Archive for Aprile, 2019

Apr 30 2019

IL BAMBINO INTERIORE

Chiamiamo Bambino Interiore quella parte della psiche che pensa, vive e sente le emozioni come quando eravamo piccoli.

Nell’inconscio il tempo non scorre e tutto esiste in un eterno presente.

Il mondo intimo è popolato di tanti sé che nella cronologia si sono succeduti l’uno all’altro ma nella mente esistono contemporaneamente.

La vita affettiva si arricchisce sempre di nuove possibilità senza perdere ciò che è accaduto prima a favore di ciò che succede dopo.

Prima e dopo sono momenti di un’esperienza lineare molto diversa dall’esperienza emotiva.

La coscienza possiede dimensioni differenti:

  • una è quella pratica in cui ci muoviamo quotidianamente quando andiamo al lavoro, accompagniamo i nostri figli a scuola, ci rechiamo ad un appuntamento o a vedere un film;

  • un’altra è la sfera emotiva in cui tutto è intriso di sensazioni e percezioni (spesso fatte di bene e male, buono o cattivo, giusto o sbagliato e così via);

  • un’altra ancora è lo spazio spirituale dove le dualità e le contrapposizioni si estinguono per fare posto a un sentimento di Totalità in cui tutto ciò che esiste si fonde con l’identità, dilatandola all’infinito e dando origine al benessere che deriva dalla completezza. Quest’ultima è una dimensione cui si accede quando la mente lascia la presa e il bisogno di controllo cede il posto alla fiducia e all’abbandono a un principio creativo più grande.

Solitamente lo scorrere dei fatti s’intreccia con le sensazioni intime.

E le emozioni colorano gli avvenimenti dando vita alle esperienze così come le conosciamo e le viviamo.

Ci sono dei momenti, però, in cui questo intreccio naturale e spontaneo s’interrompe perché qualcosa determina un arresto nel flusso delle percezioni.

Possono essere situazioni coinvolgenti, traumatiche o appassionanti, che sospendono la linearità del tempo e ci sprofondano nella realtà emozionale (che esiste fuori dal tempo).

In quei momenti un sé prende vita nella coscienza facendosi testimonial di ciò che è accaduto.

A volte per un periodo circoscritto nella memoria e a volte in un continuo presente.

Può succedere a causa di un evento traumatico ma anche estremamente appassionante.

Durante l’infanzia gli avvenimenti hanno caratteristiche fortemente emotive e il Bambino Interiore ricorda ciò che è accaduto anche quando siamo diventati adulti, sovrapponendo il suo modo di pensare a quello della maturità e creando situazioni buffe e giocose ma, a volte, anche molto dolorose.

Quando parliamo di Bambino Interiore ci riferiamo a quei modi infantili di leggere la vita che ancora permangono nell’età adulta e che in alcune circostanze possono compromettere le relazioni affettive creando molta sofferenza.

È il Bambino Interiore il complice che ci aiuta a giocare e comprendere i nostri figli.

Tuttavia è anche il sabotatore che spinge a esigere dal partner un’attenzione illimitata senza chiedere o spiegare niente.

Come tutti i bambini, il Bambino Interiore è egocentrico e prepotente ma anche vulnerabile, indifeso e ipersensibile.

È necessario conoscerlo e comprenderlo per evitare che i suoi bisogni interferiscano con le scelte della maturità e fare in modo che le sue qualità diventino una risorsa (e non un ostacolo) nel dispiegarsi della vita affettiva.

Adottare il Bambino Interiore significa farsi carico in prima persona delle sue esigenze e colmare le lacune emotive fino ad evolvere le ferite che ha vissuto, trasformando il dolore in saggezza e liberando le sue risorse: entusiasmo, plasticità, curiosità, creatività, fantasia, originalità, inventiva.

È un percorso interiore che ha bisogno di attenzione e cura e che spesso necessita del supporto di uno specialista capace di aiutarci a riconoscerne le opportunità e le difficoltà.

