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Mar 03 2017

PRINCIPI AZZURRI E RISARCIMENTO DANNI

“Il mondo è fatto male, c’è troppa corruzione, troppa confusione, troppo opportunismo, troppa falsità…”

L’imperfezione ci rende critici, insofferenti e nervosi.

Vorremmo vivere un’esistenza perfetta in cui regnano la pace, l’amore e il rispetto.

E, quando costatiamo che invece non è così, ci aspettiamo che la vita ci porga delle scuse e ci compensi, ripagando i torti con altrettante opportunità.

Ma come nasce questa pretesa di perfezione?

Dove ha origine il bisogno di vivere un’esistenza facile, nitida, senza fatiche e senza sbavature?

L’equivoco che ci spinge a pretendere più che a dare, è racchiuso nelle impostazioni educative vissute durante l’infanzia.

Atterriamo nella vita portando con noi la certezza che esista un Principio Assoluto capace di farsi carico dei nostri bisogni.

E ci aspettiamo la devozione incondizionata da parte di chi si prende cura di noi.

Poi, quando scopriamo che questa perfezione non esiste, incolpiamo i nostri genitori, sicuri che le loro mancanze siano un affronto che andrà ripagato in qualche modo.

Arriviamo da una dimensione immateriale in cui i codici della Totalità obbediscono a leggi diverse da quelle della fisicità.

E portiamo con noi la certezza che quelle leggi, fatte di onnipresenza, onniscienza, pienezza, interezza e completezza, si applichino anche alla materialità di cui siamo diventati parte.

Forti di una memoria soprannaturale e istintiva, ci aspettiamo che gli adulti impersonino un Potere Divino, capace di assecondare le nostre esigenze.

Ma, nonostante la buona volontà e l’impegno smisurato, nessun genitore potrà mai incarnare quel Principio Assoluto che governa l’immaterialità, fuori dai limiti imposti dallo spazio, dal tempo e dalla dualità in cui ci muoviamo.

In questa nostra dimensione terrena, ciò che rende un genitore competente non è l’onnipotenza ma la possibilità di ammettere le difficoltà e la propria inesperienza.

L’onestà nel riconoscere le mancanze personali è alla base di un rapporto sano e, per raggiungerla, è necessario che mamma e papà abbandonino le vesti della Divinità per indossare quelle dell’umanità, accettando i propri limiti e costruendo le fondamenta di un dialogo che renderà i loro cuccioli migliori, pronti a volare fuori dal nido per confrontarsi con la vita.

Nel mondo fisico, la sicurezza non deriva da modelli di comportamento irreprensibili, ma dalla capacità di accettare le proprie fragilità, misurandosi con l’impegno necessario ad affrontare la realtà.

Avere genitori simili a Dio, rende insicuri, vittime di un confronto impari e sbilanciato in cui il senso d’inadeguatezza si cronicizza nel tempo, facendoci sentire schiavi del giudizio e dell’approvazione degli altri.

L’autostima e l’efficacia personale sono frutto di un’adeguata accettazione delle proprie paure e della volontà necessaria per evolvere i limiti, fino a renderli punti di forza.

La capacità di far fronte alle difficoltà trasforma la vita in un’avventura coinvolgente e appassionante.

Mentre la sensazione d’impotenza che deriva dal raffronto con un’autorità infallibile, annienta la volontà e rende vittime di un potere forte della propria arrogante superiorità.

Una pedagogia nera, vecchia di secoli ma ancora in vita nei metodi educativi che permeano l’educazione moderna, impone al padre e alla madre un’indiscussa superiorità, etichettando le ragioni dei figli come: pretese, capricci, prepotenze, eccetera.

E, quei genitori che non riescono ad adeguarsi al target di perfezione imposto dagli standard pedagogici, pagano il prezzo di un ostracismo sociale e di un’insicurezza interiore, che limita il dialogo e la possibilità di un confronto costruttivo con i figli.

In questo modo, anche chi cerca di costruire un rapporto meno autoritario, finisce per sentirsi inadeguato.

È così che la pretesa di un risarcimento danni s’insinua nella coscienza.

Prende forma dalla rivalsa verso l’autoritarismo subito nell’infanzia e alimenta l’invidia, il rancore, il vittimismo e la paura, occultando il bisogno d’amore e portandoci ad esigere un compenso per le battaglie che è necessario affrontare durante la vita.

Compenso che, nell’immaginario collettivo, giungerà nel momento in cui un Principe Azzurro o una Principessa Azzurra, faranno la loro comparsa per renderci felici.

Nei sogni coltivati da bambini, saranno proprio loro a donarci, finalmente, tutto l’amore che ci è mancato durante l’infanzia, ripagando le inadeguatezze dei genitori e i torti della vita, grazie a una devozione incondizionata.

Il mito di una relazione perfetta e compensativa prende forma nelle fiabe della tradizione, modellando nel tempo una pretesa illusoria e irraggiungibile.

Nessun rapporto di coppia potrà mai ripagare l’angoscia vissuta durante i primi anni di vita.

Ognuno deve scoprire dentro di sé le risorse necessarie per far fronte al dolore, trasformando la sofferenza in saggezza e sviluppando la capacità di vivere con profondità e creatività.

Il rischio di essere pienamente se stessi fa paura e blocca l’espressione dell’autenticità.

Temiamo di ritrovarci soli, privi del sostegno e del riconoscimento delle persone cui vogliamo bene.

Eppure, nella solitudine e nell’ascolto della nostra interiorità si sviluppa una capacità di amare fatta di comprensione e reciprocità.

L’amore che riceviamo è lo specchio dell’amore che sappiamo dare a noi stessi.

Le relazioni di coppia mettono a fuoco le imperfezioni, spingendoci verso l’evoluzione e il cambiamento.  

Per vivere la vita con pienezza e l’amore con Amore, dobbiamo incontrare noi stessi così intimamente da scoprire che il Principe Azzurro e la Principessa Azzurra siamo proprio noi.

Sono le parti di cui abbiamo più paura.

Quelle che ci portano in dono un nuovo punto di vista e ci regalano il coraggio di cambiare gli schemi limitanti, ancorati alla paura della sofferenza.

Nessuno può colmare le lacune del passato senza attraversare il fuoco del cambiamento e senza rivivere il dolore dell’infanzia.

L’ascolto delle proprie parti infantili permette agli adulti che siamo diventati di prendersi cura dei bambini che siamo stati, accogliendo la vulnerabilità insieme alla forza e dando forma a un amore in grado di offrirsi invece che pretendere.

La maturità non è una presunta asetticità emotiva, ma si rivela nella capacità di far convivere la saggezza con l’ingenuità, la fiducia con la paura, l’incoerenza con il bisogno di uniformità.

Nell’accoglienza della propria multiforme autenticità sono nascoste le chiavi dell’amore e il segreto di una relazione libera da potere e presunzione, pronta ad attraversare la vita nella sua infinità generosità.

Carla Sale Musio

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Feb 06 2016

SEPARAZIONE & CODARDIA EMOTIVA

Dietro il pretesto della tenerezza e della compassione, spesso si nascondono interessi che con l’amore hanno ben poco da spartire.

“Non posso separarmi perché la persona che ho sposato ne soffrirebbe troppo ed io non voglio infliggerle un dolore tanto grande!”

A prima vista queste parole possono sembrare cariche di umanità e di rispetto ma, se leggiamo un po’ più in profondità, scopriamo diversi significati ed emozioni.

