Archive for Luglio, 2021

Lug 29 2021

CONCLUDERE L’ALLATTAMENTO SENZA TRAUMI

Benché l’allattamento sia la principale fonte di nutrimento per il neonato, il bisogno di suzione, la vicinanza al corpo materno e il piacere derivante dall’assunzione di latte fanno sì che il neonato attribuisca al seno diversi significati simbolici.

Il seno nutre, il seno consola, il seno protegge, il seno riscalda, il seno rassicura, il seno concilia il sonno.

Nel corso dei primi mesi di vita il bambino impara a fare esperienza della madre oltre il seno ma quest’ultimo rimane comunque fonte di soddisfazione dei bisogni primari.

Così i bimbi richiedono il seno anche quando non hanno fame e anche oltre il divezzamento, quando hanno imparato a mangiare regolarmente.

Questa premessa è fondamentale da considerare quando una madre decide di interrompere l’allattamento.

Negare il seno al bambino, dal suo punto di vista, significa negargli la possibilità di addormentarsi, consolarsi, proteggersi, rassicurarsi come era abituato a fare.

Interrompere l’allattamento bruscamente significa negare al bambino ciò che per lui, fino a quel momento era fonte di certezza.

È chiaro quanto dal suo punto di vista diventi frustrante, difficile da accettare e alcune volte traumatico, minando addirittura il senso di fiducia che il bambino aveva maturato nei confronti della madre.

La soluzione migliore sarebbe quella di portare l’allattamento sino al suo termine naturale, ossia fino al momento in cui il bambino non ne sente più la necessità, ma è anche vero che l’età potrebbe protrarsi e la madre viva quel momento non più come un piacere ma in maniera frustrante e fastidiosa.

Per questo motivo è bene accompagnare il bambino all’interruzione dell’allattamento in maniera graduale, sostituendo la modalità con cui egli soddisfa un suo bisogno.

Certo non è immediato ma come ogni nuovo apprendimento è necessario darsi del tempo e avere tanta pazienza.

Gli esempi possono essere tantissimi:

  • Dopo aver giocato al parco il bambino si lancia sulla madre alla ricerca del seno, in questi casi è molto probabile che il bambino abbia fame o sete. A questo punto è importante giocare d’anticipo dicendogli che dopo i giochi potrà fare merenda e nel momento in cui si presta a richiedere il seno anticiparlo e offrirgli ciò di cui necessita.

  • Un bambino che si fa male va a ricercare il seno non di certo perché ha fame ma per consolazione, anche in questo caso è fondamentale riconoscere il suo bisogno e rispondere ad esso senza proporre il seno, consolando il bambino con abbracci, parole rassicuranti.

  • Lo stesso rituale dell’addormentamento si può modificare, magari facendo si che sia l’altro genitore a far addormentare il bambino con metodi differenti.

Ragionare e operare in questo modo significa accompagnare i bambini verso una processualità accettabile, significa riconoscere e soddisfare comunque i loro bisogni e continuare a coltivare il legame di fiducia senza dover ricorrere a tecniche traumatiche e devastanti non solo per i bambini ma anche per i genitori.

Crescere insieme in maniera serena ed efficace si può … del resto quando cresce un bambino i genitori crescono insieme a lui.

Martina Mastinu

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Lug 22 2021

MIMETIZZARSI E APPARIRE

La capacità di sparire e apparire fa parte della dotazione naturale della magia.

Tutti i maghi possono apparire e sparire.

Anche se non tutti sono capaci di gestire questa abilità.

Infatti occorre una buona consapevolezza interiore per cavalcare i doni miracolosi che la vita ci regala.

Le altre specie animali mantengono viva una conoscenza che gli esseri umani hanno perduto e nel rapporto con l’ecosistema imparano spontaneamente a rendersi evidenti o mimetici in base alle necessità.

Gli animali selvatici sono capaci di sparire e apparire, esibendosi o rendendosi invisibili a seconda delle situazioni.