Nei prossimi post cercherò di darvi le indicazioni necessarie a far emergere la sua ingenuità e la sua saggezza nella vita quotidiana e di aiutarvi ad evitare le trappole che può creare nelle relazioni affettive e di coppia.

Carla Sale Musio

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Apr 24 2019

VIVERE DI LUCE… SI PUÒ!

È difficile da credere.

Eppure… si può!

Si può vivere di luce.

E molti esseri viventi lo fanno naturalmente e spontaneamente.

Sono microorganismi, piante, animali o anche esseri umani.

Tuttavia l’idea che qualcuno possa alimentarsi soltanto di luce sembra ai più una cosa impossibile, riservata ai santi o a chi ha scelto un percorso spirituale ascetico e solitario.

La discriminazione verso chi si nutre di energia è altissima.

E spesso anche gli intelletti più aperti osservano con sdegno queste persone, pronti ad additarle, accusarle di truffa, plagio, fanatismo… e chi più ne ha più ne metta.

Il razzismo è il male di questi tempi.

E si annida dappertutto.

Non siamo capaci di guardare con umiltà e rispetto le altre forme di vita.

Non sappiamo metterci realmente in relazione con chi consideriamo diverso da noi.

E questo ci spinge ad allontanare tutto ciò che non conosciamo e non comprendiamo.

Le persone che vivono di luce accolgono in sé l’esistenza di un’immaterialità non percepibile con i cinque sensi.

Ma reale e riconoscibile nei fatti.

Ci sono tanti fenomeni che mantengono un’indiscutibile veridicità pur non essendo riproducibili in laboratorio.

Uno di questi è l’amore.

L’amore esiste in un’assoluta soggettività.

E nessuno può decretare l’autenticità del coinvolgimento affettivo, a parte chi lo vive.

Eppure siamo certi che l’amore sia reale.

L’amore è l’espressione di un’immaterialità imprendibile con i sensi fisici ma verificabile nel mondo intimo.

La sua mancata riproducibilità in laboratorio non ne inficia l’autenticità.

L’amore abita una dimensione intangibile e verificabile grazie agli effetti che produce.

L’energia dell’amore è invisibile agli occhi.

La si percepisce dentro di sé.

E vivendola se ne definisce l’esistenza.

Le persone che si nutrono di luce si aprono a quest’energia fino a permetterle di sostenere totalmente la loro vita.

Questo però non le rende sante o immortali.

Dimostra soltanto la disponibilità ad accogliere in sé l’immateriale.

La conseguenza di questa apertura permette di non aver bisogno del cibo fisico per sopravvivere.

È un effetto collaterale del percorso introspettivo.

Non vuol dire che non mangeranno mai più niente.

Significa piuttosto che sono libere dalla dipendenza dal cibo e perciò non ne hanno bisogno per la loro sopravvivenza ma possono scegliere se e quando soddisfare il piacere del gusto.

Finché non ci apriremo all’esistenza dell’immaterialità non potremo riconoscerne le potenzialità e il valore.

E guarderemo con sospetto chi invece ne accoglie in sé la verità.

L’accettazione dell’immaterialità della vita è un passaggio epistemologico importante che permette di identificare tutto ciò che i sensi fisici non possono percepire.

Gli animali lo sanno da sempre.

L’essere umano lo ha dimenticato e nella sua pretesa di superiorità deride chi invece ne distingue l’importanza e ne comprende il valore.

Una cultura nuova passa attraverso il superamento dell’egocentrismo e la conquista della maturità.

Gli adulti sono tali non perché hanno compiuto i diciotto anni ma perché hanno imparato a spostare il proprio punto di vista fino a incontrare la diversità.

Un mondo migliore è frutto di uno scambio tra saperi differenti e di una cooperazione capace di scorgere il valore ben oltre l’apparenza delle cose.

