Lug 12 2019

VERSO UNA NUOVA EPISTEMOLOGIA DELL’AMORE

A volte mi sembra che l’amore e gli scienziati siano incompatibili e che la scienza non possieda i criteri necessari a studiare le profondità affettive.

Infatti, non si può analizzare un sentimento come se fosse un oggetto posto al di fuori di noi, qualcosa che non ci riguarda.

Per comprendere l’amore bisogna attraversarlo, viverlo, provarlo, sperimentarlo, sentirlo.

Fino a quando gli studiosi escluderanno la soggettività dai principi della ricerca non riusciranno a comprendere l’amore.

Tuttavia, ai nostri giorni affermare che la soggettività è scientifica significa attuare una rivoluzione epistemologica e sostenere che ognuno possiede la propria scienza: intima, profonda, inconfutabile, importante, personale e unica.

Una nuova epistemologia dell’amore implica una nuova epistemologia della soggettività, non più condannata al rango disdicevole della fantasia ma finalmente alla ribalta dell’analisi scientifica.

Parliamo di una rivoluzione che non si compie nei laboratori e non si studia sui libri di scuola.

È un cambiamento che avviene dentro e coinvolge la percezione che abbiamo della vita.

Afferma il valore dei sentimenti.

Legittima il mondo interiore.

Decreta il potere della sensibilità, dell’intimità, della condivisione, della fratellanza e del rispetto.

.

“L’essenziale è invisibile agli occhi.”

.

Tutto ciò che riguarda l’amore si percepisce con la soggettività.

Non è concreto ma è reale.

Unico e imprescindibile.

Appartiene a una verità diversa dalla fisicità.

Ed è l’unica realtà che sopravvive alla morte: ciò che continua a esistere quando il fisico non c’è più.

Il corpo, infatti, è lo strumento necessario per esplorare la materialità.

La dimensione affettiva esiste al di fuori dalle coordinate spazio temporali.

Intreccia la fisicità e l’attraversa senza esserne posseduta.

L’amore è una strada che ci guida fuori dall’esperienza materiale, aiutandoci a comprendere l’eternità.

Affermarne la scientificità significa affiancare allo studio della vita fisica lo studio della dimensione interiore, evidenziandone i codici e il valore.

L’esperienza soggettiva è imprescindibile per affrontare l’enigma della morte.

Comprendere la Totalità che caratterizza l’affettività, infatti, ci dà la possibilità di superare la dicotomia in cui ci muoviamo quotidianamente, permettendoci di uscire dal dualismo di bene e male per raggiungere un diverso modo di leggere gli avvenimenti.

L’amore segue codici differenti dalla fisicità: cresce e si moltiplica quando viene (con)diviso.

Per questo nel mondo dell’affettività dare è sempre un potere.

E chi ama guadagna più di chi riceve.

Leggi diverse da quelle della materialità definiscono le dimensioni invisibili.

Sono realtà prive di concretezza eppure così importanti nel sostenere il benessere e la salute (a dispetto di ogni profitto materiale).

L’amore ci rende più forti e più umili, più liberi e più fragili, più potenti e più generosi, più comprensivi e aperti all’ignoto.

Comprendere le leggi che caratterizzano la dimensione affettiva ci aiuta a superare i limiti dello spazio e del tempo in cui ci muoviamo abitualmente e ci avvicina all’eternità.

Una nuova epistemologia dell’amore poggia le fondamenta sull’ascolto di ciò che non si vede restituendo importanza alla sensibilità, all’intuizione, alla sensitività e a quei valori profondi, capaci di rendere la vita un’esperienza degna di essere vissuta.

Carla Sale Musio

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Lug 06 2019

BAMBINO INTERIORE E SCELTE ALIMENTARI

Quando decidiamo di cambiare le nostre scelte nutrizionali il primo ostacolo da gestire è il Bambino Interiore.

I bambini sono emotivi, abitudinari e legati ai ricordi del passato.

Per questo non amano i cambiamenti.

Meno che mai quelli alimentari!

Come già è stato detto tante volte, nella nostra società il cibo occupa sempre più spesso il posto degli affetti.

E a nessuno piace perdere gli affetti.

Ecco perché cambiare alimentazione è così difficile.

Per modificare con successo i menù abituali occorre ripercorrere la strada dei ricordi andando indietro nel tempo… fino a scoprire le radici affettive che tengono vivo il desiderio dei cibi.

E una volta individuati i luoghi e gli avvenimenti che hanno dato vita alle associazioni emotive è indispensabile offrire delle alternative altrettanto gratificanti ai Bambini Che Siamo Stati.

Questo compito può diventare un gioco divertente ma non va sottovalutato.

Perché senza la collaborazione del Bambino Interiore ogni progetto è destinato a fallire.

Nel mondo intimo, infatti, il tempo lineare non esiste e le cose conservano sempre la stessa tensione emotiva.

Per questo abbandonare di punto in bianco certi alimenti può diventare una scelta ardua.

Soprattutto se in passato i momenti felici erano celebrati proprio con quei sapori.

Per raggiungere il cambiamento è necessario costruire momenti e tradizioni nuove ma altrettanto coinvolgenti e gratificanti.

E questo può rivelarsi un’impresa complicata.

In tante famiglie, infatti, il tempo dedicato ai pasti è l’unico spazio concesso agli affetti.

E l’amore si misura in chili piuttosto che in abbracci o condivisioni personali.

Quando il volersi bene non trova altro luogo per esprimersi che la cucina è necessaria una strategia attenta e partecipe per insegnare al Bambino Che Siamo Stati modi nuovi di condividere le emozioni e di raggiungere l’appagamento.

Permettergli di riempirsi lo stomaco invece che nutrire i sentimenti comporta nel tempo molti problemi fisici e psicologici, e causa tante sofferenze.

Per superare efficacemente la dipendenza alimentare occorre esplorare le fonti del piacere nella nostra vita e stabilire aree diverse di gratificazione, alternative alla compulsione alimentare che affligge la nostra civiltà.