La stessa frase, infatti, implicitamente asserisce anche:

“La persona che ho sposato non è capace di badare a se stessa e non sa gestire le proprie emozioni, è emotivamente poco intelligente, dipendente e priva di risorse ma, questa sua invalidante abnegazione, gratifica talmente il mio narcisismo che non voglio privarmene per nessuna ragione al mondo. Perciò, anche se non ricambio la sua dedizione e non vivo più alcun coinvolgimento emotivo o erotico nei suoi confronti, preferisco considerarmi indispensabile piuttosto che mettermi nuovamente in gioco e affrontare una reciprocità affettiva che mi spaventa e che mi farebbe sentire vulnerabile e in difficoltà.”

La codardia emotiva è una delle più spiacevoli verità interiori e, in Italia, la chiesa cattolica, prescrivendo l’indissolubilità del matrimonio, ne coltiva abilmente la permanenza nella psiche, permettendo a tanti timorati di Dio di nascondere la paura della propria debolezza e l’arresto della crescita emotiva dietro un’apparente irreprensibilità coniugale.

L’amore, però, è fatto di rispetto, di fiducia e di autenticità, e ha ben poco a che vedere con l’onnipotenza e il narcisismo che derivano dal sentirsi indispensabili nella vita di un’altra persona.

Anche quando quella persona è la stessa che abbiamo sposato.

Sciogliere il matrimonio vuol dire concedere al partner la stima e la libertà che accordiamo a noi stessi, imparando dall’esperienza coniugale vissuta insieme una nuova possibilità di mettersi in gioco e di voler bene.

Come ho detto altre volte, la separazione è sempre un’occasione per approfondire la propria capacità di amare e comporta una grande maturità affettiva.

Lasciare libero il coniuge di vivere i suoi sentimenti e di decidere autonomamente cosa fare della propria vita, significa affrontare la responsabilità di se stessi senza delegare a nessuno le colpe dell’insoddisfazione e dei fallimenti che fanno da contrappunto al bisogno di cambiare e che sottendono la necessità di separarsi.

Dietro alla sbandierata sollecitudine nei confronti di un coniuge, giudicato incapace di sopravvivere alla fine del matrimonio, di solito si nascondono interessi molto lontani dalla premura e dalla attenzione per le sue difficoltà.

Tra questi, oltre alla paura di affrontare una nuova esperienza affettiva (con il suo corollario di incertezze, vulnerabilità e mareggiate emotive) troviamo tanti bisogni materiali, poco altruistici ed essenzialmente mirati a mantenere stabile il patrimonio dei beni coniugali.

Il matrimonio, infatti, è essenzialmente un contratto legale che penalizza chiunque abbia l’ardire di anteporre i sentimenti agli interessi economici.

Decidere di rinunciare alla casa, alla macchina, al doppio stipendio, alle vacanze, ai viaggi e a tutti i confort che la vita a due rende possibili, è una scelta coraggiosa adatta a pochi irriducibili avventurieri, incapaci di barattare l’autenticità con l’attaccamento alle cose.

Lasciare perdere proprietà, possessi e interessi, per inseguire la propria verità, è considerato un lusso e, spesso, una follia, da una società in cui le leggi hanno sostituito l’etica mentre la responsabilità individuale annega sotto una marea di prescrizioni religiose, volte a preservare l’obbedienza invece della maturità emotiva.

I regolamenti, i codici e i decreti, hanno obiettivi diversi dalle esigenze psicologiche, e l’empatia, la sincerità e l’amore non trovano sostegno nei contratti e nelle disposizioni religiose.

Sciogliere un matrimonio è un atto legale che modifica gli accordi patrimoniali e obbliga a scelte finanziarie invece che affettive, invitandoci spesso a barattare l’onestà interiore con il benessere garantito dalla comunione dei beni.

Per separarsi è indispensabile rinunciare al proprio tornaconto economico e all’onnipotenza narcisistica, che spinge a credersi insostituibili per il partner, anteponendo l’autenticità e il rispetto di sé e dell’altro, all’approvazione del mondo.

Ci vuole molto coraggio, apertura, incorruttibilità, lealtà e franchezza per scegliere l’amore senza nascondersi e senza incatenare la crescita psicologica dentro i regolamenti e le comodità.

Separazione e codardia emotiva sono percorsi diversi, capolinea opposti lungo il tragitto che dall’opportunismo conduce alla reciprocità e ad un’autentica capacità di amare.

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STORIE DI PAURA E DI CORAGGIO

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Caterina è innamorata di Roberto da quattro anni.

Insieme condividono momenti teneri, viaggi, sogni, ansie, certezze e paure.

La loro storia d’amore potrebbe essere perfetta se Roberto non fosse sposato con un’altra donna e se, invece che parlare spesso di separazione, si decidesse finalmente a compiere il passo decisivo.

Roberto si lamenta con Caterina della sua vita coniugale, che definisce arida e vuota ma, ogni volta, le responsabilità verso sua moglie lo costringono a rimandare il momento di separarsi, in un procrastinare senza fine.

“Per mia moglie io sono un punto di riferimento e una ragione di vita.”

Dichiara a capo chino davanti alle richieste di Caterina.

“Non posso cancellare con un colpo di spugna tutte le sue certezze. L’amore per te è profondo e innegabile ma… sono costretto a vivere con lei!”

* * *

Alberto e Claudia non hanno rapporti sessuali da moltissimo tempo.

Il loro matrimonio è fatto di attenzioni e premure ma l’intimità fisica, è del tutto assente e, dopo anni di tentativi inutili, Alberto ha abbandonato ogni approccio, sentendosi sempre meno attraente e ferito nella sua virilità.

Ultimamente, a complicare le cose ci si è messa anche l’insegnante d’informatica che non nasconde un grande trasporto per lui e non perde occasione per ricordargli che: “Quando i matrimoni non funzionano bisogna chiuderli, senza tergiversare!”

Alberto è lusingato da quelle attenzioni e vorrebbe ricambiare i sentimenti della donna, ma l’insicurezza lo rende timido e pieno di paure.

Da troppo tempo ha rinunciato ad ascoltare i suoi bisogni profondi e il forte desiderio fisico che prova per lei lo spaventa e lo spinge a chiudersi.

È vero, il legame con sua moglie è privo di erotismo e di passione, ma l’idea di abbandonare la vita coniugale, fatta di ritmi immutabili e prevedibilità, per andare incontro all’incertezza e al tumulto interiore che accompagnano l’amore, lo terrorizza.

Così, con grande determinazione decide di non frequentare più i corsi d’informatica.

“Non posso separarmi.” confessa, scrollando la testa “Mia moglie ne soffrirebbe troppo e non voglio darle un dolore così grande!”

* * *

Quando Francesca conosce Simona, è come se una manciata di sogni colorati la trasportasse dentro un mondo nuovo, fatto di creatività, di entusiasmo e di… passione.

Colta di sorpresa, Francesca è spaventata e incredula di fronte alla scoperta di quei sentimenti per un’altra donna.

Ma, pur sentendosi pazza e incosciente, insegue il filo di un desiderio che diventa sempre più intenso e profondo, fino a costringerla a guardare negli occhi le sue paure e a prendere una decisione. Rimandata per troppo tempo.

Lascerà suo marito, la loro bella casa, il giardino, l’automobile, i viaggi, le vacanze, i regali, le feste, le cene con gli amici e la stima dei parenti.

Non le importa dei soldi, delle comodità e dei vantaggi sociali che derivano dall’aver fatto un buon matrimonio!

Prenderà in affitto una stanza e farà quadrare lo stipendio con la sua voglia di cambiare.

“È il prezzo da pagare per la libertà!” dice a se stessa, mentre cammina mano nella mano con Simona, lasciando che suo marito gestisca come vuole la separazione, le case, le ricchezze e i tanti oggetti acquistati insieme e che, adesso, non le appartengono più.

Carla Sale Musio

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Dic 14 2015

SEPARARSI O ASPETTARE ANCORA?