La specie umana, invece, snobba le competenze interiori e preferisce sostituirle con tante protesi tecnologiche, sicuramente raffinate e potenti ma inutili nella relazione con la natura.

Apparire e sparire sono modi di essere legati ai cambiamenti del mondo interno e manifestano la volontà di protagonismo o l’esigenza di assistere indisturbati agli eventi.

Tutti gli animali selvatici e liberi conoscono queste possibilità e le utilizzano per gestire la vita.

Gli esseri umani, invece, difficilmente ne riconoscono la presenza in se stessi e il più delle volte ne subiscono gli effetti senza averne il controllo.  

Sentirsi invisibili è un vissuto doloroso nel mondo degli uomini mentre è un vantaggio per tante specie animali.

E per i maghi.

Proprio come gli animali, infatti, i maghi possiedono una conoscenza innata dei mondi interiori.

E per loro apparire e sparire sono strumenti indispensabili per muoversi con agilità nella vita.

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Ma come si fa ad apparire e a sparire?

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Per manifestare o occultare la propria presenza bisogna avere una buona padronanza dei propri vissuti e richiamare potentemente in sé la volontà di mostrarsi o di mimetizzarsi.

Si tratta di una maestria che non può prescindere dal rispetto per l’ecosistema e basata sulla conoscenza delle emozioni.

La realtà si modella in funzione degli stati d’animo che ci attraversano.

E la presenza e l’assenza non sfuggono a queste leggi.

Passare inosservati o mettersi al centro dell’attenzione sono modi di essere, vissuti che modificano la nostra essenza rendendoci più o meno evidenti agli occhi degli altri.

Esiste un magnetismo interiore che condiziona le relazioni.

Possiamo chiamarla leadership o mimetismo, esibizionismo o riservatezza, ostentazione o discrezione.

Le parole cambiano ma il contenuto emotivo è lo stesso e manifesta il bisogno di emergere o di nascondersi.

In natura queste capacità sono fondamentali per la sopravvivenza e tutte le altre specie imparano a farne uso spontaneamente.

Ma nella società babbana conta solo il guadagno e l’abilità di apparire o sparire non è contemplata.

Tuttavia, chi porta in se stesso le stigmate della magia prima o poi ne scopre l’esistenza e usufruisce del potere che ne deriva.

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STORIE DI APPARIZIONI E SPARIZIONI

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Franca detesta mettersi in mostra e preferisce osservare gli altri per scegliere con calma le persone con cui fare relazione.

Da piccola ha imparato a scomparire giocando a nascondino con i suoi fratelli più grandi.

E oggi ripropone quella competenza ogni volta che sente il bisogno di eclissarsi.

Di solito le succede nelle situazioni in cui c’è molta gente sconosciuta.

In quei momenti evoca dentro di sé la sensazione di non esistere come persona mentre si identifica potentemente con un oggetto statico dell’ambiente in cui si trova (le tende, il muro, un tavolino…).

La donna non sa perché, ma ha verificato nel tempo che questa sorta di meditazione la rende poco appariscente agli occhi degli altri.

In questo modo contempla ciò che le succede intorno senza essere tirata in ballo.

E appare soltanto quando decide di uscire da quel suo particolare stato di trance.

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Mauro viaggia spesso per lavoro e usa la sparizione mentre guida la macchina, per non perdere tempo quando incontra un posto di blocco.

Appena scorge in lontananza la pattuglia delle forze dell’ordine concentra il focus dei pensieri sulla frase: “Quest’auto è invisibile” e lascia che ogni cosa dentro di lui perda importanza, mentre quelle parole catturano totalmente la sua attenzione.

L’uomo non sa dire cosa succede realmente, sa soltanto che nella mente tutto scompare e quel niente diventa una realtà intima e pervasiva.

Dura pochi minuti.

Perché, superato il posto di blocco, Mauro riporta l’attenzione su di sé e sulla strada, affermando con sicurezza: “Adesso la macchina è visibile”.

