Tag Archive 'coppia'

Nov 23 2013

NON LO AMO PIÙ… ma non posso dirglielo!!

Quando in una relazione l’amore finisce si tende a colpevolizzare il partner o a colpevolizzarsi, quasi convincendosi che l’innamoramento sia una scelta e non uno stato d’animo impossibile da governare con la ragione.

I sentimenti, però, non si possono decidere a tavolino.

L’amore: succede!

Senza che la logica o il ragionamento siano in grado di provocarne l’esistenza o di pilotarne la direzione.

Amare non riguarda la mente è un’energia che appartiene al cuore.

Quando la passione ci travolge dobbiamo lasciarci attraversare dalla sua forza dirompente e, quando si esaurisce, possiamo solo permettere allo sviluppo emotivo di proseguire il suo percorso.

Soltanto così l’amore ci aiuta a crescere rendendoci migliori.

Cercare di fermare questo movimento interiore significa incatenare la propria anima a una maschera e imbrogliare la vita privandola del suo significato.

In tanti, però, si sforzano di ignorare le proprie emozioni fingendo di provare un coinvolgimento quando invece non c’è più.

Lo fanno convinti di poter coltivare il rapporto di coppia basandosi sulla stima, sugli interessi comuni, sulla condivisione della quotidianità, sulla necessità di aiutarsi, sul desiderio di portare avanti i progetti fatti insieme… ma intestardirsi, trascurando i vissuti interiori, logora ulteriormente i sentimenti e lentamente annichilisce la fiducia svuotando la relazione del suo significato.

Mistificare l’amore nel tentativo di non affrontare il proprio cambiamento, conduce inevitabilmente verso la sofferenza psicologica.

L’amore non è per sempre, ci accompagna lungo un tratto del nostro cammino e poi si dilegua, lasciandoci il compito di riordinare le cose che abbiamo imparato grazie all’esperienza vissuta insieme.

Quando in una coppia il coinvolgimento finisce, la sincerità è l’unico rimedio possibile, perché soltanto nella sincerità la reciprocità e la comprensione possono continuare a vivere.

Mentire sui sentimenti significa mancare di rispetto a se stessi e al partner, e scivolare dentro un labirinto di finzioni dal quale diventa impossibile uscire senza ferirsi.

L’onestà è il fondamento della condivisione, della complicità e della stima, ed è anche la sola medicina in grado di rivitalizzare un rapporto in cui la passione è ormai finita, consentendogli di proseguire su binari diversi e indipendenti.

Avere il coraggio della verità è l’unico gesto d’amore possibile quando una relazione ha perso la reciprocità dell’innamoramento.

Ci vuole molto coraggio per raccontarsi con onestà e per mostrare all’altro l’autenticità di se stessi, soprattutto quando si tratta di deludere chi ancora non si è reso conto (o non riesce ad accettare) che l’amore che strappa i capelli è finito ormai.

Superare la paura della sofferenza, del rifiuto, della disapprovazione e del giudizio è l’ostacolo più grande, la barriera che paralizza la sincerità e impedisce il dialogo.

Eppure, soltanto dichiarando la propria verità si alimenta la conoscenza reciproca e si creano i presupposti di una reale intimità.

Anche quando questo vuol dire disilludere le aspettative della persona che abbiamo scelto per condividere un tratto di strada insieme e di cui un tempo siamo stati profondamente innamorati.

La capacità di affrontare la fine di un sentimento con lealtà e senza sotterfugi è una delle prove più grandi della maturità affettiva.

Superarla significa imparare ad amare con profondità e senza possesso.

Lasciando a se stessi e al partner la possibilità di ricominciare.

Da soli o con nuovi compagni.

Non sempre volersi bene è condividere ogni minuto insieme, a volte può diventare libertà, rispetto e autonomia.

Per se stessi e per gli altri.

Permettere la fine di una relazione vuol dire lasciare che l’amore riprenda a scorrere nelle direzioni in cui ci conduce la vita.

Senza catene.

Senza maschere.

Senza paura.

Carla Sale Musio

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Set 10 2013

LA DONNA DEL DONGIOVANNI. Ce ne parla il dr. Fabrizio Boninu

Ho letto con molto interesse il post DONGIOVANNI E OMOSESSUALITA’, pubblicato il 24 Agosto su questo blog.

Nel post si sostiene la tesi per cui un uomo cosiddetto dongiovanni sia in realtà maggiormente interessato a mascherare una propria latente omosessualità piuttosto che ad impegnarsi nel rapporto con la partner stessa.

L’articolo mi ha colpito, da un punto di vista maschile, per i tanti risvolti che questa tesi potrebbe avere.

E’ sicuramente vero che l’ostentazione di un atteggiamento (di qualsiasi atteggiamento si parli) non lasci spazio per l’atteggiamento contrario e chi esibisce la propria ‘arte amatoria’ difficilmente può lasciare spazio nella sua vita all’aspetto contrario, cioè la costruzione di un rapporto maturo e completo con una partner.

Non volendo espressamente entrare nel merito della questione, peraltro ben delineata nel post, mi interessa, anche in questo caso, entrare sull’altro versante della relazione: la donna.

Cosa spinge una donna a scegliere e poi condividere il suo percorso di vita con un compagno di questo tipo?

Sono convinto infatti che quello che noi chiamiamo ‘dongiovanni’ sia solo una parte di una realtà più strutturata che chiamerei ‘coppia dongiovanni’.

Se infatti uno dei due partner non sembra votato per la fedeltà, dall’altro lato c’è qualcuno che questa infedeltà accetta/ fa sua/ giustifica.

Nel mio ragionamento ho evidenziato tre tipi diversi di donne che si accompagnano a questo ‘tipo’ di uomo, e sono: la donna crocerossinala donna indegna e la donna bambina.

Vediamo questi tre archetipi singolarmente:

 

LA DONNA CROCEROSSINA

 

Questa è una delle spiegazioni se vogliamo più conosciute.

La compagna sta con una persona di questo tipo essenzialmente per convertirlo.

Capita spesso in terapia, ma anche nella vita quotidiana, di conoscere coppie nelle quali uno dei due membri (solitamente la donna) è essenzialmente impegnata nel cambiamento del compagno a qualunque livello: non è abbastanza ordinato, non è abbastanza affettuoso, non è abbastanza spontaneo, fino ad arrivare al ‘non è abbastanza fedele’.

Il sottotesto di questo tipo di affermazioni è: nonostante le manchevolezze della persona che mi sono scelta, il mio sforzo ne farà una persona migliore.

Ora, non so quanto sia vero che effettivamente queste compagne riescano a modificare i comportamenti dei propri fidanzati, ne so quanto poi riescano a migliorarli, ne so se, nel caso riescano nella propria impresa, si possa parlare di miglioramento.

Credo semplicemente che loro stesse si sentano migliori per il solo fatto di aver provato a migliorarli. Io stesso sono una persona migliore se ‘faccio’ una persona migliore.

Questo paradosso (migliorare per migliorarsi) fa si che accettino missioni impossibili come quella di convertire una persona che ha scelte sessuali non conciliabili con il rapporto con loro, rendendo arduo il raggiungimento del risultato e facendo spesso trasformare la donna crocerossina in donna indegna.

 

LA DONNA INDEGNA

 

Questo secondo modello è adatto per descrivere tutte quelle donne che si sentono indegne di una relazione vera, matura con un altro individuo.

Quale che sia il motivo per cui percepiscono questo, si trovano spesso nell’impossibilità di coltivare una relazione adulta per svariati motivi: o scelgono un compagno bambino, o scelgono una relazione non completa, o scelgono una relazione non adulta, oppure spesso scelgono appunto persone che semplicemente non sembrano interessate ad avere una relazione con una persona di sesso opposto.

Questo da un lato è molto frustrante perché conferma la loro indegnità, ma altrettanto gratificante nel momento in cui avvalora l’essere immeritevole stesso della donna che ha certezza, in questo modo, dell’intima identità nella quale si riconosce a livello inconscio.

