Archive for Febbraio, 2019

Feb 28 2019

SOFFERENZA PSICOLOGICA E ATTIVITÀ FISICA

Ci sono pensieri che girano per la testa ininterrottamente, dolori che non si vedono e possono rendere la vita un inferno.

Sono vortici che non si fermano mai, nemmeno durante il sonno.

Per calmare quella logorante ruminazione interiore esiste una soluzione semplice ma, purtroppo, poco divulgata.

Quando la mente è sofferente un antidoto efficace (forse l’unico) è l’attività fisica.

Niente riesce a spegnere la mente meglio di uno sforzo aerobico che coinvolga tutto il corpo.

Correre, nuotare, ballare, saltare… sono medicine naturali a costo zero.

Eppure… proprio in quei momenti l’idea di muoversi appare insopportabile.

È come se il cervello tenesse in scacco tutto l’organismo e più i pensieri ci torturano più diventiamo letargici e passivi.

Scivolare nelle sabbie mobili dell’inerzia fisica è il preludio della depressione e mette in moto un circolo vizioso fatto di apatia, di riflessioni insopportabili e di dolori psichici che presto diventano fisici.

Sì, perché non è possibile separare la mente dal corpo e quando qualcosa non funziona a esserne coinvolta è la totalità di noi stessi.

Spesso è proprio l’immobilità a provocare un’accelerazione mentale trasformando l’ideazione in fissazioni e sofferenza.

Conduciamo uno stile di vita che ci costringe a stare fermi per troppo tempo (al computer, alla scrivania, dietro un banco, in fabbrica…) eseguendo gli stessi gesti per parecchie ore tutti i giorni.

E questo crea degli atteggiamenti posturali innaturali.

La tensione necessaria a sopportare ritmi troppo stressanti si somatizza creando delle rigidità fisiche dentro le quali si depositano i cattivi pensieri.

La mente e il corpo, infatti, sono un unico tutto inscindibile e le posizioni che assumiamo più a lungo determinano ciò che viviamo e sentiamo profondamente.

La sofferenza psicologica si accumula nelle membra… e lì rimane!

Fino a quando non sciogliamo i nodi distendendo l’intero organismo.

Tuttavia, non sempre il rilassamento è fatto di immobilismo.

Più spesso è la conseguenza di un’attività capace di movimentare la muscolatura.

Infatti, quando i muscoli si attivano le contratture si aprono lasciando fluire l’energia.

E solo se l’energia fluisce liberamente il riposo diventa possibile.

Quando costringiamo il corpo all’immobilità paralizziamo la corrente vitale provocando un ristagno delle idee e della sofferenza.

Lo sport è un toccasana per la psiche, un elisir di lunga vita che andrebbe praticato e incrementato a mano a mano che l’età avanza.

Ma nella nostra società malata esistono tante prigioni invisibili chiamate: lavoro, denaro, conformismo, omologazione, farmaci…

Sono camicie di forza che imbrigliano i pensieri dentro stili di vita innaturali e si ripercuotono sul fisico provocando degenerazione e malattia (e facendo la fortuna delle case farmaceutiche).

Esistono attività, giochi, passatempi e discipline sportive che non costano nulla, fonti di benessere e di libertà alla portata di tutti.

Per vincere le paure, la depressione, gli attacchi di panico… è indispensabile fare del movimento fisico una medicina.

E prenderla tutti i giorni.

(Anche più volte al giorno.)

Solo così la girandola dei pensieri può ritrovare il giusto equilibrio e il lavoro interiore raggiunge un adeguato compimento.

Psicoterapia e sport dovrebbero sempre camminare insieme.

In un mondo emotivamente sano nessuno dovrebbe soffrire di problemi mentali.

Gli animali (che non vivono con l’uomo) lo sanno e trascorrono la propria vita alternando riposo e movimento in modo sano e naturale.

Gli esseri umani, invece, hanno costruito una civiltà che li obbliga a vendersi per uno stipendio e, in nome del progresso e dell’intelligenza, costringono se stessi dentro un immobilismo che li allontana dall’umanità.

Carla Sale Musio

leggi anche:

IL MIO PSICOLOGO È PIÙ BRAVO DI TUTTI!

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Feb 22 2019

HO SCRITTO UN LIBRO PER DARE VOCE A CHI NON HA PIÙ UN CORPO

Sono convinta che la morte riguardi soltanto il termine dell’esperienza fisica e che l’amore non finisca mai perché esiste in una dimensione della coscienza che è fuori dalle coordinate dello spazio e del tempo.

