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Set 23 2015

IL MIELE

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Decise di ritirarsi in campagna.

Aveva una casa e un terreno, qualche risparmio da parte e la voglia impellente di stare da solo.

Annoiato dalla città, tediato dalla gente, deluso dalle donne.

Allora preferì una solitudine ricca di pensieri ad una vita insieme, magari noiosa o piena di recriminazioni o densa di intolleranze.

Con se stesso trovava un equilibrio calmo, il senso sereno delle cose.

Suo padre avrebbe approvato la sua scelta, lui così orgoglioso di quel fazzoletto di terra e di quella casa, semplice e confortevole dove, appena poteva, andava a riposare, a badare ai fiori, a curare l’orto.

Tutte le domeniche, poi, le trascorrevano lì in campagna.

Finchè era piccolo, il figlio stava con i genitori, ma quando crebbe, gli sembrò di sprecare tempo ad accompagnarli: lasciò che i suoi vecchi andassero da soli.

Poi si trasferirono a viverci il loro ultimo tempo.

Lui, invece, rimase in città: il lavoro, gli amici, le donne, le uscite, gli svaghi.

Nella casa in campagna si recò solo qualche volta.

Poi tornò per salutare i suoi quando, prima l’uno poi l’altra, se ne andarono quietamente, sereni e pacati come erano vissuti.

*** *** *** *** *** *** ***

Ma col tempo una noia crescente, un’insoddisfazione imprecisa, un tedio quasi giornaliero.

Finito anche l’ultimo amore, il più sofferto, decise di chiudere con i sentimenti e appena poté, abbandonò il lavoro, non sopportando più la quotidianità dell’ufficio, i caffè insapori alla macchinetta, le battute grevi di qualche collega.

*** *** *** *** *** *** ***

Ci volle un po’ a sistemare il giardino, ma la terra non lo tradì.

Cominciarono a rinverdire le siepi e sbocciarono i fiori , poi prese vigore anche l’orto.

Lui scoprì il conforto dell’alba, scrutata al risveglio, e la consolazione di una cena serena all’imbrunire.

E poi sentiva che in quelle stanze, dove negli ultimi anni i suoi avevano vissuto, lo accoglieva un affetto infinito, la dolcezza di un abbraccio leggero.

*** *** *** *** *** *** ***

Molte cose della vita in campagna lo stupivano: i colori, gli odori, la fatica immensa degli insetti.

Più di tutto lo colpì il volo fattivo delle api: ammirava i loro corpi operosi, il rovistare tra i fiori.

Oltre il campo, le arnie del vicino: ogni tanto scambiava con lui due parole.

Quello gli fece assaggiare il miele delle sue api, orgoglioso per le lodi sincere che l’altro gli rivolse.

*** *** *** *** *** *** ***

Sul davanzale della finestra lui aveva dei vasi di fiori, che attiravano insetti.

Guardando attentamente le api, prese a distinguerne una, armoniosa e sottile.

Bella davvero.

Prima pensava che quegli insetti fossero tutti uguali, ma riconosceva le forme leggere e le dimensioni perfette, quando la vedeva intenta sui vasi.

Si informò dal vicino.

Quello gli spiegò che le autunnali erano più longeve delle api estive.

Lui non chiese il perché, ma si consolò.

Era autunno e l’ape che ammirava sarebbe vissuta ancora qualche tempo.

Guardandola, lui si diceva che al mondo c’erano cose più importanti: le grandi scelte politiche, l’economia, la violenza, la fame, la sofferenza degli umili, la gioia e il dolore.

Ma, riflettendo, si convinse che anche nell’esile perfezione di quella creatura vibrava l’anima del mondo.

E il suo respiro eterno.

*** *** *** *** *** *** ***

Una mattina, però, nell’aprire le imposte, la trovò adagiata sul dorso, il corpo incurvato, le ali accostate.

Era andata a morire proprio su quel davanzale, forse estenuata, forse ormai troppo anziana.

Accanto alle zampe rapprese, colto da stupore commosso, lui vide brillare una goccia di miele, ambrata e splendente.

E volle pensare che fosse il dono prezioso ed estremo che lei gli aveva portato.

*** *** *** *** *** *** ***

Certo, c’erano cose ben più importanti: le grandi scelte politiche, l’economia, la violenza, la fame, la sofferenza degli umili, la gioia e il dolore.

Ma la vita e la morte avevano ovunque la stessa potenza, lo stesso mistero velato.

E recavano insieme l’arcana magia dell’eterno.

*** *** *** *** *** *** ***

Una sera, una voce di donna oltre il giardino: lui si affacciò.

Passava così poca gente da quelle parti.

Le andò accanto e lei chiese aiuto, perché si era confusa e aveva sbagliato percorso.

E, disse, aveva lasciato la macchina appena oltre il viale d’accesso.

Lui si offrì di condurre la donna alla strada che lei aveva mancato.

Poi la guardò.

Era matura e gradevole.

Il volto aperto, l’aspetto cordiale.

Si avviarono all’auto e lui rallentò per procedere insieme.