Significa osservare attentamente cosa genera il benessere e incanalare le scelte quotidiane verso attività capaci di suscitare l’appagamento e la soddisfazione nel mondo affettivo.

Per qualcuno può essere dipingere, per un altro può trattarsi di ballare o di fare una passeggiata in mezzo alla natura, per un altro ancora può essere la musica ad avere un effetto appassionante e anoressizzante… non esiste una ricetta.

Il cambiamento è un percorso individuale e ognuno deve scoprire dentro di sé le fonti del piacere creativo, espressivo, emotivo… un passo alla volta.

Stravolgere le proprie abitudini in fatto di cibo non è facile.

Ci vogliono attenzione, dedizione e cura.

La crescita passa attraverso trasformazioni successive volte a raggiungere l’amore per noi stessi e a realizzare la missione che siamo venuti a svolgere nel mondo: dare espressione e compimento alla nostra profonda verità.

Carla Sale Musio

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Giu 30 2019

IL CIELO

 

Era stato un parto lungo, sofferto.

Lei, una donna sola.

L’uomo che conosceva da qualche tempo, dopo aver saputo che sarebbero stati in tre, si era inventato un lavoro in miniera, lontano dal paese.

Nessuno l’aveva più visto.

E lei, abituata alla vita dura, aveva continuato a lavorare a giornata, nelle case o in campagna, finché il ventre gonfio glielo aveva permesso.

Poi, i dolori violenti del parto, le invocazioni, le urla, le mani sapienti della levatrice del paese.

Infine un essere incerto, contorto: una femmina.

Era magra, piangente, il collo piegato verso terra, terribilmente storpio, come se il rifiuto paterno l’avesse costretta al capo chino: allo stesso modo degli umili, dei perdenti, degli sconfitti senza speranza.

***

Da piccola aveva una sua grazia particolare: gli occhi grandi e acquosi, una certa timidezza nel parlare, il collo costantemente chino, come a guardare le cose misere che scorrevano sulla terra.

Poi, con l’adolescenza, iniziarono il massacro, la sofferenza, l’irrisione violenta dei suoi pari.

E così il resto della vita: usciva sempre meno, temeva di mostrarsi.

Gli sguardi degli altri scorrevano rapidi dal capo chino al suo collo piegato.

Per guardare in alto, doveva torcere il busto, ma anche così le era difficile godersi la vista del cielo: ne aveva una visione rapida, spezzata, come la linea incerta del suo collo.

***

Lo sguardo verso il basso le permetteva, però, di osservare la vita brulicante degli insetti, quelli che attraversavano la terra perché privi di ali, o quelli che si poggiavano su steli, fiori, cespugli e di cui ammirava i voli brevi e colorati.

Si incantava a guardare coccinelle, maggiolini, api: osservava il lavoro potente delle loro zampe e li seguiva per poco con lo sguardo, quando si innalzavano verso il cielo.

Nel camminare, evitava le formiche: addirittura si fermava, quando si spostavano in file tanto dense che era faticoso saltarle.

Ammirava il loro impegno: si fermava a guardarne due che portavano una foglia, dividendosi il peso, come i buoni amici devono fare, o le osservava mentre si scontravano nell’andare e si fermavano un attimo, quasi a chiedersi scusa.

Sentiva quegli esseri simili a sé: vicini alla terra e senza speranza del cielo.

***

Con il passare degli anni, la sua figura divenne più contorta, come una quercia nodosa. Stava a lungo a casa: comprava il cibo indispensabile, usciva quando il sole sorgeva o calava e nascondeva il capo sotto uno scialle scuro.

Nel percorrere le strade, rasentava i muri, sperando di essere invisibile agli altri e al loro sarcasmo.

Niente della vita altrui le apparteneva: non conosceva l’amore, di cui aveva desiderato il mistero; non aveva più affetti, da quando la madre se n’era andata per sempre, dopo averla benedetta.

Una vita così, ai margini.

L’unica consolazione, le sue uscite in campagna, dove al vento, all’erba e agli insetti non importava nulla del suo aspetto, dove si sentiva accolta: una creatura come le altre, dono del mondo.

***

Ma una sera primaverile, mentre passava per i campi accompagnata dal vento, sentì che le sue forze finivano.

Cercò di raggiungere il paese per rifugiarsi a casa e non le fu possibile.

Le gambe cedettero.  

Cadde sulla schiena e sentì la morbidezza dell’erba che l’accoglieva: allora finalmente, con lo sguardo rivolto verso l’alto, poté vedere il cielo nella sua ampiezza sconosciuta.

E seppe che era la fine.

***

Rapidi, le si accostarono mosche, coccinelle, api, maggiolini: ognuno di loro prendeva con le zampe un lembo dei suoi vestiti per portarla vicina a quel cielo, che finalmente poteva ammirare.

Cercarono insieme di sollevarla, ma non ci riuscirono.

A lei sembrava di sognare.

Ma ecco giungere rapidamente passeri, cornacchie, colombi, rondini e i potenti gabbiani, accorsi veloci dalla costa.

Le si affollarono intorno tutti quegli esseri alati.  

Allora la sostennero con dolcezza, sollevandola per i vestiti, e riuscirono finalmente a portarla in alto, mentre il suo sguardo si perdeva nell’azzurro scuro del cielo.

Gloria Lai

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Opera tutelata da Patamu.com del 21/06/2019, n° 107651

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Giu 24 2019

GENITORI, FIGLI, EGOCENTRISMO E FISICA QUANTISTICA

La psicologia ci insegna che i bambini: più sono piccoli e più sono egocentrici.

Atterrano nella vita ancora immersi nella conoscenza dell’Infinito.

E in quello spazio immateriale (da cui provengono) non esistono l’io e il tu, la dualità e la separazione ma tutto è sempre Tutto.

È difficile abituarsi a vivere nel mondo delle polarità e imparare a gestire gli opposti: il bene e il male dentro di sé.