Per quanto apertamente ammettano di non volere questo tipo di relazione, per quanto affermino che stanno male nel viverla, sembra che la coltivino continuamente.

Assisteremo dunque a due livelli contrapposti: apertamente si lamentano di quello che hanno ma, sentendo di non potere aspirare a niente di diverso data la loro indegnità, coltivano una relazione così incompleta. 

 

LA DONNA BAMBINA

 

Il terzo modello degli archetipi fin qui tracciati è quello della donna bambina, una donna incapace di ristrutturare la sua immagine interna come quella di donna adulta ed incapace, non riuscendo a vedersi adulta, di costruire una relazione che di adulto abbia per lo meno la completezza.

Questo tipo di donna cerca dei rapporti incompleti’, che siano in grado di mantenere, come nel caso della donna indegna, la propria immagine e dunque lo status quo della condizione di bambina.

In una relazione adulta il sesso gioca un ruolo molto importante: all’interno della coppia dongiovanni il sesso è, per sua stessa natura incompleto, occasionale, non inserito all’interno di dinamiche che caratterizzano una coppia ‘completa’.

Vivere questo tipo di relazione permette apparentemente di condurre scelte adulte, ma di fatto limita moltissimo la costruzione di aspetti adulti (come la sessualità appunto) della relazione stessa.

Anche in questo caso vi è un doppio livello di giudizio rispetto alla relazione: l’assenza o incompletezza di una vita sessuale porta alla lamentela sulla propria condizione.

Viceversa c’è tutta un’area nella quale questa relazione è coltivata e portata avanti da una donna che non ha nessuna intenzione di smentire la sua intima convinzione di essere rimasta bambina, e come tale di non doversi impegnare in relazioni adulte.

Anche in questo caso la relazione è ideale per entrambi i membri della coppia.

 

* * *

 

Naturalmente, come si può notare, questi esempi non esistono puri e sono schematizzazioni di realtà ben più complesse.

Il punto per me centrale è che non si possa parlare di uomo dongiovanni, quanto di ‘relazione dongiovanni’ dato che, per motivi estremamente diversi, entrambi i membri della coppia sono portati a mantenere e coltivare la relazione stessa.

In ultimo fatemi aggiungere l’osservazione per cui Carla si è trovata ad affrontare il punto di vista maschile mentre io quello femminile della questione… Forse solo la distanza può permettere una visione migliore!

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

Dr. Fabrizio Boninu, psicologo, psicoterapeuta, blogger: Lo Psicologo Virtuale

 

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Giu 16 2013

ANIME GEMELLE

L’idea dell’anima gemella ci porta a credere che da qualche parte nel mondo esista qualcuno… predestinato a condividere con noi l’Amore (con la A maiuscola) e (possibilmente) anche la vita.

Trovare la propria anima gemella significa quindi incontrare il partner giusto: quello che ci farà vivere un’affinità spirituale e sentimentale talmente profonda da permetterci di sperimentare la completezza.

Il mito dell’anima gemella è molto pericoloso per la psiche perché spinge a idealizzare l’amore e l’esperienza di coppia, provocando inevitabilmente cocenti delusioni.

Infatti, chi crede nella possibilità di incontrare un proprio “doppio”, coltiva il sogno che l’unione di coppia sia riservata soltanto a esseri speciali e destinati a incontrarsi.

In questo modo prende forma una sorta di pensiero magico che consente di delegare al fato, le responsabilità dell’unione di coppia e, quando l’amore finisce, diventa difficile accettare la conclusione del rapporto sentimentale.

In questa chiave, non amarsi più è interpretato come un fallimento personale, legato all’incapacità di leggere e seguire correttamente le trame del destino.

Personalmente non credo che possa esistere un’anima gemella.

Penso invece che ogni rapporto di coppia porti in dono una sfaccettatura dell’amore, permettendo di fare un passo avanti nella capacità di condividersi e nella conoscenza di sé.

Imparare ad amare è un percorso che non ha mai fine e si apprende con l’esperienza, facendo tesoro dei propri errori e delle proprie conquiste.

Esistono tante anime che sono gemelle soltanto per un periodo della vita, unioni che danno voce al bisogno interiore l’uno dell’altro, e che terminano il gemellaggio nel momento in cui ognuno riesce a fare proprie le reciproche qualità.

Le persone di cui ci innamoriamo ci aiutano a mettere a fuoco un diverso modo di interpretare la vita e diventano l’occasione per integrare nuove possibilità.

Ciò che abbiamo bisogno di acquisire ci attrae irresistibilmente… come una calamita!

E fa sì che, spesso, l’amore sia la conseguenza di una profonda ammirazione reciproca.

Conscia o inconscia.

Le coppie in cui uno dei partner è intimamente egoista mentre l’altro è generoso e altruista, ad esempio, illustrano bene questo concetto.

Chi è proteso al dare, infatti, ha bisogno di sviluppare un sano amor proprio che bilanci la spinta a prendersi cura degli altri e consenta di pensare anche a sé con altrettanta dedizione e premura.

Per questo, è attratto da chi è capace di badare a se stesso senza lasciarsi condizionare dalle esigenze altrui.

Viceversa chi è egocentrico e sempre concentrato su di sé è affascinato da chi, invece, sa spostare il proprio punto di vista per mettersi nei panni degli altri e comprenderne le ragioni e i bisogni.

Su questa complementarietà prende forma un rapporto d’amore che stimola entrambi i partner a osservare nell’altro un modo diverso di voler bene e di volersi bene.

Viviamo per imparare ad amare e a condividerci con gli altri.

E, durante quest’apprendistato, incontriamo tante anime gemelle che hanno il compito di stimolarci a crescere e a diventare migliori e che, poi, ci lasciano soli a maturare quanto abbiamo assimilato insieme.

Accanirsi a trovare una sola anima gemella significa bloccare la crescita affettiva e impedire all’amore di svilupparsi e maturare.

Il coinvolgimento e la passione ci accompagnano lungo il percorso di acquisizione interiore ma diventano sempre più fievoli a mano a mano che la nostra capacità di amare acquisisce le lezioni che il partner ci mostra con la sua esistenza.

Per ognuno di noi ci sono tante anime gemelle, tante fasi dello sviluppo emotivo che portano a evidenziare le qualità e i difetti che abbiamo, e che ci spronano a migliorare.

Ognuna di queste anime ci offre un dono e ci aiuta ad abbandonare vecchi schemi.

Per ogni storia d’amore è necessario chiedersi:

“Che cosa ho imparato? Qual è il dono che ho ricevuto?”

Perché dalla risposta a queste domande prende forma una più profonda conoscenza di sé e si sviluppa una nuova capacità di essere e di amare.

L’amore è la strada che intreccia la vita.

Esistono infinite anime gemelle che ci accompagnano lungo un tratto del nostro cammino, rivelandoci aspetti sempre nuovi di noi stessi.

Carla Sale Musio

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Apr 27 2013

IO MI SPOSO DA SOLA


Io mi sposo da sola:

  • perché ho deciso di seguire me stessa nella buona e nella cattiva sorte

  • perché conquistare se stessi è il compito più difficile della vita

  • perché, quando avrò un figlio, voglio lasciargli in dono la stessa libertà

Sposarsi, avere dei bambini, formare una famiglia… sono obiettivi che tanti desiderano raggiungere ma solo pochi sanno che, per avere una relazione felice, è indispensabile aver prima imparato a vivere da soli.

Infatti, quando “marito e figli” (o “moglie e figli”) diventano la stampella che nasconde la paura della solitudine, una reale reciprocità affettiva è impossibile.

La relazione di coppia è basata sulla capacità di condividersi e per questo occorre aver raggiunto una grande autonomia personale, infatti il coraggio nel rivelare la propria verità comincia con se stessi e solo dopo può estendersi anche agli altri.

Il bisogno di appoggiarsi a un partner rende difficile svelarsi fino in fondo con sincerità.