In questo modo ripristina la quotidianità ed evita gli infortuni.

Un’auto che non si vede, infatti, potrebbe causare spiacevoli incidenti.

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Elena ha frequentato una Scuola di Illuminazione e spesso si allena a sparire e apparire.

Entrare e uscire senza farsi vedere da un luogo dove non è stata invitata è uno dei suoi esercizi.

Un altro è fare in modo che qualcuno le rivolga la parola senza che lei debba compiere alcun gesto, soltanto richiamandone l’attenzione con la forza della volontà.

Alla Scuola di Illuminazione le hanno spiegato che la maestria della vita è contenuta nella capacità di muoversi assecondando l’ordine delle cose e osservando ciò che succede con attenzione, pronti a porgere aiuto se è necessario ma anche a farsi da parte rispettando l’ecosistema.

Proprio come fanno gli animali quando curano i loro piccoli o si nascondono dai predatori.

Carla Sale Musio

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Lug 15 2021

ALLATTAMENTO E PREGIUDIZI

“Quanti anni ha il tuo bambino? Lo allatti ancora?”

Questa è una delle tante frasi che spesso, le mamme che allattano, si sentono dire, talvolta accompagnata da un mix di stupore, incredulità e sdegno.

Ma com’è che un atto relazionale unicamente chiamato a coinvolgere principalmente la diade (e poi la triade) diventa oggetto di approvazione o disapprovazione sociale?

In parole povere, perché alle persone da fastidio una mamma che allatta un bimbo che non è più un neonato?

Sono diversi i pregiudizi e le pressioni sociali che ruotano attorno alle tematiche dell’allattamento, e spesso essi provengono da contesti talmente vicini alla mamma o si compiono in maniera così pressante che la mettono in crisi nel filtrare e proteggere se stessa e le scelte fatte con il suo bambino dagli attacchi esterni.

I pregiudizi rivolti alle mamme sono molteplici: la donna che allatta oltre il divezzamento (introduzione di altri cibi dopo il sesto mese di vita) viene spesso vista come una madre che non è in grado di ritagliarsi i suoi spazi personali, una madre totalizzante che non riesce a staccarsi dalla simbiosi con il suo bambino, una madre che non investe nella relazione con il partner e una donna che opta per tutta una serie di rinunce lavorative e sociali annullandosi nella sua individualità.

Ancora una volta il ruolo della donna viene visto in maniera passiva e succube.

Questo stereotipo arriva come contro-reazione alla cultura arcaica e maschilista in cui la donna viene concepita tale unicamente nei suoi ruoli di madre e moglie.

Per far fronte a questo pregiudizio quindi, si è creato il pregiudizio opposto: la donna è tale solo quando non è moglie e madre, di conseguenza si ricade comunque nello stesso errore di considerare una mamma come un essere passivo e non dotato di una propria autonomia decisionale.

Perché bisogna cadere per forza dentro questi schemi stereotipati e privi di flessibilità?

Perché una donna che allatta non può, allo stesso tempo, avere una relazione soddisfacente con il proprio partner ed essere libera di gestire la propria attività lavorativa e la sua vita sociale tenendo anche conto dei suoi bisogni e della responsabilità che ha deciso di assumersi come genitore?

Restituiamo alle donne la giusta immagine di persone libere e autonome nelle scelte che le riguardano poiché rimandando ad esse tale visione stiamo davvero mettendo fine ai pregiudizi che ruotano attorno a qualsiasi scelta ed andiamo verso la consapevolezza che ogni persona sia unica nella propria complessità.

Martina Mastinu

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Lug 09 2021

GENITORI BABBANI E BAMBINI MAGHI: un’evenienza molto frequente

Nascere in una famiglia di babbani per un mago significa spesso vivere in mezzo alle difficoltà, soprattutto durante l’infanzia.

Infatti i babbani ignorano la magia e considerano importante solo ciò che si può toccare, misurare, pesare e, soprattutto, monetizzare.

