C’è qualcosa che la mente rifiuta di sapere e il cuore è incapace di ascoltare.

Qualcosa che non vorremmo conoscere perché frantuma la nostra sicurezza e ci fa vivere un’insopportabile impotenza.

È il dolore delle vittime.

Vittime dell’abominio e della crudeltà.

Vittime.

Nel significato più cupo di questa parola.

Vittime, che non hanno potuto sottrarsi alla disgrazia.

Che hanno dovuto subire senza nessun perché.

Questo dolore è difficile da condividere e da accogliere dentro di sé, perché non ci sono ragioni, consigli o soluzioni in grado di alleviarlo.

Si può solo accettarlo, lasciando che la mente impazzisca nel tentativo di risolverlo e il cuore si perda in un buio senza significato.

Il dolore delle vittime è privo di speranza e non esiste spiegazione capace di aiutare la ragione a comprenderlo e l’amore a perdonare.

Non ci sono parole in grado di consolare chi ha subito una violenza.

Non ci sono cure capaci di alleviare quella sofferenza.

È talmente devastante che la consapevolezza viene meno, sfumandone i contorni, distraendo la mente, nel tentativo di evitare anche i ricordi.

Chi non l’ha vissuto fatica ad ammetterne l’esistenza.

Evita l’argomento, sposta il pensiero, colpevolizza la propria malizia, s’illude di non aver capito.

Questo meccanismo di fuga o negazione rende più dolorosa l’esperienza delle vittime che si vedono rifiutare anche il conforto della condivisione e della comprensione.

Davanti a un sopruso non c’è umiliazione più amara dell’indifferenza.

Eppure…

Tutti noi agiamo quotidianamente questi meccanismi di evitamento.

Lo facciamo senza saperlo, per il bisogno inconscio di avere certezze, per sentirci al sicuro nella nostra vita.

Niente è più atroce e devastante che subire impotenti la violenza.

E niente è più doloroso che condividere il peso di quei ricordi.

Per questo cerchiamo di non ammetterne l’esistenza e deformiamo la crudezza della realtà raccontandoci che le cose … forse non sono andate proprio così!

Poi crediamo al racconto che ci siamo fatti e, ritrovata in questo modo la tranquillità, ci distacchiamo inconsciamente da quei destini pieni di dolore.

Davanti alla freddezza del mondo, le vittime della violenza diventano vittime due volte: vittime della catastrofe e vittime della nostra insensibilità.

Ma di questo doppio dolore noi, che non abbiamo subito il sopruso, non siamo consapevoli.

La mente allontana ciò che fa troppa paura.

L’indifferenza è un meccanismo di difesa che consente all’equilibrio interiore di mantenersi indisturbato grazie all’ignoranza.

E chi soffre il martirio dell’abuso può solo nascondere (a volte anche a se stesso) l’orrore che ha dovuto attraversare.

Occorrono coraggio e determinazione per ascoltare davvero la voce delle vittime oltre il frastuono della nostra tranquillità.

Ci vuole tanto amore, tanta pazienza e tanta forza interiore per non scappare via, abbandonandole al loro destino.

Quando riusciamo a superare il muro della paura, la verità distrugge l’ingenuità, rivelando scenari colmi di orrore.

Ma le ferite dell’anima si medicano con il disinfettante della comprensione e il cicatrizzante dell’ascolto, condividendo la mancanza di soluzioni, l’angoscia e la disperazione.

La partecipazione al dolore e all’impotenza delle vittime è un passo indispensabile per costruire un futuro senza violenza.

 

IL DOLORE DELLE VITTIME

 

Valentina tiene gli occhi bassi e parla a fatica.

“Eravamo in macchina… io glielo avevo detto a Luca di non fermarci in pineta… che era pericoloso! Ma lui è testardo e dice sempre che ho troppe paure… così siamo andati.”

Piange sommessamente.

“Sono arrivati in due. Hanno aperto di colpo la portiera puntandoci contro una pistola. Hanno imbavagliato Luca e l’hanno legato a un albero con del nastro da pacchi. Poi sono saliti in macchina e mi hanno violentata. Ci hanno rubato tutto quello che avevamo: soldi, occhiali, cellulari. E se ne sono andati, portandosi via le chiavi dell’auto. Ho male dappertutto e mi fa schifo tutto. Non trovo più nessun significato nelle cose.”