Occorre una esistenza intera (e forse anche più di una…).

Nella Totalità della coscienza non ci sono confini e chi ancora si muove immerso in quella sapienza originaria fatica a comprendere l’identità, la responsabilità, la gestione di sé, il desiderio, l’attesa e la fatica di procurarsi le cose.

Ecco perché i bambini sono egocentrici.

Nel mondo prima della nascita ogni realtà esiste SEMPRE e non c’è bisogno di cercarla o chiederla.

Ogni cosa è a disposizione.

Senza distinzione, senza separazione, senza tempo.

In quel luogo privo di coordinate fisiche non ci sono buoni e cattivi, giusto e sbagliato, mancanza, distanza, dolore o delusione.

È una scoperta lacerante quella che ci aspetta quando arriviamo in questa realtà materiale.

Per comprendere appieno l’immensità della coscienza è necessario sperimentarla da tutti i punti di vista.

E per ottenere questo la Totalità si parcellizza.

Cioè acquisisce tante identità, ognuna in relazione con le altre componenti del Tutto.

Per conoscere ogni aspetto di sé l’Infinito ha bisogno di frammentarsi.

Difficile parlarne senza deformare la percezione.

Difficile capirlo e capirsi.

Le parole sono scatole piccole per contenere ciò che non ha confini.

Eppure…

I bambini arrivano nella vita ancora immersi in quella dimensione originaria fatta di onnipotenza, onniscienza, immediatezza e trascendenza.

Il tutto e il nulla per loro sono presenti, reali e pieni di significato.

Imparare a muoversi nel corpo e utilizzare le leggi della fisicità è difficile.

Istintivamente cercano il potere che caratterizza la completezza e lo identificano nelle persone che li accudiscono.

Ai loro occhi ancora aperti sull’immensità il principio onnipotente prende forma nelle persone che li accudiscono e queste diventano il punto di riferimento, la guida, i depositari del sapere e della verità.

Nel mondo della polarità questo passaggio è fisiologico e necessario a creare l’attaccamento, la relazione e la possibilità di far convivere la dimensione affettiva con quella materiale.

Quando i genitori sono a conoscenza dei meccanismi che determinano la dipendenza infantile possono aiutare i loro figli a conciliare le leggi dell’Infinito con quelle della parcellizzazione, permettendo ai piccoli di sviluppare un sano senso di responsabilità verso se stessi (e verso ogni altra creatura).

Quando invece i genitori pretendono di incarnare la divinità, nel mondo infantile la comprensione della materialità si fonde con l’onnipotenza che appartiene alla Totalità, deformando la percezione della realtà e provocando pericolose idealizzazioni.

Aspettarsi che i genitori possiedano un potere divino dà origine alla maggior parte della sofferenza che esiste nel mondo.

I cuccioli sono naturalmente portati a credere in un principio magico capace di soddisfare ogni loro necessità.

E su questa aspettativa miracolosa e impossibile basano la comprensione degli avvenimenti.

Sono convinti che i genitori conoscano tutte le loro esigenze e sappiano sempre soddisfarle.

Si aspettano che papà e mamma portino avanti il compito di aiutarli a crescere come se fosse l’unico e il più grande dovere della loro vita.

Questo in parte è vero: i piccoli dipendono dagli adulti e senza il loro supporto non potrebbero vivere.

Tuttavia, da qui a credere nell’onnipotenza dei genitori ce ne passa!

Gli adulti sono persone che a loro volta stanno imparando a vivere, bambini cresciuti in mezzo a tante difficoltà e tante sofferenze.

Esiste una catena di inconsapevolezza che si tramanda da una generazione all’altra e riguarda la percezione della Totalità.

Pensare che i bambini siano degli adulti in miniatura ha creato innumerevoli fraintendimenti e provocato altrettanto dolore.

Per realizzare un mondo a misura dei più piccini è necessario comprendere i codici dell’Infinito e ricordarsi che la psiche infantile arriva nella fisicità ancora immersa in quelle verità.

La mancata comprensione di questo principio genera una sequenza di aspettative e delusioni senza soluzione di continuità:

  • I genitori pretendono di incarnare una saggezza e una sapienza impossibili da raggiungere nel mondo della dualità;

  • I bambini sollecitano una disponibilità e un’onniscienza che gli adulti non possiedono.

Manca un dialogo aperto e sincero sulle diverse acquisizioni della personalità (matura e immatura), un confronto onesto che consenta ai più grandi di condividere le incertezze e l’imperfezione lasciando ai piccoli il tempo e il compito di assimilare tutta la complessità della vita.

Ognuno è responsabile di se stesso e delle proprie azioni.

La sensibilità dei bambini si deve abituare all’impatto con l’identità e con la separazione che caratterizzano l’esperienza fisica.

Gli adulti hanno il compito di proteggerli e aiutarli… senza erigersi a depositari del sapere.

Accollandosi il peso della propria incapacità.

Rispettare le fragilità di ogni generazione permette di costruire un mondo basato sull’accoglienza delle tante dimensioni della coscienza e restituisce a tutti il valore e la profondità della vita.

In questa chiave il successo non è il conseguimento di status sociali stabiliti da altri ma l’ascolto di sé e della propria intima verità.

Come insegna la fisica moderna: la vita è il percorso che consente di essere onda e particella insieme, materiale e immateriale, identità e infinito, Tutto e tutti… contemporaneamente.

Carla Sale Musio

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Giu 18 2019

ANIMALI E SALUTE MENTALE: la cultura invisibile

Rompere il silenzio sulla crudeltà e sulle violenze commesse quotidianamente da ognuno di noi a discapito degli animali (e combattere lo specismo che ne impedisce la comprensione) significa entrare in contatto con un sapere basato sull’essenzialità delle emozioni e dare forma (finalmente) a una cultura dell’invisibile.

La dimensione affettiva segue leggi diverse da quelle della materialità.

