«Non esistono animali superiori e inferiori, così come non esistono razze umane superiori e inferiori, ma esistono esseri viventi dotati di peculiarità uniche e come tali rispettabili e inviolabili. Il problema non è: “Possono ragionare?”, né: “Possono parlare?”, ma: “Possono soffrire?”»

Jeremy Benthan

Purtroppo la crudeltà si annida inconsapevolmente dietro alle scelte di tutti i giorni e occulta nell’indifferenza i nostri crimini quotidiani.

La scelta di non uccidere è ancora una scelta coraggiosa in un mondo che ha fatto della violenza un luogo comune e che deride quanti rifiutano di conformarsi ai dettami del sopruso e della sopraffazione.

L’uccisione è talmente abituale che spesso non ci si fa caso.

Sorprende, invece, l’omissione della violenza.

Così, le persone che scelgono di non maltrattare gli animali non mangiando carne, non indossando pellicce, non comprando prodotti testati su altri esseri viventi sono ancora guardate con sospetto o commiserazione, come se si trattasse di esaltati e di illusi.

È talmente ovvio che il più forte possa spadroneggiare senza remore che fa scalpore chi volta le spalle al proprio potere rifiutandosi di usarlo per uccidere o per fare male.

Esiste un movimento chiamato anti-specismo che sostiene il rispetto e la tutela di ogni specie vivente.

L’antispecismo è una scelta non violenta basata sul riconoscimento che ogni creatura ha diritto a condurre un’esistenza libera.

Questo movimento sostiene che le idee di superiorità di specie limitino, o addirittura impediscano, la possibilità degli esseri umani di vivere in armonia con la natura, gli altri animali, i propri simili e perfino con se stessi.

Chi crede nella dignità e nel rispetto verso tutte le razze, sa che appartenere a una diversa specie non giustifica il privilegio di disporre della vita di altre creature.

La parola antispecismo, però, non si trova sui vocabolari e la maggior parte delle persone ne ignora l’esistenza e il significato.

È talmente scontato per la razza umana utilizzare a suo piacimento ogni altra specie vivente che non se ne discute nemmeno.

Anzi!

Si tratta con bonaria sufficienza chi rifiuta di conformarsi ai dettami crudeli della prevaricazione.

“Come si fa a vivere senza carne?”

Ci domandiamo colmi di ironica incredulità.

“E senza latte, senza uova, senza pesce, senza pellicce, senza piume d’oca, senza pellame?!”

“No, è ridicolo! Non è possibile. Per vivere è necessario uccidere.”

Affermiamo con convinzione.

In un mondo malato di prepotenza sembra assurdo non assassinare qualcuno e condurre un’esistenza dignitosa, assolvendo tutte le necessità indispensabili alla sopravvivenza.

La dittatura del più forte ha lobotomizzato la sensibilità, l’empatia, la compassione, la pietà e tutto ciò che appartiene all’amore.

L’emotività e la tenerezza sono considerate fantasie per gli sciocchi, favole da raccontare ai bambini.

E proprio i bambini sono le prime vittime di questa nostra cultura degli orrori, i cuccioli a cui estirpiamo il cuore per abituarli a vivere serenamente in mezzo alla violenza che li circonda.

Tutti i bambini nascono spontaneamente attratti dalle altre specie viventi.

Soltanto crescendo si sviluppano in alcuni di loro le paure e le fobie.

Finché sono piccoli giocano con peluche e pupazzetti di animali che vivono, pensano, parlano, si muovono e amano… proprio come gli esseri umani.

Ma diventando grandi imparano dagli adulti che le altre razze sono creature al nostro servizio, nate per essere sfruttate e martirizzate impunemente.

Così, mentre insegniamo loro i nomi degli animali, li abituiamo anche a cibarsi della carne degli altri.

Quasi che la carne non fosse affatto il corpo di qualcuno ma qualcosa di scisso dalla fisicità, dall’emozione e dalla vitalità.

Privata dei riferimenti all’identità, la carne è diventata un oggetto di cui disporre e di cui si può tranquillamente ignorare la soggettività.

Mostriamo il vitellino dipinto sull’etichetta degli omogeneizzati e nascondiamo lo strazio dei cuccioli portati via alle loro mamme e uccisi per prendere il latte e per mangiarne il corpicino ancora tenero.

Acquistiamo i piumini colorati, col cartellino che raffigura le ochette bianche e felici, e occultiamo la sofferenza degli animali a cui abbiamo strappato le piume per imbottire le nostre giacche alla moda.

Facciamo tutto questo (e tanto altro) con amore.

Uccidiamo, torturiamo, martirizziamo… con amore.

Ignari della sofferenza che infliggiamo ad altri esseri per il nostro piacere e per il nostro divertimento.

In questo modo, abituiamo i bambini a crescere nell’indifferenza del dolore delle altre razze e li prepariamo a una vita adulta costruita tutta sull’occultamento della violenza.

Non sorprende che poi, da grandi, si debba ricorrere a farmaci che addormentano le emozioni.

Le case farmaceutiche fanno affari.

L’industria della morte prospera.

L’uccisione è diventata parte integrante della vita.

Si vendono armi.

Si chiama sport sparare sugli animali per divertimento.

Non ci si chiede perché.

È normale.

Ci si anestetizza, invece, per non tormentarsi con il dolore.

Soprattutto con il dolore che non ci riguarda da vicino, con il dolore che interessa altri esseri incapaci di difendersi, di protestare e di ribellarsi.

Coltiviamo il cinismo, l’indifferenza e l’arroganza come se fossero un porto sicuro, indurendo il nostro cuore e nascondendo nell’ignoranza e nell’incomprensione la disperazione di tante vittime.

In questo modo permettiamo a un mondo malato di crudeltà di crescere se stesso nell’orrore, svuotando i sentimenti della loro energia sovversiva per renderli cliché stereotipati e prevedibili.

Qualcuno, però, nonostante tutto, non è capace di ignorare il martirio di tanti esseri e cerca di ribellarsi al conformismo che livella le emozioni dentro la mediocrità dell’abominio.

Ci sono persone che scelgono di non assecondare i maltrattamenti.

Ci sono persone che non mangiano la carne degli altri.

Che non vivono distruggendo altre vite.

Che protestano contro la violenza sugli animali.

Queste persone hanno una vita dura.

Devono affrontare la derisione, il sarcasmo e l’accusa di stupidità.

Sono considerate: poco normali, fanatiche, montate, estremiste, intransigenti, esagerate, esaltate.

È gente che non riesce ad amputarsi il cuore.

“Homo homini lupus” la legge del più forte, è dappertutto.

Non la si può evitare.

Bisogna farci i conti…

Chi sceglie di seguire la strada dell’amore, deve avere il coraggio di guardare negli occhi la crudeltà.

L’ardire di affrontare la solitudine.

La testardaggine di cercare soluzioni alternative al massacro.

Ma soprattutto deve sfidare l’emarginazione.

Quel risolino di disapprovazione stampato sulla faccia dei tanti che hanno abiurato per sempre la sensibilità interiore e, forti della loro indifferenza, deridono chi non rinuncia al proprio cuore.

L’amore non può essere normale.

Può solo essere attento, premuroso e leale.

Anche quando ogni altro ti deride.

Anche quando tu stesso ti deridi.

Nessuno è normale quando ama.

L’amore non è normale.

È vero.

Carla Sale Musio

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