In quel luogo fatto di percezioni e sensazioni intime è possibile ritrovare le persone che non hanno più una fisicità.

Siamo abituati a pensare in termini di concretezza e materialità, tuttavia, facendo il mio mestiere si impara a muoversi anche in dimensioni diverse.

Sono territori poco concreti ma reali e capaci di regalarci la gioia o la sofferenza, l’armonia o la paura, il benessere o la malattia.

Nel mondo psicologico ci si avventura sempre sui terreni scivolosi e poco frequentati dell’immaterialità e capita spesso di vivere esperienze di vita oltre la morte.

Molti uomini e donne chiedono aiuto quando il lutto rende terribile l’esistenza.

In quei momenti si sta talmente male che niente sembra dare sollievo al dolore.

Eppure…

Sono tante le persone che raccontano sogni, emozioni ed esperienze a testimonianza di una vita che prosegue sempre.

Anche senza il corpo.

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L’AMORE NON HA CONFINI

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E i legami affettivi dopo la morte crescono e si evolvono, costruendo un ponte capace di unire la vita fisica con la vita non fisica e permettendo a chi si vuole bene di ritrovarsi e di abbracciarsi ancora.

Certo, non è facile.

Occorre imparare un nuovo modo di stare insieme e di comunicare.

Ma ciò che a prima vista appare impossibile a poco a poco prende forma rivelando possibilità insperate.

Quando studiamo una lingua straniera dobbiamo abbandonare gli schemi conosciuti e avventurarci in una grammatica nuova e in un diverso gergo espressivo.

Allo stesso modo quando esploriamo il mondo della coscienza e della Totalità dobbiamo aprirci a una modalità differente di leggere gli avvenimenti, tollerando l’inesperienza e la goffaggine che caratterizzano ogni apprendimento.

Il libro:

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COMUNICARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO

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tratteggia un’epistemologia dell’anima capace di aiutare la ragione a sopportare le stranezze del cuore.

E delinea una via per dialogare con chi non fa più parte della nostra fisicità ma esiste in una realtà immateriale da cui è possibile leggere e condividere i sentimenti con grande intensità.

L’amore è un linguaggio primordiale e infinito.

Nella nostra società è guardato con sospetto, insofferenza e derisione.

Per questo è difficile riconoscerlo, soprattutto nei momenti di dolore.

Chi affronta la morte di una persona cara sa che la vita non può avere un capolinea.

Lo sente dentro… anche se fa fatica a crederci.

La paura di trovare una consolazione ingenua e a buon mercato è sempre dietro l’angolo.

Tuttavia, la scienza ha dimostrato l’esistenza di mondi che erano sconosciuti fino a qualche tempo fa.

E oggi la coscienza non è più considerata solamente un prodotto del cervello ma uno stato dell’essere che intreccia inscindibilmente ogni realtà e si avvale dello spazio, del tempo e dell’amore per fare un’esperienza di sé.

Comunicare con chi non ha più un corpo è possibile, avviene sempre e tutte le creature che abbiamo amato e hanno lasciato la dimensione terrena cercano di ricordarcelo costantemente.

Sta a noi decidere se ascoltare il loro messaggio interiore o chiudere ogni comunicazione confinando tutto ciò che non si può toccare in un angolo del nostro inconscio.

Il tempo è soltanto uno strumento per muoverci nella fisicità.

Nel mondo intimo della coscienza esiste un SEMPRE carico di significato.

E sempre pronto a rivelarci la sua realtà nel momento in cui saremo capaci di accettarla.

Carla Sale Musio

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Feb 16 2019

SCELTE DI VITA SENZA VIOLENZA: vivere di frutta.

Ci sono scelte di vita talmente impopolari che, spesso, chi le pratica è costretto a nascondersi per evitare la gogna riservata ai traditori.

Sono voci fuori dal coro mosse da un’etica amorevole e civile.

Così civile che allo sguardo della maggioranza appare esagerata, strana, deplorevole e… sovversiva!

Esiste una gastronomia basata sulla scelta di nutrirsi esclusivamente di frutta.

Una cultura culinaria sconosciuta ai più ma con tanto di chef capaci di preparare pasti saporiti, ricchi di portate differenti e prive di uccisione.