Al contrario, essere maghi comporta una percezione attenta ai richiami del mondo interiore e in contatto con la natura e i suoi poteri.

I piccoli maghi seguono le proprie intuizioni con la stessa attenzione con cui ascoltano le parole dei grandi e questo può generare confusione quando gli adulti deridono i saperi magici.

Lo stigma della diversità (o, peggio, dell’anormalità) incombe sull’identità dei giovani che, per paura dell’emarginazione, non sempre riescono a mantenere vive in se stessi le capacità creative.

Capita spesso che i bambini, sentendosi derisi e criticati a causa della loro sensitività, finiscano col cancellare le tracce di quella conoscenza ancestrale per conformarsi ai dettami della concretezza, della produttività e dell’omologazione.

Ma la magia non può essere eliminata dalla psiche con un atto di volontà e questo fa sì che, nonostante i tentativi camaleontici di trasformare se stessi, i maghi finiscano per sentirsi fuori posto in un mondo che ignora l’esistenza dell’invisibile e la profondità della vita.

Ecco quindi che spesso si rivolgono agli psicologi per ritrovare le chiavi delle loro potenzialità creative.

L’amore è la magia più grande che esista.

Tuttavia, proprio per amore, i piccoli possono arrivare ad annullarne le tracce in se stessi nel tentativo di sentirsi apprezzati da chi si prende cura di loro.

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ANNIENTARE L’AMORE NON È POSSIBILE

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Neanche quando lo si fa per amore.

E la sofferenza che consegue a questi sforzi rende insicuri, fragili e spaventati.

I maghi nati da famiglie insensibili alla magia sono costretti a scoprire il potere creativo senza ricevere nessun aiuto e devono fare costantemente i conti con la propria inesperienza.

I fenomeni naturali accadono sempre e comunque, ma la mancata conoscenza delle risorse interiori rende inquieti e inquietanti agli occhi di chi ha ottuso la propria intuizione e per principio non vuole comprenderli.

Per fortuna la natura dona spontaneamente suo aiuto.

E la crescita di questi bambini è costellata da eventi misteriosi (e provvidenziali) che, come fiammelle nel buio, insegnano la presenza della magia.

Sono manifestazioni naturali venute a ricordare all’umanità l’esistenza di un potere più grande della ragione (e del bisogno di controllo), fenomeni che sovvertono le leggi della fisica per fare spazio ai codici del cuore.

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STORIE DI AMORE E DI MAGIA

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Martina ha dodici anni ed è in viaggio con la scuola.

Una mattina si sveglia presto e… l’assale la nostalgia.

Non è mai stata tanti giorni lontana da casa.

Le mancano le chiacchiere con la mamma e le sorelle.

Vorrebbe sentirle al telefono, ma si vergogna di quella dipendenza.

Teme di sembrare ancora una bambina agli occhi delle sue compagne di stanza.

Per rincuorarsi scorre le foto archiviate sul cellulare.

“Chiamatemi voi…” pensa tra sé.

Passano pochi minuti.

E lo schermo si illumina.

È la mamma!

“Tesoro, come stai? So che sarai di fretta ma volevo sentirti solo un momento…”  

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Quando ha bisogno di qualcosa Rebecca chiude gli occhi e lascia che la sua intuizione le mostri dove può trovarlo.

È un metodo infallibile.

Nella sua mente compaiono immagini o consapevolezze che indicano i luoghi in cui può recuperare o acquistare proprio ciò che sta cercando.

In genere usa questa capacità per scoprire velocemente i capi di abbigliamento che le piacciono a un prezzo conveniente.

La paghetta settimanale non è alta e per stare nelle spese Rebecca deve fare appello alle sue risorse… magiche.

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Da qualche tempo un cane randagio gironzola intorno alla scuola.

Manuela ha sette anni e osservandolo dalla finestra della sua classe nota l’espressione triste dell’animale.

Al termine delle lezioni, mentre aspetta che la vengano a prendere, si ferma ad accarezzarlo.