Procrastinare la separazione serve a nascondere la paura di affrontare un bilancio che, spesso, sembra chiudersi soltanto in perdita.

Un pericoloso vissuto di fallimento, infatti, accompagna la decisione di porre fine al matrimonio, offuscando la crescita affettiva dietro un’interminabile lista di recriminazioni e mancanze.

Proprie o del coniuge.

Liberarsi dalla sensazione di aver sbagliato tutto non è facile.

Occorre una grande capacità introspettiva per gestire l’indipendenza senza colpevolizzare nessuno e senza censurare il cambiamento che, inevitabilmente, ogni separazione porta con sé.

La vita di coppia ci regala consapevolezze nuove.

E una diversa maturità affettiva prende forma dallo scambio e dal continuo imparare l’uno dall’altro.

Stare insieme significa crescere insieme.

Tuttavia, non sempre la crescita avanza con lo stesso passo per entrambi e può succedere che lungo il percorso il divario diventi incolmabile, costringendo alla scelta di separarsi.

Questo non vuol dire dover ripartire da zero.

Separarsi non attesta una patologica immaturità affettiva.

Al contrario, significa onorare i frutti del matrimonio, accogliendo con responsabilità la maturità che consegue allo stare insieme e all’avere imparato a volersi bene senza imprigionarsi in un rapporto che implora maggiore autonomia.

L’amore passa attraverso tante esperienze e ognuna ci permette di andare più a fondo nella capacità di condividere e di conoscere l’intimità, nostra e di un’altro essere.

Lungo la strada che dall’egocentrismo conduce alla maturità, la crescita psicologica si misura osservando la capacità di accogliere le diversità (proprie e dell’altro) senza censurarle o demonizzarle.

Questo cammino ci guida ad attraversare la possessività e la gelosia e ci conduce verso una sempre maggiore capacità di amare con disinteresse e generosità.

La separazione rappresenta una tappa fondamentale dello sviluppo emotivo, perché permette all’amore di dispiegarsi anche nel rispetto di quelle differenze che rendono impossibile la prosecuzione della vita insieme.

Ecco perché per affrontare una separazione occorre una grande capacità di amare.

Talmente grande da mettere la libertà di entrambi al primo posto, senza soffocare il calore, l’attenzione e la cura, dentro una prigione di obblighi e imposizioni reciproche.

Lasciarsi liberi di essere se stessi è un’importante prova d’amore, soprattutto quando questo significa disfare il progetto di una vita insieme.

Servono: molto coraggio, molta energia e molta amorevolezza.

Il bombardamento religioso della chiesa cattolica, volto a colpevolizzare chi decide di percorrere questa strada, additandolo come peccatore e, perciò, immorale e vizioso, certamente non aiuta a trovare le forze per affrontare i passaggi necessari.

Si è costretti a sopportare la commiserazione e le accuse di tanti credenti, pronti a puntare il dito alla ricerca di un colpevole, e questo rende difficile permettere che le ragioni del cuore guidino la coscienza a fare ciò che invece è più giusto.

Ascoltare la propria saggezza interiore, piuttosto che conformarsi acriticamente ai precetti religiosi, è il primo passo verso l’autonomia.

Per superare la sensazione d’inadeguatezza e i vissuti di fallimento indotti dal contesto sociale è di aiuto darsi degli obiettivi concreti e pianificare materialmente le tappe del cambiamento.

La concretezza, infatti, permette di rimanere ancorati alla realtà piuttosto che lasciarsi travolgere dai giudizi negativi, sprofondando in quel procrastinare che annebbia la coscienza rendendo difficile ogni decisione.

È utile:

  • consultare un avvocato e comprendere come sia possibile dividere la situazione patrimoniale

  • assicurarsi una fonte di reddito autonoma o procurarsi un lavoro indipendente dal coniuge

  • individuare un luogo dove poter vivere ognuno per conto proprio, senza doversi incontrare ogni giorno

  • crearsi degli interessi nuovi

  • frequentare persone diverse

  • gestire la solitudine senza cercare consensi tra gli amici e i parenti

  • permettersi di assaporare la sensazione di libertà che accompagna la delusione e la tristezza durante il periodo di cambiamento

Imparare a stare soli con se stessi è il compito più difficile da affrontare, dopo aver trascorso tanto tempo insieme sotto lo stesso tetto.

La paura spinge a sfuggire questa prova, annebbiando la mente con mille pretesti e ingigantendo le difficoltà.

Darsi degli obiettivi pratici aiuta a mantenere il contatto con la razionalità, permettendoci di osservare le cose con meno pathos e più lucidità.

Separarsi è un percorso irto di dubbi e di paure ma, proprio dal superamento di queste insicurezze, può nascere una nuova occasione di esprimere l’amore con saggezza e profondità.

Dalla distanza e dall’autonomia scaturisce la possibilità di ricominciare.

A volte, anche quel matrimonio che sembrava finito.

Carla Sale Musio

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Nov 13 2015

SEPARAZIONE: affrontare il cambiamento interiore

La paura della separazione paralizza la crescita interiore impedendo all’amore di svilupparsi nei modi naturali che gli sono propri.

Troppo spesso confondiamo la possessività con l’affettività, senza renderci conto che l’amore, quello vero, non rivendica diritti, interessi o proprietà, ma conduce a sviluppare le potenzialità interiori seguendo un percorso proprio, che è diverso per tutti.

Questo percorso, a volte, comporta la separazione tra i coniugi.

Amare un’altra persona vuol dire accostarsi alla profondità di un altro essere, scoprirne le peculiarità e condividerne le emozioni.

Ma soprattutto, significa mostrare la propria vulnerabilità e sperimentare modi sempre diversi di osservare la vita, arricchiti dal punto di vista dell’altro e dal desiderio di rinnovarsi per nutrire la relazione.

L’intimità permette di fare nuove scoperte su di sé, aiutandoci ad accogliere la fragilità.

Nostra e del partner.

È un percorso di crescita che passa attraverso un susseguirsi di sfide, fino a raggiungere un’accettazione priva di pretese e di giudizi.

Da quest’apertura incondizionata nasce la possibilità di separarsi e di accogliere se stessi e il coniuge nel proprio bisogno di autonomia.

In Italia la chiesa cattolica, proclamando l’indissolubilità del matrimonio, ha demonizzato la separazione, trasformando un momento delicato e importante della crescita emotiva in una scelta condannata da Dio e perciò destinata a generare dolore e fallimento.

Tuttavia la visione religiosa è molto distante dalla realtà psicologica.

La capacità di separarsi, infatti, è una conquista dell’autonomia, un momento dell’evoluzione affettiva che rende possibile l’Amore con la A maiuscola, libero dai vincoli del possesso e dell’orgoglio e capace di rispetto e comprensione anche nelle divergenze.

La separazione è una tappa fondamentale nella scuola del voler bene perché segnala una reciprocità matura, un dare che non pretende e non possiede ma accoglie e comprende, senza riserve.

Da questa pienezza emotiva nascono quelle che oggi sono chiamate “famiglie allargate”, gruppi di persone unite dal rispetto gli uni per gli altri e capaci di condividere l’amore per i figli e per se stessi, senza possesso e senza pretendere un’uniformità di obiettivi e d’interessi.

Uniformità imposta dal pensiero cattolico a discapito della realizzazione personale e dell’evoluzione affettiva e psicologicamente impossibile da raggiungere.

Separarsi e affrontare il cambiamento interiore significa lasciare che l’amore coniugale evolva nella libertà, senza perdere di vista l’impegno preso con i figli e senza abiurare l’amore che unisce nel compito di genitori.