Quando il marito (o la moglie) “serve” e di lui (o di lei) “non si può fare a meno”, il rapporto d’amore si trasforma in un rapporto utilitaristico compromettendo irrimediabilmente l’autenticità della relazione.

Nel matrimonio la dipendenza è uno dei pericoli più insidiosi e, per evitarne le trappole, è importante sperimentare l’autonomia prima di formare una famiglia.

Ma purtroppo, ancora oggi, in Italia alla scelta di vivere da soli non viene data nessuna importanza, mentre la decisione di lasciare la casa dei genitori per sposarsi è accolta sempre con feste e acclamazioni.

(Il solo fatto di essere single è ritenuto poco felice e… sotto sotto un tantino patologico)

Psicologicamente, però, l’esperienza di vivere per conto proprio è indispensabile per conoscere le proprie fragilità e scoprire i propri punti di forza.

Il bisogno di autonomia prende vita quando siamo molto piccoli e intorno ai trenta anni si trasforma in una necessità improrogabile.

Nasciamo con una grande voglia di esplorare, di imparare e di metterci in gioco.

Poi cresciamo e non vediamo l’ora di esprimere le nostre capacità e dare forma al nostro personale modo di interpretare la vita.

Ma spesso questo desiderio di libertà e di volare fuori dal nido si traduce nel progetto di formare una famiglia.

Abbandonare la casa di mamma e papà per convolare a nozze può sembrare una soluzione ovvia per sperimentare finalmente l’indipendenza ma, dal punto di vista psicologico, non è possibile realizzare l’autonomia nello stesso momento in cui si decide di metter su famiglia perché, per occuparsi di una famiglia, è indispensabile aver già consolidato la capacità di badare a sé stessi.

Saper vivere autonomamente, infatti, è il requisito indispensabile per potersi prendere cura di qualcun altro.

Avere una casa propria e saper accudire se stessi senza ricorrere all’aiuto dei genitori, sono passaggi importanti lungo il percorso della crescita, della maturità e della libertà.

Uno spazio personale, consente di scoprire la propria forza, i propri limiti, i propri sogni e le proprie necessità, e favorisce un incontro autentico con l’altro.

Proprio come la tana è il rifugio degli animali, la casa è il rifugio degli esseri umani, il laboratorio alchemico in cui trasformare il piombo delle proprie paure nell’oro della creatività.

Sposarsi da soli diventa perciò una tappa importante lungo la strada della maturità e della condivisione.

Per questo, sempre più persone scelgono di sperimentare l’autonomia prima di cominciare l’avventura di una vita insieme.

Il matrimonio con se stessi, infatti, permette di accogliere e comprendere la propria unicità e di aprirsi alla unicità degli altri.

Questo non significa che presto avremo un mondo popolato soltanto da scapoli e da zitelle, ma al contrario è il presupposto per costruire una società in cui le responsabilità non siano delegate e dove la capacità di prendersi cura di sé sostituisca l’aspettativa magica ( e destinata a fallire) che qualcun altro risolva i problemi al posto nostro.

Carla Sale Musio


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Mar 23 2013

EVASORI EMOTIVI


L’evasore emotivo è certamente l’uomo (o la donna) più seducente del mondo.

Pieno di passione, di attenzioni, di premure e di tenerezza.

È quello che sa ascoltarti e comprenderti.

Quello che non si tira mai indietro davanti ai sogni, alle improvvisate e alle pazzie dell’amore.

È un amante meraviglioso e meravigliosamente capace di sorprenderti e di farti battere il cuore come nessuno prima.

È l’innamorato intraprendente, pieno di risorse, emozionante e speciale.

La sua capacità seduttiva non conosce limiti.

L’evasore emotivo può permettersi il lusso di amare senza reticenze e senza freni.

Proprio perché tanto è un evasore.

E, come ogni evasore, non dovrà pagare i conti delle sue promesse.

La totale indifferenza davanti alle responsabilità e al peso della partecipazione alla vita di un altro è proprio ciò che lo rende così affascinante, imprevedibile e pieno di attrattive.

Gli evasori emotivi evadono le promesse, le illusioni e le delusioni, i sogni infranti e il dolore che inevitabilmente, dopo lo splendore dei primi tempi, seminano dietro di sé quando si tratta di costruire una continuità.

Infatti, solitamente, la magia, la dolcezza e la partecipazione confluiscono nei progetti e nella voglia di condividere e costruire insieme.

Ma è proprio a questo punto che improvvisamente lo splendore si trasforma in cenere e l’uomo (o la donna) pieno di risorse e di promesse… si dà alla fuga.

È un evasore, appunto.

Sfugge all’impegno e al coinvolgimento dei sentimenti (i suoi e quelli di chi gli sta vicino).

Gli evasori emotivi evadono le responsabilità e i programmi che loro stessi alimentano, seminando dietro di sé un’ecatombe di cuori infranti.

Per loro è facile promettere con leggerezza e lasciar germogliare le aspettative, accendere i desideri, coltivare le illusioni.

Sanno che tanto al momento opportuno potranno liberarsi da qualunque impegno e uscire di scena con un’alzata di spalle.

“Sono cambiato… ora non è più come prima… ci sono presupposti diversi… non ho altra scelta…”

Le giustificazioni sono lapidarie e poco convincenti ma a loro non importa la coerenza.

Le spiegazioni, le motivazioni, i chiarimenti sono cose per gente che accetta gli impegni della propria affettività e non per chi, invece, ha solo fretta di ricominciare tutto daccapo da un’altra parte.

Per chi evade le emozioni non c’è dialogo ma solo “improrogabili necessità” che nascondono la paura del coinvolgimento e del percorso di crescita che comporta.

Gli evasori emotivi sono sempre in fuga.

Sfuggono se stessi e le emozioni troppo intense.

Per questo per loro le storie più coinvolgenti sono quelle che finiscono, cedendo il posto a relazioni meno avvincenti e perciò emotivamente meno pericolose.

Ogni evasore emotivo si lascia sempre una porta aperta per la fuga e questa possibilità (che si concede senza pentimenti) gli permette di coltivare a cuor leggero qualunque situazione affettiva.

“Voglio sposarti… facciamo un bambino… mi separo e mi trasferisco qui da te… lascio tutto e ti seguo… sono pronto a fare qualsiasi cosa…”

Incurante degli impegni che si assume, chi evade i sentimenti può sostenere ogni impresa.

Non corre mai il pericolo di dover affrontare il cambiamento, la debolezza, la paura o la fragilità.

L’evasore emotivo “coglie l’attimo”.

E di attimo in attimo cavalca il narcisismo della propria seduttività.

Elettrizzato dall’entusiasmo e dall’ingenuità di chi gli sta vicino gioca a fare il principe azzurro ma, come nelle favole, non va mai più avanti del “vissero felici e contenti”.

Perciò non invecchia, non ha nipotini, non paga il mutuo della casa o le rate della macchina, non litiga, non suda, non piange, non soffre e non conosce la fatica e le sgradevolezze della quotidianità.

Incurante e imperturbabile scarica tutti i problemi sulle spalle di chi, senza malizia e senza garanzie, ha creduto in lui e, presto o tardi, si ritrova a fare i conti con la delusione.

L’evasore emotivo non si assume l’impegno delle emozioni che distribuisce in giro a piene mani, e costringe chi lo ama a confrontarsi con la propria creduloneria e con la rabbia che inevitabilmente accompagna il dolore dell’abbandono.

Questo indulgere nell’impossibile lo rende meraviglioso e affascinante ma solo fino a quando le necessità della vita non si scontrano con la fatuità delle sue promesse, mettendo in luce la fragilità e la disonestà di chi evita con cura il confronto con le proprie emozioni.

In questo modo gli evasori emotivi si trasformano presto nel capro espiatorio delle storie che vanno in frantumi.

Poiché abbandonano il campo sono loro gli inaffidabili, gli spietati, gli insensibili, gli egoisti, i traditori, gli indifferenti.