Ma una volta arrivati, si stupì a scrutarla negli occhi: brillavano di un riflesso caldo, avevano un colore raro.

Castano chiaro ed ambrato.

Splendevano proprio come gocce di miele.

Gloria Lai

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Mar 09 2015

IL VINO

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Aveva il vino cattivo: lo aveva già capito tempo prima, ma ancor più lo seppe quella sera, dopo una sosta con amici all’osteria.

L’umore alterato, il fastidio alle domande di lei sul perché fosse rientrato tardi, la rispostaccia che le aveva dato.

Le volte successive fu peggio: purtroppo con la fabbrica chiusa lui era ormai senza lavoro, ma sprecava in vino all’osteria quei pochi risparmi faticosi.

Eppure non era solo: una moglie innamorata e un figlio di pochi anni.

Alcuni lo dicevano fortunato, ma lui era infelice: la mancanza del lavoro lo umiliava e non sapeva sottrarsi alla tristezza.

Le carezze del bimbo lo rasserenavano appena e lo sguardo triste di lei era un rimprovero muto, a cui non sapeva abituarsi.

**************

Non era sempre stato così: se riandava a qualche tempo prima, ricordava il giorno in cui era diventato padre.

Aveva sentito più forte l’amore per lei, straziata dalle doglie, ma capace ancora di sorridere.

Poi, il figlio tra le braccia, il suo odore di creatura inerme, quel senso di dolcezza che lui, il padre, non conosceva così forte.

Il bimbo aveva gli occhi azzurri, come lui.

Un colore inatteso in quell’uomo bruno: lei, appena lo conobbe, ne rimase rapita.

E sempre, a guardarli in fondo dove l’azzurro si scuriva, lei sentiva che quegli occhi parlavano per lui, più di qualunque discorso.

Il loro amore, le nozze, la casa insieme, il figlio…

Tutto sembrava perfetto: eppure, qualche tempo dopo, il lavoro perduto, la tristezza, l’umiliazione, il tempo vuoto, lo scoramento del domani, il vino.

**************

Da qualche tempo era giunto in paese: si aggirava di casa in casa, instancabile, trafelato, il muso umido e la coda agitata nella speranza di un richiamo o di una carezza.

L’aspetto tradiva i tanti incroci da cui era nato e le zampe corte narravano la sua esistenza caparbia, spesa in strade, delusioni, padroni perduti, pietre schivate.

Un cane randagio.

**************

Ormai lei era disperata: lui stava fuori sempre più spesso e al rientro era abbrutito, scostante, alterato.

E quella sera, per la prima volta, le diede uno schiaffo, la mano pesante sul volto.

Lo sguardo di lei lo gelò, mentre lui levava ancora il braccio, ma fu soprattutto il pianto del bimbo a fermarlo: il rumore lo aveva svegliato e l’ombra del padre sul muro gli era parsa un drago cattivo, la zampa unghiuta a ghermire la madre.

**************

Affranto dalla vergogna, era uscito di nuovo: c’era freddo, era notte avanzata, ma lui percepiva solo il bruciore alla mano.

Si avviò lungo la strada per l’osteria.

D’improvviso uno zampettìo speranzoso attrasse la sua attenzione: l’uomo individuò nella notte una sagoma chiara.

Il cane si accostò di più, gli si fermò accanto.

Iroso, lui allungò un calcio potente: i guaiti sofferti dell’animale si persero nel buio.

*************

All’osteria ormai lo conoscevano bene: non gli lesinarono qualche altro bicchiere.

C’erano ormai pochi avventori a quell’ora.

Due non li conosceva nessuno: erano forestieri.

Lo guardarono entrare.

Quando, dopo qualche tempo, lui si alzò incerto per andar via, si levarono anche loro.

Aspettarono un poco, poi lo seguirono lentamente.

Procedeva con un’andatura stanca e  stentata: lo raggiunsero in fretta, lo spinsero in un angolo e gli  frugarono rapidi le tasche.

Lui tentò di urlare, ma gli uscì una voce debole, arrochita dal vino.

Quelli, infuriati per avergli trovato pochi spiccioli, presero a picchiarlo a calci e pugni.

Continuarono violenti anche dopo che lui si era accasciato al suolo.

Poi andarono via, incuranti.

L’uomo rimase immobile, incapace di alzarsi.

Il freddo aumentava, il corpo gli doleva, in bocca il sapore del sangue.

Cominciò a cadere la neve: gli venne da pensare che poteva morire, ma in fondo  gli era dolce abbandonarsi.

Nel torpore crescente, dietro le palpebre chiuse, due immagini sole: lo sguardo azzurro del figlio e le labbra di lei, quando ancora gli sorridevano.

**************

Una lingua corposa quasi lo schiaffeggiò: leccate potenti, un alitare caldo, un muso umido accanto al suo viso.

Con grande fatica aprì gli occhi e impiegò del tempo a capire.

Davanti a lui un cane.

Quel cane.

Con forza l’animale continuava a leccagli il volto e lui sentiva che il calore di quell’essere gli ridava la vita.