Questa nuova indipendenza è possibile soltanto quando ognuno prende su di sé la responsabilità della propria vita e della propria evoluzione, e smette di delegare al partner le colpe o il fallimento della relazione.

In questa chiave, infatti, non ci sono colpe e nemmeno fallimenti, ma una crescita affettiva che passa attraverso l’emancipazione reciproca.

Ciò che importa non è la continuità della convivenza ma l’evolversi di una relazione che nasce con l’innamoramento e prosegue senza interruzioni verso tappe diverse del volersi bene.

Anche quando la passione si trasforma in una comprensione fatta dell’accettazione delle reciproche divergenze.

L’equilibrio poggia sull’ascolto del proprio mondo emotivo e permette di coltivare nuovi interessi ed entusiasmi.

Consentendo a se stessi di perseguire obiettivi in linea col mondo interno ci si apre al cambiamento, lasciando che la crescita emotiva, un passo dopo l’altro, conduca al raggiungimento di una sempre più profonda capacità di voler bene (sia a noi stessi che alle persone con cui abbiamo percorso un tratto di vita).

Nell’amore i momenti di condivisione si alternano ai momenti di solitudine e insieme danno forma a un sentire sempre più profondo, fino a permettere un’accettazione incondizionata di se stessi, della vita e di chi abbiamo a fianco.

Carla Sale Musio

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Ago 12 2015

SEPARAZIONE E RESPONSABILITÀ

La separazione è un passaggio di crescita, delicato e importantissimo verso il raggiungimento di una più profonda maturità affettiva.

Sciogliere un matrimonio significa fare i conti con se stessi e con le proprie responsabilità.

Durante la vita coniugale, l’abitudine a condividere ogni scelta conduce facilmente a incolpare il coniuge dei propri fallimenti e delle proprie paure, permettendo all’immagine idealizzata di sé di crescere al riparo da pericolosi confronti con la realtà.

“Se fosse per me… ma la mia metà non è d’accordo!”

Frasi come questa consentono di non confrontarsi con le scelte e con i bisogni personali e allontanano da un ascolto autentico di se stessi, delegando al partner tutte le responsabilità.

La separazione è un momento insostituibile dell’evoluzione affettiva.

Infatti, la scelta di non condividere insieme l’esistenza costringe a osservare se stessi con autenticità e a misurarsi anche con gli aspetti meno edificanti del proprio modo di essere.

Chi si separa deve affrontare il fallimento di un progetto di vita insieme.

Un progetto in cui ha creduto fino al punto di vincolarsi legalmente e che, di sicuro, non aveva previsto di dover abbandonare.

Rinunciare alla vita matrimoniale e ritrovarsi improvvisamente single significa esaminare le ragioni che hanno causato la fine del matrimonio, assumendosi l’onere dei propri sbagli e della propria inesperienza.

La capacità di prendere su di sé ogni responsabilità, anche quando le cose che non vanno secondo i nostri piani, determina un’importante crescita psicologica e, paradossalmente, schiude nuovi orizzonti all’amore.

Nei momenti magici dell’innamoramento, infatti, è facile fare progetti e lasciarsi trasportare dall’entusiasmo.

Nelle difficoltà e nella solitudine, invece, emerge l’autenticità delle persone e si fa strada una nuova comprensione di se stessi e degli altri che amplifica la capacità di voler bene.

I fallimenti indicano cosa va migliorato e ci offrono un’occasione preziosa di cambiamento.

Guardare i propri difetti, rinunciando alla pretesa di apparire migliori, è un passaggio difficile che tanti preferiscono nascondere sotto la coltre spessa delle buone ragioni per cui è meglio evitare di sciogliere un matrimonio.

È più facile lasciare che le abitudini si trascinino un giorno dopo l’altro, piuttosto che affrontare il fallimento dei progetti costruiti insieme.

La religione dà man forte alla paura del cambiamento, sostenendo la rinuncia alla crescita emotiva in favore di una convivenza senza emozione, fatta di abnegazione e sacrificio.

Gli psicologi, invece, affermano che lo sviluppo affettivo non deve bloccarsi e, quando in un rapporto mancano l’intimità e la reciprocità, diventa necessario rimboccarsi le maniche e assecondare la crescita, anche se questo comporta la fine del matrimonio.

Ciò che è stato unito da Dio non può essere sciolto dagli uomini!”

Affermano con autorità i ministri della Chiesa, ma per gli specialisti sono gli uomini a delegare a Dio tutte le responsabilità, senza doversi caricare il peso delle proprie scelte e dei propri sbagli.

Nella separazione, infatti, le colpe vanno sempre divise a metà e, quando si raggiunge quel punto di non ritorno, nessuno può evitare di guardare le implicazioni personali.

Questo non vuol dire, però, che l’amore sia finito.

L’amore difficilmente finisce, più spesso… cambia!

L’autonomia è un passaggio importante della crescita affettiva.

Quando ci si lascia liberi di imboccare strade diverse, l’abnegazione cede il posto alla comprensione, determinando una competenza affettiva che trasforma il coinvolgimento del passato in considerazione, stima e solidarietà nel presente.

È facile amarsi quando si condividono interessi, progetti, idee e passioni.

Ben diversi sono invece gli entusiasmi quando la vita ci chiede di seguire percorsi differenti.

In questi casi il coinvolgimento si trasforma in rispetto, sviluppando la capacità di lasciarsi liberi, piuttosto che costringersi a vivere dentro una reciprocità artificiosa e non condivisa interiormente.

La separazione è quel momento della crescita affettiva in cui l’amore, rinunciando per sempre al possesso, tocca la profondità dell’autonomia e sviluppa la libertà insieme al rispetto.

Per noi stessi e per chi abbiamo amato.

Carla Sale Musio

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Mar 03 2015

MARITO E MOGLIE? OGNUNO A CASA SUA

Quando un rapporto di coppia funziona, la tradizione vuole che i partner, presto o tardi, decidano di mettere su casa insieme. 

La convivenza è considerata il fondamento di una buona unione coniugale, la prova del nove per verificare la solidità e la capacità di condividersi.

Scegliendo la coabitazione, infatti, si passa dalla vita da fidanzati alla vita matrimoniale, anche quando i riti (religiosi o legali) non sono stati celebrati.

Ma vivere insieme è davvero un passo indispensabile per cementare l’amore coniugale?

Non tutte le coppie sono d’accordo.

E, se la maggior parte ritiene che la convivenza sia il momento clou di un rapporto amoroso, alcune preferiscono conservare l’autonomia, nonostante il legame profondo e duraturo che le unisce.

O, forse, proprio per onorare la loro intimità.

La decisione di vivere in case separate, infatti, oltre a valorizzare il bisogno di libertà di ciascuno coltiva la freschezza e la reciprocità dell’amore.

Così, mentre la convivenza azzera la privacy tra i coniugi, costringendoli a condividere ogni momento della quotidianità, abitare ciascuno in una casa propria permette di scegliere quando dedicarsi a se stessi e quando incontrare il partner, e fa sì che il tempo della coppia diventi un tempo prezioso, invece che l’inevitabile conseguenza dell’abitare i medesimi spazi.

Vivere in abitazioni separate permette di gestire la casa secondo i propri criteri e il proprio gusto, trasformandola in un luogo personale e intimo dove isolarsi e accogliere l’altro senza delegare a nessuno le responsabilità della solitudine o dell’incontro.

A casa propria ognuno è costretto a occuparsi di quanto è indispensabile per la sopravvivenza.

Bisogna fare le pulizie, pagare le bollette, scegliere gli arredi, decidere cosa e quando mangiare, dove e quanto dormire… e diventa impossibile attribuire all’altro l’onere delle proprie scelte di vita.

Ognuno decide per sé.

