Quando parlo di creatività, intendo la capacità di spostare il proprio punto di vista per osservare e interpretare le cose in modi sempre diversi.

Non mi riferisco a un’abilità artistica.

Un bravo artigiano non è necessariamente un creativo.

E non è detto che un creativo sia dotato di una grande manualità, anche se molte volte può essere così.

Voglio parlare di quell’intuizione che permette di far nascere qualcosa di nuovo anche dove gli altri non riescono a vedere altro che forme abituali e scontate.

Una signorina molto creativa, ad esempio, fece pubblicare un libro che andò subito a ruba e fu regalato a tanti mariti e fidanzati in tutto il mondo.

Il libro s’intitolava: – Tutto quello che gli uomini sanno sulle donne – e aveva circa 300 pagine.

Tutte bianche.

Spostare il punto di vista significa saper identificare altre possibilità dentro quelle cose, fatti o situazioni che incontriamo abitualmente.

E’ stato dimostrato (B. Edwards – Disegnare con la parte destra del cervello – Longanesi, 1982) che, per semplicità, comodità, abitudine o sopravvivenza, il nostro cervello tende a riconoscere solo le immagini che conosce e, letteralmente, non vede quello che non si aspetta di vedere.

Nella immagine qui sopra, vediamo un triangolo bianco che si sovrappone a tre cerchi neri. Ma si tratta soltanto di un’illusione percettiva perché nella figura non ci sono né triangoli né cerchi.

Da un punto di vista strettamente geometrico, a livello della realtà fisica, si tratta di tre settori circolari neri e tre angoli neri disposti con un certo ordine l’uno rispetto all’altro.

Al triangolo bianco che noi distinguiamo con tanta chiarezza, non corrisponde nessun oggetto fisico!

Il cervello, però, costruisce un’immagine che non esiste e riconosce quello che gli è più familiare, piuttosto che vedere ciò che è stato realmente rappresentato.

In quest’altra figura, invece, la rappresentazione di un volto femminile prevale sul disegno delle foglie, della farfalla e dei fiori, che sono stati effettivamente disegnati.

Anche in questo caso, il cervello riconosce per prima la forma di una faccia umana e solamente in seguito distingue i fiori, la farfalla e le foglie, che pure sono molto evidenti.

La forma archetipica del viso umano, infatti, tende a prevalere sulle altre, proprio perché è una delle prime che riconosciamo, sin dai primi momenti dopo la nascita.

In questo disegno, realtà e finzione si alternano, creando in chi guarda un senso di disorientamento percettivo.

Tornando alla creatività, spesso un creativo riesce a vedere… anche quello che non si aspetta.

Perché non lo esclude a priori, anzi, lo cerca.

E proprio perché lo cerca, prima o poi, lo trova.

Ma come si fa a cercare qualcosa senza sapere cosa?

Non può trattarsi di un processo logico, poiché non si sa neanche cosa si stia cercando…

È, invece, una disponibilità, una sorta di fiducia interiore, uno stato d’animo, qualcosa che la logica non capisce, ma di cui si scopre l’esistenza soltanto con i fatti, cioè ad azione avvenuta.

Vediamolo meglio con un esempio:

“ Voglio trasformare questa giacca bucata in un capo originale e ricercato.” pensa la sarta, mentre lascia che l’idea creativa affiori spontaneamente nella sua testa. Non fa nulla. Semplicemente aspetta, fiduciosa che il buco nella giacca si trasformi… in un taschino!

Inaspettato e, per questo, originale.

La creatività fa così.

Sposta il punto di vista e ci fa vedere una tasca là dove prima c’era soltanto un buco.

Non serve saper cucire per essere creativi.

Serve poter credere con fiducia che un buco possa diventare qualcosa di bello, invece che essere solamente un difetto.

È la fiducia che mette in moto il processo?

No.

La fiducia da sola non basta.

Ciò che serve è la capacità di abbandonare il proprio modo di interpretare la realtà, per aprirsi ad una lettura completamente nuova.

Per me è un buco ma… cos’altro potrebbe essere?

Lasciare andare le proprie certezze per spostarsi in altre realtà.

Chi è creativo fa questo.

E chi è empatico?

Fa la stessa cosa.

Anche se creatività ed empatia sono qualità abbastanza diverse, presuppongono entrambe la capacità di abbandonare il proprio punto di vista.

L’empatia è la capacità di comprendere cosa un’altra persona stia provando e, come spiega Daniel Goleman, per riuscirci bisogna lasciar andare il proprio modo d’interpretare la vita per assumere quello di qualcun altro (D. Goleman – Intelligenza Emotiva – BUR saggi, 1999).

Spostare il punto di vista è un po’ come cambiare vestito, ci rende diversi, nuovi e aumenta la nostra ricchezza interiore.

Chi è capace di accantonare le proprie idee per provare a sperimentarne altre, acquisisce una maggiore elasticità, una plasticità interiore che inevitabilmente rende le emozioni più varie e più sfumate.

Così, creatività ed empatia, anche se sono cose diverse, spesso camminano insieme, componendo un modo variegato, ricco e polimorfo di percepire le realtà (interiori, esteriori, proprie, degli altri e delle cose).

E naturalmente, più sono utilizzate…più s’incrementano, vicendevolmente.

Torniamo adesso alle personalità creative…

Le personalità creative possiedono una naturale predisposizione a spostare il loro punto di vista e per questo sono spontaneamente portate all’empatia e alla creatività.

Ascolto dei sentimenti, intuizione, capacità di sintesi, concentrazione sul presente, facile accesso all’inconscio, attenzione alle relazioni costituiscono, come vedremo meglio nei prossimi articoli, le loro caratteristiche principali.

Carla Sale Musio

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