Nell’equilibrio del nostro ecosistema la frutta garantisce una reciprocità basata sul piacere.

I frutti, infatti, regalano un delizioso concentrato di sapore e di energia a chi li coglie e permettono alle piante di spargere i propri semi senza bisogno di muoversi.

Vivere di frutta è la strada maestra verso l’espressione della sensibilità interiore.

In questa nostra società malata di prepotenza e narcisismo, l’empatia è guardata come una colpa e non come un valore.

Perciò, chi è capace di amare ogni forma di vita deve proteggersi, indossando un’armatura fatta di indifferenza e crudeltà.

Ma il cinismo rende impossibile comprendere la moralità.

E, se la scelta vegana è difficile e poco accettata, figuriamoci un’alimentazione fatta soltanto di frutta!

Tanta gente non distingue nemmeno la frutta dalla verdura.

Già…

Perché il frutto è quello che contiene i semi della pianta.

Sono frutti: i peperoni, le zucchine, le melanzane.

Non sono frutti: i finocchi, le patate, le carote.

Tuttavia, molti sono convinti che la frutta sia esclusivamente quella dolce e zuccherina: mele, pere, banane…

E chiama tutto il resto genericamente verdura, a riprova della scarsa attenzione posta sulle scelte alimentari e su quello che gira loro intorno.

Le persone sensibili non possono fare a meno di interrogarsi in merito alle proprie azioni e, prima o poi, arrivano a scoprire il mondo etico di chi si nutre solamente di frutta.

La sensibilità è l’unico valore che cambierà il mondo.

Chi vuole un popolo di schiavi ama il potere ma… ignora la pazienza, la creatività e la determinazione di chi sceglie la vita nonostante tutto.

Le persone sensibili hanno spesso un passato di sofferenza.

E, tuttavia, possiedono una capacità di amare inestinguibile.

Questo li rende rivoluzionari, poco addomesticabili e incapaci di vendersi al miglior offerente.

Sono la spina nel fianco dell’autorità.

Perché l’amore ricresce sempre, come le ortiche.

E chi lo accoglie nel proprio cuore non si lascia corrompere.

Nemmeno da se stesso.

In un mondo che corre al galoppo verso la propria distruzione chi decide di vivere soltanto di frutta nuota controcorrente percorrendo una via sconosciuta ai più.

È un cammino di conoscenza che conduce a scoprire soluzioni nuove anche davanti ai problemi irrisolvibili di sempre.

L’unica strada capace di guidarci verso un mondo migliore.

Carla Sale Musio

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Feb 10 2019

IMPARARE DAGLI ANIMALI: un mondo migliore

Per uscire dalla patologia narcisistica che sta distruggendo il mondo è necessario porsi in una posizione di umiltà verso quelle culture che da sempre mantengono un rapporto biocentrico con la natura e con la vita.

Il rispetto dell’ecosistema è un valore imprescindibile per la sopravvivenza e il presupposto necessario a costruire una cultura della pace.

Gli animali lo sanno e intrattengono un rapporto equilibrato con l’ambiente, con la propria istintualità e con le altre forme viventi.

L’intelligenza e la creatività sono gli strumenti che la natura ha fornito alla specie umana perché potesse mantenere integro e sano il pianeta in cui tutti viviamo.

Ma l’uomo, abbagliato dallo sviluppo della propria ragione, ha finito per snobbare le percezioni interiori esasperando la logica a discapito del cuore.

Cancellare in noi stessi la sensitività ci ha condotto a perdere di vista i valori profondi che sottendono l’esistenza, annientando la comprensione e il dialogo con le altre forme di vita.

L’arroganza e il cinismo hanno prodotto crudeltà sconosciute a ogni altra specie.

Le chiamiamo: guerre, mercato degli armamenti, economia, civiltà… e ne andiamo fieri.

Quasi che la competizione, lo sfruttamento e la distruzione fossero un segno di superiorità.

Sono convinta che questa sia l’unica patologia psichica reale e da curare.

E che la nostra intelligenza sia un dono da mettere al servizio della vita, non della sopraffazione.

Quando la morte perde il contatto con l’equilibrio che appartiene alla creazione, annichilisce ogni libertà degenerando l’esistenza in un cammino imprevedibile e privo di significato.

Lo sanno bene tutti gli animali.

Che non conoscono lo schiavismo, la malattia mentale, il bisogno di lavorare per vivere, l’usura, la menzogna e le tante patologie note soltanto alla specie umana.