Non si DEVE fare tutto insieme ma si può scegliere di mangiare insieme, di dormire insieme, di fare l’amore o di incontrare gli amici, rispettando l’individualità e l’autonomia, propria e del partner.

Chi preferisce questo stile di vita, di solito ha già sperimentato la coabitazione e ne ha verificato il limite sulla propria pelle.

Nella convivenza, infatti, un pericoloso annientamento dell’autonomia individuale minaccia costantemente il legame (e la crescita psicologica), rendendo difficile valutare se si sta insieme per amore o per abitudine.

La scelta di abitare in case separate non è, quindi, una scelta di comodo o, peggio, una fuga dall’intimità ma, al contrario, una possibilità (matura e consapevole) di coltivare la reciprocità nel rapporto di coppia, evitando l’evasione dalle responsabilità insieme alle trappole dell’abitudine.

E questo anche quando ci sono dei figli.

I bambini, infatti, vivono con partecipazione e con divertimento la casa del papà e la casa della mamma, e imparano a conoscere modi diversi per fare le cose e affrontare la vita di tutti i giorni.

Proprio come i figli dei genitori separati, anche i figli delle coppie che non vivono insieme conoscono una maggiore ricchezza di possibilità espressive e godono di un rapporto esclusivo sia con la mamma che con il papà.

Liberi dalla pretesa di avere genitori monoblocco, privi di autonomia e di una personale filosofia di vita, questi bambini imparano a comportarsi in modi conformi alle esigenze di ciascuno e acquisiscono, insieme all’unione familiare, anche la libertà e l’indipendenza.

Ciò che cementa una famiglia, infatti, non è la convivenza ma la capacità di volersi bene senza possesso.

Con rispetto, dedizione e reciprocità.

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“OGGI DORMIAMO DA TE O DA ME?”

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Maurizio e Valentina si sono conosciuti da grandi.

Entrambi hanno alle spalle un matrimonio fallito.

Entrambi hanno vissuto con dolore la separazione.

Entrambi hanno dovuto riorganizzarsi una nuova vita, single.

Quando scoprono di essersi innamorati le ferite del passato sono ancora brucianti e li spingono a una riflessione profonda sul significato dell’amore e della convivenza.

Il desiderio di trascorrere insieme la vita è forte e l’entusiasmo li sprona a ricominciare tutto da capo… ma la saggezza, maturata con la sofferenza e con l’esperienza, li spinge a compiere una scelta nuova.

Così, dando fondo ai loro risparmi acquistano due appartamentini adiacenti.

La casa di Maurizio e la casa di Valentina.

Due abitazioni piccole ma essenziali, accoglienti, intime e… ricche di opportunità, proprio come l’amore che li unisce.

In questo modo, ognuno potrà continuare ad assaporare la propria indipendenza insieme alla possibilità di trascorrere il tempo insieme.

E se, in futuro, si stancheranno di quest’autonomia, potranno aprire una porta nel muro di confine tra le case e fondere i due appartamenti in un unico spazio comune.

*  *  *

Quando Cinzia conosce Daniele è reduce da una storia che ha logorato la sua autostima e la sua indipendenza.

Infatti, nel tentativo di essere la ragazza giusta per il suo partner, ha smesso di ascoltare se stessa e i suoi bisogni sentendosi costantemente inadeguata e sola.

Con Daniele nasce subito un sentimento tenero e coinvolgente tuttavia, per paura di ripetere gli errori del passato, Cinzia mette immediatamente sul piatto il suo bisogno di libertà e di indipendenza.

In cuor suo si aspetta il peggio… ma Daniele è incuriosito dalle sue scelte anticonvenzionali e  si dichiara pronto a mettersi in gioco, nonostante le diversità che esistono tra loro.

Per entrambi la comprensione e la sincerità sono i valori più importanti e su queste basi germoglia un amore profondo.

Quando verificano nel tempo la solidità della loro relazione decidono di mettere su casa insieme.

Naturalmente ognuno la sua.

Così, Daniele acquista un grande appartamento dove ospitare Cinzia e all’occorrenza anche gli amici.

Cinzia, invece, compra per sé una mansarda, intima e riservata, in cui rifugiarsi quando il bisogno di solitudine si fa sentire.

Insieme selezionano i mobili e gli arredi, e insieme comunicano ai parenti le loro scelte di vita.

Compreso quella di avere un bambino.

Gli amici li osservano sorpresi, ma la complicità che esiste tra loro due non lascia dubbi, e infine anche i più scettici sono costretti ad arrendersi davanti alla profondità dei sentimenti che li uniscono.

*  *  *

Matteo ha due case.

La casa della mamma è a un passo dalla scuola e proprio di fronte a quella del suo compagno di banco.

La casa del papà, invece, è in campagna, in mezzo al verde e con tanti animali.

Il padre e la madre di Matteo hanno deciso di abitare in due case diverse, una in città e una in campagna, perché la mamma ha aperto un negozio di alimenti biologici e il papà invece gestisce un’azienda agricola.

Durante la settimana capita spesso che il papà venga a trovare la mamma e Matteo, e anche che si fermi a cena o a dormire, mentre nel fine settimana, o quando la scuola è chiusa, Matteo preferisce stare in campagna, dove spesso invita i suoi amici e dove, finalmente, può fare tutte le cose che in città non si possono fare, come arrampicarsi sugli alberi, giocare con la terra, andare in bicicletta, raccogliere bacche, fiori e frutti, costruire casette con rami secchi e pietre, occuparsi degli animali, eccetera…

Carla Sale Musio

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Nov 28 2014

AMARE… OLTRE IL POSSESSO

Volersi bene significa riconoscersi, comprendersi, accogliersi e sostenersi nei momenti felici e nelle difficoltà della vita.

Una relazione di coppia fondata sull’amore è capace di far fronte anche alla fine dell’innamoramento e alla nascita di una nuova autonomia dei partner.

La stima, il rispetto e la reciprocità, infatti, portano a condividere i punti di vista e ad accettare le differenze senza ostilità e senza rinunciare alla propria verità.

L’amore è un percorso di crescita in cui ognuno impara nuovi modi di esprimersi e di rapportarsi.

Con se stesso, con gli altri e con la vita.

Un percorso in cui si affrontano gli eventi belli e brutti che costellano la quotidianità, e ci si conosce profondamente e intimamente.

Da questa condivisione scaturisce una nuova consapevolezza di sé.

Più variegata e completa, e anche più ricca di possibilità.

Con i propri comportamenti e sentimenti ognuno sollecita il mondo interno dell’altro, facendo emergere le difficoltà interiori che spesso bloccano la crescita individuale, e stimolando il bisogno di mettersi in gioco in modi sempre nuovi e sempre più profondi.

L’amore di coppia è un’esperienza unica e preziosissima perché conduce progressivamente a una nuova visione della realtà permettendoci di raggiungere una maturità affettiva altrimenti impossibile.

La prova del nove nel rapporto coniugale consiste nella capacità di affrontare le differenze che impediscono di proseguire a braccetto lungo il cammino della vita.

La separazione rappresenta uno di questi delicati momenti di svolta.

Affrontare la conclusione di un matrimonio, vuol dire permettere a se stessi e al partner di sperimentare una nuova autonomia, e presuppone una capacità di amare: stabile, profonda e duratura.

Segna il raggiungimento di una pienezza affettiva cui non tutti riescono ad arrivare.

E cementa l’unione interiore rendendola indissolubile.

È facile amarsi quando si condividono le stesse scelte e la medesima visione della vita.

La profondità dei sentimenti si rivela quando la crescita di ciascuno procede attraverso percorsi diversi.

In quei momenti l’amore vero dispiega tutta la sua verità, palesando se stesso.