Carla Sale Musio

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Apr 18 2019

GENTE CHE CREDE IN UN MONDO MIGLIORE…

La sopraffazione è dappertutto.

Ci hanno convinto che per vivere sia necessario distruggere e il detto:

MORS TUA VITA MEA

è diventata la norma che crediamo indispensabile alla sopravvivenza.

Su questo presupposto crudele abbiamo costruito una società che sta distruggendo il pianeta e provocando ogni giorno nuove patologie psichiche.

Nella nostra presuntuosa arroganza dimentichiamo con troppa facilità che gli animali selvatici non hanno bisogno della psichiatria, dei farmaci e dei T.S.O.

Le altre specie coltivano uno stile di vita improntato al rispetto della natura e convivono tra loro senza distruggersi a vicenda.

Solo la società dell’uomo mette al primo posto se stessa generando innumerevoli guerre e obbligando al sacrificio dell’umanità in cambio di un’appartenenza… che provoca sempre troppo dolore.

Da un punto di vista etologico siamo animali da branco, cioè abbiamo bisogno di condividerci e scambiare le nostre emozioni gli uni con gli altri.

E questo è ben diverso dalla competizione, dalla prepotenza e dalle guerre che ammorbano le nostre scelte quotidiane.

Si chiama, piuttosto, cooperazione ed è indispensabile per la salute mentale.

Siamo esseri umani: spontaneamente portati all’umanità.

Uccidere, distruggere, sopraffare… sono comportamenti estremi e andrebbero usati solo in situazioni disperate.

Nel nostro mondo, invece, sono la consuetudine.

Per soddisfare i piaceri del palato non esitiamo a torturare senza scrupoli tante creature docili e innocenti, alimentando l’indifferenza nella nostra anima e coltivando una civiltà che di civile non ha proprio niente.

In questo scenario terribile anche mangiare è diventato una droga.

E pur di sentirci apprezzati da una moltitudine omologata e priva di autenticità siamo disposti a rinunciare all’umanità e a venderci in cambio di uno stipendio con cui acquistare beni sempre meno utili.

Eppure…

Tante persone scelgono di cambiare.

Anche a costo di sentirsi sole in un mondo che fa di tutto per emarginare chi non si conforma.

Sono uomini e donne capaci di ascoltare il proprio cuore.

Forti di un ideale che esisteva prima che la distruzione trasformasse la vita in un’arena di guerra e l’uccisione diventasse il gioco che intreccia l’esistenza.

Gente che crede in un mondo migliore.

Anche quando la derisione fa sentire stupidi e annienta le speranze.

Sono quelli che preferiscono ascoltare la propria voce intima invece che accendere la televisione.

Scelgono il cambiamento.

Non perché sia conveniente.

Perché sanno che è giusto.

Sono quelli che trasformeranno il mondo un granello alla volta (effetto collaterale di una scelta senza seguaci).

Creature poco visibili nella società dell’apparire.

Seguono il proprio cuore con noncuranza.

E spesso chiedono aiuto agli psicologi.

Non perché siano malati ma perché sopravvivere in un mondo malato è difficile, faticoso e doloroso insieme.

Così, mentre il progresso impone la sopraffazione, camminano contromano senza paura lasciando che l’amore guidi i loro passi e la vita non perda il suo significato profondo.

Carla Sale Musio

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Apr 12 2019

IL VELO


Tanti si recavano da lei: uomini, donne, ragazze, vecchi esitanti, bambini accompagnati dalle madri.

Con loro era più dolce, con quei bambini che gli toglieva dalle braccia, lasciando le madri affrante.

Permetteva che li baciassero ancora, prima di sottrarli per sempre.

Ed era dolce con gli animali: le si arrendevano miti, in un sussulto di speranza.                                                                              

Molti avevano cercato di capirla, di sedurla, di possederne i segreti.

Tanti chiedevano perché.

Uomini di cultura la sfidavano, ponevano domande antiche, ma non ottenevano risposta. Opponeva ai loro quesiti angosciosi un silenzio ostinato.