Gli animali lo sanno.

E mantengono vivo il contatto con le proprie parti emotive, intuitive e sensitive.

Gli esseri umani, invece, deridono gli aspetti interiori e delegano la comprensione delle situazioni alla tecnologia o agli esperti, perdendo di vista il valore della soggettività.

Un mondo senza violenza è capace di ascoltare la verità intima di ciascuno, restituendo ai sentimenti un posto di preminenza nelle relazioni.

Solo così si può percorrere la strada dell’empatia, della solidarietà, della fratellanza e dell’accoglienza delle diversità.

Solo così l’unicità di ogni creatura diventa un dono.

E non una colpa.

Solo così la creatività può prendere il posto dell’omologazione e la salute dilagare nella psiche.

Senza bisogno di psicofarmaci, psichiatri o psicologi.

Imparare dagli animali ci permette di osservare con attenzione, umiltà e rispetto le loro scelte di vita e di scoprire un sapere diverso dal nostro ma altrettanto profondo.

Fino ad oggi gli esseri umani hanno coltivato un’intelligenza prevalentemente cognitiva.

Gli animali, invece, hanno sviluppato un’intelligenza emotiva.

Entrambe sono importanti.

E stabilire una priorità tra le due fa perdere elementi essenziali della realtà.

Ci sono cose che non si possono vedere con gli occhi e toccare con le mani.

Cose che se ne infischiano della logica o della ragione perché rispondono alle leggi interiori.

L’amore è una di queste.

Il mondo intimo si muove spesso al di fuori della razionalità.

Eppure…

Il benessere e la salute mentali dipendono dall’equilibrio di questo mondo.

Immateriale, soggettivo e a volte paradossale.

Lo sanno bene gli specialisti della psiche che con la sua apparente illogicità devono fare i conti ogni giorno e lo sanno anche tutti quelli che soffrono di depressione, attacchi di panico, fobie, paure, insicurezze…

Gli animali percepiscono verità che al nostro sguardo imbevuto di razionalità sono precluse.

Vivere in armonia con la natura significa accogliere dentro di sé l’insegnamento delle altre forme di vita e comprendere che, a volte, le loro conoscenze possono superare le nostre.

Non si tratta di stabilire delle gerarchie ma di condividere i saperi.

Per vivere meglio.

La vita è un insieme infinito di relazioni volte a mettere in contatto la fisicità con l’immaterialità, la soggettività con la collettività, l’ecosistema con ogni singola componente del tutto… fino a raggiungere un’espressione armonica delle potenzialità di ciascuno.

Ogni specie porta in dono una peculiarità.

Gli esseri umani possiedono la creatività.

E questa dovrebbe essere messa al servizio delle altre creature e non usata per dominare, sottomettere e sfruttare.

Uccidere significa sempre: annientare una parte di sé.

Il mondo esteriore rispecchia il mondo interiore.

Non si può stare bene quando gli altri non stanno bene.

È una legge intima e profonda che trova le sue conferme nel malessere che ammala l’umanità.

Superare la paura dell’ignoto permette di avvicinarsi con fiducia, umiltà e rispetto a ogni altra forma di vita e realizzare una civiltà nuova: capace di onorare la morte senza infliggerla impunemente a chi è più debole, diverso, ingenuo o sconosciuto.

Il cuore lo sa.

La ragione lo deve imparare.

Rispettare gli animali ci conduce ad accogliere il valore dell’emotività, dell’istintualità e della sensitività, permettendoci di ritrovare i saperi che abbiamo perduto nel tentativo di omologarci a un mondo che corre a perdifiato verso la propria distruzione.

La paura della morte affonda le radici nelle innumerevoli morti che infliggiamo ogni giorno a cuor leggero, certi di una supremazia arbitraria, prepotente e crudele.

La legge del più forte asserisce l’inutilità di tante vite, ignorando la sofferenza di chi ci appare debole e perciò privo d’importanza.

Tuttavia nel momento del trapasso quella stessa indifferenza ci colpisce come un boomerang trasformandoci nelle vittime impotenti di un destino imprevedibile e ingiusto finché lo interpretiamo con i criteri della prepotenza secondo cui abbiamo vissuto.

Cambiare i codici con cui leggiamo la realtà per aprirci all’ascolto di ogni essere vivente significa accogliere la nostra stessa fragilità per riconoscerne il potere, il valore e l’importanza.

Gli animali ci insegnano con l’esempio della loro esistenza come vivere in relazione gli uni con gli altri e in contatto con tutto ciò che c’è.

Senza psicofarmaci, malattie mentali, ricoveri coatti o elettroshock.

Senza allevamenti, schiavismo, guerre, usura e distruzione.

Senza bulimia, anoressia, obesità, diabete e cancro.

Senza avvelenare il pianeta.

Un mondo migliore nasce dal cambiamento che ciascuno porta avanti dentro di sé con le scelte compiute ogni giorno.

Carla Sale Musio

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Giu 12 2019

LA REALTÀ? … L’HO CREATA IO!

Crediamo di muoverci in una realtà indipendente ed estranea ai nostri voleri: una sorta di teatro in cui gli attori improvvisano la parte inconsapevoli della regia.

Ma è davvero così?

Le cose avvengono tutte al di fuori della nostra coscienza?

Oppure è la coscienza che crea la realtà per fare un’esperienza… di se stessa?

La nostra percezione non si arresta mai, ci accompagna dal primo all’ultimo minuto della vita.

Anche quando non vi prestiamo attenzione.

La coscienza non è separata dall’esistenza:

LA COSCIENZA È L’ESISTENZA

Infatti senza una coscienza che la percepisce la vita smette di esistere.

Lo attesta la fisica quantistica.

Lo sostengono gli psicologi.

E nel suo terzo principio lo afferma il biocentrismo:

“Il comportamento delle particelle subatomiche, in realtà di tutte le particelle e oggetti che percepiamo, sono collegati in modo inestricabile ad un osservatore. Senza la presenza di un osservatore cosciente esiste solamente uno stato indeterminato di onde di probabilità.”