Non perché ci si costringe ostinatamente a condividere tutto insieme, bloccando la crescita.

Come, purtroppo, succede spesso.

Ma perché si comprende la necessità di differenziarsi, senza reprimerla e senza pretendere l’uno dall’altro una reciprocità che spontaneamente non esiste più, se non nell’accoglienza del bisogno di procedere da soli lungo le strade della vita.

La reciprocità, infatti, non è sinonimo d’amore e spesso si trasforma in una pretesa di possesso.

Durante la separazione l’amore è messo alla prova.

Abbracciare i bisogni di autonomia, accogliere la nascita di una nuova relazione, accettare di proseguire da soli il proprio percorso… sono tappe importanti della crescita emotiva.

Evidenziano una profonda capacità di amare e segnalano una maturità affettiva non più vittima dell’egoismo o delle convenienze, ma libera di dare e di comprendere.

Senza possesso e con libertà.

L’amore è un dono che l’esistenza ci regala e che incoraggia il bisogno di donare aiutandoci a superare l’egoismo e la possessività.

Amore e possesso sono due poli opposti lungo la strada della crescita interiore. 

Amare significa aprirsi fino ad accogliere una realtà diversa dalla propria, lasciando, a se stessi e all’altro, la libertà di scegliere se camminare insieme o proseguire soli.

Carla Sale Musio

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Gen 04 2014

VITTIMA O CARNEFICE?

Fabrizia non sa come fare.

Si è innamorata di un altro uomo e ormai da diversi mesi cerca inutilmente di separarsi da suo compagno, Raffaele.

Appena ha capito che l’amore tra loro era finito Fabrizia gli ha raccontato ogni cosa con sincerità e insieme hanno deciso di chiudere la loro relazione.

Subito dopo, però, Raffaele ha cominciato a piangere, a minacciare il suicidio, a supplicarla di non lasciarlo perché lui non può vivere senza di lei, a descrivere la desolazione in cui sprofonderà nell’istante in cui Fabrizia si allontanerà da lui… e adesso lei si sente una vile.

Con che cuore può abbandonare l’uomo che è stato al suo fianco con tanta devozione e per tanto tempo?

Come potrebbe andarsene sapendo che lui desidera soltanto farla finita per non soffrire più la sua mancanza?

Da allora prende tempo, divorata dai sensi di colpa, sperando che accondiscendere ancora per un po’ a quelle suppliche possa servire a convincerlo che non è più possibile vivere insieme.

Raffaele da allora l’accontenta in tutto: è gentile, accondiscendente, devoto e pronto a fare qualunque sacrifico pur di non perdere il suo status di “compagno ufficiale di Fabrizia”.

È disposto anche a chiudere un occhio su qualche scappatella, basta che avvenga senza clamore e con discrezione, e preferisce rinunciare all’orgoglio pur di non sopportare l’umiliazione pubblica di essere lasciato per un altro uomo.

*  *  *

Simone ama Nicoletta e insieme condividono momenti di grande complicità e tenerezza.

La loro è sempre stata una relazione clandestina fatta di momenti rubati al ritmo frenetico e impegnativo della vita familiare di Simone e al lavoro in ospedale che entrambi svolgono con grande dedizione.

Tuttavia, dopo un anno di appuntamenti segreti, Simone non riesce più a censurare la verità del suo cuore.

Così, afferra il coraggio a due mani e racconta ogni cosa a sua moglie, Gabriella, nel tentativo di trovare con lei un modo di affrontare il cambiamento senza creare traumi.

Da tempo Gabriella è consapevole della freddezza sessuale che affligge la loro intimità, sono ormai anni che dormono in camere separate e condividono insieme soltanto l’amore per i loro figli.

Ma, dopo aver analizzato con Simone l’inevitabilità di una separazione (ufficializzata e condivisa anche con il resto della famiglia) Gabriella si trasforma di colpo in una moglie perfetta.

Ogni giorno gli fa trovare un fiore, è sempre disponibile a sbrigare le interminabili faccende di casa, accompagna i figli dappertutto (a scuola, dagli amici, in palestra, alle partite, al catechismo e al doposcuola).

E, nei giorni di festa, con un enorme sorriso stampato sulle labbra, accoglie i parenti e gli amici con pranzi e cene prelibate servite come in un ristorante di lusso.

Gabriella non perde occasione per coccolare Simone con mille premure e sembra essersi completamente dimenticata delle rivelazioni in merito alla sua relazione con Nicoletta e alla decisione di mettere ordine nel loro matrimonio bianco.

Agli occhi di tutti Gabriella appare la donna ideale, capace di prendersi cura della famiglia con pazienza e con amore.

“Beato te, Simone!” esclamano gli amici, invidiando la devozione e le attenzioni che Gabriella gli riserva ogni giorno “Hai davvero tutto quello che si può desiderare in una donna!”

*  *  *

Elena si è innamorata del suo vicino di casa, Riccardo.

Pensa a lui ogni momento e quando lo incontra sente il cuore battere a mille.

Ha cercato di evitarlo, di non pensarci e di distrarsi lavorando con maggiore impegno e concentrazione, ma è stato inutile!

Le basta solo udire il timbro della sua voce per sobbalzare e perdersi in un mare di fantasie.

Analizzando se stessa, però, ha capito che quell’amore fantasticato, censurato e impossibile è il segnale che stava aspettando.

Da tempo, infatti, il suo matrimonio è diventato un susseguirsi d’impegni e doveri senza l’energia corroborante della complicità.

È per questo che, armata di coraggio e di sincerità, decide di affrontare il discorso con suo marito, Franco.

Elena è a conoscenza della relazione che da molti anni lega Franco a un’altra donna.

In passato ha pensato che il tradimento fosse la conseguenza del loro amore troppo tiepido.

Tuttavia, sentendo che per lei non era ancora arrivato il momento di scrivere la parola “fine”, aspettava fosse lui a rivelarle spontaneamente la verità.

Oggi, invece, è risoluta a non tergiversare più e affronta l’argomento con Franco, pronta a trovare una soluzione che permetta a ciascuno di vivere i propri sentimenti alla luce del sole.

Franco, però, non accetta l’idea di separarsi da lei e, imprevedibilmente, le dimostra un attaccamento appassionato, dichiarandosi disposto a fare qualunque cosa pur di non perderla e trasformandosi nell’amante, nell’amico, nel confidente e nel complice che Elena ha sempre desiderato e mai trovato in tanti anni di vita insieme.

Ora Elena non sa più che cosa fare.

È vero, il suo cuore batte per un altro…

Ma come può separarsi da suo marito senz’altro motivo che un sogno, coltivato da sola?

Con che coraggio distruggerà il matrimonio proprio adesso che, improvvisamente, è diventato perfetto?

Elena si sente un’egoista.

E, mentre cerca inutilmente di estirpare dai suoi pensieri la tenerezza che prova per Riccardo, si chiede quanto sia giusto rinunciare al cuore per vivere accanto a un uomo perfetto che sente di non amare più.

Non ascoltare i suoi sentimenti la fa sentire in trappola e poco sincera.

Interpretare la parte della cattiva agli occhi del mondo e percorrere la sua strada nonostante il giudizio negativo della gente, le fa paura.

“Che frivola e superficiale! Lasciare un uomo così buono e bravo per correre dietro alle sue fantasie!” borbottano incessantemente le malelingue nella sua testa.

Allora si chiude nel mutismo e prende tempo.

Un giorno dopo l’altro.

*  *  *

Tra Fabrizia e Raffaele, Simone e Gabriella, Elena e Franco, si è innescata una pericolosa guerra psicologica, una competizione sotterranea e indicibile per conquistarsi il titolo di vittima ed evitare la dolorosa ammissione delle proprie responsabilità nella chiusura di una relazione che non funziona più.

