani mattina non l’ho riconosciuta!

Troppo difficile spiegarle che il mio cervello ha conservato confusi ricordi dell’intera serata trascorsa tra pronto soccorso e ospedale.

Provo comunque nei suoi confronti un senso di tenerezza. Deve essere dura, dopo tanti anni passati a studiare, sentirsi quotidianamente sotto esame!

In un’altra occasione arriva accompagnato da due medici.

Capisco subito che la loro posizione è differente. Entrambi ostentano sicurezza e sono propositivi. Uno di loro, in preda ad uno smisurato entusiasmo, propone di farmi fare degli ulteriori esami!

Ben tre medici discutono della mia malattia e nessuno di loro mi ha guardato in faccia o fornito qualche spiegazione riguardo al mio caso clinico!

Strategie:

Bando alla malinconia!

Cambiare subito segno al pensiero “neanche mi vedono” e sostituirlo con “ però, sono oggetto di attenzione da parte di 3 sapienti”.

Ci si guadagna in autostima!!!

Ho superato il “metus reverentialis” per il grande capo grazie ad un’immagine che mi ha suggerito Giancarlo, dopo aver accolto il mio sconcerto per il fatto che i medici non solo non mi visitavano ma non oltrepassavano la porta.

Il mio racconto gli ha riportato alla memoria le illustrazioni della peste del 1600, dove i medici erano raffigurati con una maschera somigliante al becco di un avvoltoio che doveva servire a proteggerli dal contagio.

Da quel momento ogni volta che arrivava il grande capo riuscivo a “vederlo con il becco” e questa immagine mi faceva sorridere.

IL NARCISO


Scarpe sportive e camice effetto nudo con esibizione di petto villoso (chi può permetterselo).

E’ Lui.

Resta poggiato pigramente sulla porta, viso imbronciato da attore francese, risponde alle domande con fare oscillante tra la superiorità e la noia.

Non aspettarti che ti guardi in faccia o, tantomeno, che ti visiti!

La sua etica professionale gli consente di avere come unici interlocutori i tuoi esami.

Lui parlerà solo dei tuoi esami, anzi parlerà solo con i tuoi esami.

Strategie:

Non pensare che si disinteressi della tua persona!

NO!

Il suo è un nuovo approccio scientifico che prescinde dal corpo fisico … sicuramente sa il fatto suo.


LINNOVATIVA


C’è un qualcosa nel suo viso che grida: “Innovazione. Basta con questi vecchi schemi. La medicina è andata avanti! Esistono anche altri paradigmi.”.

Pettinatura femminile e creativa (“non se ne può più di queste code smorte”), ti guarda negli occhi per capire che tipo sei, un’occhiata veloce alla stanza e ai libri che leggi ….

No! Ho lasciato sul tavolo un libro compromettente, solitamente nascosto con cura, che parla di energia universale e forze guaritrici!!

Riconosce l’autore e ti chiede in codice “Lo sta applicando?”

Ci scambiamo un sorriso complice.

L’innovativa esprime con sicurezza le sue idee e non ha paura di non allinearsi!

La nostra conoscenza però si interrompe subito perché vuole andare a vedere i “suoi” pazienti.

Strategie:

Evitare i coinvolgimenti perché tanto io non sono “sua”!


STRUMENTI UTILI ALLA SOPRAVVIVENZA

La magica borsa di Mary Poppins


La magica borsa va riempita di cose solitamente ritenute non essenziali e assolutamente non asettiche magari anche popolate da acari, ma magiche perchè ricche di affetto.

Dunque occorre equipaggiarsi di tutto ciò che può essere utile a renderci non solo più comoda ma anche più gioiosa la vita in una stanza d’ospedale.

Chi ha il tempo può prepararla con cura, io non l’ho avuto quindi tutto l’occorrente mi è arrivato poco per volta grazie ai pensieri che mi hanno rivolto le persone care.

Dalla mia borsa sono usciti come per magia:

  • una tovaglietta colorata per nascondere il tetro grigiore del comodino;

  • disegni colorati e imbevuti del potere magico dei bambini e portafortuna da loro ideati (pupazzetti, carte dei puffi, elastici dalla forma di animali … la fantasia dei bambini non ha confini!);

  • talismani, libri, immagini, preghiere, fotografie, cristalli (tutto ciò che, secondo le nostre credenze, riteniamo possa proteggerci e darci conforto);

  • Rescue Remedy (Fiori di Bach ) per alleviare lo stress psico/fisico;

  • unguento di arnica, magico per gli ematomi;

  • un profumo che mi fa sentire bene e tutto ciò che serve per guardarmi allo specchio e vedermi bella ( e non solo malata) ;

  • un quaderno, una penna, libri, cd, dvd, una radio e un lettore dvd portatile.

  • Il contenuto della magica borsa rispecchia il nostro essere e il mio tende a mischiare “sacro e profano”.

Daniela Garau

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