Quando si spengono le luci del palcoscenico chi sfugge le emozioni incarna sempre il lato peggiore dell’amore.

Eppure… tutti quelli che hanno amato senza dubbi e senza domande, e che hanno creduto a scatola chiusa ai fuochi artificiali, alle promesse e alle bugie di un evasore emotivo, dovrebbero chiedersi:

  • Come mai sono inciampato in un’esperienza così deludente?

  • Da dove nasce la mia fiducia senza condizioni?

  • Perché ho permesso che un’altra persona rubasse le mie emozioni, lasciandomi solamente rimpianti e delusione?

Ogni evasore emotivo, infatti, trova sostegno, forza e riconoscimento in chi gli ha creduto permettendogli di evadere l’amore ai propri danni.

La presenza dell’evasore emotivo nella vita di una persona segnala sempre una falla nel narcisismo e un bisogno di supportare la stima di sé.

Questo non vuol dire esigere vendetta e pretendere un risarcimento danni.

Significa, piuttosto, osservare il proprio modo di voler bene e lavorare su se stessi per migliorare la capacità di autotutela.

Chi permette a un altro di depredare l’emotività non si riconosce il giusto valore e segretamente è il primo aguzzino di se stesso.

Carla Sale Musio

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Mar 06 2013

RAPPORTI GIURIDICI & RAPPORTI D’AMORE

Il matrimonio è un contratto giuridico che vincola due persone a stare insieme… per sempre.

Anche quando l’amore è finito e i due non si amano più.

Chi contrae il matrimonio per essere nuovamente libero, cioè padrone della propria vita, deve prima scioglierlo.

Ma sciogliere un contratto non è una cosa semplice.

Nell’istituzione del matrimonio la legge s’intreccia con i sentimenti creando dei pericolosi paradossi emotivi.

Infatti, quando ci si sposa: si DEVE amare il proprio marito (o la propria moglie) e la legislazione ci impone di condividere la vita con lui (o con lei).

La parola DEVO, però, è inconciliabile con l’amore e la frase “DEVO amare mio marito (o mia moglie)” contiene un paradosso in quanto ordina di fare qualcosa che può avvenire soltanto spontaneamente, cioè senza che nessuno lo ordini.

I sentimenti seguono un impulso interiore impossibile da creare artificialmente.

Possiamo simularli, recitare, fare finta, mentire… ma non possiamo viverli autenticamente se non li proviamo spontaneamente.

Al cuor non si comanda” dice il proverbio.

Il contratto del matrimonio, però, ordina al cuore di obbedire alla legge e una volta sposati ci impone di condividere la vita con chi abbiamo preso in moglie, o marito.

Le leggi sono fatte di obblighi non di sentimenti e tante persone nel tentativo di sfuggire al paradosso emotivo del matrimonio (devo amare mio marito, o mia moglie) scelgono di avere due vite:

  • una vita legale costruita secondo i dettami del contratto matrimoniale

  • e una vita sentimentale fedele agli impulsi del cuore

Per alcune anime fortunate queste due vite combaciano.

Per altri, invece, scorrono in parallelo provocando problemi, sofferenze e incomprensioni.

 

FINCHÈ MORTE NON CI SEPARI…

 

Quando si accorge di essere incinta Marina decide di tenere la bambina e in nove mesi Daniele si ritrova alle prese con poppate, pannolini e notti insonni.

L’amore per Marina avrebbe dovuto crescere pian piano.

Col tempo.

Ma quella gravidanza imprevista brucia le tappe della conoscenza e i due diventano marito e moglie… in gran fretta.

Marina è una ragazza generosa e piena di risorse, la nascita della piccola Gaia la riempie di gioia, perciò, nonostante le difficoltà cerca un lavoro e dedica tutte le energie alla nuova famiglia.

Daniele, invece, è insicuro e spaventato dal ruolo improvviso di capofamiglia, sta ancora studiando e non si sente pronto per affrontare il modo del lavoro senza i titoli che aveva previsto di avere.

Marina si fa carico di tutto: lo aiuta a finire gli studi, lo incoraggia davanti alle difficoltà, lo coccola e lo vizia cercando in ogni modo di non fargli sentire il peso del matrimonio.

Daniele diventa grande lentamente, grazie a lei… e quando Gaia entra nell’età dell’adolescenza sembra anche a lui di vivere finalmente quella spensieratezza che la vita non gli ha permesso di provare al momento opportuno.

Quando conosce Claudia, una giovane allieva del suo corso di yoga, gli sembra di toccare il cielo con un dito e senza pensarci troppo le dichiara il suo amore incondizionato.

E la sua difficile situazione familiare.

“Perché non ti separi?”

Domanda Claudia, convinta che i sentimenti abbiano sempre la precedenza.

Anche sui contratti.

Ma Daniele scrolla la testa.

Non può.

Il matrimonio impone la convivenza con Marina e i sentimenti… be’… lo portano a sentirsi sperduto e solo, poco adatto a badare a se stesso senza il supporto affettivo e pratico di quella moglie così capace di far fronte a ogni difficoltà.

“Non posso separarmi…”

Racconta tristemente a Claudia.

“Mia moglie ne morirebbe e non lo merita. Ha fatto tante cose per me!”

Claudia lo guarda sbigottita.

L’amore è sacro e il suo cuore è sicuro che Daniele sia innamorato di lei.

Eppure… può amare quell’uomo soltanto di nascosto al mondo.

Prendere o lasciare.

Lui non concede altra scelta.

Per Daniele la separazione non è possibile: la delusione di Marina davanti alla scoperta dei suoi sentimenti per Claudia è un dolore che non riesce ad affrontare e preferisce vivere nell’ombra piuttosto che dare voce al suo cuore.

La parte forte nella coppia è sempre stata Marina.

È lei quella capace di prendere le decisioni.

È lei quella che sa ricominciare tutto da capo.

È lei che porta i soldi a casa e che gestisce la maggior parte delle incombenze pratiche imposte dalla vita.

Daniele non vuole farla soffrire.

L’amarezza la allontanerebbe da lui e senza il suo sostegno non si sente capace di pensare a se stesso.

È vero: è innamorato di Claudia.

Ma nonostante l’età anagrafica per lui l’adolescenza è appena cominciata e sua moglie è un punto di riferimento materno indispensabile.

Può tradirla, può ingannarla ma non può lasciarla.

* * *

Graziella ha cinquant’anni, due figli grandi e un marito con cui la passione è finita da un pezzo.

Il lavoro la tiene lontana da casa per tutto il giorno e spesso anche nei fine settimana ma il focolare domestico si è trasformato da tempo in un porto di mare e in famiglia nessuno si lamenta per le sue assenze frequenti.

I due ragazzi stanno per spiccare il volo fuori dal nido e il papà è sempre impegnato a inseguire i suoi hobby, il suo lavoro e i suoi pensieri.

A un convegno Graziella conosce Michele.

Bello, simpatico, intelligente, sensibile e giovane.

Troppo giovane.

Graziella cerca di resistere alla passione che invece divampa come un fuoco e presto tra loro nasce una relazione.

Rigorosamente clandestina.

S’incontrano in città diverse, al riparo dai commenti della gente.

Si amano.

Passano gli anni.

Prima uno, poi due.

Michele comincia a cercare qualcosa di più.

“Voglio vederti più spesso. Voglio starti vicino. Voglio tenerti per mano quando siamo in mezzo alla gente.”

Le dice con impazienza.

Graziella si tira indietro.

“Non fare il bambino! Lo sai che non è possibile.”

“Perché? Siamo grandi. I tuoi figli sono grandi. Tuo marito ha un’altra relazione. Perché non possiamo stare insieme alla luce del sole?”

Ma Graziella non vuole.

Cosa dirà la gente?

Cosa penseranno di lei che a cinquant’anni ha una relazione con un uomo di trenta?

Cos’accadrà nel tempo quando le sue rughe saranno troppe e lui la guarderà con gli occhi della compassione?