Nessuno di loro riesce ad accettare di essere, oltre alla vittima, anche il carnefice della propria storia d’amore.

Così, mentre cercano di rubarsi il copione l’un l’altro spargono in giro i semi del ricatto affettivo, intrappolando se stessi e il partner in una prigione dalle sbarre invisibili.

Ma ogni vittima deve avere un carnefice e, nel disperato tentativo di delegare le mancanze all’esterno di sé, ognuno (pur di sottrarsi alla colpa) si ritrova incatenato a un copione perdente.

Fabrizia sfugge il  suo cambiamento emotivo e il coinvolgimento con un altro uomo accondiscendendo passivamente alle richieste di Raffaele.

Raffaele evita di mettersi in gioco e di affrontare la sua solitudine colpevolizzando Fabrizia e indossando i panni della vittima.

“È lei il mostro che vuole lasciarmi dopo tutti i sacrifici che ho fatto per amore suo!” afferma arrabbiato e ferito.

“… ma lui potrebbe morire se solo smettessi di stargli vicino!” dichiara lei, schiacciata dalla presunzione di essere l’unica al mondo in grado di tenerlo in vita (e perciò vittima di una forzata convivenza).

Franco e Gabriella evitano il cambiamento trasformandosi nel marito e nella moglie perfetti, vittime dei capricci di un partner libertino e impossibile.

“Guardate mio marito (o mia moglie) quanto è cattivo! Guardate quanto si approfitta di me, come mi sfrutta e mi maltratta ingiustamente!” sembrano dire al mondo con i loro comportamenti irreprensibili e abnegati.

Elena e Simone, inchiodati al ruolo di peccatori egoisti e senza sentimenti, cercano di evitare il biasimo incatenandosi a un matrimonio che interiormente non sentono più.

Ognuno di loro combatte una battaglia con se stesso per eludere il verdetto negativo della gente e assicurarsi approvazione, stima, assoluzione e perdono.

Ma dietro ai giochi di ruolo, alle maschere e al desiderio di ricevere conferme dagli altri si annida la paura del cambiamento e il tentativo infantile di evitare la propria crescita emotiva.

La fine di una storia d’amore implica sempre una dolorosa revisione dei comportamenti che hanno determinato la conclusione del rapporto.

La bilancia delle responsabilità non pende mai da una parte soltanto, entrambi i partner contribuiscono (in modo consapevole o inconsapevole) ad annacquare la passione e la complicità dell’innamoramento fino a trasformare l’amore tra loro in un sentimento soltanto fraterno.

La capacità di amare e di mettersi in gioco, però, cresce con l’esperienza e fuggire dalle difficoltà emotive, nascondendosi dietro una maschera di tolleranza e di bontà, porta a ripetere gli stessi comportamenti e a rivivere le medesime situazioni,  come in un film in cui, nonostante cambino gli attori, la trama rimane identica.

Soltanto la capacità di sopportare la propria crudeltà senza sfuggirla può sciogliere i nodi nascosti nel mondo interiore, liberando l’energia distorta della paura e dispiegando nella vita tutto il suo potenziale creativo e affettivo.

Indossare le vesti del cattivo non ci piace.

Preferiremmo sentirci sempre buoni, amabili e giusti.

Il bisogno di crescere, però, si scontra con la delusione e il tradimento delle aspettative che altri hanno riposto su di noi.

Infrangere le loro attese può farci sentire sbagliati, egoisti e crudeli.

In quei momenti, per evitare il ruolo doloroso del carnefice, non esitiamo a indossare i panni della vittima, recitando un copione melenso che ci porta a odiare interiormente proprio chi con quei comportamenti vorremmo invece convincere della nostra bontà.

Si formano così delle trappole psicologiche, circoli viziosi che nascondono i veri sentimenti dietro la maschera di un falso sé e impediscono la crescita, facendoci sentire profondamente sbagliati e rafforzando ulteriormente i comportamenti di copertura.

La maturità porta con sé anche la capacità di deludere le persone che abbiamo intorno e di affrontare con autenticità i nostri cambiamenti.

Tradire le aspettative degli altri rivelando la propria verità interiore può essere un momento doloroso e irto di difficoltà.

Durante tutto il corso della vita la crescita ci sprona inesorabilmente verso la trasformazione.

Bloccarne il percorso e l’energia è la matrice dell’ipocrisia che affligge la nostra società.

Il bisogno infantile di protezione e di sicurezza ci spinge a tenere in piedi comportamenti ormai superati, nel tentativo di evitare l’angoscia della solitudine e dell’ignoto.

Tuttavia, il coraggio di andare incontro alla paura e all’inesperienza (che accompagnano inevitabilmente i cambiamenti) è il segnale evidente della maturità e della capacità di amare.

Rimanere fedeli a se stessi nonostante i giudizi del mondo è il più grande atto di autonomia e di libertà che un individuo possa compiere.

Carla Sale Musio

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Nov 23 2013

NON LO AMO PIÙ… ma non posso dirglielo!!

Quando in una relazione l’amore finisce si tende a colpevolizzare il partner o a colpevolizzarsi, quasi convincendosi che l’innamoramento sia una scelta e non uno stato d’animo impossibile da governare con la ragione.

I sentimenti, però, non si possono decidere a tavolino.

L’amore: succede!

Senza che la logica o il ragionamento siano in grado di provocarne l’esistenza o di pilotarne la direzione.

Amare non riguarda la mente è un’energia che appartiene al cuore.

Quando la passione ci travolge dobbiamo lasciarci attraversare dalla sua forza dirompente e, quando si esaurisce, possiamo solo permettere allo sviluppo emotivo di proseguire il suo percorso.

Soltanto così l’amore ci aiuta a crescere rendendoci migliori.

Cercare di fermare questo movimento interiore significa incatenare la propria anima a una maschera e imbrogliare la vita privandola del suo significato.

In tanti, però, si sforzano di ignorare le proprie emozioni fingendo di provare un coinvolgimento quando invece non c’è più.

Lo fanno convinti di poter coltivare il rapporto di coppia basandosi sulla stima, sugli interessi comuni, sulla condivisione della quotidianità, sulla necessità di aiutarsi, sul desiderio di portare avanti i progetti fatti insieme… ma intestardirsi, trascurando i vissuti interiori, logora ulteriormente i sentimenti e lentamente annichilisce la fiducia svuotando la relazione del suo significato.

Mistificare l’amore nel tentativo di non affrontare il proprio cambiamento, conduce inevitabilmente verso la sofferenza psicologica.

L’amore non è per sempre, ci accompagna lungo un tratto del nostro cammino e poi si dilegua, lasciandoci il compito di riordinare le cose che abbiamo imparato grazie all’esperienza vissuta insieme.

Quando in una coppia il coinvolgimento finisce, la sincerità è l’unico rimedio possibile, perché soltanto nella sincerità la reciprocità e la comprensione possono continuare a vivere.

Mentire sui sentimenti significa mancare di rispetto a se stessi e al partner, e scivolare dentro un labirinto di finzioni dal quale diventa impossibile uscire senza ferirsi.

L’onestà è il fondamento della condivisione, della complicità e della stima, ed è anche la sola medicina in grado di rivitalizzare un rapporto in cui la passione è ormai finita, consentendogli di proseguire su binari diversi e indipendenti.

Avere il coraggio della verità è l’unico gesto d’amore possibile quando una relazione ha perso la reciprocità dell’innamoramento.

Ci vuole molto coraggio per raccontarsi con onestà e per mostrare all’altro l’autenticità di se stessi, soprattutto quando si tratta di deludere chi ancora non si è reso conto (o non riesce ad accettare) che l’amore che strappa i capelli è finito ormai.