Allora chinavano il capo sconfitti e chiedevano almeno di non soffrire.

Non rispose mai.

Non avrebbe saputo cosa dire.

Era la morte, superba della propria potenza.

E disperatamente sola.

***

Eppure lei sapeva che in un tempo lontano il dolore non esisteva.

Non esistevano la sofferenza, la malattia, la tristezza.

Tutto era solo amore, liquido come mare e fiumi, ventoso come nuvole estive, bianco come la  neve nei monti lontani.

E sulla perfezione del mondo, splendeva la luce abbagliante del sole.

***

Poi, d’ improvviso, l’arrivo del male.

E lei, la morte, mandata a spezzare vite, senza poter rifiutare.

Allora obbedì alla sua sorte, superba della propria potenza.

Nello spietato volgere del tempo, si recarono da lei moltitudini intere.

Falciava i corpi, come spighe di grano durante la mietitura.

Ma tra le espressioni che scorgeva sui volti, ammirava la tenerezza dei padri, la feriva lo sguardo disperato dei figli, si consolava per il dolce abbandono dei vecchi.

***

Un giorno arrivò un uomo, giovane e bellissimo.

La bellezza la colpiva sempre nell’armonia degli esseri umani e nelle movenze degli animali, ma la perfezione di quell’uomo la stupì.

E stranamente lui non sembrava temerla.

La guardava, anzi, con forza, scrutandola senza timore.

Si avvicinò a lei, chinò il capo, attese.

Lei, intanto, pensava alla vita di quell’uomo, a quanto avesse amato.

Si interrogava su quel sentimento degli umani: lo scrutava nei loro visi, quando lasciavano le persone care e si arrendevano a lei.

Allora decise di sapere e chiese a lui cosa fosse l’amore.

***

L’uomo parlò a lungo, stupito della domanda ma senza paura.

Le disse le storie dei tanti: gli affetti familiari, gli amori fedeli che durano a lungo, la fiamma che accende i corpi e non lascia dormire, il rimpianto per una rinuncia, il coraggio mancato, i giuramenti infranti, gli amori nuovi e caldi.

Le raccontò le promesse negate, le labbra avide, gli abbracci stretti, i momenti sprecati per un’incertezza, per una parola non detta.

Le rivelò la passione che sconvolge e annulla.

Infine tacque.

Lei lo aveva ascoltato assorta.

***

Poi lui decise: “Lasciati amare.” le disse.

“È potente l’amore.”  lei rispose. “Innalza e sconvolge o rende miseri e fragili. Se manca, spinge al rimpianto, quando esiste porta dolore. E, a volte, è terribile come morire. Ma non appartiene al  destino che ho in sorte.”

L’uomo non si lasciò scoraggiare.

Si avvicinò ancora: lei non si mosse.

Le fu accanto.

E le tolse piano il velo nero che scivolò al suolo, scoprendola.

Allora apparve nella sua pienezza a quegli occhi maschili: terribile e splendida insieme, innocente e inerme come agli inizi del tempo.

Offerti allo sguardo dell’uomo, i capelli di lei brillavano di un biondo caldo.

Come spighe mature di grano, prima della mietitura.

Gloria Lai

Registrato su Patamu.com con il n° 101910 del 19/3/2019

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Apr 06 2019

SPAZIO, TEMPO E COSCIENZA… DIMENSIONI DIVERSE DELLA REALTÀ

È difficile definire la coscienza.

Sembra sempre di parlare di un concetto astratto, qualcosa di filosofico che però non esiste realmente.

Siamo abituati a considerare vero soltanto ciò che possiamo toccare, misurare e riconoscere con i cinque sensi.

Tuttavia, da un punto di vista scientifico la realtà è un’altra cosa ed è imbevuta di… coscienza.

La fisica ha dimostrato che l’esistenza non è poi così concreta come ce l’aspettiamo perché tutto è fatto fondamentalmente di vuoto.