È un bastardino giovane che le scodinzola e subito la segue convinto di essere il suo cane.

La bambina vede arrivare l’auto dei genitori e gli regala gli avanzi della merenda, allontanandosi velocemente per evitare che lui la segua.

“Non crederai davvero che mi venda per un po’ di cibo?! Volevo solo essere tuo amico…”

La piccola si volta.

Il cane è fermo davanti ai biscotti sparsi per terra.

Anche se non se lo spiega, Manuela è certa che a parlare nella sua testa sia stato lui.

D’impulso torna indietro e lo prende in braccio.

“Mamma ho trovato un cane, ti prego… possiamo tenerlo con noi?”

E farà l’impossibile per riuscire a portarlo a casa.

Da quel momento il cane la seguirà ovunque, dialogando in quel modo silenzioso che solo lei capisce senza poterlo raccontare a nessuno.

Carla Sale Musio

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Lug 03 2021

ALIENATI DALLA RESPONSABILITÀ GENITORIALE

Quando si parla di alienazione parentale ci si riferisce all’esercizio da parte di un genitore di pressioni psicologiche sui figli, che sono pregiudizievoli nei confronti dell’altro genitore.

Chi agisce questo meccanismo, consapevolmente o meno, viene definito genitore alienante mentre chi lo subisce viene definito genitore alienato.

Questo atteggiamento avviene, o comunque viene segnalato, nei casi di separazioni coniugali.

Ma cosa succede nella dinamica di coppia?

Perché un genitore arriva ad escludere l’altro e come mai un genitore si sente escluso?

Cerchiamo di vedere la dinamica senza cercare colpevoli iniziali, senza cercare vittime e carnefici ma attribuendo una responsabilità adulta ad entrambe le parti.

Quando avvengono meccanismi di alienazione partiamo dal presupposto che ci sia una elevata conflittualità di coppia, gli ex partner si “dichiarano guerra” per il fallimento della loro relazione, spostando il conflitto sulla genitorialità e quindi usando come scudo di protezione/attacco i figli che diventano, di conseguenza, coloro che accusano maggiormente il colpo poiché usati strumentalmente (e spesso non consapevolmente) per colpire l’altro genitore.

Sia chi aliena che chi viene alienato sostiene di non agire alcuna guerra nei confronti dell’ex partner ma spesso non si esime da:

  • critiche e giudizi sul suo comportamento davanti ai figli,

  • denigrazioni esplicite mentre parla del “fallimento” della relazione coniugale,

  • attribuzioni causali unicamente al partner che diventa il colpevole o il responsabile della maggior parte dei tracolli,

  • non rispettare gli accordi stabiliti perché esiste sempre una scusa “per il bene dei bambini”,

  • raccontare ai figli la propria versione dei fatti senza filtrare argomenti delicati che per loro risultano pesanti e ingestibili.

Cosa succede psicologicamente nei figli?

I figli tirati in ballo dentro queste questioni vivono un senso di divisione fortissimo.

L’amore che provano nei confronti di entrambe i genitori è costantemente messo alla prova davanti ai continui rimandi, da parte dell’altro genitore, di inadeguatezza incapacità, menefreghismo e cattiveria.

Il tentativo di crearsi una immagine sufficientemente adeguata e in linea con il sentimento che provano è continuamente minato e il procrastinarsi di questi tentativi è fondamentale per un figlio che necessita di integrare a sé un’immagine positiva degli adulti di riferimento poiché necessaria per la propria crescita.

Immaginate però quanta fatica se da un lato c’è un figlio che crea e dall’altro ci sono genitori che distruggono.

Il più delle volte accade che i figli, per salvaguardare la loro integrità mentale, sono costretti a scegliere, e tale costrizione non proviene da una richiesta esplicita di un genitore ma è inevitabile in relazione alle circostanze e alla forte pressione psicologica che vivono; come se fosse il tentativo di sottrarsi al conflitto.