Superare la paura della sofferenza, del rifiuto, della disapprovazione e del giudizio è l’ostacolo più grande, la barriera che paralizza la sincerità e impedisce il dialogo.

Eppure, soltanto dichiarando la propria verità si alimenta la conoscenza reciproca e si creano i presupposti di una reale intimità.

Anche quando questo vuol dire disilludere le aspettative della persona che abbiamo scelto per condividere un tratto di strada insieme e di cui un tempo siamo stati profondamente innamorati.

La capacità di affrontare la fine di un sentimento con lealtà e senza sotterfugi è una delle prove più grandi della maturità affettiva.

Superarla significa imparare ad amare con profondità e senza possesso.

Lasciando a se stessi e al partner la possibilità di ricominciare.

Da soli o con nuovi compagni.

Non sempre volersi bene è condividere ogni minuto insieme, a volte può diventare libertà, rispetto e autonomia.

Per se stessi e per gli altri.

Permettere la fine di una relazione vuol dire lasciare che l’amore riprenda a scorrere nelle direzioni in cui ci conduce la vita.

Senza catene.

Senza maschere.

Senza paura.

Carla Sale Musio

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Set 10 2013

LA DONNA DEL DONGIOVANNI. Ce ne parla il dr. Fabrizio Boninu

Ho letto con molto interesse il post DONGIOVANNI E OMOSESSUALITA’, pubblicato il 24 Agosto su questo blog.

Nel post si sostiene la tesi per cui un uomo cosiddetto dongiovanni sia in realtà maggiormente interessato a mascherare una propria latente omosessualità piuttosto che ad impegnarsi nel rapporto con la partner stessa.

L’articolo mi ha colpito, da un punto di vista maschile, per i tanti risvolti che questa tesi potrebbe avere.

E’ sicuramente vero che l’ostentazione di un atteggiamento (di qualsiasi atteggiamento si parli) non lasci spazio per l’atteggiamento contrario e chi esibisce la propria ‘arte amatoria’ difficilmente può lasciare spazio nella sua vita all’aspetto contrario, cioè la costruzione di un rapporto maturo e completo con una partner.

Non volendo espressamente entrare nel merito della questione, peraltro ben delineata nel post, mi interessa, anche in questo caso, entrare sull’altro versante della relazione: la donna.

Cosa spinge una donna a scegliere e poi condividere il suo percorso di vita con un compagno di questo tipo?

Sono convinto infatti che quello che noi chiamiamo ‘dongiovanni’ sia solo una parte di una realtà più strutturata che chiamerei ‘coppia dongiovanni’.

Se infatti uno dei due partner non sembra votato per la fedeltà, dall’altro lato c’è qualcuno che questa infedeltà accetta/ fa sua/ giustifica.

Nel mio ragionamento ho evidenziato tre tipi diversi di donne che si accompagnano a questo ‘tipo’ di uomo, e sono: la donna crocerossinala donna indegna e la donna bambina.

Vediamo questi tre archetipi singolarmente:

 

LA DONNA CROCEROSSINA

 

Questa è una delle spiegazioni se vogliamo più conosciute.

La compagna sta con una persona di questo tipo essenzialmente per convertirlo.

Capita spesso in terapia, ma anche nella vita quotidiana, di conoscere coppie nelle quali uno dei due membri (solitamente la donna) è essenzialmente impegnata nel cambiamento del compagno a qualunque livello: non è abbastanza ordinato, non è abbastanza affettuoso, non è abbastanza spontaneo, fino ad arrivare al ‘non è abbastanza fedele’.

Il sottotesto di questo tipo di affermazioni è: nonostante le manchevolezze della persona che mi sono scelta, il mio sforzo ne farà una persona migliore.

Ora, non so quanto sia vero che effettivamente queste compagne riescano a modificare i comportamenti dei propri fidanzati, ne so quanto poi riescano a migliorarli, ne so se, nel caso riescano nella propria impresa, si possa parlare di miglioramento.

Credo semplicemente che loro stesse si sentano migliori per il solo fatto di aver provato a migliorarli. Io stesso sono una persona migliore se ‘faccio’ una persona migliore.

Questo paradosso (migliorare per migliorarsi) fa si che accettino missioni impossibili come quella di convertire una persona che ha scelte sessuali non conciliabili con il rapporto con loro, rendendo arduo il raggiungimento del risultato e facendo spesso trasformare la donna crocerossina in donna indegna.

 

LA DONNA INDEGNA

 

Questo secondo modello è adatto per descrivere tutte quelle donne che si sentono indegne di una relazione vera, matura con un altro individuo.

Quale che sia il motivo per cui percepiscono questo, si trovano spesso nell’impossibilità di coltivare una relazione adulta per svariati motivi: o scelgono un compagno bambino, o scelgono una relazione non completa, o scelgono una relazione non adulta, oppure spesso scelgono appunto persone che semplicemente non sembrano interessate ad avere una relazione con una persona di sesso opposto.

Questo da un lato è molto frustrante perché conferma la loro indegnità, ma altrettanto gratificante nel momento in cui avvalora l’essere immeritevole stesso della donna che ha certezza, in questo modo, dell’intima identità nella quale si riconosce a livello inconscio.

Per quanto apertamente ammettano di non volere questo tipo di relazione, per quanto affermino che stanno male nel viverla, sembra che la coltivino continuamente.

Assisteremo dunque a due livelli contrapposti: apertamente si lamentano di quello che hanno ma, sentendo di non potere aspirare a niente di diverso data la loro indegnità, coltivano una relazione così incompleta. 

 

LA DONNA BAMBINA

 

Il terzo modello degli archetipi fin qui tracciati è quello della donna bambina, una donna incapace di ristrutturare la sua immagine interna come quella di donna adulta ed incapace, non riuscendo a vedersi adulta, di costruire una relazione che di adulto abbia per lo meno la completezza.

Questo tipo di donna cerca dei rapporti incompleti’, che siano in grado di mantenere, come nel caso della donna indegna, la propria immagine e dunque lo status quo della condizione di bambina.

In una relazione adulta il sesso gioca un ruolo molto importante: all’interno della coppia dongiovanni il sesso è, per sua stessa natura incompleto, occasionale, non inserito all’interno di dinamiche che caratterizzano una coppia ‘completa’.

Vivere questo tipo di relazione permette apparentemente di condurre scelte adulte, ma di fatto limita moltissimo la costruzione di aspetti adulti (come la sessualità appunto) della relazione stessa.

Anche in questo caso vi è un doppio livello di giudizio rispetto alla relazione: l’assenza o incompletezza di una vita sessuale porta alla lamentela sulla propria condizione.

Viceversa c’è tutta un’area nella quale questa relazione è coltivata e portata avanti da una donna che non ha nessuna intenzione di smentire la sua intima convinzione di essere rimasta bambina, e come tale di non doversi impegnare in relazioni adulte.

Anche in questo caso la relazione è ideale per entrambi i membri della coppia.

 

* * *

 

Naturalmente, come si può notare, questi esempi non esistono puri e sono schematizzazioni di realtà ben più complesse.

Il punto per me centrale è che non si possa parlare di uomo dongiovanni, quanto di ‘relazione dongiovanni’ dato che, per motivi estremamente diversi, entrambi i membri della coppia sono portati a mantenere e coltivare la relazione stessa.

In ultimo fatemi aggiungere l’osservazione per cui Carla si è trovata ad affrontare il punto di vista maschile mentre io quello femminile della questione… Forse solo la distanza può permettere una visione migliore!

Che ne pensate?

A presto…

Fabrizio

Dr. Fabrizio Boninu, psicologo, psicoterapeuta, blogger: Lo Psicologo Virtuale

 

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