Credere in una realtà separata ci aiuta a sperimentare la fisicità.

Tuttavia cancellare dalla consapevolezza l’intreccio inestricabile di vita e coscienza impedisce di aprirsi alla verità e preclude il benessere e la salute mentale.

Ciò che non si vede ha un forte impatto sulla comprensione degli avvenimenti.

A farci stare bene o male sono stati d’animo intimi.

E invisibili.

Emozioni e sentimenti capaci di trasformare la vita in un paradiso oppure in un inferno.

La pretesa di un’oggettività priva di relazioni interiori con chi ne fa esperienza è un concetto superato negli ambienti scientifici.

Tuttavia, il nostro linguaggio non possiede ancora termini adeguati a descrivere l’invisibile e questo impedisce di distinguerne l’importanza e di gestirne l’influenza sulla nostra vita.

L’universo oggettivo è un concetto astratto.

Forse necessario a studiare la meccanica degli eventi ma privo di rilevanza e fuorviante quando ci si muove nelle tante dimensioni della realtà.

Confinare la coscienza dentro i limiti della materialità è un paradosso che deforma la comprensione della vita rinchiudendoci in un range limitato di possibilità e dando origine alla violenza che sta distruggendo il pianeta.

Infatti, se le cose non hanno alcun legame con il nostro sentire (immateriale e reale) diventa lecito infliggere dolore a chi appare diverso (e perciò separato) perseguendo la legge del più forte senza scrupoli e senza etica, solo per soddisfare il capriccio di un momento.

La negazione dell’invisibile annienta i sentimenti dietro il disprezzo riservato a ciò che è immateriale, sostenendo il cinismo, la competizione e la sopraffazione al posto della condivisione, della fratellanza e dell’empatia.

Sui principi della divisione e dell’abuso si regge il dominio dei pochi sui molti.

Prende forma dalla sordità emotiva necessaria a cancellare l’empatia e si sviluppa sulla pretesa di una dualità fatta di schieramenti giusti o sbagliati, di bene e male, di buoni e cattivi.

Questa contrapposizione interiore costringe la psiche a rinnegare le parti inaccettabili di sé fomentando il desiderio di una perfezione idealizzata e impossibile, e dando forma al mondo crudele e distruttivo in cui ci muoviamo oggi.

La pretesa di un universo oggettivo ha ripercussioni gravissime sul nostro stile di vita poiché nasconde la consapevolezza della molteplicità che anima il mondo interiore dietro la pretesa di un’omologazione illusoria e irraggiungibile, modellando la realtà che crediamo esteriore su parametri pericolosamente ingiusti.

Solo riconoscendo dentro di sé i semi della crudeltà e assumendosi la responsabilità del Tutto diventa possibile mettere fine alle guerre e realizzare una società rispettosa di tutte le creature.

La coscienza è quella parte di noi stessi che intreccia l’etica con la realtà destinandoci a vivere le conseguenze delle nostre scelte profonde.

Nel mondo interiore:

  • affermare la legge del più forte imprime di sé la fisicità creando una vita in cui impera la prepotenza,

  • censurare le proprie imperfezioni dà forma a un mondo fatto di nefandezze inconfessabili,

  • aspirare alla perfezione modella una società in cui la diversità è inaccettabile.

La coscienza è la creta di cui è fatta la vita, il Tutto che genera ogni cosa, il luogo intimo della verità.

Carla Sale Musio

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Giu 06 2019

DIETA E PIACERE: UN BINOMIO IMPRESCINDIBILE

Quando vogliamo agire un cambiamento nel nostro modo di mangiare il primo scoglio che incontriamo è lo stravolgimento delle consuetudini.

Modificare le abitudini alimentari non è difficile… è DIFFICILISSIMO!

Nel ritmo incalzante delle giornate l’unica occasione in cui ci concediamo una sosta sono i pasti.

E in quei momenti sembra che anche il mondo si fermi.

Gli uffici chiudono, le strade si svuotano… e finalmente il relax arriva… con il cibo.

Nell’immaginario collettivo rinunciare a nutrirsi in modo tradizionale significa privarsi di un piacere insostituibile e prolungare la fatica quotidiana senza soluzione di continuità.

Molte persone a stomaco vuoto non riescono nemmeno a dormire, figuriamoci a lavorare!

Quando mangiare è l’unico godimento concesso rinunciare alle abitudini sbagliate diventa impossibile.

Ecco perché per cambiare la dieta è necessario agire sul piacere.

Cioè permettersi di coltivare momenti di appagamento diversi dai riti quotidiani intrecciati al cibo.

Infatti, se la gioia è raggiunta soltanto grazie al menù cambiare alimentazione diventa una missione impossibile.

Chi di noi rinuncerebbe alla felicità per condurre una vita fatta soltanto di fatiche?!

Per trasformare le abitudini alimentari è necessario osservare cosa amiamo fare e quanto tempo concediamo a queste attività durante la giornata.

Solo coltivando il piacere si può sfidare la dipendenza alimentare.

Infatti, imporsi il cambiamento grazie a una rigida disciplina amplifica il desiderio di cibi gratificanti (in genere cibo spazzatura) e può funzionare solo per tempi molto brevi.

Lo sanno bene le industrie alimentari che ci sommergono di pubblicità volte a enfatizzare l’aspetto rilassante e consolatorio delle pietanze (nascondendo con cura gli ingredienti e le conseguenze tossiche che la maggior parte dei prodotti hanno sulla salute).

Lo sanno bene anche gli interessi delle multinazionali che aumentano in maniera esponenziale facendo leva sul bisogno di concedersi una pausa gradevole, a buon mercato e (soprattutto) veloce.

Poco importa se per raggiungere i target economici è necessario sacrificare la salute di tante persone ingenue e disponibili.

A curarle ci pensano le case farmaceutiche che con le loro pillole colorate gestiscono un impero basato proprio sulla sofferenza.