Protoni, neutroni ed elettroni, i componenti principali degli atomi, si muovono dentro uno spazio prevalentemente vuoto e la materia non è così piena, solida e compatta, come la percepiamo.

Siamo convinti di essere gli unici depositari della conoscenza e sosteniamo l’esistenza di un mondo (posto al di fuori di noi) a nostro uso e consumo e organizzato apposta per sostenerci.

Non ci sfiora l’idea che questa costruzione arbitraria sia basata esclusivamente sulla nostra percezione.

Eppure…

La comprensione della realtà è sempre la conseguenza di un’osservazione.

Può essere la nostra osservazione oppure l’osservazione degli scienziati, ma tutta la conoscenza nasce dall’osservare ciò che ci circonda e… senza un osservatore non esiste niente!

Parola della fisica quantistica.

Il cervello percepisce il mondo come avente uno spazio e un tempo.

E questo ci spinge a credere che lo spazio e il tempo siano dimensioni imprescindibili della realtà.

Ma ci riferiamo sempre alla nostra realtà, quella filtrata dal nostro cervello e osservata dalla nostra coscienza.

La coscienza è la consapevolezza di ciò che ci riguarda, quello che ognuno di noi sa.

Consciamente o inconsciamente.

Per questo quando vogliamo definire la coscienza non possiamo contrapporla a una realtà che esiste al di fuori di noi.

Dobbiamo invece considerare che la coscienza è ciò che dà forma alla realtà così come la percepiamo e la conosciamo.

La coscienza crea la realtà, cioè interpreta costantemente le informazioni che arrivano dal cervello.

Ma la coscienza non riguarda soltanto la consapevolezza e può essere anche inconscia.

Questo complica le cose.

Durante un attacco di panico la coscienza segnala un forte disagio psicologico e fisico.

Eppure gli strumenti medici non rivelano alcuna anomalia nell’organismo.

Per la medicina tutto funziona perfettamente.

Tuttavia, il paziente vive un’angoscia insopportabile e descrive una serie di sintomi fisici che lo fanno sentire come se fosse sul punto di morire.

In questi casi la percezione della realtà è conscia ma anche inconscia.

Conscia perché siamo consapevoli di una sofferenza.

Inconscia perché questa consapevolezza esiste dentro di noi ma non esiste realmente: il corpo appare sano e privo di problemi.

Chi vive un attacco di panico avverte un dolore che è vero soltanto nella sua percezione e le cause di questo dolore (che pure è fisico) non si trovano nel corpo ma in luogo della coscienza che noi psicologi chiamiamo inconscio.

Le dimensioni della coscienza non sono solo quelle della nostra consapevolezza fisica.

Quando parliamo di coscienza ci riferiamo a qualcosa che va oltre i cinque sensi e comprende una realtà intima e più grande.

La coscienza è un principio vitale che avviluppa tutte le cose.

Ma quali cose?!

Le cose che noi percepiamo, studiamo, analizziamo, esploriamo, testiamo… e chiamiamo realtà.

La vita e la coscienza sono una cosa sola.

Ma quale vita?!

La vita che conosciamo, ciò che ognuno definisce tale, quel mix di sensazioni fisiche, pensieri, consapevolezze e percezioni che ci fanno sentire di esistere.

Può cessare questo mix?

Nessuno lo sa.

Perché non esistono un prima e un dopo per poterlo verificare.

Possiamo solo constatare la presenza di quel principio vitale chiamato coscienza che intreccia costantemente il nostro essere noi stessi e l’esperienza di vivere.

La coscienza è ciò che sono costantemente.

Non possiede un prima e un dopo.

Perché non esistono un prima di me e un dopo di me che io possa percepire, ricordare o condividere.

È un presente senza tempo.

Il tempo e lo spazio sono gli strumenti che permettono alla coscienza di fare esperienza di se stessa.

Carla Sale Musio

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