Riuscì a stento a sedersi; non seppe per quanto tempo rimase così, la testa dolente tra le mani e quel cane al suo fianco, in paziente attesa.

Poi finalmente si alzò, con lentezza, con dolore, e trovò la strada di casa.

Il cane gli camminava a lato quasi a sostenerlo, aspettandolo, quando si fermava per i dolori nel corpo e la testa in fiamme.

L’uomo gli fece una carezza: quello gli si incollò alle gambe, gli occhi umidi di gioia.

*************

Finalmente giunsero a casa: lei era ancora sveglia, aprì la porta, se li vide davanti.

Lui alto, umido di neve, il volto ferito, l’aspetto stravolto.

E un cane, la coda agitata e saltelli folli di gioia.

Lei guardò più attentamente il suo uomo e il timore che provava scomparve: gli occhi di lui, chiari e bellissimi, splendevano di quella stessa luce nella quale lei si era persa, in un tempo non troppo lontano.

Gloria Lai

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Ott 15 2014

VERSO UNA SPIRITUALITÀ SENZA PADRONI


Chiamiamo religione quell’insieme di credenze, prescrizioni, insegnamenti e regole con cui ingabbiamo la spiritualità nel tentativo di riuscire a padroneggiarla senza rinunciare alla sovranità dell’ego, della separazione, della divisione e dei conflitti.

Nessuno, però, può incontrare davvero la spiritualità senza spogliarsi delle limitazioni che appartengono all’ego.

Infatti, solo abbandonando la percezione di un’individualità separata è possibile immergersi nella Totalità e raggiungere quelle dimensioni in cui la vastità della coscienza trova la sua completezza.

Perciò, mentre la religione cerca di circoscrivere l’immateriale per comprenderlo con gli strumenti della concretezza, la spiritualità poggia sulla convinzione che, oltre alla fisicità, esista un livello soprannaturale della coscienza (dal quale la materia trae esistenza, intelligenza e significato) e che, per raggiungerlo, sia indispensabile abbandonarsi a un profondo sentire interiore.

La spiritualità è un aspetto inscindibile della libertà che non appartiene a nessuna professione di fede.

È un modo di essere e di interpretare la vita.

Religione e spiritualità, dal punto di vista psicologico, sono tappe di crescita lungo un percorso interiore che evolve progressivamente dalla necessità di riferimenti concreti ed esterni a sé alla percezione di una realtà interiore, raggiungibile soltanto con il cuore.

Da bambini l’istinto di sopravvivenza porta ad affidarsi totalmente ai genitori, ritenuti onnipotenti e in possesso delle chiavi del bene e del male.

Questo fiducioso abbandono alla autorità dei grandi sollecita il bisogno di delegare la gestione della propria vita a un maestro, considerato superiore e capace di indicare i comportamenti giusti e quelli sbagliati, e, col tempo, si deforma nella necessità di affidare le proprie scelte a un rappresentante concreto della Divinità, percepita più in alto e lontana da sé.

La devozione ai genitori si trasforma così nella devozione religiosa e diventa tanto più inflessibile e indiscutibile quanto più il rapporto con l’autorità degli adulti è stato vissuto in modo onnipotente e totalizzante.

Diventando grandi la dipendenza infantile cede il posto a un’autonomia di pensiero che gradualmente si libera da una rigida separazione tra bene e male e dalla adesione passiva a modelli di comportamento preconfezionati.

La molteplicità dell’esistenza, infatti, non può essere divisa in categorie contrapposte e la profondità interiore, nella maturità, si apre all’accoglienza di una complessità spirituale in cui bene e male sono soltanto tentativi maldestri di padroneggiare la poliedricità che caratterizza la vita.

Così, crescendo, la fede in una religione cede il posto all’ascolto di una spiritualità interiore, mentre la ricerca di maestri posti fuori di sé è soppiantata dalla scoperta di significati interiori sempre più profondi e in continua trasformazione. 

La percezione di una divinità interiore è la conseguenza del processo di indipendenza e di responsabilizzazione che caratterizza la crescita psicologica e conduce ad assumere su di sé l’onere delle proprie scelte e della realtà, fino a sentire che ogni accadimento, anche apparentemente casuale, è la conseguenza di un bisogno di crescita e di espansione del sé.

Nella maturità la delega della spiritualità alla religione giunge al termine e la ricerca della profondità della vita si apre all’ascolto di una saggezza interiore, in grado di accogliere l’esistenza in tutte le sue sfaccettature. Senza esclusioni.

È un sapere profondo, un sentire che nasce dal cuore e ognuno deve raggiungere da sé, abbandonando le pretese di oggettività e di condivisione per affidarsi alla guida di una soggettività diventata capace di accogliere senza discriminare.

Quando la maturità conquista l’autonomia e la responsabilità, l’amore conduce al raggiungimento di una spiritualità esclusivamente interiore, in cui il rapporto con l’incommensurabilità e la saggezza della vita non ha più bisogno di intermediari, ma trova nel cuore e nella coscienza di ciascuno la sua indiscutibile verità.

Senza padroni.

Carla Sale Musio

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