Per difendersi da questo business è necessario prendere in mano le proprie scelte e gestire in prima persona il delicato equilibrio tra piacere e dovere, facendo in modo che il bello della vita non sia soltanto sedersi a tavola per mangiare.

Le pubblicità ci raccontano un mondo assai lontano dai nostri reali bisogni e desideri.

Una realtà fatta apposta per tenerci schiavi di bisogni indotti ad arte.

Per mantenerci sani abbiamo bisogno di condividere le emozioni (soprattutto l’amore: terapia miracolosa e priva di ricetta medica), di giocare, di sviluppare la creatività, di muoverci in mezzo alla natura.

Cose semplici e poco costose delle quali ci scordiamo troppo spesso.

Domandarsi ogni giorno Cosa mi piace fare?” è una medicina a costo zero che costringe ad ascoltare anche le parti libere, solari e indipendenti di sé, aiutandoci a verificare  quotidianamente la qualità della nostra vita.

Al contrario, rimpinzarsi di cibo serve a non pensare e allontana dall’ascolto della propria intima verità.

Mangiare tanto e in modo poco salutare è funzionale agli interessi dell’economia ma tradisce il progetto profondo che nascendo siamo venuti a svolgere su questo pianeta.

Non si atterra per caso nel mondo… e non si vive a caso.

Ognuno porta in dono la propria unicità e il proprio peculiare modo di interpretare l’esistenza.

Ottunderci di cibo e omologarsi a esigenze improprie spinge a dimenticare che la vita è un percorso di crescita personale e non il palcoscenico di vanità irraggiungibili e spesso inutili.

La salute è la conseguenza di uno stare bene con se stessi che non è fatto di grandi abbuffate ma di un ascolto costante dei propri valori e della creatività nascosta nelle scelte di ogni giorno.

Carla Sale Musio

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Mag 31 2019

LA VITA È UNO STATO D’ANIMO

La parola coscienza è una parola che confonde perché si riferisce a più significati contemporaneamente.

Chiamiamo coscienza la consapevolezza di noi stessi.

Tuttavia diciamo: “Mettiti una mano sulla coscienza” per indicare un principio morale interiore.

La coscienza, inoltre, è spesso sinonimo di conoscenza e si allarga a un sapere che comprende il significato della vita e il senso del nostro essere al mondo.

Il fatto che il linguaggio possieda un unico termine per indicare tutte queste cose la dice lunga sulla mancanza di attenzione che regna intorno ai contenuti profondi.

Altre culture diverse dalla nostra (quella orientale ne è un esempio) possiedono termini differenti per indicare la conoscenza di ciò che non si vede.

E, siccome le parole sono scatole in cui incaselliamo la vita dandole forma, buttare alla rinfusa tanti concetti diversi dentro a un unico vocabolo significa precludere la comprensione della realtà.

In occidente siamo tutti tesi ai raggiungimenti materiali e spesso perdiamo di vista il valore di ciò che non si vede.

La coscienza non si può toccare, misurare, pesare… e (come tutte le cose invisibili) si riconosce dai suoi effetti.

L’amore non si può quantificare e dimostrare scientificamente.

Eppure la nostra vita può essere terribile quando ne siamo privi o fantastica quando lo incontriamo.

La sua presenza si evince dagli effetti.

La coscienza per noi psicologi è strettamente intrecciata con la soggettività.

E sappiamo bene che ognuno ha la sua, diversa da qualunque altra.

È il terreno in cui crescono le sofferenze o il benessere, la salute o la patologia, la gioia o il dolore.

Lavorare con la coscienza della gente ci costringe a fare i conti quotidianamente con ciò che non si può vedere e a scoprirne la presenza in tutto ciò che esiste.

Questo la rende estremamente importante.

Personalmente credo che la coscienza sia la sede di tutto ciò che è.

Il luogo intimo in cui hanno origine le percezioni, l’assoluto da cui prende forma la vita.

E ognuno deve farci i conti se vuole vivere un’esistenza appagante.

L’appagamento, infatti, non è, come si crede, il possesso di mille cose belle e preziose ma uno stato d’animo, un modo di essere e di interpretare la vita strettamente legato alla soggettività.

E la soggettività è la chiave per comprendere la coscienza.

La scienza ufficiale si ostina a cercare i parametri oggettivi necessari a definire la coscienza.

Tuttavia, per noi psicologi questa è una pretesa impossibile da raggiungere perché nella soggettività di ciascuno sono racchiusi i codici di comprensione delle cose.

Questi codici danno forma a tante verità.

Diverse le une dalle altre.

Ognuno ha la sua.

E con quella crea il mondo che conosciamo.

Perciò quando parliamo della coscienza dobbiamo considerare il valore e l’importanza della soggettività e abbandonare la pretesa infantile di un’omologazione che ci rassicura e ci deresponsabilizza.

Ognuno crea la propria realtà.

La crea da quando nasce a quando muore.

E forse anche dopo.

La crea in se stesso durante ogni minuto della vita.

E quella creazione costante, silenziosa e implacabile è la coscienza: il principio di tutte le cose e il nostro peculiare modo di leggere il mondo.

Carla Sale Musio

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Mag 24 2019

IL SEGNO

“Avevate il nodo della felicità.”

Disse la cartomante: e lei lo sapeva, anche senza quella vecchia che leggeva il destino.

Ma ormai era impossibile rimediare: la storia che aveva unito lei e il suo uomo era finita.

Però era stato bello vivere quell’amore: lo stupore di conoscersi, il calore che non fa dormire e al pensare all’altro ti togli di dosso le coperte e vai alla finestra, perché solo così respiri bene di nuovo.

L’ansia di quando non si è ancora detto nulla, ma gli sguardi parlano e corrono veloci dal viso al corpo, intuendolo sotto i vestiti.

L’angoscia di quando ancora non sappiamo se l’altro ci vorrà, così deboli come siamo, sfiancati dall’incertezza.