L’amore non è quello sdolcinato sdilinquimento che anima i nostri riti commerciali.

Amare significa accogliere dentro di sé una dimensione impalpabile fatta di sensazioni e priva di materialità.

L’ascolto e il riconoscimento di questa dimensione permettono di accedere al valore che sta dietro alle cose, ritrovando il senso di ogni avvenimento.

Ma per accogliere questa conoscenza, inesprimibile con le parole, occorre arrendersi a un sapere fatto di soggettività, di sensitività e di totalità.

Qualcosa capace di accettare l’idea che ognuno di noi è parte di una realtà più grande che ne trascende l’individualità.

Solo così l’angoscia della morte si placa e la ragione lascia spazio alla vita.

Imparare dalle altre specie animali ci guida a costruire una società più umana, basata sul rispetto e sulla fratellanza.

Qualcosa che tutti abbiamo dentro ma abbiamo dovuto nascondere per diventare La Specie Eletta da Dio a Propria Immagine e Somiglianza.

Quel sapere istintivo e primordiale, abiurato in nome di una presunta Superiorità Umana che di umano non ha proprio niente, aspetta solo di essere ascoltato.

Un mondo migliore nasce nella vita intima di ciascuno, nel silenzio libero dai bisogni della prepotenza e dello sfruttamento.

Prende forma nell’ascolto di un sapere privo di parole.

E diventa un potere capace di celebrare la vita e il suo mistero accogliendone la saggezza e valorizzandone la bellezza.

Quel linguaggio sommesso ci ricorda che l’essere umano è umano solo quando aiuta la natura a esprimere la semplicità e la delicatezza.

E, come una levatrice, permette alla vita di dispiegare il suo maestoso significato.

Senza rumore.

Senza prepotenza.

Con ingenuità.

Carla Sale Musio

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ISTRUZIONI PER ROBOT SENZA CUORE

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Feb 04 2019

L’OSPITE

              

“Un gran freddo” pensava, guardando oltre i vetri.

“Credo che nevicherà.” concluse.

Attizzò il fuoco nel caminetto e si sedette di fronte a quel bagliore, sulla comoda e vecchia poltrona del salotto. 

Era da qualche tempo in pensione e divideva le giornate tra la lettura, la cucina, le telefonate ai colleghi di lavoro.

Erano in pensione anche loro e si dilettavano con nipoti e animali domestici.

Lui no: non si era mai sposato, non aveva affetti familiari e non voleva animali che lo avrebbero costretto, diceva, a occuparsi di loro e a soffrire, quando fossero morti.

Non voleva legami.

Un tempo li aveva desiderati, aveva amato, si era anche illuso che quelle fossero le donne giuste, ma il disincanto fu così duro da fargli preferire la solitudine.

E si trovò a vivere un senso insperato di libertà.

*** *** *** 

La lettura dei libri lo rendeva felice: non voleva limiti di tempo e si fermava a riflettere sulle parole e sulle emozioni che quelle gli suscitavano.

Sottolineava frasi intere e scriveva commenti sul margine del foglio: alla fine delle pagine, poi, annotava un giudizio.

E talvolta capitava, che preso dalla lettura, si accorgesse che il tempo del pranzo era ormai passato.

*** *** ***  

Quel pomeriggio dietro i vetri vide una mosca: il freddo esterno l’aveva richiamata verso il bagliore del fuoco, ma la finestra chiusa le impediva di entrare.

Lui si chiese che resistenza avesse quell’insetto alla temperatura che si irrigidiva con la sera.

Poi sedette comodo e si dimenticò di lei, affondato nella lettura.

Quando andò a cena, però, nell’abbassare la serranda, vide che la mosca era ancora lì, immobile sui vetri.

Allora decise di accoglierla: aprì leggermente la finestra e l’insetto, seguendo la luce del camino, si insinuò nella stanza.

“Abbiamo un ospite, stasera.” rise lui tra sé.

Ma lo consolava pensare che forse aveva salvato una vita, anche se infima. 

*** *** *** 

Fare colazione la mattina dopo, alla presenza di una mosca, fu un’esperienza nuova. Certo aveva avuto insetti per casa: formiche, altre mosche, zanzare, ragni e lui non sempre era stato benevolo.