Avviene generalmente che i figli si alleano con il genitore alienante che in genere è colui con il quale essi vivono principalmente, e quindi, mettono da parte tutte le emozioni positive che nutrono nei confronti dell’altro genitore, negandosele, in modo da accettare un’unica versione dei fatti, nella propria mente, che è quella del genitore con cui si alleano.

La triste realtà è che molti genitori si convincono che il figlio “sia stato in grado di capire veramente chi era l’altro genitore” senza minimamente pensare al danno che gli si è arrecato nel portarlo davanti ad un bivio inevitabile e portandolo a sopprimere i sentimenti verso l’altro genitore.

Ma non è finita qui…

Spesso questi figli iniziano ad avere manifestazioni di rabbia o crisi d’ansia e attacchi di panico.

Da dove hanno origine questi sentimenti?

Essi sono l’esatta negazione dei sentimenti nutriti nei confronti dell’altro genitore e negati.

Dal momento che il figlio non si sente libero di esprimere ciò che prova per il genitore distante, il suo inconscio lo spinge a tirar fuori questi sentimenti attraverso sintomi creativi o modalità relazionali disfunzionali e dolorose.

Il genitore che “aliena” deve essere quindi ben consapevole del fatto che sta usando i propri figli come valvola di sfogo e che arreca un grave danno in termini di sviluppo psicologico e relazionale sui propri figli.

Tale danno non si esprime solo nella relazione con il genitore ma spesso con le relazioni amorose che il figlio avrà (o che non riuscirà ad avere).

Avere consapevolezza di ciò è una importante responsabilità adulta e genitoriale poiché come genitori si è chiamati a tutelare e a salvaguardare il benessere dei propri figli, non solo fisico ma anche psicologico e sociale.

Non demonizziamo però solo il genitore che aliena.

Nelle dinamiche relazionali, come già detto, non cerchiamo una linearità e una logica causa effetto ma le vediamo da un punto di vista sistemico.

Smascheriamo così il genitore alienato ponendolo davanti alle sue responsabilità.

Anche egli, non da meno dell’altro, agisce una guerra silente ponendosi come vittima e spesso usando questa come “scusa” per non agire correttamente.

Anche il genitore alienato, nelle ridotte possibilità di relazione con i propri figli, non perde occasione per denigrare l’altro genitore, per sottoporre i figli a interrogatori, per deresponsabilizzarsi delle proprie azioni o comportarsi con i figli in maniera totalmente differente rispetto all’altro genitore, senza tener conto dei bisogni reali e oggettivi dei propri ragazzi e, di conseguenza, entrando in conflitto esplicito con l’altro genitore.

In molti casi avviene che essi non si preoccupano della quotidianità dei figli e lasciano che sia l’altro genitore a farsi carico degli oneri perché “tanto se ne occupa lui” o fanno delle scelte senza tener conto del proprio ruolo genitoriale.

In questi casi i figli, non sentendo un clima sereno nemmeno nella relazione con il genitore alienato, decidono di prenderne le distanze, semplicemente sposando totalmente la versione dell’altro genitore ma dando anche il via a al generarsi di tutto ciò sopra descritto.

Quale sarebbe allora una soluzione?

Cercare di fermare il più possibile questa dinamica iniziando con una importante assunzione di responsabilità a partire da ciò che ha portato alla fine della relazione coniugale, fino all’accettazione e consapevolezza che il ruolo genitoriale, non solo va differenziato da quello coniugale, ma deve continuare in maniera ragionevole e considerante del benessere dei figli.

In questi casi è fondamentale farsi aiutare, riuscire a tirare le somme e a mettere un punto emotivamente alla relazione di coppia e a guardarla in termini evolutivi.

Ciò consente di focalizzarsi unicamente sulla genitorialità e di trovare modalità comunicative efficaci.

I figli che hanno due genitori hanno diritto ad avere una buona relazione con entrambi, hanno diritto ad esprimere le emozioni che provano nei confronti di entrambi ed entrambi i genitori hanno il dovere di tutelare tutto questo.

Martina Mastinu

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