“Non posso separarmi! I miei figli hanno ancora bisogno di me e io non sono pronta a disfare questa famiglia.”

Risponde dura come le pietre della sua isola.

* * *

Giovanni ha sposato una brava ragazza di nome Maria.

Una donna buona e volenterosa, senza grilli per la testa e capace di fare sacrifici quando la vita lo pretende.

Insieme hanno fatto due figlie, hanno comprato una casa e un terreno.

Giovanni lavora tutto il giorno e nei momenti liberi, per arrotondare, da lezioni di vela.

Maria si occupa della casa, delle figlie e del terreno.

La passione tra loro è stata breve.

Maria si è subito sentita attratta dalla maternità.

Giovanni si è subito sentito attratto dalle altre donne.

Il loro matrimonio è un contratto… di solidarietà.

Nessuno impone orari e obblighi, ognuno dà quello che ha e quello che può.

Giovanni dà: tutti i soldi che riesce ad avere, due braccia forti e tanta allegria.

Maria dà: organizzazione, disponibilità e serenità.

Il sesso non è un argomento che li accomuna.

Maria non lo trova appassionante.

Giovanni da otto anni lo condivide con Carla.

La sua collega.

Giovanni e Carla hanno momenti teneri e appassionati ogni giorno, notti romantiche in barca a vela ogni tanto e sguardi complici sul lavoro.

Soltanto quando dorme e nei pranzi delle feste comandate Giovanni trascura Carla per stare con Maria.

Da otto anni la sua vita cammina in questo modo.

Esce da casa alle sei del mattino e non rientra mai prima di mezzanotte.

Maria chiude un occhio.

A lei va bene così.

Si gestisce la vita a modo suo.

Sa che il suo uomo è insofferente agli ambienti chiusi e ha bisogno di libertà.

Giovanni ha raggiunto un equilibrio tra la sua voglia di avventura e il desiderio di stabilità.

Soltanto Carla vorrebbe qualcosa di più.

Non il tempo, perché quello… Giovanni glielo dedica tutto.

Non la legalità che crea solo obblighi e annienta i sentimenti.

Non la fedeltà perché sa che Giovanni non potrebbe tradirla nemmeno col pensiero.

Quello che Carla vuole è solamente la sincerità.

Perché le bugie su cui si regge la loro relazione la feriscono nell’anima.

Ogni giorno.

Carla Sale Musio

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Feb 07 2013

IN AMORE I CONTI DEVONO TORNARE!

L’amore è un sentimento generoso, disinteressato, umile, attento, premuroso, passionale… giusto e ardentemente leale.

Forse può sembrare strano o poco opportuno parlare di conti quando si tratta di sentimenti ma anche l’amore segue una propria contabilità basata su regole non scritte che portiamo tatuate nell’anima.

Esiste un codice di equità che sottende ogni relazione affettiva, anche se spesso lo dimentichiamo.

In una storia sentimentale i flussi dell’amore, il dare e l’avere emotivo, devono essere equilibrati altrimenti il rapporto perde le sue caratteristiche di coppia per trasformarsi in una relazione filiale o genitoriale.

L’amore coniugale va protetto e curato con attenzione perché la distrazione porta a vivere comportamenti che sono antitetici all’intesa e ne distruggono l’esistenza.

Voler bene significa anche impedire alla persona che amiamo di approfittare di noi.

Infatti la disparità  sbilancia i conti dell’amore e sgretola l’unione.

Ogni sentimento possiede le sue regole primordiali, archetipi invisibili che orientano le relazioni proteggendole e rendendole eterne.

Quando le storie sentimentali trasgrediscono queste norme ostacolano l’amore e sono destinate a finire.

In una coppia i conti emotivi devono essere in parità.

Così, mentre nell’amore genitoriale è naturale e giusto che papà e mamma siano generosi e i figli ricevano più di quanto danno, nell’amore di coppia lo stesso comportamento crea uno squilibrio che impedisce l’erotismo e fa evaporare la passione.

Questo non vuol dire stare costantemente attenti a non eccedere nei regali o nel volersi bene, significa piuttosto non creare sbilanciamenti nel darsi e nell’accogliere perché la disparità provoca un progressivo ma inesorabile annientamento dell’amore coniugale.

 

STORIE DI CONTABILITÀ AFFETTIVA

 

Francesca sta finalmente attraversando un periodo d’inebriante libertà.

Ha acquistato una piccola casa tutta per sé, ha un gruppo di amiche con cui è bello divertirsi e anche condividere i dispiaceri, ha un lavoro che le lascia del tempo libero e si è appena iscritta all’università per prendere una seconda laurea in archeologia.

Proprio mentre assapora questo momento di gioiosa autonomia, però, ecco che  Marcello fa capolino nella sua vita sconvolgendo tutti i programmi come uno tsunami imprevisto e dirompente.

Nei primi tempi della loro conoscenza Francesca tenta di opporsi a quella relazione che avverte precipitosa e troppo stretta per il suo bisogno d’indipendenza.

Tuttavia, quasi subito, la gravidanza della piccola Roberta mette fine a ogni perplessità.

Il matrimonio diventa un obbligo e in men che non si dica la vita familiare spazza via la libertà che Francesca era riuscita a conquistarsi con impegno e fatica.

Marcello, Roberta e infine Matteo (che nascerà qualche anno dopo) monopolizzano il suo cuore, le sue giornate e la sua vita.

Il tempo passa… e quando Roberta festeggia il suo diciassettesimo compleanno, Francesca sente che la dedizione alla famiglia può finalmente essere ridimensionata.

Così decide di concedersi una nuova libertà fatta di uscite con le amiche, di nuovi interessi e anche di nuovi incontri.

Nel tempo, il rapporto con Marcello è diventato fraterno, il desiderio tra loro si è volatilizzato e il rispetto e la solidarietà hanno pian piano sostituito la passione.

La separazione sembra l’unico epilogo possibile alla loro storia sentimentale.

“Una storia nata col piede sbagliato e nel momento sbagliato…”

Commenta Francesca amaramente mentre, come tanti anni prima, si trasferisce in un piccolo appartamento, frequenta persone nuove, coltiva interessi diversi.

Inspiegabilmente, però, dopo aver avviato le pratiche legali la relazione con Marcello si riaccende e insieme assaporano momenti di sensuale complicità.

Francesca è sconcertata e adesso non sa più cosa fare.

Sente di volersi separare ma desidera anche vivere l’intimità che finalmente ha ritrovato con il suo uomo.

“Dottoressa, mi aiuti! Io non ci capisco più niente. So che voglio separarmi, eppure sento per Marcello un coinvolgimento mai vissuto prima. Mi sembra di essere diventata pazza!”

Il cuore ha le sue regole.

Imprescindibili.

La rinuncia all’autonomia (che la donna ha vissuto in passato davanti all’urgenza di far nascere la sua bambina e di sposarsi) ha creato uno sbilanciamento tra lei e il partner.

E mentre per Marcello il matrimonio è stato una conquista giunta al momento opportuno per Francesca ha significato tante rinunce e troppe privazioni.

Sacrifici che oggi hanno bisogno di essere pareggiati con altrettanta autonomia e libertà.

Ecco perché solo mantenendo l’impegno preso con se stessa Francesca può finalmente assaporare la reciprocità e vivere di nuovo la passione.

La sua autonomia è il deterrente che permette all’amore di riprendere e, infischiandosene delle consuetudini, la spinge a separarsi… per poter amare!

* * *

Miriam e Giorgia stanno insieme da circa dieci anni quando Miriam scopre che Giorgia ha avuto una relazione con una ragazza conosciuta in vacanza.

Il loro rapporto attraversa una forte crisi.

Dapprima Miriam prova a chiudere la storia.

Poi davanti alle suppliche di Giorgia accetta una riconciliazione.

Insieme passano giorni interi a discutere e a chiarirsi.

Infine sembra che tutto abbia ripreso l’armonia di sempre.

“La scappatella di Giorgia è stata la conseguenza di un momento di confusione e di un bisogno di conferme.”