Poi, finalmente si trova il coraggio di rivelarsi e l’altro dice che è attratto, ma non sa ancora se sia vero amore.

Allora davvero si capisce che la felicità è anche quella: chiusa in una promessa incerta, in un abbraccio forte.

E capita di provare una sensazione profonda e lontana, come se in altri luoghi e in altri tempi quell’incontro fosse già avvenuto.

* * *

Avevano avuto una possibilità preziosa: quella storia d’amore. 

Poi, la fine.

Erano cominciati piano i dubbi, le incertezze.

Volevano cose diverse: lei chiedeva un progetto, lui amava il presente, senza impegni futuri.

Sapeva dare tutto, ma lo soffocavano le scadenze.  

A lei, invece, mancava l’aria se non pensava di costruire nel tempo.

E così, lentamente, il loro amore si era sfilacciato sino a lacerarsi del tutto.

Panta rei, come dicevano i greci: tutto scorre.

Tra i rimpianti della fine, a lui era rimasta la nostalgia per quel corpo morbido e per una macchia piccola, tra l’orecchio della donna e la guancia.

Con la punta dell’indice lui giocava a coprire quel neo a cui si era affezionato: come si amano i difetti dell’altro, quando ci inteneriscono.

* * *

Isola di Delo, nel Mar Egeo: il grande mercato di schiavi del mondo antico.

Lei, giovanissima, sottratta alla propria terra e gettata su quella piazza nell’attesa di un padrone che la comprasse.

Lui, giovane rampollo di una famiglia aristocratica: aveva deciso di scegliere di persona gli schiavi, andando su quell’isola dove se ne vendevano a migliaia ogni giorno.

La bellezza acerba della donna lo attrae.

Si ferma, discute il prezzo, paga.

La ragazza è sua.

La porta a casa, ma lei è talmente bella che lui si incanta a guardarla: la vede fragile, indifesa, spaventata.

Le offre del cibo, la guarda mangiare e si stupisce di sentirsi sereno, mentre lei si nutre di fretta, come chi abbia fame da tempo.

Poi si rivolge al padrone e lo ringrazia con lo sguardo. 
Più tardi, nella stanza di lui, il giovane si diverte a poggiare il dito su una macchia piccola nel viso della donna, proprio tra l’orecchio e la guancia.

In breve, uno strano sentimento cattura l’uomo: sembra amore.

Lei diventa la concubina del padrone e avranno dei figli, belli come la donna, ma destinati anche loro alla schiavitù.

Poi con il tempo lui si stanca: ricco e viziato com’è, sceglie altre schiave, più fresche e attraenti.

Lei, ormai invecchiata, viene venduta.

Ma ogni tanto nella mente pigra di lui riaffiora il ricordo di una macchia piccola, tra la guancia e l’orecchio di quella donna.

E gli sembra di provare un lontano senso di nostalgia.

* * *

Folla per strada: è di nuovo estate.

Caldo, voci, colori.

Lei cammina a testa bassa, non vede neanche le persone.

Non si è più innamorata dalla fine di quella storia: e comunque, pensa, sarebbe stato inutile aspettare che lui si decidesse.

Ma spesso la prende una nostalgia triste.

Le cammina vicino un cane minuscolo, tenuto al guinzaglio.

Lei era sempre stata sensibile, amava gli animali, ma evitava obblighi e dipendenze: poi aveva deciso di salvare quel cane, abbandonato in strada.

E non sapeva quanto la sua compagnia l’avrebbe aiutata nella tristezza.

* * *

Un urto: solleva la testa, sta per scusarsi, il cane abbaia preoccupato.

Si è abbattuta contro qualcuno, distratto al pari di lei.

Ma rimane stupita.

“Non ci credo”, dice.

Nell’alzare lo sguardo, lo ha riconosciuto.

Lui è appesantito nell’aspetto: è passato qualche anno, ma gli occhi sono sempre uguali, chiari e luminosi.

Al guardarli, le viene da piangere, ma morirebbe per l’imbarazzo.

L’uomo si china a carezzare il cane.

“È minuscolo”, dice.

“Come ti sei decisa a prenderne uno?”.

“È da quando non ci sei che sono triste”, lei vorrebbe rispondere, ma si limita a raccontargli come i guaiti di quell’animale, abbandonato da qualcuno per strada, l’abbiano convinta.

“Ti va di bere qualcosa?” lui propone.

Si incamminano lentamente.

C’è un leggero vento estivo e i capelli di lei si agitano piano.

L’uomo si volta per parlarle e in quel momento rivede il segno scuro, tra l’orecchio e la guancia di lei.

* * *

Allora, improvviso, irrompe un ricordo: ma è come se giungesse da tempi antichi, da un’altra esistenza, infinitamente lontana.

Loro due, sensazioni confuse, un senso gravoso di pentimento, difficile da interpretare, corpi addossati, lamenti.

Poi un velo si lacera: lui vede bambini che corrono, lo sguardo sorridente di lei, abiti antichi, un’isola luminosa, un senso di nostalgia e rimpianto.

Sono pochi attimi in realtà: si scuote, ferito da quelle impressioni, da quel senso di colpa.

Non capisce, eppure sente che in tempi lontani ha provocato dolore.

Intanto il ricordo si dissolve piano.

“Qualunque cosa sia accaduta, io adesso sono qui”, pensa.

E prova conforto, come quando finalmente si rimedia a un sopruso.

Allora si avvicina e le sfiora la guancia con le dita.

“Ho avuto nostalgia di questo segno”, vorrebbe dirle, ma non trova il coraggio.

Invece la scruta intensamente, mentre lei si volta a guardarlo, in silenzio.

Poi gli sorride.

Gloria Lai

Opera tutelata da Patamu.com con il n° 105082 del 10/05/2019.

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Mag 18 2019

I BISOGNI E LE ASPETTATIVE DEI BAMBINI

I bambini arrivano dal mondo dell’infinito, dal Tutto che dà forma alla Vita.