Ma una mosca sola, per giunta ospitata da lui, lo incuriosiva e quella mattina, mentre beveva il caffè, si incantò a guardarla quando sull’orlo del tavolo si puliva la testa e le ali, con attenzione e metodo.

Vederne molte era fastidioso, pensò, guardarne una sembrava interessante.

E per studiare il suo comportamento, le pose accanto piano qualche briciola di pane.

Lei ci volò sopra leggera.

E lo divertì con il movimento rapido delle sue molte zampe.

*** *** *** 

Nel rientrare a casa, dopo le sue uscite, gli capitava di chiudere in fretta la porta.

Gli dispiaceva che la mosca fuggisse: si era abituato alla sua presenza discreta, ai voli brevi per le stanze, alle briciole di cibo che lei sembrava gradire.

Ed era cauto nell’aprire le finestre.

Ma si chiedeva quanto quell’essere sarebbe vissuto: si mise a leggere, si informò.

Trenta giorni scrivevano alcuni, anche meno, affermavano altri.

A lui bastava che l’insetto non terminasse la vita brutalizzato da umani o straziato da qualche animale o intirizzito dal freddo esterno.

Si era impegnato ad ospitarlo.

E, come gli antichi affermavano, l’ospitalità è sacra.

*** *** ***  

Poi giunse il giorno fatale: lui si era alzato per tempo, era andato in cucina e si apprestava a mettere il caffè sul fuoco, quando vide sul tavolo il corpo piccolo e contratto dell’insetto.

Un mese scarso era durata quella ospitalità.

E la mosca, sul piano rigido di legno, giaceva supina: tra le zampe stringeva un petalo giallo, trovato chissà dove per casa.

Quello era un dono, lui pensò.

Un dono per ringraziarlo.

*** *** ***

L’uomo raccolse delicatamente l’insetto e lo depose in giardino, perché la terra lo accogliesse generosa, come una madre antica a cui si ritorna.

*** *** ***

Nei giorni seguenti lui pensò, incredulo e stupito, a quanto una mosca gli avesse riempito la vita.

Era bastato poco, si disse, a risvegliargli il cuore.

E magari poteva davvero occuparsi di un animale, concluse.

Sentì all’improvviso il peso dei suoi giorni solitari: certo, gli amici al telefono, le letture ricche e abbondanti, il piacere della cucina, ma un animale da amare, che ti accoglie al rientro o che porti a passeggio con te non ha uguali, si disse.

Qualche giorno dopo andò al canile della sua città: lo accolse un coro di guaiti e mugolii, che gli straziò il cuore.

Scelse un cane magrissimo, anziano: difficile che qualcun altro potesse volerlo.

Poi nell’uscire, davanti allo spazio dedicato ai gatti abbandonati, si incantò a guardare un piccolino, col pelo lungo e rosso.

Non ci volle pensare a lungo: prese anche lui con sé e li portò a casa.

Rimase ad ammirarli benevolo, il cane stupito per la sua buona sorte e il gatto che gli mordeva il muso, senza che quello reagisse.

*** *** ***

Dopo qualche giorno andò al parco con il cane: guinzaglio nuovo, passo elastico, l’animale aveva già un piglio diverso.

Si fermarono ad una panchina.

C’era una donna seduta, leggeva e teneva ad un guinzaglio rosa una meticcia.

L’uomo guardò di sottecchi la copertina del libro: non lo aveva mai letto.

Sedette a sua volta, mentre il cane gli si addossava alle gambe, timoroso di un altro abbandono.

Dopo qualche esitazione, si decise.

“Spero di non disturbarla”, disse alla donna.

“Sarebbe così gentile da parlarmi del libro che sta leggendo? Non lo conosco.”

Lei lo guardò: le piacevano quei modi da gentiluomo.

“Certo” disse.

“E’ una storia d’amore, però non banale. Le accenno qualcosa della trama, se vuole. Ma non so ancora come vada a finire”.

E sorrise.

Lui rimase interdetto.

Poi la guardò con attenzione.

Lei era avanti negli anni e aveva una bellezza morbida e placida.

“Penso che potrebbe finire bene.” le rispose.

Ma fu stupito dal suo stesso coraggio e sentì che si imbarazzava.

Per nascondere il volto, si chinò a carezzare il cane.

E quello gli porse il muso umido, mentre guaiva felice.

Gloria Lai

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LE FRESIE

Opera tutelata da Patamu.com con il n° 96969 del 29/12/2018

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