Afferma Miriam scrollando le spalle.

 “Acqua passata. Difficoltà superate e dimenticate.”.

Tuttavia, i conti devono quadrare e la comprensiva tolleranza di Miriam non trova il giusto contrappeso...

L’erotismo comincia a evaporare e la complicità si trasforma in una cameratesca solidarietà.

Qualche tempo dopo, Miriam si sente attratta da una collega e, nonostante i tentativi di evitamento e le strategie di fuga, nasce una relazione clandestina e piena di passione.

A questo punto decide di chiudere il rapporto con Giorgia.

Quando però la collega chiede di ufficializzare la relazione Miriam si tira indietro.

Le piace quella clandestinità fatta di sguardi e ammiccamenti eppure… non vuole costruire niente di più.

Gli incontri si diradano e presto Miriam riassapora la solitudine e la libertà.

È in questo clima di ritrovata autonomia che lei e Giorgia riprendono a vedersi, non più come amiche e nemmeno come fidanzate.

“Non saprei dire in che rapporti siamo adesso.”

Racconta Miriam qualche mese più tardi.

“So solo che l’intesa tra di noi è diventata profondissima. Giorgia è più di un’amica e più di un’amante. Sento per lei un coinvolgimento che non ho mai provato.”

* * *

Nel matrimonio Omar ha sempre giocato a fare il bambino chiedendo coccole, attenzione, comprensione e spazi di libertà.

Alessandra glielo ha permesso assecondando le sue lune, i suoi capricci e i suoi malumori senza protestare.

Tuttavia, dopo la nascita dei figli le cose tra loro hanno cominciato a precipitare.

Omar è spesso fuori per lavoro e Alessandra si occupa a tempo pieno della casa e dei figli.

Tutto andrebbe bene se Omar non si arrabbiasse in continuazione davanti ai capricci dei bambini.

“Non puoi delegarmi tutto e poi protestare!”

Lo accusa Alessandra.

“E tu non puoi lasciarti offendere dalla prepotenza di questi tre vandali! Sto cercando di aiutarti ma tu non lo capisci!”

Ribatte Omar offeso.

Quando arriva la notte ognuno si gira dall’altra parte del letto… e di tenerezza e sesso non se ne parla proprio!

Omar si comporta con i bambini come un fratello maggiore, geloso delle attenzioni che la mamma dedica loro.

La sua assenza come padre e come marito impedisce la complicità con Alessandra che sente addosso tutta la responsabilità della famiglia.

I continui litigi ostacolano l’intimità e spingono Omar e Alessandra verso la separazione.

Con grande sofferenza Omar di trasferirsi in un piccolo appartamento fuori città.

Ma quando tutto sembra finito ecco che l’erotismo riprende!

E nella lontananza Omar e Alessandra scoprono modi nuovi per occuparsi dei bambini e di se stessi.

La distanza costringe Omar a costruire con i suoi figli un rapporto indipendente da Alessandra.

Essere un padre invece che un fratello gli permette di essere (finalmente) anche un marito.

Oggi Omar non fa più il figlio e Alessandra non è più solo una mamma.

Ancora non hanno ripreso a vivere insieme ma hanno trovato un modo diverso per fare i genitori e per sperimentare l’intimità e la complicità.

Carla Sale Musio

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Gen 22 2013

Io non sono normale: SO STARE DA SOLO

Un tempo c’erano gli scapoli e le zitelle.

Gli scapoli spesso… erano d’oro.

Le zitelle invece… erano acide.

Gli scapoli erano misteriosi e affascinanti.

Le zitelle erano brutte e un po’ sfigate.

Oggi ci sono i single.

E per fortuna sono unisex!

Ma l’evoluzione dello scapolo e della zitella mantiene comunque un alone di sfiga, come se il fatto di non essere in coppia segnalasse un fallimento.

“Insomma, se uno è single, qualcosa dev’essere andato storto!”

Così in molti sfuggono la singletudine e preferiscono tenere i piedi ben piantati dentro a qualche storia sentimentale.

Anche quando la storia in questione non funziona più, perché la passione è finita da un pezzo (o forse non c’è mai stata).

Il chiodo scaccia chiodo, rimane ancora oggi il metodo più in voga per liberarsi dai legami diventati obsoleti.

E in tanti preferiscono trascinarsi dentro relazioni ormai finite, rimandando la separazione a quando un nuovo amore si profilerà all’orizzonte.

Perché, fino a quel miracoloso momento, la vita di coppia, anche se tormentata e priva di entusiasmo, è considerata preferibile a una convivenza… con se stessi.

Chiudere una relazione e permettersi di stare da soli è una scelta per pochi indomiti spiriti liberi.

“Probabilmente asociali, allergici ai legami e incapaci di condividersi!”

Questo il giudizio che, come una condanna, pesa su chi, dopo aver concluso un rapporto preferisce evitare di buttarsi subito a capofitto dentro un altro.

“Non arrenderti!!! Vedrai che troverai un partner migliore!!”

L’incoraggiamento non tarda ad arrivare nei commenti di parenti, amici e conoscenti.

La capacità di stare soli, purtroppo, è ancora una prerogativa di pochi.

Quando usciti da una storia d’amore ci si ritrova single, di solito si preferisce sfuggire se stessi… in extremis anche solo fantasticando sul prossimo partner! Che, come un miraggio, calmerà l’arsura affettiva e porterà nuova linfa alla vita.

Ma demandare a un mitico principe azzurro, o principessa azzurra, la rivitalizzazione del nostro entusiasmo esistenziale significa rinunciare all’indipendenza e lasciare che qualcun altro la gestisca per noi.

Certo, delegare le responsabilità è un modo molto diffuso per sentirsi sempre nel giusto e dalla parte dei buoni!

Questo meccanismo di fuga dal disappunto dei propri casini e dal dolore dei fallimenti, però, ha un costo psicologico molto alto.

Infatti, blocca la crescita interiore e impedisce l’evolversi di una sana autostima.

Significa sfuggire alla vita, impedendosi di fare un bilancio delle proprie scelte e dei risultati ottenuti.

L’autostima nasce dalla capacità di imparare dai propri errori e di tollerarne le conseguenze.

Quando sfuggiamo noi stessi, rifugiandoci nella speranza di un colpo di fulmine miracoloso e rivitalizzante, paradossalmente corriamo a grandi falcate verso un altro fallimento.

Perché, senza una sana revisione e una messa a punto dei comportamenti, il nostro inconscio ci guiderà nuovamente in una situazione analoga alla precedente e perciò destinata anch’essa a fallire.

La fine di un rapporto ci lascia sempre svuotati e soli, sommersi da un senso di delusione e di inutilità delle nostre scelte e della vita.

Il vissuto di fallimento accompagna inevitabilmente tutte le separazioni.

Saperlo attraversare vuol dire costruire il cambiamento, permettersi di incontrare le proprie difficoltà, accogliere anche quelle parti di sé poco edificanti, infantili, inadeguate… e imparare una verità più grande su se stessi e sugli altri.

Sopportare quel senso di sconfitta, senza cercare di evitarlo a tutti i costi, conduce verso una nuova maturità più consapevole, più onesta e più attenta ai nostri bisogni personali, e perciò anche a quelli di chi amiamo.

Ci fa diventare delle persone migliori.

Percorrere da soli il cammino necessario a incontrare anche le parti di noi che non ci piacciono è una prova che solamente pochi riescono ad affrontare.

La maggior parte delle persone preferisce sfuggire l’analisi e l’ascolto di sé, proiettando su un nuovo amore la soluzione di tutti i problemi.

Le storie che nascono sulle macerie di altri rapporti sono destinate a un futuro complicato, difficile e incerto.

Non è mai chiaro, infatti, quanto siano servite da propulsione per superare vecchie difficoltà e quanto siano il frutto di una reale evoluzione interiore.

Saper stare da soli è il presupposto indispensabile per trasformare la separazione in un cambiamento in grado di condurci verso nuove possibilità.