E portano con sé quella percezione di pienezza che caratterizza le dimensioni interiori della coscienza.

La nascita li costringe bruscamente a fare i conti con la parcellizzazione dell’esistenza.

Dall’immensità devono spostarsi nella dualità, imparando a distinguere l’io dal tu: gli opposti che modellano le cose così come le sperimentiamo su questo piano di realtà.

In loro è ancora presente l’idea di una Onnipotenza cui nulla è precluso.

Questa visione imbevuta di Totalità condiziona la comprensione rendendoli fiduciosi nell’esistenza di Qualcuno in grado di prendersi cura di ogni loro necessità: Totalmente e Perfettamente.

Qualcuno capace di anticiparne i bisogni, di assisterli nelle difficoltà e di lasciarli liberi al momento opportuno.

Qualcuno pronto a intervenire e a farsi da parte a seconda delle circostanze.

Qualcuno disposto a sacrificarsi per il loro benessere e a gioire di tutti i loro successi.

Qualcuno più forte, più grande e più saggio ma anche umile, discreto e rispettoso.

Poi identificano questo Qualcuno con le persone che si prendono cura di loro.

E perciò solitamente con i genitori.

Dalla sovrapposizione dei codici della coscienza infinita con quelli della coscienza parcellizzata prende forma la maggior parte della sofferenza psicologica e del dolore che esiste nel mondo.

La coscienza, infatti, si estende su dimensioni differenti: materiali e immateriali.

Nel mondo immateriale della Totalità, dei sentimenti e dell’intimità con se stessi non ci sono confini, spazio, tempo e polarità.

Tutto esiste in un eterno sempre.

Difficile da tollerare per la mente razionale.

Nel mondo materiale (che di solito chiamiamo realtà) le cose hanno un opposto e si definiscono in base all’individualità che ne traccia i contorni rendendole diverse le une dalle altre.

Qui troviamo il desiderio, l’attesa, la distanza, la fatica e il piacere.

Per i bambini passare dalla dimensione infinita a quella materiale non è facile.

La loro psiche ancora immatura tende a sovrapporre i codici dell’una sull’altra, creando spesso confusione e dolore.

Soltanto negli ultimi decenni la psicologia e la pedagogia hanno evidenziato le caratteristiche del mondo infantile, sottolineando come i più piccini non siano adulti in miniatura ma persone con un’espressione emotiva diversa, bisognose di attenzioni e cure in armonia con il percorso della crescita.

I piccoli hanno desideri e aspettative differenti da quelle dei grandi.

Devono scoprire come funziona questa dimensione materiale e abituarsi a vivere nella dualità, conciliando il bene e il male e imparando a gestirli in se stessi.

In questo percorso di apprendimento mamma e papà hanno il compito di aiutarli a esplorare e armonizzare le tante sfaccettature della vita.

Ma cosa succede davanti all’aspettativa magica che i bambini nutrono nei loro confronti?

Come reagiscono gli adulti all’attesa infantile della loro Onnipotenza?

La lusinga è difficile da gestire.

Sentiamo il bisogno di rispondere adeguatamente alle aspettative dei nostri figli e cerchiamo di incarnare la perfezione e le capacità che loro cercano in noi.

È difficile ammettere la fragilità, le paure, l’insicurezza e quella sensazione di impotenza che accompagna il compito dei genitori.

Troppo spesso evitiamo di riconoscere i nostri sbagli e coltiviamo la pretesa di un’onniscienza impossibile da raggiungere.

Tuttavia, nascondere l’incapacità dietro una maschera di sicumera impedisce la costruzione di una relazione adeguata tra adulti e bambini.

E genera incomprensioni e sofferenza.

Fingere di essere ciò che non siamo ci rende ancora più fragili e permette ai piccoli di credere in un aiuto esterno miracoloso e fuorviante.

La crescita passa attraverso una progressiva assunzione di responsabilità e una presa in carico di se stessi e del mondo.

Solo una profonda conoscenza di sé permette di vivere relazioni sane, appropriate e durature.

Infatti, la condivisione e l’accettazione degli altri prendono forma dall’ascolto delle rispettive verità.

In quella pluralità di vedute senza giudizio e senza censure si costruiscono la fratellanza, la cooperazione e l’accoglienza di ogni forma di vita.

I piccoli hanno bisogno di comprendere la complessità e la frammentazione che caratterizza il mondo in cui viviamo.

Arrivano da un’immensità di cui portano ancora i codici nel cuore.

E il compito dei genitori è quello di aiutarli a fare esperienza di sé e della propria intima verità.

Un compito che abbiamo disatteso troppo spesso con noi stessi e per questo non riusciamo a porgere ai nostri figli.

Crediamo impropriamente che la vita sia contenuta tutta nella concretezza e trascuriamo la conoscenza dell’immaterialità che ci caratterizza e appartiene al mondo dei sentimenti.

Questo rende difficile comprendere la psiche dei bambini e accogliere il dono della loro fragilità senza lasciarsi sedurre da quell’Onnipotenza che si aspettano da noi.

I cuccioli hanno bisogno di adulti capaci di umiltà.

Perché devono assumersi la responsabilità di se stessi per imparare a muoversi in questa dimensione.

La soggettività è difficile da tollerare e da gestire e il bisogno di ricevere amore spinge a conformarsi a modelli preformati da altri.

I genitori fanno fatica a seguire i giovani senza erigersi a unici depositari della conoscenza.

Sono ancora bambini anche gli adulti.

E spesso le parti infantili spingono a cercare nei figli le gratificazioni necessarie a risolvere un’infanzia difficile.

Accogliere i bisogni dei bambini significa ammettere di non poterli mai soddisfare del tutto, tollerando il peso della propria impotenza.

Il più grande bisogno dei piccoli è comprendere se stessi.

Senza aspettarsi da nessuno la Perfezione che appartiene all’Infinito.

Carla Sale Musio

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