“Con chi ha potuto parlare di quello che le è successo?” domando.

“Quando siamo riusciti a fare la denuncia, ho raccontato tutto ai carabinieri e ai miei genitori, ma poi non ne ho parlato più con nessuno. Gli amici non capiscono cosa si prova. Hanno cose diverse da pensare. Stanno a guardare la marca del cellulare nuovo, pensano alla serata in discoteca, alla maglietta da indossare… cose che a me non importano. Ho provato a raccontare qualcosa alle amiche più care, ma hanno paura di ascoltarmi. Mi trattano come se fossi un’appestata. Oppure risolvono tutto dicendomi di reagire e di non pensarci. Ma non sono i fatti che bruciano! Quello che fa più male è quello che senti dentro. Io penso sempre all’odio. Agli occhi di quei due. Al loro sguardo pieno di disprezzo. Perché tanta rabbia? Non mi conoscevano neanche… cosa gli avevo fatto?”

* * *

Enrico ha due anni e col papà non ci vuol proprio andare.

Piange, si nasconde sotto il letto, grida, ribellandosi e divincolandosi come può… ma niente! Il tribunale ha decretato la scaletta degli incontri e la mamma la DEVE rispettare.

Il bimbo ha incubi frequenti e fa dei giochi strani con i suoi genitali.

In terapia racconta a gesti e a frasi mozze che il papà è cattivo e fa le cose brutte.

Il tribunale ordina una perizia.

Il padre dice che è la madre a mettergli contro il bambino, la mamma dice che di lui non si può fidare.

I periti interrogano Enrico.

Ma il bambino ancora non sa parlare bene e solo con i gesti una perizia accurata sembra impossibile.

Enrico prende a calci un bambolotto/papà tirandogli tante volte i genitali, ma non racconta a parole quali siano le cose brutte che ha subito.

“È evidente che il piccolo non va d’accordo con suo padre, ma per il resto… sono soltanto fantasie di bambino!” decreta il neuropsichiatra incaricato di ascoltarlo.

Il tribunale non se la sente d’incriminare un uomo se non ci sono delle prove concrete e per la legge le urla, i giochi e gli incubi di Enrico non costituiscono un motivo sufficiente.

Gli incontri con il padre, però, saranno sospesi e all’uomo viene tolta la potestà.

“Papà è cattivo e l’hanno messo in prigione, vero mamma?” domanda ansioso Enrico, cercando di sfuggire quella paura che non lo abbandona mai.

“No tesoro, il giudice ha detto di no…” risponde la mamma a malincuore.

Solo molto più tardi Enrico troverà, finalmente, le parole per spiegare gli orrori subiti nella casa di suo padre.

Ha otto anni e ancora ricorda con dolore quelle cose brutte che non lo lasciano dormire la notte.

Adesso è tardi, però, per raccontare ai periti, con vocaboli sicuri, la sua devastante verità.

La legge non gli ha dato ragione.

I bambini, si sa, hanno tanta fantasia.

* * *

“Allora? La scrofa ha partorito?” Giovanna si sposa tra pochi giorni e vuole essere certa che tutto sia organizzato bene.

“Guarda che deve partorire in tempo, i maialini da latte non possono mancare! Li voglio arrostiti allo spiedo tutti e sei! Ma… siamo sicuri che ne faccia sei? Se sono di più, va bene lo stesso… l’importante è che non siano di meno!! Appena esco dall’ospedale voglio venire a controllare io stessa…”

Poi chiude la telefonata e mi guarda smarrita.

Quindi riprende a piangere.

Ha avuto un aborto spontaneo e non sa darsi pace.

“Il mio bambino è morto senza che io potessi farci niente! Senza che lo potessi abbracciare. Senza lasciarmi il tempo di guardarlo negli occhi almeno una volta.” racconta tra le lacrime.

“È terribile crescere un cucciolo dentro di te e poi non poterlo stringere al seno, non poterlo allattare, non poterlo cullare… Avevamo anticipato la cerimonia in chiesa per dargli il tempo di nascere con calma ma adesso… anche il pensiero del matrimonio mi mette tristezza…” mormora singhiozzando disperata.

Ignora d’infliggere, con le sue nozze, quello stesso drammatico destino a una mamma di un’altra specie.

Carla Sale Musio

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