Permette di innamorarsi… per amore!

E non per necessità.

Carla Sale Musio

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Dic 18 2012

SEPARARSI PER INCONTRARSI


La separazione è un momento determinante nella crescita di una coppia.

Infatti, la capacità di amare passa anche attraverso l’accettazione di un distacco definitivo.

Quando un’unione finisce entrambi i partner devono prendere in mano le redini della propria vita riconsiderando l’autonomia individuale e assumendosi la responsabilità delle scelte compiute.

Dover centrare solo su di se l’interpretazione degli eventi ridisegna i confini di ciascuno e consente di trovare equilibri nuovi.

Capita spesso che la distanza fisica favorisca l’incontro delle anime e permetta di costruire una comunicazione diversa, meno possessiva e più realistica, comprensiva dei limiti e delle incapacità e perciò rispettosa della personalità reale di entrambi.

Durante l’innamoramento, infatti, un pericoloso meccanismo di idealizzazione spinge a esaltare le qualità della persona amata creando aspettative illusorie e magiche.

Il grande coinvolgimento emozionale incoraggia a credere che le ferite vissute durante l’infanzia possano essere miracolosamente sanate dall’amore puro e meraviglioso del partner.

Sotto la spinta della passione ognuno cerca di dare all’altro il meglio di sé nel tentativo di essere davvero la persona giusta, unica e speciale.

E questo conferma la fantasia di una possibile risoluzione delle mancanze sofferte in passato.

Tuttavia, nella realtà nessuno può risolvere per noi le problematiche rimaste insolute durante l’infanzia.

Non esiste un risarcimento danni in grado di colmare le lacune affettive che abbiamo vissuto da bambini e di soddisfare la fame d’amore che i nostri famigliari non hanno saputo appagare.

Ognuno deve trovare in se stesso la capacità di amarsi e di sanare le ferite vissute durante la crescita.

L’idealizzazione crea tante aspettative impossibili e nel tempo trasforma le illusioni in pretese.

La conoscenza reciproca conduce inevitabilmente alla scoperta che lui (o lei) non può essere il principe (o la principessa) venuto a liberarci dall’incantesimo delle nostre ferite infantili.

Ma, per non soffrire un altro fallimento, spesso neghiamo l’evidenza, continuando a pretendere dal partner le attenzioni che ci sono mancate da bambini e che non abbiamo ancora imparato a darci da soli.

In questo pericoloso gioco di attese e di proiezioni l’immagine idealizzata di un salvatore (che poi diventerà persecutore) deforma costantemente la percezione della relazione e il partner paga le colpe delle mancanze affettive diventando il bersaglio della nostra ira infantile.

È solo quando infine ci si separa, arresi davanti all’evidenza delle proprie illusioni, che tutte le idealizzazioni finalmente crollano, lasciando il posto a una più obiettiva e dolorosa accettazione dei numerosi difetti di ognuno.

Saper accogliere il vissuto di fallimento che accompagna la separazione è una delle prove più difficili della vita.

La maturità che ne consegue porta con sé una trasformazione nella personalità e un’importante riflessione sugli errori e le modalità affettive personali.

Per questo, a volte, dalla separazione può nascere una relazione nuova, più rispettosa delle differenze e dell’autonomia di ciascuno.

 

STORIE D’AMORE DIVERSAMENTE UNITO

 

L’ascolto interiore si perfeziona col tempo e con l’esperienza, spingendo a condividere i sentimenti in modi sempre più profondi.

L’amore non è normale.

È vero.

A volte la separazione è soltanto un momento di passaggio nel cammino di una coppia, uno spazio di riflessione e solitudine necessario per affrontare il cambiamento.

 

CLANDESTINITÀ

 

Quando Sonia decide di separarsi ha passato da poco la cinquantina e con Giovanni non ce la fa davvero più. La vita insieme è stata solamente un lungo inferno! Fatto di tradimenti, delusioni, bugie, silenzi… e tanta, tanta, tantissima fatica.

Durante i venticinque anni di matrimonio, Sonia ha sempre lavorato nella sua piccola azienda artigianale, ha cresciuto tre figli, ha mandato avanti la casa, ha organizzato feste, Natali e compleanni, cercando in tutti i modi di essere una moglie carina, elegante, curata, simpatica e accogliente per il padre dei suoi figli e per i loro amici.

Adesso, però, che i ragazzi sono grandi e non hanno più tanto bisogno di lei, sente che è arrivato il momento di pensare a se stessa.

Con dolore e con tanti rimpianti decide di intraprendere un cammino personale, fatto di nuove amicizie, nuove occupazioni, un nuovo appartamento tutto per se e un aiuto psicologico.

Nel corso dei cinque anni successivi alla separazione da Giovanni, Sonia ricomincia daccapo una vita da single.

S’iscrive a un corso di ballo, partecipa agli incontri di meditazione che si tengono nella libreria di un’amica, cura con attenzione la sua nuova casa, rendendola un luogo accogliente e confortevole dove riposarsi e rimarginare le ferite del passato e, una volta a settimana, affronta se stessa e la sua storia nelle sedute di psicoterapia.

I figli vanno spesso a trovarla e scoprono con lei un rapporto diverso, più sereno e finalmente libero dai continui litigi che avvelenavano i pranzi e le cene di un tempo.

È in questo clima, rilassato e vitale, che un giorno… per caso… Sonia incontra Giovanni a uno stage di tango.

Entrambi si scoprono cambiati.

Più calmi, più attenti, più capaci di ascoltare e di mettersi in discussione.

Incuriositi l’uno dall’altra ballano insieme al ritmo di una complicità diversa.

Entrambi sanno che nulla potrà mai tornare come prima.

Entrambi sono sorpresi dalla trasformazione che leggono in fondo agli occhi dell’altro.

Cinque anni che sembrano cinquemila.

Decidono di rivedersi ancora.

Da soli.

E scoprono uno stare insieme finalmente senza pretese e senza possesso.

Tra loro nasce una relazione clandestina.

Fatta d’incontri segreti, di confidenze mai rivelate e di una sessualità finalmente appagante.

Non possono far sapere a nessuno che si amano ancora.

Oggi con più passione e con più rispetto.

Troppo difficile spiegare che solamente nella separazione hanno capito com’è fatto l’amore.

I figli non approverebbero quegli incontri.

Gli amici neanche.

E forse la clandestinità protegge un segreto che è bello condividere.

 

EROTISMO

 

Marcella e Roberto sono una coppia storica. Stanno insieme da quando erano bambini. Sono cresciuti aiutandosi nelle difficoltà e festeggiando i successi, entrambi desiderosi di costruire tra loro un rapporto solido e sicuro.

Insieme sono un punto di riferimento per gli amici e per i familiari che ammirano la loro capacità di volersi bene e di condividersi nonostante i tanti casini che costellano la vita.

Perciò nessuno si aspetta che Marcella di punto in bianco decida di separarsi da Roberto.

“Ho bisogno di stare da sola.”

Dichiara lapidaria a chiunque le chieda spiegazioni.

Roberto ci mette molto tempo a realizzare il senso di quelle parole.

Infine si rassegna a fare le valige e a trasferirsi nella casa dei genitori.

Marcella invece cerca aiuto nella psicoterapia.

Non capisco cosa mi succede. Da tempo non provo più nessuna attrazione per Roberto. Sembra che tutto il mio erotismo si manifesti quando non voglio! Ultimamente mi capita spesso di sentirmi coinvolta dagli sguardi di un collega. Non credo di essermi innamorata di lui, anzi! Lo considero un dongiovanni, seduttivo e inaffidabile, ma stargli vicino mi fa sentire le farfalle nello stomaco e un’ebbrezza che con Roberto non ho mai provato.”

Racconta preoccupata.

Sostenuta dalla psicologa Marcella affronta le sue sensazioni lasciandosi progressivamente coinvolgere in quel gioco complice, fatto di sguardi, di baci clandestini e di momenti colmi di eccitazione.

Il bisogno di giocare, di sedurre e di lasciarsi coinvolgere dalla passione le consente di riappropriarsi di una parte creativa, istintiva e trasgressiva che aveva nascosto anche a se stessa, nel tentativo di essere prima “una brava figlia” e poi “una brava moglie”.

Lentamente emerge un lato del suo carattere assopito e censurato da sempre nella relazione con Roberto.

“Per inseguire il modello della coppia perfetta avevo chiuso le porte alla mia anima libera e anticonformista. Oggi mi sembra impossibile aver rinunciato a un aspetto di me così importante!”

Racconta durante una seduta.

Qualche mese dopo, per ragioni di lavoro Marcella incontra Roberto ad una cena.

Tra i due l’elettricità è palpabile ma questa volta lei sente di non voler censurare il suo bisogno di prendere l’iniziativa.

Il loro matrimonio oggi non è più l’emblema della coppia perfetta ma l’amore è diventato più profondo e più vero.

“Non saprei come definire il rapporto che abbiamo adesso.”

Racconta sorridendo.

“Ma certo non voglio ingabbiarlo di nuovo dentro qualche etichetta preconfezionata!! Preferisco lasciare spazio alla corrente emotiva e permettermi di vivere con mio marito un erotismo inesplorato e seducente. Anche se questo dovesse farmi correre il rischio di altre mille separazioni! ”

 

FRATERNITÀ

 

Elena e Francesco hanno un rapporto di comprensione e affetto. Da tanti anni condividono la casa e la vita insieme ai loro bambini. Anche quando l’amore è finito. Senza traumi e con grande complicità.

Per la loro coppia la separazione è una tappa decisa con calma e con molta attenzione, in modo da non creare scrolloni nell’organizzazione quotidiana di scuola, compiti, piscina, catechismo… e impegni di lavoro.

Entrambi hanno bisogno di sperimentare una sessualità più coinvolgente di quella vissuta insieme e che da troppo tempo ha lasciato il posto a un amore fraterno.

Entrambi vivono oggi nuove relazioni con nuovi partner.

Entrambi sanno che il loro impegno genitoriale non avrà mai fine, nemmeno quando i figli saranno diventati grandi, e che, perciò, chi ha scelto di condividere la vita con loro dovrà sapersi adattare agli impegni familiari che quotidianamente gestiscono insieme.

Carla Sale Musio

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Nov 28 2012

… MA LE MAMME FANNO SESSO?!

 

Solitamente l’immagine della maternità è proprio l’antitesi del sesso.

Forse perché il tabù dell’incesto ci porta a escludere istintivamente la sessualità dalla genitorialità…

Forse perché l’archetipo della Madonna, madre e vergine, condiziona la nostra fantasia…

Forse perché le mamme hanno sempre così tante cose da fare che non gli rimane più nemmeno una briciola di tempo da dedicare a se stesse… figuriamoci al sesso!

Forse perché ci dimentichiamo che le mamme diventano tali proprio grazie al sesso e perciò la sessualità le riguarda quanto ogni altro essere umano, se non di più.

Forse…

Fatto sta che è difficile immaginare una mamma erotica e sensuale.

Sembra che la parola “mamma” escluda la sessualità.

La mamma ce la raffiguriamo sempre alle prese con bambini, pannolini, merendine e compiti da fare… talmente indaffarata che probabilmente del sesso non si ricorda nemmeno.

Le nostre fantasie però sono ingannevoli e, separando la sessualità dalla maternità, censurano un aspetto importante dell’amore e inibiscono le mamme nel loro percorso di crescita interiore, sessuale e affettiva.

Ogni giovane donna, per costituzione, può diventare mamma.

E proprio questa potenzialità biologica rende le donne sensuali, affascinanti, erotiche e sexy.

La maternità è un aspetto imprescindibile della femminilità e ha un ruolo importante nella sessualità.

Anche quando una ragazza decide di non fare bambini.

Perché, a prescindere dalle gravidanze avute o non avute, tutte le donne hanno bisogno di sentirsi amate per la loro capacità di generare la vita.

L’uomo che sa amare e valorizzare il potere creativo della femminilità, permette alla sua compagna di raggiungere una più profonda intimità. Sessuale, emotiva e spirituale.

Separare la maternità dalla sensualità, invece, significa disprezzare la parte più intima e misteriosa di una donna, ferendo la sua femminilità.

Niente è più erotico per una ragazza, di un partner che trovi affascinante la sua creatività e che desideri avere dei bambini con lei.

(E questo è vero anche nel caso in cui lei stessa abbia scelto di non avere figli)

Maternità, creatività e sensualità sono aspetti inscindibili della femminilità, appartengono a tutte le donne e hanno bisogno di ricevere riconoscimento e attenzioni.

(Anche quando non è possibile né opportuno mettere al mondo dei figli)

Il potere creativo delle donne si può manifestare in tanti modi diversi, però affonda sempre le sue radici nella capacità femminile di generare la vita.

La maternità svela gli aspetti irrazionali e inquietanti della femminilità: l’istintività, l’attitudine e la curiosità verso tutto ciò che è invisibile e sconosciuto.

Il mistero della vita (e della morte) fa parte dell’universo femminile e intreccia la passione con la sensitività.

La maternità si colloca a pieno titolo nell’erotismo e nella sessualità.

Per questo le mamme hanno tanto a che vedere col sesso!

In un rapporto di coppia la genitorialità non dovrebbe mai eclissare la sessualità ma, al contrario, dovrebbe condurre verso un più grande erotismo e una maggiore condivisione fisica, emotiva e spirituale.

Quando nasce un bambino, però, le mamme si lasciano assorbire totalmente dagli impegni e dal piacere della maternità.

E spesso dimenticano quasi del tutto la sensualità, trascurando il bisogno di intimità, di tenerezza e di coccole che precede e permette l’unione affettiva e sessuale.

Mentre i papà, invece di aiutarle, onorarle, apprezzarle e corteggiarle, finiscono per delegare l’accudimento dei figli dedicandosi agli impegni fuori di casa.

Questa frattura tra la vita famigliare, considerata prerogativa del femminile, e il mondo esterno, considerato territorio maschile, corrisponde a una frattura nella relazione di coppia e si ripercuote inevitabilmente sulla sessualità, creando una distanza che impedisce la condivisione e l’intimità.

La gravidanza, il parto e l’arrivo di un bambino sono momenti di grande trasformazione per una donna, che affronta il mistero della nascita e della morte ed entra in un contatto più profondo con la propria spiritualità.

È proprio in quei momenti che lo scambio nella coppia si fa più intimo e profondo rendendo l’orgasmo un’occasione di abbandono e di conoscenza reciproca, un momento in cui spogliarsi dei ruoli e delle responsabilità e condividere la nudità dell’anima insieme con quella del corpo.

La sessualità è un motore della crescita interiore, un luogo di passaggio in cui aprirsi alla verità, di se stessi come dell’altro.

Troppo spesso, però, le immagini erotiche di cui nutriamo la nostra immaginazione sono malate di sopraffazione e violenza, somigliano alla pornografia e finiscono per metterci a disagio quando le associamo alla maternità.

Per paura di sporcare la genitorialità di perversione si censura l’erotismo, considerato ingiustamente colpevole di un immaginario pornografico e superficiale, e si evita la scoperta di una sessualità più intima e complice.

In questo modo cestiniamo in blocco la sensualità impedendoci di sperimentarne gli aspetti più belli, legati alla conoscenza reciproca e al piacere di usare il corpo per rivelare le profondità dell’anima.

Essere mamma significa anche: entrare in contatto con una più profonda passionalità.

Scoprire una sessualità che rivela l’anima e parla all’autenticità di ciascuno.

Le mamme non dovrebbero MAI dimenticare che il sesso ha un posto importante nell’Amore.

Nella sessualità come nella maternità si conosce il mistero della vita.

In un rapporto di coppia il sesso è una via maestra per incontrare la spiritualità.

Carla Sale Musio

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